Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA AVREBBE UNA “POTENZIALE CONNOTAZIONE POLITICA”
La giunta comunale di Martinengo, paese da 10mila abitanti della provincia di Bergamo, ha negato il patrocinio e la concessione di una sala consiliare per la proiezione del docufilm Bella Ciao. Song of Rebellion. Secondo il sindaco Mario Seghezzi e i membri dell’amministrazione, l’iniziativa culturale promossa dalla sezione Anpi di Martinengo avrebbe una “potenziale connotazione politica”, si legge nel verbale della delibera del 19 luglio. “Non siamo sorpresi”, hanno commentato Mauro Magistrati presidente Anpi provinciale di Bergamo e il suo omologo Ivano Diani per Martinengo. “ma sconcertati e indignati”.
La delibera della giunta
L’associazione Anpi di Martinengo aveva organizzato per il prossimo 8 settembre la visione del docufilm Bella Ciao. Song of Rebellion. Si tratta di un lungometraggio che presenta la storia della canzone Bella Ciao raccontata attraverso più di 20 testimonianze inedite. Per questo evento culturale, Anpi aveva richiesto il patrocinio da parte del Comune e la concessione di una sala consiliare per la proiezione.
Con la delibera del 19 luglio, resa nota solo nei giorni scorsi, la giunta guidata da Mario Seghezzi ha respinto la richiesta. Secondo il sindaco, eletto con la lista della Lega, si tratterebbe di un’iniziativa che avrebbe una “potenziale connotazione politica” e che quindi, in qualche modo, impedirebbe “l’apprezzamento e il riconoscimento che il patrocinio assegna alle iniziative ritenute meritevoli”.
§”Scegliere di divulgare le radici e la diffusione di Bella Ciao in Italia e nel mondo avrebbe voluto dire rimarcare i valori di libertà, uguaglianza e democrazia scaturiti dalla lotta di Liberazione e sfociati nella nostra Costituzione”, hanno fatto sapere Magistrati e Diani, “spiace constatare che l’amministrazione comunale di Martinengo non si riconosca in questo impianto valoriale”.
Anche l’associazione LiBERA Bergamo e il presidio LiBERA Bassa Bergamasca “Testimoni di giustizia” si sono schierati al fianco di Anpi ed esprimono “sdegno e incomprensione per la decisione assunta dalla giunta municipale”. Secondo i rispettivi referenti, Francesco Breviario e Pasquale Busetti, l’amministrazione comunale “si è assunta la grave responsabilità di far perdere un’occasione di conoscenza per la popolazione di Martinengo e non solo”.
La speranza rimane comunque quella che “la giunta comunale ritorni sui propri passi riconoscendo il patrocinio richiesto per l’iniziativa”, dicono da LiBERA. Anche perché, sottolineano i referenti, “se si scambiano, deliberatamente, la cultura e la storia con la politica si manca a un principio, quello della conoscenza”.
(da Fanpage)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
HA “RIMODULATO” I FINANZIAMENTI PER 2,5 MILIARDI DI EURO, SOLDI IN GRAN PARTE SCIPPATI A PROGETTI AL CENTRO-SUD PER REALIZZARE INTERVENTI IN PIEMONTE, LOMBARDIA E VENETO
Il ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini è a caccia
di fondi per garantire alcune opere inserite nel Pnrr e nei contratti di programma, soprattutto sul fronte ferroviario. E così, senza fare molto rumore, arriva il via libera a una mega rimodulazione di stanziamenti per 2,5 miliardi di euro: soldi in gran parte definanziati per opere al Centro e al Sud per sostenere subito alcuni grandi interventi in Piemonte, Lombardia e Veneto.
Il deputato del Partito democratico, Marco Simiani, ha sollevato il caso e presentato una interrogazione parlamentare per capire la “ratio” dietro le scelte del ministero che trasferisce soldi, veri, al Nord mentre il suo vertice è impegnato nella campagna mediatica per il Ponte sullo Stretto.
I dati di questa rimodulazione sono stati messi nero su bianco in una informativa del ministero delle Infrastrutture inviata al Cipess (il vecchio Cipe), il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica.
