Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile
CHI SONO I FINTI NULLATENENTI E I TRUFFATORI, BACINO ELETTORALE DEI SOVRANISTI
Che il cosiddetto “nero”, in Italia, sia ancora ampiamente
diffuso, lo dicono i dati: anche se in lieve flessione, ogni anno, circa 100 miliardi di euro continuano a mancare alle casse dello Stato. Con quegli stessi soldi, il Paese potrebbe pagare tre leggi di Bilancio.
Invece, calcola Repubblica, il peso dell’evasione fiscale è pari a 1.672 euro a cittadino, neonati inclusi. Se negli ultimi anni non ci sono state variazioni decisive dal punto di vista numerico, anche per quanto riguarda le categorie di lavoro che svolgono gli evasori il quadro resta sempre variegato.
Certo, è in crescita la quota di nero tra gli influencer, professione relativamente recente, ma gli unici che, oggi, possono definirsi davvero insospettabili sono i lavoratori e dipendenti e i pensionati: le loro tasse vengono decurtate alla fonte.
Mentre, scrive il quotidiano, circa il 70% degli autonomi è avvezzo all’evasione. Queste cifre emergono quando, per il governo, termini come “pace fiscale” e “rottamazione della cartelle” tornano al centro dell’agenda politica.
E poi ci sono le storie incredibili, come quella di un content creator segnalato all’antiriciclaggio da un direttore di banca di Ravenna. Sul conto del 25enne, con causali ambigue e tramiti bonifici emessi dall’estero, arrivavano costantemente cifre tonde di mille, 2 mila, finanche 5 mila euro.
Non milioni, ma comunque dei versamenti rilevanti che hanno fatto attivare il nucleo di polizia valutaria di Roma. È apparso subito chiaro che quei bonifici erano i proventi dell’attività di influencer del ragazzo. Inserito in un elenco più ampio di evasori digitali, al termine dell’inchiesta l’influencer è risultato colpevole di aver guadagnato circa 300 mila euro, in un anno, senza versare nella allo Stato.
Ma sono tanti, nel suo mondo, a non seguire pedissequamente le regole del fisco: un content creator, sempre segnalato da Repubblica, ha ricevuto 150 mila euro di bonifici, per i quali le tasse pagate sono pari a zero. La beffa è che, agli atti, risulta nullatenente e l’Inps ha accolto la sua domanda per il reddito di cittadinanza, per un totale di 16 mila euro percepiti.
«Noi siamo influencer, ci pagano dall’estero sulle Postepay, mica dobbiamo pagare le tasse», è un virgolettato attribuito a uno di loro. Ma l’evasione è davvero trasversale, anagraficamente e geograficamente.
A Genova, vive in un attico da 240 metri quadri Vittorio Zaniboni, un mediatore immobiliare e commerciante di auto di lusso. Possiede un parco veicoli con circa 20 mezzi, ognuno dal valore di centinaia di migliaia di euro. Ciò nonostante, agli occhi del fisco Zaniboni risultava nullatenente. Un Isee da poche migliaia di euro, zero euro dichiarati e, contemporaneamente, una vita condotta nel lusso.
Lui si è giustificato dicendo che era merito dei suoi amici generosi, ma intanto presentava richiesta al Comune di Genova per un bonus spesa durante il Coronavirus. È stato questo il passo falso che ha portato gli inquirenti a fare delle verifiche su Zaniboni, poi condannato in primo grado a 7 anni e 5 mesi. «Un’ingiustizia. In appello sarò assolto perché non ho commesso quello di cui mi accusano. Nessun tesoro, ho avuto un’eredità e di lì è partita la mia compravendita di auto di lusso. E poi, posso capire se uno mi dà due o tre anni, ma così no, ci vuole un po’ di decenza».
Zaniboni continua a vivere nell’attico nel cuore del capoluogo ligure e ha restituito almeno i sodi del buono spesa Covid.
Infine, c’è la truffa del “carosello”: un’azione ingannevole volta a eludere il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto, un metodo evasivo che viene attuato mediante una serie di passaggi di merce tra varie società operanti in Paesi diversi. È così che un 51enne di Cerignola, nel Foggiano, avrebbe accumulato un fatturato da 20 milioni di euro annui. Sulla carta, zero euro dichiarati, un nullatenente che in realtà era pronto a mettere sul mercato 51 auto di lusso con targa tedesca. Non avrebbe effettuato 1,5 milioni di euro di versamenti al fisco e, per il momento, sono stati congelati sia i veicoli dell’uomo sia i conti correnti a lui intestati.
(da Open)
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Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile
PARLA L’ATTIVISTA BIELORUSSA, OPPOSITRICE DEL REGIME DI LAKASHENKO
Pubblichiamo qui un’intervista alla dissidente bielorussa Tanja Hacura-Javors’ka, fatta in occasione di un tour di incontri che fra maggio e giugno 2023 ha visto impegnata l’attivista in diverse città italiane. Attivista anti-regime e organizzatrice di eventi culturali, nel 2022 la bielorussa Tanja Hacura-Javors’ka ha lasciato Minsk e si è rifugiata a Kyïv, dove ora è impegnata in varie attività sociali e umanitarie, con le quali sostiene e aiuta il popolo ucraino contro l’aggressione russa, senza ovviamente dimenticare la sua amata Belarus’: “Mi trovo qui ormai da più di un anno: è capitato che qualcuno avesse un atteggiamento circospetto nei miei confronti, ma in generale non ho mai percepito alcuna aggressività. E anche in tutti quegli spauracchi sulla discriminazione della lingua russa non c’è niente di vero: io quasi non parlo ucraino, ma nessuno mi ha mai offesa per questo”.
Dicci qualcosa su di te, sulla tua formazione professionale come giornalista e donna di cultura. Quando è iniziata la tua attività di protesta contro il regime bielorusso?
Sono cresciuta al momento del crollo dell’Impero sovietico e della formazione di una Belarus’ indipendente. Dopodiché, con grande rapidità, in Belarus’ ha iniziato ad imporsi la dittatura. La mia infanzia è stata accompagnata dalla carenza dei prodotti di base, dalla disoccupazione e da un alto tasso di criminalità; la mia adolescenza, invece, dagli scontri di piazza tra la polizia e i sostenitori dell’indipendenza del paese e dei valori nazionali. Ho iniziato ad andare alle mie prime manifestazioni di massa quando avevo quindici, sedici anni. In seguito, questo movimento ha perso la sua dimensione di massa, perché i leader dell’opposizione sono stati uccisi e, inoltre, molte figure influenti sono state costrette ad abbandonare il paese. All’epoca distribuivamo volantini e annunci sulle manifestazioni. Negli anni di scuola ho vissuto anche il mio primo interrogatorio quando hanno arrestato il mio amico e sodale Aleksej Šidlovski. Più avanti lo hanno condannato ad alcuni anni di prigione ed è diventato il primo prigioniero politico nella storia della dittatura di Lukašėnka. È successo nel 1996. Ho sempre cercato dei contesti in cui potevo essere il più possibile utile alla società, e mi sono iscritta alla Facoltà di giornalismo per scrivere la verità e portare avanti inchieste importanti. Ma quasi subito dopo la laurea sono entrata in un’organizzazione per i diritti umani, il “Comitato Helsinki della Belarus’” (CHB), e le mie competenze in ambito giornalistico si sono rivelate utili per scrivere report sulla violazione di tali diritti. Poco dopo ho cominciato ad occuparmi dell’organizzazione di svariate campagne di divulgazione, sempre nella sfera dei diritti umani. In generale, posso dire di aver iniziato la mia attività di protesta ancora negli anni Novanta, quando partecipavo a eventi di piazza contro il regime, e negli anni Duemila l’ho proseguita nel campo dei diritti umani, in modo più sistematico.
