Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
L’EUROPA HA FATTO CAPIRE CHE COMPROMETTEREBBE IL PNRR… TRA LE RACCOMANDAZIONI DELLA COMMISSIONE C’ERA UN PASSAGGIO SUL “POTENZIAMENTO” DEI PAGAMENTI ELETTRONICI OBBLIGATORI
In fondo, il governo ha già deciso. Se non si potrà fare, spiega un ministro, la
norma sul Pos verrà accantonata. Un altro dietrofront – dopo le norme sui rave party, Opzione donna e il tetto al contante – questa volta scaturito da un’interlocuzione lampo con l’Europa.
Secondo gli esperti della “Task Force Recovery” della Commissione europea, il provvedimento previsto nelle ultime bozze della manovra che eliminerebbe le multe per chi non dovesse accettare pagamenti con la carta elettronica sotto la soglia dei 60 euro, è in contrasto con gli impegni presi dall’Italia nell’ambito dell’accordo sul Pnrr: «Va nella direzione opposta rispetto a quella indicata dalle raccomandazioni Ue» spiega una fonte europea.
Per capire dove stia l’oggetto del contendere bisogna andare leggere il documento contenente le Raccomandazioni della Commissione per il 2019, approvato anche dal Consiglio: Bruxelles aveva chiesto all’Italia di «contrastare l’evasione fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, potenziando i pagamenti elettronici obbligatori anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti».Le raccomandazioni per il 2019 fanno parte degli impegni sottoscritti per ottenere i fondi del Pnrr e il loro rispetto è fondamentale per non avere problemi in occasione delle richieste di pagamento. Ma è proprio sull’interpretazione di questa frase che è nato lo scontro tra Roma e Bruxelles.
La Commissione europea ritiene che permettere ai commercianti di non accettare pagamenti con il Pos per importi inferiori a 60 euro vada contro l’invito a «potenziare i pagamenti elettronici» e favorisca l’evasione fiscale. Secondo il governo, invece, non c’è alcun riferimento diretto all’utilizzo del Pos nelle raccomandazioni.
E non è tutto: anche l’innalzamento del tetto per l’uso del contante a 5.000 euro sembra sconfessare l’invito di Bruxelles («contrastare l’evasione fiscale…mediante un abbassamento dei limiti per i pagamenti in contanti») e segna un passo indietro nel percorso intrapreso negli ultimi anni con il piano “Italia Cashless”, accolto con favore dall’esecutivo comunitario, spinto dal governo di Giuseppe Conte e implementato da Mario Draghi.
Del resto, nel “Country Report” pubblicato a maggio, la Commissione prendeva atto dei “progressi significativi” fatti in questo ambito: per esempio si segnalava che «nel 2020 il maggiore utilizzo dei pagamenti elettronici ha probabilmente sostenuto ulteriormente l’adempimento degli obblighi fiscali». Detto diversamente: ha ridotto l’evasione.
Se il governo Meloni decidesse di andare avanti sulla sua strada, rischierebbe di scontrarsi con la Commissione non tanto sull’approvazione della manovra, ma sulle verifiche periodiche del Pnrr. Proprio nei prossimi giorni una delegazione della task force Recovery sarà a Roma per fare il punto della situazione.
Il piano di aiuti europeo, ha ricordato ieri Christine Lagarde, «include una serie di misure, una serie di cambiamenti che devono avvenire». «La nostra speranza – ha aggiunto la presidente della Banca centrale europea – è che vengano attuate per aiutare l’economia italiana ad affrontare le difficoltà».
In realtà, come si diceva, Meloni non sembra avere molta voglia di immolarsi in nome del contante contro l’Europa, arruolando gli alleati in una trattativa estenuante con i tecnici di Bruxelles.
La premier ha incaricato il ministro degli Affari europei e del Pnrr Raffaele Fitto di verificare se ci siano margini realistici di negoziato. Senza muro contro muro, però, perché, è la versione ufficiale delle fonti vicine a Meloni «nessuno qui vuole rischiare di compromettere il Pnrr per una norma sul Pos».
Anche se la premier, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e gli altri leader del centrodestra considerano «ideologico» l’automatismo tra un maggiore uso della carta elettronica e la lotta all’evasione, l’esecutivo ha fatto già sapere che rinuncerà al provvedimento se non si offrirà all’Italia una via d’uscita o non si potrà trovare un’interpretazione diversa alle raccomandazioni allegate al Pnrr.
