Luglio 18th, 2023 Riccardo Fucile
“CASI DI MOLESTIE, RAZZISMO E BULLISMO”… INTERVISTATI CENTINAIA DI EX DIPENDENTI, 78 HANNO RACCONTATO DI AVER SUBITO MOLESITE SESSUALI
Aggressioni sessuali e verbali, episodi di razzismo e atti di bullismo contro i dipendenti. È quanto emerso da un’inchiesta della Bbc incentrata sull’ambiente lavorativo della catena di fast food McDonald’s, nel Regno Unito.
L’inchiesta, condotta da tre giornaliste, ha coinvolto oltre 100 persone, tra dipendenti ed ex dipendenti della catena di fast food. A seguito della pubblicazione dell’inchiesta, l’ente britannico per la tutela dell’uguaglianza ha emesso una nota in cui ha espresso «preoccupazione» per quanto emerso, stilando una serie di linee guida comportamentali, inviate via e-mail ai vertici aziendali.
Palpeggiamenti e molestie
Dall’inchiesta è emerso che diverse dipendenti sono quotidianamente vittime di abusi fisici e verbali, venendo palpeggiate e molestate quasi quotidianamente, secondo quanto accertato dalla Bbc. palpeggiati e molestati quasi di routine, scrive l’emittente. Su una platea di oltre 100 intervistati, tra dipendenti ed ex dipendenti, inclusi giovani di appena 17 anni, è risultato che 78 di loro sono state vittime di molestie sessuali, e solo 31 hanno sporto denuncia per gli abusi subiti. Dall’inchiesta sono emersi anche 18 di episodi di razzismo e 6 di omofobia. Dopo lo scandalo emerso, McDonald’s ha ammesso di aver «fallito», scusandosi «profondamente» per quanto subito dai dipendenti ed ex dipendenti, sottolineando che «tutti i dipendenti meritano di lavorare in un luogo sicuro, rispettoso e inclusivo».
(da Open)
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Luglio 18th, 2023 Riccardo Fucile
“DJ NICO” NON ESISTE, LA PERSONA INDICATA DAL FIGLIO DI LA RUSSA SAREBBE UIN REALTA’ UNO DEI TRE DELL’APOPHIS
La caccia al secondo uomo del caso di Leonardo La Russa va
verso l’Inghilterra. Nella vicenda del presunto stupro del 19 maggio scorso c’è infatti quello che fino a ieri è stato chiamato Dj Nico. Anche lui, secondo quanto ha riferito il figlio del presidente del Senato alla ragazza che lo accusa di stupro, ha avuto rapporti con lei.
Il nome è presente nella denuncia che ha portato all’apertura dell’indagine. Ma, scrive oggi La Verità, il suo vero nome non è quello. La persona indicata da Apache alla ragazza sarebbe invece uno dei tre Dj che lavorava all’Apophis la notte del 18 maggio.
Intanto l’avvocato di uno dei tre parla con il quotidiano. Esclude che il suo assistito sia “Dj Nico” e spiega che è stato ingaggiato soltanto per quella festa da La Russa Jr.
Tommy Gilardoni, Luca Valenti e Roy Ventura
«Se ci fosse stato lui non sarebbe successo quello che è successo», aggiunge il legale. I tre dj che hanno suonato all’Apophis quella sera si chiamano Tommy Gilardoni, Luca Valenti e Roy Ventura, che in realtà si chiama Andrea Picierno.
Tutti e tre sono in attesa della convocazione da parte degli inquirenti. La serata si chiamava “Eclipse”. Il quotidiano parla con Tommaso Signorini, l’avvocato di Picierno. Il quale nega che il suo assistito sia andato a casa di La Russa. E aggiunge che ad andarci è stato «uno di quelli che erano a Londra». Tuttavia Picierno ha nominato un legale. Perché, spiega Signorini, «sono stato ingaggiato per altre cose e mi ha chiesto di gestire anche questa situazione. Perché l’hanno subissato di chiamate per questa cosa, visto che era uno dei dj della serata».
«Se ci fosse stato lui non sarebbe successo»
Però, fa sapere l’avvocato, «lui di questa storia sa poco e la ragazza non la conosceva. Ha invece conosciuto La Russa. Credo quella sera, perché è stato ingaggiato per quella festa che ha organizzato». Il legale aggiunge che a Picierno era stato offerto di andare a dormire a casa di La Russa ma lui ha rifiutato «perché era da un altro amico». E dice, piuttosto sibillino, che «quindi ha fatto bene, però forse per la ragazza è stato un male». Perché «se ci fosse stato lui, conoscendo il ragazzo, non sarebbe successo quel che è successo. Perché Picierno è molto serio. Fa il dj, ma ha anche una partita Iva. Credo come geometra. È una persona perbene». Ma il suo assistito «non vuole dare dettagli sulla vicenda. Perché dice che questo di Londra lo conosce…».
La pista che porta a Londr
Secondo il quotidiano invece Dj Nico sarebbe proprio Tommy Gilardoni. Nato a Como nel 1999, è l’unico che su Internet risulta lavorare a Londra, ovvero all’Omeara Club. Ma quando il cronista gli telefona per chiederlo lui attacca il telefono. La procura di Milano non ha ancora sollevato accuse nei suoi confronti. Perché della sua presenza in casa, a quanto pare, c’è prova soltanto per le parole dette dai La Russa. Sì, perché anche il presidente del Senato ne ha parlato.
Spiegando che quel giorno in casa erano ospiti altri due amici di suo figlio. Si tratterebbe di «italiani che studiano e lavorano a Londra». Il ragazzo presente in casa, ha spiegato il presidente del Senato, «dormiva in un altro piano». E che «era uno dei due ospiti» che studiano con suo figlio. Mentre l’altro «non c’era e non sa niente».
