Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
REGIME AGEVOLATO ANCHE PER I PAPERONI ALL’ESTERO
Escludere le sanzioni penali tributarie, in particolare quelle connesse al
reato di dichiarazione infedele, ai contribuenti aderenti all’adempimento collaborativo (le imprese) che «hanno tenuto comportamenti collaborativi e comunicato preventivamente ed esaurientemente l’esistenza dei relativi rischi fiscali».
Lo prevedono tre emendamenti identici di FdI, Fi e Lega approvati in commissione Finanze al Senato. La modifica sostituisce l’indicazione individuare «specifiche misure di alleggerimento delle sanzioni penali tributarie» per i contribuenti che hanno tenuto «comportamenti non dolosi e comunicato preventivamente» rischi fiscali.
Arriva inoltre un regime di adempimento collaborativo, con i relativi effetti premiali, anche per chi porta la residenza in Italia e i paperoni all’estero. Un emendamento alla delega fiscale approvato dalla commissione Finanze del Senato prevede infatti «l’introduzione di un regime di adempimento collaborativo per le persone fisiche che trasferiscono la propria residenza in Italia nonché per quelle che la mantengono all’estero ma possiedono, anche per interposta persona o tramite trust” nel territorio dello Stato un reddito complessivo “mediamente pari o superiore a un milione di euro».
Durissimo il Pd: «Gli emendamenti della destra approvati oggi in commissione Finanze alla delega fiscale disegnano da un lato l’inizio di un clamoroso attacco all’Agenzia delle entrate e dall’altro un regalo a grandi e piccoli evasori abituali. E’ una bomba messa sotto al nostro sistema fiscale» dice il capogruppo in Senato Francesco Boccia. Tra gli emendamenti «c’è una sorta di scudo preventivo per i contribuenti che fanno dichiarazioni infedeli», osserva. «Un provvedimento grave che oltre a mettere a rischio le casse dello Stato fa passare il messaggio che chi paga le tasse è un fesso».
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
CON LA “RIORGANIZZAZIONE” DEL PIANO DI RIPRESA E RESILIENZA VENGONO ESPUNTI 1,2 MILIARDI PER LA GESTIONE DEI RISCHI DI ALLUVIONE E IDROGEOLOGICI… ANCHE I COMUNI SI INCAZZANO: SI SONO VISTI SFILARE 13 MILIARDI DI EURO DI FONDI E ORA CHIEDONO GARANZI
Un taglio da 15,9 miliardi che però non è un taglio, perché è un «definanziamento dal Pnrr e il rifinanziamento attraverso altre fonti, come il Piano nazionale complementare al Pnrr e i fondi delle politiche di coesionesono i più toccati delle modifiche. ».
Con questo giro di parole il ministro Raffaele Fitto è uscito dall’incontro di cabina di regia sul Pnrr di ieri: il governo punta a riscrivere il Pnrr con una proposta di revisione di 144 misure, che ora dovrà essere discussa e accettata a livello europeo, ma che è destinata a sollevare tensioni politiche in Italia.
«Non abbiamo eliminato nulla, solo riorganizzato», è la linea di Fitto.
Ad uscire dal piano sono 6 miliardi per interventi di valorizzazione del territorio e di efficientamento energetico dei comuni, 3,3 miliardi per rigenerazione urbana, 2,5 per piano urbani integrati, 1,2 per gestione dei rischi di alluvione e idrogeologici, 725 milioni per servizi e infrastrutture sociali, e poco più di un miliardo per valorizzazione dei beni confiscati, verde urbano e promozione di impianti innovativi.
Fitto ha ripetuto più volte che non si tratta di un vero e proprio definanziamento perché le misure dovrebbero essere recuperate in altri progetti. Tuttavia il dato resta: a sparire dal Pnrr e quindi dagli investimenti da completare entro il 2026 nella speranza che vengano riassunte in altri progetti ci sono una serie di misure che hanno a che vedere con rischi idrogeologici e di cui oggi – anche alla luce dei disastri climatici di queste settimane – il paese avrebbe disperatamente bisogno.
