Destra di Popolo.net

ARRIVANO I COLONNELLI: OGGI A LAMEZIA IL COLONNELLO IN PENSIONE FABIO FILOMENI, EX INCURSORE, GIÀ BRACCIO DESTRO DI VANNACCI NELLE OPERAZIONI IN AFGHANISTAN, DARÀ VITA A UN MOVIMENTO CULTURALE ULTRACONSERVATORE, CHE PRENDERÀ IL NOME DAL LIBRO “IL MONDO AL CONTRARIO”

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

UN PRIMO PASSO PER LA FORMAZIONE DI UN PARTITO GUIDATO DAL GENERALE DESTITUITO, CON L’OBIETTIVO DI PESCARE NELLA DESTRA SCONTENTA DA SORA GIORGIA

Operazione Vannacci, secondo atto. Sta per nascere un partito dichiaratamente ispirato alla figura e alle tesi del generale. Una formazione di ultradestra che sposa tesi all’insegna della xenofobia, l’intolleranza, il tradizionalismo più vieto. Si comincia oggi, a Lamezia, con Roberto Vannacci in probabile collegamento telefonico, come annuncia un colonnello in pensione, Fabio Filomeni, ex incursore, già suo braccio destro nelle operazioni in Afghanistan e altrove.
Per il momento è una semplice associazione culturale, che prenderà il nome del libro, Mondo al contrario. E però, secondo il coordinatore Filomeni, sarà «un centro di aggregazione del pensiero di tutti coloro che credono nella libertà di espressione, diritto sancito dalla nostra Costituzione».
L’uomo è ormai pronto al grande salto. Ieri è arrivato a commentare le parole del Capo dello Stato, pronunciate al Meeting di Rimini. Ed è una prima assoluta che un generale si permetta di dire la sua sul presidente della Repubblica che, secondo Costituzione, ha il comando delle Forze armate e la presidenza del Consiglio supremo di difesa.
Ma torniamo all’appuntamento di Lamezia. L’ambizione è creare un partito che magari possa farsi largo alle Europee, pescando tra gli scontenti della svolta governista di Giorgia Meloni. Qualche segnale è già arrivato da sigle sindacali minori di polizia o delle forze armate. Ma è molto più vasta l’area che occhieggia anche al putinismo e all’antiamericanismo.
L’ex colonnello Filomeni ha un curriculum militare anche lui di tutto rispetto, incursore paracadutista che ha partecipato dagli inizi degli Anni’90 a numerose missioni in Africa, Balcani e Medioriente. Ebbene, il Filomeni è anche lui autore di un paio di pamphlet come il suo idolo Vannacci. Dove l’idea forte è il ripudio della Nato e l’ammirazione per la Russia.
Nel 2021 ha già scritto «Baghdad: ribellione di un Generale: Non abbandono i miei uomini esposti all’uranio impoverito», per raccontare lo scontro di Vannacci con il Capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Cavo Dragone.
Con il suo nuovo volume, però, uscito ad aprile, segna una svolta politica. Morire per la Nato?, il titolo. La risposta è scontata. «La Nato, l’alleanza militare più longeva della storia, dopo la caduta del Muro di Berlino ha cambiato pelle. Con il crollo dell’Unione Sovietica, venendo meno la sua principale ragione d’essere, la Nato è divenuta paradossalmente sempre più aggressiva trasformandosi in uno strumento in mano alla nazione che esercita la più forte influenza destabilizzante del pianeta: gli Stati Uniti d’America».
Inutile ricordare che quella di Filomeni è la tesi di Mosca, di una Nato sempre più aggressiva e degli Stati Uniti che destabilizzano il mondo. E Vannacci, con maggiori cautele essendo in servizio, ha scritto anche lui pagine encomiastiche sulla Russia di Putin, «società ordinata», dove «incontravo, ben dopo l’imbrunire nei grandissimi e bellissimi parchi cittadini, donne sole e mamme con bambini senza il benché minimo timore di essere molestate da qualcuno»
(da La Stampa)

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I SOVRANISTI SI PRENDONO PURE LE FOGNE

