Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
UNA PARTE DEL PARTITO NON VUOLE PIU’ VEDERE DANIELONA NEANCHE IN CARTOLINA, LA “PITONESSA” VIENE ACCUSATA DI TRADIMENTO PER AVER TACIUTO DEI “TROPPI SCHELETRI NELL’ARMADIO”: “POTEVA PURE PARLARE PRIMA”
Si sta materializzando il peggior incubo di Giorgia Meloni, del suo
governo, del suo partito. Ogni giorno che passa, un altro colpo. Troppi i versanti giudiziari aperti: Delmastro, La Russa jr, Santanchè. E mentre le cose non le sembrano andare male a livello internazionale, a casa è rosolatura lenta, cavalcata dalle opposizioni. Così monta la rabbia.
Nei giorni scorsi l’ira di palazzo Chigi era esplosa contro i magistrati. Ora dentro Fratelli d’Italia sta venendo fuori un’ira fredda nei confronti della ministra del Turismo, «colpevole» dicono anche alcuni esponenti di primo piano, di avere taciuto al momento opportuno sui suoi scheletri nell’armadio e così, adesso che la questione è arrivata sul tavolo della procura di Milano, a rimetterci è la navigazione dell’esecutivo.
L’ultima raffica di contestazioni, partite da Report e tracimate su tutti i giornali e ogni social, nel partito è interpretata come la prova che la vicenda non è finita qui. Che altro potrà seguire. E a questo punto per Daniela Santanchè quasi si sfiora l’accusa più grave di tutte per la comunità politica che affonda le sue radici nel neofascismo: il «tradimento». Ovviamente nei confronti di Giorgia.
«Poteva pure parlare prima», è il ritornello che si alza dalla pancia del partito di maggioranza relativa. Il che non significa assolutamente che qualcuno pensi alla possibilità o alla necessità di scaricarla. Tantomeno in pubblico. «Sotto questo profilo, siamo quasi una chiesa. Non è materia che si possa discutere. Tutto è rinviato alle decisioni personalissime del presidente del Consiglio», dice un dirigente, sotto garanzia di anonimato.
Con il passare delle ore, è chiaro che al complotto giudiziario non ci credono nemmeno loro.
Anche il dirigente anonimo di FdI non nasconde lo sbigottimento per gli impicci e i sotterfugi della Pitonessa imprenditrice, capitalista glamour ma anche brutale. Qualcosa di assolutamente alieno al circolo dei giovani tolkeniani di Roma.
«Se ha fatto imbrogli con le sue società, può saperlo solo lei – insiste il nostro dirigente – e vedremo andando avanti che cosa succederà». Nel senso, che sembra rassegnato a vederne delle belle. «Per colpa sua, ora si balla. Ma se ci tocca ballare, balleremo».
Intende dire che nel piccolo gruppo dirigente di Fratelli d’Italia è scattata la reazione della testuggine. Dopodiché non si nega che se lo sarebbero risparmiati volentieri, questo scandalo. Perché è ormai è chiaro a tutti che gli affari di Santanchè andavano male da anni e forse lei poteva essere più trasparente quando s’è trattato di afferrare il ministero. «Comunque noi sappiamo come è fatta Giorgia. Se decidesse che il prezzo è troppo alto, taglia il nodo gordiano in una notte».
Spiega poi un secondo dirigente, anche lui prudentemente dietro anonimato: «Non basteranno 5 o 50 articoli a far cambiare idea a Giorgia. Santanchè è un ministro, quindi il governo deve tenere duro. Il discorso potrebbe cambiare, se e quando arrivasse un provvedimento della magistratura che ovviamente andrà letto con attenzione. Perché se c’è solo un reato evanescente e in via di abrogazione come l’abuso di ufficio, è un discorso. Se ci fosse la bancarotta fraudolenta, il discorso sarebbe diverso».
