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ROMEO SI PRENDE LA CONTESTAZIONE, SALVINI VA AL CINEMA

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

L’OPERAZIONE IPOCRISIA TRA CHI E’ MANDATO A METTERCI LA FACCIA E CHI SI NASCONDE

“Su Putin abbiamo sbagliato. Ma eravamo in buona compagnia. Tutto l’Occidente ha fatto valutazioni sbagliate. Ma ora, il passato è passato”. Il putinismo della Lega si infrange sull’uccisione di Aleksey Navalny. Il partito di Matteo Salvini sceglie di prendere di petto la piazza del Campidoglio dove il sindaco Roberto Gualtieri ospita a nome della città la fiaccolata in onore dell’attivista russo. Una gigantografia ai piedi del Marco Aurelio, un ologramma sulla facciata di palazzo Senatorio, i fiori e le candele, depositati da tanti manifestanti ovviamente senza il rischio di arresti, ma anche senza essere identificati.
Il Carroccio tenta di voltare pagina sulla vicinanza al presidente russo. Ma l’operazione gli riesce a metà. In un primo momento i leghisti avevano deciso di partecipare con una delegazione di pura testimonianza – si sarebbero dovuti immolare i capigruppo nelle commissioni esteri Simone Billi e Andrea Paganella – giusto per mettere a tacere la contestazione che sarebbe arrivata da Carlo Calenda e da Più Europa nel caso in cui avessero disertato la fiaccolata.
Nel pomeriggio hanno maturato il cambio di programma. Così all’ora concordata ecco arrivare in piazza una nutrita squadra, capeggiata da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori, l’uomo delle battaglie a viso aperto. Con lui ci sono anche il presidente della commissione attività produttive Alberto Gusmeroli, e poi Davide Bellomo, Nicola Ottaviani, Billi e Paganella. Non c’è Matteo Salvini.
Il segretario, spiegano fonti del Carroccio, ha in programma la presentazione del film di Fabrizio Moro “Martedì e venerdì”, in prima visione al Barberini. La pellicola è prodotta dalla compagna Francesca Verdini.
Quello leghista è un mea culpa a metà. Accompagnato da fischi e contestazioni aperte. Anche perché Romeo non riesce ancora ad attaccare Putin. “Venduti! Dove l’avete lasciato il dittatore?”, le grida più benevole, non appena messo piede in piazza. Il senatore, circondato a testuggine dai suoi, sulle prime finge di non raccogliere. “Va bene, va bene…”. Ma la protesta è tale che non riesce a raggiungere la statua e finisce fuori strada.
Comincia a girare in tondo intorno alla statua. Tanto vale rispondere a tono, riflettono, servirà se non altro a recuperare un po’ di spazio. “Deve essere un’inchiesta internazionale a chiarire le responsabilità”, dice. E giù fischi e contestazioni. “Noi siamo venuti qui e siamo finiti vittime di una strumentalizzazione squallida”, prova a replicare. Ma riconoscete qualche responsabilità del presidente russo sulla morte di Navalny? Nutrite almeno dei sospetti? “Sì possiamo dire che abbiamo dei sospetti, ma non basta. Ci deve essere un’inchiesta internazionale a raccogliere le prove”. E l’accordo tra la Lega e Russia Unita nel 2017, quello in cui si garantivano reciproca collaborazione? “A me non risulta. Non ne so niente”, ribatte. E il Metropol? “Tutte balle, lo ha accertato anche la magistratura”. Intanto in piazza arrivano gli altri leader di partito. Ecco Elly Schlein, con Chiara Braga e Paolo Ciani. Carlo Calenda, Mara Carfagna, Riccardo Magi, tra gli altri. Ci sono anche i Cinque Stelle. Ma tutte le attenzioni sono per i leghisti.
