Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
“FRUSTRAZIONE RAZZIALE E SOCIALE DIETRO GLI SCONTRI”
“Non so dire se si tratta di una calma relativa. Sicuramente la
rabbia e la frustrazione continuano ad esserci e inevitabilmente finiranno per uscire, anche con altre forme e altri tempi. L’elemento importante e nuovo della vicenda di Nahel è la presenza del video che ha confermato che la versione della polizia non corrispondeva alla realtà”.
Così Giovanna Botteri, giornalista e storica inviata Rai, dal 2021 corrispondente da Parigi, ha spiegato a Fanpage.it cosa sta succedendo in Francia, dove dopo 5 notti di violenze scoppiate a seguito dell’uccisione da parte di un agente di polizia del 17enne Nahel a Nanterre, alla periferia della Capitale, sembra essere tornata sotto controllo, complici anche l’intervento dell’Eliseo e una serie di appelli al ripristino dell’ordine, tra cui quello della nonna del ragazzo.
La situazione in tutto il Paese sembra essere tornata alla calma. Che aria si respira a Parigi?
“Credo sia stato determinante per la calma in primis l’appello della nonna di Nahel. Ha detto di smetterla con la violenza, che non serve a niente. Ha detto cose forti, che pensa tutta la banlieue francese dai 30 anni in su, e cioè che non si possono distruggere gli autobus che si usano per andare a lavoro, che non si possono bruciare le case dove vivono i propri genitori, perché è una follia autodistruttiva. E, soprattutto, non si può approfittare della morte di un ragazzino di 17 anni per sfogare la propria rabbia e frustrazione.
Il giorno prima sempre a Nanterre c’erano stati i funerali di Nahel e l’Imam ha rivolto un appello molto forte e simile. Un primo risultato è stato portare la protesta fuori dalla banlieue, verso il centro di Parigi e delle altre grandi città, dove però c’è stato anche un grande dispiegamento di polizia per cui non si sono verificati grossi incidenti. Politicamente, l’elemento importante è stato l’assalto alla casa del sindaco del comune di Haÿ-les-Roses, nel Val-de-Marne, perché ha segnato il raggiungimento di un livello superiore di violenza”.
Secondo lei questa calma durerà?
“Io non so dire cosa potrà succedere, se si tratta di una calma relativa o meno. Sicuramente la rabbia e la frustrazione continuano ad esserci e inevitabilmente finiranno per uscire fuori, anche con altre forme e altri tempi”.
Oltre alla nonna oggi è arrivato un appello da un altro parente di Nahel il quale ha però aggiunto che serve cambiare la legge sull’uso della forza da parte della polizia…
“Da una parte ci sono state queste 5 notti di violenza e saccheggi quasi ciechi, anche vista l’età dei ragazzi scesi in piazza, molto giovani e non organizzati, quindi quasi senza una vera rivendicazione. Tutto questo però si deve tradurre necessariamente in qualcosa di politico. È stato fatto lo stesso negli Usa dopo l’uccisione di George Floyd, e cioè capire il meccanismo della polizia come e quanto penalizza le minoranze etniche. Per altro, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo ha attaccato il razzismo della polizia francese, rilevando una base razzista nel comportamento delle forze dell’ordine. In questo senso, cambiare la legge potrebbe essere una strada politica di riflessione dopo quello che è successo e un tentativo di intervento per cambiare la situazione”.
Lo scorso marzo sempre in Francia c’erano state altre dure proteste, ma contro la riforma del sistema pensionistico. Perché la violenza è esplosa in maniera così estrema negli ultimi mesi?
“Non credo che si possa definire estrema, perché non ci sono stati morti. È una violenza urbana e penso che alla base ci siano 2 tipi di frustrazioni che in questi due mesi sono convogliate: una di tipo sociale, che è alla base della protesta per le pensioni, e l’altra razziale. Ma vorrei sottolineare una cosa: in qualche modo nella protesta per le pensioni io trovo che si sia verificato un fatto importante: la lotta che è stata condotta per tanti mesi si è conclusa con una sconfitta, non si è ottenuto niente e questo ha messo inevitabilmente in moto una serie di meccanismi di rabbia e caos che hanno continuato a esserci e covare in attesa di una nuova occasione, che è stata l’uccisone di un ragazzino di 17 anni”.
Quale è stato l’elemento distintivo delle proteste dopo la morte di Nahel?
“L’elemento importante di quanto successo a Nahel è il video, che mostra che la versione della polizia (“non si è fermato allo stop e ha cercato di travolgerli con la macchina quindi loro hanno risposto”) non corrisponde alla realtà. Il ragazzo si è fermato, i poliziotti non erano in pericolo e uno di loro ha puntato la pistola alla testa dicendo: “Ora ti sparo”. È come se improvvisamente si avessero le prove che era così. Questo dettaglio ha aperto tutto un dibattito sui social media, con il presidente Macron che ha accusato le piattaforme di diffondere la violenza attraverso filmati che la incitano. In realtà, i social media sono uno strumento che si può usare per avere giustizia e trovare la verità”.
(da Fanpage)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
“NON HO CAPITO LE SCELTE DEI MIEI GENITORI, MA NON MI SONO MAI VERGOGNATA DI LORO”… LE PERQUSIZIONI IN CASA, I BANCHI COPERTI DI SPUTI A SCUOLA, I PROBLEMI DI PESO, LA “PESANTE MOLESTIA” SUBITA A 11 ANNI, IL CASO MORO
Come un lungo diario che si snoda nel tempo così prende vita il confronto tra una figlia e un padre. A tratti la densa e impietosa “confessione” sembra una lettera. E le lettere — la loro urgenza a volte differita — lasciano immaginare la disparità di vedute, gli equivoci, le frasi non dette, l’amore non dichiarato, la rabbia contenuta fino poi a esplodere, la confessione ilare e drammatica.
Anna Negri è una donna compiuta e realizzata, grazie al suo impegno nel cinema, una professione che le piace. Anna è madre di un figlio e figlia di Toni Negri. Un padre così non si dimentica, non si rimuove.