Le ragioni dei tagli sono da ritrovarsi nella «difficoltà di rendicontazione e ammissibilità e la difficoltà evidente di completare al 100 per cento i lavori entro il 30 giugno 2026», con il rischio quindi di vedersi revocare i fondi Pnrr e di doverli pagare di tasca propria attraverso il bilancio statale.
In altre parole, si sancisce quello che già era stato denunciato dai Comuni e dalla Corte dei conti: la difficoltà burocratica per le piccole amministrazioni, a causa della mancanza di competenze tecniche e amministrative. Per questo il governo Draghi aveva approvato un decreto che prevedeva il potenziamento amministrativo dei comuni per il Pnrr, che però è stato pubblicato in gazzetta dal governo solo a febbraio 2023, con dubbi sulle risorse finanziarie per sostenerlo.
LE FERROVIE DI SALVINI
Non solo, a venire espunti dai progetti che devono essere chiusi entro il 2026 c’è anche la ferrovia Roma-Pescara, due lotti della Palermo-Catania, che toccano il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di Matteo Salvini, che da mesi è impegnato a percorrere in lungo e in largo l’Italia inaugurando cantieri. Non a caso, appena il taglio è stato reso noto, è partita la fibrillazione.
Fonti del Mit hanno immediatamente precisato che «La Roma-Pescara è confermata ma riceverà finanziamenti alternativi ai fondi Pnrr», ma «La scelta di rimodulare i finanziamenti è figlia della situazione ereditata dall’attuale governo, in carica da circa nove mesi». Tradotto: è colpa del precedente governo e quindi dell’esecutivo di Mario Draghi.
Immediata è stata la controreplica di Fitto, il quale ha specificato che sulle modifiche c’è stata «intesa» anche con Salvini. Tuttavia, la fibrillazione al Mit non è passata inosservata.
Per quanto Fitto abbia tentato di minimizzare, parlando solo di uno spostamento dei fondi, la scelta del tipo di misure da «rimodulare» ha fatto esplodere le opposizioni, dal Pd al Movimento 5 Stelle fino al Terzo polo.
In particolare lo spostamento dei fondi per il dissesto idrogeologico: «Una scelta miope e gravissima», l’ha definita Anna Ascani (Pd), mentre i deputati grillini della commissione Ambiente hanno parlato di «governo in totale cortocircuito sulle tematiche ambientali e climatiche», dopo che il ministro Nello Musumeci era intervenuto in aula sui rischi idrogeologici del paese.
A pesare di più sul governo è però la reazione dell’Anci. Il suo presidente, Antonio Decaro ha infatti appreso oggi ed è rimasto «colpito» dallo spostamento dei «13 miliardi di euro di fondi Pnrr che erano stati assegnati ai comuni». Di qui la richiesta di «garanzie» sul fatto che gli investimenti non spariranno ma verranno comunque sostenuti anche con fondi nazionali, «come in cabina di regia ci è stato assicurato che verrà fatto».
(da Domani)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
DOPO GLI SCIVOLONI SULL’INVERNO DEMOGRAFICO E SULLA SANTANCHE’ PARAGONATA A ENZO TORTORA, LA ROCCELLA CI FA PURE SAPERE CHE “AI CANI NON BISOGNA DARE I NOMI DEI BAMBINI”
Eugenia Roccella è la ministra per la Famiglia, per la Natalità, per le Pari
opportunità e per le “gaffe”. Che stanno diventando la sua specialità.
La Roccella è figlia di Franco, uno dei fondatori del Partito Radicale, e della pittrice femminista Wanda Raheli: debutta in politica nel Movimento di liberazione della donna e, nel 1975, a 22 anni, scrive il libro Aborto: facciamolo noi. Poi cambia idea. Di botto. Su tutto. Sostiene il movimento del Family Day e si schiera efferata contro la pillola abortiva e le unioni civili, contro il reato di omofobia e il suicidio assistito, contro il divorzio breve e la procreazione assistita, argomento che, tragicamente, ignora.