La pattuglia di Romeo riesce a raggiungere il banco delle fiaccole. Le accende – mentre intorno continuano le contestazioni – e si mette in un angolo, lontano dai giornalisti. Avevano in programma anche un’intervista ai tg. “Ma che tg facciamo ormai, qui viene fuori una trasmissione…”, si lamenta Romeo, tentando di non perdere il sorriso. Nella calma c’è modo di fare qualche domanda più composta. Senatore lo ammetta, su Putin avete sbagliato. “Ma noi ci siamo mossi solo per facilitare le imprese, per togliere le sanzioni. E poi le valutazioni sbagliate ci sono state da parte di tutti. Ma ve lo ricordate che Putin per il Time era il personaggio dell’anno?” Correva l’anno 2007. La Lega alla corte dello zar ci è arrivata nel 2013. Con la leadership di Salvini. Nel 2015 il segretario del Carroccio sfoggiava al Parlamento europeo la maglietta col russo in divisa e diceva che avrebbe scambiato due Mattarella per mezzo Putin… “Sì è vero, ma vogliamo dimenticarci che ci sono stati presidenti del consiglio che hanno fatto lucrosi accordi sull’energia?”. Il riferimento è a Romano Prodi, nel 2008. Per Romeo è comunque il sintomo di un atteggiamento ipocrita. “Quando non riguarda la Lega, tutti dimenticano chi era Putin… C’è un’amnesia”. Intanto al centro della piazza parla il sindaco Roberto Gualtieri. Assicura la vicinanza della città a tutti gli oppositori detenuti nelle carceri russe. “Da Roma arriva un grido di indignazione. Putin si deve fermare”. Tatiana, attivista di La Russia del Futuro, il movimento di Navalny, prende la parola tra le lacrime. “Nel mio Paese la situazione è peggio di 1984, il libro di Orwell. Cinquecento persone rischiano la morte in prigione. Per noi è l’ora più buia”. Romeo ascolta serio. Riconoscete la responsabilità di Putin sulla morte di Navalny? “La responsabilità politica ce l’ha tutta. Quando muore il leader dell’opposizione vuol dire che la democrazia è a rischio. In Italia tutti abbiamo aperto gli occhi e la distanza da Mosca accomuna l’intero arco costituzionale. E noi siamo in questa piazza a difendere la libertà e la democrazia. Ma questa strumentalizzazione è vergognosa. Ci aspettavamo la contestazione, ma non così”.
Ad ascoltarlo, fiaccola accesa in mano, c’è anche Andrea Paganella. Il senatore è stato a Mosca nel 2018 con Gianluca Savoini. Anche lui prende le distanze da quella visita. “Erano industriali, mica erano carbonari. E poi era sei anni fa… Guardiamo avanti”, si difende. Chi ha dato ha dato, direbbero a Napoli. Arriva la telefonata di Salvini. Vuole sapere com’è andata. “Ce l’aspettavamo – ripete Romeo – speriamo di non aver detto qualche minchiata”.
(da agenzie)