(da La Stampa)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
SE QUESTO COSTITUISCE UN’ATTENUANTE BASTA DIRLO COSI’ MOLTI DELINQUENTI SI REGOLANO
Sono stati condannati a quattro anni e mezzo di carcere per
spaccio di droga i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, già condannati all’ergastolo in primo grado per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte. La sentenza che li condanna per la vendita di droga, soprattutto cocaina, è stata resa definitiva dalla Cassazione.
A inchiodare i due fratelli, a capo di una solida rete di spaccio, sono state soprattutto le intercettazioni: i loro clienti, infatti, non hanno collaborato con gli investigatori, forse per paura di ritorsioni. Ma quel linguaggio in codice, “magliette piccole, grandi e felpe”, era inequivocabile.
Per i giudici, le cessioni di cocaina erano “reiterate nel tempo e senza una sostanziale soluzione di continuità che dimostravano una non occasionale ma professionale attività di spaccio e, quindi, la detenzione di considerevoli quantitativi da immettere, seppure di volta in volta e in quantità modica, sul mercato”. Sono stati inoltre condannati a versare tremila euro alla Cassa delle ammende per la mancanza di solidi motivi per appellarsi alla Suprema Corte.
I due fratelli erano finiti al centro di un’indagine dei carabinieri di Colleferro già nel 2019, un anno prima che Willy venisse ucciso. Secondo quanto emerso durante le indagini, alle base del loro tenore di vita – fatto di viaggi, vestiti firmati e orologi lussuosi – c’era proprio lo spaccio di droga, soprattutto hashish e cocaina. La loro fiorente attività non si era fermata nemmeno durante il lockdown.
Se qualcuno non pagava, erano botte. La loro fama da picchiatori se la sono guadagnata anche in questo modo: pestando chiunque ritenessero stesse facendo loro uno sgarro, soprattutto se non pagava.
(da Fanpage)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
LA CORTE DI ASSISE CI SPIEGHI PERCHE’ SE QUATTRO PERSONE HANNO LE STESSE RESPONSABILITA’ IN UN OMICIDIO EFFERATO NON SI POSSONO COMMINARE QUATTRO ERGASTOLI… I TESTIMONI POI HANNO ACCUSATO I DUE GEMELLI: O NON SONO ATTENDIBILI O LA CORTE HA COMMESSO UN CLAMOROSO ERRORE
Sono stati quattro i massacratori di Colleferro? I fratelli Marco e Gabriele Bianchi possono essere davvero messi sullo stesso piano di Mario Pincarelli e Francesco Belleggia? Sembrano questi gli interrogativi più pressanti che emergono dalla sentenza appena emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma sul caso del 21enne assassinato a calci e pugni il 6 settembre 2020, dopo essersi fermato nella zona della movida colleferrina a chiedere a un amico in difficoltà se avesse bisogno d’aiuto.
I giudici hanno tolto l’ergastolo ai fratelli Bianchi, riducendo per loro la pena a 24 anni di reclusione, ma allo stesso tempo hanno confermato le pene per i coimputati: 21 anni per Pincarelli e 23 per Belleggia.
I testimoni ascoltati durante il processo di primo grado hanno tutti sostanzialmente confermato che quella maledetta notte di tre anni fa la violenza esplose a Colleferro quando in piazza arrivarono “i gemelli”, come sono conosciuti i due fratelli di Artena per la loro somiglianza. Hanno parlato di calci e pugni sferrati senza pietà e senza un perché al 21enne dai due, campioni di arti marziali e in particolare di MMA.
C’è poi chi ha sostenuto di aver visto sferrare un colpo anche da Pincarelli e quest’ultimo, durante un colloquio in carcere con il padre intercettato dai carabinieri ha ammesso in qualche modo di aver colpito Willy. Belleggia invece ha sempre negato.
Il suo racconto è stato ritenuto piuttosto attendibile dallo stesso gip del Tribunale di Velletri, che lo mise ai domiciliari. E di fatto contro di lui vi sono solo le testimonianze degli amici dei Bianchi, su cui nel corso delle udienze sono state avanzate diverse perplessità.