D’intesa con Rete ferroviaria italiana e il ministero dell’Economia è stato scelto un pacchetto di “interventi per i quali lo stato progettuale non consente di bandire le gare entro il 2023”: progetti che vengono quindi definanziati. Tra questi la linea ferroviaria Roma-Pescara nella tratta interporto d’Abruzzo-Chieti-Pescara per 568 milioni di euro e nella tratta Sulmona-Avezzano per 277 milioni di euro.
E, ancora, il raddoppio della Falconara-Orte per 326 milioni, il potenziamento della tratta Tivoli-Guidonia per 179 milioni, la chiusura dell’anello ferroviario di Roma per 175 milioni. Ma anche la velocizzazione della linea Lamezia Terme- Catanzaro e della Sibari-Porto Salvo in Calabria. Definanziata anche linea Firenze -Pisa per 299 milioni. Uniche opere definanziate al Nord sono il nodo di Novara per 77 milioni di euro e Raddoppio della linea Maerne-Castelfranco Veneto per 277 milioni.
In totale la rimodulazione vale 2,5 miliardi di euro, soldi che saranno subito dirottati per altre opere: 1,1 miliardi di euro, quasi la metà dell’intera rimodulazione, andranno per la linea ad Alta velocità Verona-Padova e per l’attraversamento di Vicenza. Altri 462 milioni per il nodo Terzo Valico di Genova. E, ancora, 563 milioni per coprire cantieri e gare in corso nel 2023.
I restanti 500 milioni sono divisi a pioggia, tra gli altri, per il nodo di Bolzano (15 milioni) per la linea Torino-Padova (50 milioni) o per l’adeguamento infrastrutturale e tecnologico del nodo di Firenze dell’Alta velocità (80 milioni) e i sottopassi della Merano-Bolzano (15 milioni di euro). Su Roma aumentate le risorse per 21 milioni per il “potenziamento della Roma-Tuscolana”.
Per il Mezzogiorno nell’elenco dei beneficiari c’è solo il bypass ferroviario di Augusta per 68 milioni di euro e una tratta della Foggia-Lecce per 12 milioni di euro.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE IMPRESE, ADOLFO URSO, FA LO GNORRI: “IL PREZZO SENZA ACCISE È INFERIORE AGLI ALTRI PAESI EUROPEI”. MA CHE JE FREGA AGLI ITALIANI DEL COSTO AL NETTO DELLE TASSE, SE NON LE TOLGONO O LE ABBASSANO?
Niente da fare. Semmai qualcuno (pochi in verità) si fosse illuso che i nuovi cartelloni con i prezzi medi avrebbero frenato gli aumenti agostani dei carburanti, la realtà dei fatti ha tolto di mezzo ogni speranza. Anche quelle del ministro delle Imprese Adolfo Urso che ha voluto la norma che obbliga i gestori delle pompe a dar conto con appositi indicatori pubblici anche delle quotazioni medie di benzina e gasolio in ambito regionale (nazionale per i punti vendita sulle autostrade). Fatto sta che in sospetta coincidenza con l’impennata del traffico sulle strade, i listini dei carburanti hanno preso il volo, fino a stabilire i nuovi record dell’anno.
In autostrada si paga più di due euro (2,014) per un litro di super al self-service, mentre il diesel è arrivato a 1,917. Sulle strade ordinarie invece siamo intorno a 1,94 per la benzina, con un incremento di oltre dieci centesimi rispetto un mese fa, mentre per il gasolio, che ora viaggia intorno a 1,84 al litro, siamo a più 15 centesimi.
CARTELLONI A VUOTO
E cartelloni? Inutili, a quanto pare. In verità, fin da principio, la quasi totalità degli esperti del ramo avevano sollevato dubbi sull’efficacia della misura. Anche l’Antitrust aveva espresso perplessità per una norma dai «benefici incerti per i consumatori» perché, secondo l’Authority della Concorrenza, la media del prezzo regionale risulta «molto poco rappresentativa dell’effettivo contesto competitivo in cui opera un impianto di distribuzione di carburanti». Il 9 agosto scorso, intervistato da La Stampa, il ministro Urso se l’era presa con le aziende di raffinazione a cui «abbiamo già chiesto spiegazioni», disse. Chiamati in causa, i raffinatori hanno fatto notare con un comunicato che «i prezzi industriali di benzina e gasolio, cioè al netto delle tasse, si mantengono da inizio anno tra i più bassi in Europa».