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L’ULTIMA BARZELLETTA DI PIANTEDOSI: SE I CPR NON SONO IN CONDIZIONI ACCETTABILI “E’ COLPA DEI MIGRANTI”

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

LE OPPOSIZIONI INSORGONO: “NON SA DI COSA PARLA, PAROLE GRAVI E IN LIBERTA’, SPARA CAZZATE SU COSE CHE NON CONOSCE”

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, interpellato sulle condizioni inospitali dei Cpr, ha puntato il dito contro gli stessi migranti, che provocano danni. Costretti ad alloggiare in strutture spesso fatiscenti, in cui lo Stato non offre servizi adeguati, gli ospiti sarebbero insomma anche i responsabili delle carenze di questi luoghi di detenzione. Proprio all’inizio di febbraio un 22enne guineano si è impiccato all’inferriata esterna del suo settore nel Cpr di Ponte Galeria, alla periferia di Roma. E a quel punto è scoppiata una rivolta nel centro.
“I Cpr sono luoghi di trattenimento previsti dalla legge, dove si concentrano situazioni di comprensibile disperazione di chi ci finisce dentro. Ma nessuno viene ristretto al di fuori dei meccanismi di legge. Molto spesso non sono nelle condizioni migliori proprio per l’opera di vandalizzazione che viene fatta dalle persone che sono dentro”, dice Piantedosi, parlando a margine della sottoscrizione dell’accordo tra Regione Lombardia, Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e Anci Lombardia, a Milano.
“Ma lo fanno per protestare contro le condizioni disumane che ci sono all’interno”, gli fa notare un giornalista. “Ma no questo lo dice lei, è una sua opinione, non è così.”, è la replica del ministro.
“Noi abbiamo sistemi di monitoraggio continui rispetto alle condizioni basilari di vita all’interno dei centri di trattenimento. Se non vengono devastati vengono mantenuti in condizioni più accettabili. I richiedenti asilo non possono finire all’interno dei Cpr, non è previsto che possano stare lì”, sottolinea il ministro.
Le reazioni
“Ho come l’impressione che il ministro Piantedosi pensi di essere ministro di Polizia dopo i moti risorgimentali del 1848”, è il commento del segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, parlamentare dell’Alleanza Verdi Sinistra. “Sia che parli di Cpr che della sentenza della Cassazione sui respingimenti illegali in Libia – aggiunge il leader di SI – o delle disinvolte pratiche identificative delle forze dell’ordine, siamo di fronte a posizioni gravi e preoccupanti. Questo Paese ha un altro problema ed è questo ministro dell’Interno”.
“Il ministro dell’Interno Piantedosi non è mai stato in un Centro di permanenza per il rimpatrio dei migranti. Di sicuro non a Via Corelli a Milano. Se ci fosse stato, avrebbe constatato le orribili condizioni in cui sono costretti a vivere i migranti trattenuti, e non avrebbe detto quello che ha detto. Dal ministro dell’Interno solo parole gravi e in libertà. Il ministro parla perché evidentemente non conosce lo stato dei Cpr nel nostro Paese e questa è una cosa grave”, affermano i senatori dell’alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi e Tino Magni.
“I Cpr sono luoghi di detenzione per persone che non dovrebbero essere detenute, e sono peggio delle carceri vere e proprie – proseguono i senatori di Avs – Il ministro poi dovrebbe anche sapere che sono tante le inchieste della magistratura sulle gestioni dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio dei migranti. Si cambia città ma le accuse sono sempre le stesse: trattamenti disumani, maltrattamenti, abuso di psicofarmaci, malagestione, carenze igienico-sanitarie, truffa ai danni dello Stato. I Centri di permanenza per i rimpatri sono luoghi non modificabili, essendo strutturalmente concepiti per la negazione dei diritti fondamentali e della stessa dignità umana, e per questo vanno chiusi immediatamente”.
“Il ministro dell’Interno Piantedosi entri con me nel Cpr di Milano perché non sa di cosa parla: sono luoghi dell’orrore”, dice Paolo Romano, consigliere regionale del Pd, che lo scorso sabato ha fatto un sopralluogo nel centro di via Corelli, dopo la notizia del pestaggio di un ospite.
“Un ministro dovrebbe informarsi prima di parlare, e visitare i posti di cui parla, non sparare cavolate sulla pelle di migliaia di persone rinchiuse come animali e che per questo spesso tentano il suicidio. Che vergogna per lo Stato italiano”.
“Quelle di Piantedosi sono parole gravissime che confermano il colpevole cinismo del governo. Il Cpr di via Corelli va chiuso e la struttura va riconvertita a uso sociale. Qualsiasi altro intervento rischia di peggiorare semplicemente le cose. Si vuole aspettare il compiersi di una tragedia?”, dice il capogruppo in Consiglio regionale della Lombardia e responsabile nazionale per le politiche migratorie del Partito democratico, Pierfrancesco Majorino.
(da Fanpage)

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OLTRE LA META’ DELLE REGIONI NON GARANTISCE LE CURE SANITARIE ESSENZIALI: I DATI DEL MINISTERO