Tutto lo sforzo nel corso del libro ( Con un piede impigliato nella Storia, ed. Derive e Approdi) servirà per delinearne i contorni, afferrarne i dettagli, provare a chiarire che rapporto è stato. Felice o infelice, appagante o misero, bello o brutto. O, come accade in quasi tutte le vicende umane, ricco di sfumature, di cieli tristi e di inferni tiepidi. Provo un certo stupore nel constatare che la linea delle persone somiglia, molto più di quanto si creda, alle linee della mano. Non per qualche malintesa chiromanzia che ne azzardi il futuro, quanto per l’ironica disposizione a leggervi il passato.
Non mi chiede se sia lei che mi sta parlando, ma se lo ha fatto il libro. E allora immagino quell’oggetto separato dall’autrice. Distante. Non estraneo, ma un po’ come è appunto Anna che conversa e ricorda sul confine incerto tra ideologia e vita.
Hai provato a rifarti un’esistenza?
«Sono stata per 15 lunghi anni fuori dall’Italia, prima in Olanda e poi in Inghilterra. Per cercare una calma che non avevo, una serenità che non conoscevo. Non volevo più essere riconosciuta come la figlia di Toni Negri. Sono andata via e poi sono tornata. I problemi restano, le ferite non si rimarginano. Ma non voglio darti l’impressione patetica della figlia sofferente e piena di risentimento. Ho amato i miei genitori. Non ho capito fino in fondo le loro scelte, ma non mi sono mai vergognata di loro».
Perché avresti dovuto?
«Perché hanno dipinto mio padre come un mostro. E ovviamente non lo era. Non eravamo una famiglia normale, certo. Ma una famiglia non la scegli».
Quando hai avuto la sensazione di questa diversità?
«Avevo 12 anni, da Padova c’eravamo trasferiti a Milano. Una mattina la polizia irruppe in casa. Cercavano documenti, agende, prove che compromettessero mio padre. Suonarono alla porta, mezzo addormentata andai ad aprire. Erano armati. Mi misi davanti a loro e uno mi spostò spingendomi con la canna della mitraglietta sulla pancia. Arrivarono i miei. Frastornati. Ero spaventata. Poi con mio fratello Checco cominciammo a ridere. Una ridarella nervosa. Credo che in passato ci fossero state altre perquisizioni. Ma quella fu la prima che ricordo».
Cosa ricordi di altro?
«Una delle mattine successive a scuola un ragazzo della classe accanto chiese quale fosse il mio banco. Lo trovai coperto di sputi».
Che cosa sapevi di tuo padre?
«Tutto quello che faceva mi era noto. La casa era spesso piena di amici e compagni che discutevano. Certe sere le riunioni andavano avanti fino a tardi, dalla camera da letto con mio fratello sentivamo a volte urlare».
Che cosa pensavi?
«Ho sempre pensato che i miei volessero fare la rivoluzione convinti che avrebbe messo fine alle ingiustizie sociali».
Come ti vivevi?
«Di fatto ero coinvolta. Credo non immaginassero che io e mio fratello avessimo bisogno anche di un’attenzione diversa».
Intendi dire come gli altri e le altre della tua età?
«Vivevo dentro il loro mondo più che nel mio».
In quel mondo, mi pare di capire, ci stavi con un certo disagio.
«Mi incuriosiva e mi spaventava. Amavo i miei, ammiravo mio padre, al tempo stesso provavo un senso di fatica e di smarrimento».
Racconti di aver cominciato ad avere problemi con il cibo.
«Ero alle medie quando ho cominciato a ingozzarmi, crescevo di peso a vista d’occhio».
Parlavi del disagio che provavi.
«Non credo che c’entrassero le scelte politiche dei miei. La verità è che a 11 anni avevo subito un abuso da parte di una persona che i miei conoscevano».
Intendi violenza fisica?
«Non fino in fondo, diciamo una pesante molestia».
I tuoi come hanno reagito?
«Non dissi nulla. Ma quell’evento così traumatico ha un po’ cambiato la mia vita. Però, ti prego, non ho voglia di parlarne ancora».
Con un piede impigliato nella Storia è un “memoir” crudo e sofferente. Perché hai sentito il bisogno di scriverlo
«Intanto risale a diversi anni fa e scriverlo è stato in qualche modo terapeutico. È come se avessi preso la distanza da tutto quello che mi era accaduto e potessi finalmente parlarne».
Un atto liberatorio?
«Non c’è dubbio, ma più mi immergevo in quel fiume di ricordi e più sentivo che stavo dando voce a qualcosa di collettivo, alla generazione venuta dopo quella degli anni Settanta che aveva sperato, lottato, sbagliato, su cui inesorabilmente era sceso il sipario».
Che eredità hanno lasciato quegli anni?
«Sono stati definiti anni di “piombo” e penso che in parte fu così. Ma non furono solo questo».
Che cosa aggiungeresti?
«Penso ai diritti civili: divorzio e aborto oggi rimesso in discussione, alla chiusura dei manicomi, al femminismo con la rivendicazione che il privato fosse anche politico, penso alla cultura gioiosa che circolava allora. I giovani che leggevano, che viaggiavano. Purtroppo il terrorismo ha preso le nostre vite in ostaggio. E ha innescato quella repressione che ha fatto di ogni erba un fascio. Ma non si può cancellare la vitalità di quegli anni».
Hai detto che il terrorismo prese in ostaggio le vostre vite. Cosa intendevi?
«Ha condizionato tutto il resto. Non ha permesso di vedere e giudicare altro che quella violenza estrema, terribile, ingiusta».
I tuoi come lo vissero?
«A casa non si parlava d’altro e vedevo i miei persi, smarriti, impotenti».
Tuo padre fu arrestato nell’ambito dell’inchiesta denominata “sette aprile”. Da quel momento cambia la tua vita e quella della famiglia. Qual è il ricordo più acuto che hai conservato?
«Fammi dire che quell’inchiesta si basava su di un teorema che si è dimostrato infondato e cioè che il movimento dell’autonomia e le Brigate Rosse fossero le due facce della stessa medaglia. Fu il giudice Calogero a costruire l’impianto di accusa. Molti furono gli arresti. Mio padre subì la stessa sorte. Fu messo in isolamento e l’accusa nei suoi riguardi passò da “banda armata” a “insurrezione armata contro lo Stato”. Era nato il mostro da gettare in pasto all’opinione pubblica».
In che senso?