Infatti un giorno se ne esce dicendo che in Italia «non si fanno figli perché si preferisce lo spritz», insultando, mortificando così le migliaia di coppie che – in un percorso di dolore e di speranza – lottano per riuscire ad averlo, un figlio. Le chiedono allora cosa pensi del caso di Daniela Santanchè, la ministra indagata per “bancarotta” e “falso in bilancio”: e lei osa paragonarla a Enzo Tortora.
Insistono: vabbé, ci dica almeno qualcosa di serio su Ignazio La Russa, che interroga e assolve in salotto il figlio accusato di stupro. E lei, invece di rispondere che il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, avrebbe dovuto tacere e affidarsi alla giustizia, dice solenne: «Non entro nelle frasi d’un padre». La Roccella poi ci fa pure sapere – con analoga solennità – che «ai cani non bisogna dare i nomi dei bambini».
No, scusi, mi faccia capire: io non avrei dovuto chiamare Ciro il mio adorato bassotto, mentre La Russa può chiamare i suoi figli Cochis, Apache e Geronimo?
(da Corriere della Sera)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
ALLA CRISI AMBIENTALE DEDICANO LO 0,6% DELLE DICHIARAZIONI AI TG… I DATI IMPIETOSI DELL’OSSERVATORIO DI PAVIA
Gli effetti del riscaldamento globale saranno anche sotto gli occhi di tutti, ma in Italia la crisi climatica continua a essere un tema poco presente nella comunicazione politica. Lo sostiene un rapporto realizzato dall’Osservatorio di Pavia per conto di Greenpeace, che ha preso in analisi tutte le dichiarazioni sulla crisi climatica fatte sui media da tredici politici ed esponenti di governo: Angelo Bonelli, Carlo Calenda, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Giancarlo Giorgetti, Francesco Lollobrigida, Riccardo Magi, Giorgia Meloni, Gilberto Pichetto Fratin, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Elly Schlein e Silvio Berlusconi (che nelle prossime rilevazioni sarà sostituito da Antonio Tajani). La frequenza dei discorsi politici sul clima, avverte lo studio, è molto bassa: le dichiarazioni dei politici sulla crisi climatica rappresentano appena lo 0,6% del totale delle dichiarazioni rilasciate ai Tg e il 2,5% del totale dei post pubblicati su Facebook. I risultati dello studio dell’Osservatorio di Pavia e di Greenpeace si riferiscono ai primi quattro mesi del 2023, mentre il campione di analisi comprende le edizioni cartacee dei cinque quotidiani più diffusi (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Avvenire, La Stampa), le edizioni serali dei telegiornali di Rai, Mediaset e La7 e l’attività su Facebook dei 13 politici presi in esame.
La crisi climatica vista dal governo
Dallo studio emerge che i politici di destra parlano di decarbonizzazione più dei loro colleghi di sinistra, ma spesso lo fanno «per esprimere posizioni ambigue o contrarie alla transizione energetica». Per quanto riguarda i rappresentanti del governo, sono Pichetto Fratin e Salvini i due ministri che affrontano più frequentemente il tema della crisi climatica. La loro comunicazione, sottolinea Greenpeace, si caratterizza «per una marcata attenzione sulla sovranità nazionale rispetto alle politiche energetiche (a volte in aperto contrasto con le posizioni dell’Unione Europea), per forti resistenze alla transizione e per continui riferimenti alla “neutralità tecnologica”».
Di tutti i leader presi in esame, è il ministro all’Ambiente Pichetto Fratin a classificarsi al primo posto per numero di dichiarazioni rilasciate ai media sulla crisi climatica.
Delle 34 affermazioni prese in esame: 14 esprimono un parere favorevole alle azioni per il clima, 3 esprimono un parere contrario e 17 una posizione ambigua.
Per quanto riguarda Salvini sono 19 le dichiarazioni fatte da gennaio ad aprile sul tema della crisi climatica. Di queste: 9 esprimono una posizione contraria alle politiche per il clima, 9 una posizione ambigua e solo una esprime un parere favorevole. La premier Giorgia Meloni si piazza al quarto posto della classifica per numero di uscite sulla crisi climatica: 16 in totale.