Il telefonino
Intanto ieri gli avvocati di La Russa jr hanno fatto sapere che Leonardo ha consegnato sia il cellulare che la Sim alla polizia di Milano che indaga sull’accusa di stupro. Come hanno riferito fonti qualificate, le verifiche riguarderanno solo il cellulare, che è stato accertato essere nella disponibilità del giovane. E non la Sim che è stata restituita in quanto non oggetto di sequestro perché intestata allo studio legale del fratello Geronimo in cui lavora anche il padre. Da quanto si sa al momento gli accertamenti verranno effettuati «con esclusione nella successiva analisi di comunicazioni» coperte dall’articolo 68 della Costituzione. Riguarderanno immagini rimaste impresse nella memoria e conversazioni o telefonate avvenute attraverso i social che abbiano pertinenza con le indagini.
La chiamata su Instagram
Come la chiamata su Instagram che Leonardo avrebbe fatto alla presunta vittima il 20 maggio, è riportato nella querela, «utilizzando Instagram» poiché non aveva il numero “diretto” della ragazza. La quale però «per paura» non avrebbe risposto. Insomma si punta ad ottenere elementi per ricostruire quanto è accaduto sia durante la serata all’Apophis, il club esclusivo dove i due giovani un tempo compagni di scuola si sono rivisti dopo essersi persi di vista sia nelle ore successive.
(da Open)
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Luglio 18th, 2023 Riccardo Fucile
LE CITTA’ PIU’ ROVENTI, IL CODICE CALORE E IL CAMBIAMENTO CLIMATICO… MERCALLI: “LE ESTATI A 50 GRADI CI CAMBIERANNO LA VITA”
La settimana di caldo record è iniziata. L’Italia è avvolta in una bolla di calore con temperature dai 37,8 gradi in su per almeno tre giorni consecutivi. Il responsabile del caldo record è l’anticiclone africano Caronte. Di giorno e all’ombra si arriveranno a toccare i 38-39 gradi nel centro-nord e 42-43 a Roma. In Sicilia sono attesi 45-46 gradi, in Sardegna fino a 47 e 44-45 in Puglia. La notte la temperatura non scenderà sotto i 20 gradi. Venti città hanno il bollino rosso.
Ma da dove proviene e quando finirà il caldo record? Il climatologo Luca Mercalli spiega che «Un grosso anticiclone africano domina la nostra penisola. Ormai dopo il 2003 è diventato una presenza costante delle nostre estati». Fino a mercoledì sarà così in tutta la penisola. Poi al Nord si comincerà a respirare, mentre per un calo delle temperature al Sud bisognerà aspettare il 25-27 luglio.
Dove si respira oggi e domani
Oggi le uniche città meno roventi saranno Bari, Catania, Civitavecchia, Milano, Reggio Calabria, Torino e Genova. Mercoledì, invece, su 27 città monitorate solo Milano e Reggio Calabria saranno arancioni. Mentre Bolzano e Genova avranno bollino giallo. Mercalli spiega nell’intervista a La Stampa che dal 2003 per la prima volta «abbiamo avuto 40 gradi a Torino, 40 a Milano, 40 a Parigi, temperature che prima non si erano mai viste. Quell’estate fece 70 mila morti, di cui 20 mila in Italia. Una situazione drammatica, stile Covid per capirci. Dopo il 2003 abbiamo avuto altre stagioni difficili, quella del 2015, il 2017, il 2019 e poi ancora quella dell’anno scorso, il 2022, che è da classificare quasi a pari merito con il 2003, quando abbiamo contato 60 mila morti, 18 mila in Italia. Sono dati del Cnr, numeri veri». Il ministero della Sanità ha raccomandato alle Regioni l’attivazione del cosiddetto “codice calore”.
Il codice calore
Ovvero un percorso assistenziale preferenziale e differenziato nei Pronto Soccorso per permettere di affrontare in maniera più efficiente l’ondata di calore. La settimana di temperature estreme che sta investendo l’Italia potrebbe arrivare a sfiorare l’attuale record, sia italiano che europeo, detenuto dalla Sicilia, vicino Siracusa, anche se non ancora confermato. È stato registrato l’11 agosto 2021 dalla stazione del Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano di Contrada da Monasteri, dove sono stati toccati i 48,8 gradi. Mercalli spiega che fare i conti per ora è prematuro: È ancora troppo presto, l’estate è appena iniziata. Un consuntivo potremo farlo a settembre. Possiamo solo guardare mese per mese. A giugno molti pensano che ha fatto fresco. Invece è stato tra i più caldi in 220 anni, sempre dati Cnr. Solo che è stato molto nuvoloso e nessuno si è accorto di questo caldo»
Il climate change
E quindi, secondo il climatologo, questo luglio «un record lo dovrebbe già aver raggiunto, quello di una ondata di calore di grande intensità mai così prolungata». Il tutto proviene dal cambiamento climatico: «È il sintomo per eccellenza. Con il riscaldamento globale il primo sintomo è l’ondata di calore. Non solo in Italia. In tutto il mondo. In Cina hanno superato i 50 gradi. Pensi agli incendi in Canada, che non c’erano mai stati di quelle dimensioni. Poi abbiamo gli oceani, che non sono mai stati così caldi. Soprattutto l’Atlantico, che è ai suoi massimi storici: 4,6 millimetri all’anno è la media mondiale della crescita degli oceani». Il pianeta, dice Mercalli nel colloquio con Pierangelo Sapegno, «sta dando i numeri. Con conseguenze gravissime per l’agricoltura, l’energia, la salute, le migrazioni. Noi queste cose le diciamo da 31 anni, dal 1992, quando ci fu l’accordo internazionale di Rio de Janeiro. Questa roba ha un timbro di formalizzazione politica di 31 anni. E invece continuiamo solo a fare chiacchiere»
Le città più calde in Italia
Fino a mercoledì 19 il caldo aumenterà, con 38-39 gradi centigradi sia sulla Valle Padana, come a Bologna, Ferrara, Rovigo, Mantova, Alessandria e Pavia, sia al Centro come a Firenze e in Umbria (la parte più meridionale). Nel Lazio invece si toccheranno punte di 42-43 gradi, specie a Roma. E la nostra vita, in prospettiva, rischia di cambiare completamente. Spiega ancora Mercalli: «Pensi ai vigneti del Piemonte, non ci saranno più, faremo datteri. Se faranno gli interventi che chiediamo, entro la fine del secolo i mari si alzeranno di 40 centimetri e la temperatura salirà di due gradi». E prosegue: «Ma se la politica non farà niente, allora le acque si innalzeranno di un metro e 20. E allora che ne sarà, ad esempio, di Venezia? Ma guardi che queste cose non le dico io. Le dice Antonio Guterres, segretario Onu. Le ha dette il Papa nel 2015. Le dice anche Giorgio Parisi, Nobel per la fisica 2021. E se vogliamo essere efficaci dobbiamo intervenire entro il 2030, è come una malattia, non si può più perdere tempo. Se no condanniamo i nostri figli».