Anche per l’estensione della flat tax ai redditi fino a 85 mila euro è necessario il via libera di Bruxelles. Il governo vuole estendere questo beneficio ai titolari di partita Iva che aderiscono al regime forfettario e nel 2020 aveva ottenuto una deroga dall’Ue per far rientrare in questa categoria i redditi fino a 65 mila euro.
Nel frattempo è stata approvata una direttiva che consente agli Stati di applicare il regime forfettario Iva ai redditi fino a 85 mila euro, ma il provvedimento sarà in vigore soltanto dal 2025. Per questo il governo ha chiesto una nuova deroga, indispensabile per alzare la soglia della Flat Tax: oltre al via libera della Commissione serve anche quello del Consiglio, cioè dei governi.
(da La Stampa)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
NAPPI HA FATTO CAMPAGNA ELETTORALE ALLE POLITICHE PROMETTENDO LO STOP AGLI ABBATTIMENTI
Ieri slogan e attacchi, oggi niente. In mezzo l’immane tragedia di Ischia e le storie delle vittime. Si chiama Severino Nappi il politico del condono edilizio senza se e senza ma. “Subito e in tutta la Campania”. E’ il suo motto.
L’irriducibile sostenitore del colpo di spugna sull’abusivismo edilizio, appena a settembre scorso, ha fondato sulla sanatoria tutta la sua campagna elettorale per arrivare dal consiglio regionale al Parlamento, contando sul tentativo di sfondamento della Lega al Sud. Non riuscendoci.
E’ lui l’uomo su cui Salvini ha puntato per conquistare la terra governata da Vincenzo De Luca e martoriata da decenni di cemento selvaggio, provando a fare incetta dei voti delle decine di migliaia di famiglie che abitano in case da abbattere, come stabilito da sentenze della magistratura. Provvedimenti giudiziari, per gli ambientalisti troppo lenti ad essere eseguiti, non per Nappi che cinque giorni fa è tornato ad attaccare direttamente anche i giudici citando il caso di una famiglia di Napoli. “Misure disumane”, questa la definizione in merito alla demolizione di un’abitazione abusiva.
E muovendo la leva dell’emozione commenta pubblicando la foto di genitori e due ragazzi adolescenti: “Dove andrebbero i loro due bambini? Secondo il Comune in una casa famiglia! Ma possono le istituzioni essere così disumane?”. E oggi con il fango che ha seppellito famiglie, travolto bimbi mentre dormivano con i loro genitori, Nappi non si pente.
Come invece è accaduto ad alcuni costruttori. Né inverte la direzione seguendo quanto sta avvenendo nel dibattito pubblico con Giuseppe Conte che prova a scrollarsi dalle spalle il suo di condono datato 2018 e varato in coppia con Salvini. Piuttosto Nappi punta il dito contro il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca colpevole di non avere evitato una “tragedia annunciata”. E nessun riferimento alle case abusive e ai danni inferti al territorio: nei soli comuni di Casamicciola e Lacco Ameno sono 7 mila le richieste di condono edilizio su 13 mila abitanti. Non è questo il problema per come la vede il leghista. “De Luca è commissario per il dissesto idrogeologico” sottolinea in un suo post social su Facebook pubblicando le foto del disastro.
Si legge nel suo curriculum “professore universitario”, insegna diritto del Lavoro. Sul versante politico, partito dalle fila dell’Udeur di Mastella, non ha mai cambiato posizione sul tema. Riavvolgendo il nastro delle sue dichiarazioni questo il Nappi-pensiero quando il 15 novembre scorso ha chiesto un tavolo per bloccare le ruspe: “Dramma di centinaia di migliaia di campani per l’abusivismo di necessità è sotto gli occhi di tutti. E tutti sanno della necessità di interventi urgenti per sanare questa tragedia che espone mezzo milione di cittadini al concreto rischio di abbattimento della loro casa”.
E il 16 settembre Nappi incalza tirando in ballo la Corte di Cassazione: “Condono edilizio: subito. È appena arrivata dalla Cassazione una notizia che mi spaventa: possono ricominciare le demolizioni. Non si buttano per strada famiglie che hanno dovuto fare abusi di necessità per vivere, per dare un tetto ai loro figli”. Questo prima di Ischia, domani non saranno in molti a seguire l’irriducibile del “condono subito e in tutta la Campania”.