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

UNA CARICA DI POLITICI TROMBATI PER GESTIRE LA DEPURAZIONE

L’Italia paga ogni anno decine di milioni di euro di multe all’Unione europea, per le irregolarità nella raccolta, depurazione e e smaltimento delle acque di scarico. Prima ancora del danno economico, il trattamento non corretto delle cosiddette acque reflue provoca danni ambientali enormi alle coste e al mare, soprattutto nel Sud.
Il 25 agosto, il governo ha scelto tre uomini, per affrontare questo problema complesso, che si trascina da decenni. Si tratta di un professore di italiano e storia, un avvocato e un commercialista. Nessuno di loro ha nel curriculum esperienze significative nella materia di cui dovrà occuparsi, ma tutti e tre possiedono un’altra caratteristica, evidentemente giudicata più importante della competenza. Tutti infatti hanno fatto militanza ed esperienze di politica attiva nei partiti dell’attuale maggioranza di centrodestra, a partire da Fratelli d’Italia, e possono vantare legami solidi con alcuni big nazionali.
Un commissario per depurare l’acqua
Piccolo passo indietro, per capire di cosa stiamo parlando. Dal 2017 esiste a livello nazionale una struttura commissariale straordinaria per la depurazione delle acque. L’organismo è composto da un commissario e due vice, che si occupano della realizzazione degli impianti necessari a risolvere le criticità, rilevate in diverse procedure di infrazione (con relative sanzioni economiche) dell’Unione europea, contro il nostro Paese. Gli interventi programmati in totale sono oltre 90 – per un valore di oltre 3 miliardi di euro – concentrati per la maggior parte in Sicilia e Calabria.
Il commissario uscente alla depurazione è Maurizio Giugni, direttore del dipartimento di Ingegneria civile, edile, ambientale e professore ordinario di Infrastrutture idrauliche all’Università di Napoli. Un tecnico di primo piano, che ora verrà sostituito da Fabio Fatuzzo. Anche Fatuzzo all’apparenza può sembrare uno ‘del mestiere’, perché attualmente è presidente di Sidra, la società che gestisce la rete idrica di Catania. La sua storia in realtà racconta di un background molto diverso.
La lottizzazione delle acque
Nato a Messina nel 1951, laureato in filosofia, poi professore di italiano e storia alle superiori, il neocommissario Fatuzzo fin da ragazzo entra nelle fila del Fronte della Gioventù – l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano -, di cui arriva ai vertici nazionali. Dal 1980 al 1990 è consigliere comunale del Msi poi, dopo la svolta di Fiuggi, aderisce ad Alleanza Nazionale, con cui diventa prima assessore comunale a Catania e poi deputato, dal 2001 al 2006. Nel 2010 segue Gianfranco Fini nella scissione dal Pdl, ma appena un anno dopo torna nei ranghi della destra, al seguito di Adolfo Urso, attuale ministro meloniano del Made in Italy.
Qua finisce la parte di impegno politico attivo della carriera di Fatuzzo, che dal 2010 al 2019 si ricicla come direttore generale di Acoset, una piccola società idrica, che si occupa dell’area attorno all’Etna. Nel frattempo, l’ex deputato si avvicina a Fratelli d’Italia, a cui aderisce nel 2019. Poco dopo, guarda caso, è nominato presidente di Sidra dall’allora sindaco Fdi di Catania (e attuale parlamentare) Salvo Pogliese. Fatuzzo dunque non sembra nuovo a nomine, dal retrogusto di lottizzazione politica.
D’altronde, il neocommissario alla depurazione può vantare un solido rapporto anche con un altro ministro meloniano e ras del partito in Sicilia, Nello Musumeci, anche lui ex capo missino nel catanese. Ancor più diretti, sono i legami con il ministro del Mare e della Protezione Civile di uno dei due subcommissari, scelti dal governo, Salvatore ‘Totò’ Cordaro. Quest’ultimo è stato assessore al Territorio e all’Ambiente nella giunta regionale guidata da Musumeci, dal 2017 al 2022.
Eletto per tre volte deputato all’Ars, dopo essersi avvicinato all’Udc di Cuffaro, nel 2022 Cordaro è entrato in Fratelli d’Italia, accolto dalla “gioia” di Musumeci, che nell’occasione aveva definito il salto di barricata, “una scelta coraggiosa e coerente”. L’ex assessore però ha anche un’altra caratteristica, che lo rende perfetto per il nuovo ruolo: dopo non essere stato candidato alle elezioni politiche, né a quelle regionali, era rimasto senza una poltrona.
L’altro subcommissario sarà invece Antonino Daffinà, calabrese, commercialista, già consigliere comunale e assessore di Vibo Valentia, dove è dirigente di Forza Italia. Con il partito che fu di Silvio Berlusconi, Daffinà ha provato a candidarsi al Senato nel 2018 e al Consiglio Regionale, nel 2020, senza successo. Di lui si è parlato anche come possibile prossimo candidato sindaco a Vibo, anche se sul suo nome pesa la macchia delle citazioni (da non indagato) nelle carte di alcune inchieste sulla ‘Ndrangheta, della Direzione Antimafia di Catanzaro.
Per completezza di cronaca, va detto che anche nella squadra uscente della struttura per la gestione delle acque reflue, c’era una personalità con una connotazione partitica, l’ex senatore Pd Stefano Vaccari, mentre l’altro subcommissario, Riccardo Costanza, era un ingegnere ambientale, dunque anche lui un tecnico, come il commissario Giugni. Fatto sta che le nomine tutte dal sapore politico del governo Meloni hanno provocato uno scossone, anche dentro la maggioranza.
Pochi minuti dopo l’annuncio ufficiale, infatti, il presidente della Regione Sicilia, il forzista Renato Schifani, ha criticato duramente le scelte. ” Il mio grande stupore – ha detto Schifani – consiste nel fatto che si è passati dal professore Maurizio Giugni, dotato di altissima competenza a un ex parlamentare che non presenta alcuna preparazione specifica. Lo stesso dicasi per uno dei due vice commissari”. Schifani ha proseguito ricordando come la Sicilia sia la regione più interessata dagli interventi su raccolta, depurazione e scarico delle acque reflue e ha concluso: “Mi auguro che il governo nazionale rifletta attentamente su queste scelte”.
(da Fanpage)