Le voci delle opposizioni
Tra i banchi dell’opposizione sono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni a parlare più spesso di crisi climatica. Bonelli, in particolare, è il politico di minoranza più interpellato dai media sulle politiche di decarbonizzazione e assume spesso il ruolo di «ministro ombra».
I discorsi dei due leader del gruppo Alleanza Verdi-Sinistra sono quasi sempre favorevoli a ogni azione per la salvaguardia del clima.
La segretaria del Pd Elly Schlein si posiziona invece a metà della classifica. Anche le sue dichiarazioni sono spesso a favore di azioni più incisive per la salvaguardia del clima, ma non entrano quasi mai «nel merito della questione», precisa Greenpeace.
A occupare gli ultimi posti in classifica nello studio dell’Osservatorio di Pavia sono il ministro Francesco Lollobrigida, il segretario di +Europa Riccardo Magi e quello di Italia Viva Matteo Renzi.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
L’ULTIMA TROVATA DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, TRA TRUCCHI E INCANTESIMI
Italia: un paese di pizza, mandolino e Winx, le fatine alate che si
prendono per mano e svolazzano promettendo magie per sconfiggere i cattivi.
Dalla matita di Iginio Straffi, il loro papà creativo, passando per gli schermi TV anni Duemila -con ben otto stagioni all’attivo-, ai vertici del potere politico per arrivare alla Farnesina.
La prossima missione è ardua. Promuovere le bellezze del nostro paese ai compatrioti che non sempre conoscono cosa li circonda e agli stranieri, che mai come quest’anno, hanno scelto l’Italia come meta per le loro vacanze.
Otto episodi in nove lingue diffuse tramite la rete di Ambasciate e Consolati. “Winx Club – La Magia dell’Italia”, questo il titolo del colorato progetto realizzato per il Ministero degli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale in collaborazione con Rainbow (la storica casa di produzione delle fate in questione) e presentato alla 53sima edizione del Giffoni Film Festival. Nella nota diffusa dal Ministero si legge che “le protagoniste intraprenderanno un viaggio speciale che nasce con l’obiettivo di far conoscere all’estero alcune località insolite d’Italia, dove l’incontro tra bellezza, storia e cultura prende forma in vere e proprie gemme rare, come quelle che le fate troveranno durante il percorso”.
Ma se di magia parliamo, sembra d’obbligo citarne un’altra, forse la più plateale, un altro coniglio che esce dal cilindro bucato della nostra politica e che non stupisce, ma fa ridere. Daniela Santanché torna senza ali, senza costume petaloso lilla, a promuovere il Bel Paese con questa Bell’Idea. Dopo “Welcome to Meraviglia”, la discussa campagna promozionale del turismo di alcuni mesi fa, in cui la divina Venere botticcelliana si trasforma in una boccolosa influencer, pronta a sponsorizzare il Colosseo come se fosse un integratore post work out- e aver scampato le dimissioni per lo scandalo finanziario che l’ha vista protagonista, eccola di nuovo in pista. E allora come non citare la celebre sigla delle Winx, “Se tu lo vuoi, tu lo sarai una di noi…”. Forse, si riferisce al suo ruolo al Governo.
(da mowmag.com)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL VERO OBIETTIVO DI GOVERNO E AZIENDE E’ FAR SCENDERE LA SOGLIA, COSI’ LA MISURA SAREBBE VANIFICATA
Un mondo composto da oltre quattro milioni di piccole aziende, storica costituency elettorale del centrodestra politico. Interi settori economici che si reggono sui bassi salari. La galassia di ditte che dà vita a catene di appalti, abusando di contrattini e creando precarietà. Ecco chi ha paura della proposta di salario minimo a 9 euro l’ora: quello stesso sistema, improduttivo e inefficiente, che negli ultimi decenni ha reso l’Italia l’unico Paese Ocse a segnare un calo nelle retribuzioni reali. E che oggi, con la sponda del governo di centrodestra, punta a cancellare la proposta o almeno a ridurre la soglia dei 9 euro lordi l’ora (escluse le altre voci, come tredicesima, quattordicesima etc.).
