Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI UNA EX DOCENTE
Nessuno stupore, dice, nell’apprendere che i sette indagati per lo
stupro di Palermo appartengono all’area che si estende da via Montepellegrino fino alla costa di Vergine Maria. Con tutto quello che sta nel mezzo.
«Da dove – precisa – sono venute fuori anche cose buone». Accadeva quando lei, Anna Di Leo, era ancora una ragazza e gli ultimi strascichi del boom economico consentivano di sognare scuole, cantieri navali, negozi alla moda e appartamenti col parquet.
Oggi settantenne, la ex insegnante ha visto quei sogni disfarsi sotto i suoi occhi, quando da adulta ha fondato un’associazione proprio per lavorare lì. Crescita Civile, così si chiamava, e dai primi anni Novanta fino al 2013 ha visto volontarie, psicologhe e assistenti sociali tentare di salvare i figli e le figlie dal contesto divenuto improvvisamente fragile. O forse lo era sempre stato, dietro la cortina di belle vetrine.
«Ma ne abbiamo salvato solo uno», aggiunge. Uno su centinaia.
E tra loro di certo anche due piccoli Maronia (Christian Maronia è uno dei sette stupratori del “branco”, ndr), gli altri probabilmente pure: «Tutti sono passati da noi», spiega, perché il presidio, aperto grazie a fondi ministeriali, «veniva utilizzato come servizio di babysitteraggio gratuito da mamme, nonne e zie che volevano essere libere. Alcune passavano intere giornate al bingo».
I non salvati sono diventati i protagonisti di storielle più o meno brutte, di pagine di cronaca, di atti giudiziari, di video di scorribande pubblicati su TikTok. Nessuno stupore. Perché dietro l’ideazione, la partecipazione e la condivisione dello stupro di gruppo avvenuto lo scorso 7 luglio al Foro Italico non c’è goliardia né una particolare forma di disagio giovanile: «C’è una diffusa cultura dell’abuso su chi è più debole, della sessualità esibita sin da quando erano piccoli e si masturbavano tutti insieme», ricorda. E non manca «l’esaltazione della vita criminale e della mascolinità confermata dalla musica che ascoltano».
(da La Repubblica)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
“NON HO PIU’ VOGLIA DI LOTTARE, SE RIESCO A FARLA FINITA PORTERO’ NEL CUORE CHI MI VOLEVA AIUTARE”… UNO STATO INCAPACE DI TUTELARE LA VITTIMA DAI COMMENTI DELLA FOGNA SUI SOCIAL… BASTA IDENTIFICARLI, PRELEVARLI CASA PER CASA E PUBBLICARE FOTO, NOMI COGNOMI DI QUESTI INFAMI
Qualche giorno fa aveva replicato a chi la giudicava dopo essere stata violentata dal branco. Adesso risponde al commento di qualcuno che la accusa di essere stata consenziente e dice: “Non ho più voglia di combattere”.
“Se riesco a farla finita…”
“Io stessa – scrive – anche senza questi commenti non ce la faccio più, non ho più voglia di lottare né per me né per gli altri. Non posso aiutare nessuno se sto così. Non serve a nulla continuare, pensavo di farcela ma non è così. Se riesco a farla finita, porterò tutti quelli che volevano aiutarmi sempre nel mio cuore”.
La giovane in precedenza aveva reagito alle accuse che le erano state rivolte dopo lo stupro di gruppo con molta più decisione, dicendo: “Come vi permettete di giudicare una ragazza che è stata violentata? Io non cambio, chiudete la bocca”. Ora invece il tono appare decisamente più scoraggiato.
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
LA STORIA DI SALVATORE: “PER STRADA SEMPRE PIU’ PERSONE”
“Noi siamo gli invisibili. Pur lavorando per 800 euro al mese sono
costretto a vivere in una tenda”. Salvatore (nome di fantasia) ha cinquant’anni e ogni sera monta la sua tenda di fronte a una vetrina di un negozio di moda a due passi da piazza San Babila, a Milano.
Lavora come scaffalista notturno in un grande magazzino. “Dalle nove di sera alle due del mattino”. È uno degli almeno 3 milioni di italiani ridotti all’indigenza nonostante abbiano un’occupazione, come Il Fatto Quotidiano sta raccontando a puntate proprio in questi giorni raccogliendo le voci di chi è sfruttato e sottopagato.