Un copione già visto. La politica se la prende con presunte speculazioni degli industriali e questi ultimi rispondono ricordando che il carburante venduto in Italia è il più tassato d’Europa. Il peso di Iva e accise è pari al 54 per cento per la benzina e al 51 per cento per il gasolio.
LE PROMESSE DI MELONI
A questo punto è difficile non ricordare il video del 2019 in cui Giorgia Meloni denunciava lo «scandalo» delle tasse del governo italiano sui carburanti. «Noi pretendiamo che le accise vengano progressivamente abolite», scandiva in favor di telecamera la leader di Fratelli d’Italia, all’epoca all’opposizione. Del resto, anche Matteo Salvini, giusto l’anno prima, nel marzo 2018, in campagna elettorale aveva promesso di tagliare le accise sulla benzina una volta alla guida del Paese. Promessa mai mantenuta, anche se a partire dal 2018 la Lega ha sempre fatto parte della maggioranza di governo con l’eccezione dei 18 mesi del Conte 2.
A gennaio di quest’anno, Palazzo Chigi era stato investito dalle polemiche quando non rinnovò il taglio delle accise varato da Mario Draghi, innescando un forte aumento del prezzo. All’epoca l’esecutivo annunciò una serie di provvedimenti per stroncare future possibili speculazioni. Tra le nuove misure compariva anche il cartello con i prezzi medi, in vigore dal primo agosto. I benzinai reagirono con uno sciopero, perché, protestarono i sindacati di categoria, non volevano «passare per furbetti e speculatori». Chiuso l’incidente, non sembra che le novità introdotte dal governo abbiano avuto un qualche effetto concreto.
Ora siamo daccapo: è bastato che nei primi due mesi dell’estate i margini di raffinazione tornassero a crescere per trascinare al rialzo anche le quotazioni dei carburanti alla pompa. Con il risultato che in questi giorni la spesa degli automobilisti per il pieno di benzina ha raggiunto e superato (di poco) quella registrata a gennaio. Diverso il discorso per il gasolio, in forte ribasso sui mercati internazionali a partire dalla seconda metà dell’anno scorso. Ecco perché il prezzo del diesel resta inferiore a quello di gennaio nonostante gli aumenti dell’ultimo mese nei margini di raffinazione. Le previsioni per l’immediato futuro non lasciano molte speranze per un calo delle quotazioni, perché i tagli alla produzione decisi dall’Opec hanno provocato nuovi rialzi del petrolio a livello globale. In agosto, quindi, a meno di improbabili picchiate nelle prossime due settimane, non saranno certo i prezzi di carburanti a contribuire all’auspicata ulteriore diminuzione dell’inflazione, che a luglio ha solo rallentato il passo toccando il 5,9 per cento contro il 6,4 di giugno.
CIBO SEMPRE PIÙ CARO
Anzi, la spesa per il pieno andrà ad aggiungersi alla lunga lista di prodotti di largo consumo che proseguono nel loro trend al rialzo. L’Istat, nell’ultima rilevazione di luglio, aveva peraltro già segnalato che la benzina, dopo una lunga fase al ribasso, aveva fatto segnare un piccolo aumento (più 0,8 per cento) rispetto a giugno. Poca cosa, certo, rispetto all’inflazione registrata dal cosiddetto carrello della spesa, che nonostante la modesta frenata estiva, a luglio mostra ancora un rialzo a doppia cifra (più 10,2 per cento) rispetto al 2022.
Sono gli alimentari a trainare la corsa dei prezzi. Pomodori, patate, olio d’oliva sono aumentati di oltre il 20 per cento nell’arco di un anno. Per lo zucchero si arriva al 45 per cento. In risposta a questi rincari le famiglie riducono gli acquisti. E così nei primi sei mesi dell’anno la spesa in latte e derivati, fonte Ismea, ha fatto segnare un incremento del 18,8 per cento ma le quantità acquistate sono diminuite di quasi il 2 per cento.
Si sono molto ridotte, oltre il 10 per cento, anche le vendite di una frutta estiva come le pesche, che hanno prezzi in rialzo dell’11 per cento in dodici mesi. In diminuzione anche gli acquisti di pasta, «verosimilmente per l’ulteriore crescita dei prezzi di vendita».