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PONTE SULLO STRETTO, IL GRANDE BLUFF DEI 100.000 POSTI DI LAVORO

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

LE CIFRE DI SALVINI SONO GONFIATE… INTERVISTA AL PROF. DOMENICO MARINO

Tempi di realizzazione chimerici e dati sull’occupazione sovradimensionati. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini è certo che l’estate prossima potrà festeggiare l’avvio del cantiere per la costruzione del Ponte sullo Stretto.
Al meeting di Comunione e Liberazione lo annuncia a chiare lettere: “L’anno prossimo di questi tempi i cantieri del Ponte sullo Stretto saranno aperti, qui da Rimini dallo stand del Mit potrete vedere le telecamere puntate sui cantieri”, ha detto ieri il vicepremier leghista dal palco. Il decreto per far partire i lavori per l’opera, che definisce l’assetto della società Stretto di Messina Spa e riavvia le attività di programmazione e progettazione, ha ricevuto l’ok definitivo in Parlamento lo scorso 24 maggio.
Pochi giorni fa il segretario della Lega ha anche pronosticato un alto numero di occupati legato alla costruzione dell’infrastruttura, indicando la fantasiosa cifra di “100mila posti di lavoro”.
In realtà questo numero è assolutamente gonfiato secondo il professor Domenico Marino, docente di Politica economica ed Economia dell’innovazione all’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
A Marino – che è anche è anche co-autore del dossier di Kyoto Club, Lipu e WWF ‘Lo Stretto di Messina e le ombre sul rilancio del ponte’, e sull’infrastruttura ha pubblicato un libro, dal titolo ‘L’insostenibile leggerezza del Ponte’ – abbiamo chiesto se il disegno e le promesse da Salvini siano davvero realizzabili.
L’incognita dei tempi di realizzazione del ponte
“Se si tratta di fare semplicemente un’inaugurazione, probabilmente si potrà fare – ha spiegato Marino a Fanpage.it – Non sarebbe neanche una cosa nuova, perché tra il 2009 e il 2010, è stata simbolicamente posta la prima pietra del ponte quando sono stati affidati i cantieri per la variante ferroviaria di Cannitello, che poi ha prodotto un ecomostro che ancora deturpa il litorale calabrese, perché l’opera non è stata mai completata, e si sono spesi quasi 20 milioni di euro, con l’unico risultato di danneggiare l’ambiente”.
“Ma nel giro di un anno è altamente improbabile, quasi impossibile, che si riescano a ultimare tutte quelle procedure che permettono di avviare davvero i lavori. Il primo problema è il progetto definitivo del 2011, quello che è stato approvato dal Consiglio di Amministrazione della Società Stretto di Messina S.p.A. e che si vorrebbe far resuscitare: da allora è cambiata la normativa antisismica, e quindi è in gran parte da rifare. Poi ci sarebbe un’altra questione, non di poco conto, che può dare origine a contenziosi giuridici infiniti, e cioè la mancanza della Valutazione di Impatto Ambientale, perché la procedura è rimasta incompleta e va rifatta: quando la la Commissione Tecnica di Verifica dell’Impatto Ambientale si è riunita non ha deciso perché la maggior parte delle prescrizioni che erano state date non erano state ottemperate. Per rifare la procedura di VIA ci vuole più di un anno. Già questo ci dice che l’ipotesi di aprire i cantieri tra un anno è abbastanza remota”.
“Poi ci sono altri problemi giuridici: il primo è che si vuole far rivivere anche l’appalto vinto da WeBuild, e questo è controverso per due ragioni. Intanto il costo dell’opera negli anni è quadruplicato, e ai sensi della normativa nazionale ed europea bisogna ricorrere a nuova procedura di gara, perché l’appalto originario per la realizzazione del ponte era del valore di 4 miliardi di euro, poi portati a 6 sulla base degli indici di costo ISTAT, e ora sarebbe di 13-14 miliardi di euro secondo quanto dice Salvini, un importo di quattro volte superiore. L’Unione europea impone di rifare il bando di gara quando l’importo dell’opera supera del 50% il valore originario dell’opera messa a bando. Questo renderebbe di per sé impossibile affidare direttamente a WeBuild l’appalto”.
“Un altro problema giuridico riguarda proprio WeBuild, perché il consorzio è entrato in contenzioso con lo Stato. Quindi risulta alquanto anomalo che un’impresa che ha un contenzioso aperto con lo Stato poi possa gestire un appalto per conto dello Stato. Queste illegittimità di fondo potrebbero essere fatte valere da chiunque abbia l’interesse di non vedere realizzata l’opera. Penso a una persona che ha subito un esproprio per la costruzione del ponte o alle associazioni ambientaliste, che potrebbero far valere le proprie ragioni in tribunale”, ci ha detto Domenico Marino al telefono.
“Ma c’è anche un altro aspetto. In teoria il ponte potrebbe essere completato in 4 anni, ammettendo per assurdo che tutto fili liscio e che tutto si realizzi secondo i tempi annunciati da Salvini. Ma il risultato sarebbe che noi avremmo il ponte ma non sapremmo come salirci sopra, perché il progetto riguarda solo l’impalcato. Tutte le opere necessarie a portare le automobili e i treni sul ponte, a 60 metri di altezza, non sono state ancora neanche progettate. Per cui si dovrebbe fare tutta la procedura per esempio per costruire gli svincoli, serve la progettazione di massima, definitiva ed esecutiva, poi queste opere vanno messe a bando e infine vanno fatti gli espropri. In Calabria si prevede di fare gli svincoli tra Gioia Tauro e Palmi, ma di tutto questo non esiste nulla. Nessuno sembra averci pensato, e allora ci sono due ipotesi: o non hanno proprio considerato il problema, ma sarebbe da dilettanti; oppure nessuno sostanzialmente crede che il ponte possa davvero essere realizzato”.
Impossibile adesso fare una stima definitiva dei costi
Ma se anche tutti questi ostacoli di cui abbiamo parlato venissero aggirati, che garanzie abbiamo del fatto che i costi alla fine non supereranno la soglia di quei 14 miliardi di cui parla Salvini? Secondo il professore garanzie non ce ne sono.
“Quando parliamo di 13,5 miliardi stiamo parlando solo dell’impalcato. A questo bisognerebbe sommare anche le spese per fare gli svincoli. Ma sulle cifre del ponte c’è stata un’escalation: nel 2006 il consorzio guidato da Salini-Impregilo, oggi WeBuild, ha vinto il bando di gara per 4 miliardi di euro, e di fronte alle critiche sul fatto che questa cifra non era realistica veniva risposto che in realtà era più che sufficiente. Ora, guardando le cose con gli occhi del 2023, per quanto possa esserci stata un’inflazione elevata, e non c’è stata se non nell’ultimo anno, per quanto i costi dal 2006 possano essere lievitati, sicuramente non possono essere aumentati del 400%. Al massimo potrebbero essere lievitati del 50-60%. Quindi o erano sbagliati i costi previsti nel 2006, o è stata fatta una stima per eccesso oggi”, ha spiegato il professore.