Lavorava come benzinaio ma allo scoppio della pandemia è stato licenziato ed è finito in strada. Dopo qualche anno, oggi è riuscito a trovare un posto ma questo, complice un mercato degli affitti fuori controllo, non basta per potersi permettere una casa.
Così ogni sera torna a dormire nella sua tenda. “Soltanto qualche ora perché poi alle sette ce le fanno smontare per aprire i negozi” ragiona, mentre prende un piatto di pasta dai volontari dell’associazione Mutuo Soccorso Milano che ogni settimana distribuiscono cibo e vestiti ai senza dimora della città.
“In questa città per prendere una stanza dovrei pagare dai 600 ai 700 euro al mese – racconta – ma con ottocento euro non posso permettermelo”. Una storia estrema? In realtà nella sua situazione ci sono sempre più persone: “In questo periodo vediamo per strada tanta gente nuova”, spiega Salvatore.
“Ci sono due Milano: quella ricca e quella povera che non viene mai considerata – dice Salvatore – né il sindaco né gli assessori si sono degnati di prendere un monopattino e venire qui a chiedere di che cosa abbiamo bisogno”. Le priorità? “Mancano i bagni pubblici. In centro non ce ne sono e i locali non fanno entrare se non si consuma. Abbiamo bisogno di luoghi così. Non è bello vedere le donne che si mettono dietro alle colonne per fare i propri bisogni”. E poi c’è il tema della casa. “Perché non ci mettono a disposizione strutture abbandonate a se stesse? – si chiede Salvatore – Anche se dovessimo ristrutturarle con le nostre mani almeno ci darebbe la possibilità di avere un tetto. Così la gente non dovrebbe essere più costretta a vedere persone che vivono per strada”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
LA FRASE, CHE SEMBRA COLPEVOLIZZARE LE VITTIME DI VIOLENZA, SCATENA LE POLEMICHE… E’ L’ENNESIMA GAFFE CHE IMBARAZZA SORA GIORGIA, DOPO LA NEGAZIONE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI E L’ATTACCO AL MINISTRO TEDESCO
“Forse dovremmo essere più protettivi nel dialogo e nel lessico. Se vai a ballare, tu hai tutto il diritto di ubriacarti – non ci deve essere nessun tipo di fraintendimento e nessun tipo di inciampo – ma se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi”.
Il rientro dalle vacanze di Andrea Giambruno, compagno della premier Giorgia Meloni e anchorman di Rete 4, si fa notare per un’altra uscita discutibile che rischia di mettere in imbarazzo la premier: dopo le polemiche estive relative al suo negazionismo sul cambiamento climatico (“È luglio, ha sempre fatto caldo”) e le sue accuse al ministro della Sanità tedesco Lauterbach in vacanza in Italia (“Se fa troppo caldo, stai a casa tua nella Foresta Nera”), ieri Giambruno ha preso posizione anche sui casi di stupro di Palermo e Napoli con parole tipiche della logica del victim blaming, cioè la tendenza a colpevolizzare la vittima.
Tra gli ospiti ci sono l’avvocata Annamaria Bernardini De Pace, il condirettore di Libero Pietro Senaldi, l’avvocata Ebla Sahmed e l’imprenditore Gianfranco Librandi. Lo spunto è la lettera inviata dal padre di una ragazza violentata a Roma e inviata alla vittima di Palermo con la chiosa: “Sei sola, gli altri non comprendono”.
Bernardini De Pace interviene per spiegare che serve un cambio di approccio nell’educazione dei genitori verso le ragazze introducendo un meccanismo di “autotutela preventiva” passando dal “coraggio” della denuncia al “piacere” della denuncia.
Ma è sul concetto di “autotutela” che Giambruno si sofferma chiedendo un approfondimento a Senaldi. Senaldi dice di non voler essere frainteso e condanna i violentatori. Poi però aggiunge: “Le ragazze hanno il diritto di non essere violentate ma purtroppo la realtà non rispetta i diritti – dice il giornalista –, quindi non devono perdere conoscenza e devono frequentare contesti meno pericolosi possibili”
Qui interviene Giambruno che condivide le parole di Senaldi (“stai parlando più da padre che da giurista”) e aggiunge: “Hai ragione, perché uno a sua figlia magari dice: non salire in macchina con uno sconosciuto perché è verissimo che tu non debba essere violentata, perché è una cosa abominevole. Ma se eviti di salire in macchina con uno sconosciuto magari non incorri in quel pericolo”.
