Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
LA RAI SOVRANISTA GIUSTAMENTE AFFIDA A LUI UN PROGRAMMA: LI RAPPRESENTA DEGNAMENTE
A settembre approderà su Rai2 con la striscia quotidiana I facci vostri, ma nel frattempo è stato travolto da una polemica scoppiata dopo un suo articolo uscito ieri, 9 luglio, su Libero.
Si tratta di Filippo Facci. «Le sofisticate scienze forensi non impediscono che alla fine si scontri una parola contro l’altra, e che, nel caso, risulterà che una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa e che perciò ogni racconto di lei sarà reso equivoco dalla polvere presa prima di entrare in discoteca».
Sono queste le parole del giornalista che stanno accendendo i social, e non solo. Il riferimento è all’inchiesta in corso sul figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, accusato da una 22enne di violenza sessuale. Su tutte le furie Sandro Ruotolo, giornalista e responsabile informazione e cultura del Partito Democratico, che si rivolge a Viale Mazzini e chiede: «Può la tv pubblica essere affidata a chi fa vittimizzazione secondaria?».
«Il servizio pubblico non può essere dei sessisti»
«Cosa dice il comitato etico della Rai? Il servizio pubblico può consentire una lettura del genere sulle donne? Pensateci bene dirigenti», aggiunge Ruotolo.
Gli fa da eco Selvaggia Lucarelli che è andata a scovare qualche dichiarazione passata del giornalista. Tra cui quando in un’intervista a MowMag dichiarò: «Ho picchiato uomini e pure donne», precisando però che con le donne l’ha fatto «perché a loro piaceva sessualmente».
Sono diverse le dichiarazioni che in passato hanno fatto discutere su Facci. Come riporta ancora Lucarelli, a novembre 2021 il giornalista prossimo alla Rai si scagliò contro l’ideazione di norme specifiche contro il femminicidio. Oppure sul caso di Greta Beccaglia disse: «Una pacca sul sedere non può essere considerata un episodio di violenza».
Dal canto suo, Facci non ha ancora replicato alle polemiche che si stanno accendendo. Ieri, però, ha condiviso un tweet ironico pubblicando un cartello dell’Ikea con su scritto: «Facci sapere la tua opinione» e rispondendo «Se proprio insistete». Forse un riferimento alla vicenda di La Russa Jr, o forse un semplice tweet innocuo. Quel che è certo è che il giornalista sta iniziando a essere travolto da una tempesta di critiche. E i social non sembrano risparmiarlo.
(da Open)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
OGGI IL SUO GOVERNO, NEL QUALE SIEDONO DUE MAGISTRATI (OLTRE AL MINISTRO NORDIO, IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO), SI SENTE ACCERCHIATO DALLE TOGHE SOSPETTATE DI FARE OPPOSIZIONE POLITICA
Ha detto di recente il ministro Carlo Nordio che il conflitto tra
politica e giustizia fu avviato dalla Procura di Milano con l’invito a presentarsi nelle vesti di indagato recapitato «a mezzo stampa» all’allora premier Silvio Berlusconi, nel novembre 1994.
In realtà, quello stesso anno, proprio il governo Berlusconi aveva già provato — in piena estate — a depotenziare le indagini e il potere dei magistrati con il decreto ribattezzato «salva-ladri», ritirato a seguito delle dimissioni in diretta tv dei pubblici ministeri di Mani Pulite. E l’anno precedente un altro governo, guidato da Giuliano Amato, fu stoppato dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro nel tentativo di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, dopo le proteste del procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli.
Il pool
Quell’esecutivo era stato decimato dalle dimissioni a catena dei ministri colpiti dagli avvisi di garanzia e quello successivo, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi nacque azzoppato dopo che le Camere avevano respinto a scrutinio segreto le richieste di autorizzazione a procedere contro il segretario del Psi Bettino Craxi. Seguirono proteste di popolo, a cui la gioventù missina in cui già militava Giorgia Meloni diede il suo contributo stringendo in simbolico assedio il palazzo di Montecitorio sotto lo slogan «Arrendetevi, siete circondati», e la successiva abolizione dell’autorizzazione a procedere.
Poi nel ’94, al momento di formare il suo primo governo composto anche da eredi del Movimento sociale italiano, Berlusconi tentò di arruolare come ministri due pm simbolo di quella stagione giudiziaria, Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo, con la mediazione di Cesare Previti e Ignazio La Russa. I due declinarono l’invito, ma successivamente Di Pietro fu arruolato come ministro da Romano Prodi, entrò in Parlamento e fondò addirittura un suo partito.