Eppure in appello le posizioni sembrano essere state accomunate. Sconto ai due fratelli e tutti gli imputati sullo stesso piano, come se tutti fossero stati visti scagliarsi insieme con calci e pugni su Willy. Occorrerà attendere le motivazioni della sentenza per comprendere cosa abbia spinto i giudici a fare una simile scelta.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
LA LISTA ALLE EUROPEE È APPESA A UN FILO, MA LA SOGLIA DI SBARRAMENTO AL 4 PER CENTO OBBLIGA I DUE A STARE INSIEME
«Calenda è pazzo, ha sbagliato il dosaggio delle pilloline».
«Volgarità gratuite, Matteo pensa di essere il marchese del Grillo, ma ormai la pazienza è finita». Parole forti, nei mesi scorsi, seguite da scontate smentite. Ma finché in una coppia si litiga, soprattutto in una coppia politica, c’è un sentimento che scorre, c’è sempre la possibilità e la speranza che si possa tornare a guardarsi negli occhi e dirsi sì, io ho sbagliato, tu hai sbagliato, ma le ragioni che ci hanno portato a unirci non sono perdute, dai: «Ricominciamo».
Ma quando nemmeno le note della canzone di Adriano Pappalardo ti vengono in soccorso, subentra il silenzio. Carlo Calenda e Matteo Renzi non si parlano più. Vivono nella stessa casa, condividono gli stessi (non tanti) parlamentari, ma restano muti, in attesa, ognuno dei due, che la tortura del silenzio porti l’altro a perdere la brocca.
5 luglio, bomboniera del Senato. Daniela Santanché annaspa davanti alla sua maggioranza e al presidente di Palazzo Madama, che non vedono l’ora che suoni la campanella. Calenda vorrebbe tanto parlare e chiederle le dimissioni. Ma non si può, perché Renzi non vuole. Proprio lui, che nel carniere delle dimissioni ha Maurizio Lupi, Ignazio Marino, Annamaria Cancellieri, Nunzia De Girolamo, per fermarsi soltanto a quelli toccati o sfiorati da inchieste giudiziarie. Carlo e Matteo sono seduti nella stessa fila, a quattro scranni di distanza, e non si guardano nemmeno. Eppure tutti e due aspettano senza pregiudizi la riforma della Giustizia di Carlo Nordio, con Renzi che ha addirittura chiesto a Ivan Scalfarotto di lasciargli il posto in Commissione.
Carlo è stato tentato di far da solo alla Camera e al Senato, Matteo non aspetta altro che uno strappo per sfilargli la fetta più grossa dei gruppi parlamentari. Calenda non crede a un opposizione pregiudiziale ma non intende fare da stampella al centrodestra. Nemmeno Renzi pensa minimamente di fare da stampella a chicchessia, ma persegue la politica dell’entrismo per poi, nel caso, far scoppiare le contraddizioni, ed è frenato soprattutto dal fatto che Giorgia Meloni non si fida.
Dalle parti di Italia viva la vedono così: sono ai ferri corti, difficile riavvicinarli, gli sherpa che ci provano finiscono bastonati. La vulgata che vuole Calenda in riavvicinamento al centrosinistra la considerano però inesistente: «Carlo ha l’elestaticità politica di un ferro da stiro, non andrà mai con i 5 Stelle e il Pd invece non li mollerà mai». E Renzi? Può andare a sinistra, che trova culturalmente più vicina. O anche a destra, dove però la scommessa sarebbe il cambio di leadership, l’azzoppamento di Giorgia Meloni, ora improponibile, ma il 2027 è lontano e mai dire mai.
Aria di sconcerto dalle parti di Azione, vedono Renzi un giorno ai funerali di Forlani, l’altro che sfreccia al timone di un piccolo motoscafo. Lo accusano di intelligenza con il nemico, non sopportano che si sfili quando c’è da infilzare la destra per i suoi scivoloni, e alla domanda se scommetterebbero sulla possibilità di una lista comune alle Europee, rispondono così: «Non abbiamo soldi da buttare». Ma ci sono pur sempre delle liste da fare ed è difficile rinunciare al centro per guardare, magari, a patti con il Pd.