«Così veniva dipinto dai giornali e non solo di destra. Accusato di 18 omicidi, accusato del rapimento di Aldo Moro. Non c’era misfatto politico che non fosse ricondotto a lui. Quasi tutte le accuse nel tempo furono smontate. Il pentito Patrizio Peci scagionò mio padre dal rapimento di Moro».
Ma come reagì a quel rapimento?
«Con sconcerto, dicendo che erano dei pazzi, e anche con dolore».
Dolore?
«Sì, gli era grato per l’aiuto che Moro disinteressatamente gli diede per fargli ottenere una cattedra universitaria. Però chiedevi del ricordo più acuto. Sono due, curiosamente opposti».
Hai scritto che le colpe dei padri ricadono sui figli. Cosa rimproveri a tuo padre?
«Non ho risentimenti e alla fine ho cercato di prendermi cura di me. Anche amandolo. Oggi sto preparando un documentario su mio padre».
C’è una domanda in particolare che gli vorresti fare?
«Forse gli chiederei di spiegarmi perché nel conflitto tra la vita e l’ideologia, abbia scelto soprattutto quest’ultima. Ricordavi il tema della colpa».
Vuoi dire qualcosa.
«Ci sono ferite che non si rimarginano perché è morta tanta gente in quegli anni. Le vittime del terrorismo, i poliziotti, gli operai sul lavoro, i giovani alle manifestazioni. E ognuno di loro a casa aveva figli, mogli, padri e madri che li hanno pianti. E allora si capisce il senso di ingiustizia che pervade quelle morti, perché ogni morto è importante da qualunque parte provenga. E ho scoperto la cosa crudele che i figli portano su di sé le colpe dei genitori. E con esse devono confrontarsi. Non puoi sfuggire. Non puoi far finta di niente».
(da La Repubblica)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
IL RITRATTO DELLA PITONESSA FATTO DAL “FOGLIO”: “IL SUO DIVORZIO DAL CHIRURGO PAOLO SANTANCHÈ È RIMASTO NEGLI ANNALI. IN AULA DANIELONA SI PRESENTÒ CON UN VISTOSO PANCIONE, E CHIESE AL GIUDICE DI POTER RIMANERE NELLA CASA CONIUGALE (DEL MARITO CHIRURGO) IN QUANTO INCINTA. SOLO CHE IL FIGLIO ERA DEL NUOVO COMPAGNO CANIO MAZZARO”
Insomma mercoledì si saprà se Daniela Santanchè è degna o
no di rimanere ministra, dopo la puntata di Report che l’accusa d’essersi intascata i contributi Covid, di aver fatto fallire la sua società di prodotti biologici Ki Group, di non pagare i collaboratori della sua Visibilia…
Mercoledì il Parlamento la interrogherà. Ma che importa, dopo c’è il weekend, e le ferie sono vicine. Se c’è un personaggio che incarna l’Italia vacanziera di questi anni è lei, Danielona. Fotografata quasi esclusivamente su battigie, con cappelloni texani e occhialoni, va detto che ha anticipato qualunque influencer, lei era già coatta e in posa sulla spiaggia quando Chiara Ferragni era ancora all’asilo.
E’ resiliente, Danielona. Il papà era Ottavio Garnero, camionista che fece fortuna col matrimonio sposando la abbiente Delfina, poi mise su un’azienda trasporti, fu asso del biliardo, poi presidente del Cuneo Calcio Chissà se a Capri alloggiava sul “Force Blue”, avvistato in rada a Marina Piccola, lo yacht dell’ex sodale Flavio Briatore e ora sequestrato, chissà adesso che bandiera batte, in che acque navigano, lei e la barca.
“Non appassionata di politica ma di potere”, ha detto Pomicino a Report. “E’ il mio fallimento. Uno può anche non sapere niente, ma studiare. Lei non studia”. Lui tra le tante cose l’ha introdotta a Berlusconi, ovviamente in Sardegna. “A villa Certosa, le ho fatto una presentazione di qualità” Ma in Sardegna Danielona allignava già da tempo, socia del “Billionaire” di Briatore e prima a bordo del “Bisturi”, yacht dell’ex marito eponimo, ed evidentemente spiritoso, Paolo Santanchè, di cui lei si è tenuta il cognome.
Il dottor Paolo Santanchè si autodefinisce appunto “un bisturi al servizio della bellezza”, “Ci siamo conosciuti quando lei venne da me per rifarsi il naso” ha detto. “Aveva 21 anni. Continuare a portare il mio nome è stata una concessione fatta in sede di divorzio”. Divorzio rimasto negli annali.
Difesa dall’amica Annamaria Bernardini De Pace, al Foglio raccontano che in aula Danielona superò pure la leggendaria avvocatessa, con una arringa che ha fatto scuola. Si presentò con un vistoso pancione, e chiese al giudice di poter rimanere nella casa coniugale (del marito chirurgo) in quanto incinta.
Solo che il figlio, che stava per nascere, era quello che avrebbe poi avuto dal nuovo compagno Canio Mazzaro (accento sulla prima a). “Ma non è mio!”, disse il povero chirurgo. E lei, tipo Joan Collins in Dynasty: “E come fai a saperlo?”. Altro che utero in affitto. Qui siamo alla multiproprietà. Il giudice le diede ragione, e per la prima volta nella giurisprudenza una divorzianda ottenne l’abitazione per un figlio di un marito prossimo.
Canio Mazzaro, da cui poi ha avuto Lorenzo, [è l’imprenditore che con lei ha rilevato a un certo punto il “Ki Group”, azienda di distribuzione di prodotti biologici, ai tempi florida, che loro – è l’accusa – spolparono, elargendosi stipendi bestiali, sperperando milioni in auto e appartamenti, installando pure Cirino Pomicino nel cda . Ma il vero great italian novel è quello delle famigliole di sinistra che vanno a comprare il farro e lo zenzero organico pensando di contribuire alla salvezza loro e del pianeta, e invece senza saperlo stanno mantenendo Danielona pitonata in giro per le spiagge.