A quel punto, dopo aver definito “bestie” gli stupratori, Giambruno passa la parola a Librandi spiegando che se “eviti di ubriacarti e perdere i sensi, eviti di incorrere in determinate problematiche”. Il resto della trasmissione si trascina stancamente tra accuse alle famiglie e richiesta di modificare le norme sulla pornografia. Ma il danno ormai è fatto.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
GIORGETTI HA AMMESSO: “L’AMMONTARE DELLA MANOVRA DIPENDERÀ ANCHE DA FATTORI DI TIPO EUROPEO”… SECONDO L’INPS, QUOTA 41 COSTA 4 MILIARDI IL PRIMO ANNO E ADDIRITTURA 9 A REGIME
Niente «Quota 41» quest’anno, e quindi nessuna vera riforma della
legge Fornero. L’uscita dal lavoro uguale per tutti a prescindere dall’età anagrafica con 41 anni di contributi resta (ovviamente) un obiettivo di legislatura ma la Lega ha capito che per ora deve ammainare una delle sue bandiere
Come ha spiegato ieri in conferenza stampa il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti «l’ammontare della manovra dipenderà anche da fattori di tipo europeo. A metà mese discuteremo, forse troveremo un accordo forse no, sulle nuove regole di bilancio Ue».
Secondo il titolare del Mef, comunque, è quasi scontato che entro l’anno non si riuscirà ad approvare la riforma del patto di stabilità, tant’è che «la commissione Ue ha già provveduto a pubblicare una sorta di guidance prevedendo questa ipotesi».
E le pensioni? Rinviate a tempi migliori. «Non corriamo i 100 metri ma i 5 mila» ha poi sostenuto il titolare del Mef, assicurando che il superamento della legge Fornero verrà certamente realizzato entro la legislatura come l’estensione della flat tax e l’innalzamento delle pensioni minime a mille euro. «Questo governo vuole durare una legislatura. Se si partisse con il ritmo dei 100 metri non arriverebbe in fondo ai 5 mila».
Fin da subito si era capito che Quota 41 per tutti avrebbe avuto vita difficile dal momento che, stando alle stime dell’Inps gestione Tridico, che però la Lega ha subito contestato, sarebbe costata ben 4 miliardi il primo anno ed addirittura 9 a regime. Ma anche la sua versione «light», incentrata sul ricalcolo contributivo degli assegni, pur producendo a regime risparmi significativi vista la riduzione degli importi che verrebbe applicata (in media del 10-16% a seconda dei percorsi lavorativi), comporta costi decisamente impegnativi.
Secondo le stime fatte nelle scorse settimane dai tecnici della Lega si parla di 3,7 miliardi di costi se questa soluzione venisse applicata solamente nel 2024 (1 miliardo il prossimo anno, 2,2 quello successivo e 0,6 nel 2026) prevedendo in tutto poco meno di 170 mila adesioni (ovvero circa il 50% della platea potenziale tenendo conto delle penalizzazioni), conto che salirebbe a 9,7 miliardi con circa 500 mila adesioni nel caso fosse applicata invece per tre anni dal 2024 al 2026.
Anche la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone, parlando nei giorni scorsi al Meeting di Rimini aveva ipotizzato «un percorso di legislatura», e dopo aver chiarito che «non torneremo indietro su alcune situazioni che sono legate a degli anticipi pensionistici» la ministra ha spiegato che la riflessione in corso «non sarà definitiva ed esaustiva, dovrà tenere conto delle disponibilità ma nell’ottica di un percorso che è iniziato e arriverà a compimento in legislatura».
Quindi come si procede? E’ quasi scontato che verrà prorogata per un anno l’attuale Quota 103, come somma di 41 anni di contributi e 62 anni di età, e poi si pensa di ampliare l’Ape Social, estendendola ad altre categorie che ora non ne beneficiano, come ad esempio i professionisti impegnati in attività gravose o usuranti, e alle donne, dando vita in questo caso ad una «Ape sociale rosa» che prenderebbe il posto di Opzione donna che si è rivelato un flop dopo l’intervento dell’anno passato che ha tra l’altro alzato da 58 a 60 anni il requisito di età per le donne senza figli.
(da La Stampa)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
EVVIVA I BIFOLCHI, ALMENO NON PRETENDONO DI PASSARE PER GENI
Morgan mi sta simpatico perché nei suoi periodici scoppi d’ego vedo affiorare l’Ombra, la parte oscura di noi stessi che ci sforziamo di rimuovere e che invece lui fa regolarmente esplodere ogni volta che non ottiene dagli altri il riconoscimento della propria presunta grandezza.
