Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
LA MOSSA HA CREATO SCONCERTO TRA GLI AZIONISTI (CDP E MEF) E INCAZZATURA A PALAZZO CHIGI (FURIOSI IL SOTTOSEGRETARIO FAZZOLARI E IL CAPO DI GABINETTO CAPUTI)… GIORGETTI INCAZZATO NERO CON LEI PERCHÈ UN’AZIENDA QUOTATA IN BORSA NON PUO’ CACCIARE IL CFO SENZA AVERE IL SOSTITUTO
Si scaldano gli animi ai vertici di Terna. La ad Giuseppina Di Foggia, nominata appena tre mesi fa grazie all’imprimatur di Giorgia Meloni, con una mossa senza precedenti per una società quotata in Borsa, martedì scorso ha rimosso dalle loro posizioni il cfo Agostino Scornajenchi e il direttore corporate affairs Giuseppe Del Villano. Senza avere pronti i nomi dei loro sostituti e senza comunicare nulla al mercato
Dunque in questo momento Terna, società di distribuzione dell’energia elettrica che a Piazza Affari capitalizza più di 15 miliardi di euro, si ritrova senza due pedine chiave di cui uno, il cfo, è anche il responsabile ultimo della redazione del bilancio.
Il fatto ha creato parecchio trambusto anche tra gli azionisti, la Cdp e il Mef, tanto che si sono mossi sia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sia palazzo Chigi, chiedendo alla Di Foggia di inserire una nuova figura nell’organigramma, quella del direttore generale. Ma la Di Foggia ha reagito minacciando le dimissioni che comunque al momento non sono arrivate.
La neo ad sta cercando di trovare all’esterno nuove figure manageriali appoggiandosi ai cacciatori di teste, primo fra tutti Aurelio Regina di Egon Zehnder. Del Villano era un fedelissimo di Stefano Donnarumma, il precedente ad di Terna, che per mesi si è speso per diventare ad di Enel.
Ma il governo gli ha preferito Flavio Cattaneo e per Donnarumma a quel punto si sono chiuse anche le porte di Terna visto che Meloni voleva assolutamente nominare una manager donna al vertice di una società pubblica quotata. Per la selezione si è affidata alla sorella Arianna, amica della Di Foggia che nel suo precedente impiego era ad di Nokia Italia.
Se Di Foggia dopo soli tre mesi dovesse uscire da Terna sarebbe un danno di immagine e un boccone difficile da digerire prima di tutto per Meloni, poiché la manager è stata l’unica a essere stata scelta direttamente dalla premier.
(da Repubblica)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
E POCHI GIORNI PRIMA, UN ALTRO MULLAH ERA STATO RIMOSSO DALL’INCARICO SEMPRE PERCHÉ RIPRESO A FARE SESSO CON UN RAGAZZO
Una serie di leak sulla vita sessuale di funzionari e mullah sta
mettendo in imbarazzo le autorità iraniane. Cresce il numero di chi denuncia l’ipocrisia del sistema – in un Paese in cui l’omosessualità è vietata e punita
La storia inizia nella provincia di Gilan, nel Nord dell’Iran, dove Reza Tsaghati si occupava di far rispettare i “valori islamici” per conto del ministero della Cultura e dell’orientamento islamico e organizzava workshop su “hijab e castità”. Cinque giorni fa è stato sospeso dall’incarico dopo la diffusione online di un video che lo mostrerebbe mentre ha rapporti sessuali con un altro uomo.
Condiviso migliaia di volte, è stato pubblicato da un canale Telegram legato dell’opposizione in Germania, Radio Gilan. Non è possibile verificare in modo certo e indipendente se la persona nel video sia Tsaghati, ma è stato lo stesso ministero della Cultura, indirettamente, a chiamarlo in causa sostenendo che non c’erano stati “rapporti negativi” sul suo conto prima di questo episodio.
L’ufficio di cui Gilan era responsabile ha rilasciato una dichiarazione parlando del «sospetto passo falso del direttore dell’orientamento islamico».
Pochi giorni prima un altro mullah dello stesso dipartimento “anti-vizio”, Mehdi Haghshenas, era stato messo da parte con discrezione per lo stesso motivo: immagini di un suo rapporto intimo con un altro uomo diffuse online.
I leak hanno suscitato un’ondata di indignazione. Sotto accusa non c’è, ovviamente, l’omosessualità. Tutt’altro. «Questi casi devono servire a denunciare l’ipocrisia del sistema, che reprime ogni libertà e impone con la forza la sua presunta morale, e a far fare un passo avanti sui diritti Lgbt+ in Iran», spiega Arash, attivista iraniano che vive in Europa.