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

NEL 2022 SOLO 9 REGIONI SU 21 HANNO GARANTITO LE CURE MEDICHE ESSENZIALI

È un quadro gravissimo quello dipinto dai dati provvisori sui Lea – i Livelli essenziali di assistenza – per il 2022: solo 9 Regioni su 21 hanno garantito le cure mediche essenziali, il resto (oltre la metà) non ha invece raggiunto il livello di sufficienza. Sono i dati preliminari del ministero della Salute, anticipati da Quotidiano Sanità, a evidenziare la situazione in cui versa la sanità italiana, analizzando i tre macro indicatori: prevenzione, ospedale e territorio. Ben 12 tra Regioni e Province autonome non riescono ad assicurare uno standard minimo. Un dato in peggioramento rispetto al 2021.
In cima alla classifica troviamo il Veneto, seguito da Emilia Romagna e Toscana: sono queste le Regioni più virtuose per quanto riguarda l’erogazione delle cure mediche essenziali. Bene anche la Lombardia e la Provincia autonoma di Trento. Inoltre, sempre sopra la soglia di sufficienza, troviamo il Friuli Venezia Giulia, l’Umbria, le Marche e la Puglia.
A registrare l’insufficienza in una delle tre macro-aree ci sono invece la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, il Lazio, l’Abruzzo e il Molise: tutte queste Regioni non raggiungono lo standard minimo per quanto riguarda la prevenzione. A essere invece insufficienti in due macro-aree – si tratta quindi delle Regioni dove la situazione è più critica – sono il Piemonte, la Campania, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna.
Dall’analisi di questi dati provvisori appare subito chiaramente il divario territoriale che esiste tra il Nord e il Sud del Paese e riguarda anche la sanità. Le Regioni con i punteggi sono tutte del Centro-Nord, ad eccezione della Puglia, mentre quelle insufficienti in più categorie si trovano quasi esclusivamente nel Mezzogiorno.
Secondo la fondazione Gimbe già oggi moltissimi cittadini del Sud sono costretti a recarsi in altre Regioni per ricevere cure mediche appropriate e con il progetto dell’Autonomia differenziata la situazione non migliorerà: anzi, questo gap non farà che aumentare.
(da Fanpage)

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L’ULTIMO SFREGIO A NAVALNY: IL CORPO DEL DISSIDENTE NON SARÀ CONSEGNATO ALLA FAMIGLIA PRIMA DI 14 GIORNI

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

SECONDO LA MOGLIE YULIA, IL BLOGGER È STATO AVVELENATO (DI NUOVO) CON IL NOVICHOK E QUESTO TEMPO SERVE A FAR SPARIRE LE TRACCE… C’È UN SOLO UN ENTE GOVERNATIVO RUSSO CHE PUÒ GESTIRE LA PRATICA: È L’ISTITUTO DI FORENSICA CRIMINALE DELL’FSB, CHE GIÀ FU DIETRO IL TENTATIVO DEL 2020 DI AVVELENARE NAVALNY