Per dare un taglio a una spirale che rischia di proseguire anche in autunno il ministro Urso aveva convocato a luglio un tavolo di trattativa per arrivare a un «protocollo sul contenimento dei prezzi». L’iniziativa si è arenata a tempo di record. L’industria, cioè in pratica i grandi trasformatori di prodotti agricoli, si sono subito sfilati.
Al tavolo sono rimasti i rappresentanti della grande distribuzione, che si sono impegnati a riparlarne a settembre. Tutto qui.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
ESISTE UN TETTO DI SPESA, MA E’ AMPIAMENTO SFORATO
“Mai come quest’anno servirebbe un’azione forte per contrastare il
caro libri”. A suonare il campanello d’allarme sono gli studenti e le associazioni dei genitori. Il tetto massimo di spesa, fissato dal ministero, è ormai sforato abbondantemente da anni ma le famiglie in questi giorni sono costrette a far fronte a un nuovo incremento rispetto al 2022.
A fornire i dati al Fattoquotidiano.it è la Rete degli Studenti Medi: siamo passati da una spesa media (per i testi della secondaria di secondo grado) di 318 euro dell’anno scorso (già oltre il tetto) a 340 euro. Se un libro di scienze, nel 2022, costava in media ventidue euro oggi la stessa edizione è aumentata di tre euro.
Così i libri di italiano sono passati da 18 a 20 euro e quelli di storia dell’arte da 26,80 a 30, 5 euro.
“Tendenzialmente – ci spiega il coordinatore nazionale Paolo Notarnicola – i rincari sono di circa due euro a testo, che anche se sembrano pochi in sé, si moltiplicano e vanno ad impattare sulle famiglie già colpite dal carovita”.
Una situazione ben nota a mamme e papà tant’è che Angela Nava, presidente dell’associazione “Genitori Democratici” e Claudia Di Pasquale, presidente Age chiedono di ripristinare il tavolo che un tempo c’era in viale Trastevere proprio sull’adozione dei testi: “È da circa quindici anni – dice Nava – che non viene convocato ma sarebbe ora di rispolverarlo”.
D’altro canto la filiera dell’adozione è complessa. Intanto va detto che a definire i tetti di spesa è un Decreto ministeriale (il numero 781) del 2013. Il limite di spesa vigente per le superiori è rispettivamente a 294 euro per la prima classe; 117 per la classe seconda e 132 euro per la terza classe.
L’eventuale superamento del tetto di spesa è consentito entro il limite massimo del 10% ma dev’essere approvato dal collegio docenti (il “parlamentino” della scuola) che entro la seconda decade di maggio delibera l’adozione dei nuovi testi dopo un passaggio nei consigli di classe dove vengono presentati anche ai rappresentanti dei genitori.
“Le scuole – spiega Notarnicola – non riescono a contenere i prezzi al di sotto del tetto massimo, con cifre che in alcuni casi raggiungono anche i 370 euro. L’ elevato costo, nei fatti, complica ulteriormente l’accessibilità della formazione, aumentando le spese a carico delle famiglie”. Non solo. A detta del coordinatore della Rete “le misure messe in campo a supporto degli studenti ad oggi sono insufficienti. Si tratta per lo più di iniziative dei singoli Comuni, disomogenee sul territorio nazionale, che garantiscono la gratuità a malapena alle famiglie con Isee sotto i 10mila euro. Serve un fondo nazionale che copra interamente il costo dei libri almeno fino ad una soglia Isee di venticinque mila euro, avendo come obiettivo il dettato costituzionale della gratuità dell’istruzione”.
A condividere le parole di Notarnicola è Angela Nava: “C’è un’impotenza nel governare questo processo. Ogni anno facciamo i conti con nuove edizioni non diversi dalle precedenti e libri che servono più agli insegnanti che agli allievi. Forse sarebbe ora di usare il testo digitale ma in questo Paese sembra un miraggio”.