L’Iran è uno dei Paesi al mondo con le leggi più severe contro l’omosessualità, punita nei casi più espliciti anche con la pena di morte. La comunità Lgbt+ deve affrontare discriminazioni quotidiane, pure esporre una bandiera arcobaleno può comportare un alto rischio.
L’affaire Tsaghati arriva a quasi un mese dall’anniversario della morte di Mahsa Amini, la 22enne arrestata un anno fa dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo e deceduta due giorni dopo in ospedale. Il movimento pro-democrazia nato dal quel lutto si è battuto per mesi chiedendo l’abolizione del velo obbligatorio e più diritti politici e civili. La disobbedienza civile ha contagiato diversi settori, e in molte parti del Paese le donne si rifiutano
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
IL SUO MINISTERO E’ UNA CORTE DEI MIRACOLI: 25 FUNZIONARI, SEDICI CONSIGLIERI, DI CUI META’ CAMPANI COME LUI
Roma. La corona ce l’ha e la corte pure: è il real ministro della Cultura, Genny Sangiuliano I, signore delle arti, già ammiraglio-direttore del Tg2 (è in aspettativa dalla Rai: ehi, può tornare!). La sua armata è invincibile. In totale sono venticinque cavalieri. Il suo capo della segreteria fa di cognome Merlino (Emanuele): abracadabra! Nel suo castello abita anche il grande paroliere Mogol (consigliere per la cultura popolare) mentre Beatrice Venezi, direttrice d’orchestra (consiglia pure lei) mette tutti a bacchetta. Per governare un ministero servono occhi di lepre e infatti c’è Giovanni Lepre che è consigliere per le piccole e medie imprese, ex opinionista del Tg2. Giorgia Meloni ha quattro saggi, ma Genny I ne ha sedici. E’ Genny quattro per quattro.
Ogni sovrano ha un palazzo e pure Genny Sanguliano I lo ha. La sede è quella del ministero della Cultura, liberato dopo anni di occupazione lanzichenecca. Un barbaro del Pd, chiamato Dario Franceschini (ha pure la barba e dunque è barbaro) ne aveva fatto un bivacco per democratici. Un giorno, Genny I, con l’aiuto di Meloni, regina e sorella d’Italia, lo ha cacciato fuori e da allora la corte del sire, che aveva sede a Napoli, si è spostata a Roma, in via del Collegio Romano. Purtroppo i tempi sono cambiati rispetto al Medioevo di Mario Monicelli e della sua Armata Brancaleone. Oggi Genny I deve dividere la dimora con Vittorio Sgarbi, suo sottosegretario alla Cultura. Sembra un albergo. Un giorno entra il cantautore Morgan, un altro giorno arriva Al Bano. Peggio di un set, ma poco importa. Il sire Genny I dispone di sedici “saggi” che sono ‘nu babà. Metà di loro sono napoletani, città che ha dato i natali al re. Ogni sire necessità di un giureconsulto. Orbene. Questo compito è assolto da Bianca Bellucci, già pubblico ministero, campana, e adesso anche lei a Palazzo Sangiuliano. Quando i vandalacci di “Ultima generazione” hanno deturpato la Fontana della Barcaccia, il sire aveva la punizione pronta: “Servono provvedimenti. Ne ho già parlato con il ministro Nordio e con i miei consiglieri giuridici Bellucci e Sica”. Bellucci si occupa di ultime generazioni, ma Sica (Salvatore) è pure digitale. E’ consigliere per il diritto d’autore e la digitalizzazione. Percepisce ventimila euro, ma dal 4 maggio, su indicazione di Genny I, è presidente del Comitato Consultivo per il diritto d’autore. I lanzichenecchi di sinistra hanno fatto notare: “E’ un’anomalia! Prima di Sica non era mai accaduto che un consigliere del ministro fosse nominato componente di questo comitato. Per carità, Sica ha un lungo cv, ma di diritto civile. Cosa c’entra con il diritto d’autore?”.