Poi quando Berlusconi tornò al potere si aprì la stagione delle leggi ad personam per indirizzare i processi a favore del premier-imputato, con il conseguente compattamento delle toghe, di tutte le correnti e di tutti i colori, a difesa dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione, messa sotto attacco da governo e Parlamento.
Un po’ quello che è successo (in piccolo) ad aprile, quando il ministro Nordio ha avviato l’azione disciplinare contro tre giudici di Milano «colpevoli» di aver messo agli arresti domiciliari il russo ricercato dagli Usa in attesa di estradizione e fuggito per tornare in patria; un’iniziativa politica per addossare al potere giudiziario la responsabilità di una crisi diplomatica.
Il conflitto continuo
Ma pure nell’ultimo decennio, con il fondatore di Forza Italia non più al centro della scena (anche per via della decadenza da senatore seguita alla condanna definitiva del 2013), il conflitto tra potere esecutivo e legislativo da un lato e giudiziario dall’altro, s’è riproposto a fasi alterne. Un po’ per l’uso strumentale delle vicende giudiziarie o para-giudiziarie da parte della politica, e un po’ per i ricorrenti tentativi di condizionare indagini e processi attraverso riforme che dovevano porre rimedio a iniziative della magistratura ritenute condizionanti della politica e del funzionamento della democrazia.
Perché l’uso e l’abuso politico e mediatico di certe inchieste e sentenze (indagini all’apparenza infondate o stravaganti, condanne destinate a ribaltarsi in assoluzioni e viceversa) non ha portato al più mite consiglio di evitare strumentalizzazioni e conclusioni affrettate (come le richieste di dimissioni per un avviso di garanzia o un verdetto non definitivo), bensì al ricorrente tentativo di imbrigliare la magistratura e i suoi rappresentanti.
Basti pensare a Matteo Renzi, che prima di diventare «garantista» e autodefinirsi vittima designata delle «toghe rosse» invocava defenestrazioni di questo o quel ministro proprio a partire dalle loro disavventure para-giudiziarie; e s’è ritrovato un paio di suoi deputati di fiducia nei conciliaboli paralleli e clandestini per decidere le nomine al di fuori del Consiglio superiore della magistratura.
Oggi il governo Meloni, con due magistrati seduti in altrettanti posti-chiave (oltre al ministro Nordio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, virtuoso esempio di «porte girevoli» tra potere politico e giudiziario, se quella pratica non fosse additata come perniciosa), si sente accerchiato dalle toghe sospettate di fare opposizione politica, anziché amministrare giustizia.
Immaginando chissà quali complotti e strategie comuni tra Procure e tribunali diversi. In questo clima sono state proposte riforme che, se pure avessero un fondamento, nascono inevitabilmente sotto la cattiva stella della vendetta o del «fallo di reazione».
Provocando ancora una volta le proteste della magistratura, alle quali la politica reagisce con il consueto richiamo alla separazione dei poteri (che nessuno mette in dubbio, ma non importa). Forse confidando che tra le toghe qualcuno cominci a stancarsi e cedere, dopo trent’anni e più di conflitti sempre uguali a se stessi. O quasi.
(da il Fatto Quotidiano)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
AD PERSONAM: NORDIO E MELONI PREPARANO NORME PER SALVARE I PROPRI FEDELISSIMI
Nel 2006, intervistata dal giornalista Claudio Sabelli Fioretti, la giovane Giorgia Meloni disse: “Le leggi ad personam bisogna contestualizzarle. Sono delle leggi che Berlusconi ha fatto per se stesso. Ma sono leggi perfettamente giuste”. Diciassette anni dopo, il suo governo ha deciso di intraprendere la stessa strada del leader di Forza Italia, scomparso il 12 giugno: andare all’attacco dei giudici e fare leggi sulla giustizia che servono a difendere i propri fedelissimi finiti sotto i colpi delle inchieste giudiziarie. Insomma, adesso, rispetto al berlusconismo, cambia solo il soggetto: non più il presidente del Consiglio, ma i suoi fedelissimi.
È il caso della ministra Daniela Santanchè, finita sotto indagine per bancarotta e falso in bilancio per la malagestione delle sue società. La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati ha fatto andare su tutte le furie sia la presidente del Consiglio Meloni sia il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Quest’ultimo, venerdì, ha parlato di “sconcerto” e “disagio per l’ennesima comunicazione a mezzo stampa di un atto che dovrebbe rimanere riservato”.