A porre la questione sul piano didattico sono anche i dirigenti scolastici. Lo sa bene Cristina Costarelli a capo del liceo “Newton” a Roma e numero uno dell’Anp Lazio: “Dobbiamo spostare il ragionamento. Il testo non dev’essere un vincolo e non deve dettare il programma ma dev’essere minimale e flessibile. Vedo delle antologie da cinquecento pagine che fanno scappare la voglia di studiare e che, magari, non sono nemmeno adoperate. I tetti sono stati fissati nel 2013 e mai alzati ma l’inflazione la sentono anche gli editori”.
Un’altra soluzione arriva da Claudia Di Pasquale, presidente Age: “Si dovrebbe poter scaricare la spesa dei libri dalla dichiarazione dei redditi a seconda dell’ Isee senza ricorrere a buoni cui l’accesso è difficile”.
E sul ruolo dei genitori aggiunge: “Spesso ci ritroviamo ad approvare, nei consigli di classe, le decisioni dei docenti perché temiamo a dire la nostra. E’ chiaro, tuttavia, che comprare di anno in anno un libro di storia è assurdo: i Fenici non cambiano. A pagare il costo maggiore di questo “gioco”, purtroppo sono le fasce più deboli”.
D’altro canto l’Associazione italiana editori si difende in questo modo: “La crescita dei prezzi dei testi scolastici – spiega Paolo Tartaglino, vicepresidente dell’Aie Italiana e presidente del gruppo educativo – è stata di oltre sei punti percentuali inferiore all’inflazione reale nel 2022 e si mantiene ben al di sotto dell’inflazione anche nel 2023. Nella scuola primaria i prezzi non sono stati aggiornati all’inflazione reale e nella scuola secondaria i tetti di spesa, fermi da anni, non possono più costituire un riferimento adeguato e creano serie difficolta a dirigenti scolastici e docenti nel poter scegliere gli strumenti più adatti alle loro esigenze didattiche. Serve un intervento di sistema che permetta di assorbire criticità che il settore editoriale da una parte e la scuola dall’altra non possono più risolvere autonomamente”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
“NOI GIOVANI VOGLIAMO LAVORARE MA NON VOGLIAMO ESSERE SCHIAVI”
“Sono una ragazza di 20 anni, vivo a Palermo. Sono diplomata in amministrazione, finanza e marketing già da un anno. Ho sempre amato studiare ma ho dovuto rinunciare all’università per problemi economici.
Ho deciso di lavorare per essere indipendente. Come già ben si sa qui a Palermo se vuoi lavorare devi lavorare in nero. Lavoro in nero da quando ho 16 anni, faccio la donna delle pulizie facendomi pagare 8 euro all’ora, che ormai non sono neanche troppi. In questo arco di tempo ho conosciuto maniaci, famiglie benestanti, universitari…
Da quando mi sono diplomata ho cercato in tutti i modi possibili di trovare un altro lavoro, quello che mi valorizzava, quello per cui valeva la mia dignità, ho sempre voluto il meglio per non fare la fine dei miei genitori che mi hanno cresciuta in strada non facendomi mancare mai nulla. Ho fatto centinaia di colloqui in questi mi sono sentita dire: “La cerchiamo con esperienza”, “Non hai la patente”, “Sembri una bambina, non va bene per il negozio”. Per non parlare di tutte le altre candidature che non sono mai state prese in considerazione
Quest’oggi sono stata licenziata perché ho chiesto e non preteso dei diritti sul lavoro, mi hanno umiliata per il lavoro che svolgo, al punto che ho pensato di pregarli per non licenziarmi per bisogno. Questa sera ho deciso di scrivervi per sfogarmi, chiedere alla Meloni cosa stia facendo per noi giovani.
Noi giovani che continuiamo a illuderci per uno stipendio che possa garantire le nostre future famiglie, noi giovani che continuiamo a illuderci di poter realizzare i nostri sogni, ma i sogni con un contratto da stage per 6 mesi per poi mandarti a casa perché non servi più, come li realizziamo?
Ho pensato persino a suicidarmi perché comincia a pesarmi troppo la questione del “lavoro” mi sono stancata di soffrire, di illudermi di arrivare dove è proprio impossibile arrivare. Ho preso in considerazione l’idea di andare al nord ma ho un cane di taglia piccola che in casa non accetta nessuno. Cara Meloni, sono divisa a metà tra la voglia di vivere e la voglia di non voler più soffrire, ho rinunciato agli studi per essere indipendente, per non dipendere mai da un uomo. Spero che questo messaggio possa arrivare a lei, non parlo solo per conto mio perché sono sicura che la maggior parte dei giovani si trova nella mia stessa situazione.
