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SALARIO MINIMO, SOTTO I NOVE EURO NON SERVIREBBE A NULLA

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

HANNO COMPRESSO I SALARI CON LA PRECARIETA’

A parte qualche strampalata uscita di membri del governo, sembra ci sia oggi un largo fronte che sostenga il salario minimo legale e questo è un dato positivo. Soprattutto i lavoratori in larga parte vorrebbero una soglia non inferiore a 9 euro ma è su questa che c’è meno accordo. Perché reputo giusta una soglia non inferiore a 9 euro lordi l’ora come minimo tabellare, e non una che faccia semplicemente riferimento al 60% del salario mediano, corrispondente a circa 7,5 euro, come diversi economisti, anche a sinistra, sostengono?
Innanzitutto perché la direttiva Ue per individuare il salario minimo fa riferimento non solo al 60% del salario mediano, ma anche al 50% del salario medio e quest’ultima corrisponde a una soglia più alta. Negli Usa (quindi non in Urss), molti Stati hanno inserito una soglia alta, pari al 50% del salario medio.
In secondo luogo, la platea dei lavoratori da prendere a riferimento non può essere la totalità di quelli privati, dove ci sono 4,2 milioni di rapporti di lavoro precari, part time involontari, tempi determinati a poche ore e scarsamente retribuiti. Usare una media o una mediana che includa anche questi lavoratori vorrebbe dire non tenere conto di 30 anni in cui i salari sono stati “artificiosamente” tenuti bassi, anche sotto il livello della produttività del lavoro, da concorrenza sleale, precarietà, contratti pirata, contrattazione inefficace, che hanno generato pessime condizioni di lavoro e bassi salari proprio per quei lavoratori che beneficerebbero del salario minimo. Tra il 1990 e il 2020 i salari medi sono calati del 2,9%, a fronte di una crescita media, seppure bassa, di produttività del 12%. La pandemia ha causato ulteriori povertà e disuguaglianze e l’inflazione ha eroso potere d’acquisto. Non tenere conto di questo e riferirsi solo al 60% del salario mediano di tutti i contratti presenti, per introdurre una soglia minima di 7,5 euro lordi sarebbe inadeguato e cristallizzerebbe gli errori passati.
La via migliore per calcolare la soglia è usare a riferimento la platea dei lavoratori con contratti migliori, a tempo pieno e indeterminato, e migliori retribuzioni. Il salario minimo, in presenza di inflazione intorno al 7%, e dopo che vi è stata una perdita di potere d’acquisto, in due anni, pari al 15%, serve a spingere i salari medi più in alto, e favorire strategie più sfidanti per le imprese che si poggiano sull’innovazione per fare competizione, piuttosto che sul costo del lavoro per galleggiare. È un tentativo per dare uno choc positivo nella direzione di innescare strategie di investimenti a maggiore intensità di capitale invece che, com’è stato finora, a maggiore intensità di lavoro, sfruttando la competizione sul costo del lavoro, la flessibilità e i bassi salari.
Vuol dire far rincorrere la produttività alla crescita più spinta dei salari, come avvenuto in Germania negli ultimi 10 anni dove, secondo i dati Ocse, la crescita delle retribuzioni per occupato è stata sostenuta (in media +2,6% tra il 2012-22) ed è stata mantenuta ad un livello sempre superiore alla crescita della produttività (+0,9% in media nello stesso periodo), in particolare dopo l’introduzione del salario minimo nel 2015. Questo ha favorito una rincorsa della produttività attraverso investimenti in settori ad alto contenuto tecnologico, rispetto allo sfruttamento del costo del lavoro, come pure era successo in passato in quel Paese. Il salario minimo in Germania ha rafforzato la contrattazione, aiutato la dinamica salariale e contribuito alla crescita della produttività del lavoro. Ci arriviamo tardi al salario minimo, almeno correggiamo qualche errore passato.
Gli importi del salario minimo orario vigenti in Europa mostrano una separazione fra Paesi che registrano valori più alti tra i 10 e i 12 euro€ (Francia, Olanda, Irlanda, Belgio, Germania e Regno Unito e Lussemburgo, che supera i 12) e Paesi con importi molto più contenuti, vicini o inferiori a 5 euro, prevalentemente i Paesi dell’Europa centro-orientale con livelli di Pil pro-capite più bassi. Anche alla luce di questa divisione sembra appropriata la collocazione del salario minimo nel nostro paese ad un livello intermedio tra questi due gruppi. In termini percentuali la platea di lavoratori sotto la soglia di 9 euro l’ora in Italia sarebbe più o meno la stessa quota di quella tedesca nel 2015.
Infine, la letteratura economica che ha analizzato gli impatti occupazionali dell’introduzione e degli incrementi di salario minimo in Usa, nel Regno Unito e in Germania non ha trovato effetti negativi, ma piuttosto effetti positivi sulla produttività dovuti ad una riallocazione di lavoro su fasce più alte ed efficienti di produzione. Salari più alti infatti spingono le aziende ad abbandonare processi scarsamente produttivi, per puntare a formazione e strategie di investimenti ad alta intensità di capitale, aumentando il benessere per i lavoratori.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’ITALIA E’ IL MIGLIOR PAESE DOVE MORIRE, SE SEI RICCO