(da La Repubblica)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
L’INDAGINE SULLA FRANA DI CASAMICCIOLA E GLI ALLARMI DIMENTICATI…I DOCUMENTI DELL’AUTORITA’ DI BACINO E DELL’ISPRA… I 12 MILIONI MAI SPESI
La procura di Napoli ha aperto un fascicolo sulla frana di Casamicciola. I pm
indagano per disastro colposo e passeranno al setaccio anche i condoni. Per capire se le case che si trovavano ai piedi del monte Epomeo fossero abusive e se pendesse un decreto di demolizione. In più i giudici hanno intenzione di guardare anche a ciò che si poteva fare prima del disastro. Sotto la lente ci sarà l’assenza di interventi di manutenzione dopo l’alluvione del 2009. E il piano per il dissesto idrogeologico. Le prime indiscrezioni parlano di 200 mila euro per la pulizia degli alberi e un milione per un intervento in un vallone a Casamicciola. Più un altro mezzo milione per un intervento di messa in sicurezza. Fondi stanziati ma mai utilizzati, o utilizzati male. Ma intanto un documento redatto dall’Autorità di Bacino dice che le case ai piedi del monte tra Casamicciola e Lacco Ameno non dovevano essere costruite lì.
L’inchiesta e le Pec
Agli atti dell’inchiesta ci saranno anche le Pec inviate dall’ex sindaco di Casamicciola quattro giorni prima della frana. «Il 22 novembre avevo scritto al prefetto di Napoli, al commissario prefettizio di Casamicciola, al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e alla Protezione Civile Campania, segnalando il pericolo in cosiderazione dell’allerta meteo arancione, e chiedendo l’evacuazione della zona a rischio. Nessuno mi ha risposto», attacca Peppino Conte. Le e-mail via Pec inviate dall’ex sindaco alle autorità competenti sono state pubblicate sull’edizione di oggi del Giornale e delle pagine locali di Napoli de la Repubblica. Nel documento, visti gli alvei ostruiti della zona del vallone della Rita, Conte chiedeva lo stato di grave crisi per la calamità naturale imminente. Oltre che lo sgombero delle case a rischio. Già da ieri, tra fango e macerie, c’erano i carabinieri della forestale che con il supporto di droni hanno provato a repertare quante più prove possibili. Adesso si passeranno al vaglio tutti i documenti degli ultimi dodici anni.
I documenti di Ispra e Autorità del Bacino
Il Corriere della Sera riporta invece i documenti dell’Autorità di Bacino e di Ispra su Lacco Ameno e Casamicciola. Quello sulla gestione del rischio nei due comuni si legge che sul versante dell’Epomeo rivolto verso i due comuni si riscontrano «fenomenologie franose». Che sono «in grado di trasportare verso il fondovalle grandi quantità di massi e tronchi. Nonché, laddove presenti lungo il percorso di propagazione, autovetture e materiale antropico in generale. La grande energia messa in gioco da tali flussi è in grado di danneggiare i fabbricati e le strutture con essi interagenti. Provocandone, occasionalmente, la completa demolizione». E quindi sulla base di questi elementi si conclude che elevate porzioni del territorio dei due comuni «sono classificate a rischio molto elevato (R4) ed elevato (R3), — in quanto suscettibili all’innesco, transito e invasione di fenomeni di colata rapida di fango, flussi iperconcentrati (miscela acque e sedimento) e crolli». Ovvero esattamente quello che è successo. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale invece ha prodotto una cartina in cui compare proprio via Celario, una delle zone devastate dalla frana. È indicata come un’area ad elevato rischio smottamenti e alluvioni. Nella zona «gli impluvi presentano numerosissime interferenze con opere antropiche dell’urbanizzato, quali tombamenti, edificazioni e strade alveo, che generano numerose criticità e singolarità idrauliche».
12 milioni di euro
Ammonta invece a 12 milioni di euro il piano stanziato per edificare opere di contenimento del dissesto idrogeologico nell’area. Tutto risale al 2010, quando il governo dice che bisogna pulire i canali di scolo. I soldi ci sono ma il primo commissario se ne va due anni dopo. Ne viene nominato un altro che conclude un progetto. Ma nel 2016 la Conferenza dei servizi sospende tutto. Perché serve un parere della Regione che arriva un anno e mezzo dopo. Ad agosto 2017 viene individuato come soggetto attuatore dei lavori il comune di Casamicciola. Il 21 agosto un terremoto colpisce la zona. E tutto finisce nel dimenticatoio.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
ORA INDAGA LA PROCURA MENTRE SI CONTINUA A SCAVARE
Dopo un’altra notte di ricerche le macerie avevano restituito il corpo dell’ottava vittima del disastro di Casamicciola: è il quindicenne Michele Monti. Mentre si continua a scavare per trovare gli altri due dispersi, la situazione nel cuore del comune ischitano rimane complessa: il sopralluogo effettuato ieri dai tecnici dell’autorità di bacino ha messo in evidenza ” rilevanti condizioni di pericolo di distacco di ulteriori volumi di terreno”. Se dovesse ricominciare a piovere, dunque, la montagna potrebbe cedere ancora.