“Ma in realtà nessuno può sapere davvero quanto costerà questo ponte finché non ci sarà il progetto esecutivo. Qualunque ingegnere anche appena laureato sa che per stimare il costo di un’opera, secondo il Codice degli appalti, è necessario prima il progetto di fattibilità tecnica ed economica (ex progetto preliminare), poi il progetto definitivo e infine il progetto esecutivo, che spiega punto per punto, bullone per bullone, quello che deve essere fatto. Ad oggi non abbiamo neanche un progetto definitivo approvato perché come dicevamo non abbiamo la VIA sono cambiate le norme antisismiche e quindi le strutture dovranno subire delle modifiche rispetto a quelle che erano state progettate originariamente tra il 2006 e il 2010. Oggi si dice quindi che l’infrastruttura costerà 14 miliardi, ma potrebbero servire anche 24 miliardi. Senza il progetto esecutivo si possono fare solo delle stime di massima”
Reggio Calabria e Messina non saranno più vicine
Secondo il professor Domenico Marino con il ponte non ci sarebbero vantaggi per la mobilità, in termini di riduzione dei tempi di percorrenza del tratto Messina-Reggio Calabria. Anzi, stando ai calcoli del professore, quel tragitto potrebbe addirittura allungarsi. “Come tutti sanno, escludendo i picchi di flusso di agosto, se oggi parto dal centro di Reggio per raggiungere quello di Messina ci impiego mediamente 45-60 minuti, utilizzando il trasporto navale. Con il ponte dovrei partire da Reggio Calabria, arrivare tra Palmi e Gioia Tauro, una distanza percorribile con 20-25 minuti di macchina, prendere lo svincolo per salire sul ponte, attraversarlo e poi entrare a Messina. Sicuramente questo mi porterebbe via più di un’ora. Quindi un cittadino di Reggio o di Messina non avrebbe nessun vantaggio in termini di tempo nell’utilizzo del ponte”.
Il ministero dei Trasporti alla fine di maggio ha diffuso un documento di Faq (Frequently asked questions) sull’opera, smentendo alcune presunte fake news. Una di questa era relativa proprio ai tempi di percorrenza: il dicastero guidato da Salvini scriveva che il tempo medio di attraversamento attuale dello Stretto oggi è di 40-60 minuti, paragonabile al tempo di viaggio che un’automobile impiega per percorrere circa 100 km. Insieme agli interventi programmati dal PNRR sulle reti di trasporto, secondo il ministero, il ponte permetterebbe di ridurre i tempi di viaggio complessivi di oltre il 50% per gli spostamenti ferroviari e di circa il 70% per gli spostamenti stradali.
“Non è così, è falso, perché il tempo medio di attraversamento dello Stretto, cioè il tempo di navigazione, oggi è di 20-25 minuti. Può esserci una minima variazione in base alle condizioni del mare. Basta guardare gli orari sul sito delle Ferrovie dello Stato e dei traghetti Caronte che fanno la tratta Messina-Villa San Giovanni. Dopodiché naturalmente ci sono anche i tempi morti, che però non superano i 20 minuti. È chiaro che se il calcolo si fa con la situazione che c’era vent’anni fa, quando i treni dovevano salire sulle navi per poi essere scaricati dopo l’attracco, probabilmente i tempi di cui parla il ministero sono corretti. Ma ora non è più così, i passeggeri scendono dal treno a Villa San Giovanni, prendono il mezzo veloce, e poi risalgono sul treno a Messina. Per quanto riguarda invece le automobili le stime del ministero dei Trasporto sono proprio sbagliate. Con un investimento di 100 milioni di euro noi potremmo avere un trasporto moderno nello Stretto, ma con inquinamento zero, superando tutti i limiti dell’attraversamento attuale. Sulle lunghe distanze, per i cittadini in transito che arrivano per esempio dal Nord, potrebbe esserci un vantaggio di 10 minuti. Ma non è un beneficio che giustifica 14 miliardi di investimento”
Dati sull’occupazione gonfiati: il ponte non garantirà 100mila posti di lavoro
Matteo Salvini ha assicurato che il ponte “porterà 100mila posti di lavoro”. Lo ha dichiarato alla Versiliana lo scorso 12 agosto. L’economista però ha smascherato la propaganda del governo, spiegando che la stima di 100.000 posti lavoro creati non si riferisce all’opera a regime, ma Salvini allude in realtà alle ula (unità lavorative anno) impiegate nei lavori di costruzione. Secondo Marino la nuova occupazione creata potrà durare al massimo una decina di anni. Ma una volta completata l’opera questi lavoratori torneranno a essere disoccupati.
“I politici come al solito sono abituati a enfatizzare le cifre, senza approfondirne il significato. Nel progetto definitivo del ponte, l’unico che abbiamo a disposizione, sono previste 40mila ula, che non sono posti di lavoro, ma unità di lavoro equivalenti. Ma queste 40mila ula non sono posti di lavoro definitivi, sono solo posti di lavoro temporanei che servono unicamente alla costruzione dell’opera. Ma anche in questo caso, quando si parla di ula, non si fa riferimento alla Calabria e alla Sicilia”.
“L’impalcato, che è la parte più consistente secondo il progetto definitivo, verrebbe costruito altrove. La gran parte delle lavorazioni sarebbero al di fuori delle due Regioni. Quello che interesserebbe la Calabria è il movimento terra, perché per costruire due torri di 400 metri bisogna sventrare una montagna. Ma questa è la parte meno importante dal punto di vista economico, e meno remunerata. Da noi rimarrebbero quindi le lavorazioni secondarie e quelle necessarie a mettere su l’impalcato, che però sarà per lo più realizzato da imprese specializzate che porteranno la loro manodopera da fuori. L’80% della manodopera sarebbe esterna. Quindi l’impatto occupazionale su queste Regioni non sarebbe elevato”.
“A regime, probabilmente, il ponte porterà invece a una riduzione dei posti di lavoro. Perché nell’ipotesi in cui si dovesse ridurre il traffico navale, la riduzione dei posti di lavoro nel settore non verrebbe compensata dai posti creati a regime dal ponte, che saranno sostanzialmente quelli legati alla gestione dei pedaggi e alle manutenzioni, che costituirebbero una vera e propria tassa che calabresi e siciliani dovrebbero pagare ogni anno. Un’opera lunga tra i 3.200 e i 3.300 metri è un’opera che ha bisogno di una manutenzione costante”.
Non è vero che costerebbe di più non fare il ponte che farlo
La tesi del ministero è che a questo punto costa più non fare l’opera, piuttosto che farla. Nelle Faq del Mit si ricorda che la mancata realizzazione del ponte ha già comportato e potrebbe ulteriormente comportare il pagamento di ingenti penali e indennizzi, dovuti ai contenziosi fra lo Stato e gli aggiudicatari dei contratti di appalto caducati.
“Dire che pagheremmo di più non facendo l’opera è potenzialmente vero ma abbastanza improbabile, nel senso che WeBuild ha aperto un contenzioso con lo Stato, ma questo è sicuramente inferiore a 1 miliardo. Se parliamo di quasi 14 miliardi per la realizzazione dell’infrastruttura è assolutamente incomparabile l’eventuale indennizzo che si dovrebbe pagare. Un’affermazione del genere poteva avere forse un senso quando il costo dell’opera si aggirava intorno ai 4 miliardi”, ha detto Domenico Marino.
(da Fanpage)