Già, le spiagge. Danielona è uscita dal Twiga, una delle sue imprese più celebri. Prima di diventare ministra ha venduto la sua quota al compagno, e qui altra commedia, il Ridge de noantri Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena più altri 11 cognomi . A Report si scopre che il padre si chiamava solo Kunz e di professione faceva l’agricoltore, ma decise chissà per quale oscuro disegno di dare quella sfilza di nomi e cognomi al rampollo: Dimitri Miesko Leopoldo Kunz D’Asburgo-Lorena Piast Bielitz Bielice Belluno Spalla Rasponi Spinelli Romano (!). Pare che a San Marino, dove il principe ha avuto i natali, nessuno controlla, e ognuno può chiamarsi come vuole.
Il rampollo, già che c’è negli anni si aggiunge anche “principe” sulla carta di identità, e all’anagrafe italiana glieli convalidano pure. Twiga è il principato della imperial coppia Santanchè d’Asburgo. Tatuaggi ovunque, polpaccioni istoriati, un tempo al Forte c’erano gli Agnelli, oggi ha vinto la Santanchè. Vestivamo alla pitonessa. […] Tutto è pitonizzato. Al Gilda ecco gran coscioni tatuati, borsette da uomo, profumi di quelli che ti frizzano le sinapsi, uomini tutti uguali a Fedez, donne-kardashian di Busto Arsizio; discorsi da Citylife, “ho chiuso il mio fondo a Dubai”.
Baby sitter in tre lingue, accenti della deep provincia, accanto, un signore di mezza età a cui tutti vanno a chiedere di farsi un video. Mi informo. E’ un influencer anziano, famoso per recitare le frasi “Vai a letto! Vai a letto!”, a un ragazzo che sarà il figlio. Milioni di visualizzazioni su TikTok. Ora sta girando un video con un tamarro mostruoso in cui si tirano in testa a vicenda cestelli d’acqua ghiacciata.
Gli astanti sono deliziati. Insomma, dai, hanno vinto loro, quelli col cappello da cowboy. Danielona è molto, molto vicina a Meloni. La first bambina Ginevra la chiama “zia Daniela”, scrivono Paolo Madron e Luigi Bisignani in “I potenti ai tempi di Giorgia” (edizioni ChiareLettere).
Tramite Danielona, anche “il dottor Giambruno”, il compagno di Giorgia, giornalista Mediaset, va spesso al Forte. “Dimitri e Andrea fanno coppia fissa, viaggiando in Porsche Carrera alla ricerca di pulloverini di cachemire”. Insomma, ditemi voi se non è l’immagine dell’estate 2023. Il principe-sòla col first gentleman alla ricerca di cachemerini sull’Aurelia. Al Twiga un piatto di spaghetti alle vongole viene 30 euro Le spiaggie sono la sua ossessione identitaria. Mai libere. Mai prive di tendaggi. Quelle libere “sono piene di tossicodipendenti, rifiuti. Nessuno pensa a tenerle in ordine”.
Nel 1983, quando i Righeira cantano “Vamos a la playa” lei comincia a lavorare. Fonda la Dani Comunicazione e poi una serie di società sempre un po’ sgangherate tra cui la Visibilia, che stampa riviste anche “igonighe”, da Novella Duemila a Ville e Giardini, a Ciak. I collaboratori non vengono quasi mai pagati, raccontano al Foglio, ma in fondo “la carta stampata è finita”, come dice il principe Kunz. E poi va detto che se dovessero processare tutti i giornali che non pagano le fatture, sarebbe una nuova Mani Pulite.
Qui si è consumata la storia della doppia coppia: lei era fidanzata con Alessandro Sallusti, e la sua amica Patrizia Groppelli sposata col bel (finto) principe. A un certo punto, non si sa che è successo, le coppie sono scoppiate. E poi si sono ricomposte: Sallusti ha sposato Groppelli e Danielona ha il suo principe. L’estate di Danielona passa anche per le copertine di Fausto Papetti, vi ricordate quegli Lp su sfondi di spiagge tropicali col sax malandrino… e vi sovviene la nuova assessora alla Cultura lombarda, avvocatessa Francesca Caruso? Mai sentita nominare se non per la notevole dichiarazione: “nella mia famiglia si respira cultura da sempre. Il fratello di mia nonna era Fausto Papetti”.
Dietro alla nomina di Caruso pare ci sia sempre lei, Danielona. Una specie di cerchio che si chiude, dai dischi di Papetti che i camionisti tenevano in cabina alla spiaggia del potere. nello stupore generale salta fuori la bionda avvocatessa dello studio La Russa (con la cui dinastia Danielona è da sempre intima). Le voci dicono che Santanchè, responsabile per Forza Italia delle nomine degli assessori lombardi, dovesse sdebitarsi con l’avvocatessa prestatale da La Russa per risolvere qualche piccolo problema relativo alla candidatura alle Politiche.
Poiché la sua concessionaria Visibilia doveva un milione e mezzo al fisco, ed era stata avviata un’istanza di fallimento con fascicolo d’indagine aperto per bancarotta e falso in bilancio, urgeva risolvere la questione. Altrimenti la nostra neo-ministra al Turismo non avrebbe potuto candidarsi. Ma l’abile avvocata Francesca Caruso avrebbe risolto il problema trovando un finanziatore che avrebbe versato 2 milioni e mezzo nelle disastrate società…
Intanto dicono che aprirà presto un Twiga a Roma. Anche se non c’è la spiaggia. Dovrebbe installarsi su a via Veneto, quella che Ennio Flaiano del resto considerava una strada balneare. Non lontano da “Crazy pizza”, dove i pizzaioli-stuntmen di Briatore roteano come tourneur-dervisci le pizze per la gioia dei turisti
(da il Foglio)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
TEPPAGLIA DA AVANSPETTACOLO CON SALUTI ROMANI COMPRESI E SLOGAN SOVRANISTI “LA FRANCIA AI FRANCESI”
Sono state segnalate in alcune città della Francia bande di giovani di estrema destra che negli ultimi giorni sono scese in piazza minacciando i manifestanti che in questi giorni protestano e danno vita a scontri e devastazioni per la morte di Nahel, ucciso martedì scorso da un poliziotto.
Un gruppo è stato avvistato ieri sera a Lione ma è stato respinto subito dalla polizia che ha disperso l’inizio di corteo – nel quale sono state notate mazze da baseball e saluti romani da parte dei giovani – utilizzando gas lacrimogeni. Il quotidiano locale, Le Progrès, riferisce che “il gruppo di destar Les Remparts, venuto dalla città vecchia, è stato disperso con i lacrimogeni”.