Raccontaci qualcosa in più sul CHB e su come, in seguito (nel 2013) è stata fondata l’associazione civile “Zvjano”, di cui poi sei diventata leader. Come ha tentato di ostacolarvi il regime?
Il CHB era una grossa organizzazione con una sua rappresentanza in diverse regioni bielorusse. Si può dire che lì mi sono davvero formata come attivista per i diritti umani e ho avuto modo di conoscere i meccanismi per difenderli. Abbiamo fatto spesso monitoraggio, scritto diversi report. Allo stesso tempo, organizzazioni così grandi hanno i loro svantaggi: l’autorità conquistata in passato è d’intralcio a uno sviluppo nel presente. I giovani aspirerebbero a forme di lavoro più moderne e creative, mentre le vecchie generazioni operano secondo piani già rodati. Così ho fondato la mia organizzazione, appunto “Zvjano” (“Anello della catena”), per fare quello che non riuscivo a fare nel Comitato. Per esempio, organizzare un festival di documentari sul tema dei diritti umani. Per quanto riguarda gli interventi del regime nel nostro lavoro, ci hanno ostacolati in diversi modi: perquisizioni, sfratti dagli uffici, chiusura degli spazi affittati proprio nel giorno in cui dovevano svolgersi i nostri eventi, congelamento del conto in banca dell’organizzazione, procedure penali nei confronti dei suoi vertici. Non hanno mai arrestato i vertici del Comitato, ma tra i nostri colleghi c’è chi ha subito procedure penali e ha dovuto scontare vere e proprie condanne in prigione. Per l’appunto il Nobel per la pace Ales’ Bjaljacki è in prigione ormai per la seconda volta, e i periodi in cui si viene incarcerati per attività legate ai diritti umani sono di durata non breve.
Sei la direttrice del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Minsk. Quando hai iniziato ad interessarti di cinema come strumento di sensibilizzazione e lotta sociale?
Ancora una volta, ho saputo che esisteva una simile forma di sensibilizzazione sui diritti umani lavorando al CHB. Un mio collega è andato a un festival simile a Varsavia e da lì ci ha portato dei materiali informativi. Mi è sembrato davvero interessante e gli ho fatto molte domande dettagliate in merito. L’anno successivo sono andata a mie spese a Varsavia per vedere come funzionava. Vivevo da amici e andavo al cinema, e quando sono partita mi hanno fatto portare a casa molti film in DVD. Allora non c’erano ancora chiavette USB o archivi cloud… Ho avuto una bella impressione, e in più sono venuta a sapere che c’era un festival simile in Ucraina, e mi è dispiaciuto che proprio in Belarus’ non ci fosse niente del genere. Ma nel Comitato non hanno appoggiato la mia iniziativa: non siamo riusciti a mettere insieme una squadra di sodali, quindi sono tornata ad affrontare la questione nella mia organizzazione, cioè all’interno di “Zvjano”. Le prime proiezioni le abbiamo allestite nel 2014.
Cosa ci puoi raccontare delle elezioni presidenziali in Belarus’? Dopo le prime, legittime, del 1994, si ritiene di solito che quelle successive siano state più o meno tutte falsificate dal regime. Tu hai votato? Quando hai iniziato a protestare in strada contro la palese falsificazione di quello che dovrebbe rappresentare un importante momento di pratica democratica?
Partecipo alle proteste da quand’ero adolescente, da prima di avere il diritto di voto. Ho sempre protestato non solo contro i brogli: ero contro la soppressione dei diritti e delle libertà, la chiusura dei giornali, la stipula di alleanze con la Russia. In generale, a parte i voti ‘rubati’, i vertici guidati da Lukašėnka hanno sempre irriso il diritto e i cittadini, e non soltanto durante le elezioni. Avevo raggiunto l’età per votare già alle elezioni del 2001, ma non sono andata al seggio, perché di per sé quelle elezioni non erano legittime. Il fatto è che Lukašėnka era stato eletto nel 1994, dopodiché ha cambiato la Costituzione sulla base di un referendum (anch’esso riconosciuto come non legittimo) e ha iniziato a conteggiare i suoi mandati presidenziali dal momento in cui sono entrate in vigore queste modifiche. Il che significa che dal ’94 al 2001 non ci sono state proprio elezioni presidenziali: lo hanno eletto per un mandato quinquennale, ma hanno organizzato le successive elezioni solo dopo sette anni. Come se non bastasse, in quei sette anni sono stati assassinati svariati leader dell’opposizione: le indagini in merito sono state interrotte, e i loro corpi finora non sono stati rinvenuti. È per questo che nel 2001 non sono andata al seggio. Poi ci sono state le uniche elezioni a cui ho votato, nel 2006. L’ho fatto perché in quel momento l’opposizione si era coalizzata presentando un unico candidato, e ho iniziato a sperare che il cambiamento fosse possibile. Non solo ho votato, ma ho anche partecipato a manifestazioni, vivendo nella tendopoli allestita nel centro della città. Nel giro di quattro giorni le tende sono state smantellate, il leader dell’opposizione ha rinunciato alla corsa presidenziale e io sono rimasta profondamente delusa non tanto dal regime, quanto dall’opposizione. Mi ha salvata dalla depressione solo il fatto che proprio in quel periodo sono entrata nel CHB e vi ho trovato un mio spazio.
Cosa ricordi, invece, delle elezioni del 2020, dopo le quali si è verificata l’ondata di proteste forse più forte della storia bielorussa recente?
Anche nel 2020 c’erano molte speranze, ed effettivamente si è trattato delle proteste più partecipate e durature del popolo bielorusso. Inoltre, una pagina importante di questa protesta è rappresentata dall’unità e dall’attivismo delle diaspore bielorusse in tutto il mondo. All’improvviso abbiamo smesso di avere paura all’interno del paese e di fare finta di niente all’estero. Ma ancora una volta, come attivista per i diritti umani, io mi preoccupavo innanzitutto delle persone. Il 10 agosto ero proprio nel luogo dove hanno sparato a un manifestante, e io stessa ho messo in salvo dei feriti con la mia macchina. Ho visto con i miei occhi quante erano le vittime e che traumi avevano riportato. Così, dall’11 agosto, io e altri volontari ci siamo impegnati negli ospedali. Portavamo ai ricoverati cibo e oggetti per l’igiene personale, gli fornivamo assistenza, e abbiamo anche cominciato a fargli domande sull’accaduto. Sulla base delle prime trentacinque interviste alle vittime abbiamo pubblicato il primo report sulla violazione dei diritti umani, che è stato diffuso tra le organizzazioni internazionali, le ambasciate, nonché presso la Commissione d’inchiesta e la Procura di Belarus’. Abbiamo chiesto che i crimini compiuti venissero indagati. In seguito la mia organizzazione, insieme ad altre, ha dato vita al Comitato per l’indagine sulle torture, che è attivo anche ora e ha avuto già modo di parlare con quasi duemila vittime. Tutto ciò costituirà, in futuro, la prova dei crimini commessi dal regime. Dunque, per quanto riguarda le proteste del 2020 – che, oltretutto, sono anch’esse finite presto –, mi ricordo del dolore che hanno portato, anche se per molti sono state delle manifestazioni molto belle.