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MIGRANTI, A LAMPEDUSA E’ RECORD DI SBARCHI, QUASI 2.000 PERSONE IN UN GIORNO CON 65 APPRODI

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

NELL’HOTSPOT CI SONO 4.000 PERSONE…TUTTA COLPA DELLA LAMORGESE, OVVIO

Continua il flusso di persone migranti che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Italia, e a Lampedusa è record per quantità di soccorsi e di persone sbarcate in una sola giornata. Il numero di arrivi in Italia quest’anno ha superato quota 100mila già a Ferragosto, e ormai va verso 110mila. Ieri, 25 agosto, nell’arco di 24 ore a Lampedusa ci sono stati 65 sbarchi, per un totale di 1.918 persone portate in salvo. Oggi, dalla mezzanotte, sono già 17 i nuovi sbarchi, con 519 persone.
Record di arrivi a Lampedusa, 4000 persone nell’hotspot
La situazione è critica. All’hotspot di contrada Imbriacola, gestito dalla Croce rossa e teoricamente attrezzato per ospitare circa 400 migranti, al momento ci sono tra le 3.500 e le 4mila persone, di cui circa 200 sono minori non accompagnati. La Prefettura di Agrigento ha già disposto che, nelle prossime ore, il traghetto di linea Galaxy partirà trasportando 740 migranti verso Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, dove arriverà verso sera. Da qui proseguirà la redistribuzione in varie strutture di accoglienza.
Gli arrivi, peraltro, non avvengono solo con salvataggi in mare. Ieri sei gruppi di persone sono stati bloccati da carabinieri e Guardia di finanza dopo essere riusciti a sbarcare in autonomia a Lampedusa. Un gruppo è stato individuato a Porto ‘Nonti, senza riuscire a trovare l’imbarcazione con cui è arrivato. Altri due (50 persone in tutto) sono arrivati al molo commerciale, altri ancora a Cala Croce e al santuario della Madonna dell’aiuto (82 persone). La Guardia costiera è intervenuta anche per assistere 47 persone rimaste sulla scogliera di Cala Galera, dopo aver lasciato alla deriva la propria imbarcazione.
Il sistema di smistamento sotto pressione a Porto Empedocle
A Porto Empedocle è stata istituita un’area di transito per le pre-identificazioni. Qui gli agenti di polizia della Questura (ufficio immigrazione) si occupano di fotosegnalazioni e delle altre pratiche. Centinaia di persone si trovano in questa area, e dovranno essere ulteriormente trasferite entro metà mattinata. Il piano è questo: tre autobus porteranno 130 persone a Pollazzo, uno accompagnerà 30 persone a Messina e altri due, con 80 persone, si dirigeranno in Abruzzo. Altri 20 andranno a Caltanissetta.
Questa sera, con l’arrivo di altre 740 persone, le procedure riprenderanno. Alcuni trasferimenti sono già decisi e dovrebbero interessare tutta Italia: 150 persone in Veneto, 40 in Umbria, 150 in Emilia-Romagna e 100 a Vibo Valentia, in Calabria. Le 440 persone interessate da questi spostamenti sarebbero già state identificate, ancor prima di lasciare Lampedusa, così da permettere di mantenere i ritmi altissimi imposti dalla frequenza degli sbarchi.
In arrivo 700 persone a Catania
Gli sbarchi proseguono non solo a Lampedusa. Oggi un altro arrivo è già attesa a Catania. Nel porto del capoluogo siciliano dovrebbe arrivare verso le ore 12 la nave Dattilo, della Guardia costiera italiana. A bordo ci sono circa 700 persone migranti, di cui 200 soccorse direttamente in mare e altre 498 sono state prese a Lampedusa, sempre per agevolare i trasferimenti. Una volta sbarcate, le persone saranno assistite e poi distribuite nelle strutture per l’accoglienza.
(da Fanpage)