Da solista Morgan ha scritto una sola canzone memorabile, «Altrove», e ha una voce poco aggraziata: è decisamente più bravo a suonare e a divulgare.
Eppure, si sente un genio incompreso e un grande artista, come tanti in quest’epoca sprovvista di geni e di artisti.
Ma chi sono io per negargli il diritto di proclamarsi un fenomeno, di disprezzare i cantanti più popolari di lui e di insolentire gli spettatori spensierati del festival di Selinunte che dal genio volevano soltanto qualche canzone orecchiabile di Battiato per potersi mettere a danzare in platea «come le zingare del deserto o le balinesi nei giorni di festa»? L’unica critica che ho l’ardire di fargli è l’incoerenza tra l’autocertificata genialità dell’artista e il linguaggio con cui esprime i suoi stati d’animo. Da un genio mi aspetto parolacce d’autore, allusioni perfide, insulti pregnanti.
In questo senso l’epiteto «bifolchi» non mi è dispiaciuto: un po’ arcaico, però di spessore. Ma per dare del «fr. di m…» a un disturbatore, e gridare a un altro «levati dal c…» non è necessario essere artisti.
Basta frequentare un qualunque stadio o ingorgo automobilistico, al limite un talk show, dove però nessun bifolco pretende di passare per genio. O sì?
(da Il Correire della Sera)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
ADDIO COESIONE: STOP AL REDDITO, STANGATA SU PNRR E LAVORI PUBBLICI, AUTONOMIA DIFFERENZIATA
A chi lo accusa di voler male al Sud, Matteo Salvini risponde come
il cane di Pavlov: dice di aver già comprato le forbici per tagliare il nastro del cantiere del Ponte sullo Stretto di Messina, che prevede di inaugurare in una manciata d’anni, altro che chiacchiere da bar. E che dire di Fratelli d’Italia? Sfidando il genere fantasy in salsa leghista, ha fatto addirittura peggio: confondendo realtà e immaginazione (fervida), qualche giorno fa, il partito di Giorgia Meloni ha sostenuto via social che il Pil del Mezzogiorno supererà quello della Francia e della Germania, con buona pace dei soliti “gufi”. Epperò, sicché era un’evidente castroneria, è bastato a cancellare alla velocità della luce il tweet incriminato che qualcuno ha pensato fosse il frutto di un account parodia e invece no.
Al di là delle promesse è un fatto che il Sud sembra diventato la vittima predestinata del governo che Isaia Sales ha definito, con un gioco di parole, destra a-sociale: la cancellazione del reddito di cittadinanza, la riprogrammazione dei fondi del Pnrr e l’autonomia differenziata a cui sta lavorando Roberto Calderoli infatti rappresentano se non un accanimento almeno la rinuncia alla prospettiva della riduzione dei divari con il Nord. L’antipasto del resto è stato la cancellazione del ministero del Sud e il pasticcio sulle deleghe, inizialmente attribuite a Nello Musumeci (oggi ministro del Mare e della Protezione civile) poi trasferite a Raffaele Fitto che le esercita insieme a quelle degli Affari europei, le Politiche di coesione e il Pnrr.
Ma una delle prime mosse del centrodestra a Palazzo Chigi è stata quella di dichiarare guerra al reddito di cittadinanza: l’interruzione della misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale è destinata a colpire in maniera più forte alcune aree del Paese rispetto ad altre, enfatizzando le differenze. Secondo l’ultimo report dell’Inps, al 30 giugno scorso la platea dei percettori era la seguente: 1,51 milioni nelle regioni del Sud e nelle Isole, 340 mila nelle regioni del Nord e 262 mila in quelle del Centro. Andando più nel dettaglio la regione con il maggior numero di percettori delle prestazioni erogate è (era) la Campania (23%) seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%), quattro regioni dove risiede oltre il 60% dei beneficiari.
E che dire della riscrittura del Pnrr che ha interessato 144 dei 329 obiettivi originari? Alcuni hanno parlato esplicitamente di scippo nei confronti del Mezzogiorno con il rischio concreto che non venga rispettata la clausola del 40% delle risorse al Sud. Tra le misure eliminate spiccano circa 16 miliardi per le piccole opere dei Comuni, specie meridionali, destinate per esempio alla rigenerazione urbana (come l’abbattimento delle Vele di Scampia e del Bronx di San Giovanni a Teduccio), la riduzione del rischio idrogeologico o la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie.