Un’ipotesi a questo punto non da escludere, cioè che alla fine il salario minimo arrivi, ma ben più basso di quella cifra. E che una parte dell’opposizione possa accettare la mediazione. La via preferita della destra resta puntare sulla contrattazione collettiva, ma i dati dicono che non basta: ieri l’Istat ha ricordato che 6,7 milioni di lavoratori hanno il contratto scaduto e malgrado il rallentamento dell’inflazione, la differenza tra crescita dei prezzi e crescita salariale resta superiore al sei per cento. A giugno le retribuzioni sono salire di appena un 3,1%, eppure è crescita più forte da novembre 2009. Il tempo medio di rinnovo per chi ha un contratto scaduto supera abbondantemente i due anni. Insomma, la contrattazione è lenta e non tiene il passo con l’aumento dei prezzi. Se poi la destra volesse estendere il trattamento dei contratti collettivi più rappresentativi a tutti, questo potrebbe creare problemi con alcuni sindacati più piccoli “amici”, come Ugl e Cisal, che spesso firmano contratti al ribasso.
Ricapitolando: all’inizio di luglio tutta l’opposizione (tranne Italia Viva) ha depositato un disegno di legge per un salario minimo a nove euro. Oggi oltre tre milioni di lavoratori guadagnano meno di quella soglia. Governo e maggioranza hanno tentano di sabotarlo e ieri hanno ottenuto di rinviare la discussione a fine settembre. Se non è una chiusura, il rischio è quello di un compromesso al ribasso.
La mossa della destra arriva dopo un lungo attacco coordinato che coinvolge anche imprese e osservatori autorevoli. Persino chi non è contrario all’idea di stabilire un salario minimo per legge, infatti, ha comunque criticato aspramente il fatto di fissarlo a nove euro (lordi), cifra ritenuta troppo alta. L’economista Tito Boeri, ex presidente Inps, ha fatto notare che – prendendo come parametro una via di mezzo tra il 50% del salario medio e il 60% di quello mediano, indicatori riportati nella direttiva europea – arriveremmo a poco più di 7,50 euro. Anche Luigi Marattin, deputato di Italia Viva, si è detto contrario ai nove euro perché – dice – sarebbe il 75% del salario mediano, un livello eccessivo.
Ma a tenere i nostri dati salariali così bassi è la scarsa qualità di parte del tessuto produttivo. L’Italia ha perso quote di industria e visto aumentare le piccole imprese dei servizi e del turismo (in forte crescita). Nel settore alloggio e ristorazione, il 44% dei rapporti di lavoro è sotto i nove euro l’ora: il comparto lamenta la difficoltà nel trovare manodopera, eppure non rinnova il contratto collettivo scaduto quasi due anni fa. I “nuovi” settori hanno creato occupazione precaria e debole, molto part-time, e questo ha tenuto bassi i salari anche per la scarsa produttività. Il nostro Paese – che non ha mai avuto un salario minimo legale – non ha mai fatto nulla per contrastare i contratti pirata, firmati da sindacati “di comodo” per aiutare le imprese a risparmiare fissando minimi molto bassi. A completare, pure vari contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil – quindi rappresentativi – prevedono minimi ben sotto i nove euro, come quello della vigilanza.