Pragmatici quelli di Italia viva: se guardiamo all’umore di Matteo e Carlo le possibilità di una lista comune sono meno di zero. Ma alle elezioni europee chi non prende il 4% è fuori, e non si trovano candidati credibili pronti a infilarsi in una squadra perdente in partenza: «Ma se dobbiamo unirci non possiamo andare oltre novembre, se ci presentassimo con un progetto raffazzonato dell’ultimo minuto gli elettori ci tirerebbero i pomodori».
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
AL SUD SOLO IL 50% DEGLI STUDENTI COMPRENDE QUELLO CHE LEGGE E DUE SU TRE NON SONO CAPACI DI LEGGERE UN TESTO IN INGLESE… IN MATEMATICA SOLO IL 50% DEGLI STUDENTI RAGGIUNGE ALMENO IL LIVELLO BASE E ALLE ELEMENTARI UN BAMBINO SU TRE HA UN PESSIMO RENDIMENTO IN MATEMATICA
In alcune regioni del Mezzogiorno solo 1 ragazzo su 2 delle scuole medie comprende correttamente quello che legge e addirittura 2 studenti su 3 (il 35-40%) non sono capaci di leggere e comprendere un testo in inglese. E’ quanto emerge dal Rapporto Invalsi 2023 presentato oggi.
Si confermano, in parte ampliate, forti evidenze di disuguaglianza di opportunità di apprendimento nelle regioni del Mezzogiorno sia in termini di diversa capacità della scuola di attenuare l’effetto delle differenze socio-economico-culturali sia in termini di differenze tra scuole e, soprattutto, tra classi.
Metà dei giovani che termina le scuole superiori non è in grado di comprendere quello che legge (solo il 51% degli studenti -1 punto rispetto al 2022 raggiunge almeno il livello base, con un divario tra Nord e Sud che raggiunge la quota di ben 23 punti percentuali; in Matematica il 50% degli studenti (invariato rispetto al 2022) raggiunge almeno il livello base con un divario tra le aree del Paese che raggiunge i 31 punti, anche se c’è un leggero progresso al Sud e nelle Isole.
In Inglese il 54% degli studenti raggiunge il B2 nella prova di reading (+2% rispetto al 2022) e il 41% in quella di listening (+3% sul 2022 e + 6% dal 2019). “E’ giusto dire che assistiamo ad un effetto ‘long Covid’, è una immagine appropriata – ha detto il presidente di Invalsi Roberto Ricci – si fatica a tornare ai livelli pre covid. Gli apprendimenti sono un continuum, se si inseriscono discontinuità questo finisce per avere un peso”.
Nella seconda classe delle superiori, in Italiano il 63% degli studenti (- 3 punti rispetto al 2022 e -7 punti percentuali rispetto al 2019) raggiunge almeno il livello base (dal livello 3 in su). Le differenze tra l’Italia centro-settentrionale e quella meridionale si accentuano; in Matematica il 55% degli studenti (+1 punto percentuale rispetto al 2022 e -7 punti percentuali rispetto al 2019) raggiunge almeno il livello base (dal livello 3 in su). La distanza nei risultati tra Centronord e Mezzogiorno si amplia ed è decisamente maggiore di quella riscontrata per l’Italiano.
Peggiora il rendimento degli studenti italiani: il confronto nel tempo degli esiti della scuola primaria mostra un indebolimento dei risultati in tutte le discipline sia in II che in V elementare. In II elementare i risultati di Italiano e di Matematica sono più bassi di quelli del 2019 e del 2021 e, sostanzialmente in linea con quelli del 2022. In Matematica 1 bambino su 3 non raggiunge le competenze di base nè in II nè in V. Qui i risultati del 2023 sono più bassi di quelli degli anni precedenti, compreso il 2022, in tutte le discipline, incluso l’Inglese. E’ quanto emerge dal Rapporto Invalsi 2023 presentato oggi.