Qual è la tua opinione sui tre più noti sfidanti di Lukašėnka alle elezioni del 2020 (Viktar Babaryka, Valeryj Tsapkala, Sjarhej Cichanoŭski)? E cosa pensi in generale dell’opposizione interna al paese?
È una domanda difficile. Nel complesso ho un’opinione neutrale nei confronti di tutti. Certo, è un dato di fatto che Babaryka e Cichanoŭski siano stati incarcerati illegalmente. Non nutro grande ammirazione nei loro confronti, perché sono sempre stati molto fedeli alla Russia e a Putin. Tsapkala ha sempre portato avanti una retorica filorussa. Babaryka, da parte sua, alla domanda su di chi fosse la Crimea, ha risposto: “della Grecia”. Cichanoŭski ha espresso allo stesso identico modo il suo rispetto nei confronti di Putin e ha visitato la Crimea occupata. Con questo non voglio gettare fango su nessuno, cerco solo di essere obiettiva: il fatto che una persona si trovi in prigione non significa che dobbiamo mettere a tacere questioni di cruciale importanza. Che si tratti di prigionieri politici che devono essere liberati, è un dato di fatto; che non siano leader che difendono gli interessi nazionali bielorussi, è anch’esso un dato di fatto. Questa è la mia opinione. E l’opposizione attuale, purtroppo, non esercita nessuna influenza sulla situazione interna al paese.
Nella tua attività il punto di non ritorno è coinciso con la mostra “La macchina respira, ma io no” della primavera 2020, che è stata immediatamente chiusa, quasi sicuramente perché l’idea alla sua base era molto distante dalla narrazione ufficiale del regime riguardo al Covid, narrazione piuttosto minimizzante, se non proprio negazionista. Da cosa dipende, a tuo parere, una simile durezza nei confronti di una mostra il cui principale obiettivo era semplicemente rendere omaggio al lavoro dei medici?
Bisogna capire che per il regime non si trattava solo di una mostra di opere d’arte, ma di un luogo e di un evento dove qualcuno si permetteva di pensare con la propria testa. Perché i vertici riscrivono la storia nei manuali scolastici, e in televisione e sui giornali mostrano quell’immagine del mondo che deve obbligatoriamente fissarsi nella testa di ciascuno. E non ci possono essere immagini alternative o riflessioni libere. In una dittatura non c’è spazio per la riflessione, la comunicazione, il dialogo. Viene deciso in alto cosa dobbiamo guardare e leggere, cosa bisogna sapere, cosa è necessario pensare di determinati fenomeni e avvenimenti. Certo, una mostra d’arte di per sé potrebbe anche corrispondere ai contenuti della propaganda, ma comunque nessuno rischierà: tutti gli spettacoli nel paese vengono passati al vaglio da una commissione prima di essere resi pubblici; vengono stampati solo i libri di scrittori “di fiducia”, e così via. E noi abbiamo annunciato che volevamo ringraziare i medici per il lavoro svolto durante il Covid, la cui esistenza veniva negata dal regime. È importante capire che, se a parte la mostra non avessimo fatto nient’altro, ce la avrebbero solo chiusa, ma difficilmente ci avrebbero arrestati. L’arresto e la persecuzione penale che sono seguiti erano legati non tanto alla mostra, ma al resto del nostro lavoro, in particolare alle indagini sui crimini compiuti durante le proteste del 2020.
Nel marzo 2022 sei stata costretta a lasciare il tuo paese e a trasferirti in Ucraina: un passo certamente estremo e molto doloroso. In che modo questa decisione è legata alle tue proteste contro l’invasione russa in Ucraina? Come ti hanno accolta a Kyїv, e in cosa consiste, ora, la tua attività in Ucraina?
Me ne sono andata da Minsk non perché ho protestato contro l’invasione e mi hanno arrestata, ma perché in quel momento la mia famiglia (mio marito, che è cittadino ucraino, e mio figlio) si trovava già in Ucraina: li avevano espulsi forzatamente dalla Belarus’, mentre a me, quando sono uscita di prigione, avevano impedito di lasciare il paese. Al momento dell’invasione dell’Ucraina dal territorio bielorusso era già un anno che vivevamo lontani. Ho deciso di attraversare il confine illegalmente, per essere vicina alla mia famiglia e aiutare gli ucraini. L’accoglienza non è stata delle migliori: non volevano farmi entrare nel paese perché ho il passaporto bielorusso, ma alla fine sono riuscita lo stesso a raggiungere il mio scopo. Non appena sono arrivata, mi sono subito messa al lavoro: abbiamo iniziato ad aiutare gli ospedali nella cura dei feriti. In particolare, raccogliamo fondi per l’acquisto di attrezzatura medica molto costosa per la terapia VAC [terapia topica negativa per il trattamento delle lesioni profonde, N.d.R.], che permette di evitare la setticemia e accelera il processo di cicatrizzazione. Inoltre, un mese fa abbiamo aperto un centro per la riabilitazione dei veterani e dei soldati ancora attivi che sono stati feriti. Ormai mi trovo qui a Kyїv da più di un anno: è capitato che qualcuno avesse un atteggiamento circospetto nei miei confronti, ma in generale non ho mai percepito alcuna aggressività. Se incontri delle persone e queste vedono che stai dalla loro parte, non avranno alcuna pretesa o risentimento. E anche in tutti quegli spauracchi sulla discriminazione della lingua russa non c’è niente di vero: io quasi non parlo ucraino, ma nessuno mi ha mai offesa per questo.
Cosa pensi dell’invasione russa in Ucraina? In Italia molti sembrano stranamente propensi a “comprendere le giuste ragioni di Putin”, ma spesso dimenticano le ragioni dei cittadini ucraini, che preferirebbero non venire bombardati ogni notte… Tu hai ora la possibilità di vedere tutto con i tuoi occhi e di sperimentare questa invasione direttamente… Cosa puoi dirci in merito?
Ritengo che quest’invasione sia un crimine mostruoso. Ma non va dimenticato che la guerra è iniziata nel 2014, e all’epoca non c’è stata una reazione adeguata da parte della comunità internazionale. Perciò questa nuova fase del conflitto è una conseguenza dell’impunità di Putin per la violazione della sovranità dell’Ucraina, avvenuta otto anni fa. Se la comunità internazionale permetterà anche questa volta a Putin di prendersi una parte del territorio, dei cittadini, delle risorse dell’Ucraina attraverso dei negoziati per così dire “di pace”, tra cinque-sette anni continuerà la sua offensiva verso Kyїv. Penso che per la sicurezza dell’Europa e del mondo ci debba essere un solo esito: la completa sconfitta della Russia e la restituzione dei territori occupati.
Ultimamente sei stata protagonista di un’importante serie di incontri in Italia, all’interno dei quali hai potuto mostrare alcuni aspetti del tuo lavoro e dialogare con il pubblico in diverse città, da Napoli a Trento, fino alla Sardegna. Qual è stata a tuo parere la reazione del pubblico italiano a questi eventi? C’è stato qualcosa che ti ha sorpreso in particolare?