Così il governo si vuole muovere in due direzioni nella riforma Nordio che sta per arrivare in Senato: rendere segreto il contenuto dell’avviso di garanzia (si potrà pubblicare solo un resoconto sommario) e tutti gli atti giudiziari fino alla fine delle indagini.
Pena, multe più alte per i giornalisti che li pubblicano – fino a 150mila euro, è l’ipotesi – e sanzioni disciplinari per i capi delle procure. L’altro fronte è quello delle intercettazioni: l’obiettivo sarà evitare la loro pubblicazione durante le indagini e limitarle per i reati contro la Pubblica amministrazione alzando il tetto dei 5 anni. Una modifica che si rivolgerebbe anche a possibili intercettazioni che potrebbero emergere dall’inchiesta Santanchè. Modifiche da approvare già in Senato. Tutto sull’onda del caso Santanchè.
L’altra questione riguarda il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per cui è stata disposta l’imputazione coatta dal giudice di Roma nonostante il pm avesse chiesto l’archiviazione per rivelazione di segreto.
“Un’anomalia”, hanno spiegato da Palazzo Chigi. “Non è possibile che il giudice smentisca un pm”, dice Nordio. Per questo l’obiettivo sarà quello di modificare anche l’istituto dell’imputazione coatta, magari abolendolo. E peccato se questo sia in contrasto con il progetto di separazione delle carriere che piace tanto al governo. Per “tutelare” un fedelissimo, val bene una contraddizione.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DI THE GOOD LOBBY SPIEGA I PARADOSSI DEL NOSTRO PAESE: “LO SCANDALO DEL QATARGATE NON SAREBBE MAI STATO SCOPERTO IN ITALIA”
Se l’Italia vuole davvero combattere il traffico delle influenze
illecite, deve prima regolare quello di quelle lecite, approvando normative chiare e organiche sui conflitti di interessi e l’attività di lobby. In assenza di una legislazione in materia nel nostro Paese scandali come quello del Qatargate non potrebbero mai essere scoperti. “In Italia sulla trasparenza dei processi decisionali siamo veramente all’anno zero”, ci dice Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia, associazione che si batte per rendere più responsabile il lobbismo aziendale e perché si dia più voce alle organizzazioni della società civile. In Italia il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, avrebbe voluto abolire del tutto il reato di traffico di influenze illecite, anche se alla fine dopo forti polemiche e pressioni ha deciso di mantenerlo seppur depotenziandolo, sostenendo che “non si capisce il reato che descrive”.
E per Anghelé è proprio questo il punto, ma a suo avviso la risposta non deve essere abolire il reato, ma definire meglio quali influenze sono lecite, in modo da poter poi scoprire e punire le illecite.
“È paradossale che con la riforma Nordio si pensi di riformare il traffico di influenze illecite (che definisce cosa è patologico nel rapporto tra stakeholder e decisori pubblici) senza aver mai definito cosa è invece legittimo. Per questo nei processi per traffico di influenze non si arriva a una sentenza definitiva di condanna, perché le corti ripetutamente, e questo lo ha ribadito anche quella Cassazione, hanno chiesto al legislatore di definire meglio cosa è lecito, quali sono i perimetri in cui chi vuole influenzare le decisioni politiche può muoversi”. Il lobbismo non gode di un’ottima reputazione, ed è considerato da molti un’attività tutt’altro che nobile.
Di fatto dovrebbe essere una maniera come un’altra per permettere a tutti, dai cittadini, alle imprese, alle associazioni e alle organizzazioni più disparate, di provare a influenzare la politica a prendere le decisioni più giuste. Il problema è che nei fatti sono soprattutto le grandi imprese ad avere un potere di lobby fortissimo, mentre le organizzazioni della società civile quasi nullo.
Per questo servirebbero leggi che regolino non solo la pratica, ma assicurino anche trasparenza.
Secondo Anghelé “uno dei problemi principali sono le asimmetrie nell’accesso. E così per esempio può succedere che una grande multinazionale dei combustibili fossili vengo ascoltata in maniera proattiva, mentre una piccola azienda di energie sostenibili non riesca a far sentire la propria voce, e nemmeno una Ong che prova a portare avanti gli interessi generali. Per questo serve una legge che regoli l’attività”.