Sire Genny I, scusali, sono barbari. Da quella città benedetta, anzi, BenedettaCroce (il filosofo santino del sovrano ministro Genny) arrivano pure Luciano Schifone, Antonio Cilento, Giuseppe Cuomo e Laura Valente, e ancora, ancora. In ordine: Schifone è consigliere per le questioni del Mezzogiorno. E’ un ex eurodeputato di Alleanza Nazionale ed è il padre di Marta Schifone, deputata di FdI. Per non lasciare scoperto il ramo diritto civile, il sire ha chiamato il prof. Antonio Cilento a soli 40 mila euro, docente dell’Università Napoli Parthenope. Come sapete, si è diffusa in queste settimane una diceria: “Sangiuliano vuole fare il presidente della Regione Campania”. Il sire ha smentito queste malelingue. La concentrazione napoletana a Roma si giustifica solo con un “ve vojo bene assai, ma tanto bene sai”. Continuiamo quindi. Giuseppe Cuomo si occupa di tutela del paesaggio. Chi meglio di lui? E’ stato ex sindaco di Sorrento. Laura Valente, sempre campana, lavora per immaginare nuovi progetti museali. Sull’umanesimo il sire ha coperto il vuoto. E’ stata distaccata la professoressa Emma Giammattei, emerita dell’università Sant’Orsola Benincasa di Napoli. Il Meridione è un’area vasta. Il sire non dimentica neppure la punta dello stivale. Da Reggio Calabria è stato convocato a corte, Nuccio Guerino Bovalino, sociologo, che sarebbe, addirittura, tra gli opinionisti che Meloni vuole vedere in Rai. Sangiuliano precorre perfino la premier. Bovalino è suo. Dell’armada invicibile fa parte Fabio Longo, esperto di comunicazione a Rai e Mediaset. Anche lui consiglia sul digitale. E l’economia? Si è mai visto un sire senza economo? Quando Genny I ha avvertito la necessità di dotarsi di un uomo di conti, ha preteso il meglio. Consigliere economico, a 140 mila euro, è Giorgio Carlo Brugnoni, ex Cdp. E’ denaro che Brugnoni si merita tutto dato che è pure vice capo di gabinetto, carica che però condivide con Donato Luciano, vice capo di gabinetto vicario. Facendo due conti, gli uomini di Genny I sono ben venticinque, in totale, tra funzionari, consiglieri e sono tutti nobili alla corte dell’unico e solo sire. Ferdinando II era appunto secondo, ma Genny I è appunto primo, della dinastia dei Sangiuliano. Come re Carlo d’Inghilterra veste ricercato. Ora si capisce perché vuole le opere restituite dal Louvre? Servono per la sua pinacoteca: le Scuderie di Sangiuliano.
(da ilfoglio.it)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
NON ESISTONO MOTIVAZIONI VALIDE PER NEGARE QUELLO CHE IN EUROPA E’ LEGGE
Torno ancora con una riflessione sulla proposta delle opposizioni
di un salario minimo per legge. Ero abbastanza curioso di conoscere le ragioni della contrarietà della premier Meloni. Infatti la ragione canonica che vede un legame diretto tra salario minimo e aumento della disoccupazione cara alla destra non regge minimamente, visto che un salario minimo esiste in quasi tutte le economie sviluppate, né possiamo accettare l’idea di Tajani del confronto con la Russia.
Ecco allora che la premier, forse pensando ad una mossa astuta e certamente su indicazione di qualche suo consigliere economico ombra, ha cambiato direzione di marcia dichiarando che, pur avendo a cuore il problema, ha il timore che una legge sul salario minimo possa portare ad una riduzione generalizzata dei salari che verrebbero inevitabilmente attratti verso il basso, cioè verso il minimo legislativo.
La tesi Meloni che il salario minimo per legge farebbe una concorrenza sleale alla contrattazione collettiva esistente è ancora peggiore della tesi tradizionale della disoccupazione, e anche politicamente poco onesta. Partiamo da questo secondo aspetto.
Forse Meloni è un poco smemorata e non si ricorda che appena qualche mese fa la sua maggioranza ha licenziato la legge sull’equo compenso dei professionisti. In quella sede nessuno ha sollevato la questione della “attrazione” dei compensi dei professionisti verso il minimo legislativo, e dunque verso il basso.
Tutti invece hanno applaudito al fatto che il professionista veniva tutelato nel suo rapporto di lavoro di fronte ad un contraente forte, come ad esempio una banca.
Ora quello che vale per i professionisti dovrebbe valere anche per i lavoratori e le lavoratrici che percepiscono salari attorno ai 5-6 euro lordi .
Il governo Meloni sta usando due pesi e due misure: tutela alla grande i professionisti ma ignora completamente le esigenze dei lavoratori poveri. La destra sociale pare si sia estinta andando al governo, ammesso che sia mai esistita. Comunque questa discriminazione è una piccola o grande vergogna.