Il rapporto Invalsi 2023 evidenzia una differenza dei risultati tra scuole e tra classi più accentuata nelle regioni meridionali, specie per quanto riguarda la Matematica e la prova di Listening. Ciò significa – evidenzia l’istituto Invalsi – che la scuola primaria nel Mezzogiorno fatica maggiormente a garantire uguali opportunità a tutti, con evidenti effetti negativi sui gradi scolastici successivi In seconda elementare, in Italiano circa il 69% (era il 72% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su).
Molise, Basilicata e Umbra sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Calabria e la Sicilia quelle con le quote più basse; In Matematica circa il 64% (era il 70% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su). Molise, Provincia Autonoma di Trento e Basilicata sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna quelle con le quote più basse. In V elementare in Italiano circa il 74% (era l’80% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su). Molise, Umbria, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Sicilia è quella con la quota più bassa; in Matematica circa il 63% (era il 66% nel 2022) raggiunge almeno il livello base (dalla fascia 3 in su).
Umbria, Molise, Provincia Autonoma di Trento e Friuli-Venezia Giulia sono le regioni con quote più elevate di allievi almeno al livello base, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna quelle con le quote più basse; anche i risultati d’Inglese sono in calo rispetto al 2022. L’ 87% (era il 94% nel 2022) degli allievi raggiunge il prescritto livello A1 del Qcer nella prova di lettura (reading), mentre nella prova di ascolto (listening) è l’81% di allievi (erano l’85% nel 2022) a raggiungere il prescritto livello A1. Calabria, Sicilia e Sardegna sono le regioni con le quote più elevate di allievi che non raggiungono il livello A1 sia nella prova di Reading sia in quella di Listening
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
ERA IL PRIMO TEST DELL’ALLEANZA TRA POPOLARI E CONSERVATORI, SOGNATA DALLA SORA GIORGIA IN TANDEM CON IL TEDESCO MANFRED WEBER… POPOLARI E CONSERVATORI NON HANNO LA MAGGIORANZA, NEMMENO CON IL GRUPPO “IDENTITÀ E DEMOCRAZIA”, DI CUI FA PARTE LA LEGA
La coppia Von der Leyen-Timmermans batte uno a zero il duo
Weber-Meloni. Il voto di stamattina al Parlamento europeo sulla parte del Green Deal definito “Nature” (norme per la salvaguardia del territorio e per ristabilire l’ecosistema) ha visto la vittoria del fronte ambientalista e progressista contro le destre.
Si trattava della vera prima prova per testare l’agognata – almeno in Italia – alleanza tra popolari e conservatori. Due scrutini in cui ha prevalso l’alleanza Pse-Verdi-Liberali di 12 e 21 seggi. Il Green Deal, quindi, a questo punto continua il suo percorso. Un esito negativo oggi avrebbe di fatto bloccato l’approvazione del provvedimento che ha contraddistinto l’azione della Commissione Ursula Von der Leyen.
Soprattutto ha segnato la sconfitta di Manfred Weber, il presidente del Ppe, che ha scommesso tutto su questo appuntamento per dimostrare che un futuro patto politico con la destra dei Conservatori, guidati da Giorgia Meloni, potesse essere un modello per il prossimo futuro. Quello che verrà disegnato alle elezioni europee del prossimo anno.
Weber, in realtà, aveva progettato questa mossa anche per colpire la sua acerrima nemica, Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione, anche lei popolare, è stata in questi ultimi due anni il suo principale bersaglio. Per indebolirla e per impedirle di puntare ad un altro mandato a Palazzo Berlaymont. Un progetto che a questo punto, al contrario, si rafforza.
Questo voto però ha segnato dunque una bruciante sconfitta politica per il capogruppo popolare. In primo luogo perché ha messo in mostra che il filo nero che lega il Ppe a Ecr non raggiunge la maggioranza.
Nemmeno con l’aiuto della destra ancora più radicale di “Identità e Democrazia, il gruppo di cui fa parte la Lega, Le Pen e i neonazisti tedeschi di Afd. In secondo luogo perché persino il suo gruppo parlamentare, quello del Ppe, si è spaccato. In 21 hanno votato a favore di “Nature” e due si sono astenuti.