Il caldo record e l’aumento delle temperature dal 1800
«A partire dal 1800 in Italia, come anche in altri paesi del Mediterraneo, l’aumento delle temperature è stato particolarmente pronunciato, più che nel resto d’Europa. E l’aumento sta accelerando», aggiunge il ricercatore Isac-Cnr Michele Brunetti: «Questo vuol dire che gli attuali record si apprestano indubbiamente ad essere superati». La dimostrazione arriva dall’Agenzia Nazionale statunitense per gli Oceani e l’Atmosfera. I dati mostrano che il giugno appena concluso è stato il più caldo degli ultimi 174 anni. La temperatura media globale è stata di 1,05 gradi sopra la media. 0,13 gradi in più rispetto al precedente record stabilito a giugno 2020.
Le regole per gli anziani
Andrea Ungar, 55 anni, presidente della società italiana di Geriatria e cardiologo al Careggi di Firenze, spiega al Corriere della Sera le regole per gli anziani: «Devono chiamare il loro medico e informarsi se sia il caso di modificare la terapia farmacologica. I farmaci per l’ipertensione arteriosa, scompenso cardiaco o infarto abbassano la pressione. Attenzione in particolare ai diuretici». Per il professore «calo di pressione e disidratazione sono un pessimo binomio. Bere molta acqua, aiuta a diluire la concentrazione dei farmaci e a prevenire l’accumulo. L’acqua è fonte di salute, non è uno slogan. È un salvavita». Per quanto riguarda la pressione, ci vuole «attenzione se la massima è sotto 120, pericolo sotto i 100. Gli organi non ricevono abbastanza sangue e c’è un decadimento generale delle funzioni». Si possono avere «cadute e svenimenti. Nelle settimane di caldo estremo aumentano le fratture e quelle di femore nei fragili portano guai».
Come usare l’aria condizionata
Paolo Martelletti, presidente della Fondazione italiana studio cefalee e professore alla Sapienza di Roma, spiega invece come usare l’aria condizionata. «È necessario utilizzare l’apparecchio in modalità deumidificatore. L’umidità è acerrima nemica degli emicranici che dovrebbero muoversi in ambienti freschi e in assenza di ventilazione». Quando si va nei negozi, bisogna invece «coprirsi il capo per mantenere la temperatura del cranio stabile». In auto, invece, è necessario «tenere la ventilazione al minimo. In altre parole, e questo vale per tutti, sfruttare con ragionevolezza una comodità che migliora la vita». Il professore ricorda anche che è necessario «pulire il filtro rima della riaccensione con le apposite sostanze disinfettanti. Un’operazione semplice che previene la diffusione nell’aria di particelle allergeniche».
(da Open)
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Luglio 18th, 2023 Riccardo Fucile
SOLO 114 SONO REALISTICAMENTE RECUPERABILI… I RISULTATI DELLE PRECEDENTI ROTTAMAZIONI: INCASSATI QUASI 20 MILIARDI MA SE NE STIMAVANO OLTRE 50
Ci sono alcuni numeri ben precisi nell’audizione che l’Agenzia
delle Entrate ha depositato lunedì sera al Senato – al termine di una giornata di botte e risposte sulle ipotesi di nuovi condoni – e che spiegano perché il direttore dell’Ade, Ernesto Maria Ruffini, e il viceministro Maurizio Leo, padre della delega fiscale, siano fermi nel limitare le fughe in avanti del vicepremier Matteo Salvini su nuove tregue fiscali tombali. Da una parte, le varie rottamazioni che si sono succedute hanno portato sì quasi 20 miliardi nelle casse dell’Erario. Ma è molto meno di quel che si metteva in conto.
E allora, dall’altra parte, viene da chiedersi se il gioco a promettere un altro condono valga la candela. Perché, dicono gli esperti, è anche a causa di queste promesse continue di pace fiscale che gli italiani rinviano i propri impegni con l’Erario. E non è un caso che il magazzino del non riscosso sia una cifra monstre, 1.153 miliardi di euro.
Il magazzino della riscossione da record
Nel commentare la delega di riforma del Fisco, le Entrate riconoscono che il testo prova a semplificare e rendere più efficiente il processo di riscossione e rimborso, dicendo che ora è una “disciplina estremamente farraginosa che, nonostante le parziali modifiche intervenute nel tempo, risulta ancora sostanzialmente ispirata a principi appropriati ad un contesto di alterità tra la pubblica amministrazione e i soggetti privati incaricati dell’attività di recupero coattivo, ormai superato da molti anni”.