Mi ha sorpreso il fatto che moltissimi italiani ritengono che nella guerra contro l’Ucraina “non sia tutto così chiaro”: alcuni sostengono che il problema siano gli ucraini che si rifiutano di negoziare, altri che la colpa di questa guerra sia della NATO e degli americani. Non nego che i potenti della Terra influiscano significativamente sul corso degli eventi e, va da sé, che ogni paese cerchi un tornaconto innanzitutto per sé. Ma non è stata la NATO ad attaccare l’Ucraina, non sono gli americani a bombardare i civili ucraini e non è la Cina a portare forzatamente in Russia i cittadini ucraini. La colpa di questi crimini e di queste morti è solo di Putin e dei vertici russi. Quando la nostra posizione è sulla falsariga del “la NATO/gli americani dovevano fermare tutto questo, ma non l’hanno fatto”, affranchiamo Putin e il ministro della difesa russo Šojgu dalle loro responsabilità. La guerra è scoppiata non perché qualcuno non ha fatto qualcosa, ma perché Putin l’ha iniziata. Inoltre, è sorprendente il fatto che sia ancora vivo il mito sui nazisti ucraini, sul fatto che in Ucraina ti perseguitano se parli russo. La verità è che in Ucraina c’è una sola lingua di Stato, e i documenti amministrativi, l’istruzione, la televisione ecc. sono in ucraino, ma nessuno perseguita i cittadini se parlano russo. Lo posso confermare come russofona che quasi non parla l’ucraino. Un’altra opinione corrente che mi ha sorpreso è quella secondo cui bisognerebbe fermare la guerra a ogni costo ora, bloccare il conflitto nei confini entro cui si trovano, adesso, le truppe ucraine e russe. Come ho già detto, se lasciamo tutto così com’è, daremo a Putin la possibilità di riprendere forza e, tra cinque anni, tentare nuovamente di conquistare Kyїv. Ma il problema non è solo questo: che fare, infatti, con i cittadini ucraini che l’esercito russo ha conquistato insieme ai territori occupati? Forse l’Ucraina può permettersi di voltargli le spalle, di non lottare per la loro vita, le loro case e il loro futuro? Inoltre, se le cose andassero così, significherebbe che il mondo intero ha chiuso gli occhi davanti a palesi crimini di guerra. Migliaia di civili uccisi, fosse comuni, stupri di donne e bambini: tutto ciò resterebbe impunito, e sarebbe inammissibile. Dobbiamo aiutare l’Ucraina a riavere i suoi cittadini, i suoi territori e un po’ di giustizia.
Purtroppo in Italia la cultura, la letteratura e il cinema bielorussi sono poco noti: forse qualcuno conosce Svjatlana Aleksievič (Premio Nobel per la letteratura 2015), il poeta Dmitrij Strocev (Premio Ciampi Valigie Rosse 2021), mentre ultimamente è stato tradotto anche lo scrittore quarantenne Saša Filipenko. Quali scrittori e registi del tuo Paese ti senti di consigliare ad un pubblico italiano?
Per quanto riguarda film e libri contemporanei, purtroppo è difficile che qualcosa sia stato tradotto in italiano. I nostri rapporti culturali per ora sono poco sviluppati, a mio parere. Nondimeno, sono sicura che il pubblico italiano potrà trovare in traduzione le opere di Vasil’ Bykaŭ. Lui stesso ha combattuto durante la seconda guerra mondiale e ha scritto appunto sulla guerra, sui momenti in cui una persona si trova in una situazione liminare. I suoi libri sono incentrati sulla difficoltà della scelta, e non forniscono risposte alle domande che pongono, al contrario: mettono davanti al lettore questioni su cui egli, forse, non aveva mai riflettuto. A proposito, Bykaŭ è anche autore di un racconto intitolato Ballata alpina, ambientato in Italia [di Bykaŭ sono usciti in italiano Gli ultimi tre giorni (1974), Ballata alpina e altri racconti (1987), La cava (1989), Caccia all’uomo (1992), La disfatta (2000), N.d.R.]. Anche tra i film consiglierei di vedere un classico, uno dei film antibellici più potenti di sempre: Va’ e vedi di Ėlem Klimov, girato sulla base dei testi scritti dal bielorusso Ales’ Adamovič.
Francesca Lazzarin
(da Huffingtonpost)
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Luglio 22nd, 2023 Riccardo Fucile
DOPO LE EUROPEE, MEDITA CAMBIAMENTI RADICALI NEL SUO PARTITO E NEL GOVERNO… VIA LA FIAMMA DAL SIMBOLO DI FRATELLI D’ITALIA (SAREBBE ORA DI NON CONFONDERE UN PARTITO ASOCIALE E REAZIONARIO CON QUELLO CHE FU IL VECCHIO MSI)… UNA MOSSA PER RASSICURARE IL PPE E RIMPASTO DI GOVERNO, SE NON ADDIRITTURA UN “MELONI BIS”
Il caso, che gratta gratta tale non è, si chiude con una telefonata
di prima mattina: Giorgia Meloni chiama Marina Berlusconi. Antefatto: la dichiarazione a Palermo sulla figlia del Cav. “che non è un soggetto politico”. Frase su cui inzuppare il biscotto della polemica. Le due ci scherzano sopra e d’accordo, come raccontano a Mediaset, decidono che sia la primogenita dell’ex leader di Forza Italia a uscire con una nota nel “nome del massimo rispetto e della massima stima” per la premier.
Secchiate di acqua gelida sulle interpretazioni della lettera inviata da Marina Berlusconi al Giornale contro “chi perseguita il padre da defunto” e in particolare sui magistrati della Procura di Firenze che indagano sulle stragi del ‘93.
Anche se Meloni con una battuta delle sue commenta che non “è lei ad avere un problema con Marina, ma forse è Forza Italia ad avere un problema” (vedi Tajani e Ronzulli). Bazzecole, o quasi.
Le vere faccende sono più profonde. La leader si sente poco sostenuta dal suo partito (in preda, specie alla Camera, a piccole ripicche dei capicorrente). Poi ci sono i ministri, che quando parlano le fanno drizzare i capelli. E infine c’è la vicenda di Ignazio La Russa, della quale ha parlato anche con il Capo dello stato. Rientra sotto il titolo: grane giudiziarie e affini.
Su Daniela Santanchè la premier ha rassicurato il Quirinale che “non si immolerà per lei”, in attesa certo che spuntino novità sostanziali dalla procura. Diverso il destino della seconda carica dello stato. Per il momento è stato “imbavagliato”, dicono con rudezza in Via della Scrofa, ma l’idea che possa essere testimone di un processo per violenza sessuale non fa star tranquilli. Né a Palazzo Chigi, dove si guarda al consenso, né sul Colle, dove si custodisce l’architettura istituzionale.
Ecco perché, complici le europee, Meloni sogna e progetta “un grande reset”: nel partito, ma anche nel governo. Non c’è solo la voglia di candidarsi di Francesco Lollobrigida, rivelata dal Foglio, c’è molto di più. Innanzitutto Atreju, la festa del partito, è stata rinviata: da settembre, doveva tenersi al Galoppatoio di Villa Borghese, slitterà a dicembre.
Se ne riparlerà invece dopo le europee del congresso di Fratelli d’Italia (l’ultimo si celebrò a Trieste nel 2017) e della conferenza programmatica. Sarà l’incrocio di questi due appuntamenti a sancire una svolta che ormai non è più un tabù. Anzi, se ne discute quasi pubblicamente: la “musealizzazione” della Fiamma che uscirà dal simbolo, “ma rimarrà sempre nei cuori dei patrioti”.
E sarà questa svolta, una sorta di Fiuggi bis, il viatico per lanciare il grande partito dei Conservatori italiani che spesso accarezza la premier, già leader di quello europeo, d’altronde.