È vero che Weber ha mantenuto il controllo della delegazione tedesca, ma ha perso per strada tutti i popolari irlandesi e moltissimi del nord Europa . E perfino un maltese che ha votato in dissenso con la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
Tra l’altro questo test era considerato centrale anche dalla destra italiana. Esattamente per gli stessi motivi che hanno mosso Weber. Giorgia Meloni puntava a segnare una sua centralità dopo le tante batoste subito al Consiglio europeo.
Lunedì scorso, infatti, era stato proprio Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione “padre” del Green Deal, a notare che il cambio di rotta del Ppe su questa materia è iniziata dopo la vittoria in Italia di Fratelli d’Italia. Per la presidente del consiglio è una ulteriore battuta d’arresto.
(da La Repubblica)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
TRE MILIONI DI PERSONE AVREBBERO UNO STIPENDIO PIU’ ALTO TRA 800 E 1500 EURO L’ANNO
Sono 3,6 milioni i rapporti di lavoro in Italia che avrebbero un beneficio se venisse stabilito un salario minimo legale. Il dato è dell’Istat, e la dirigente Nicoletta Pannuzi l’ha presentato oggi davanti alla commissione Lavoro della Camera in un’audizione proprio sulla proposta di legge per il salario minimo. I 3,6 milioni di rapporti di lavoro rappresentano quasi un quinto del totale in Italia (il 18,2%). Tra questi contratti, circa mezzo milione è di apprendistato, mentre 2,8 milioni sono per qualifica operaio.
Si parla di circa tre milioni di persone che, se la legge venisse approvata e nessuno potesse essere pagato meno di 9 euro lordi all’ora, avrebbero in media un aumento dello stipendio pari a 804 euro all’anno, un +14,6%. Nel complesso, i salari crescerebbero quindi di 2,8 miliardi di euro annuali.
A beneficiarne sarebbero quei contratti che rientrano nel settore delle altre attività di servizi. Qui, l’aumento in media per le persone interessate sarebbe del 20,2%. Ma ci sarebbero salti importanti anche nelle attività di noleggio, agenzie viaggio, servizi di supporto alle imprese, con un +14,3% per chi oggi prende meno di 9 euro l’ora. Considerando tutti i lavoratori che prendono tra 13.550 e 18mila euro all’anno, avrebbero un aumento di stipendio 389mila persone. La metà di queste (il 53%) avrebbe un incremento superiore ai 1500 euro all’anno.
Avrebbero poi forti vantaggi coloro che hanno un contratto di apprendistato (+21,8% per gli interessati). Per gli under 30 che sono al di sotto della soglia minima, in media ci sarebbe un incremento del 18%. E oltre al divario di generazione, si restringerebbe anche quello territoriale: chi lavora nel Sud e nelle Isole ed è interessato dalla riforma avrebbe un beneficio rispettivamente del 16,7% e del 15,1%. In più, anche tra le donne lavoratrici c’è un’alta percentuale di contratti con bassa retribuzione: uno su cinque è al di sotto dei 9 euro all’ora.
‘Istat ha anche analizzato il caso in cui la soglia fosse più in alto, a 10 euro l’ora come minimo. I rapporti di lavoro interessati sarebbero poco più di 6 milioni, il 30,6% del totale, e l’aumento sarebbe di circa 1.069 euro all’anno, in media il 18,3% per i 5,2 milioni di lavoratori interessati. Non stupisce che, anche in questa simulazione, i vantaggi maggiori andrebbero agli under 30 e a chi lavora nel Sud e nelle Isole.
I dati sono arrivati oggi, giornata in cui l’Ocse ha pubblicato il suo rapporto sulle Prospettive sull’occupazione. Il direttore per l’impiego, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse, Stefano Scarpetta, ha sottolineato all’Ansa che in Italia “a fine 2022 i salari reali erano calati del 7% rispetto al periodo pre-Covid” e che pesa “l’assenza di un salario minimo”, che è presente in 30 Paesi Ocse su 38.