Vari video sui social mostrano i giovani mentre gridano slogan come “Siamo a casa nostra” e “La Francia ai francesi”.
Nei giorni scorsi analoghe manifestazioni sono state registrate ad Angers e Chambéry. Ad Angers, in particolare, la procura ha aperto un’inchiesta sul gruppo che è stato ripreso in un video in un’accesa discussione con manifestanti per la morte di Nahel.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
IL FILOSOFO PASCAL BRUCKNER: “CI SONO BANDE ORGANIZZATE, ARMATE E FINANZIATE DA NARCOTRAFFICANTI CHE ALIMENTANO LA NARRAZIONE DEL RAZZISMO E DELLA SEGREGAZIONE PER TENERE IL POTERE NEI QUARTIERI. MACRON VOLEVA L’INTEGRAZIONE CON L’ECONOMIA, PROMUOVENDO UBER E PICCOLI LAVORI. IL PROBLEMA È CHE IL TRAFFICO DI DROGA PERMETTE UN’ASCENSIONE SOCIALE PIÙ RAPIDA. LE SENTINELLE O GLI SPACCIATORI GUADAGNANO IN UN GIORNO COME UNA CHAUFFEUR IN UN MESE”
Pascal Bruckner, filosofo e polemista, ha sulla rivolta francese
uno sguardo crudo e non accomodante.
Monsieur Bruckner, cos’è cambiato dalla rivolta delle banlieue del 2005?
«Il cambiamento più grande è che la grande maggioranza dell’opinione pubblica è ostile ai manifestanti».
Si vede con la colletta a favore del poliziotto che ha sparato. Perché?
«Le violenze e i saccheggi intollerabili. Dal 2005 lo Stato ha speso miliardi di euro nelle banlieue e si raccontano menzogne colossali. Vengono assaltati persino gli asili nido, le scuole, le mediateche, gli ospedali, i servizi sociali, come se si volessero distruggere gli aiuti arrivati nei quartieri».
Non è certo la maggioranza della popolazione che assalta e saccheggia. Chi manovra tutto questo?
«Ci sono bande molto organizzate, armate e finanziate da narcotrafficanti che alimentano la narrazione del razzismo e della segregazione per tenere il potere nei quartieri, condominio per condominio».
Chi sono i violenti?
«Vandali, piccoli ladri e i grandi svaligiatori, che hanno assaltato metodicamente i centri commerciali rubando apparecchi elettronici, computer, telefoni, ma anche abiti. Poi ci sono le gang criminali che approfittano della situazione per attaccare commissariati di polizia e municipi. E poi c’è un terzo gruppo: i terroristi ecologici di estrema sinistra alleati con i ragazzi di banlieue che attaccano i simboli del potere, come le caserme dei pompieri o la Gendarmerie».
E questo succede da molti anni nei quartieri.
«La cosa preoccupante è che la Francia è un Paese veramente malato perché tutti i conflitti sociali diventano rivolte. È un Paese che ha da sempre la tradizione della violenza, […] dalle guerre di religione, alle “dragonate” nel regno di Luigi XV, alla Rivoluzione, al 1870… È un Paese fondato sulla violenza. Oggi però penso che sia dovuto alla mancanza di autorità dello Stato».
Ma come, è un sistema presidenziale con un presidente accusato di autoritarismo.
«Viviamo da cinquant’anni le dimissioni dello Stato. Dopo De Gaulle, tutti i poteri pubblici, di destra e di sinistra hanno distolto lo sguardo dalle banlieue, dall’islam radicale, dall’immigrazione e adesso paghiamo il conto di questo abbandono. Macron ha ereditato una situazione deteriorata da molto tempo».
Quindi il modello francese dell’integrazione è fallito?
« Si parla solo di banlieue ma c’è tutta una borghesia di origine magrebina o africana che si è affermata molto bene. Le banlieue sono soprattutto un problema sociale di relegazione».
Ma cos’ha fatto Macron per i giovani delle banlieue?
«Una scommessa non assurda e cioè avviare l’integrazione attraverso l’economia promuovendo Uber e piccoli lavori che hanno funzionato. Il problema è che il traffico di droga permette un’ascensione sociale molto più rapida. Le sentinelle o gli spacciatori guadagnano in un giorno come una chauffeur in un mese. Il narcotraffico diffuso sta conquistando i quartieri in tutta l’Europa, Belgio, Olanda…».
C’è un Paese europeo che secondo lei ha saputo affrontare meglio l’immigrazione?
«La Germania è meglio come sempre. E poi ha un modello sociale di concertazione che è la sua forza economica: sindacati molto potenti che discutono e fanno sciopero solo eccezionalmente. In Francia per prima cosa si fa sciopero, si manifesta, si spacca tutto e poi si dialoga».
Chi è stato il presidente migliore?
«Chirac perché non ha fatto niente. Era molto popolare, mangiava, stringeva le mani, sorrideva. Macron soffre di un deficit di empatia, è molto distante, è un banchiere che pensa razionalmente, ma le passioni francesi sono totalmente irrazionali. Il suo bilancio è molto negativo, io ho votato per lui e me ne sono pentito. Macron è molto bravo in economia, infatti la Francia va molto bene».
In questa situazione si avvantaggia molto Marine Le Pen. Lei pensa che possa vincere nel 2027?
«Sì, può vincere, non ha nemmeno bisogno di fare campagna. Sarebbe una soluzione cattiva per la Francia, ha pochissima competenza in economia e in diplomazia e poi è molto vicina a Putin, che in questo momento è imbarazzante. L’estrema sinistra di Mélenchon è insurrezionale ».
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
MIKHAIL ZYGAR, FONDATORE DELL’UNICA TV INDIPENDENTE RUSSA DOZHD: “PER I GRANDI UOMINI D’AFFARI CHE NON SONO SUL LIBRO PAGA DI PUTIN, LA RIVOLTA DI PRIGOZHIN È STATA UNO SHOCK. PER LA PRIMA VOLTA HANNO AVUTO LA PROVA DI QUANTO PUTIN E IL SUO CERCHIO MAGICO NON ABBIANO CONTATTO CON LA REALTÀ”
Mentre gli uomini di Wagner marciavano verso Mosca il 24 giugno, Vladimir Putin volava a San Pietroburgo per assistere dallo yacht del suo fedelissimo Jurij Kovalchuk alla festa Vele Scarlatte dedicata ai maturandi. A raccontare l’inedito retroscena è Mikhail Zygar, 42 anni. Fondatore dell’unica tv indipendente russa Dozhd tra i massimi conoscitori del cerchio magico di Putin.