Noi giovani vogliamo lavorare ma non vogliamo essere schiavi di nessuno!”.
(da Fanpage)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
LO CHEF GIANFRANCO VISSANI SOFFRIGGE I GESTORI DELLE ATTIVITÀ CHE SPENNANO I VACANZIERI: “I CLIENTI DOBBIAMO TRATTENERLI, COSÌ INVECE FUGGONO DAL PAESE. GLI ITALIANI? PREFERISCONO ANDARE ALL’ESTERO PERCHÉ PAGANO MENO”
«Questo è il primo Ferragosto che viviamo senza l’assilo del Covid,
ma è un Ferragosto sottotono». A dirlo all’ANSA è Gianfranco Vissani, il maestro della cucina italiana. «Le famiglie italiane soffrono la situazione economica che stiamo vivendo, fare spesa è diventato un lusso e poi mancano gli stranieri che arrivavano dall’est Europa e in particolare i russi», aggiunge.
Vissani se la prende con gli operatori dell’accoglienza. «Stanno uccidendo il turismo italiano – afferma -, non è possibile pagare una camera 1.600 euro a notte. I clienti li dobbiamo trattenere, invece così fuggono dal nostro Paese e lo fanno gli stessi italiani che preferiscono andare all’estero perché pagano meno».
Lo chef definisce una «provocazione, utile solo a far parlare», gli euro aggiunti sullo scontrino fiscale per aver portato i piattini della condivisione o per il taglio del toast. «Io – sottolinea – non lo avrei mai fatto». Infine, la richiesta del maestro al governo Meloni di «entrare a gamba tesa sui prezzi, perché così non si va avanti».
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
L’INFANZIA A PALERMO E IL PASSAPORTO VERDE… “I RAZZISTI? NON LI ODIO, MA NON PERDONO”
Myriam Fatime Sylla è capitana della nazionale femminile di volley dal 2021. Gioca nel Monza. E in un’intervista al Corriere della Sera racconta oggi la sua carriera e il razzismo. Iniziando dal punto di partenza: Palermo. «Sono andata via quando avevo 5 anni, poi ho vissuto Palermo, grazie ai miei nonni, fino ai 14. Quando lo sport mi ha riempito le estati, non sono più potuta tornare. Ma un mese fa ho fatto una sorpresa alla nonna, che non mi vedeva da un bel po’: mi ha trovato un po’ cresciuta», racconta a Flavio Vanetti.
I genitori di Sylla sono originari della Costa d’Avorio anche se lei è nata nel capoluogo siciliano 28 anni fa. «Papà era arrivato a Bergamo. Dormiva alla Caritas. Ma faceva freddo e mio zio soffriva: così si trasferirono al Sud. Una sera quella signora, rientrando a casa in macchina, vide mio padre e lo aiutò. Lui cominciò a lavorare per la famiglia, quindi mia mamma lo raggiunse: quando nacqui io, queste due persone si affezionarono. Alla nursery facevano vedere a mia nonna tutti i bimbi bianchi. E lei: “No, è quella lì”. L’infermiera strabuzzava gli occhi…».
Cittadina d’Italia
Sylla si sente cittadina d’Italia. I suoi si sono trasferiti: «Ci vivono mio papà, che lavora sui treni, oltre a mio fratello e a mia sorella. La famiglia mi manca e quando avevo 25 anni ho perso un cardine: la mamma è sempre… la mamma. Ed è morta tra le mie braccia. In quel momento, però, ho avuto anche grandi testimonianze d’affetto. Ad esempio, quella di Paola Egonu, una persona per me speciale: mi disse che avrebbe mollato ogni cosa e sarebbe venuta con me. Non è da tutti e lei all’epoca giocava ancora a Novara».
E dice che quando la chiamano “negra” «che lo si dica per insultare o tanto per parlare, io correggo sempre. E spiego che i compagni mi prendevano in giro, mi svuotavano lo zaino nel pullman e non mi facevano sedere accanto a loro. Non gliela farei passare liscia: non odio, però evito di perdonare».