Questa situazione è sempre stata tollerata, anzi ormai è una scelta di politica economica e industriale. Ecco perché oggi una parte delle nostre imprese teme così tanto il salario minimo. Una soglia di nove euro, invece, alzerebbe l’asticella e, secondo i suoi fautori, spingerebbe le imprese a innovare e a migliorare la produttività. D’altro canto, i parametri della direttiva europea, che prende a riferimento il 50% della media e il 60% della mediana, offrono vita facile a chi vuole sostenere che nove euro siano troppi. Insomma, la pressione di governo, grande stampa e imprese per abbassare la soglia è destinata a salire. Tanto più la proposta delle opposizioni ha un enorme vulnus: vuole aiutare con fondi pubblici le imprese ad adeguare i minimi, scaricando sullo Stato i maggiori costi. Per non dare alibi alle imprese, se ne dà uno alla destra.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
TANTO PER CAMBIARE… SI RISCHIA PURE IL TRASFERIMENTO DELL’EVENTO ALL’ESTERO
Mancano due anni e mezzo all’inizio delle tanto discusse Olimpiadi
Milano-Cortina del 2026 e l’Italia continua a essere impantanata nella sua macchina burocratica.
Cortina resta in attesa della costruzione di un tunnel lungo 4 chilometri, mentre Longarone aspetta un’arteria da 11 chilometri, dal costo di 400 milioni di euro.
All’appello mancano poi decine tra rotatorie, gallerie, viadotti e ponti, i cui costi sono lievitati tra inflazione, caro delle materie prime e speculazione.
Nel frattempo, continuano le proteste delle associazioni ambientaliste, che dal 2021 scendono in piazza per denunciare gli “scempi ambientali” che le Olimpiadi Milano-Cortina del 2026 genereranno, tra consumo di suolo e alterazione dell’ecosistema circostante, in un modello già visto con l’alta velocità. Intanto, quelle che erano state sbandierate come olimpiadi «a costo zero» in realtà ha già pesato sulle casse statali per oltre tre miliardi di euro.
Tra ritardi nella costruzione e costi che lievitano rapidamente tutto procede a rilento, troppo anche per il Comitato Olimpico che non nasconde più i timori. L’ipotesi di spostare l’evento all’estero fiata sul collo dell’amministrazione italiana, nonostante le rassicurazioni in tal senso di Giovanni Malagò, numero uno del CONI e presidente della Fondazione Olimpica. Malagò ha comunque ribadito che serve «realismo», in quanto la realizzazione dei lavori è ormai «una corsa contro il tempo».
A Cortina la pista da bob è stata demolita e adesso si cercano le imprese per la ricostruzione dell’impianto. «Si lavora per i bandi e per gli appalti ma, seppur gestiti in forma straordinaria con una struttura commissariale, gli iter autorizzativi restano lunghi», ha dichiarato Roberto Padrin, presidente della Provincia di Belluno.
Per ora, a due anni e mezzo dall’inizio delle Olimpiadi, l’evento pesa sulle casse statali per oltre tre miliardi di euro. Una cifra destinata a crescere e ad allontanarsi sempre di più dall’obiettivo “costo zero” sbandierato in fase di assegnazione.
Una trama pressoché identica a quella dei Giochi del 2006 tenutisi a Torino. In quell’occasione, la spesa finale risultò essere di 3,5 miliardi di euro, a fronte dei 500 milioni stimati, tra organizzazione e realizzazione delle opere, quasi tutte lasciate poi in stato di abbandono in seguito alla conclusione dell’evento. La pista da bob costruita a Cesana, in Val di Susa, è rimasta aperta fino al 2010 senza ospitare alcuna competizione, producendo spese di gestione per mezzo milione di euro. Al danno si aggiunse la beffa e gli incassi totali durante l’evento del 2006 non superarono il miliardo di euro, con buona pace dei contribuenti e delle casse pubbliche.
Stando ai vari dossier realizzati dal comitato promotore di Milano-Cortina 2026, l’evento dovrebbe creare 20 mila posti di lavoro da qui fino alla sua conclusione, per un giro d’affari di 2,9 miliardi di euro. Ciò vuol dire che mancano ancora due anni e mezzo all’inizio delle Olimpiadi invernali e siamo già in perdita di mezzo miliardo di euro. Uno scenario che diventa più desolante se si allarga lo sguardo, facendo i conti con ritardi, inflazione e lo spettro del trasferimento dell’evento all’estero.