Per tacere dei 2,5 miliardi di fondi per le infrastrutture voluta da Salvini, che toglie sempre al Sud per dare al Nord, in particolare a Piemonte, Lombardia e Veneto, come si evince dall’informativa ministeriale inviata al Cipess, il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica. Salvini ha parlato di “menzogne” giurando che “nessuna delle opere verrà cancellata. Al massimo, saranno finanziate con altri fondi”. E il suo ministero ha messo sul piatto il Ponte di Messina: “Proprio Salvini è determinato a realizzare il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia: porterà benefici a tutto il Paese e almeno 100mila posti di lavoro solo nel Sud. È quindi ridicolo accusarlo di scarsa attenzione per il Mezzogiorno”. Ma nel frattempo tra i progetti definanziati c’è la ferrovia Roma-Pescara, il raddoppio della Falconara-Orte, la velocizzazione della linea Lamezia Terme-Catanzaro e della Sibari-Porto Salvo in Calabria.
Dulcis in fundo l’autonomia che rischia di essere la pietra tombale dell’unità d’Italia: che il progetto del ministro Calderoli spezzi le reni al Sud non lo dicono solo le opposizioni e i sindacati. Persino Bankitalia ha avvertito il governo sui rischi per alcune regioni che consigliano gradualità per non innescare “processi irreversibili e dagli esiti incerti”. Ma anche sul rischio di fissare il divario esistente nell’offerta di servizi pubblici fra Nord e Sud invece di ridurlo. Il governo però tira dritto, anche se con molti distinguo. Il titolare della Salute, Orazio Schillaci, tecnico di area Fratelli d’Italia, a fronte dell’allarme lanciato tra gli altri dall’Ordine dei medici sulla tenuta del Servizio sanitario nazionale destinato ad aumentare le disuguaglianze tra le regioni (tradotto: quelle più povere avranno servizi inferiori), qualche mese fa aveva dato un mezzo altolà rivendicando un ruolo guida per il ministero rispetto al gap tra regioni. A fare da pompiere con la Lega fu allora Francesco Lollobrigida: “Il nostro partito nasce dalla coesione nazionale, un partito radicato e forte al Sud. Potrebbe mai approvare un testo di legge che produce quell’effetto? Sarebbe un po’ un suicidio”. Bene, bravo, bis. Poi però il ministro-cognato ha pure detto che i poveri mangiano meglio dei ricchi. Ribaltando la filosofia dell’ovvio, quella per cui è meglio fare colazione con pane, burro e marmellata anziché con pane duro e ammuffito.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
DOPO UN ANNO DI GOVERNO ABBIAMO UN PAESE PIU’ INGIUSTO E PIU’ PERIFERICO, UMILIATO E NANIZZATO… MA C’E’ UN’ALTRA ITALIA CHE VUOLE AVERE VOCE
Dopo un anno di governo di destra l’Italia è un paese più ingiusto e più periferico, meno attraente. Un paese che non riesce ad avere un ruolo protagonista in Europa, che usa la diplomazia per convincere i partner di non essere come è: militante nella derisione della cultura dei diritti, nella propaganda che esclude e attacca tutti coloro che non rientrano nella sua idea di normalità.
Un paese che non brilla per immaginazione creativa, che si chiude nel chiacchiericcio da strapaese, che lancia al mondo immagini e linguaggi che sono imbarazzanti. L’Italia governata dalla destra è un paese umiliato e nanizzato.
La giostra quotidiana dei “lei dice, lui dice” tiene il pubblico distratto e sempre in movimento, mosso da polemiche e mai messo nella condizione di discutere e valutare le questioni che dovrebbero interessarlo: quel che fa il governo. L’obiettivo della politica dell’audience è di non portare mai le cose della politica alla luce del giudizio pubblico.
La destra censura l’informazione occupando i mezzi nazionali di informazione, prima di tutto quelli televisivi, che sono diventati dei rotocalchi specializzati in pettegolezzo. Della politica solo le briciole. E briciole sempre positive, come lustrini che coprono buchi o rattoppi mal fatti.
Spetta all’opposizione il compito di tenere sveglio il paese, di rompere questa strategia dell’omertà cercando di imporre attenzione, di denunciare e mobilitare l’opinione.
Se il pubblico non è messo nella condizione di monitorare e controllare, se non può svolgere quel salutare ruolo critico che gli spetta, è il governo del paese a rimetterci. E infatti, questo governo è in molti casi inadeguato; è inoltre spesso latitante, come in Romagna messa in ginocchio dalle alluvioni di tre mesi fa e lasciata a se stessa.