Ecco che così il “magazzino della riscossione” – fatto di “crediti vetusti, non riscossi e, di fatto, in buona parte non riscuotibili” – è arrivato alla cifra monstre di circa 1.153 miliardi di euro ed è composto da oltre 170 milioni di cartelle di pagamento che contengono circa 290 milioni di singoli crediti affidati. Riguardano 23 milioni di soggetti debitori. Un importo, quello di oltre mille miliardi, “già al netto degli importi annullati a seguito dell’integrale pagamento delle somme dovute per le precedenti edizioni della definizione agevolata (cd. rottamazioni) e del cd. “Saldo e Stralcio”, nonché delle somme oggetto delle disposizioni di annullamento ex-lege – stralcio dei cd. “mini-crediti””. Se si guarda il “magazzino netto”, ovvero quello senza considerare i debitori falliti, deceduti, nullatenenti, su cui è già scattata una azione cautelare o esecutiva, si scende a soli 114 miliardi.
Da una seconda tabella emerge per altro come la mancata riscossione sia concentrata tra i grandi soggetti. Ripartito per fasce di debito del contribuente, infatti, quel debito si concentra per quasi il 70% dell’ammontare in pacchetti di valore superiore ai 500mila euro. Grandi debiti, dunque, o grandi “evasori”. Solo il 3,3% dell’ammontare fa riferimento a carichi sotto i 10mila euro. E se si guarda alla tipologia di contribuenti, nel 64% dei casi si tratta di persone giuridiche.
Il punto sulle rottamazioni
Nel testo si trova anche la ricognizione di aspettative e risultati effettivi delle prime tre rottamazioni e il Saldo e Stralcio. Hanno portato nelle casse dell’Erario complessivi 19,9 miliardi di euro, considerando anche 400 milioni ancora attesi quest’anno, con un impatto sul magazzino dei crediti non riscossi pari a 30,4 miliardi. La rottamazione Quater – che prevedeva la richiesta entro la fine di giugno – non ha ancora un gettito previsto ma ha registrato 3,8 milioni di istanze da un totale di contribuenti di poco superiori ai 3 milioni.
I dati mostrano comunque una forte riduzione degli incassi rispetto a quanto programmato. Per la prima rottamazione si stimavano importi per 17,8 miliardi, contro gli 8,4 di quelli realmente versati; nella riapertura della rottamazione Bis si prevedevano 8,5 miliardi ma il gettito si è fermato 2,8 miliardi; la versione Ter aveva un’attesa di incasso di 26,3 miliardi ma sono 8 si sono concretamente realizzati. I Saldo e Stralcio, poi hanno dato 700 milioni contro gli 1,3 miliardi previsti.
(da La Repubblica)
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Luglio 17th, 2023 Riccardo Fucile
LA SCRITTRICE CATERINA SOFFICI RACCONTA L’ODISSEA DI SUO FIGLIO ALLA RICERCA DI UN LAVORO: “UNA SOCIETÀ PROPONE LA STESSA POSIZIONE IN INGHILTERRA, OLANDA E IN ITALIA. MA ALL’ESTERO OFFRE UNA PAGA DI 24MILA STERLINE L’ANNO. IN ITALIA OFFRE UNA “INTERNSHIP” DI SEI MESI GRATIS”
Questa potrebbe essere una storia molto bella. Inizia con un ragazzo che studia ingegneria. È uno di quei nerd nati nel nuovo millennio, nativi digitali dunque, che cercano di capire come funziona il mondo attraverso i numeri. Per questo ragazzo ogni cosa può essere ricondotta a un algoritmo, così come ogni fenomeno naturale e usa la tecnologia di conseguenza
Quando era all’università ha passato le notti a contendersi le stampanti in 3D con agguerriti cinesi, per stampare modellini di non so quale turbina. Ha scelto un corso di studi difficile e complicato perché per lui è una passione. Ce ne sono tanti, come questo ragazzo. Sono la meglio gioventù dei nostri giorni.
Questo ragazzo dalle belle speranze ha rifiutato la richiesta di un professore che gli ha offerto di fare un Phd perché adesso vuole lavorare. È stufo di passare le sue giornate in laboratorio e a inseguire teorie, vuole mettersi alla prova e fa a domande di lavoro, nel campo che lo appassiona: le energie alternative.
Questo tipo di nerd sono molto richiesti ovunque, potrebbe lavorare con gli algoritmi nel campo della finanza, per esempio. E farebbe molti soldi. Potrebbe lavorare nelle consulenze. Anche lì servono nerd che sanno maneggiare i numeri e anche lì farebbe molti soldi.
E qui inizia la seconda parte della storia, che è triste e che fa anche molta rabbia. Perché questo ragazzo, che nella fattispecie è uno dei miei figli (la cosa è sicuramente secondaria, ma è il motivo per cui sono venuta a conoscenza della storia e per cui la racconto) dopo anni di vita in Inghilterra vorrebbe provare a tornare in Italia.
Non potremmo neppure definirlo un “cervello in fuga”, come di diceva qualche tempo fa, perché non è fuggito da nessuna parte.
Non è uno dei tanti laureati in Italia che poi sono costretti a scappare all’estero. Semplicemente lui è cresciuto in Inghilterra e ha studiato lì perché ce lo abbiamo portato noi quando aveva nove anni.
Poi, vuoi per via di Brexit, vuoi perché dopo tanti anni di tempo cupo e cieli piovosi e di freddo, vuoi perché è cresciuto comunque in una famiglia italiana, per lui l’Italia – con il sole, il cibo, lo stile di vita eccetera – lo affascina.
Per farla breve, tra le varie domande di lavoro che sta facendo, non ha escluso l’ipotesi Italia. E qui viene la cosa brutta per cui vale la pena raccontare questa storia che riguarda tanti e troppi ragazzi italiani (ma anche stranieri che hanno la stessa fascinazione per l’italia).
La stessa società propone la stessa posizione in Inghilterra, Olanda e in Italia. Ma all’estero per le stesse mansioni e con gli stessi requisiti, questa azienda offre un contratto di lavoro e una paga di circa 24mila sterline l’anno. In Italia offre invece una cosiddetta “internship” – leggi stage – di sei mesi gratis.