Muove i primi passi intanto l’inchiesta della Procura. Il pool coordinato dalla procuratrice aggiunta Simona Di Monte ha aperto un fascicolo contro ignoti per frana colposa. Gli inquirenti indagano anche sul caso, raccontato ieri da “Repubblica”, degli allarmi inviati a mezzo posta elettronica certificata alle amministrazioni competenti da un ex sindaco di Casamicciola, l’ingegnere Peppino Conte.
L’ultimo è di martedì 22 novembre, quattro giorni prima della frana. Conte fa riferimento all’allerta meteo diramata dalla Protezione civile e invita “in ottemperanza al senso civico che anima il sottoscritto, ad adottare tutte le iniziative necessarie per la sicurezza e la salute delle persone che operano a valle dell’alveo La Rita”. Si tratta della zona colpita dal terremoto del 2017, a circa un chilometro da via Celario e località Rarone, vale a dire le zone maggiormente investite dalla frana.
In altre segnalazioni, Conte aveva messo in guardia sul pericolo di nuove alluvioni, dopo quella del 2009, e sulla necessità di intervenire per proteggere la popolazione, denunciando una “inerzia della pubblica amministrazione”. Una presa di posizione netta che adesso gli inquirenti sono pronti ad approfondire. Ma non è l’unico filone dell’indagine. I magistrati vogliono capire in che misura la mano dell’uomo abbia influito su quanto accaduto.
” L’area interessata dalla frana è classificata a rischio idrogeologico da colate e da alluvioni ” , sottolinea Vera Corbelli, segretario generale dell’autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale. I magistrati acquisiranno la documentazione sulle licenze edilizie e le eventuali richieste di condono delle case costruite nella zona. Il piano stralcio per l’assetto idrogeologico è del 2002, poi aggiornato nel 2015. Per le abitazioni costruite prima del 2002 non sussiste il ” vincolo del rischio”. Ma altri limiti sono imposti dal piano territoriale paesistico del ministero dell’Ambiente e tutti questi aspetti dovranno ora essere valutati dagli investigatori.
“Il vero problema – argomenta la segretaria generale Corbelli è la gestione del rischio. Non si può abbattere tutto, ma si devono mettere in atto azioni per salvare le vite umane e i beni esposti al pericolo “. In questa fase i magistrati hanno deciso, doverosamente, di dare la precedenza alle operazioni di soccorso, ricerca dei dispersi e messa in sicurezza del territorio. Solo quando le condizioni lo consentiranno, sarà valutata la possibilità di disporre un primo sopralluogo soprattutto in via Celario e in località Rarone, dove la frana ha avuto le conseguenze più devastanti
Ma c’è preoccupazione anche per le condizioni del tempo: già da stasera potrebbe ricominciare a piovere e questo potrebbe rendere ancora più complesse le ricerche dei dispersi: con i fratellini Maria Teresa e Francesco, trovati ieri, Michele Monti faceva parte di una delle due famiglie cancellate dalla tragedia si cercano papà Gianluca Monti, tassista, e mamma Valentina Castagna.
Con loro presumibilmente, si apprende dalla prefettura, anche il compagno di Eleonora Sirabella, la 31enne ritrovata senza vita domenica sera, e un’altra giovane donna. Gli sfollati sono 230, ma i numeri potrebbero aumentare.
(da La Repubblica)
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Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
“LA COLPA È NOSTRA MA POTEVANO FERMARE QUESTO CASINO SE A ISCHIA NON ESISTE UN PIANO REGOLATORE? PERCHÉ NON SI POTREBBE COSTRUIRE DA NESSUNA PARTE”
Nella testa di un costruttore di Ischia il giorno dopo la tragedia della frana
vengono frullati realismo e denuncia, ci sono ammissioni di colpa, chiamate a correo e pure un allarme sui cambiamenti climatici. Luigi ha 53 anni e ha iniziato ad andare in cantiere quando ne aveva 14. «Era il lavoro di famiglia. I miei volevano che facessi la scuola ma mi sono innamorato della cazzuola». Da sfollato, fuma una sigaretta dietro l’altra e racconta l’edilizia dell’isola.