È inadeguato a governare quel progetto che ha avuto in dote dai due governi precedenti, il Pnrr, tanto che rinuncia a usare tutte le risorse per evidente incapacità di saper spendere secondo i parametri stabiliti dalla Ue.
Pochi giorni fa su questo giornale Stefano Iannaccone ha dato conto del rischio di perdere l’opportunità di mettere in cantiere 101 progetti ad obiettivo finanziati con il Piano europeo, con anche il compito di sostenere le comunità locali, la sanità e la scuola.
Il governo ha definanziato molti progetti nelle aree non metropolitane, aree che sono la spina dorsale del paese, forse perché meno visibili e meno appariscenti – interventi per la viabilità, la riconversione ecologica, per lo sport e la scuola, per la riqualificazione della vita sociale nei quartieri, per le biblioteche e le scuole materne. Il Pnrr doveva servire a mettere in moto un paese che non spende per il pubblico e le infrastrutture da decenni, che ha tolto risorse ai comuni e alle comunità locali.
La destra al governo peggiora questa condizione. Preoccupata a sfoltire le aliquote fiscali per realizzare la mitica flat tax, una misura che penalizza chi ha meno mentre debilita il pubblico di risorse. Preoccupata a mettere soldi pubblici in imprese giocattolo, come il ponte sullo stretto, o in lanci pubblicitari sul made in Italy che sembrano scritti per le gag di Totò.
Bisogna opporre a questo paese che la destra rimpicciolisce e umilia un altro paese che vuole essere un magnete di creatività e che vuole aiutarsi a crescere in tutte le sue componenti. La democrazia è una società aperta, ben descritta dall’articolo 3 della Costituzione, che scommette su tutti i suoi cittadini e cittadine, che si preoccupa delle loro opportunità perché vuole dare loro gli strumenti per vivere liberalmente e responsabilmente. C’è un’altra Italia là fuori che vuole aver voce.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
OVAZIONE PER L’ARTISTA IN UN CONCERTO A PALMI: “IO NON SONO CARNE”
“Io sono stata vittima di un bastardo che mi ha violentato,
massacrata di botte e lasciata su una strada del cazzo a Torino. Ogni sei ore, ogni sei ore un femminicidio. Per non parlare poi di abusi, quali Palermo. Per questo ho smesso di tacere. Io non sono carne. Non sono carne”. È durissima la denuncia di Loredana Bertè, che in concerto a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, a pochi chilometri dal suo paese d’origine, Bagnara Calabra, ha voluto manifestare la sua solidarietà alle vittime di violenza sessuale, dopo gli stupri di gruppo di Palermo e di Caivano, aderendo alla campagna social Io non sono carne tra gli applausi del pubblico.
La cantante aveva raccontato la sua terribile esperienza a Verissimo, nel 2020. “A 16 anni sono stata violentata – disse a Silvia Toffanin – Facevo serate con le Collettine (corpo di ballo di Rita Pavone, ndr). Eravamo in giro per l’Italia con Don Lurio a fare serate, ero l’unica vergine del gruppo e tutte provavano a convincermi, parlandomi di una persona innamorata pazza di me”.
§”Dopo un mese ho deciso di andare a prendere una cosa da bere con lui – aveva continuato la cantante – Mi ha portato in un appartamento scannatoio, le ragazze devono stare molto attente. Quando ho sentito che chiudeva con il lucchetto la porta mi sono spaventata, terrorizzata. Volevo andare fuori, ma lui mi ha riempita di botte, mi ha violentata. Sono riuscita a uscire per miracolo, con i vestiti tutti strappati e con un taxi che si è fermato: stavo svenendo e mi ha portato in ospedale”.
Denunciare subito
Quella storia di violenza però Loredana Bertè decise di tenerla per sé e di non riferirla neppure alla sua famiglia: “Lo sapevano solo le mie amiche, non ho potuto dirla a nessuno, nemmeno a mia madre, perché le botte le avrei prese anche da lei. Ma è stato uno sbaglio, perché al primo schiaffo bisogna denunciare”. Un’esperienza dolorosa, che ha segnato radicalmente il rapporto della cantante con il mondo maschile, come raccontato dalla stessa artista: “Per anni non mi sono fatta avvicinare da nessuno, ero traumatizzata”.
(da agenzie)
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