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

IL TRASFERIMENTO DEI BENI AGLI EREDI E’ TRATTATO CON ESTREMO FAVORE

L’Italia è uno dei migliori posti al mondo dove morire. Se si è ricchi, ovviamente. Perché il trasferimento dei beni dal defunto agli eredi è trattato dal fisco italiano con particolare delicatezza.
L’ultimo, clamoroso esempio lo ha fornito la successione di Silvio Berlusconi: sul passaggio del controllo della Fininvest, una holding che vale più di tre miliardi di euro, i suoi figli non pagheranno un solo euro di imposte.
«Nel 2006 l’Italia ha introdotto l’esenzione totale dell’imposta di successione e sulle donazioni nei casi di trasferimenti di aziende o di partecipazioni societarie dai genitori ai discendenti diretti e ai coniugi» spiega Stefano Loconte, avvocato, fondatore dell’omonimo studio di Milano e professore di diritto tributario all’università Lum di Bari. «Con due limiti però: in caso di società di capitali deve essere trasferita la maggioranza del capitale sociale o una quota che ne integra la maggioranza, aggiungendosi alle azioni o quote già possedute dall’erede. E chi riceve l’azienda o le partecipazioni di maggioranza deve mantenerle per almeno cinque anni».
LE RACCOMANDAZIONI UE
La scelta dell’Italia non è una stranezza: il nostro paese si è adeguato alla raccomandazione della Commissione europea che invita i paesi membri dell’Unione ad agevolare il passaggio di proprietà delle aziende dai genitori ai figli, in modo da salvaguardare il tessuto imprenditoriale del continente.
Ma Roma è stata particolarmente generosa. Tanto che, come ricorda Loconte, «nel 2020 la Corte costituzionale ha segnalato al legislatore che l’esenzione totale sui trasferimenti delle società agli eredi era un po’ troppo ampia. Mentre nel 2022 la Cassazione, allineandosi all’interpretazione dell’Agenzia delle entrate, ha stabilito che la norma non dovrebbe valere per le holding passive, che si limitano ad incassare dividendi e non hanno un’attività di impresa». E potrebbe essere proprio il caso di Fininvest, secondo alcune interpretazioni.
INTERESSE CULTURALE
Ma a rendere l’Italia quasi un paradiso fiscale per chi eredita un patrimonio sono altre due particolari esenzioni: non si paga un euro di imposta di successione sui titoli di stato (italiani ed europei) e assimilati (quelli emessi da istituzioni sovranazionali come la Bei); e nulla è dovuto nel caso di trasferimento di beni di interesse culturale, cioè su opere d’arte o immobili che la soprintendenza ha riconosciuto tali.
Il risultato è che, per fare un esempio, la moglie e i figli di un imprenditore titolare di un’azienda del valore di 200 milioni, di un immobile di pregio qualificato di interesse culturale di 50 milioni e di titoli di Stato per 100 milioni, non sarebbero tenuti a versare nulla al fisco.
E comunque, uscendo da questi casi particolari di esenzione, resta il fatto che le imposte di successione in Italia sono estremamente basse: il 4 per cento sui parenti in linea retta e sui coniugi, ma solo sulla quota di patrimonio superiore al milione di euro per ognuno di essi; il 6 per cento sugli altri parenti fino al quarto grado, con fratelli e sorelle che godono di una franchigia di 100mila euro per ognuno di essi; e infine l’8 per cento su tutti gli altri.
Non solo, c’è anche il vantaggio che gli immobili ereditati vengono valutati in base al valore catastale, più basso rispetto a quello reale. Insomma, un bengodi per le famiglie benestanti
I dati raccolti dall’Ocse in un rapporto dedicato alla tassazione di successione nei paesi aderenti all’organizzazione rivela che, tra le nazioni più avanzate, l’Italia è quella con le imposte più basse e con la quota esente più alta: in Francia i figli pagano dal 20 al 50 per cento sul patrimonio ereditato mentre i parenti non stretti versano il 60 per cento; in Germania le aliquote salgono fino al 50 per cento; in Spagna oltre il 30 per cento. In molte nazioni però il coniuge è esentato dal pagare l’imposta di successione.
E dei 36 paesi aderenti all’Ocse ce ne sono 12 che non hanno questo tipo di tassazione: Austria, Repubblica Ceca, Norvegia, Repubblica Slovacca e Svezia hanno abolito le imposte sulle successioni dal 2000. Israele e Nuova Zelanda le hanno cancellate tra il 1980 e il 2000, Australia, Canada e Messico prima del 1980, mentre Estonia e Lettonia non hanno mai introdotto imposte di successione o eredità.
«MIGLIORARE L’EQUITÀ»
Pur sottolineando che «le imposte di successione ben concepite possono aumentare le entrate e migliorare l’equità, con un’efficienza e costi amministrativi inferiori rispetto ad altre alternative» e che «dal punto di vista dell’equità, una tassa di successione, in particolare se mirata a livelli relativamente elevati di trasferimenti di ricchezza, può essere uno strumento importante per migliorare l’uguaglianza di opportunità e ridurre la concentrazione di ricchezza», il rapporto riconosce che nell’Ocse «numerose disposizioni hanno ristretto le basi imponibili delle imposte di successione, riducendo il gettito potenziale, l’efficienza e l’equità.
Oggi, in media, solo lo 0,5 per cento del gettito fiscale totale proviene da queste imposte nei paesi Ocse che le applicano». Il gettito delle imposte di successione, eredità e donazione supera l’1 per cento del totale delle imposte solo in Belgio, Francia, Giappone e Corea. Mentre in Italia viaggia poco sopra lo zero. Una armonizzazione europea sarebbe opportuna.
Il nostro paese è una destinazione interessante anche per gli stranieri: la legge che ha introdotto l’imposta sostitutiva da 100mila euro sui redditi di fonte estera incassati da chi trasferisce la residenza in Italia (purché non l’abbia avuta negli ultimi nove anni su dieci) prevede anche l’esenzione totale dell’imposta di successione.
Sarebbero già 2.700 i ricchi che si sono trasferiti in Italia per approfittare di questa norma. E sono ancora di più, oltre 50mila, i rimpatriati che sfruttano un’altra facilitazione: lo sconto del 70 per cento sulle imposte sul reddito per chi torna nel nostro paese dopo due anni di assenza, agevolazione che sale al 90 per cento se ci si trasferisce in un comune del sud. Un’offerta tanto succulenta da aver convinto alcuni a emigrare per un paio di anni per poi tornare nell’italian paradise.
(da editorialedomani.it)

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COLORO CHE SI LAMENTANO PERCHE’ ZAKI NON SI E’ PRESTATO ALLA PASSERELLA DI GOVERNO SONO GLI STESSI CHE, APPENA ELETTI, TOGLIEVANO LO STRISCIONE “GIUSTIZIA PER GIULIO REGENI” DAI PALAZZI COMUNALI

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

UNA MASSA DI IPOCRITI A CUI NON E’ MAI FREGATO UN CAZZO DI GIULIO E DI PATRICK: “PATRIOTI” DELLA VILTA’

Da due giorni leggiamo critiche dei media sovranisti sulla presunta “ingratitudine” di Patrick Zaki, “graziato” dal presidente egiziano dopo essere stato condannato a 3 anni di carcere in base al nulla giuridico.
Secondo questi media (e qualche esponente sovranista) Zaki sarebbe “ingrato” perchè non avrebbe ringraziato il governo (il che è pure falso) e soprattutto per non aver accettato di rientrare in Italia con un volo militare e relativa sceneggiata a Ciampino da parte delle autorità politiche che hanno messo il cappello sulla sua liberazione.
Allora è doverosa qualche risposta:
1) Zaki è stato graziato insieme al legale di uno dei principali attivisti oppositori del regime egiziano per intervento degli Stati Uniti che sono tra i principali fornitori di armi dell’Egitto
2) Se un intervento italiano c’e’ stato, dimostratelo: su che basi abbiamo trattato? Affari economici o silenzio sull’assassinio di Giuli Regeni? In assenza di spiegazioni vale il principio: nulla è stato fatto di concreto.
3) Se Zaki può finalmente rientrare nella sua Bologna è grazie alla mobilitazione delle istituzioni cittadine, degli studenti universitari e di tutti gli attivisti della società civile che in questi anni hanno portato avanti la battaglia per la sua liberazione, nella più totale assenza di iniziative incisive dei vari governi.
4) Chi oggi avrebbe voluto “mettere il cappello” con photo opportunity sul suo rientro in Italia fa parte di quei partiti sovranisti che, appena conquistato un Comune, si prodigavano a far togliere lo striscione “Giustizia per Giulio Regeni” dai palazzi comunali con le scuse più patetiche. Senza avere il coraggio di dire che della morte di Giulio (e quindi della prigionia di Zaki) a loro non è mai fregato un cazzo.
Patrioti della viltà.