Ecco, l’abusivismo a Ischia: di chi è colpa?
«Nostra, ma qui è caduta la cima di una montagna, e una cosa del genere non c’entra niente con le case abusive».
Anche se fosse, cosa da provare, ciò non toglierebbe che il problema esiste.
«Non posso dire che siamo dei santi, per carità. Ma la casa non te la scegli, a volte erediti un terreno dai genitori e lì costruisci. Io lavoro per il pane e a volte penso, in coscienza, che certe case non le dovrei costruire».
E perché lo fa?
«La questione è complicata. Adesso mi trovo in tutte e due i ruoli, quello di costruttore e quello di abitante. Avrebbero dovuto fermare tutto molti anni fa ma il sistema ci ha mangiato, andava bene a tutti. Ovunque al mondo esiste un piano regolatore ma a Ischia non c’è. Come mai? Perché nessuno si è impuntato per farlo? Non lo sa, eh? Lo dico io, perché non si potrebbe costruire da nessuna parte».
E invece le case nascono e sono nate. Qual è stato il periodo di massima crescita edilizia?
«Gli anni Ottanta, c’è stato il boom. La gente aveva un campo di famiglia e costruiva, le pensioncine si allargavano e un pezzo alla volta aggiungevano camere e camere, così diventavano grandi alberghi. E magari la moglie del titolare dava una mano ai lavori come carpentiere».
E i controlli non venivano fatti?
«La colpa è anche nostra, però, chiedo io, potevano fermare questo casino subito, senza far buttare soldi alla gente. Se io ho un vigneto e stanotte ci costruisco le fondamenta di una casa, tu autorità domani lo vedi e dovresti fermarmi per dirmi: dopodomani voglio che torni tutto come prima, distruggi le fondamenta. E invece no. Mi fai andare avanti e spendere un casino di soldi e magari mi vieni a chiedere conto dopo 30 o 50 anni di quella casa. Mi dici che questa cosa lì non ci poteva stare. Tutti hanno tenuto la testa sotto la sabbia e fatto finta di non vedere».
Come è possibile che si sia arrivati a tutto questo?
«Ischia è un’isola molto popolosa, magari a Ponza e Ventotene non ci sono problemi. Qui siamo 60 mila, in estate 120 mila, e c’è bisogno di immobili. Poi ci si sta mettendo la natura».
Seguire le regole non sarebbe anche utile a evitare certe tragedie?
«Se a me dessero 10 metri in un posto sicuro io me ne andrei. Ci rimetto anche, ma dammi uno spazio tranquillo. Ma lo Stato perché dovrebbe mettermelo a disposizione? Per carità, non voglio niente da nessuno. Comunque, ho visto che tanti parlano di tragedia annunciata. Allora perché non sono venuti 24 ore prima a dircelo. Se sapevano dell’allerta meteo ci dovevano avvertire. Ma in Italia succede sempre così e facciamo finta di non vedere».
(da La Repubblica)
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Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
“IN CORSO INTERLOCUZIONI CON LA COMMISSIONE EUROPEA”
Il governo prova a smorzare i toni della discussione sull’innalzamento del limite minimo sopra il quale gli esercenti sono obbligati ad accettare pagamenti elettronici.
Nell’ultima bozza della legge di Bilancio, l’articolo 69 – intitolato Misure in materia di mezzi di pagamento – porta il tetto all’obbligo del Pos da 30 a 60 euro. Tuttavia, a poche ore dall’arrivo del testo in parlamento, Palazzo Chigi invia una precisazione ai giornalisti: «Sul tema delle soglie al di sotto delle quali gli esercizi commerciali non sono tenuti ad accettare pagamenti con carte di pagamento, sono in corso interlocuzioni con la Commissione europea dei cui esiti si terrà conto nel prosieguo dell’iter della legge di Bilancio».
Intanto, dalle opposizioni, continuano ad arrivare critiche nei confronti della norma: «È una scelta scellerata, un invito all’evasione fiscale», commenta il segretario del Partito democratico, Enrico Letta.
Il capogruppo del Movimento 5 stelle nella commissione Finanze di Montecitorio, Emiliano Fenu, incalza: «Si rischia ancora una volta di strizzare l’occhio all’evasione fiscale e al nero. Il governo non prenda in giro gli italiani, cosa che fa quando nella relazione tecnica alla norma in questione, inserita nelle ultime bozze della Legge di bilancio, giustifica l’intervento con l’esigenza di garantire liquidità. La liquidità delle imprese e degli esercizi commerciali oggi è drenata dal caro bollette, non dai Pos. Peraltro faccio notare che questa trovata governativa è inserita nello stesso articolo della legge di Bilancio che prevede l’aumento del tetto al contante da mille a 5mila euro, altra super strizzata d’occhio all’evasione».