Gli stessi che l’hanno molto probabilmente avvelenato, adesso faranno le analisi chimiche per poi comunicare al mondo di cosa è morto. Sentite chi, e per quale lunga serie di indizi.
Il corpo di Alexey Navalny non sarà consegnato alla madre e ai familiari prima di (almeno) 14 giorni. Se passano quattro, massimo cinque giorni dalla morte, le tracce di Novichok vengono cancellate. E Yulia Navalnaya nel suo commovente discorso l’ha detto anche, molto chiaramente: «Era impossibile spezzare mio marito. Ecco perché Putin lo ha ucciso. Con vigliaccheria e vergognosamente, senza mai pronunciare il suo nome. Nascondono il suo corpo… Finché non scompariranno le tracce dell’ultimo Novichok di Putin».
Il primo a far capire che i sospetti di un nuovo avvelenamento su Navalny erano fortissimi è stato Alexander Polupan, un medico-rianimatore che conosce meglio di tutti la storia del primo avvelenamento di Navalny, quello avvenuto nell’agosto 2020 in Siberia. Dopo che Navalny fu avvelenato, a Polupan fu permesso di vedere il dissidente in un ospedale di Omsk.
Fu lui a insistere e a battersi per un trasferimento immediato all’estero, e Polupan fece parte della commissione che decise di trasportare Aleksey in Germania. Yulia Navalnaya cercò molto attivamente di convincere medici e funzionari dei servizi a consegnarle suo marito per farlo curare in Germania. Si rivolse persino pubblicamente a Putin – cosa che le deve essere costata moltissimo, considerando lo schifo che prova per quest’uomo.
Intervenne Angela Merkel, molto colpita anche da Yulia. Dopo di che Navalny poté essere portato a Berlino, per essere curato e salvato. Polupan ha cominciato a pensare subito a un nuovo avvelenamento. Ora Yulia l’ha detto: Aleksey è stato di nuovo avvelenato. Di nuovo con il Novichok. «Sappiamo tutto, anche i nomi, e li faremo presto, uno a uno», ha detto mentre annunciava che si accinge a prendere il testimone di Navalny.
Chi sono questi nomi? È possibile provare a ipotizzare la pista più seguita, in questo momento? I principali collettivi investigativi indipendenti russi stanno puntando direttamente, con poche esitazioni, verso l’Fsb, i servizi interni di Putin, i successori infami del Kgb. E in particolare verso uno dei suoi “squadroni della morte”.
Mediazona, attraverso le telecamere stradali, ha rintracciato un convoglio che si muove tra la sede della prigione “Lupo Polare” e la città più vicina, Salekhard, la notte successiva alla morte di Navalny. Sette ore prima circa dell’arrivo della povera madre di Navalny al carcere, stavano nascondendo le tracce dei loro orrori. Per darlo a chi, quel corpo?
Christo Grozev di Bellingcat ricorda che «la volta precedente che l’Fsb ha rapito il corpo in coma di Navalny, poi ha passato due giorni a “ripulire il corpo” e i suoi vestiti dalle tracce di Novichok, prima di (pensare) di poterlo consegnare in tutta sicurezza».
Ora siamo precisamente in questa fase: stanno manipolando il povero corpo morto, per nascondere le tracce.
Nel frattempo il provider delle telecamere a circuito chiuso di tutta Salekhard, la città di 50mila persone dove il corpo di Navalny è stato portato nella notte dell’assassinio, ha chiuso l’accesso a tutte le immagini e alle telecamere. Qualcosa che evidentemente può avvenire solo su richiesta dei servizi segreti federali, l’Fsb.
Secondo fonti bene informate su questo dossier, c’è un solo un ente governativo russo che può gestire la pratica terribile degli “esami” post mortem (per occultare le prove) in un caso dell’importanza di Navalny: è l’Istituto di Forensica Criminale dell’Fsb, che già fu dietro il tentativo del 2020 di avvelenare Navalny, ed ebbe l’incarico di «ripetere la perizia» anche sul corpo di Boris Nemtsov.
Ci sono tre figure apicali, che gestiscono il programma di ricerca e avvelenamenti dell’Fsb. Il più basso è il colonnello Stanislav Makshakov, che è in contatto con gli “squadroni della morte” Fsb sul campo. Makshakov riferisce al generale Kirill Vasilyev, direttore dell’Istituto di Criminalistica dell’Fsb. Vasilyev a sua volta è subordinato al generale Vladimir Bogdanov, ex capo dell’Istituto di Criminalistica e poi a capo della sua entità madre, il “Centro tecnologico speciale” dell’Fsb. Le analisi sul corpo, fatte fare agli stessi specialisti in assassinio. Un capolavoro del gulag.
(da La Stampa)

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DOMENICA IN SARDEGNA PUÒ CAMBIARE TUTTO: SE ALESSANDRA TODDE, CANDIDATA DEL CAMPO LARGO SCHLEIN+CONTE, VINCESSE, SAREBBE L’INIZIO DELLA FINE PER GIORGIA MELONI

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI HA PROMOSSO SCHLEIN COME AVVERSARIA PERCHÉ PENSAVA DI BATTERLA FACILE, MA LA SOTTOVALUTAVA, ED ELLY SCHLEIN HA FATICATO A  SFIDARLA PERCHÉ LA SOPRAVVALUTAVA. DUNQUE PER ELLY SCHLEIN LA SARDEGNA È UN’ORDALIA. SE VINCESSE…”

Il furbo Conte ha fiutato l’aria e vuole l’accordo nazionale con Elly Schlein perché non è riuscito a sorpassarla a sinistra: bacia la mano che non può tagliare. De Luca ha smesso di insolentirla.
Se davvero, domenica vincesse le regionali in Sardegna, Schlein “diventerebbe” finalmente ciò che è: il segretario; conquisterebbe la leadership della sinistra in una vera battaglia, al tempo stesso feroce e modesta, com’è quella tra Alessandra Todde e Paolo Truzzu
Sono entrambi candidati “alter ego” delle due donne che si sono promosse avversarie. E probabilmente Giorgia Meloni ha promosso Schlein perché pensava di batterla facile, ma la sottovalutava, ed Elly Schlein ha faticato a legittimarla e sfidarla perché la sopravvalutava. Dunque per Elly Schlein la Sardegna è un’ordalia.
Se vincesse, domerebbe i vecchi mandarini del partito che, alternando gli osanna e i crucifige, non vorrebbero neppure che la segretaria si candidasse, condannandola alla dissipazione nei poltronifici, all’assedio estenuante dell’apparato, al fuoco lento della mediocrità.
(da La Repubblica)