A Bruxelles lo scandalo del Qatargate, che ha scoperchiato la corruzione che avveniva al Parlamento europeo per influenzare le decisioni dei deputati, è stato scoperto anche grazie al fatto che sia nell’Aula comunitaria che in Belgio esistono norme specifiche che definiscono cosa è lecito e cosa no nei tentativi di influenzare le decisioni politiche. “Il Qatargate è una cosa che da noi potrebbe accadere tranquillamente senza essere scoperto. Lì è stato smascherato grazie a regole assolutamente porose, ma che rispetto alle quelle italiane sono fenomenali. Certo lì si parla di corruzione, ma questa corruzione è emersa anche grazie alla scoperta di incongruenze nel registro della trasparenza”.
Uno degli strumenti chiave per mostrare quanto le attività di lobby hanno influenzato la politica sarebbe il ‘legislative footprint’, un registro pubblico completo dell’influenza che i lobbisti hanno avuto su un provvedimento legislativo, una cosa che esiste al momento, seppur in maniera volontaria, al Parlamento europeo. L’Italia è comunque lontana anni luce dall’arrivare a riforme come questa, e lo scorso anno una legge sulla regolamentazione delle attività di lobby si è bloccata al Senato dopo l’approvazione alla Camera. Ora il governo di Giorgia Meloni ha deciso di ricominciare da capo lanciando un’indagine conoscitiva alla Commissione Affari Costituzionali. “Cosa ancora c’è da conoscere ancora non è chiaro, comunque è già positivo che almeno sia stata lanciata una indagine conoscitiva, considerando che al governo c’è una maggioranza poco sensibile sul tema”, dice Anghelé provando a vedere il bicchiere mezzo pieno.
E un’altra cosa di cui ci sarebbe bisogno a suo avviso nel nostro Paese, per combattere le influenze illecite, sarebbe una maggiore trasparenza sui finanziamenti ai partiti. “I dati ci sono ma sono sparsi in siti diversi e in formati difficili da analizzare. Alcuni sono sul sito del Parlamento, altri su quelli dei partiti, altri ancora su quelli delle loro sezioni locali, è un ginepraio. Serve invece un ecosistema di trasparenza che sia chiaro e funzionante. Servirebbe una piattaforma come c’è anche in altri Paesi, in cui sia ben chiaro chi fa donazioni alla politica e questi dati si dovrebbero incrociare con quelli di chi ha svolto attività di lobby”.
(da today.it)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
“LE PAROLE DI LA RUSSA SONO UN ABUSO DI POTERE, LA SECONDA CARICA DELLO STATO NON PUO’ CERCARE DI CONDIZIONARE I GIUDICI”
“La riforma della Giustizia non interessa tanto Giorgia Meloni, però doveva dare contentini a destra e sinistra e sopratutto a Nordio che, inspiegabilmente, ha scelto come parlamentare di Fratelli d’Italia e come ministro pur essendo lui totalmente estraneo al modo di pensare che ha sempre avuto la destra. Nordio è perfetto per Forza Italia“.
E’ quanto afferma il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, nel corso della diretta con Peter Gomez e Antonio Padellaro sul caso Santanché e sulle ultime vicende che hanno interessato la politica italiana.
Non so se qualcuno abbia convinto Meloni che questa riforma spaventerà i giudici e quindi saranno più clementi nei confronti di tutti i furbastri. Suggerirei però a Meloni di non crederci, perché ai magistrati non gliene viene assolutamente niente in tasca: se aboliscono l’abuso d’ufficio eviteranno di aprire più fascicoli, se gli aboliscono pure altri reati lavoreranno di meno”, ha aggiunto Travaglio.
“Questi sono convinti – ha sottolineato il direttore del Fatto Quotidiano – che i magistrati vogliono lavorare 24 ore su 24 per incastrare non si sa bene chi. I magistrati sono esseri umani semplicemente dicono ‘guardate che poi se ci portano via i soldi del Pnrr perché non riusciamo più a beccare le tangenti, le ruberie e i favoritismi, non venite a prendervela con noi’”.
“Se pensano così di farla franca o farla far franca a qualcuno dei loro ladruncoli – conclude Travaglio – si sbagliano di grosso. Così come si sbaglierebbero di grosso se pensassero che c’è una centrale occulta dove i magistrati decidono chi colpire o chi non colpire”.