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EPOPEA, IMPRESE, E VANITÀ DEL MINISTRO DELLA CULTURA CHE SI PRESENTA COME L’EREDE DI SPADOLINI E RONCHEY

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

HA CAMBIATO CINQUE PARTITI, PER GLI AMICI È AFFETTUOSAMENTE ‘GENNY ‘O MIRACOL(ATO)’, ‘GENNY CINQUE PARTITI’, ‘GENNY’ ‘O PAVONE’

Voleva somigliare a Benedetto Croce, ma si è convinto che Benedetto Croce somigli a lui. Da quando è ministro del governo Meloni, si presenta così: “Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura come Giovanni Spadolini e Alberto Ronchey”. Subito dopo: “Già direttore, scrittore, giornalista, docente universitario. Grazie”.
Quando un giornalista gli chiede un’intervista la sua risposta è: “Io non rilascio interviste, ma scrivo editoriali, il cui posto è in prima pagina. Un palchetto, grazie”. Le ultime scivolate, il ministro direbbe incomprensioni, non restituiscono pienamente l’originalità, la complessità del “federale” di Soccavo, il Brancaleone vien Napoli, con l’occhiale stringinaso, il pince-nez e la fotografia di Giuseppe Prezzolini dentro al portafogli.
Se gli capitate a tiro vi lancia gavettoni di Croce-Soffici-Papini-Marinetti-Longanesi. Plaf! Clinicamente siete spacciati. C’è una frase che annuncia l’apertura delle ostilità: “Come dice …”. Ogni volta che il cronista con la penna si imbatte in Sangiuliano, armato di microfono, il cronista soffoca. E’ il gas Sangiuliano, solfuro nebuloso, molecole sprigionate dal suo spazzolone acchiappa polvere. E’ polvere da biblioteca, polvere della Sangiuliano Library.
Lo chiamano Genny, all’americana, perché ha scritto una biografia su Reagan, oltre ad aver fatto lo “spallone” del conservatorismo, lo ha dichiarato sul Corriere (“in Italia, il conservatorismo di Bush l’ho importato io”) e dato alle stampe la fondamentale biografia su Trump (altra dichiarazione) “a cui un giorno consegneranno il Premio Nobel”. Le profezie di Sangiulianus.
Per gli amici è affettuosamente “Genny ‘o miracol(ato)”, “Genny cinque partiti”, “Genny ‘a Croce”, “Genny’ ‘o pavone”, mentre per gli ex colleghi, i cronisti che hanno lavorato con lui all’Opinione del Mezzogiorno (giornale liberale) Il Roma, L’Indipendente, Libero, e poi in Rai, è solo “l’intellettuale che ha scritto più libri di quanti ne ha potuti leggere”.
Se gli chiedete quanti libri possiede è come chiedere a un bambino di dieci anni: “La vuoi una bicicletta nuova?”. Mai farlo. Afferma di possedere quindicimila volumi e ne ha scritti diciotto, come diciotto sono i premi che ha ricevuto, e sono solo esercizi per arrivare al capolavoro che ha in cantiere: “Sangiuliano, una vita”, edito dalla Sangiuliano editore, distribuito in tutti i musei italiani, dove un giorno non ci potrà che essere una fotografia di Sangiuliano all’ingresso.
In pochi mesi, da ministro della Cultura, ha demolito la critica dantesca con la frase: “Dante è di destra”. Ha mandato in cortocircuito gli economisti affermando, prima, che i musei devono essere a pagamento, dopo, che è necessario aggiungere altre tre giornate di musei gratis. Ai francesi ha chiesto di restituire sette opere e si attende anche la Gioconda che appenderà, personalmente, a Palazzo Chigi, nello studio di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario che non ama la Francia.
Su Twitter, sul profilo, ha postato una intervista al Corriere di Bologna, e, sotto, si è auto-complimentato: Sangiuliano piace a Sangiuliano. La sua idea, “voglio in Rai una fiction su Fallaci”, era così buona che era già venuta a qualcun altro. Infaticabile.
Si è inventato anche il treno veloce Roma-Pompei che partiva però una volta al mese. Per pubblicizzare l’iniziativa ha fatto salire in carrozza la premier, rinchiuso i giornalisti nel vagone “banditi”. I giornalisti come i lazzari. Stava per scoppiare un’insurrezione. Il caldo ha fatto il resto. […] La buona notizia è un’altra: il treno, anziché partire una volta al mese, dopo questo Quarantotto, partirà una volta a settimana, perché, come spiegherebbe il ministro Sangiuliano, “questa è un’iniziativa di sistema”.
Il problema, nel caso di Sangiuliano, è l’iniziativa. Per dimostrare che Borges, rispetto al ministro, era solo un magazziniere di Buenos Aires, ha dichiarato, in diretta, nel corso della finale del Premio Strega, che “ho ascoltato le storie espresse nei libri finalisti e sono tutte storie che ti prendono e che ti fanno riflettere. Proverò a leggerli”. Quando Geppy Cucciari, che conduceva l’evento, ha chiesto: “Ah, dunque non li ha letti?”, da ministro, Sangiuliano, ha proseguito: “Sì, li ho letti, perché ho votato, ma voglio, come dire, approfondire”.
Manca di ironia, la famosa sostanza che, per il ministro, è la forza del conservatore, la patente che esibisce a ogni conferenza: “Io sono un conservatore”. L’ironia la accetta quando a praticarla è lui, ma quando la subisce vi manda la polizia regia e gli avvocati: “Un milione di euro di risarcimento”. Maurizio Crozza ha trovato in Sangiuliano un’altra maschera italiana. Come spiegherebbe Sangiuliano questo non è altro che il risultato di una “cultura egemonizzata” e di un “giornalismo obnubilato” dal pensiero unico.
Da giornalista ha amato i giornali che, altra intervista, “lo stato ha il dovere di sostenere. Come dico ai miei studenti (è professore di Storia dell’Economia alla Luiss Guido Carli) e dunque il mio consiglio è comprate ogni mattina un giornale e leggetelo bene”.
Ora che i giornali non li scrive, i giornali li maltratta. Dice che “i giornali sono già vecchi al mattino”, tranne se ospitano un suo fondo. Per giustificare questo suo giudizio si arrampica su Heidegger, Omero, la Scuola di Francoforte. Dalla Francia in su è tutto esotico e si può citare senza essere smentiti, tanto chi ha il tempo di andarsi a riprendere le opere di Heidegger custodite nella Sangiuliano Library? Le sue locuzioni sono appunto “Ricordo”; “Come dice …”. A volte, ricorda male.
Sangiuliano è il ministro “a memoria” e, infatti, da piccolo, a sette anni, ha raccontato al Mattino, “mi regalarono un libro sul Risorgimento e lo imparai quasi a memoria”. A memoria ricicla sempre lo stesso discorso sul Futurismo e su Croce che è il suo stuzzicadenti.
Indossa abiti di sartoria, scarpe cucite a mano, cravatte impeccabili, poi però inforca gli occhiali da sole, tutti neri, e pure i bambini si chiedono: “Mamma, mamma, ma chi è?”. Un fotografo: “A me ricorda Totò, quello de La Patente”. Un altro: “Sembra il monaceddhu”. Essendo un conservatore non potrà che comprendere l’ironia di questo passaggio.
Essendo nato a Napoli, nel 1962, dove la scaramanzia è un impasto con la fede, non potrà che perdonare. E’ cattolico. Possiede una collezione di statuette di San Gennaro. La madre Adele è di origine molisana, di Agnone, il paese delle campane, e della Fonderia Marinelli. Da ministro, Sangiuliano è andato, naturalmente, ad Agnone, il 10 dicembre 2022, garantendo che il Molise “entrerà nel grande circuito turistico nazionale”.
Appena si è insediato al ministero ha messo le cose in chiaro con i commessi: “Ho venduto più libri io che Dario Franceschini”. E’ l’ex ministro della Cultura, del Pd, a cui ogni mattina Sangiuliano fa i conti: “Anche oggi, secondo le classifiche, ho venduto più libri di Franceschini. Cominciamo”.
Ha chiamato come suo segretario generale Mario Turetta che però, cronache dal ministero, vorrebbe già scappare via, come è già scappata via Marina Nalesso, portavoce ed ex giornalista del Tg2 che è tornata al Tg2 con i suoi rosarioni al collo.