Si è battuta per lo ius soli: «Per 10 anni ho avuto un passaporto verde, pur non essendo stata in Costa d’Avorio ed essendo nata e vissuta in Italia. Ad un certo punto ho avuto una crisi d’identità e mi sono detta: sono italiana oppure no?».
(da Open)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
DUE GRUPPI ARMATI, LA BRIGATA 444 E LA FORZA AL RADAA SI SONO FRONTEGGIATI… E NOI FINANZIAMO UN PAESE IN BALIA DEI TRAFFICANTI
Si contano almeno 27 morti e 106 feriti negli scontri armati in corso
in queste ore a Tripoli, in Libia. Da oltre due giorni a tenere alta la tensione nella capitale nordafricana sono la Brigata444 e la Forza Al Radaa nota anche come forza speciale di dissuasione.
Ai due gruppi armati sono imputati anche diversi rapimenti avvenuti nel corso delle ostilità, a cui il primo ministro Abdul Hamid Dbeibah ha cercato di porre fine recandosi nei quartieri meridionali della città, mentre la Camera dei Rappresentanti e l’Alto Consiglio di Stato, riporta il Lybia Observer, hanno condannato gli atti dei due gruppi armati chiedendo di interrompere immediatamente i combattimenti, ripristinare il dialogo e aprire un corridoio sicuro che garantisca la sicurezza dei civili e la loro libertà di movimento.
Il cessate il fuoco disatteso
Diverse fonti hanno confermato al Lybia Observer che la Brigata444 e la Forza Al Radaa avevano raggiunto, martedì, un accordo per il cessate il fuoco che è stato evidentemente disatteso nelle scorse ore. A dare ragione di terminare le ostilità sarebbe stata la liberazione da parte della Rada di Mahmoud Hamza il comandante della Brigata 444, il cui arresto ha dato vita agli scontri. La speranza degli osservatori era che questo gesto potesse tranquillizzare gli animi e riportare un clima di relativa normalità nella parte orientale della capitale. Ciononostante, i combattimenti sono proseguiti anche nella giornata di oggi, 16 agosto, secondo quanto riporta Ansa.
L’appello dell’Onu
Appelli sono arrivati anche dalle Nazioni Unite tramite la Missione di Supporto in Libia (UNSMIL) e il rappresentante Abdoulaye Bathily. C’è preoccupazione per i potenziali sviluppi della situazione attuale e per la situazione dei civili, la cui sicurezza, ha ricordato l’Onu, è la priorità assoluta. Bathily ha esortato le parti a fermare le violenze e a rispettare la pace del popolo libico. Infine, ha ricordato come gli scontri attuali siano il risultato di un Paese i cui organi statali sono divisi, invitando a trovare un ampio accordo politico che vada in direzione di nuove elezioni e di unificazione degli apparati statali.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
IL CORAGGIO DI UN PICCOLO GRUPPO DI SACERDOTI ORTODOSSI RUSSI
Un piccolo gruppo di sacerdoti ortodossi russi sta manifestando apertamente la loro opposizione al sostegno del loro leader, il Patriarca di Mosca Kirill, all’invasione russa dell’Ucraina, e sta affrontando conseguenze pesanti.
Un caso emblematico è quello del reverendo Ioann Koval. Nella suggestiva cornice di un’antica chiesa ortodossa ad Antalya, con una Bibbia in una mano e una candela nell’altra, il reverendo ha celebrato una delle sue prime funzioni in Turchia dopo essere stato scomunicato dalla Chiesa ortodossa russa a seguito della sua preghiera per la pace in Ucraina.
Lo scorso settembre, quando il presidente Vladimir Putin ha dato il via a una mobilitazione parziale dei riservisti, il patriarca di Mosca Kirill ha chiesto ai suoi ecclesiastici di pregare per la vittoria.
Tuttavia, dinanzi all’altare e alla presenza di numerosi fedeli in una delle chiese di Mosca, Koval ha deciso di porre la pace al di sopra degli ordini del patriarca. Egli ha percepito che l’uso della parola “vittoria” nella preghiera avesse assunto una connotazione propagandistica che andava contro la sua coscienza. Ha affermato: “Non potevo piegarmi a questa pressione politica esercitata dalla gerarchia”.