Travaglio: “La Russa difendendo il figlio con quelle dichiarazioni assurde si mette in una situazione difficile. E’ abuso di potere”
“Le situazioni dei figli non devono ricadere sui padri, dipende poi la gestione che farà di questo processo La Russa. Se pensa di farlo come ha fatto oggi credo che a un certo punto dovrà dimettersi”. E’ il commento del direttore del Fatto Quotidiano nel corso della diretta con Peter Gomez e Antonio Padellaro sul caso Santanché. “Non puoi dire l’ho interrogato e ho già assolto mio figlio, gli interrogatori non li fa il padre nemmeno se fa l’avvocato”, aggiunge Marco Travaglio: “Lui fa benissimo – prosegue – a parlare con il figlio per farsi l’idea della sua versione ma poi spetterà al magistrato verificare se è vera quella del figlio o quella della ragazza”.
Per Travaglio le frasi di Ignazio La Russa sono “un abuso di potere clamoroso perché lui è il politico più importante dopo Mattarella”. “Ha iniziato dal primo giorno a cercare di condizionare i giudici e il condizionamento che viene dalla seconda carica dello Stato non è minimamente paragonabile a quello che può fare chiunque altro. E’ lui che prendendo le difese di suo figlio, con quelle dichiarazioni assurde, si mette in una situazione difficile. Se dovesse emergere il contrario lui ha già messo la sua faccia di presidente del Senato sulla versione del figlio”, conclude.
(da I Fatto Quotidiano)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
UNA SINDROME CHE DIVENTA ALIBI IDEOLOGICO, UTILE QUANDO SI E’ ALL’OPPOSIZIONE MA NON AL GOVERNO
C’è una convinzione assai diffusa nella destra di governo, ma
coltivata a lungo anche nell’era berlusconiana, che in Italia vi siano poteri così forti in grado di contrastare, grazie all’ancoraggio europeo e internazionale, il risultato delle elezioni e vanificare persino la volontà popolare.
Un grumo di nemici di varia natura, tra la finanza, i media, la magistratura, le alte burocrazie — specie annidate a Bruxelles, capitale dell’anti-italianità — refrattari alle regole della democrazia parlamentare. Questa sindrome dell’accerchiamento si è improvvisamente riaccesa nei giorni scorsi per alcune disavventure giudiziarie che hanno riguardato esponenti della maggioranza. Come se i singoli casi — indipendentemente dal dato oggettivo dei fatti che vanno accertati nel pieno rispetto delle garanzie personali — fossero collegati da una percettibile trama oscura. È una delle eredità del berlusconismo (l’offensiva giudiziaria) di cui avremmo fatto volentieri a meno. Del resto, non si è ancora dissolto il sospetto che nel 2011, quando il Cavaliere dovette lasciare palazzo Chigi sotto i colpi della crisi finanziaria, si sia consumato una sorta di golpe europeo. Sotto traccia, il dubbio alberga ancora in buona parte di quella dirigenza politica.
Uno sguardo disincantato e realistico all’Italia di oggi, ci induce a ritenere che l’ombra minacciosa dei cosiddetti poteri forti sia assai meno incombente. Il complesso di Calimero — altra versione dell’underdog meloniano — non ha alcun fondamento sostanziale.
L’Unione europea, per Fratelli d’Italia e Lega, era in campagna elettorale un male da combattere. Oggi non si fa altro che invocarne — dall’immigrazione alla transizione energetica — l’intervento. Si è persa traccia della proposta di legge (Meloni prima firmataria) contro il primato del diritto comunitario su quello nazionale. Per conservare un briciolo di coerenza con la campagna elettorale si è preso in ostaggio il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Elevato a cavallo di Troia del più oscuro e ingannevole potere europeo. O, meglio, della troika (che peraltro non c’è più). La presidente del Consiglio, che guida i Conservatori e Riformisti europei, ha guadagnato una sua centralità, anche grazie all’inevitabile distacco dai suoi alleati sovranisti. Il fatto che appaia oggi, a dispetto di ciò che pensa il suo riottoso alleato Matteo Salvini, un possibile futuro partner dei Popolari — forza storica di governo dell’Unione europea — smentisce molti dei luoghi comuni della propaganda di destra. La coerenza atlantica in politica estera e il sostegno deciso all’Ucraina sono punti fermi dell’azione di governo. Suscitano apprezzamento tra gli alleati. Non preoccupazione come ai tempi degli esecutivi gialloverde o giallorosso.