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FRATELLI COLTELLI, LA MOSSA DI GIORGIA MELONI DI CONSEGNARE FDI ALLA SORELLA ARIANNA SI DEVE AL TIMORE DI PERDERE IL CONTROLLO DEL PARTITO NELL’ANNO CRUCIALE DELLE EUROPEE

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

COSÌ LA “FAMIGLIA” PROVA A TIRARE ANCORA DI PIÙ LE REDINI. A PARTIRE DALLE LISTE… È SCONTRO APERTO TRA LOLLOBRIGIDA E DONZELLI… LA FAIDA PER LA SCELTA DEI CANDIDATI IN PUGLIA E FRIULI

In questi mesi, Francesco Lollobrigida si è visto spesso a Montecitorio, mai così tanto da quando lo scorso ottobre è stato nominato ministro dell’Agricoltura. Un caffè in buvette, una chiacchierata sui divanetti, un capannello in cortile. E’ la prova che la nomina di sua moglie Arianna Meloni a capo della segretaria politica di Fratelli d’Italia è stata meditata ed è il frutto di un attento e insistito monitoraggio dei gruppi parlamentari.
Per capire cosa sta succedendo dentro il partito creato undici anni fa da Giorgia Meloni bisogna partire proprio dalla Camera. Salire al sesto piano e osservare la fila di deputati che attendono di parlare con Arianna, nella stanza che da fine giugno si è ritagliata vicino all’ufficio parlamentare della sorella premier.
C’è una naturale evoluzione delle correnti, e un altrettanto fisiologica complessità territoriale da dover gestire. Il clan Meloni teme di perdere la presa su FdI proprio nell’anno che porterà alle Europee. E così la famiglia prova a stringere ancora di più il controllo sul partito.
C’è un nome che in queste ore ricorre nelle ricostruzioni velenose dei vertici di FdI. Dicono che Giovanni Donzelli stia provando ad allargare la sua influenza sui gruppi parlamentari. Il deputato è il responsabile nazionale del partito. Un ruolo che gli ha dato un potere enorme, finché non è arrivata Arianna a gestire tessere, liste elettorali, soldi.
Donzelli non lo vive come un ridimensionamento e smentisce chi vuole descriverlo come un antagonista di Lollobrigida: «Sfido chiunque a sostenere che non andiamo d’accordissimo». Ma sa benissimo che sono queste le voci messe in circolo dalle fonti parlamentari e di governo del partito. Fonti che non provengono solo dall’ala sconfitta, quella del vicepresidente Fabio Rampelli, l’anima dei Gabbiani di Colle Oppio, il volto della destra romana che ha plasmato le origini della premier, colui che ancora si sente il padre politico tradito dalle sorelle Meloni.
Di sicuro c’è che Donzelli pensa di non aver avuto la giusta gratificazione. È l’unico dei fedelissimi della leader rimasto fuori dal governo. E Lollobrigida, ex capogruppo nella scorsa legislatura, gli ha preferito come suo successore alla Camera il più mite Tommaso Foti. A Giorgia Meloni hanno sussurrato delle ambizioni di Donzelli, di una truppa di parlamentari – soprattutto toscani – che si sta strutturando attorno a lui, e che avrebbero messo Foti nel mirino.
Ma controllare gruppi di deputati e senatori vuol dire anche controllare i territori, dove il partito in crescita ha imbarcato cacicchi, transfughi, rastrellatori di voti. Il conflitto interno per un posto in lista, in vista della grande battaglia proporzionale per le Europee, è la logica conseguenza.
Una faida che è già in atto in Puglia, come in Friuli o altrove. Per Meloni, tutto questo può solo complicare la vita del governo, rendere più difficile la convivenza nella maggioranza e dunque il lavoro sulla manovra economica, da cui dipenderà molto della credibilità che FdI dovrà mettere sul tavolo della campagna elettorale.
Il partito-famiglia serve a evitare che si formino quelle correnti che intossicarono Alleanza Nazionale. Meloni è ossessionata dal rapporto di fiducia con i suoi. Non vuole dibattiti sulla leadership, o sul congresso che da tempo chiedono gli uomini di Rampelli per ridiscutere la linea di un partito nato nella destra sociale e che la premier sogna di trasformare in una forza conservatrice molto più larga negli orizzonti europei e globali.
Aver piazzato Arianna al vertice e il fidatissimo sottosegretario Giovanbattista Fazzolari al coordinamento della comunicazione tra governo e gruppi parlamentari, serve per vigilare su ogni spiffero che non sia perfettamente sincronizzato con la linea decisa di giorno in giorno a Palazzo Chigi. E che proprio Fazzolari, che ha già la delega all’attuazione del programma, detterà a chi si occuperà di avere a che fare con la stampa in una sorta di ufficio propaganda che riporterà direttamente alla premier.
(da Stampa)