Meloni oscilla tra cattivi pensieri e un’agenda fittissima di appuntamenti internazionali rispetto ai quali “vuole stare sempre sul pezzo”. Ma sono le beghe interne a farle scuotere la testa, a consumare sigarette come caramelle, a spingerla a esclamare che a volte si sente come chi “scava a mani nude la roccia”.
Soprattutto Meloni pensa a un grande reset se l’andazzo non dovesse cambiare. Non si tratta solo di sostituire semmai Lollobrigida (inviato a Bruxelles a gestire una nuova fase e magari un appoggio esterno a un’Ursula bis in cambio di un posto da commissario) e nemmeno di cambiare la pedina del Turismo, dopo l’uscita di Santanchè che viene data da tutti come acquisita (questione di pochi mesi). La premier con l’occasione del voto di giugno ha in mente una scossa alla sua squadra di governo con un rimpasto importante o addirittura un Meloni bis, se gli alleati, vedi la Lega, dovessero mettersi di traverso dopo i risultati deludenti delle urne.
E’ una tentazione che chi la conosce da sempre non esclude (nella lista dei ministri nel mirino ci sono anche Gilberto Pichetto Fratin di FI e la leghista Alessandra Locatelli).
Poi c’è tutto il capitolo La Russa, quello più delicato. La seconda carica dello stato è stata silenziata: fortuna per lui che la cerimonia del Ventaglio con la stampa parlamentare, nel giorno della sfiducia a Santanchè, da protocollo non prevederà domande, ma solo un intervento del padrone di casa.
E però, chi è vicinissimo a Meloni sa che potrebbe perfino consigliare, magari senza fortuna, un passo indietro al fratello maggiore Ignazio se la situazione processuale del figlio dovesse trascinarlo nei tribunali.
(da Dagoreport)
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Luglio 22nd, 2023 Riccardo Fucile
FDI 27,2%, PD 21%, M5S 16,5%, LEGA 10,1%, FORZA ITALIA 7,1%
Il Partito Democratico si avvicina, anche se a piccoli passi. Certo, così potrebbe volerci un’eternità, ed è troppo presto per mettere in discussione seriamente il dominio di Fratelli d’Italia nei sondaggi politici.
Secondo l’ultima rilevazione di Euromedia Research, però, il trend del Pd è ancora in crescita, mentre quello di Giorgia Meloni e i suoi ancora in calo. Il sondaggio firmato da Alessandra Ghisleri, pubblicato oggi su La Stampa, registra anche il ritorno della Lega in doppia cifra (non si vedeva sopra i dieci punti da circa un anno) e il segno positivo per Movimento 5 Stelle e Forza Italia.
Nell’ex Terzo Polo è battaglia punto su punto tra Matteo Renzi e Carlo Calenda, che ancora non si è ben capito che rapporto politico intendano avere in futuro. Il gruppi parlamentari, nel frattempo, restano uniti in un clima abbastanza surreale.
Il primo partito nelle intenzioni di voto, secondo il sondaggio di Euromedia Research, è sempre Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che però perde un altro 0,2% in due settimane e scende al 27,2%. Non è ancora tempo di guardarsi le spalle per la presidente del Consiglio e i suoi, ma il Partito Democratico di Elly Schlein continua ad avvicinarsi, anche se molto lentamente: i dem registrano un più 0,2% e salgono al 21,0%. Tra i primi due partiti, al momento, ci sono poco più di sei punti di distacco. Erano mesi che la distanza non appariva così corta.
Nel frattempo cresce anche la seconda forza d’opposizione: il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte porta a casa un più 0,2% che vale il 16,5%.
Dopo quasi un anno, la Lega di Matteo Salvini torna in doppia cifra: grazie a un più 0,3%, il Carroccio passa al 10,1%.
A seguire c’è sempre Forza Italia di Antonio Tajani, che registra un più 0,1% e sale al 7,1%.
In casa ex Terzo Polo, invece, è battaglia di zero punto in zero punto: Azione di Carlo Calenda cala dello 0,1% e si ferma al 4,1%, mentre Italia Viva di Matteo Renzi guadagna proprio lo 0,1% e sale al 4,0%. L’alleanza Verdi e Sinistra perde lo 0,2% e scivola al 2,3%, con +Europa che segue stabile al 2,0%. Chiudono le intenzioni di voto Per l’Italia con Paragone all’1,7% (meno 0,3%) e Noi Moderati stabile allo 0,5%.
(da Fanpage)
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Luglio 22nd, 2023 Riccardo Fucile
I NUMERI SUI MIGRANTI ARRIVATI IN ITALIA MOSTRANO IL FALLIMENTO SOVRANISTA
Circa tremila ospiti nell’hotspot di Lampedusa, una struttura
che può contenere in teoria massimo 400 migranti. Qualcosa nella gestione dell’immigrazione non sta funzionando, e il governo Meloni lo sa bene, anche se la premier si ostina a ripetere che il suo esecutivo sta inanellando una serie di successi.
Ultimo in ordine di tempo il memorandum siglato con la Tunisia: secondo la narrazione del governo, e in particolare del ministro dell’Interno Piantedosi, l’accordo sui migranti equivale a un blocco navale. In realtà le cose non stanno affatto così.
Perché il presidente tunisino Kais Saied si è impegnato soltanto a riammettere i suoi connazionali che arrivano in Italia, non i migranti di altre nazionalità.
Come del resto Tunisi faceva già, sulla base di un accordo bilaterale di riammissione in vigore da tempo. Un dettaglio non da poco che smonta totalmente i toni trionfalistici di Meloni, dal momento che degli oltre 80mila migranti sbarcati in Italia nel 2023, ben 43mila provengono dalla Tunisia, ma non sono in maggioranza tunisini: si tratta sì di persone partite dalle coste tunisine, ma provenienti da altri Paesi africani. Come si vede dalla tabella delle nazionalità dichiarate al momento dello sbarco, relativa al 2023, il gruppo più grande è quello della Costa d’Avorio (9.732 migranti), seguito da Guinea (9.566) ed Egitto (7.751). Hanno invece detto di essere tunisini 5.681 migranti.
Ora, è chiaro che il memorandum è stato firmato da pochi giorni, ma viste le premesse è difficile che possa ribaltare la situazione. La verità, come spesso succede, sta nei numeri, non nelle chiacchiere: proprio in questi giorni è stata ampiamente superata la soglia di 80mila arrivi da inizio anno, contro i 105mila dell’intero 2022.
Secondo i dati da poco divulgati dal Dipartimento della Pubblica sicurezza, con il cruscotto statistico che mette a confronto il numero dei migranti sbarcati dal 1 gennaio 2023 al 21 luglio 2023, con i dati riferiti allo stesso periodo degli anni 2021 e 2022, la situazione è allarmante: nel 2021 infatti, nel periodo compreso tra gennaio e luglio, erano approdati nelle nostre coste 25.149 migranti; negli stessi mesi del 2022 se ne contavano 33.972. E quest’anno, al 21 luglio, sono già 83.439 i migranti sbarcati da noi.
Secondo i dati del Dipartimento della Pubblica sicurezza, nel mese di luglio si è registrato il picco: se nel luglio 2021 si erano registrati 8.609 arrivi, l’anno dopo si contavano 13.802 migranti sbarcati. Quest’anno il numero è schizzato: siamo già a 17.924 persone giunte nel nostro Paese.