Sangiuliano tende alla “denastasizzazione”, un processo di allontanamento di tutti i dirigenti del Mic, che ritiene vicini all’ex capo di gabinetto Salvo Nastasi, la sua malabestia, lo spirito che, secondo Sangiuliano, si aggira ancora in quelle stanze: “Dov’è? Io so che c’è? Lo sentite?”.
Per stare il meno possibile in questo ministero, abitato da diavoli, Sangiuliano torna alle origini, a casa, a Napoli. Quasi tutte le sue missioni hanno come luogo d’arrivo la Campania, e ultimamente erano così numerose che al ministero, un giorno, si sono accorti di aver esaurito il budget per le uscite. Il treno Sangiuliano express, quello, sì, che parte ogni giorno e percorre la tratta Roma-Napoli, sua città, suo riferimento dove sogna di candidarsi presidente della regione se non fosse che il viceministro Edmondo Cirielli ha già prenotato quella casella. Si dice che, alla fine, si presenterà alle Europee per FdI come vuole Meloni, e anche sua moglie, la giornalista Rai, Federica Corsini.
Sangiuliano è al suo secondo matrimonio. La sua prima moglie è di San Severino Marche, paese caro a Vittorio Sgarbi, il sottosegretario alla Cultura, già richiamato all’ordine dal ministro dopo la serata Maxxi, in tutti i sensi, al museo di Roma: “Il ministro prende le distanze da Sgarbi”. Turpiloquio, sgarbismi, e lui, Sangiuliano, si è perfino indignato, “non va bene”, come se non fossero tutti compagni di banco.
Nello stesso edificio ci stanno Sangiuliano, Sgarbi, il cantautore Morgan, il sottosegretario Mazzi, sparring partner di Giletti, e prima ancora c’era Francesco Giubilei, come consigliere del ministro. Ma consigliere è pure la bacchetta musicale, Beatrice Venezi. Stanno a Sangiuliano come la coda sta al pavone. Il Moulin Rouge è un convento se equiparato a questo ministero. Se organizzano eventi è sold out. Tutti gli spostati d’Italia chiederebbero l’iscrizione al club.
§La prima tessera, di partito, Sangiuliano l’ha presa a Soccavo, presso la sezione dell’Msi. Con la famiglia si sposta poi al Vomero, l’Arenella, scuola a salita Stella, dietro via Foria. Ha un fratello, Massimo, di cui non parla, al contrario di come fa del cugino Riccardo Sangiuliano, il Gigi Rizzi dei nostri anni, secondo Genny. Rizzi è l’italiano che aveva avuto un flirt con Brigitte Bardot, ma Riccardo è stato marito di Nathalie Caldonazzo, ha baciato Emma Winter, ex moglie di Andrea Agnelli, e oggi viene paparazzato con l’attrice Claudia Gerini.
“Mio cugino Riccardo” vale un capitolo di “Sangiuliano, una vita”. Per anni, agli intimi, Genny raccontava, orgoglioso, le ultime avventure di mio “cugino Riccardo”, il Sangiuliano al rovescio. Giornalista è Genny, mentre manager, nei fondi d’investimento, è Riccardo. Il fratello Massimo è nell’ombra.
Genny e Massimo. Li cresce entrambi, da sola, mamma Adele, sarta, governante a casa del senatore dell’Msi, Francesco Pontone. Sangiuliano perde il padre da bambino. Frequenta il liceo Pansini, succursale del Sannazzaro, va a scuola con Antonio Martusciello, l’uomo forte di Forza Italia in Campania. Genny voleva fare il notaio, ma anche il medico, infine ha scelto la professione di giornalista
Il mestiere da giornalista lo ha appreso nientemeno che da Raffaele La Capria, così garantisce. E qui c’è da restare Ferito a Morte, come nel celebre libro di La Capria. Questa è la versione ufficiale di Sangiuliano. Ora l’altra. Milita nel Fuan, diventa segretario della giovanile a Napoli. Si accorge presto che l’Msi è troppo piccino per i suoi sogni.
Passa con i liberali. Si avvicina all’ex ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo, e va a lavorare in quota liberale a Canale 8, piccola emittente locale dei vicerè napoletani. Quando De Lorenzo viene travolto dalle indagini, processi, tangenti, Sangiuliano collabora già all’Indipendente. Gli amici di Alleanza Nazionale, Italo Bocchino, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, tutta una famiglia, dimentica la sbandata liberale e lo abbraccia nuovamente.
Viene chiamato a Il Roma, ma mentre è a Il Roma, grazie ad An, si apparta con Forza Italia e riesce a farsi candidare nel 2001, nel miglior collegio di Napoli, Chiaia-Vomero-Posillipo. Viene battuto dall’avvocato Vincenzo Siniscalchi, candidato con la sinistra. I suoi amici di destra non sapevano nulla della candidatura.
Lo scoprono e rimangono senza parole. Era già Genny Verne: ventimila leghe sotto il Tirreno. Sconfitto alle elezioni torna a collaborare a Il Roma, perché, a Napoli, un editoriale non si nega a nessuno, nonostante il secondo tradimento a destra. Prende in mano la redazione romana di Libero, grazie all’aiuto di Gasparri. Non gli basta. Vuole andare in Rai. E ci riesce, ma grazie a Forza Italia (ancora) che intercede con Flavio Cattaneo, allora dg Rai e oggi attuale ad di Enel.
Per irrobustire il cv, e preparare il salto in Rai, Sangiuliano viene promosso vicedirettore di Libero. La vicedirezione gli permette di essere assunto come inviato Rai del Tgr, ma su Napoli, dove garantisce, sempre a Forza Italia, di rimanere per difendere le ragioni del partito.
Transita dal Tgr al Tg1, caposervizio, caporedattore, ma questa volta lo fa in quota An. Ne diventa perfino vicedirettore: “Ho avuto la stanza di David Sassoli”. Ha composto inni pure per Gianfranco Fini tanto che Fini gli diceva: “Gennaro, anche meno”. Ogni promozione di Sangiuliano corrisponde a un partito scaricato e un altro afferrato. Tarzan, al confronto, era un pensionato.
Con servizi su misura, l’arte del soffietto, riesce a fare dimenticare la sua candidatura sciagurata. Il suo nome gira come possibile candidato per la regione Lazio, Campania tanto che nel 2021, baldanzoso, riconosce: “E’ vero. Mi hanno candidato ovunque ma io resto fedele alla mia passione, il giornalismo”.
Si inventa all’interno dell’Usigrai, il politburo dei giornalisti Rai, la corrente anti Usigrai, Pluralismo e Libertà, insieme a Paolo Corsini e Giuseppe Malara. Sangiuliano è stato anche allievo del giurista Guido Alpa. Ha dato esami di diritto con Giuseppe Conte, il leader del M5s, che alla Camera ora prende sotto braccio.
Nel 2018 viene nominato direttore del Tg2, ma lo diventa, e siamo a quattro partiti, in quota Lega. Seduce Matteo Salvini con la sua biografia su Putin, biografia che dice Sangiuliano, “ha venduto centomila copie”, e che gli ha permesso di acquistare il box auto rinominato anche il “box Putin”. E’ il suo vanto. Il box. Il Tg2 viene definito Tele Visegrad. Gaffe, servizi sballati, ma la fede, in quel momento è salda. In realtà non era fede. Erano solo i sondaggi che dicevano: meglio buttarsi sulla Lega. Nasce il governo gialloverde e per Sangiuliano il direttore di
Non appena FdI vola nei sondaggi, Sangiuliano riscopre l’antico amore. E’ alla convention di FdI del maggio scorso. La partecipazione gli costa una lettera di richiamo dalla Rai. Il 24 settembre, da direttore del Tg2, intervista Meloni e le fa la domanda: “Lei potrebbe essere il primo presidente donna della storia repubblicana. E’ un riscatto per tutte le donne italiane?”.
A Meloni alcuni amici hanno chiesto: “Ma perché tra tutti i possibili ministri della Cultura, hai scelto proprio Sangiuliano?”. La sua risposta: “Ha una qualità unica. E’ il solo intellettuale di destra che non vuole piacere alla sinistra. Sangiuliano non ha bisogno di essere qualcos’altro. Sangiuliano vuole essere solo Sangiuliano”. E Sangiuliano infatti si trattiene.
Dietro quel viso morbido nasconde la sua vera natura, come si nasconde dietro ai libri, come gli inquisitori spagnoli si nascondevano dietro al crocifisso. Dietro c’è il fondamentalismo. Il suo ministero lo intende come il Santo Uffizio. Non brucia libri, ma brucia di vanità.
(da Il Foglio)