Perché? Perché uno schiaffo in faccia così? . In qualunque paese del mondo si chiama sfruttamento. E la scusa che per i primi mesi un giovane non è capace di fare niente e quindi è un costo per l’azienda non regge. Perché all’estero, per assicurarti il cervello del nerd di cui ho raccontato, lo pagano. Quindi credo che questo ragazzo che ha studiato all’estero, e che quindi non è costatato un euro allo stato italiano, sarà costretto a rimanere all’estero.
E tanti altri che invece hanno studiato in Italia, e sono costati decine di migliaia di euro allo stato italiano, saranno costretti ad andarsene in luoghi dove li pagano.
Caterina Soffici
(da “La Stampa”)
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Luglio 17th, 2023 Riccardo Fucile
ANCHE DIETRO A VOX GRUPPI DI POTERE, NOSTALGICI DEL MEDIOEVO E RAZZISTI
Con un video-messaggio al comizio di Vox, tenutosi giovedì sera
a Valencia, Giorgia Meloni si è augurata un successo delle destre alle elezioni spagnole del 23 luglio al fine di accelerare la realizzazione dell’“Europa dei patrioti” in vista delle consultazioni per il Parlamento Ue a metà del prossimo anno.
L’“Europa dei patrioti” per Meloni è in via di costruzione grazie ai recenti risultati elettorali in Finlandia e Svezia che si sommano alle leadership conservatrici in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e, ovviamente, Italia. Tutti Paesi dove partiti popolari e conservatori si sono alleati per governare proprio come potrebbe avvenire a Madrid grazie ad un patto fra il partito popolare e Vox. Vediamo chi sono questi “patrioti” spagnoli con cui Meloni vuole costruire l’Europa dei nostri figli.
L’“Agenda Spagna” che presentano agli elettori è eloquente
Vox vuole “far riguadagnare sovranità agli Stati membri contro la burocrazia di una Commissione Europea che nessuno ha scelto”. La transizione ecologica dell’Unione Europea deve essere “sconfitta” “perché trasferisce risorse dalla classe lavoratrice alle élites con la scusa della difesa del clima”.
Le imposte vanno “abbattute” al fine di “smantellare il sistema delle autonomie regionali, ridurre i ministeri e tagliare i membri del Parlamento”. Va superata la “Legge sulla memoria democratica” che consente di perseguire e punire i crimini commessi durante la dittatura del generale Franco. La legge “contro le violenze di genere” va sostituita con una nuova di zecca “sulla difesa della famiglia” e tutti gli immigrati illegali “vanno espulsi” perché “è l’avanzata del globalismo che minaccia la protezione dell’identità culturale delle nostre nazioni”.
Ovvero, per i “patrioti” di Vox gli avversari sono le istituzioni europee, le autonomie regionali (a cominciare da Catalogna e Paesi Baschi), le tasse, la protezione del clima, i diritti di genere, i migranti, il ricordo dei crimini del franchismo e più in generale “il globalismo”
È la fotografia fedele di un’idea tribale di patria
Ciò che accomuna le posizioni ostili ad ogni accordo sui migranti di Varsavia, Budapest e Praga con il linguaggio politico di Meloni e Santiago Abascal è la volontà di spostare il focus della costruzione europea dall’attuale agenda basata sulla integrazione nell’orizzonte del federalismo ad una visione sul prepotente ritorno delle nostalgiche patrie di stampo ottocentesco.
Si tratta di un bivio che nasce dalla crisi dello Stato-nazione contemporaneo investito dall’impatto della globalizzazione. Incapace di governare il flusso dei migranti e in ritardo rispetto all’impatto delle diseguaglianze, lo Stato nazionale europeo può reagire cercando una soluzione a queste temibili sfide nell’accelerazione dell’integrazione europea oppure nel tribalismo di una politica in mano a gruppi sempre più auto-referenti, etnici, isolati.
Saranno i prossimi mesi a dirci se il partito popolare europeo cederà alla tentazione sovranista del patto con la tribù dei patrioti ma quanto sta avvenendo in Gran Bretagna è un evidente monito contro la facile seduzione di un ritorno al nazionalismo: il Paese che nel 2016 a sorpresa scelse la Brexit, cedendo alla campagna anti-migranti, oggi è alle prese con conseguenze sociali ed economiche negative
A Londra ieri come a Madrid oggi, i patrioti hanno facile gioco ad esaltare le paure collettive per offrire come rifugio il nazionalismo del passato ma il prezzo è il pericoloso indebolimento dell’Europa comune.
(da La Repubblica)
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Luglio 17th, 2023 Riccardo Fucile
L’ALLARME DI SANCHEZ: “UNA MINACCIA PER L’EUROPA”
La Spagna entra oggi nella settimana che la porterà domenica alle urne per il rinnovo del Parlamento, e tutti i segnali sembrano indicare che la leadership dei socialisti di Pedro Sánchez abbia i giorni contati.
Ad avere il vento in poppa, come confermano gli ultimi sondaggi pubblicati questa mattina prima del silenzio pre-elettorale, sono i Popolari guidati da Alberto Núñez Feijóo, all’opposizione dal 2018.
Che al loro fianco nella prossima avventura di governo potrebbero avere – se troveranno i numeri in Parlamento e l’alchimia politica – l’estrema destra di Vox, il partito nazionalista e nostalgico del Franchismo guidato dall’alleato di Giorgia Meloni Santiago Abascal. Una prospettiva che allarma parte dell’Europa, considerato anche che la Spagna ha appena preso le redini del Consiglio delll’Unione europea – l’organo rappresentativo dei 27 governi chiamato a guidare tutti i processi decisionali e legislativi.