Nella preghiera che ha ripetuto più volte, il sacerdote di 45 anni ha apportato una modifica minima, sostituendo la parola “vittoria” con “pace”. Tuttavia, questa modifica è stata sufficiente affinché il tribunale ecclesiastico prendesse la decisione di privarlo del suo stato sacerdotale. La vicenda del reverendo Ioann Koval rappresenta un esempio di come le tensioni politiche e le divergenze di opinione possono incidere profondamente sulla Chiesa e sui suoi membri, portando a sfide personali e a una riflessione sulla libertà di espressione all’interno di un contesto religioso.
Pregare pubblicamente o invocare la pace comporta anche il rischio di essere perseguiti dallo Stato russo. Poco dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, i legislatori hanno approvato una legge che permetteva di perseguire migliaia di persone per aver «screditato l’esercito russo», un’accusa che in realtà si applica a tutto ciò che contraddice la narrativa ufficiale, che si tratti di un commento sui social network o di una preghiera in chiesa.
Analogamente al regime autoritario di Putin, Kirill ha costruito una dura gerarchia nella chiesa che richiede una conformità totale, ha dichiarato all’Associated Press Andrey Desnitsky, professore di filologia all’Università di Vilnius in Lituania. Se un sacerdote si rifiuta di leggere la preghiera del patriarca, la sua lealtà è sospetta. «Se non sei fedele, non c’è posto per te in chiesa», ha aggiunto Desnitsky, esperto di lunga data della Chiesa russa.
Quando è iniziata la guerra, la maggior parte dei sacerdoti è rimasta in silenzio, temendo le pressioni della Chiesa e delle autorità statali, solo una piccola parte ha parlato. Su oltre 40.000 ecclesiastici della Chiesa ortodossa russa, solo 300 sacerdoti hanno firmato una lettera pubblica per chiedere la pace in Ucraina. Ma ogni voce pubblica contro la guerra è fondamentale, ha detto Natallia Vasilevich, coordinatrice del gruppo per i diritti umani Christians Against War. «Rompe quella che sembra essere una posizione monolitica della Chiesa ortodossa russa», ha dichiarato all’Ap. Dall’inizio della guerra, il team di Vasilevich ha contato almeno 30 sacerdoti ortodossi che hanno subito pressioni da parte delle autorità religiose o statali. Ma i casi potrebbero essere ancora di più, dice, perché alcuni hanno paura di parlare delle repressioni, temendo di subirne altre.
La Chiesa ortodossa russa spiega che le repressioni contro i sacerdoti che hanno parlato contro la guerra sono una punizione per il loro cosiddetto impegno in politica. «I sacerdoti che da sacerdoti si trasformano in agitatori politici e in persone che partecipano alla lotta politica, ovviamente cessano di adempiere al loro dovere pastorale e sono soggetti a divieti canonici», ha dichiarato all’Ap il vice capo del servizio stampa della Chiesa, Vakhtang Kipshidze. Allo stesso tempo, i sacerdoti che sostengono pubblicamente la guerra in Ucraina non subiscono alcuna ripercussione e sono inoltre sostenuti dallo Stato, ha detto Vasilevich. Il regime russo «è interessato a far sentire più forte queste voci», ha aggiunto. I sacerdoti che si rifiutano di unirsi a questo coro o di rimanere in silenzio possono essere riassegnati, temporaneamente sollevati dalle loro mansioni o radiati.
«Non ho mai messo in discussione la scelta che ho fatto», ha detto Koval, «Era impossibile per me sostenere l’invasione delle truppe russe in Ucraina con la mia preghiera».
Dopo che un tribunale della Chiesa ortodossa russa ha deciso che doveva essere radiato, Koval si è appellato al Patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli, che ha rivendicato il diritto di ricevere petizioni di appello da parte del clero di altre Chiese ortodosse, nonostante le obiezioni della Russia.
A giugno, il patriarcato di Costantinopoli ha deciso che Koval era stato punito per la sua posizione sulla guerra in Ucraina e ha deciso di ripristinare il suo grado. Lo stesso giorno, Bartolomeo gli ha permesso di servire nelle sue chiese.
(da Globalist)
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