I poteri forti italiani si sono così indeboliti da apparire del tutto innocui. E non è sempre una buona notizia. Meglio averli e regolarli nella trasparenza. Non abbiamo più grandi gruppi industriali ed è questa una debolezza che segna il nostro declino. Non abbiamo più esclusivi centri finanziari dai quali dipendono i destini di intere famiglie imprenditoriali. La classe dirigente che osannava Draghi è andata generosamente in soccorso alla vincitrice. L’ultima tornata di nomine ne è una dimostrazione. Alla recente assemblea di Assolombarda la presidente del Consiglio è stata applauditissima. Quasi come se i due programmi — di governo e degli imprenditori — fossero intercambiabili. Accadde anche con Berlusconi premier. Per l’impresa che esporta, e bene, l’Italia è solo una frazione anche piccola del proprio fatturato. Irrilevante chi stia al governo. Le attività che dipendono dai consumi interni, dalle concessioni, seguono una stretta logica corporativa. Sono governativi per definizione pur scoprendo che vi sono categorie, piccole e agguerrite (balneari e tassisti per esempio) che contano più di intere filiere produttive aperte alla concorrenza.
Il governo Meloni non ha nulla da temere, se non la sua stessa maggioranza. E, godendo della collaborazione di fatto di un’opposizione divisa, può dormire sonni tranquilli. Vi sono però due aspetti della narrativa politica ed economica dell’esecutivo, figli del pregiudizio di cui sopra (i presunti poteri forti in agguato contro la democrazia e gli interessi italiani) che sarebbe bene dibattere e sciogliere una volta per tutte. Il primo è stato perfettamente descritto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, in un intervento a Caorle, in occasione di un incontro di Tempi che ha suscitato già diverse polemiche, soprattutto per le sue critiche, del tutto legittime, al manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Secondo il sottosegretario «c’è un partito antitaliano, che non si presenta alle elezioni, un raggruppamento trasversale con una precisa visione della storia che pensa che l’Italia sia un Paese sbagliato. Il popolo non è in grado di operare le sue scelte, se lo fa è pericoloso e va riorientato, persino il colore dei fiori da piantare nel giardino qui fuori deve essere deciso a Bruxelles. È questa la logica del Pnrr, se non fai come ti dico io ti tolgo i fondi». Mantovano ha aggiunto: «Il governo Meloni è pericoloso perché rompe questa logica. Silvio Berlusconi è stato il bersaglio numero uno. Oggi Meloni è nel mirino per lo stesso peccato originale». Nel mirino di chi? Sarebbe interessante saperlo.
La domanda di fondo, dunque, è se questa sindrome dell’assedio di ipotetici poteri forti non sia soltanto un alibi ideologico, utile quando si è all’opposizione ma non al governo e se alla fine, soprattutto a livello europeo, non si traduca in un danno per il Paese, anzi per la Nazione. Aver esasperato la questione del Mes, per poi doverselo probabilmente trangugiare, va esattamente in questa direzione. Il secondo aspetto è legato a una tendenza in sé del tutto encomiabile, cioè quella di valorizzare, da parte del governo, il ruolo economico del Paese e i primati del made in Italy. Le classifiche internazionali ci penalizzano, spesso ingiustamente. E un po’ per colpa di come noi ci raccontiamo agli altri. Ma un conto è l’orgoglio, un altro l’esaltazione a volte acritica. Il primo è positivamente contagioso, la seconda è suggestivamente pericolosa perché distoglie lo sguardo dai problemi reali. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha partecipato recentemente, a Roma, all’assemblea di Union Food, ovvero la nostra industria agroalimentare. Adolfo Urso è convinto che l’Italia sia ormai, grazie al governo Meloni, il Paese più attrattivo al mondo per gli investitori esteri (siamo al ventottesimo posto). L’istituzione del liceo made in Italy sanerà, una volta per tutte, la piaga dei ragazzi che non studiano e non lavorano. La nostra industria poi, essendo legata a prodotti medio alti, è del tutto insensibile agli aumenti dei prezzi. Rivolgendosi poi, con prodotti e servizi, alla persona, pare non abbia alcun problema di posizionamento futuro. Del resto attualmente, siamo quelli che crescono di più tra le potenze occidentali. L’avvenire è roseo, i problemi risibili. Insomma, siamo un competitore così temibile e forte da sollevare ovunque invidie e inimicizie. A questo punto speriamo che tutto ciò sia vero.
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DEL DJ: “QUI CI VENGONO GIOVANI FIGHETTI CHE LASCIANO ANCHE 3.000 EURO A SERATA”
Apophis. Così si chiama il locale milanese preferito da 2 dei fratelli La Russa: Leonardo Apache e Lorenzo Cochis. Il primo, in arte Larus, è attualmente indagato per l’accusa di violenza sessuale ai danni di una 22enne. Alcuni definiscono l’Apophis come «La discoteca dei La Russa» perché grandi frequentatori.