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STASERA ZAKI ATTERRERÀ A MILANO CON UN VOLO DI LIENA E POI ANDRÀ A BOLOGNA. E SPIEGA: “LA SCELTA DEL VOLO E DELLA CITTÀ DI ARRIVO SONO UN MESSAGGIO POLITICO”

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

CHISSÀ SE AD AL-SISI HANNO DATO IN CAMBIO LA MEMORIA DI GIULIO REGENI

«La scelta del volo e della città di arrivo sono un messaggio politico». Ultimi metri per Patrick Zaki prima di salire sull’aereo che oggi lo porterà in Italia. Sono state ore davvero intense, in cui mantenere la lucidità non è stato sempre facile.
«I giornali mi hanno attaccato, mi sono arrivate pressioni da tutte le parti», spiega mentre sta preparando i bagagli. Lui però non può fare a meno di essere un attivista. E alla fine ribadisce: «Quella del volo e della città di arrivo sono un messaggio politico».
Il riferimento è alle polemiche nate dopo la decisione di non usufruire del volo di Stato messo a disposizione da Palazzo Chigi. E poi aggiunge: «Ho deciso di non dire più nulla fino a quando non varcherò i confini. Allora chiarirò tutto».
C’è stato il rinvio del rientro in Italia per problemi burocratici legati al rilascio del nullaosta a viaggiare all’estero. Ma, finalmente, oggi pomeriggio Zaki atterra a Malpensa. Poi, in auto, verso Bologna insieme al rettore Giovanni Molari e alla professoressa Rita Monticelli. Saranno loro i primi due volti che il ricercatore vedrà dopo tre anni. Nessuna dichiarazione ai giornalisti verrà fatta in aeroporto, scandisce il comunicato dell’Ateneo. L’appuntamento per la stampa è in serata nella Sala VIII Centenario del rettorato.
Ad alimentare le polemiche degli ultimi giorni, pure la scelta di Zaki di non passare prima da Roma a incontrare e figure politiche
Nessun appuntamento è previsto con esponenti dell’esecutivo per il momento, così come ancora non è programmato il conferimento fisico della cittadinanza onoraria bolognese da parte del Comune. Però nei prossimi giorni ovviamente l’agenda potrebbe cambiare. Anche per la festa ufficiale bisognerà aspettare il 30 luglio. Ma non è assolutamente da escludere che in serata Patrick passerà già stasera ad abbracciare gli amici e i sostenitori nella piazza cantata da Lucio Dalla.
(da agenzie)

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AI FUNERALI DEL KILLER MAFIOSO DI LEA GAROFALO HA PARTECIPATO PURE L’ASSESSORA COMUNALE DI CENTRODESTRA