(da lindipendente.online)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA RUSSIA IN AFRICA È UN PARTNER ECONOMICO MARGINALE, PRESSOCHÉ IRRILEVANTE
L’ultima «mossa del grano» di Vladimir Putin, cioè la promessa di fornirlo gratis all’Africa, nasce da una paura: quel continente gli sta voltando le spalle. Il campanello di allarme è suonato in occasione del summit Russia-Africa che si sta svolgendo […] a San Pietroburgo, proprio nella città di Putin. A questo importante summit […] si sono presentati solo 16 capi di Stato africani, cioè meno della metà rispetto ai 43 che parteciparono al primo vertice con questo formato che si tenne a Sochi nel 2019.
Altri dieci paesi hanno declassato la propria partecipazione mandando a San Pietroburgo i loro primi ministri; ma anche aggiungendovi questi il totale rimane molto al di sotto rispetto a quattro anni fa.
I numeri deludenti sono una bocciatura per l’attivismo della diplomazia russa, a cominciare dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Quest’ultimo aveva moltiplicato gli sforzi (incluse molte visite sul continente nero) per mobilitare la partecipazione degli statisti africani.
Il calo dei partecipanti al summit Russia-Africa sembra dimostrare che a qualcosa sono servite le pressioni americane ed europee, pur senza determinare svolte clamorose.
Il grosso del danno all’influenza russa in Africa in realtà lo ha inflitto lo stesso Putin. I governi del Grande Sud sono sensibili alla propaganda russo-cinese che denuncia i vizi neo-colonialisti e imperialisti dell’Occidente; però sono anche sensibili ai numeri. E i numeri dicono che la Russia in Africa è un partner economico marginale, pressoché irrilevante.
Inoltre Putin ha accumulato le promesse tradite e la sua credibilità ne risente. Come documentano i dati raccolti in un servizio del Washington Post, al summit del 2019 Putin si impegnò a espandere il commercio con l’Africa fino a raggiungere più del doppio del livello di partenza, portandolo in cinque anni da 16,8 a quasi 40 miliardi di dollari.
Secondo i dati dell’agenzia di stampa ufficiale Tass, che attinge al ministero del commercio estero russo, nel 2021 l’interscambio con l’Africa era salito pochissimo, a 17,7 miliardi, per lo più concentrato su armi e grano. Per capire la modesta entità di queste cifre bisogna paragonarle all’interscambio tra l’Unione europea e l’Africa che è di 295 miliardi di dollari annui, a quello tra Cina e Africa a quota 254 miliardi, infine a quello degli Stati Uniti pari a 83,7 miliardi.
Quando Putin annuncia che fornirà grano gratis ai paesi dell’emisfero Sud, anche questa promessa viene accolta con scetticismo alla luce dei precedenti. Come donatore di aiuti umanitari la Russia è tra i più avari del mondo. Riesce ad essere perfino meno generosa di paesi molto più poveri. Le donazioni fatte da Mosca al World Food Program, l’agenzia Onu che combatte la fame nel mondo, sono state di soli 6,5 milioni di dollari quest’anno cioè inferiori a quanto hanno donato l’Honduras, la Guinea Bissau e il Sud Sudan.
Può darsi che stavolta sul grano Putin voglia mantenere la promessa, ma in tal caso si tratta di una mossa tattica a fini commerciali: l’agricoltura russa soffre di sovrapproduzione.
Dato che la Russia ha un peso economico minuscolo, sia nel commercio che negli investimenti, in passato aveva compensato quella debolezza con la sua presenza militare. Come security provider, cioè come fornitore di sicurezza armata a questo o quel governo africano, Putin ha offerto i propri servizi di protezione prevalentemente attraverso il Gruppo Wagner.
Il recente tentativo di insubordinazione della milizia di mercenari contro le forze armate regolari di Mosca, ha gettato un’ombra anche sull’effettivo peso militare della Russia. Questo si aggiunge al bilancio fallimentare della «operazione speciale» che doveva conquistare l’Ucraina in pochi giorni e invece ne ha già consumati 500 senza veri successi.