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
LE VOCI NOTE SONO RIDUZIONE DEL SUPERBONUS E TAGLIO DEL REDDITO DI CITTADINANZA, CON CUI SE VA BENE SI ARRIVERÀ A 1 MILIARDO DI RISPARMI. SUGLI ALTRI 13, PER ORA, PUNTI VAGHI E GENERICI
A oggi una considerevole porzione della legge di Bilancio è ancora ignota. A
mancare all’appello è buona parte delle cosiddette coperture, cioè le misure con le quali il governo intende finanziare i tagli delle tasse e gli aumenti di spesa su cui è stato invece solerte nella comunicazione.
Durante la conferenza stampa, alle minori entrate e maggiori uscite sono stati dedicati quasi tutti i 63 minuti di presentazione da parte della presidente del Consiglio e dei ministri, mentre poco o nulla si sa su chi pagherà queste misure. O meglio, poco o nulla si sa oltre al deficit aggiuntivo. L’unico punto fermo, già scritto nero su bianco nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, sono infatti i 21 miliardi di deficit aggiuntivo. Dal 3,4 per cento del pil previsto al 4,5 definitivo.
Bene, ma tutto il resto? Sappiamo che la legge di Bilancio interviene su circa 35 miliardi di tagli fiscali e maggiori spese. Per finanziarli, mancano dunque all’appello circa 14 miliardi di euro, cioè ben il 40 per cento degli interventi.
Tra le coperture le uniche voci note sono la riduzione della spesa per il Superbonus, che passa dal 110 al 90 per cento per le case unifamiliari, e il taglio del Reddito di cittadinanza.
Le due misure raggiungono sommate circa 1 miliardo di euro di risparmi. Sui restanti 13 necessari troviamo due punti generici: “Altre entrate” per oltre 6 miliardi di euro e “Altre (minori) spese” circa 7 miliardi. Null’altro viene comunicato su chi effettivamente pagherà questi 13 miliardi.
Il viceministro Maurizio Leo ha affermato in un’intervista che circa 3 miliardi di euro dovrebbero arrivare dalle nuove imposte sugli extraprofitti energetici: un numero su cui possiamo fare affidamento a metà vista la parziale inefficacia del contributo straordinario introdotto dal governo Draghi, ma per ora atteniamoci ai numeri dell’esecutivo.
La seconda voce dovrebbe arrivare – sorpresa sorpresa – dalle pensioni, o meglio dalla mancata rivalutazione totale all’inflazione degli assegni oltre i 2.100 euro al mese. Da qui secondo i numeri del Dpb e delle anticipazioni giornalistiche dovrebbero arrivare circa 2 miliardi di euro.
Anche sui risparmi di spesa dal reddito di cittadinanza – 734 milioni di euro – va usato il condizionale, dal momento che il ministero dell’Economia scrive nel suo comunicato che “verranno allocati in un apposito fondo che finanzierà la riforma complessiva per il sostegno alla povertà e all’inclusione”.
Ciò significa – evidentemente – che questi soldi non potranno finanziare il taglio del cuneo fiscale o l’espansione del regime forfettario per le partite Iva. E infine l’innalzamento delle accise sulle sigarette, per 138 milioni di euro.
Basta una calcolatrice per accorgersi che al conto mancano ancora sei miliardi di euro, su cui non è disponibile alcuna informazione.
(da Il Foglio)
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Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE SVIMEZ: “SENZA RDC CHE FINE FARANNO?”
Quando l’economia italiana soffre, quella del Mezzogiorno soffre di più. Quando l’economia gode, quella del Mezzogiorno lo fa di meno. È copione che si ripete da anni, non inevitabile ma inesorabile.
Sarà così anche nel 2023 secondo quanto annuncia il centro studi Svimez che oggi ha presentato alla Camera il suo 49mo rapporto annuale.
L’anno prossimo le regioni del Sud si muoveranno sul filo della recessione con il rischio di un arretramento del Prodotto interno lordo fino ad un – 0,4%.
Recessione che dovrebbe invece essere risparmiata al Centro Nord per cui è stimata una crescita dello 0,8%. Quello che accomuna l’intero paese è il deciso rallentamento rispetto al 2022, anno in cui il Pil si chiuderà con un progresso del 4% nelle zone centro settentrionale e del 2,9% al sud. Il dato medio italiano dovrebbe registrare una frenata da + 3,8 a + 0,5%.