(da Fanpage)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
DUE DECRETI E TANTE CHIACCHIERE… SOLO IL 7% SALVATI DALLE ONG, IL 93% E’ ARRIVATO IN MODO AUTONOMO
In Italia, da quando è iniziato il governo Meloni, sono sbarcate
oltre 100mila persone migranti. Un anno fa, nello stesso periodo ottobre-luglio, gli arrivi erano stati circa 47mila. Sono più che raddoppiati quindi gli arrivi, nonostante una politica fortemente anti-immigrazione portata avanti dall’esecutivo di centrodestra. Il decreto Cutro e il decreto Ong, così come gli annunci sul cambio di passo impresso all’Europa in materia di migranti, non sono serviti a frenare l’aumento di partenze – soprattutto da Libia, Tunisia e Turchia – che ha fatto raddoppiare gli sbarchi
A sottolineare il dato è stato Matteo Villa, ricercatore Ispi. I dati del ministero dell’Interno mostrano che, dall’inizio del 2023, sono arrivate in Italia tramite il Mediterraneo 72.387 persone migranti. Negli stessi mesi del 2022 erano state 30.939 (meno della metà), l’anno prima ancora 23.942 (circa un terzo). Insomma, è chiaro che nel 2023 il ritmo è decisamente aumentato.
Villa ha sottolineato che, sempre secondo numeri del Viminale, nessun intervento è servito in modo significativo a rallentare le partenze da Libia, Tunisia, e in misura minore Turchia. A inizio anno il decreto Ong aveva introdotto un nuovo codice di condotta per le navi di organizzazioni che operano soccorso in mare, rendendo più difficile il loro lavoro. Dopo la strage di Cutro, con un nuovo decreto in materia di migrazioni il governo aveva limitato la protezione speciale e anche istituito una nuova aggravante penale per gli scafisti. Nulla di tutto ciò ha fatto rallentare le partenze in modo visibile. L’unico freno c’è stato nel periodo di maggio, anche a causa del meteo che complicava le operazioni in mare. Da allora, il ritmo ha ripreso a salire.
Il governo Meloni ha insistito molto che la soluzione, per l’Europa intera, è quella di limitare le partenze dai Paesi di origine e quelli di imbarco. In particolare, da mesi l’Italia ha iniziato a stringere i legami con la Tunisia, cercando di agevolare i rapporti anche con l’Unione europea e con il Fondo monetario internazionale. Certo è che, osservando i dati del Unhcr e del Forum tunisino per i diritti economici e sociali, la Guardia costiera tunisina sta già intervenendo moltissimo. Infatti, negli ultimi dodici mesi le persone che sono partite dalla Tunisia e sono sbarcate in Europa sono circa 55mila, mentre quelle che i militari tunisini hanno intercettato sono state circa 51mila. Quasi lo stesso numero.
Come evidenziato da Villa, anche rendere la vita più difficile alle Ong non è servito a far scendere gli sbarchi. L’ennesima dimostrazione che la presenza di navi di soccorso nel Mediterraneo non porta ad aumentare le partenze, ma solo la quantità di persone salvate. Per i dati calcolati da Ispi, da quando è iniziato il mandato di Matteo Piantedosi è aumentata di molto in media la distanza che le navi devono percorrere dopo aver effettuato un salvataggio, per arrivare al porto sicuro assegnato. In molti casi, il porto stabilito era a più di 400 chilometri da Lampedusa, a volte anche più di 600 (basta pensare a città del Centro-Nord come La Spezia), mentre per buona parte del mandato di Luciana Lamorgese, nel governo Draghi, la distanza era stata di circa 200 chilometri.
L’unico effetto è stato che quest’anno le Ong hanno contribuito solo per il 7% agli sbarchi di migranti nel Paese, mentre l’anno scorso nello stesso periodo il dato era al 18%. Questo ha aumentato ancora i carichi di lavoro della Guardia costiera e della Guardia di finanza. E, nel frattempo, gli sbarchi hanno comunque continuato a salire fino a raddoppiare.