Dati questi che cozzano vistosamente con i messaggi veicolati da Meloni e dal governo, che sembra non vedere quello che sta succedendo in queste ore a Lampedusa: nella struttura di contrada Imbriacola ieri c’erano oltre 3.300 persone, e sebbene siano in programma trasferimenti, il sovraffollamento del centro non si risolverà nel giro di poche ore. Sull’isola si contano già 18 sbarchi dalla mezzanotte di ieri.
Il governo Meloni però dimentica che nell’estate del 2021 utilizzava gli stessi argomenti per attaccare il governo e l’allora ministra dell’Interno Lamorgese, accusandola di “fallimento” nella gestione dell’emergenza immigrazione. Francesco Lollobrigida, che in quel momento era capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, chiedeva le dimissioni di Lamorgese e tuonava così: “Centinaia di immigrati arrivati a Lampedusa e trasferiti in un hotspot già stracolmo. Altri giunti a Messina, di cui alcuni già espulsi dall’Italia. Da gennaio ad agosto oltre 35mila arrivi illegali rispetto ai circa 5mila dello stesso periodo del 2019. Numeri che certificano l’inadeguatezza di Lamorgese e la sua incapacità nel fermare gli sbarchi. Oltre alle dimissioni del ministro dell’Interno, la soluzione era e resta il blocco navale immediato”.
Adesso che Fratelli d’Italia non si trova più all’opposizione, ma a Palazzo Chigi, nessuno del governo sembra badare più alle cifre, e di quel ‘blocco navale immediato’, che tanto era stato promesso e invocato da Giorgia Meloni in campagna elettorale, non c’è neanche l’ombra.
Quello che rimane alla premier per coprire l’imbarazzo è solo tanta retorica. Se non avesse dei risvolti drammatici, oggi farebbe sorridere quell’impegno dichiarato in conferenza stampa a Cutro, all’indomani del naufragio in cui hanno perso la vita 94 persone, (il numero preciso dei dispersi non è stato mai accertato): “Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo”. Frasi altisonanti che evidentemente hanno prodotto fino a dora ben pochi risultati.
(da Fanpage)
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Luglio 22nd, 2023 Riccardo Fucile
LE MISURE PROPOSTE RISCHINO DI PEGGIORARE LA SITUAZIONE IN ITALIA: L’ABOLIZIONE DELL’ABUSO D’UFFICIO È LA MISURA MENO CONDIVISA
Il funzionamento della giustizia si conferma tema sensibile e centrale nel dibattito politico. Lo è stato da tempo, d’altronde, e ha segnato l’ultimo trentennio. La scomparsa di Silvio Berlusconi faceva ipotizzare che ci sarebbe stato un raffreddamento del tema, che ha accompagnato tutta la carriera politica del Cavaliere.
Al contrario, in queste ultime settimane, assistiamo a un re-infiammarsi della questione. Dalla separazione delle carriere alle intercettazioni, dal concorso esterno in associazione mafiosa alla revisione della prescrizione, il dibattito politico si è spesso arroventato.
Proprio negli ultimi giorni, il presidente Mattarella ha apposto la propria firma al ddl Nordio autorizzandone l’invio alle Camere (qui: cosa prevede la riforma).
Abbiamo quindi interpellato gli italiani su questi aspetti. In primo luogo, abbiamo testato le quattro principali modifiche previste dalla riforma verificando se i nostri intervistati le ritenessero positive o meno.
Rispetto all’eliminazione del reato di abuso di ufficio (che ha visto tra l’altro un ampio consenso tra i sindaci del centrosinistra), prevale l’idea che sia un errore. Lo sostiene il 47% degli intervistati, con punte elevatissime tra gli elettori di Partito democratico e Movimento 5 Stelle, mentre il consenso espresso dagli elettori di centrodestra non è corale: arriva al 51% tra gli elettori di Lega e Forza Italia, rimane al 48% tra gli elettori di Fratelli d’Italia.
Anche sulle limitazioni delle imputazioni per il traffico di influenze e sul divieto di ricorso da parte dei pm dopo l’assoluzione di primo grado prevale, sia pur di misura, l’opinione negativa. Con la classica divisione tra le aree elettorali (centrodestra più d’accordo, centrosinistra critico) ma con apprezzabili perplessità in entrambi gli schieramenti. Solo sulla stretta alla pubblicazione delle intercettazioni prevale, di strettissima misura, l’idea che sia una scelta giusta.
E nel suo insieme la riforma proposta vede il prevalere delle perplessità: il 40% infatti ritiene che alla fine le misure proposte rischino di peggiorare la condizione della giustizia in Italia, mentre il 27% pensa che al contrario migliorerà almeno in parte le cose. Se guardiamo agli orientamenti politici, gli elettori di centrodestra la approvano, ma con meno convinzione di quanto la respingano gli elettori di Pd e M5S. Più di un quarto degli elettori di centrodestra non esprime un’opinione, percentuale che scende rispettivamente all’11% e al 17% tra gli elettori di Pd e M5S.
Ma questa difficoltà a esprimersi è davvero diffusa e riguarda tra un quarto e un terzo degli intervistati a seconda del tema proposto (33% per la valutazione complessiva della riforma). Si tratta di un tema ostico e difficile. È un dato che si massimizza tra i meno politicizzati, incerti o astensionisti, dove oltre il 50% non sa dare un giudizio generale sulla riforma. E vale la pena di sottolineare che, tra questi ultimi elettori, chi si esprime evidenzia una posizione negativa sulla riforma in generale e nei suoi singoli aspetti. È un elemento che può indurre ad ulteriori cautele proprio nel centrodestra, nell’ipotesi di produrre resistenze tra elettori potenziali.
Abbiamo poi parlato della politicizzazione della magistratura. Nell’ambito della maggioranza si è infatti ipotizzato che, di fronte a diverse vicende (dal caso di Delmastro a quello di Santanchè, sino a La Russa), vi fosse un accanimento politico dei magistrati, posizione poi rientrata. Gli italiani fanno fatica a valutare questo aspetto: 43% non sa esprimersi, 29% ritiene che i magistrati stiano esercitando un ruolo politico di opposizione al governo, 28% è in disaccordo.
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 22nd, 2023 Riccardo Fucile
IL “CUOCO” HA UN RUOLO CHIAVE NELLE TENSIONI CON LA POLONIA, MENTRE LA RUSSIA DIVENTA “UN PAESE WAGNERIZZATO”
Uno il golpe contro Putin l’ha fatto, seppure a metà. Eppure è
libero, può viaggiare, ha mantenuto il suo patrimonio e si trova in Bielorussia da dove insieme ai suoi mercenari promette futuri sfracelli.
L’altro il golpe l’aveva solo evocato, ma l’hanno messo in galera per “estremismo”.
Le vicende di Yevgeny Prigozhin e di Igor Girkin, nom de guerre Strelkov, si intersecano e si dividono nel gioco di specchi della realtà russa. Il Cremlino ha inaugurato la purga degli ultra-nazionalisti critici del regime. Ma ne tiene fuori l’uomo in teoria più pericoloso.
Perché Prigozhin può ancora far comodo, in un Paese ormai assuefatto all’illegalità e alla violenza. E che per la sua politica e le sue guerre ha bisogno di persone fuori dall’ordinario, se non di veri criminali — spiegano alcuni osservatori. Lo dimostra il ruolo della Wagner nel contrasto che lo zar sta alimentando con la Polonia. La purga riguarda gli strombazzatori divenuti inutili. I servizi del “cuoco” e della sua Wagner, invece, potrebbero ancora essere produttivi per Putin.