E arrivando oggi a Bruxelles per il vertice tra Ue e Paesi dell’America latina, il premier uscente spagnolo non ha nascosto il pericolo di uno scenario del genere, anzi ha calcato la mano sull’importanza «europea» della sfida di Madrid: «Da una parte ci sono le politiche progressiste, dall’altra c’è la minaccia reale rappresentata da un governo di coalizione tra il Partito popolare e Vox, che segnerebbe un passo indietro per la Spagna e una seria battuta d’arresto per il progetto europeo», ha detto chiaro e tondo Sanchez. Che al contempo ha ostentato tuttavia ottimismo, come fa ormai da settimane a dispetto dei sondaggi, sull’esito finale delle urne: «Vinceremo le elezioni perché i cittadini sono sempre più coscienti delle opportunità che potremmo perdere se non consolidiamo i passi avanti che abbiamo fatto negli ultimi quattro anni».
Cosa dicono i sondaggi
L’ultima rilevazione realizzata dall’istituto 40dB e pubblicata questa mattina da El Paìs, prima del divieto di diffusione di sondaggi fino al giorno del voto, conferma i timori del centrosinistra e le speranze, ma anche i crucci in vista della formazione di un governo, della destra.
I Popolari di Alberto Núñez Feijóo sono accreditati del 32,9% delle preferenze, pari a 135 seggi nel futuro Parlamento. Nessun dubbio dunque, almeno secondo tutti i sondaggi pubblicati negli ultimi mesi, sul fatto che il Pp si appresti a tornare il primo partito del Paese.
La convocazione stessa delle urne anticipate da parte di Sánchez dopo la chiara sconfitta alle elezioni amministrative del 28 maggio, d’altra parte, nasceva proprio come scommessa del premier per provare a invertire il trend elettorale bruciando sul tempo la destra. Speranza vana, stando ai sondaggi. Il suo Psoe è accreditato del 28,7% dei voti, che gli varrebbero 110 seggi.
Per trasformare la vittoria elettorale in un nuovo assetto di governo i Popolari avranno bisogno però di trovare alleati in Parlamento, considerato che la soglia della maggioranza assoluta è fissata a quota 176 deputati.
I primi indiziati saranno quelli che porterà in Parlamento l’estrema destra di Vox, cui ancora pochi giorni fa la nostra premier ha fatto sentire tutta la sua vicinanza con un messaggio di auguri tutto imperniato sulla lotta all’immigrazione clandestina. Ma secondo gli ultimi numeri del Paìs, il partito di Abascal si fermerebbe a 38 seggi (nell’attuale Parlamento ne ha 52).
Vox è una formazione ultra nazionalista, anti immigrati, anti abortista ed euroscettica nato nel 2013 da una scissione del Pp. In Europa siede nei banchi del gruppo dei Conservatori e riformisti con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, con cui i rapporti sono molto stretti
Il partito è noto per le sue posizioni controverse come la minimizzazione del problema della “violenza di genere” a la negazione del cambiamento climatico. La formazione politica è anche contraria alla concessione di diritti alla comunità Lgbt+, in un Paese che in materia è tra i più progressisti del mondo.
Rebus di governo
Ammesso e non concesso che Feijóo voglia aprire a Vox la strada del governo nazionale, prospettiva su cui il leader del Pp ha sorvolato per tutta la campagna elettorale insistendo sull’ambizione maggioritaria del suo partito, al blocco di destra mancherebbero comunque almeno 3 voti per assicurarsi la maggioranza assoluta nel prossimo Parlamento.
Feijò potrebbe andare a cercarli tra le forze minori, ma non è detto che sia un compito facile: secondo il quotidiano spagnolo, al momento può realisticamente pensare di contare sull’appoggio o quanto meno sulla benevola astensione di due deputati. Ma i numeri, come evidente, sono appesi a un filo, e potrebbe bastare un distacco anche minimo dalle proiezioni dei sondaggi per rendere un governo a traino di destra una realtà ben più probabile, tra una settimana, o viceversa al limite dell’impossibile.
E in quel caso, in un Parlamento altrimenti bloccato, non è detto che non possa rispuntare dal cappello – magari con la discreta moral suasion dei vertici europei – la strada della grande coalizione Pp-Psoe. Appuntamento nelle urne nel fatidico «23-J», il bollente (in tutti i sensi) 23 luglio elettorale spagnolo.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2023 Riccardo Fucile
LA SUA STRATEGIA È TIRARE LA CORDA ED EVITARE DI FARE LE RIFORME RICHIESTE DA WASHINGTON. TANTO CI SON SEMPRE GLI EUROPEI A DARE UNA MANO PER FARE IL GIOCO SPORCO SUI MIGRANTI
Quante volte negli ultimi mesi Giorgia Meloni e Antonio Tajani
hanno lanciato appelli affinché il Fmi sbloccasse il prestito di 1,9 miliardi di dollari alla Tunisia, necessario per evitare il default. Ma siamo proprio sicuri che lo sbarramento arrivi da Washington? Le cose, in realtà, non stanno esattamente così.
Da mesi a bloccare il prestito è Kais Saied, il presidente tunisino: rifiuta il programma di riforme che il suo Paese deve impegnarsi a realizzare per ottenere il prestito. Malgrado l’agitarsi dei dirigenti italiani, niente si è mosso dalla primavera scorsa.
Saied non cede. E punta sul fatto che le riserve in moneta straniera, frutto della stagione turistica (quest’estate migliore del previsto) e degli apporti della diaspora tunisina all’estero, senza considerare la recente riduzione delle tariffe energetiche internazionali, permettono alla Tunisia di resistere al default più a lungo di quanto si immaginasse: non sarebbe più una questione di mesi ma piuttosto un’opzione plausibile nel 2024.
Insomma, il Paese può “vivacchiare” ancora un po’ e tirare la corda, senza preoccuparsi di cominciare a risolvere i suoi problemi strutturali con misure a forte rischio sociale. Ma rischia di vedere aggravare in questi mesi le penurie di prodotti di base che già mancano nei negozi, come zucchero, farina e olio vegetale.