Mi interessa di più l’argomentazione economica chiamata in ballo, che risulta francamente per nulla convincente. Affermare che il salario minimo per legge porterebbe ad una sostituzione salariale nella contrattazione collettiva è una specie di teatro dell’assurdo, economicamente parlando.
È difficile immaginare che, in caso di approvazione della legge, Confindustria o Confartigianato chiedano una riduzione dei salari a causa della nuova normativa. Questo può accadere solo nella mente fantasiosa di chi ha veramente poca esperienza delle trattative sindacali.
Invece quello che potrebbe accadere è esattamente l’opposto. Gli imprenditori non sono entusiasti di una legge sui minimi salariali, non solo perché ciò porta ad un inevitabile aumento dei costi, ma anche perché si potrebbe verificare una specie di problematico bradisismo salariale. Se il salario più basso aumenta, anche tutti gli altri livelli salariali potrebbero aumentare per mantenere inalterata la gerarchia di mansioni e retribuzioni. Quindi opponendosi al minimo salariale il governo fa semplicemente gli interessi molto conservatrici delle imprese, affermando falsamente di tutelare i salari.
Se poi volessimo dare anche un fondamento etico-giuridico al principio di un salario dignitoso potremmo citare non solo l’art. 36 della Costituzione, come spesso viene indicato. Qualcuno potrebbe andare anche più indietro nel tempo. Infatti il dettato costituzionale ricalca nella sostanza l’art. XII della Carta del Lavoro Fascista del 1927. Si può dire allora che l’idea di un salario minimo sia pienamente coerente anche con il nostalgico retroterra culturale e ideologico della premier senza soluzione di continuità.
Se poi ci chiedessimo come mai questo tema sia diventato solo ora di scottante attualità, qui il discorso sarebbe lungo e dovrebbe toccare le trasformazioni del capitalismo contemporaneo, caratterizzato dalla netta predominanza delle attività legate ai servizi.
Molte di queste attività sono di tipo tradizionale e ad alto valore aggiunto, e quindi ben tutelate contrattualmente, come nel caso dei servizi bancari o assicurativi, mentre quelle nuove si muovono in un mercato del lavoro molto frastagliato e precario.
La rivoluzione tecnologica ha trasformato in profondità il mercato del lavoro indebolendo le tradizionali dinamiche sindacali.
In fondo la gig economy, l’economia dei lavoretti sottopagati o dei servizi a basso valore aggiunto, fino a due decenni fa quasi non esisteva, mentre ora copre una quota importante, e poco tutelata, del mercato del lavoro. In definitiva sono le nuove dinamiche redistributive del tecnocapitalismo che richiedono uno sforzo di regolamentazione sociale, verso il basso ma anche verso l’alto nel caso dei super redditi, da parte di una politica con la lettera maiuscola.
Se poi si vuole stare comunque dalla parte delle imprese per ragioni ideologiche o di convenienza elettorale, basta fare uno sforzo di verità e semplicemente dirlo, senza inventarsi argomentazioni tanto fasulle, quante campate per aria.
Non si può certo sentire, senza provare un brivido per la sua totale assurdità, l’affermazione che una legge sul minimo salariale danneggerebbe i lavoratori. Pare comunque che la premier voglia aprire un confronto su questa tema con l’opposizione. Questa sì, sarebbe una mossa astuta a meno che non sia, calcisticamente, la classica melina a centrocampo per prendere tempo e aspettare il novantesimo minuto, cioè le elezioni europee dell’anno prossimo.
(da Il fatto Quotidiano)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
PNRR, ANCHE LE REGIONI NON CREDONO A FITTO: CANCELLATI PROGETTI GIA’ AVANZATI, INCERTE LE NUOVE COPERTURE. “E’ A RISCHIO LA NOSTRA QUOTA DI FONDI UE”
Era il segreto di Pulcinella, ma ora è un fatto assodato: Raffaele Fitto e la sua rimodulazione del Pnrr portata avanti in solitudine per mesi hanno fatto infuriare tutti i presidenti di Regione italiani, nonostante 16 su 21 (contando le province autonome di Trento e Bolzano) siano di centrodestra, a partire ovviamente dal presidente della Conferenza, Massimiliano Fedriga (Lega).