Quando ha lanciato la sua rivolta, Evgenij Prigozhin contava su un aiuto dall’interno dell’esercito, delle forze di sicurezza o delle élite?
«C’erano diverse persone che potremmo definire suoi sostenitori. Le sue invettive erano favorite dalla tacita approvazione dello stesso Putin che lo usava come contrappeso contro l’esercito. Molte persone condividevano le sue critiche contro i vertici militari. Lo appoggiavano diversi generali come il viceministro della Difesa Mikhail Mizintsev che è poi stato nominato vicecomandante del gruppo Wagner. Alcuni di questi suoi sostenitori erano a conoscenza dei preparativi della rivolta. Secondo le mie fonti, lo stesso Putin ne era al corrente da mesi, ma non ha preso le informazioni sul serio».
Ci sono informazioni contrastanti sulla sorte del generale Sergej Surovikin. Che fine ha fatto? Stiamo assistendo all’inizio delle purghe?
«Mi è stato detto che si trova ai domiciliari. È stato interrogato e incriminato, ma non ci sarà alcun processo aperto al pubblico. È l’inizio di una campagna di persecuzione contro i nazionalisti. Vedremo tanta gente cadere in disgrazia. Ma non ci saranno epurazioni alla luce del sole. Sarebbe ammettere che il sistema ha delle falle».
Mentre la rivolta era ancora in corso, molti presunti fedelissimi di Putin sono rimasti in silenzio. Alcuni sono persino fuggiti a bordo dei loro jet. L’élite è davvero così compatta attorno al presidente?
«Bisogna distinguere. Ci sono i fedelissimi che fanno parte della “super-élite”, della cerchia ristretta di Putin. Dipendono personalmente da Putin. Non hanno alternative. E come lui, sono lontani dalla realtà. […] Pensano tuttora che il regime sia stabile e che sia tutto sotto controllo. Ci sono poi i grandi uomini d’affari o decisori che non sono sul libro paga di Putin. Per loro la rivolta di Prigozhin è stata uno shock. Ha cambiato per sempre la loro prospettiva. Per la prima volta hanno avuto la prova di quanto Putin e il suo cerchio magico non abbiano alcun contatto con la realtà. Non credono più che il regime sia stabile.
Hanno iniziato a pensare che Putin sia un’anatra zoppa e che abbia i giorni contati. Non organizzeranno una rivolta. Non si schiereranno con Prigozhin o con altri. Hanno finalmente capito però che il sistema di potere non funziona».
Non c’è nessuno che potrebbe approfittarne? Che potrebbe seguire l’esempio di Prigozhin senza però ripeterne gli errori?
« Non ci sarà più una rivolta militare. [Ma ci saranno nuove sfide per il regime. Probabilmente l’anno prossimo quando si terranno le presidenziali. Non dico che emergerà un candidato in grado di sfidare Putin. Ma, anche quando vengono totalmente truccate, le elezioni sono sempre una potenziale minaccia per la stabilità di un regime».
(da La Repubblica)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
INTANTO IN LOMBARDIA IL PARTITO STA ESPLODENDO DOPO LA MORTE DI BERLUSCONI E LA SPACCATURA TRA L’ALA RONZULLIANA E QUELLA DEI FASCINA BOYS, CON TAJANI A FARE DA MEDIATORE
“Il futuro di Fi è quello di una grande forza moderata, saremo
il centro della politica italiana e abbiamo un ruolo importante da svolgere visto che il Pd si sta spostando verso sinistra. Fi sarà un punto di riferimento per i delusi anche dal centro del centrosinistra, siamo noi attrattivi. Ci sarà anche qualche ingresso significativo nei prossimi giorni”. Così il vicepremier e coordinatore di Fi Antonio Tajani risponde, intervistato a Agorà Estate, sul futuro di Forza Italia dopo la morte di Silvio Berlusconi
«In Brianza siamo messi bene, come pure a Brescia e a Como, a Milano discretamente, a Bergamo abbastanza. Cremona, nel piccolo, e Mantova, nel piccolissimo, sono presidiate. Varese si sta rimettendo in piedi dopo la vicenda Caianiello e non esprime manco un consigliere regionale. Lecco non esiste proprio».
Le pagelle sulla presenza di Forza Italia in Lombardia, snocciolate da un dirigente di lungo corso del partito, raccontano bene quanto sta succedendo qui. Nella regione che, vuoi per la presenza dei luoghi fisici del berlusconismo […], vuoi per radicamento storico del consenso (il 7,9% delle politiche di settembre e il 7,23% delle regionali di febbraio non sono paragonabili ai fasti del passato, ma comunque pesano), rappresenta uno dei test più importanti per sapere se e come il «partito-prodotto» che ha rivoluzionato la politica italiana resisterà al primo autunno senza il suo patriarca.
«Votare un video poteva essere difficile, ma votare un ricordo lo è ancora di più», ammette con molto realismo, e un pizzico di magone, un parlamentare azzurro. Che come molti altri accetta di raccontare ciò che si muove nella pancia di Forza Italia chiedendo però di restare anonimo.
Ciò che conta, e che segna davvero un cambio di paradigma, non è la situazione nelle singole province, ma il fatto che per la prima volta dentro Forza Italia ci si interroghi sullo stato di salute dei territori. Un altro parlamentare, ricordando che i faraoni non lasciano eredi ma piramidi, ricorre alla metafora della piramide rovesciata. «Prima c’erano gli unti del faraone, che facevano grandi performance trainati dal voto d’opinione, ovvero per contatto diretto del faraone. Ora andrà avanti chi riuscirà a raccogliere consenso dal basso».
Quella attuale, scandita dal consiglio di metà luglio e dalla nomina di Antonio Tajani a presidente pro-tempore in vista del congresso nazionale, che potrebbe essere celebrato prima o dopo le Europee del 2024, è una fase di transizione totale. «Se prima c’era la corsa della gente ad avere il simbolo di Fi, ora parte la corsa del partito a cercare gente che porta voti», sintetizza un amministratore locale del milanese.