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IMOLA, MINACCE A UNA LIBRERIA INCLUSIVA: “UN UOMO E’ ENTRATO LEGGENDOCI PASSI DELLA BIBBIA E DICENDO CHE L’UNICO AMORE E’ QUELLO TRA UN UOMO E UNA DONNA”, POI LE MINACCE

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

L’EGEMONIA CULTURALE DELLA FOLLIA INTEGRALISTA FA PROSELITI TRA GLI SPOSTATI

«Adesso basta! Siamo state minacciate. Oggi un uomo è entrato e ha iniziato a leggere un passaggio della Bibbia dove Dio punisce tutti quelli che non credono che l’unico e possibile amore sia quello tra uomo e donna. Con voce molto alta e alterata ci ha aggredite verbalmente dicendo che siamo delle pervertite e che la nostra libreria è perversa perché vendiamo libri inclusivi, che parlano di tutte le forme di famiglia e di tutte le forme d’amore». Lo denunciano su Facebook le responsabili de “Il Mosaico Libreria dei Ragazzi” di Imola.
«Per questo – proseguono le libraie – secondo lui siamo responsabili della depravazione della società e dei bambini, e Dio punirà noi e la nostra libreria per aver diffuso un morbo nella città di Imola, in cui a detta sua queste cose non sono gradite. Ci ha tenuto poi a precisare, che il gruppo di cui fa parte ci osserva e ci farà pagare delle conseguenze. Noi siamo spaventate da tutta questa violenza e dalle minacce ricevute. Abbiamo sporto denuncia, ma vogliamo raccontarvi questo fatto perché non è possibile che ad oggi succedano queste cose».
Un episodio che ha colpito Alessandro Zan, responsabile Diritti nella segreteria nazionale Pd, che esprime solidarietà alle esercenti per il «vergognoso episodio», auspicando che «le Forze dell’ordine facciano chiarezza subito».
(da Open)

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IL RE DELLE OMBRE HA “LIQUIDATO” PRIGOZHIN PER CONTO DI PUTIN: ANDREI AVERYANOV HA GUIDATO LA MANOVRA PER ASSOGGETTARE LA WAGNER E FARE FUORI IL SUO FONDATORE

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

NUMERO DUE DEL GRU, IL SERVIZIO SEGRETO MILITARE, RESPONSABILE DELLE ATTIVITÀ COPERTE, HA DIRETTO MOLTE “MISSIONI SPECIALI” ALL’ESTERO

È il re delle ombre ma non ha paura di mostrare il suo volto. Perché il sistema putiniano gli ha affidato un ruolo di gestore delle cose difficili. Andrei Averyanov, secondo molte interpretazioni, ha guidato la manovra per assoggettare la Wagner ed estromettere il suo fondatore, Evgeny Prigozhin.
Numero due del Gru, il servizio segreto militare, responsabile delle attività coperte, ha diretto molte incursioni all’estero. Colpi chiusi con un successo, finiti malamente o rimasti a metà. Per la fretta, per la necessità di arrivare ad ogni costo al risultato, per errori.
Averyanov, in base alle ricerche del sito investigativo Bellingcat, è stato coinvolto in missioni speciali, come il sabotaggio di depositi di munizioni nella Repubblica Ceca nel 2014, esplosioni che avrebbero distrutto proiettili destinati all’Ucraina. Lui stesso ha viaggiato prima a Lisbona, poi in Austria per assistere i membri del team, tutti membri dell’Unità 29155, incaricata di agire in Occidente.
A disposizione bombe, veleni, pistole, inganni. Un nucleo aveva stabilito rifugi nelle località alpine francesi, mimetizzato tra i vacanzieri. Case sicure dalle quali partire verso città europee dove c’era da portare a termine un «lavoro».
Insieme ai «muscoli» sono stati formati gli «illegali». Operativi infiltrati con false identità in numerosi Paesi, donne e uomini addestrati a vivere da perfetti cittadini, facendosi passare per greci, argentini, brasiliani. Ne hanno scoperti in Svezia, Brasile, Italia, Slovenia, Grecia, Olanda, Norvegia. Alcuni sono finiti in manette, diversi sono riusciti a scappare lasciando però tracce interessanti sul modus operandi tra successi per Mosca e fallimenti.
Infine il ruolo più «politico» di Averyanov. A fine luglio, in occasione del summit a San Pietroburgo con numerosi presidenti africani, è apparso proprio il numero due del Gru, seduto al tavolone insieme a Putin e alla compagine governativa.
L’evento internazionale ha fatto capire a Prigozhin che il vento era ormai contrario, il suo obiettivo di conservare gli affari in Mali o Centro Africa stava per evaporare. Secondo le ricostruzioni il leader della Wagner, tra le pieghe del summit, avrebbe cercato di incontrare personalità africane ma si è dovuto accontentare di figure minori. Un declassamento reso più profondo dalle iniziative promosse dalla Difesa e da Averyanov, concentrati su un triplice target: scioglimento totale della compagnia, nascita di una nuova formazione di miliziani, annullamento dello «chef».
A tal fine una delegazione dello Stato Maggiore è stata inviata a Bengasi per discutere con il generale Khalifa Haftar del futuro della Wagner in Cirenaica, una delle prime aree di impegno della «ditta», e il possibile arrivo di un contingente diverso di mercenari.
Prigozhin ha tentato un recupero recandosi di persona nel Sahel, ha diffuso l’ultimo video in mimetica su una landa desolata ribadendo che c’era l’Africa nel suo futuro, ha cercato aiuto e risorse. Poi è risalito su un jet per l’ultimo appuntamento a Mosca. Ad accompagnarlo i fedelissimi, l’illusione del perdono, l’azzardo della scommessa, la disperazione della mossa e la sorveglianza di chi aveva deciso la sua uscita di scena definitiva.
(da Corriere della Sera)