Ieri la riunione dei cosiddetti governatori ha prodotto un documento (che Il Fatto ha potuto leggere) inviato al ministro degli Affari regionali, in cui si chiede un incontro urgente per discutere delle modifiche al Pnrr (“ancora una volta non siamo stati coinvolti”), si mette in fila il molto che non torna o è taciuto nella proposta di Fitto e – in un passaggio – gli si ricorda pure che, nonostante un accordo per il riparto raggiunto un anno fa, ha tenuto in ostaggio per mesi il Fondo di sviluppo e coesione (Fsc), quello che dovrebbe pagare il conto delle modifiche: finalmente il relativo decreto andrà al Cipess oggi.
Com’è noto il ministro, martedì, è andato in Parlamento per sostenere che tutto va bene madama la marchesa, il confronto con l’Ue è proficuo e che lui si è solo assicurato di togliere dal Piano di ripresa progetti che non sarebbero stati conclusi in tempo per dare un po’ di soldi al RePowerEu. Le cose, scrivono i governatori, non stanno proprio così e proprio a partire dai nuovi investimenti energetici: passi per i fondi che finiscono ai privati, ma se c’è un problema di tempi della P.A. allora partire nel 2024 con progetti che vanno chiusi comunque nell’estate 2026, termine obbligatorio per i progetti RePower, può “mettere a rischio il conseguimento dei traguardi, il che rende meno chiaro il taglio di procedure avviate che comunque prevedevano investimenti di non corposa entità”. Insomma, le Regioni smentiscono Fitto una prima volta: non tutti i progetti “cancellati” dal Pnrr erano in ritardo, dunque come sono stati scelti i cancellati?
Poi c’è il tema, negato dal governo, di come finanziare gli interventi esclusi dal Pnrr: “La sostituzione delle risorse Ue con quelle del bilancio nazionale potrebbe rappresentare un’incognita forte data da saldi di finanza pubblica e dall’entrata in vigore della nuova governance europea, un rischio blocco dei cantieri senza la certezza dei finanziamenti e, infine, un rischio per le autonomie speciali di definanziamento degli interventi laddove riferiti a finanziamenti statali non a loro destinati” (ad esempio i finanziamenti statali su leggi di settore). E non è finita: “Non risulta evidente in che misura la riprogrammazione proposta abbia effetto in termini dell’obbligo normativo di destinare almeno il 40% delle risorse allocabili alle Regioni del Mezzogiorno”. Problema ancor più importante se Fitto vuole attingere ai mitologici soldi del Fsc, che vanno destinati al Sud all’80%.
Ma sul Fondo di sviluppo e coesione le Regioni hanno un sospetto anche peggiore: il Fsc in parte va direttamente ai territori e in parte a investimenti gestiti. Qual è il problema? “Considerato che (le quote dello Stato centrale, ndr) dovrebbero assicurare la copertura ai tagli proposti” (quelli liberi sono circa 10 miliardi), il fatto che il fabbisogno non sia quantificato né è chiaro cosa si possa finanziare con quei soldi “comporta un alto il rischio che le coperture dei suddetti tagli possano, in effetti, gravare sul ‘Fsc quota regionale’ (tanto più che ci sono appalti in essere con relativi impegni di spesa che necessitano di coperture immediate)”. Insomma, i presidenti temono che Fitto voglia prendersi i soldi loro per pagare la rimodulazione del Pnrr. E allora diventa incomprensibile, scrivono, perché non cancellare “diversi investimenti che presentano l’indicazione importo progetti in essere 0 euro” invece di togliere finanziamenti a quelli già in stato avanzato.
Un caso di scuola dell’approssimazione del lavoro in solitaria di Fitto è quello delle “ciclovie turistiche”, destinatarie di 400 milioni di euro. Le Regioni allegano alla loro lettera una tabella che dimostra “lo stato di attuazione molto avanzato in molti territori” e “le ingenti risorse già spese e/o impegnate da tutte le Regioni”. Com’è possibile de-finanziare questo progetto ora senza indicare come procedere? “Non sono state previste eventuali coperture con fonti alternative” e “inoltre si parla di 400 milioni laddove le risorse Pnrr sono pari a 250 milioni” e il resto “a legislazione vigente: saranno definanziate anche queste ultime?”. E ancora: i bandi Pnrr hanno una loro forma di rendicontazione, quelli Fsc un’altra, i fondi nazionali un’altra ancora, quale andrà usata? A non dire che, data “la contrattualizzazione delle attività professionali già perfezionata” dai vari soggetti attuatori, togliere i soldi “prefigura l’insorgenza anche di un possibile danno erariale”.