Lo Svimez rileva come lo shock energetico sia destinato a penalizzare soprattutto le famiglie e le imprese meridionali, favorendo quindi una divaricazione della forbice di crescita del Pil tra Nord e Sud. Forbice che dovrebbe confermarsi nel 2024, anno in cui è prevista una crescita dell’1,7% nel Centro Nord e dello 0,9% nel Mezzogiorno.
L’aumento dei prezzi di energia elettrica e gas si traduce in un aumento in bolletta annuale di 42,9 miliardi di euro per le imprese industriali italiane; il 20% circa (8,2 miliardi) grava sull’industria del Mezzogiorno, il cui contributo al valore aggiunto industriale nazionale è tuttavia inferiore al 10%.
Nel corso del 2022 la Svimez ipotizza una crescita media dei prezzi al consumo dell’8,5%; dato che racchiude però una significativa differenziazione territoriale: +8,3% al Centro-Nord e +9,9% nel Mezzogiorno. Nel “carrello della spesa” del consumatore medio del Sud è, infatti, prevalente l’acquisto di beni di consumo, più colpiti dal rincaro delle materie prime; viceversa, al Centro-Nord assume un peso rilevante l’acquisto dei servizi, interessati da una crescita dei prezzi significativamente minore. La differenza nel “carrello della spesa” delle famiglie tra le due circoscrizioni si deve, a sua volta, all’ampia difformità nella distribuzione dei redditi a livello territoriale.
L’aumento dei prezzi di energia elettrica e gas si traduce in un aumento in bolletta annuale di 42,9 miliardi di euro per le imprese industriali italiane; il 20% circa (8,2 miliardi) grava sull’industria del Mezzogiorno, il cui contributo al valore aggiunto industriale nazionale è tuttavia inferiore al 10%.
A causa dei rincari dei beni energetici e alimentari, l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta potrebbe crescere di circa un punto percentuale salendo all’8,6%, con forti eterogeneità territoriali: +2,8 punti percentuali nel Mezzogiorno, contro lo 0,3 del Nord e lo 0,4 del Centro. In valori assoluti lo Svimez stima 760mila nuovi poveri causati dallo shock inflazionistico (287mila nuclei familiari), di cui mezzo milione al Sud.
Di fronte a questo quadro preoccupante il centro studi fa anche un’analisi sul ruolo svolto dal reddito di cittadinanza (rdc), che il governo Meloni intende gradualmente sopprimere. Si conferma l’importanza dello strumento nel contrasto alla povertà, in assenza di questo sostegno si conterebbero un milione di poveri in più rispetto al 2020.
Di questi, 750mila si troverebbero nelle regioni del Mezzogiorno. Il rapporto rende conto anche della scarsa capacità del rdc nel favorire il reinserimento del mercato del lavoro, a maggior ragione nel Sud. Tuttavia lo studio avvisa di “fare attenzione a scaricare sui beneficiari gli effetti della carenza della domanda di lavoro e delle inefficienze dei centri per l’impiego”.
Tra i percettori di Rdc considerati occupabili (per età e condizioni di salute) soltanto uno su cinque ha ricevuto una qualche offerta.
Lo Svimez accende i riflettori su un altro fenomeno, ossia quello di chi ha un occupazione ma riceve stipendi talmente bassi da rimanere comunque in una condizione di povertà. Fenomeno che il reddito di cittadinanza aiuta a contrastare. “Dalla crisi del 2008, il progressivo peggioramento della qualità del lavoro, con la diffusione di lavori precari ha portato ad una forte crescita dei lavoratori a basso reddito (working poor), a rischio povertà. Ha assunto valori patologici in Italia e specialmente nel Mezzogiorno il part-time involontario”, si legge nelle slide di presentazione dello studio da cui emerge che i lavoratori ha tempo parziale involontari nelle regioni del Sud siano ben il 77% (54,7% al Nord). I dipendenti a bassa retribuzione sono il 34% del totale nel Mezzogiorno e il 18% nel resto del paese.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
I SINDACATI PROTESTANO: “SIAMO ESTERREFATTI”
“Le carceri sono la mia priorità“. Parola di Carlo Nordio, che così aveva
risposto ai cronisti pochi giorni dopo il giuramento da ministro dalla Giustizia.