(da Fanpage)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
A QUEL PUNTO IL DOSSIER DOVRÀ PASSARE DAL CONSIGLIO, CHE SI PRENDERÀ UN ALTRO MESE: NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI L’ITALIA AVRÀ I FONDI DELLA PRIMA DELLE DUE RATE DI QUEST’ANNO A NATALE… SE COSÌ NON FOSSE, IL TESORO SARÀ COSTRETTO A REPERIRE SUL MERCATO CIÒ CHE DALL’EUROPA NON ARRIVERÀ: SI TRATTA DI 34 MILIARDI
«L’Italia ha chiesto e ottenuto la disponibilità ad alcune modifiche, non altro al momento». La reazione di un alto funzionario della Commissione europea alla decisione italiana di rinegoziare la quarta rata del Recovery Plan è laconica. La ragione di tanta cautela è nei tempi burocratici degli uffici di Bruxelles, che ora avranno bisogno di un paio di mesi per valutare i documenti. E poiché di mezzo ci sono le vacanze estive, è più probabile che ne impieghi tre.
A quel punto il dossier dovrà passare dal Consiglio, che si prenderà un altro mese: nella migliore delle ipotesi l’Italia avrà i fondi della prima delle due rate di quest’anno a Natale. Se così non fosse, il Tesoro sarà costretto a reperire sul mercato ciò che dall’Europa non arriverà. Sulla carta si tratta di 34 miliardi, ma poiché la parte di fondi a debito erano già acquisiti nelle stime di finanza pubblica, le emissioni potrebbero limitarsi alle quote a fondo perduto del Recovery, circa dieci miliardi.
Molte alternative il governo non ne aveva. La mail della svolta sul Recovery Plan è delle 22.46 di lunedì. Oggetto: «Convocazione della cabina di regia». Giorgia Meloni e Raffaele Fitto prendono la decisione dopo l’ennesimo viaggio a Bruxelles del ministro degli Affari comunitari e il tentativo di mettere ordine a un piano troppo grande per essere rivoluzionato. Fitto aveva promesso una revisione complessiva del Pnrr italiano entro l’estate, e invece si limita a chiedere di ritoccare la quarta rata, quella scaduta il 30 giugno. È una delle meno impegnative di tutto il Piano, ma dentro ci sono alcuni obiettivi impossibili da raggiungere al cento per cento.
Due quelli degni di nota: quello per la costruzione dei nuovi posti negli asili nido – 265mila entro il 2025 – e le 6.500 colonnine per la ricarica elettrica delle auto, parte anche in questo caso di un progetto che prevede di arrivare a fine piano a ventunomila.
Con il passare delle settimane Fitto e la struttura di missione costituita a Palazzo Chigi fanno i conti con una realtà sempre più complessa.
Fitto vorrebbe sfrondare gli interventi minori, ridisegnare tutta la programmazione dei fondi ordinari di coesione delle Regioni, spostare al 2029 molte scadenze che diversamente andrebbero rispettare entro giugno 2026. E però ogni tentativo di cambiare sta andando a sbattere contro la determinazione di sindaci, governatori e ministri a non perdere un solo euro conquistato sulla carta.
Il documento che Fitto ha consegnato ieri ai giornalisti segue l’ultima telefonata con i tecnici di Bruxelles e il commissario Paolo Gentiloni. Fitto sottolinea i ritardi accumulati prima del suo arrivo.
La decisione del ministro di procedere con la revisione in assenza di Meloni – a Vilnius per il vertice Nato – è frutto di un pressing costante di Gentiloni, che lo avverte più volte del rischio concreto di non ottenere nemmeno un euro delle due rate 2023 entro dicembre. […] Fino al 31 agosto il governo ha tempo per proporre una revisione larga del Piano, ma con il passare delle settimane sembra prevalere la realpolitik. Entro fine anno ci sono da raggiungere altri 69 obiettivi, e si riproporrà il dilemma di luglio.
(da agenzie)
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