Commenti che, nonostante “le tempistiche estremamente ristrette non abbiano consentito un esame approfondito”, riguardano 25 delle modifiche proposte da Fitto: dalle politiche attive del lavoro al taglio a ospedali e case di comunità, dai fondi tolti alle “aree interne” alla Rete veloce. Basti dire che vengono chiesti chiarimenti persino sui maggiori fondi stanziati per gli asili nido, visto che “nella proposta di revisione e sul sito del ministero compaiono dati differenti”. Auguri.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
IN REALTA’ FANNO SOLO GLI INTERESSI DEI LORO REFERENTI, GLI SFRUTTATORI DEL LAVORO NERO E SOTTOPAGATO
“Messa di fronte a un tema reale, messa di fronte a una proposta
unitaria dell’opposizione, la maggioranza fugge: purtroppo per voi dalla realtà non si può fuggire, dai tre milioni e mezzo di lavoratori che sono poveri anche se lavorano non si può scappare”.
Elly Schlein si scaglia con parole durissime, nell’Aula della Camera, contro la decisione di approvare la sospensiva della proposta di legge sul salario minimo presentata dal centrosinistra (tutti tranne Italia viva).
La questione, sottolinea Schlein, “non può essere sospesa. Non può essere rinviata. La povertà non va in vacanza, non conosce pause. La questione salariale attraversa e divide il Paese, ruba il futuro, deprime le prospettive di crescita e i consumi”. “Non accettiamo prese in giro”, dichiara la segretaria Pd. E attacca il governo Meloni: “Vi è caduta la maschera. Vi sbagliate, vi sbagliate di grosso. Il tema esiste, è qui, lo vivono sulla propria pelle milioni di lavoratrici e lavoratori. E noi saremo al loro fianco, ogni giorno, in quest’Aula e nelle piazze, per portare avanti questa battaglia, per un salario giusto, per un salario dignitoso, contro lo sfruttamento di donne e uomini che lavorano nella Repubblica fondata sul lavoro, non sullo sfruttamento”.
La scelta di rimandare tutto a dopo l’estate, ricompatta il fronte dell’opposizione. La questione sospensiva proposta della maggioranza di un rinvio di 60 giorni dell’esame della proposta di legge passa con 168 sì, 127 no e tre astenuti. “Vergogna”, urlano dai banchi Pd e M5s al momento del voto.
Vota contro anche Azione di Carlo Calenda, che più di tutti si è speso per il dialogo con la premier Giorgia Meloni. A Montecitorio anche l’invettiva del leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte: “Si è fatto un gran parlare dell’apertura al dialogo di Meloni, sono rimaste al momento solo parole”, sottolinea.
“Avete deciso di scappare dalla realtà e dal Paese”, incalza Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana. “Voi oggi rinviate, noi oggi rilanciamo”. “La maggioranza dimostri se la interlocuzione che ha promesso sul salario minimo è in ‘modalità propaganda’ o è vera per l’interesse del Paese”, incalza dal Terzo polo il capogruppo Matteo Richetti.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
“COSI’ MELONI AMMICCA AI NEGAZIONISTI”… “IL NEGAZIONISMO DANNEGGIA INDUSTRIA E TURISMO”
Il 72% degli italiani soffre di eco-ansia. Quasi 3 cittadini su 4, infatti, sono preoccupati per come si evolverà il clima della Terra, e guardano al futuro con pessimismo. A patire la condizione, quindi, non sono solo i giovani, come Giorgia Vasaperna che esternando le proprie emozioni ha fatto commuovere il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, ma rimangono comunque la fascia anagrafica più in apprensione a causa del cambiamento climatico.
Secondo i dati dell’Istituto Noto elaborati da Repubblica, tra le nuove generazioni l’incidenza del fenomeno è del 79% (il 14% è ottimista sul futuro pur preoccupandosi, il 7% resta neutro), per gli adulti la percentuale di preoccupati scende al 65%, ma resta invariata la quota di ottimisti.
Gli anziani si dimostrano i più tranquilli, con il 60% di pessimisti e il 30% di ottimista. Anche qui, i rimanenti sono neutri.
Più negazionisti tra gli elettori di FdI e Lega
Una sensazione che quindi viene percepita da tutta la popolazione, anche se sono soprattutto i più giovani ad esternarla, nonostante chi si ostina a minimizzarla, come fatto dal ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini nei confronti di Vasaperna.