Sarebbe prematuro concludere che l’Africa è pronta a uscire dal suo non allineamento. I consensi verso l’Occidente non aumentano in modo molto visibile. Il calo d’influenza della Russia può andare a beneficio della Cina, dell’Arabia Saudita, dell’India, della Turchia, gli altri attori geopolitici interessati alla posta in gioco. Resta da registrare che le batoste subite da Putin non passano inosservate neanche in quei paesi africani dove lui pensava di avere ancora una sponda benevola.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL PAESE AFRICANO È UN CROCEVIA DEI FLUSSI MIGRATORI, E STATI UNITI E UE AVEVANO INVESTITO MILIONI DI DOLLARI IN AIUTI. NON È SERVITO A NULLA: NELLE STRADE DELLA CAPITALE SI URLA “VIA I FRANCESI” E VENGONO SVENTOLATE BANDIERE RUSSE IN ONORE DEI MERCENARI DELLA WAGNER
A Diamey la roulette del colpo di Stato, il sesto dal 2020 in quella fascia
dimenticata dell’Africa che va dal Mar Rosso all’Atlantico, sembra fermarsi quando Abdou Sidikou Issa mette tutte le sue fiche sul numero dei golpisti.
È calata la sera e il capo di Stato maggiore comunica a 26 milioni di nigerini e al mondo intero che le Forze Armate dell’unica democrazia rimasta nel Sahel, uno dei Paesi più poveri del mondo, ufficialmente sostengono gli ufficiali che 24 ore prima sono andati in tv per annunciare la fine del «regime che conoscete», ovvero la sospensione della costituzione e la rimozione di Mohamed Bazoum. Non un leader dinosauro qualunque, ma un presidente di 63 anni salito al potere dopo le elezioni del 2021, avendo sventato un golpe.
Questa volta gli è andata peggio: dopo una notte di incertezze […] ieri nella capitale hanno sfilato giovani filo-golpisti, al grido di «via i francesi» e con sfoggio di bandiere russe. Mercoledì i militari avevano disperso la folla contraria al golpe, ieri invece hanno permesso che andasse a fuoco la sede del partito del presidente Bazoum. Che quasi in contemporanea su Twitter ostentava fiducia: «Le conquiste della democrazia non andranno perdute», scriveva, mentre gli inviati dell’Ecowas (il gruppo dei Paesi vicini) tentavano un’estrema mediazione.
Putsch «morbido» e condanne dure da parte di molti attori internazionali: Onu, Europa, Stati Uniti. L’Occidente ha investito milioni di dollari in aiuti al Paese alleato più prezioso della regione, il terzo dopo Mali e Burkina Faso a cadere nelle mani di ufficiali golpisti che non guardano più alla Francia (ex potenza coloniale) ma alla Russia di Putin come puntello esterno.
Flussi migratori, guerra ai jihadisti (negli ultimi 5 anni mai così poche vittime come nel 2023), democrazia da rafforzare, lotta al cambiamento climatico: in questa luce perdere il laboratorio Niger è un colpo importante, in particolare per l’Europa.
In Niger i militari non sembrano essere così filo-russi come in Mali. E da San Pietroburgo anche il ministro degli Esteri Lavrov chiede «il ripristino dell’ordine costituzionale» a Diamey. Certo, Vladimir Putin in queste ore si prodiga in sorrisi al summit Russia-Africa, dove pure sono arrivati pochi leader (17) rispetto ai 43 dell’ultima volta. Mosca non può certo applaudire a un colpo di Stato che i capi africani deplorano.
A Washington, la Casa Bianca scagiona lo zar: «Al momento non abbiamo indicazioni di un coinvolgimento russo o del gruppo Wagner». Ma se nelle strade di Diamey sventola qualche bandiera russa, al tavolo della roulette c’è chi ride. E su Telegram già fioccano gli urrà di commentatori pro-Cremlino, auspicanti l’avanzata della Wagner in un altro Paese, un’altra tacca sul fucile di Prigozhin. Con il Niger «la fascia dei putschisti» che cinge l’Africa sotto la pancia del Sahara diventa quasi completa.
(da il Corriere della Sera)
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