E invece nella prima legge di bilancio del governo di Giorgia Meloni non solo gli stanziamenti per l’amministrazione penitenziaria non aumentano, ma addirittura subiscono un taglio di almeno 35 milioni nei prossimi tre anni: nove milioni e mezzo per 2023, 15 milioni e quattrocentomila euro per il 2024 e quasi 11 milioni per il 2025. È questa una delle novità contenute nell’ultima bozza della legge di bilancio, datata 27 novembre e appena arrivata alla Camera. Il testo del provvedimento non è ancora bollinato, ma la parte dei tagli non dovrebbe subire ulteriori variazioni.
I tagli all’Amministrazione penitenziaria
La sforbiciata è contenuta nell’articolo 154 del provvedimento, che disciplina le “misure di razionalizzazione della spesa e di risparmio connesse all’andamento effettivo della spesa”. Si tratta di quello che viene definito “contributo dei Ministeri alla manovra“, cioè la spending review che serve a coprire il costo dei provvedimenti varati dal governo, dalla cosiddetta “tregua fiscale” alle più economiche flat tax e quota 103. Come contribuirà dunque il ministero della Giustizia alle spese del governo Meloni? Con la “riorganizzazione e l’efficientamento dei servizi degli istituti penitenziari presenti su tutto il territorio nazionale, in particolare con la ripianificazione dei posti di servizio e la razionalizzazione del personale“.
In questo modo, l’esecutivo prevede di risparmiare almeno 9.577.000 euro per l’anno prossimo, 15.400.237 euro nel 2024 e 10.968.518 euro ogni dodici mesi dall’anno successi.
E meno male le carceri erano la priorità del guardasigilli Nordio. Ma non solo. Dall’anno prossimo anche il Dipartimento per la giustizia minorile dovrà tirare la cinghia, nel vero senso della parola. Nella legge di bilancio si prevede “la razionalizzazione della gestione del servizio mensa per il personale“, in modo da risparmiare 331.583 euro per l’anno 2023, 588.987 per il 2024 e 688.987 dal 2025.
Le mense della giustizia minorile
I tagli a personale dell’amministrazione penitenziaria e alle mense dei dipendenti hanno subito scatenato i sindacati. “Leggendo il testo della bozza del disegno di legge di bilancio trapelato mercoledì scorso avevamo lanciato l’allarme a causa dell’assenza di qualsiasi misura di supporto per le carceri, nell’esaminare la versione aggiornata a ieri e che starebbe per essere presentata in Parlamento, dobbiamo constatare addirittura un peggioramento con tagli al personale e alle mense. Evidentemente al peggio non c’è mai fine“, dice Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria.
“A fronte di 18mila unità mancanti al Corpo di polizia penitenziaria, 85 suicidi (80 fra i detenuti e 5 fra gli operatori) dall’inizio dell’anno, strutture degradanti, penuria e inefficacia di automezzi, equipaggiamenti e strumentazioni, siamo letteralmente esterrefatti e increduli. Se poi mettiamo tutto ciò in relazione a quanto affermato da Meloni nel suo discorso sulla fiducia alla Camera dei deputati e con le ripetute dichiarazioni del ministro della Giustizia e dei sottosegretari, che promettono il miglioramento delle condizioni di lavoro, ci sembra di trovarci su scherzi a parte”, continua il segretario della Uilpa polizia penitenziaria.
Meno soldi alle intercettazioni
E se i tagli all’amministrazione penitenziaria e alla giustizia minorile smentiscono le dichiarazioni d’intenti del guardasigilli Nordio, almeno una voce nella legge di bilancio conferma gli annunci del ministro: le spese per le intercettazioni saranno infatti ridotte di più di un milione e mezzo ogni anno, per la precisione 1.575.136 euro. Già in campagna elettorale, infatti, l’ex pm aveva destato scalpore per aver proposto di tagliare il costo degli ascolti telefonici. Per la verità, però, il taglio previsto in manovra è minimo: nel 2022 nel capitolo 1363 del bilancio del Ministero della giustizia erano stati stanziati per le intercettazioni 213,7 milioni di euro. Dunque alla fine il taglio delle spese ammonta ad appena lo 0,7% rispetto allo scorso anno: una buona notizia vista la nota importanza degli ascolti telefonici per le indagini giudiziarie. Secondo Angelo Bonelli, in ogni caso, con questo taglio “si depotenzia il ruolo investigativo nel contrasto alla criminalità organizzata da parte di autorità e polizia giudiziaria e a la criminalità organizzata festeggia. È una decisione folle e intollerabile che va respinta drasticamente”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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