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

NON BASTAVA IL MANIFESTO FUNEBRE VERGATO DAL COMUNE, UNA VERGOGNA SENZA FINE

Non bastavano i manifesti che esprimevano la vicinanza dell’amministrazione comunale alla famiglia di Rosario Curcio, morto suicida in carcere a Opera dove stata scontando l’ergastolo perché ritenuto uno dei responsabili della morte di Lea Garofalo.
Un membro dell’amministrazione comunale ha preso parte anche ai funerali: presente alla cerimonia c’era l’assessora Maria Berardi.
Perché tutta questa solidarietà a un uomo della ‘ndrangheta? Perché l’amministrazione comunale ha espresso tutta questa vicinanza a un ergastolano accusato di aver ucciso una delle donne più stimate d’Italia? Perché non esprimere vicinanza e solidarietà a Lea e per di più nella sua città?
I funerali si sono tenuti a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, paese natale anche di Lea: a sciogliere nell’acido a Milano la donna testimone di giustizia contro la ‘ndrangheta è stato proprio Rosario Curcio. Il Tribunale di Milano lo ha così condannato in via definitiva all’ergastolo ritenendolo così proprio uno degli autori del femminicidio maturato in ambito mafioso. Lea Garofalo è stata uccisa a Milano perché dopo aver deciso di separarsi dal boss Carlo Cosco aveva raccontato tutto alla magistratura.
Eppure, saputo del suicidio in carcere di Curcio, l’amministrazione locale in poco tempo ha fatto girare per le vie di Petilia Policastro un manifesto funebre che così citava: “Il sindaco Simone Saporito e l’Amministrazione comunale partecipano al dolore che ha colpito la famiglia Curcio per la perdita del caro congiunto”. Con tanto di nome e cognome del sindaco, cosa che non capita spesso. Perché scomodarsi così per chi ha ucciso Lea Garofalo?
Ai funerali di Curcio non bastavano fiori e palloncini, uno striscione con l’immagine del defunto in tenuta da body builder e il simbolo della Juventus (era un tifoso bianconero?). Ha partecipato anche un rappresentante istituzionale. Intanto in molti dopo i manifesti ne hanno chiesto le dimissioni del sindaco: primo tra tutti il Partito Democratico sia di Petilia Policastro che della provincia di Crotone con il suo rappresentante Leo Barberio. E poche ore fa, appreso della partecipazione dell’assessora comunale ai funerali, il Prefetto di Crotone ha chiesto un colloquio al primo cittadino per avere spiegazioni.
Sulla questione dei manifesti il sindaco Saporito aveva risposto con un secco “lo facciamo per tutti”.
Chi era la testimone di giustizia Lea Garofalo
Lea Garofalo fu una delle prime donne a ribellarsi alla sua famiglia di ‘ndrangheta. Nel 2002 decise di parlare con la magistratura, in cambio lo Stato la inserì insieme alla figlia Denise, avuta con l’ex compagno Carlo Cosco, nel programma di protezione. Ai giudici raccontò la ‘ndrangheta a Petilia Policastro e la guerra tra clan per lo spaccio di droga. Nel 2009 sfuggì a un primo tentativo di omicidio mentre si trovava a Campobasso. Ma non al secondo: il 24 novembre del 2009 Carlo Cosco convinse Lea Garofalo, che intanto era uscita dal sistema di protezione, di incontrarsi per parlare del futuro della figlia. L’appuntamento era a Milano.
Le telecamere comunali la ripresero per l’ultima volta camminare con la figlia per le vie della città. Il corpo di Lea venne trovato tempo dopo nel quartiere San Fruttuoso a Monza, dove era stato dato alle fiamme per tre giorni. Durante il processo Denise si schierò contro il padre. Nel 2014 la Cassazione ha confermato l’ergastolo Carlo e Vito Cosco, Massimo Sabatino e Rosario Curcio. La pena per Carmine Venturino venne scontata a 25 anni di reclusione perché decise di collaborare con la giustizia.
(da Fanpage)

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PERCHE’ ALLE ELEZIONI DI OGGI IN SPAGNA UN PUGNO DI VOTI PUO’ DECIDERE IL DESTINO DI TUTTA L’EUROPA

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

AVRA’ IMPORTANTI RIPERCUSSIONI SIA CHE CHE VINCA FEIJOO SIA CHE PREVALGA SANCHEZ

È l’ultimo grande appuntamento elettorale prima delle elezioni europee. È un testa a testa tra destra e sinistra. Ed è la prima volta che la destra estrema potrebbe davvero andare al governo. Basterebbe questo per dire che quelle che si terranno in Spagna oggi, domenica 23 luglio, non sono elezioni qualunque. E non sono elezioni che riguardano solo gli spagnoli. Perché il loro esito, oggi quanto mai appeso a un filo, potrebbe davvero condizionare gli equilibri di un intero continente.
Partiamo dagli sfidanti. Il premier uscente Pedro Sanchez, innanzitutto. Socialista, a capo di una coalizione che comprende anche la lista unica della sinistra, Sumar, guidata dalla sua ministra del lavoro Yolanda Diaz. E poi Alberto Núñez Feijóo, presidente del Partido Popular, lo sfidante. Terzo incomodo Santiago Abascal di Vox, partito di estrema destra nazionalista. E poi tutte le piccole liste regionali, soprattutto quelle catalane, che coi loro parlamentari potrebbero risultare decisive per far pendere la bilancia da una parte o dall’altra.
Già, perché il risultato è davvero incerto. Feijóo è avanti nei sondaggi ma gli mancano una quarantina di seggi minimo per arrivare a quota 176, quella con cui si conquista la maggioranza del Congresso. Gli ultimi sondaggi gli danno dai 128 ai 140 seggi. Troppo pochi per sperare di governare da solo. Ecco perché il leader dei popolari potrebbe aver bisogno dei voti di Vox, con cui già governa in Castilla y Leon e che garantisce l’appoggio esterno a molti dei governi regionali spagnoli a guida popolare. I sondaggi accreditano Vox di 36/40 deputati. Potrebbero bastare se il PP arrivasse a quota 140.
Qui le cose si complicano, però. Perché Feijóo sta puntando tutto sul voto utile per i popolari, a discapito di Vox. E Abascal proprio per questo, non passa giorno senza ricordare quanto i popolari siano stati opposizione troppo morbida a Sanchez e ai socialisti, e che solo Vox darebbe la garanzia di un’alternativa. Anche ci fossero i numeri per un’alleanza di governo, insomma, i toni violenti utilizzati uno contro l’altro dai due possibili alleati non lasciano presagire una convivenza semplice.
Ecco perché a sorpresa potrebbero pure spuntarla i socialisti di Sanchez. Che al momento, assieme a Sumar, ballano attorno ai 140/150 seggi. Arrivassero a lambire i 150, potrebbero tentare un governo con i due partiti indipendentisti catalani, Junts ed Esquerra Repubblicana, entrambi attorno agli 8/9 seggi, che potrebbero decidere di sostenere la sinistra per evitare la salita al governo di Vox, che dalla sua lotta all’indipendenza catalana e della fine dello Stato pluri-nazionale spagnolo ha fatto la sua bandiera
Attorno a dieci, quindici seggi ci si gioca tutto, quindi. Dovesse prevalere la destra, la Spagna andrebbe a rimpolpare le fila dei tanti Paesi in cui l’estrema destra è arrivata – in questo caso da junior partner – al governo. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Italia, Svezia, Finlandia, insomma, avrebbero un altro alleato nel Consiglio Europeo per promuovere un’agenda fatta di frontiere chiuse, indifferenza al cambiamento climatico e prevalenza del diritto nazionale su quello comunitario. In attesa del prossimo voto in Belgio e Slovacchia, che con ogni probabilità, dovrebbe rimpolpare ulteriormente il gruppo.
Non solo: la vittoria della destra in Spagna potrebbe far pendere definitivamente la bilancia del Partito Popolare Europeo a destra, verso un’alleanza strategica del gruppo dei Conservatori e Riformisti di cui fanno parte, tra gli altri, Vox e Fratelli d’Italia. Non è un caso che tra un attacco e l’altro ad Abascal, il leader del PP Feijóo abbia invitato Meloni ad entrare a far parte del Partito Popolare Europeo.
Dovesse vincere Sanchez, invece, la valanga nera potrebbe arrestarsi proprio sul più bello. La rottura prolungata tra Feijóo e Abascal potrebbe avere ripercussioni anche al di fuori dei confini spagnoli, innescando un rinnovato dialogo tra popolari e socialisti in Europa, e rafforzando chi come la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen mira al proseguimento dell’alleanza strategica tra popolari, socialisti, liberali e verdi. Un’eventualità, questa, che finirebbe per marginalizzare Giorgia Meloni e l’Italia, a discapito di un’asse Francia-Germania-Spagna.
Ultima possibilità: che i due leader, Sanchez e Feijóo, il cui consenso è in forte crescita a discapito della destra di Vox e della sinistra di Sumar, decidano di far saltare il banco e di riportare la Spagna al voto tra qualche settimana, se il risultato non fosse chiaramente a favore di uno o dell’altro. Abbastanza per tenere la Spagna col fiato sospeso ancora per un po’. E per aumentare la temperatura della politica della politica europea in questa estate torrida.
(da Fanpage)