Nelle ultime ore si vedono perfino lunghe file davanti ad alcuni panifici: la carenza del pane, all’origine di tante rivolte, è storicamente pericolosa in Tunisia. Saied tira la corda, ma è un azzardo.
Per un prestito del Fondo monetario internazionale, in media il negoziato avviene in tre mesi. L’organizzazione sta discutendo con la Tunisia da due anni e tre mesi. Il Governo della premier Najla Bouden era comunque riuscito a mettere insieme un piano di riforme, sul quale Tunisi e il Fondo avevano raggiunto un accordo preliminare nell’ottobre 2022.
Il via libera definitivo era previsto entro la fine dell’anno scorso. Ma non è mai arrivato, a causa dell’intrusione nel dossier di Saied
In Tunisia esiste una Cassa di compensazione che finanzia i prezzi di prodotti come la benzina e altri generi di prima necessità. Queste sovvenzioni rappresentano il 20% del bilancio dello Stato e hanno costituito l’intero deficit pubblico (l’8% del Prodotto interno lordo) nel 2022.
Da sole quelle dei carburanti rappresentano il 5%, come dire più delle spese pubbliche per sanità e istruzione. Ma in realtà a beneficiarne è soprattutto il 10% più ricco della popolazione, che può rifornire le sue vetture di alta cilindrata con una benzina a prezzi stracciati.
Il programma di riforme presentato al Fmi prevede di ridurre progressivamente le sovvenzioni, compensando il taglio con aiuti diretti alle famiglie più bisognose. Saied, però, dice di no.
E fa anche ostruzione a un’altra riforma importante, la ristrutturazione delle 104 aziende pubbliche, carrozzoni più o meno in stato di fallimento. Una legge sulla governance di queste imprese è stata approvata dal governo, ma il Presidente non ci ha messo la sua firma e l’ha fatta arenare.
Intanto il tempo passa. «Le riserve di cambio – continua Saidane – potevano garantire, nell’ottobre del 2022, altri 126 giorni di importazioni. Oggi siamo a circa 100 giorni. La soglia in cui scatta l’allarme è quella dei novanta giorni ».
Il deterioramento di questo parametro è reale, ma più lento del previsto Secondo l’economista «quest’anno Saied farà di tutto per pagare gli interessi del debito estero e dovrebbe riuscirci: il default, in realtà, sarà un rischio reale solo nel 2024. Intanto, però, le società pubbliche che importano prodotti di base dall’estero, potrebbero avere più problemi per pagare le forniture. E le penurie dovrebbero aumentare». Quella intavolata tra Saied e il Fondo monetario internazionale sta diventando una pericolosa partita a poker.
(da la Repubblica)
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Luglio 17th, 2023 Riccardo Fucile
EMERGE CHE IN FRANCIA, GERMANIA E INGHILTERRA SONO I PIÙ INTERESSATI ALLA POLITICA INTERNAZIONALE, NEGLI USA ALLA POLITICA INTERNA. GLI ITALIANI PREFERISCONO CRONACA, INTRATTENIMENTO E CAZZATE VARIE
L’informazione non gode di buona reputazione. I politici si scagliano contro i giornalisti che li criticano, per loro sono tutti «faziosi», e cresce la diffidenza fra i lettori che si lamentano della qualità delle news. Secondo il Digital News Report 2023, studio del Reuters Institute dell’Università di Oxford condotto su un campione di 93 mila persone in 46 Paesi, solo il 34% degli italiani ha fiducia nelle notizie.
Ma quali sono le notizie preferite dai lettori? Per capirlo Dataroom ha monitorato per 55 giorni, suddivisi in quattro periodi, le principali testate online europee e statunitensi: Corriere della Sera, The Guardian, Le Monde, Der Spiegel, El País, The Wall Street Journal e The Washington Post. Abbiamo escluso The New York Times perché non pubblica classifiche sul gradimento dei suoi utenti.
Le notizie più lette a confronto
I 7 siti pubblicano ogni giorno una sezione dedicata agli articoli più letti e per il calcolo del «traffico» in tempo reale si affidano a strumenti interni di monitoraggio dei contenuti (la piattaforma «Ophan» per il Guardian) oppure a software esterni di analisi dati (Chartbeat, AT Internet, Adobe Analytics etc.).
Dal confronto emerge che i lettori di The Guardian (sito britannico con oltre metà degli utenti Oltremanica), Le Monde e Der Spiegel sono i più interessati alla politica internazionale. Negli Stati Uniti l’attenzione si concentra sui fatti economici e politici interni. Gli italiani e gli spagnoli hanno abitudini di lettura più variegate.
Il 14 maggio c’è il primo turno delle presidenziali in Turchia e Erdogan rischia di perdere il potere. L’esito, il giorno dopo, conquista la prima posizione su Guardian e Le Monde, la seconda sullo Spiegel, la quarta su El País, la 15esima sul Corriere, dove l’articolo più apprezzato è l’intervista esclusiva al campione di tennis Novak Djokovic.
Il 21 maggio i russi prendono Bakhmut: è la notizia più letta sul Guardian e Le Monde, seconda su El País e sul sito del settimanale Der Spiegel, decima sul Corriere, dove primeggia l’intervista allo storico portiere Ricky Albertosi. Il 23 maggio c’è il primo raid dei partigiani russi nella regione di Belgorod: prima posizione su Le Monde, seconda sul Guardian, terza su El País, sedicesima sul Corriere, dove in testa c’è la morte della giornalista Maria Giovanna Maglie.
Dove ci si allinea e le scelte degli abbonati
Ci si allinea su 5 eventi. Il 26 aprile il presidente Xi Jinping ha il primo colloquio telefonico con Zelensky: prima posizione su Guardian, quinta su Corriere e El País. Il 14 maggio, finale di Eurovision: prima posizione su Corriere, Le Monde, Spiegel e El País. Il 17 maggio l’alluvione in Romagna è il pezzo più letto su Corriere, Guardian e Spiegel. Il 12 giugno la morte di Berlusconi è prima notizia su Corriere e Spiegel, seconda su Le Monde, terza sul Guardian, quinta su El País. Il 24 giugno c’è il tentativo di colpo di Stato della Wagner: notizia più letta ovunque, anche sui 2 siti americani (Wall Street Journal e Washington Post).