«Li trattano come dei pascià. Perché sono loro. Perché portano gente. Perché la gente che portano, spende. Forse spendono anche loro», racconta un testimone. A rivelarlo è Repubblica che spiega come il locale sia una sorta di discoteca-salotto per persone di un certo status.
Otto divani di velluto raso, una pista per oltre 200 persone, il bancone dell’esclusivo tailor made mixology con 600 etichette, il tutto inserito in 180 metri quadrati ideati da un noto studio di architettura: così si presenta il posto preferito dei figli La Russa.
Il racconto del dj
«Target molto giovane. I ragazzi fighetti del centro e i pr ci organizzano le feste. I clienti? Ragazzi di 18-20-25 anni. Spalle ben coperte. Alcuni lasciano giù anche 2-3 mila euro a serata. Tra bocce di vodka Beluga, gin pregiatissimi e champagne», racconta il dj. Infatti, il locale è in realtà un club per soli membri interni a cui si può accedere con una quota associativa di 500 euro.
La serata della violenza
E la sera dei presunti abusi? L’Apophis ospitava la serata Eclipse dalle 23.30 alle 5. AL dj set c’erano Tommy Gilardoni, Luca Valenti e Roy Ventura. Ed è in quella occasione che la 22 ha riconosciuto Larus. Hanno ballato e bevuto. Poi sono andati a casa del figlio La Russa. Cosa sia successo dopo è ancora da definire con certezza. Intanto, le autorità stanno esaminando diverse telecamere. Forse anche quelle di questo locale. Quel che è chiaro, stando ai racconti dei testimoni dell’Apophis, è che i due fratelli «cercano da sempre di essere rilevanti nella socialità cittadina, a partire dalla nightlife. Si sono sentiti sempre nella condizione di fare come gli pare».
(da La Repubblica)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
AL CENTRO ANTIVIOLENZE DELLA MANGIAGALLI RISCONTRARE FERITE “COMPATIBILI CON LA VIOLENZA SESSUALE”
«Se verrà dimostrato quello che racconta mia figlia, e io credo a
mia figlia, lei resterà segnata per tutta la vita. Spero che chi deve indagare e giudicare sappia valutare oggettivamente i fatti, indipendentemente dalla potenza politica del padre».
Queste le parole – rilasciate a Repubblica – del padre della ragazza che ha denunciato Leonardo, figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, di violenza sessuale. Decide di rompere il silenzio mentre il padre dell’accusato continua a difendere il proprio figlio ventunenne. «Non ho dubbi su quello che racconta – afferma ancora il padre della ragazza -. Da quella notte, mia figlia è devastata».
La ricostruzione di quella notte in base alla denuncia della giovane
Finora c’è una denuncia depositata dall’avvocato Stefano Benvenuto, che assiste la giovane. La ragazza sarà convocata nei prossimi giorni in procura. Davanti al procuratore aggiunto Letizia Mannella, al pm Rosaria Stagnaro e al capo della squadra mobile Marco Calì, dovrà recuperare ricordi di quella sera. Iniziando dall’incontro con Leonardo La Russa all’Apophis club, a pochi metri dal Duomo. Dopo essersi salutati, i due bevono qualcosa e iniziano a ballare. Poi il buio. Lei si risveglia nuda nel letto del ragazzo. Chiede spiegazioni su come sia finita lì. Leonardo le dice «di aver avuto un rapporto sessuale consensuale». Lei capisce di essere a casa della famiglia La Russa perché a un certo punto vede il presidente del Senato. È da poco passato mezzogiorno.
«Ignazio La Russa – scrive nella denuncia la giovane – si è affacciato in camera e, vedendomi nel letto, è andato via». Poco dopo lei chiede di andare via. «Leonardo mi disse “pretendo un bacio, se no non ti faccio uscire”». Negli attimi successivi al risveglio, la ventiduenne scrive più volte all’amica che le spiega che lei, dopo il drink, non ha iniziato a stare bene. Secondo il legale di La Russa, Adriano Bazzoni, «la denuncia è fumosa». Al centro Antiviolenze della clinica Mangiagalli però verranno refertate un’ecchimosi, una leggera ferita a una gamba, positività a cocaina e cannabis. Sono state riscontrate nel sangue anche tracce di benzodiazepine, ma servono ulteriori esami per capire se quella sostanza è stata assunta tramite un cocktail.