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LA SANITA’ PUBBLICA VA IN FERIE: OSPEDALI IN PIENO ALLARME CALDO, UN MEDICO SU TRE E’ IN FERIE

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

“COMPROMESSA LA QUALITA’ DELLE CURE NEL 56% DEI REPARTI”

Sarà il caldo reso più insopportabile da quella cinquantina di corpi accatastati senza distinzione di sesso ed età, ma l’omone dà fuori di testa, aggredisce l’infermiere urlando: «Pago le tasse, qualcuno mi faccia almeno appoggiare da qualche parte». Pronto soccorso di un ospedalone romano, una registrazione speditaci da un paziente racconta una delle tante storie di ordinaria follia della sanità che d’estate va in vacanza. Ignorando che le malattie non prendono ferie. Perché a Roma si replica quel che si recita da Nord a Sud Italia: reparti e studi dei medici di famiglia che chiudono per ferie lasciando che a sbrigarsela siano i servizi d’emergenza. Già congestionati di loro, figuriamoci quando la metà dei camici bianchi e degli infermieri a luglio e agosto si godono il meritato riposo e alle loro spalle si tagliano i di per sé scarsi posti letto. Senza contare che grazie a Caronte gli accessi in ospedale in questi giorni sono aumentati del 20%.
A Milano in chirurgia i letti si dimezzano, nella terapia intensiva si riducono di un quarto. Si salvano i reparti di maternità, attivi all’80 per cento.
In Toscana, seguendo una prassi che va avanti da anni, nelle prossime settimane le aziende sanitarie chiuderanno alcuni reparti, concentrando il personale in quelli che rimarranno aperti. Una scelta, secondo il sindacato delle professioni infermieristiche, che ricadrà anche sui pronto soccorso, a rischio collasso per l’incapacità di liberare posti letto per accogliere nuove persone.
Fatti locali si potrebbe obiettare. Ma che non sia così lo raccontano i numeri di una indagine condotta da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri in ben 206 delle loro unità operative ospedaliere sparse in tutta Italia. Una situazione che rispecchia quello che avviene anche in larga parte dei dipartimenti di altre specialità mediche. Anche se, come specifica il Presidente Fadoi, Francesco Dentali, “nelle medicine il quadro è ancora più critico per via del fatto che i nostri reparti sono ancora erroneamente classificati come a ‘bassa intensità di cura’, il che non riflette in alcun modo la complessità dei pazienti anziani e con pluri-morbilità che abitualmente trattiamo nelle nostre Unità operative, che da sole assorbono un quinto di tutti i ricoveri ospedalieri”. “E questa anacronistica classificazione delle medicine interne implica già di per se una minor dotazione di tecnologie, medici e infermieri per posto letto, che diventa esplosiva nel periodo estivo, quando anche il nostro personale usufruisce del meritato riposo”.
Resta il fatto che, nonostante molti medici facciano gli extra per coprire i turni di notte ne il 56,8% salta i riposi settimanali, le attività ambulatoriali diminuiscono nel 52,7% dei casi e chiudono del tutto nel 15,1% degli ospedali, mentre complessivamente la qualità dell’assistenza sanitaria è compromessa nel 56% dei casi in modo sensibile.
Tra giugno e settembre, secondo l’indagine Fadoi, oltre il 91% dei medici usufruiscono dei 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, come garantito dal contratto nazionale di lavoro. Questo comporta una riduzione degli organici in reparto che varia tra il 21 e il 30% nel 48% dei casi, tra il 30 e il 50% nel 19,4% dei reparti, mentre la carenza è tra l’11 e il 20% in un altro 21,8% dei casi.
Per chi resta il volume di lavoro aumenta nel 42,7% dei casi e ciò incide “abbastanza” sull’assistenza offerta ai cittadini nel 51% dei nosocomi, “molto” in un altro 15,5%, “poco” nel 21,2% dei reparti, “per nulla” soltanto nel 6,3%.
A risentirne nello specifico sono poi le attività ambulatoriali, che diminuiscono le loro attività nel 52,7% dei casi e chiudono del tutto in un altro 15,1% degli ospedali. Il 14,1% garantisce invece l’invarianza nel numero e nei tempi delle attività negli ambulatori, che sono rimodulate nei tempi ma invariate nel numero di prestazioni in un altro 18% di casi.
Se pur riducendo le attività d’estate gli ospedali non chiudono per ferie lo si deve ai sacrifici sostenuti dai medici per coprire la carenza di personale già di per se cronica. Ecco così che il 56,8% tra giugno e settembre vede qua e là saltare i riposi settimanali che pure dovrebbero essere sempre garantiti, mentre l’intervallo delle 11 ore di riposo giornaliero non è sempre assicurato per il 26,7% dei professionisti. Nello stesso arco temporale il 44,7% è obbligato coprire i turni notturni con attività aggiuntive, mentre il 28% è chiamato a garantire anche i turni in pronto soccorso (il 4,4% solo nel periodo estivo), con un numero di ore compreso tra le 12 e le 60 a settimana nel 56,1% degli ospedali, mentre nel 10,5% dei casi le ore trascorse nei Ps è addirittura superiore a 90. “E questo – denuncia a sua volta il Presidente della Fondazione Fadoi, Dario Manfellotto, va a tutto discapito dell’attività delle medicine interne, che già dotate di un minor numero di professionisti sanitari in rapporto alla complessità dei pazienti trattati, finiscono così per perdere ulteriori quote di personale, che anziché essere presente in reparto è dato ‘in prestito’ ai pronto soccorso”.
(da La Stampa)