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MATTEO, IL RAGAZZINO 14ENNE CHE HA SALVATO LA VITA A UN UOMO

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

GLI HA FATTO IL MASSAGGIO CARDIACO GUIDATO DAL 118: “IO L’UNICO A FERMARMI”

Aveva visto quella mossa nella serie Doc. Matteo Ridolfi, 14enne di Colognola ai Colli in provincia di Verona, ha così deciso di attuare il massaggio cardiaco. Salvando la vita a un pensionato di 65 anni colto da infarto in strada.
Lui è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Verona. La prognosi resta riservata. Ma pare fuori pericolo. E Matteo racconta il suo gesto in un’intervista a La Stampa: Il giorno che ha visto il telefilm, spiega, «era il giorno del mio compleanno, ma ero a casa in punizione, perché non mi ero comportato tanto bene con i miei genitori. Meno male, mi viene da dire adesso».
Quel giorno era il primo pomeriggio di domenica 18 febbraio: «Stavo andando in bici al campetto della scuola per andare a giocare a calcio con i miei amici, quando ho sentito urlare una donna. Ho mollato la bici, sono corso verso di lei e ho visto che c’era un uomo disteso a terra».
La telefonata al 118
La signora, racconta Matteo, era al telefono con un operatore del 118 ma non sapeva dove si trovasse precisamente: «Le ho preso il cellulare dalle mani e ho comunicato la nostra posizione esatta». Poi l’intervento: «L’operatore del 118 mi ha detto di provare a togliere la maglietta al signore, ma non ce l’ho fatta, allora gliel’ho solo aperta un po’. E poi ho iniziato a fargli il massaggio cardiaco, seguendo attentamente le indicazioni al telefono: appoggiare le mani sul petto e poi spingere, a ritmo. Sono andato avanti per un quarto d’ora buono, senza mai fermarmi, fino all’arrivo dei medici, con ambulanza e elisoccorso. Mi hanno detto che sono stato bravo».
La mamma
Matteo racconta che siccome non era arrivato al campetto la madre si è precipitata a cercarlo. Quando lui gli ha raccontato di aver salvato la vita a un uomo, lei non gli ha creduto: «Dopo l’arrivo dei medici, me ne sono andato al campetto a giocare. Ha capito che non mi stavo inventando una scusa solo quando è arrivata la figlia di quell’uomo, che ha detto a mia mamma che ha un figlio meraviglioso». E conclude così: «Sono stato l’unico che si è fermato. C’era un altro signore: ci ha guardato, ma poi ha tirato dritto, senza neanche chiederci se avessimo bisogno di aiuto».
(da agenzie)

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LA STORIA DI MOHAMED, L’OPERAIO MORTO NEL CANTIERE ESSELUNGA CHE PARTIVA TUTTI I GIORNI DA BERGAMO

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“META’ SOLDI GLIELI DAVANO REGOLARMENTE, L’ALTRA META’ ERANO IN NERO”