Le lesioni «compatibili con la violenza sessuale»
Oggi il Corriere della Sera entra nei dettagli della refertazione della clinica Mangiagalli. Le lesioni «potrebbero essere compatibili con una violenza sessuale» afferma alla testata una fonte che lavora all’inchiesta della Procura di Milano. Il racconto è ritenuto «credibile». I pm dovranno accertare cosa è successo nell’ appartamento su due piani della famiglia La Russa nei pressi di corso Buenos Aires. L’esame ginecologico, come detto, ha accertato le tre lesioni. La questione della compatibilità è molto sdrucciolevole. Tra l’altro, spiega la testata, non sarebbe neppure un tema risolutivo per l’esito dell’inchiesta, perché il reato di violenza sessuale può essere commesso anche senza costrizione ma per induzione.
Gli investigatori della Mobile di Milano acquisiranno i tabulati dei telefonini per verificare comunicazioni e movimenti delle persone coinvolte. Non sarebbe stato ancora formalmente identificato l’altro giovane che avrebbe avuto rapporti con la ragazza, anche se il suo nome di battesimo è nella querela. Saranno acquisite anche le registrazioni delle telecamere fuori e dentro la discoteca e nei pressi dell’abitazione dei La Russa.
La chat con le amiche
Sempre il Corriere precisa che sono tre le ragazze – due amiche e una conoscente – dalle quali gli inquirenti potranno trarre, o come testimoni oculari di alcuni momenti cruciali o come interlocutrici nella mattina successiva di alcune chat, elementi utili a verificare l’attendibilità del racconto della 22enne.
Una in particolare spiega alla ragazza che dopo il cocktail non era più in sé. «Non mi ricordo nulla. Raccontami di ieri, sono stata drogata?». Domanda alla quale l’amica avrebbe risposto: «Non mi ascoltavi, penso ti abbia drogata. Non mi ascoltavi, poi sei corsa via perché non ti ho più trovata. Tu stavi benissimo fino a prima che ti portò il drink».
Stando alla denuncia, la giovane spiega che questa «mia amica mi ha anche detto che aveva provato a portarmi via non riuscendovi», «mi ha riferito che dopo l’assunzione di quella bevanda alcolica da parte di Leonardo non ero più in grado di parlare. Mi disse che ero stata drogata», e «mi scrisse di scappare». Ed è sempre questa l’amica che ha chiamato la giovane, in lacrime, appena uscita verso le 13 e 15 da casa La Russa.
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
“SE UN GIUDICE RITIENE VI SIA UN’IPOTESI DI REATO NON PUO’ ACCETTARE LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE DEL PM”
Ha difeso Silvio Berlusconi in diversi processi e, anche per questo, è diventato uno dei penalisti più famosi d’Italia.
Franco Coppi, in un’intervista al Fatto quotidiano, interviene sul caso Delmastro, per cui il gip ha deciso di predisporre l’imputazione coatta, nonostante la richiesta di archiviazione presentata dal pm.
L’inchiesta è quella relativa all’accusa di rivelazione di segreto sulla vicenda di Alfredo Cospito. Secondo fonti di via Arenula, che ovviamente fanno trasparire la posizione del ministro della Giustizia Carlo Nordio, «l’imputazione coatta nei confronti dell’onorevole Delmastro – che è anche sottosegretario alla Giustizia del governo Meloni -, come nei confronti di qualsiasi altro indagato, dimostra l’irrazionalità del nostro sistema».
L’avvocato Coppi contrasta l’idea del Guardasigilli. E spiega: «Nel nostro sistema costituzionale vige l’obbligatorietà dell’azione penale. Perciò è previsto che il pm sottoponga il suo operato al controllo del giudice. Se il giudice ritiene che vi sia un’ipotesi di reato, come fa a far finta di niente? Vorrebbe dire che si limita a ratificare ciò che chiede il pm, e non è questa la sua funzione. Così come accetta una richiesta di archiviazione, può anche rifiutarla. Se vogliono cambiare questa norma cambiassero tutto il sistema, altrimenti è una contraddizione». Anche relativamente all’indagine sulla ministra Daniela Santanchè, che ha portato il governo ad accusare parte della magistratura di fare opposizione politica, Coppi afferma: «Mi pare che si sappia da mesi che Santanché sia indagata. Io per natura non sono un dietrologo, queste tesi non mi hanno mai molto convinto. Poi, che un’iniziativa giudiziaria possa essere strumentalizzata dall’esterno, questo è certo».
(da agenzie)
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