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GOGNA MEDIATICA, SE I GIORNALI PROCESSANO LA VITTIMA DI VIOLENZA SESSUALE

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

PER SALVARE I POTENTI SI SCORAGGIANO LE DENUNCE… “COM’ERA VESTITA? COME ERA TRUCCATA? ERA DROGATA?”

I commenti e gli articoli usciti sui giornali in merito alla vicenda del figlio 19enne del presidente del Senato Ignazio La Russa, accusato di aver stuprato una ragazza dopo una serata, tendono a colpevolizzare la parte offesa e a far passare in secondo piano l’accusa di stupro. Le insinuazioni sessiste del giornalista Filippo Facci uscite su Libero suggeriscono indirettamente che la situazione in cui sarebbe finita la 22enne sia colpa sua e della sua scelta di assumere droga. Ma spostare il focus sulle sostanze è sbagliato e abusare di una persona sotto effetto di stupefacenti non è un’attenuante, bensì in alcuni casi un aggravante (Art. 609-ter del Codice penale).
Inoltre, usare la scusa della cocaina, equiparandola al consenso, non funziona a livello logico: se la ragazza l’aveva assunta e non era lucida, come poteva dare il suo consenso? La prima domanda che alcuni giornali si pongono di fronte a una querela di questo tipo è «Com’era vestita? Era drogata?».
In diversi si sono focalizzati sull’uso di sostanze stupefacenti la notte della presunta violenza e sul suo profilo TikTok «che un adulto può guardare con sorpresa, imbarazzo, fastidio: perché come tante sue amiche mostra di sé quello che vuole. Abiti succinti, generose scollature e make-up elaborati», parole riportate da Repubblica. Il sottotesto sembra essere: se non capiva niente, la colpa era sua, se ti trucchi e ti vesti con abiti succinti – inutile dirlo – te la sei cercata.
Victim blaming
Quando le querele vengono presentate contro personaggi famosi, alcune testate giornalistiche sembrano inoltre invertire i ruoli: il presunto stupratore diventa la vittima che deve difendersi da chi lo avrebbe accusato solo per ottenere fama e soldi. Ma screditare la vera vittima accusandola di essere in cerca di attenzione significa sottoporla alla gogna mediatica e scoraggiare le denunce di chi subisce abusi da persone potenti. «Incrociata al mattino, sia pur fuggevolmente da me e da mia moglie, la ragazza appariva assolutamente tranquilla. Altrettanto sicura è la forte reprimenda rivolta da me a mio figlio per aver portato in casa nostra una ragazza con cui non aveva un rapporto consolidato. Non mi sento di muovergli alcun altro rimprovero» ha commentato Ignazio La Russa.
Non è la prima volta che un padre, per lo più in una posizione di potere, difende il figlio sostituendosi alla magistratura – il presidente del Senato ha affermato di avere la certezza che il figlio non abbia compiuto alcun atto penalmente rilevante – creando così un sistema di protezione e una rete di supporto che vuole rassicurare l’accusato e levargli di dosso le sue responsabilità. Era successo anche con Beppe Grillo nel 2021, quando il figlio Ciro venne accusato per uno stupro di gruppo: in entrambi i casi l’innocenza dei pargoli esiste fino a prova contraria, ma la testimonianza delle abusate è bugia dal primo istante, quando invece una vittima che denuncia è, anch’essa fino a prova contraria, una persona da ascoltare seriamente.
Ad aggravare questa vicenda è proprio il fatto che chi mette in atto la rete di omertà e di “victim blaiming”, ovvero la tendenza a colpevolizzare le vittime di violenza, in quanto ritenute corresponsabili dei trattamenti loro inflitti, sia un politico, un uomo con un incarico istituzionale che si trova in una posizione di potere estrema: dalle sue parole ci si aspetta attendibilità, come dimostrato dall’intervento della ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, che ha giustificato la posizione della seconda carica più alta dello Stato minimizzando il fatto che questa tolga credibilità alla versione della vittima e ha detto di non voler entrare «nelle reazioni di una persona che ha un rapporto affettivo con l’indagato».
Isolamento
Un’affermazione che sembra legittimare da parte delle istituzioni la possibilità di dubitare della parte lesa. La vittima viene pertanto dimenticata, rimane sola, nessuno le crede o prova a proteggerla. L’episodio infine ha suscitato clamore anche perché il presidente del Senato ha detto di avere “dubbi” su una querela presentata 40 giorni dopo il fatto.
Le sue parole sono sbagliate perché seppur in Italia il tempo massimo entro cui sporgere una querela è di tre mesi, il periodo di alza di 12 per una violenza sessuale. Questo perché non sempre le vittime capiscono immediatamente di aver subito una violenza, oppure perché hanno bisogno di più tempo per denunciare l’aggressore poiché intimorite dalle possibili ripercussioni.
Altri motivi potrebbero essere la vergogna, l’imbarazzo, il ritenere non grave il fatto accaduto o la mancata fiducia nelle forze dell’ordine. Non solo ci vuole molto tempo a capire cosa è successo, ma ce ne vuole altrettanto per dirlo ad alta voce, per prendere su di sé il peso di quelle parole e di quell’etichetta.
Le donne che decidono di denunciare dovrebbero essere maggiormente tutelate, in modo tale da incoraggiare la scelta ed evitare che molti abusi rimangano sommersi. Nell’Unione europea, otto donne su dieci non denunciano le violenze subite e nel nostro Paese lo fa solo il 12,2 per cento di quelle che ha subito violenza dal partner e il 6 per cento delle donne che hanno sofferto abusi da persone con cui non avevano una relazione.
(da TPI)

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