Posizioni ambigue del leader della Lega che si riflettono in quelle degli elettori del partito, tra i quali sono il 77% riconosce l’evidenza scientifica – il 99,9% degli studi confermano che il cambiamento climatico è in atto e che a generarlo sono stati gli esseri umani – mentre il 23% non solo non lo imputa alle attività umane ma nemmeno crede che il fenomeno sia in corso.
In tutto il Paese è ben il 18% della popolazione a negare l’evidenza scientifica. Percentuali ancora più preoccupanti per Fratelli d’Italia. Appena il 69% degli elettori del partito della premier Giorgia Meloni dà ascolto agli esperti, e il 22% lo nega del tutto.
Le percentuali degli altri partiti sono più in linea con la realtà dei fatti: il 95% degli elettori del Terzo polo e del Pd riconosce il cambiamento climatico antropico. Dato che scende al 92% tra gli elettori del M5S e al 74% tra gli astenuti. Secondo il sondaggio, condotto su un campione rappresentativo della popolazione italiana di mille individui, il 48% dei cittadini chiede che il governo intervenga, anche se il 44% ritiene che l’emergenza climatica non sia tra le priorità dell’esecutivo Meloni. Infine, il 35% sarebbe disposto a pagare più tasse per migliorare la situazione.
Il presidente di Legambiente: «Meloni è rimasta agli anni ’90»
Di quest’ultima opinione è anche il presidente di Legambiente Stefano Ciafani: «Il governo rallenta sulla transizione ecologica e ammicca ai negazionisti climatici». E parla di un tema molto caro al centrodestra, spesso contrapposto alla transizione ecologica. In questo modo non danneggia tanto l’ambiente, quanto soprattutto il futuro delle imprese italiane: la manifattura, l’agricoltura, il turismo. E il paradosso è che i vertici di Confindustria stanno assecondando questa politica». L’ingegnere ambientale entra nel merito della critica: «Un video come quello diffuso dalla premier Meloni, in cui si parla di “eventi meteo catastrofici” e di “dissesto idrogeologico”, senza mai citare il clima, poteva essere girato negli anni Novanta, non nel 2023. Purtroppo è un modo per ammiccare ai negazionisti»
Il turismo italiano perderà almeno 15 miliardi
E non si tratta solo di una questione verbale: «Giorgia Meloni parla quasi ossessivamente di Nazione: eppure non lavora per la sovranità energetica dell’Italia. Anzi va nella direzione opposta: i nuovi gasdotti e rigassificatori ci renderanno dipendenti, se non dalla Russia, dal Nordafrica o dai produttori di gas naturale liquefatto». Il negazionismo, spiega ancora Ciafani, «ha l’effetto di rallentare la transizione energetica e di minacciare gli interessi della Nazione, per dirla con Meloni». L’esperto snocciola i numeri: «Secondo le previsioni del ministero dell’Ambiente, il turismo italiano rischia una flessione del 15% degli arrivi internazionali se la temperatura media del Pianeta salirà di 2 gradi [oggi siamo a 1,1. Se tutti i Paesi del mondo manterranno le promesse fatte, il riscaldamento globale raggiungerà i 2,7 gradi centigradi. Molto oltre la soglia considerata sicura di 1,5 gradi, ndr]».
«Confindustria fa gli interessi delle aziende energetiche»
Insiste Ciafani: «Le perdite economiche del settore sono previste rispettivamente in 17 miliardi di euro (innalzamento di 2 gradi)», mentre «l’agricoltura italiana subirà perdite per 12,5 miliardi l’anno». Infine, Ciafani tocca il tema dell’industria: È ormai chiaro che dentro Confindustria a pesare di più sono gli interessi di poche, grandi aziende energetiche. Solo così si spiegano le parole del presidente Bonomi secondo cui la transizione ecologica va fatta, ma lentamente. Questo approccio non va incontro alle tante, piccole aziende manifatturiere che vorrebbero avere bollette energetiche più leggere (investendo in rinnovabili anziché sul gas) e essere più competitive in termini di innovazione».
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
“L’ASSISTENZA IN MARE E’ UN OBBLIGO”

Ancora un richiamo dall’Europa all’Italia sulla gestione dell’immigrazione. L’ammonimento questa volta arriva dalla commissaria Ue per gli Affari interni, Ylva Johansson, che ha risposto a un’interrogazione presentata il 20 febbraio da un gruppo di eurodeputati, soprattutto di S&D, La Sinistra e Verdi, che chiedeva se il decreto-legge 2023/1, cioè il nuovo Codice di condotta per le Ong che soccorrono i migranti in mare, fosse in linea con il diritto europeo e internazionale.