“Nessuno è intoccabile”
“C’è sempre meno spazio per i super-patrioti che creano problemi, il Cremlino ha smesso di tollerarli”, dice a Fanpage.it Anna Arutunyan, ricercatrice del Kennan Institute, autrice di ”Hybrid Warriors” e “The Putin Mystique”. «L’ammutinamento di Prigozhin è nato dall’opposizione all’inquadramento della Wagner sotto il ministero della Difesa, ma le sue sparate contro l’apparato militare hanno finito per dar voce a molti ‘falchi’ che hanno propagato l’idea del fallimento della guerra e della necessità di concluderla in qualche modo”. I patrioti disfattisti non saranno più sopportati, spiega l’analista russa.
Eppure Igor Girkin è stato sopportato a lungo. L’ex ufficiale dell’Fsb che — parole sue — nel 2014 “tirò il grilletto” dell’intervento russo nel Donbasss, per poi diventare “ministro della Difesa” dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, fin dall’autunno di quell’anno iniziò a dirne di tutti i colori contro i leader di Mosca che non si decidevano a invadere in grande stile l’Ucraina. Quando poi, nel 2022, l’invasione c’è stata davvero, non ha smesso di inveire: “è una scelta sbagliata e comunque pianificata male”, ha scritto a ripetizione nei suoi blog. Ma nessuno lo ha mai toccato.
Strelkov, che significa grosso modo “tiratore”, è un criminale di guerra condannato all’ergastolo da un tribunale olandese, che lo ha ritenuto tra i diretti responsabili della strage del volo MH17. Lui riconosce una responsabilità morale ma dice di non aver premuto il bottone. La Russia lo ha tenuto bene al sicuro. E il Cremlino ha sempre digerito le sue invettive senza reagire. “Aveva protezioni nell’Fsb”, hanno detto ad Anna Arutunyan fonti moscovite. Chi pensa che l’arresto sia dovuto al fatto che ultimamente abbia esagerato, definendo Putin “una nullità e un codardo” probabilmente si sbaglia. Il suo arresto indica piuttosto un cambiamento di linea del regime: “nessuno è intoccabile”, è il messaggio.
Le purghe degli inaffidabili
La repressione non riguarda più solo gli oppositori liberali del presidente ma anche i cosiddetti “patrioti” di destra diventati inaffidabili. Paradossalmente, l’accusa di “estremismo” contro Strelkov è la stessa con la quale un procuratore ha appena chiesto altri 20 anni di galera per Alexei Navalny. Per tacer del paradosso che la Russia ha protetto Strelkov dall’ergastolo per la morte di 298 persone (tante furono le vittime sul volo MH17) e lo persegue ora per aver parlato male di Putin. Non c’è niente di paradossale, invece, nelle purghe del regime contro i suoi stessi ultras: è già successo ai tempi dell’Unione Sovietica. Il Leviatano è cannibale e non esita a mordere i figli un tempo prediletti.
Gli ultra-nazionalisti sono spaventati. Anche perché, come sempre in tempi di torbidi, alle purghe si sovrappongono i regolamenti di conti. L’arresto di Strelkov è avvenuto — almeno ufficialmente — sulla base della denuncia di un medico militare della Wagner. Tra “il cuoco” e “il tiratore” non correva buon sangue. È immediatamente seguito l’arresto di un altro protagonista dell’intervento russo di nove anni fa in Donbass, Pavel Gubarev, ex miliziano di un gruppo paramilitare nazi-fascista fattosi “governatore” del Donetsk. Erano giorni confusi in cui, all’ombra dei proclami politici, nei territori ucraini improvvisamente diventati irredentisti si incontrarono e si scontrarono ambizioni personali e interessi economici.
In alcuni casi si tratta probabilmente di faide, ma in generale il regime ha approfittato della crisi creata con la interrotta “marcia su Mosca” della Wagner per creare terrore e colpire chi considera infedele. E non si tratta solo di persone in qualche modo legate a Prigozhin, come il generale Sergei Surovikin che secondo più fonti tra cui il giornale russo Verstka è agli arresti domiciliari. Non era un uomo del “cuoco”, per esempio, il generale Ivan Popov, rimosso dall’incarico per aver detto ai suoi superiori che sul campo di battaglia le cose stanno andando male.
L’utilità di Prigozhin
Intanto, chi probabilmente sarà contento dell’arresto di Strelkov è proprio Prigozhin. Che con “il tiratore” aveva litigato di brutto. Si è parlato molto di smembramento della Wagner, di esproprio di attività e della possibilità che Prigozhin venga presto fatto fuori fisicamente. Ma al momento il protagonista dell’abortito ammutinamento sembra uscire da questa vicenda come un vincitore. A Mosca circola una storiella: ”Prigozhin non è arrivato al Cremlino il giorno del suo ‘mezzo golpe’ ma ci è entrato cinque giorni dopo, e disarmato: non ha avuto bisogno di armi per raggiungere il suo obiettivo”. Il riferimento è al colloquio di tre ore tra Putin, il “cuoco” e i capi di Wagner avvenuto il 29 giugno. Quali accordi siano stati presi non lo sappiamo. Fatto sta che a Prigozhin sono stati restituiti i soldi sequestrati, che ha potuto viaggiare liberamente tra San Pietroburgo, Mosca e la Bielorussia e che ora si trova nello stato vassallo del Cremlino a capo di quel che rimane del suo esercito privato. E Strelkov è in prigione.
Secondo il direttore di Novaya Gazeta Europe, Kirill Martynov, “Prigozhin ha ancora qualcosa da offrire al Cremlino, e per questo il caso della sua ribellione è stato così rapidamente e misteriosamente chiuso”. Putin “ritiene ancora che, come capo di Wagner, come sicario, come colonialista africano e come media manager, Prigozhin sia in grado di fornirgli servizi unici”, ha detto Martynov in un’intervista con Current Time. ”Prigozhin potrà essere molto utile in futuro a questo regime per i suoi interessi in Africa”, dove può esercitare sia forza militare sia ‘soft power’, spiega Anna Arutunyan. “Naturalmente, quanto avvenuto alla fine di giugno comporterà un maggior grado di controllo su Wagner, e Prigozhin resta sotto osservazione”.
In realtà, la presenza dei mercenari Wagner e del loro capo in Bielorussia viene già utilizzata da Putin. In Europa. Il leader del Cremlino ha accusato pubblicamente la Polonia di voler invadere la Bielorussia. Non ha fornito prove ma ha aggiunto che Mosca “si servirà di tutti i mezzi a sua disposizione” per difendere il Paese di Lukashenko. Compresa la Wagner, ovviamente. Che per ora non combatte ma è già diventata un mezzo per far pressione e agitare le acque nel campo Nato.
Una Russia “wagnerizzata”
“La Federazione Russa ha aderito a Prigozhin, ai suoi metodi, ai suoi affari. Perché non può esser più governata con metodi normali”, dice Kirill Martynov. “Questa guerra non può esser condotta con l’aiuto di una normale burocrazia e di un normale esercito, vista la quantità di crimini che si prefigge”. Il Paese di Putin si è abituato alla violenza e il suo governo non sembra volerne fare a meno. O forse non può.