Una fase di transizione che, in Lombardia, deve già fare i conti con alcune complicazioni. La più evidente è la spaccatura fra l’ala che fa riferimento alla capogruppo del Senato ed ex coordinatrice regionale Licia Ronzulli (e all’ex sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo) e quella che invece si riconosce nell’attuale coordinatore Alessandro Sorte, che insieme al responsabile dei giovani Stefano Benigni è uno dei deputati più vicini a Marta Fascina.
«Cercando di dare una lettura politica si può dire che i primi sono più vicini alla Lega, i secondi a Fratelli d’Italia. Anche perché i rapporti fra Sorte e i luogotenenti lombardi di Salvini sono ai minimi termini», racconta uno che conosce bene entrambe le fazioni. Tajani, nel mezzo, bordeggia fra la tentazione del «divide et impera» e l’esigenza di serrare i ranghi.
L’ultima puntata di questo scontro è andata in scena giovedì 22 giugno. Sorte, sotto attacco per aver dato un ruolo agli ex leghisti Gianmarco Senna e Max Bastoni, ha risposto radunando 500 tra militanti e amministratori all’hotel Villa Torretta di Sesto San Giovanni.
Padrone di casa l’ex onorevole Guido Della Frera, appena rientrato in Forza Italia dopo due brevi flirt con Giovanni Toti e Matteo Renzi. «Una partecipazione, oltre che numericamente al di sopra di ogni previsione, carica di commozione ma anche di entusiasmo e voglia di ripartire», ha rivendicato Sorte.
In attesa di capire quale potrà essere il ruolo di Marta Fascina, dentro e fuori il partito, i «Fascina Boys» lanciano un segnale chiaro: contano i numeri. Con l’implicito corollario: siamo noi ad averli.
Ad alimentare il rischio balcanizzazione, finché le elezioni amministrative del prossimo anno o i congressi comunali e provinciali non faranno chiarezza su chi davvero ha il consenso, c’è poi il capitolo Pirellone.
Forza Italia può contare su 6 dei 48 consiglieri della maggioranza, oltre che su due assessori e un sottosegretario. Una pattuglia significativa anche se […] non determinante per la tenuta della giunta Fontana (il resto del centrodestra avrebbe comunque 42 degli 80 seggi), ma a sua volta divisa in varie fazioni.
Sullo sfondo, c’è il voto europeo. Manca meno di un anno ma l’appuntamento, per certi versi, appare lontanissimo. Solo in autunno, infatti, quando l’affetto suscitato dalla morte di Berlusconi e registrato dai sondaggi si affievolirà in modo quasi fisiologico, Forza Italia potrà valutare se sarà in grado di schierare liste forti e competitive.
In Lombardia i nomi più interessanti sono quelli dell’ex governatore Roberto Formigoni e dell’eurodeputato Massimiliano Salini, entrambi vicini a Comunione e Liberazione. Tutti e due, secondo qualcuno, erano pronti a passare con Fratelli d’Italia.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
LA FINE DELL’AUTORITA’, L’INSUFFICIENZA DEI PADRI, LO SRADICAMENTO DEI CASSEUR, DI ADOLESCENTI CHE NON SI SENTONO NE’ CITTADINI, NE’ FIGLI
I blindati si capisce, si capisce per la durezza dello scontro notturno, per la tigna estremamente violenta dei rivoltosi delle periferie urbane in Francia, per la loro volontà di colpire e uccidere la gente in divisa, stremata dalla battaglia contro i moti social, volontà di degradare i simboli dello stato, e devastare commissariati municipi negozi. Ma tenere i bambini a casa, per favore, cari genitori, chiudete la notte gli adolescenti enragées nei vostri appartamenti, guardate che è un dovere repubblicano sancito dalla legge, possiamo perseguirvi se non ottemperate, bè, questo è un segno di tremenda debolezza, un omaggio al senso comune che va contro il buon senso.
L’emozione è forte, un video cinematografico girato dalle telecamere di sorveglianza, una eloquente docufiction, lascia pensare a un colpo a freddo, quali che siano poi gli accertamenti in uno stato di diritto, la rabbia si spiega. Ma le notti brave dell’insurrezione tiktok, messe in scena dagli adolescenti di una generazione che sembra perduta alla ragione, alla capacità di elaborazione di un lutto tremendo, a un’idea politica e compatta di movimento e di protesta, alla richiesta di giustizia invece che alla vendetta, parlano di un fenomeno di lungo periodo, un fenomeno civile e di cultura che va avanti da decenni: la fine dell’autorità, che comincia nelle famiglie alle quali si chiede pietosamente, lo stato con le lacrime agli occhi, di tenere a casa gli ado insubordinati, di incarnare una figura scomparsa dell’autorità come introduzione generale al senso della vita e al suo stile civile.
Improvvisamente i genitori, che poi sono quelli dei moti del 2005, ora quasi quarantenni, dovrebbero supplire con un atto di imperio familiare alla dissoluzione culturale di certi legami ancestrali, travolti dalla modernità postuma a sé stessa, dall’anima del focolare novissimo che non scalda i cuori di idee della mente, idee ricevute, oggettività, realismo, tradizioni, ma li adagia nella bambagia di un vago sentimentalismo dei luoghi comuni; contano le relazioni uomo-donna eviscerate dalla antipatia per il paterno e il materno, lotta al patriarcato e per l’aborto e il gender fluid, conta il criterio educativo corrente benevolmente accolto nelle scuole e nella comunità, non solo nella comunicazione impazzita e nel solipsismo mediatico. Insufficienti come Charles Bovary, il marito che spinge Emma nelle braccia dei mediocri dongiovanni Léon e Rodolphe, i padri invocati da Macron, in complicità con le madri in legami dissolubili per principio e contratto, dovrebbero esercitare l’attrattiva quasi religiosa, che lega, che è premessa di ogni autorità. Ma quando mai.