“La Commissione ricorda costantemente agli Stati membri l’assoluta importanza di applicare la legislazione nazionale nel pieno rispetto del dovere dell’assistenza in mare, che costituisce un obbligo stabilito dal diritto internazionale in materia, in particolare dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e dalla Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, anche quando a svolgere sistematicamente le attività di ricerca e soccorso sono imbarcazioni private. Le norme contenute nel decreto-legge 2023/1 (sul soccorso il mare, ndr) devono essere interpretate e attuate nel rispetto del diritto internazionale”, ha scritto la commissaria Ue.
L’interrogazione metteva in discussione il decreto italiano in quanto “impone alle navi civili di soccorso di dirigersi immediatamente verso un porto assegnato, spesso un porto lontano, dopo ogni salvataggio, fatto che ritarda le operazioni di ricerca e soccorso”.
“Tale ritardo – hanno scritto gli interroganti – è ancora più grave dal momento che di solito le navi effettuano più operazioni di salvataggio nell’arco di diversi giorni.
L’organizzazione non governativa Medici senza frontiere stima che, se le sue navi fossero state costrette ad allontanarsi dopo la prima operazione di salvataggio nel 2022, il numero di persone salvate sarebbe diminuito da 3.050 a solo 1.030″.
(da Fanpage)
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Agosto 3rd, 2023 Riccardo Fucile
CRESCE IL CONSUMO DI KETAMINA A MILANO… ROMA CAPITALE DELLA METANFETAMINA… BOOM DI COCAINA A VENEZIA E PESCARA
Un’analisi attraverso le acque reflue ha permesso di mappare il consumo di droghe nel biennio 2020-2022. L’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri ha preso in esame le tracce di scarti umani presenti nelle fogne e, concentrandosi sulle principali sostanze psicoattive, ha potuto restituire un quadro completo sull’uso degli stupefacenti in Italia.
Il rilevamento in 20 regioni
Il progetto di ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati nell’ultima Relazione Annuale del Dipartimento per le Politiche Antidroga della presidenza del Consiglio, ha sviluppato una rete di rilevamento che ha incluso 33 città di 20 regioni. “In ognuna – spiega Sara Castiglioni, capo del laboratorio di Indicatori epidemiologici ambientali dell’istituto Mario Negri – sono stati condotti 4 rilevamenti da novembre 2020 ad aprile 2022 per analizzare i residui metabolici delle sostanze stupefacenti nelle acque reflue urbane arrivate ai depuratori. Questo permette di stimare quali e quante sostanze vengono consumate da tutta la popolazione”.
Cresce l’uso della ketamina nei capoluoghi di regione
Il consumo di ketamina è cresciuto in città come Milano, Bologna e Firenze. Questo anestetico, che agisce sul sistema nervoso centrale come un potente psichedelico, si riscontra in quasi tutte le città analizzate, con una media di 5 mg al giorno per 1.000 abitanti e consumi sopra della media in alcuni capoluoghi come Bologna, Cagliari, Firenze, Milano, Torino e Venezia. Nel capoluogo lombardo si è passati dai 6 ai 4 mg giornalieri consumati ogni 1000 abitanti, a Bologna da 12 a 22 mg e a Firenze da 8 a 18 mg.
“Quanto all’ecstasy, derivato sintetico delle anfetamine noto anche come Mdma, dopo il calo del 2020 – aggiunge Castiglioni – si nota un aumento nell’autunno del 2021 probabilmente in concomitanza con la riapertura delle discoteche dopo lo stop per la pandemia Covid”.
Per la cannabis sono stati rilevati consumi maggiori di 100 dosi al giorno per 1.000 abitanti a Nuoro, Bologna, Fidenza, Cagliari, Trento e Trieste. Al contrario, a Belluno sono circa 12 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti. Per la cocaina, si osservano i valori maggiori a Pescara, Montichiari, Venezia, Fidenza, Roma, Bologna e Merano (20 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti), mentre quelli più bassi sono a Belluno e Palermo (tra 1 e 4 dosi al giorno per 1.000 abitanti).
Non desta ancora preoccupazione, ma è un osservato speciale, il fentanil, farmaco oppiaceo derivato dalla morfina. I dati indicano che queste sostanze particolarmente pericolose “sono utilizzate in Italia in misura molto ridotta e occasionale, diversamente dagli Stati Uniti” conclude Castiglione.
(da agenzie)
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