“La violenza è diventata una cosa normale in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina”, è la riflessione del sociologo Greg Yudin. “È stata presente fin dagli anni Novanta, quando il Paese era nel caos dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma oggi la violenza è vissuta allo scoperto, inculcata nelle menti dei ragazzini fin dalla scuola, con le nuove leggi sull’indottrinamento anche militare e le lezioni obbligatorie di ideologia. La guerra, le armi e la demagogia bellicista sono state normalizzate”, commenta a Fanpage.it l’accademico moscovita. “In questo senso si può forse dire che la Russia si è ‘wagnerizzata’. E non è una cosa che ha in alcun modo a che vedere con la mentalità o la memoria storica dei russi: è solo quanto imposto dal regime per far funzionare il Paese a suo piacimento”.
Sembra una visione esagerata e sconfortante. Ma basta guardare per un po’ la tivù di stato per capire quanto sia realistica. “I russi devono imparare a uccidere, per il futuro dei loro figli”, dice sul primo canale il professore della prestigiosa università Hse di Mosca Dmitry Evstafiev imboccato dal presentatore Vladimir Solovyov — che fino a poco tempo fa veniva invitato come “giornalista russo” anche nei talk show italiani. Poco dopo, immagini dello stesso Solovyov sul fronte ucraino, dove il “giornalista” spara al nemico con un pezzo di artiglieria e poi sghignazza felice. Sulla stessa rete, la propagandista Olga Skabeeva si augura “la distruzione di ogni cosa vivente nella regione di Karkhiv”, in Ucraina. E un bel bombardamento nucleare su qualche capitale europea. Un Paese così può anche disfarsi degli Strelkov ma continua ad aver bisogno dei Prigozhin.
(da Fanpage)
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Luglio 22nd, 2023 Riccardo Fucile
IL NUOVO DIKTAT È: “BISOGNA PARLARE MENO”: NEL MIRINO, OLTRE A NORDIO, CI SONO ANCHE ADOLFO URSO E GIUSEPPE VALDITARA
L’imbarazzo per le esternazioni di Nordio, dopo il caso Santanchè. L’insofferenza per le sortite pre-elettorali di Matteo Salvini e le frizioni con Urso, Casellati, Valditara. Le grane, per Giorgia Meloni che governa con un consenso che i sondaggi continuano a rilevare alto, arrivano dai ministri. Mai la premier si era trovata con tanti problemi interni. E con dubbi così corposi su alcuni compagni di viaggio.
Che la personalità ingombrante di Nordio non fosse facile da gestire si sapeva dall’inizio. Ma di certo il giudizio del Guardasigilli sulla necessità di abolire il concorso esterno in associazione mafiosa, ha costretto la presidente del Consiglio a una reprimenda che voleva evitare: «Le cose che si voglio fare si fanno e del resto si può evitare di parlare», ha detto Meloni, consigliando al giurista Nordio «di essere più politico»
Ora, con la prospettiva di una riforma della giustizia arrivata in Parlamento carica dei dubbi di Sergio Mattarella, ma con Nordio abbarbicato all’abolizione dell’ abuso d’ufficio, i rapporti rischiano di diventare ancora più difficili. Bisogna parlare meno, è il messaggio della premier.
Un appello che alcuni fedelissimi, come Francesco Lollobrigida, il cognato della premier al centro delle polemiche per le sue affermazioni sulla sostituzione etnica, sembrano aver recepito […].
Quella di Santanchè è una vicenda di certo più delicata. L’indagine su Visibilia ha lasciato il segno. La Lega si è allontanata, la premier non è intervenuta ma è tutt’altro che contenta […] . E non è sfuggito ai più che lunedì, dopo il via libera in Cdm alla riforma della disciplina delle guide turistiche, Santanchè si sia venduta il risultato con enfasi: «Stiamo lavorando alla rivoluzione industriale del settore».
Silenzio assoluto, invece, da Meloni. Il feeling, da tempo, è difficile con altri ministri. La premier non ha gradito la gestione dello sciopero dei benzinai e nemmeno altre mosse di Adolfo Urso, ad esempio sul caso Lukoil e il via libera per la gestione dell’impianto di Siracusa a Goi, la società cipriota con molti legami con i russi. In casa Fratelli d’Italia molti hanno notato lo sgarbo istituzionale di Meloni che ha lanciato il progetto del liceo del Made in Italy senza citare il ministro, che aveva lavorato a questa proposta.
Chi si aspettava di più, dalla propria esperienza di governo, è la ministra delle Riforme Elisabetta Casellati, messa ai margini dai tavoli di confronto con l’opposizione […] sulle riforme. E certamente non protagonista del lavoro che ha portato alla proposta di premierato. L’ex presidente del Senato […] è finita in un cono d’ombra. E lo soffre.
Meloni ha confidato ai suoi di non aver gradito più di un’uscita del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: in particolare la gestione della polemica per la maestra sospesa per aver fatto recitare l’Ave Maria in classe. FdI con note ufficiali si è schierata al fianco della maestra contro la sospensione di 20 giorni dal servizio, invece il ministro ha difeso la linea del provvedimento disciplinare.
Diverso il discorso di Salvini: i rapporti con il vicepremier, che è anche il leader del secondo partito della coalizione, sono da sempre travagliati. Basti ricordare che i due non si parlarono per due mesi dopo il voto per il Quirinale. Da qualche tempo l’atteggiamento della Lega […] indispettisce la presidente del Consiglio. Le critiche del Carroccio per i ritardi nei provvedimenti dopo l’alluvione in Emilia Romagna, gli affondi sul Mes e infine il rilancio sul condono fiscale: mosse che, a giudizio della premier, nascondono anche una ricerca di visibilità. E che necessitano di un chiarimento con Salvini.
Di certo, la strategia finora adottata è stata quella di silenziare i malumori, e di far decantare le polemiche che esplodono “in chiaro”, come quella sul sottosegretario Delmastro e sulla stessa Santanchè. Ora si attende il generale agosto. Se non ci saranno traumi parlamentari, se ne riparlerà a settembre. Ma non è da escludere che poi Meloni faccia un check-up dell’azione del suo esecutivo. Disponendo qualche ritocco.
(da La Repubblica)
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Luglio 22nd, 2023 Riccardo Fucile
LOIACONO HA PUBBLICATO UN POST NEL QUALE CANTA, SORRIDE E SCHERZA CON LA SUA FIDANZATA
Poco più di un mese fa si diceva distrutto Er Motosega. Ieri è
tornato sorridente e “canterino” sui social Vito Lo Iacono, uno degli youtuber coinvolto nell’incidente a Casalpalocco lo scorso 14 giugno in cui è morto il piccolo Manuel Proietti. Il creator noto come “Er motosega” si definitiva sui social un collaboratore dei TheBordeline e si trovava a bordo della Lamborghini Urus guidata dal leader del gruppo, Matteo Di Pietro, indagato per omicidio stradale
Attorno a Lo Iacono si sviluppava un canale satellite dei TheBordeline, The House, con milioni di visualizzazioni accumulate dal 2021. Nel suo ritorno sui social, Lo Iacono sembra essere riuscito a buttarsi la tragica vicenda alle spalle. Lo Iacono canta e sorride in compagnia della sua fidanzata sotto le note di “Sorriso” di Calcutta. Proprio lui subito dopo l’incidente era stato tra i primi a prendere le distanze dal resto del gruppo.
Uno dei suoi ultimi commenti a poche ore dall’incidente era stato: «Il trauma che sto provando è indescrivibile, ci tengo solo a dire che io non mi sono mai messo al volante e che sto vicinissimo alla famiglia della vittima».
(da agenzie)
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