In generale sui 55 giorni monitorati, la guerra d’Ucraina è la notizia più letta 36 volte su Le Monde, 35 sul Guardian, 21 sullo Spiegel, 8 sul Corriere, 7 su El País, 6 sul Wall Street Journal e 5 sul Washington Post.
Se però guardiamo cosa leggono gli abbonati di Corriere.it (per le altre testate i dati non sono disponibili), la presa di Bakhmut da decima diventa la quinta notizia più letta, l’intervista ad Albertosi da prima diventa 13esima, le conseguenze del tentato golpe a Mosca primeggiano per giorni e in generale le notizie sulla guerra restano sempre tra le più seguite. L’intervista a Djokovic si conferma tra gli articoli più letti anche tra gli abbonati
Una giornata qualunque
Cosa succede invece in un giorno senza grandi breaking news? Il 6 luglio l’attenzione degli utenti di Corriere.it è monopolizzata dall’apertura del testamento di Berlusconi; sul Guardian domina il presunto ritorno del boss della Wagner Prigozhin a San Pietroburgo; i lettori di Le Monde si concentrano sul bilancio di una settimana di sommosse a seguito dell’uccisione del giovane Nahel.
Sul Washington Post l’articolo più letto riguarda i record del riscaldamento climatico, sul Wall Street Journal un ritratto della prima giudice afroamericana della Corte Suprema, Ketanji Brown Jackson. I lettori dello Spiegel si appassionano alla storia del capodoglio trovato morto con in pancia un’ambra grigia del valore di 500 mila euro, mentre quelli di El País seguono i risvolti delle elezioni politiche che si terranno il prossimo 23 luglio.
Questione di fiducia
La fedeltà alla carta stampata sta precipitando ovunque, in Italia è al 16% (dieci anni fa era al 59%). Oggi il 70% degli italiani si informa su tv, siti e social media, che da soli valgono il 42% e sono la principale fonte d’accesso alle notizie online. I social talvolta diffondono notizie vere, ma mettono anche sullo stesso piano le verità e le peggiori menzogne e, al contrario degli editori, non rispondono di ciò che viene pubblicato sulle loro piattaforme.
Secondo il Reuters Institute la fiducia nel mondo dell’informazione resta alta nel Nord Europa (con la Finlandia al 69%, Danimarca e Olanda al 57%), dove quasi il 60% degli utenti si informa direttamente sulle testate di news online. Il grado di fiducia scende nei Paesi con una rinomata tradizione giornalistica come Gran Bretagna (33%) e Usa (32%), per precipitare al 19% in Grecia. L’Italia si piazza al 34%. C’è un dato interessante che riguarda invece l’affidabilità delle notizie: è del 78% quella dell’Agenzia Ansa, del 71% quella di SkyTG24, del 67% il Sole 24 Ore, 63% il Corriere e 59% la Repubblica.
Chi raccoglie più abbonamenti
Dai dati del Digital News Report 2023 il Nord Europa ha la percentuale più alta di utenti che si abbonano ai giornali online per avere un’informazione di qualità, la media è sul 35%; negli Usa siamo al 21%, in Francia 11%, Gran Bretagna al 9%, l’Italia è ferma al 12%, come 5 anni fa.
Nella classifica dei quotidiani con più abbonati online nel mondo a fine 2022 in testa c’è il New York Times: con 8,8 milioni di sottoscrizioni l’incasso supera addirittura quello che arriva dalla pubblicità. Seguono Wall Street Journal (3,2 milioni) e Washington Post (2,5 milioni). In Italia la leadership è del Corriere della Sera con 540 mila abbonati.
In generale il 22% sarebbe anche disponibile a sottoscrivere un abbonamento se trovasse «contenuti più inediti»; il 13% se non ci fosse pubblicità, il 32% se riuscisse a ottenere prezzi più bassi (cioè inferiori alle offerte che vanno dai 5 ai 9 euro al mese!). Il 42% invece vuole l’informazione gratis e dice che nulla potrebbe mai spingerlo ad abbonarsi.
Il potere dei lettori
E arriviamo al dunque: come campano i siti di news? Con gli abbonamenti e con la pubblicità. Notoriamente sui siti si trova di tutto, dalle notizie internazionali a quelle di politica interna, di costume, cronaca etc. Dai dati Audicom sui primi 5 mesi del 2023, confrontando i numeri sul traffico dei 4 principali siti web (Corriere, la Repubblica, il Fatto Quotidiano, il Messaggero), si scopre che, se si escludono le notizie di stretta attualità, i lettori italiani scelgono principalmente notizie a metà strada fra la cronaca e l’intrattenimento.
Sono queste le pagine più consultate, e che consentono la raccolta pubblicitaria che serve a tenere in vita i siti, considerata la bassa propensione a pagare per il prodotto. Di conseguenza è inevitabile che si punti sugli argomenti che incontrano le richieste del grande pubblico rispetto a contenuti che richiedono più tempo, più costi e più rischi, ma «rendono» meno.
È utile sapere due cose:
1) il futuro politico, economico, culturale, sociale di ogni Paese dipende dal modo in cui i suoi membri sono, o non sono, informati;
2) già oggi l’85% della pubblicità finisce nelle tasche dei proprietari delle grandi piattaforme (Alphabet/Google, Meta/Facebook, Apple e Microsoft) che velocemente si prenderanno anche il resto, e saranno i loro algoritmi ad orientare l’informazione globale. Non è scritto da nessuna parte però che questa fosca prospettiva non si possa scongiurare.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da il “Corriere della Sera”)
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