Più probabile che dai tredici ai diciotto anni nei territori cosiddetti sensibili tu non ti senta né cittadino né figlio, ma solo un piccolo animale urbano mal tollerato dall’ambiente e dallo stato e che male li tollera. Lo sradicamento dei casseur sarà anche frutto delle procedure incontrollate dell’immigrazione, quattro milioni in più dal 2005 a oggi, certo è frutto almeno in parte di un grande fallimento della nazione, almeno per i giovanissimi superteppisti nati in Francia e lì educati in un quadro di povertà vera e relativa, in un contesto di educazione e formazione inidonea alla celebrata vittoria dei valori di integrazione repubblicana, dove il lavoro non manca più come una volta, grazie al dannato liberismo di Macron, però manca tutto il resto. E la nazione non si riconquista, come suggerisce il furbo e talvolta malizioso Zemmour, è un progetto folle e pericoloso, la nazione si ricostruisce su basi solide di tolleranza, di fraternità, di eguaglianza che non umilia e non livella, di libertà che non scatena, che non esclude ma implica un esercizio riconosciuto dell’autorità.
(da Il Foglio)
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Luglio 3rd, 2023 Riccardo Fucile
GRAZIE A L RUOLO DI SOTTOSEGRETARIA DEL GOVERNO BERLUSCONI, LA MINISTRA CHIEDEVA PRESTITI PROMETTENDO INCONTRI CON IL CAVALIERE
La sua società era indebitata per milioni di euro già nel 2011,
quando era sottosegretaria del governo Berlusconi. Ma grazie anche a questo ruolo aveva accesso ai manager di banche per chiedere altri prestiti, proponendo magari di farli incontrare con lo stesso presidente Silvio Berlusconi o con l’allora governatore di Bankitalia Mario Draghi. Ma c’è di più. Nonostante la società fosse indebitata, si garantiva finanziamenti ad aziende terze sempre sue.
Il metodo della imprenditrice e oggi ministra del Turismo Daniela Santanchè, oggi come dieci anni fa, non sembra essere cambiato poi molto e i ruoli politici forse l’hanno aiutata nella sua attività privata della quale lei ha sempre fatto un vanto: come si chiede oggi Report che, dopo aver sollevato la gestione anomala delle società Visibilia e Ki Group due settimane fa, questa sera torna sul caso delle aziende Santanchè (alle 21 su Rai Tre).
Report presenterà dei documenti con “la prova che Visibilia era esposta con il sistema bancario già a partire dal 2011 per 15 milioni”. E di questa cifra ben 2,8 milioni di esposizione riguardavano un prestito con la Banca popolare di Milano. La Santanchè allora era sottosegretaria alla presidenza del consiglio del governo Berlusconi e sarebbe tornata a bussare alla porta della Bpm per una estensione del fido per altri 2 milioni di euro.
L’ufficio crediti della banca però si oppone proprio per lo stato patrimoniale e l’esposizione bancaria di Visibilia. Allora che cosa accade? “Santanchè chiama il braccio destro dell’allora capo della banca Massimo Ponzellini”. E cioè Antonio Cannalire. Secondo quanto ricostruisce Report “Santanchè si sarebbe offerta anche di organizzare incontri di Ponzellini con Draghi e Berlusconi”. Intervistata l’allora sottosegretaria smentisce “categoricamente” queste circostanze. Ma Report mostrerà dei documenti che smentirebbero la versione della ministra.
Di certo c’è che Bpm non concederà l’estensione del fido. Ma Visibilia comunque otterrà “l’acquisto di spazi pubblicitari per la Banca popolare di Milano per 320 mila euro”: pubblicità in parte per II Giornale e Libero, ma anche per l’Ordine di Como, quotidiano locale che era di proprietà di Alessandro Sallusti, suo ex compagno.
Resta comunque il fatto che Visibilia srl nel 2011 era già indebitata per 15 milioni e Santanchè, da sottosegretaria, cercava altre fonti di liquidità tra banche e nuovi clienti per la pubblicità. I conti comunque erano quelli ma nel 2013, come raccontato da Repubblica, Visibilia srl concede un finanziamento di 680 mila euro con contratto firmato il 17 maggio 2013 alla D1 Partecipazioni. Questa società era sempre di proprietà di Santanchè e vedeva come usufruttuario Sallusti. D1 Partecipazioni era nata pochi giorni prima, il 10 maggio 2013, ed è stata messa in liquidazione nel 2019: Visibilia srl ha nel frattempo cancellato il credito nel 2020.
Secondo una perizia di parte chiesta della procura di Milano, in Visibilia però sono state non iscritte a bilancio dal 2014 diverse perdite patrimoniali. Senza questi “errori” secondo la perizia “il patrimonio netto rettificato assume un valore negativo per oltre 5,4 milioni di euro già al 31 dicembre 2014 e tale aggregato peggiora nel periodo fino ad assumere al 31 dicembre 2018 un valore negativo per oltre 8,2 milioni”.
Ma nonostante in quegli anni Santanchè avesse già grane per debiti e poca liquidità di Visibilia, riesce inoltre a rilevare nel 2011 con un altro ex compagno, Caio Mazzaro, il gioiellino del biologico Ki Group. Secondo Report, che oggi tornerà anche su questo caso, “grazie anche a un benevolo prestito da parte di Monte dei Paschi di Siena”. “Alla fine tra Bioera e Ki Group, Santanchè e Canio Mazzaro raccolgono dai piccoli azionisti, in nove anni, 23 milioni e 9 milioni si trasformeranno in emolumenti per le loro cariche sociali ricoperte in quegli anni”. Mentre alcuni dipendenti di Ki Group rimangono senza stipendi e tfr.
Ad oggi la ministra non ha risposto alle domande dei giornalisti sulla gestione delle sue ex società e sui debiti anche con il fisco e Invitalia. Debiti ancora non restituiti, mentre pendono richieste di concordato ed è aperta una indagine della procura di Milano per falso in bilancio. Da ministra Santanchè siede accanto a Giancarlo Giorgetti, a capo del ministero dell’Economia dal quale dipendono Agenzia delle entrate e la stessa Invitalia.
Mercoledì alle 15 però riferirà in Senato dopo la richiesta di chiarimenti presentata in conferenza dei capigruppo dalle opposizioni: Partito democratico, Movimento 5 stelle e Alleanza verdi e sinistra. “Chiarirò tutto”, ha ribadito.
(da La Repubblica)
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