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COMUNIONE E SPONSORIZZAZIONE: LO STAND DELLE TROFIE DI TOTI? COSTA 118.000 EURO

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

AL MEETING DI COMUNIONE E LIBERAZIONE TANTI SPONSOR DAL PESTO ALLA GENOVESE AL TALEGGIO BERGAMASCO, DAL GUANCIALE DI AMATRICE AL MOSCATO PONTINO

Pesto alla genovese, taleggio bergamasco, guanciale di Amatrice o moscato pontino. Ce n’era per tutti i gusti al Meeting di Comunione e Liberazione conclusosi ieri a Rimini, una sei giorni dedicata alla politica, alla società, ai dibattiti e – a questo punto – anche al cibo. Già perché mentre le principali personalità del Paese si alternavano sul palco, negli stand organizzati all’esterno dell’area convegni era tutto un “magna-magna”, tra degustazioni ed esposizione di prodotti tipici, come neanche nei migliori mercatini natalizi.
Ma come ha fatto il Meeting a trasformarsi in un mega-festival dello street food? Come tutte le kermesse, anche quella di Cl ha bisogno di finanziarsi e, per farlo, mette a disposizione degli spazi a pagamento acquistati in gran parte da soggetti istituzionali che vogliono auto-promuoversi e, allo stesso tempo, “dare una mano”. Quest’anno, ad esempio, tra gli “sponsor” figuravano anche le regioni Lombardia, Liguria, Marche, Umbria, Lazio, Puglia e, ovviamente, i “padroni di casa” dell’Emilia-Romagna, oltre al ministero dell’Ambiente, Autostrade per l’Italia, Ferrovie dello Stato e Aci.
Il governatore della Liguria, Giovanni Toti, in particolare è stato preso di mira dal consigliere regionale d’opposizione, Ferruccio Sansa, per i 118mila euro spesi dalla Regione per affittare uno stand dedicato alle “trofiette e farinata”: il bancone, con un piccolo ristorante, ha consentito ai visitatori di degustare le tradizionali trofie al pesto genovese e l’annessa pizza di ceci. Gli anni scorsi la spesa era stata di 90mila euro. “Anche il Porto di Genova ha dato un ‘sostegno’ ad alcuni appuntamenti”, spiega Sansa, facendo riferimento al decreti 845 dell’Autorità di Sistema portuale del Mar Ligure Occidentale che ha stanziato altri 8.196 euro più Iva e ha partecipato ad alcuni convegni collaterali. In tutto fanno quasi 130mila euro destinati alla causa ciellina. Non male.
Come detto, non c’è solo Toti. Nel settimo anniversario del terribile terremoto di Amatrice e Accumoli del 2016, la Regione Lazio ha deciso di proporre agli oltre 800mila visitatori del Meeting una sei giorni di degustazioni e attività: la “regina” era la pasta all’amatriciana, ovviamente, ma nei piatti e nei bicchieri dei visitatori si sono alternati anche la trota affumicata di Rieti, il pecorino romano, i tozzetti, la Malvasia puntinata, la nocciola pralinata, il polpo con patate alla viterbese e, ovviamente, la genziana. Il tutto alla “modica” cifra di 96.319 euro stanziati da Francesco Rocca, che a conti fatti – senza entrare nelle discussioni del palato – è comunque di meno rispetto ai 118mila stanziati dal collega Toti.
Non è chiaro invece quanto abbia speso Attilio Fontana, governatore della Lombardia, per esporre i prodotti delle sue province: qui non c’è stato bisogno nemmeno di allestire un ristorante, visto che al banco c’erano il taleggio bergamasco, i formaggi della Valtellina, la mortadella di fegato, lo speck di Chiavenna e l’amaretto di Gallarate. Di sicuro saranno contenti gli organizzatori del Meeting, che hanno collezionato ben 56 espositori in totale, tra cui anche i big del tabacco della Philip Morris e pure Radio Maria. Il Fatto ha chiesto all’organizzazione la cifra totale incassata dagli stand, ma il dato non è stato fornito.
(da ilfoglio.it)

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“LUKAKU E’ UN NEGRETT*”: GIORNALISTA INSULTA L’ATTACCANTE IN DIRETTA E IL CONDUTTORE LO ESPELLE

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

L’EPISODIO A SFONDO RAZZISTA E’ AVVENUTO IN DIRETTA SU TELELOMBARDIA

Ha creato momenti di imbarazzo, e non solo, l’espressione usata ieri dal giornalista Luigi Furini ospite su Telelombardia. In un momento della puntata, mentre si commentava la notizia di Lukaku, vicino a diventare un nuovo acquisto della Roma, se n’è uscito con un’affermazione brutta e a sfondo razzista: «Lukaku è un negrett*”».
Una dichiarazione da cui tutti hanno subito preso le distanze e che è stata condannata dai presenti, soprattutto dal direttore Fabio Ravezzani. Visto che Luigi Furini non si è scusato, nonostante le rimostranze degli altri colleghi in studio, Ravezzani l’ha espulso immediatamente dalla trasmissione.
Sui social, poi, Ravezzani ha precisato la sua posizione chiarendo l’episodio: «Sulle parole a sfondo razzista non si scherza (indipendentemente dall’etimologia). Non accettiamo sbagli o fraintendimenti. E le scuse tardive non bastano. Spiace che sia incappato in un errore così grave un collega come Furini. Inevitabili provvedimenti immediati».
(da agenzie)

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