Faceva Bergamo-Firenze, tutti i santi giorni, a 54 anni, per lavorare nel cantiere Esselunga, dove il crollo di una trave ha posto fine alla sua vita. Si chiamava Mohamed Toukabri, tunisino. La sua storia la racconta i fratello Sarhan, intervistato dal Corriere Fiorentino. «Aveva soltanto 19 anni quando era partito dalla Tunisia per venire in Italia. Ricordo quel giorno quando si lasciò alle spalle la nostra città, salutando i nostri genitori, era contento di partire, voleva un futuro diverso, s’imbarcò su quella nave e se ne andò, a quel tempo si poteva viaggiare liberamente tra una sponda e l’altra del Mediterraneo», racconta il fratello, disperato, seduto nel corridoio di Medicina legale, all’ospedale di Careggi, in attesa del riconoscimento della salma.
Sarhan fa il pizzaiolo a Napoli. Lavora con la nipote Rim, figlia di Mohamed. Con lui, a fargli compagnia, ci sono l’Imam di Firenze Izzeddin Elzir e Fatima Benhijji, in rappresentanza del consolato marocchino che sta seguendo le altre vittime del cantiere.
«Raggiungeva Firenze, poi tornava a Bergamo la sera. E il giorno dopo ripartiva»
Sarhan è incredulo: «Ho sentito mio fratello l’ultima volta una settimana fa, l’ho visto in videochiamata, mi ha detto che tra pochi giorni sarebbe venuto a Napoli a trovarmi. In quella videochiamata mi disse che aveva trasferito pochi giorni prima 500 euro sul conto dei nostri genitori in Tunisia, mandava i soldi a casa di tanto in tanto e stavolta li aveva mandati per sostenere la nostra famiglia nel periodo del Ramadan». Mohamed lavorava sempre.
«Viveva a Bergamo – spiega il fratello – mi raccontava che partiva ogni mattina con un furgone guidato da altri per raggiungere il cantiere di Firenze, poi la sera tornava a casa, per poi ripartire la mattina dopo. Era un lavoro duro, così diceva, non guadagnava tanto, metà soldi glieli davano regolarmente, l’altra metà invece erano in nero».
«È andato a trovare i nostri genitori a Natale dell’anno scorso, dopo 33 anni da quando era partito – ricorda ancora -. È stato terribile informarli che mio fratello era sotto quelle macerie. Lui si impegnava tutti i giorni per lavorare duramente, non per andare a morire, non si può morire lavorando dentro un cantiere, ci sono senz’altro delle responsabilità che mi auguro siano accertate».
Mentre si cerca di capire ancora l’esatta causa del crollo oggi è il quinto giorno di ricerche, condotte dai vigili del fuoco, nel cantiere di via Mariti, a Rifredi. Si cerca tra le macerie del supermercato Esselunga in costruzione l’ultimo degli otto operai travolti il 16 febbraio, dove il cedimento di una trave ha fatto crollare tre solai. All’appello manca Bouzekri Rachimi, 56 anni, marocchino. Finora sono quattro le vittime accertate, tre i feriti. Si stanno demolendo a mano le macerie in cemento armato, tagliando via via i tondini di ferro all’interno. Decine ancora i vigili impiegati, con le squadre Usar. A circa 500 metri dal cantiere è stato posto uno striscione con scritto “Dolore e rabbia, Rifredi vi odia! Basta morti sul lavoro”.
(da agenzie)

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CON L’IDENTIFICAZIONE SELVAGGIA C’E’ IL RISCHIO SCHEDATURA DI MASSA

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IDENTIFICARE SENZA REALI MOTIVI DI ORDINE PUBBLICO RISCHIA DI DIVENTARE UNA SCHEDATURA ARBITRARIA IN BASE ALLE MANIFESTAZIONI CHE SI FREQUENTANO

Sarà capitato anche a voi, come sostiene il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, subire un’identificazione dalla digos, cioè il reparto della polizia che si occupa di manifestazioni, movimenti politici di estrema destra e sinistra e dell’ordine pubblico negli stadi.
A chi non è capitato, in fondo, esibire patente e carta d’identità e consegnarlo nelle mani dell’agente, che chiede: «Documenti, prego». Certamente sarà successo per un controllo stradale. Cosa diversa è l’identificazione selvaggia in voga con i patrioti al governo, che il motto ordine e disciplina lo usano a proprio piacimento solo quando conviene, mai per gli “amichetti” finiti in storie di malaffare.
La situazione attuale è più o meno nota. Urli al teatro “W l’Italia antifascista”? Stanne certo, verrai identificato dalla digos. Partecipi a una veglia per rendere omaggio ad Alexei Navalny, l’oppositore di Putin? Pochi dubbi, conviene presentarsi con carta d’identità in mano perché qualcuno in divisa vorrà sapere chi sei.
Un copione ripetuto più volte. È successo, nelle settimane scorse persino ad alcuni manifestanti pacifici davanti al teatro India di Roma. Alcuni mesi è accaduto lo stesso a un’attivista contro il cambiamento climatico al Festival di Mantova, colpevole di aver esposto il cartello «Ma non sentite il caldo?», solo che tra gli sponsor dell’evento c’era Eni.
In nessun caso tra quelli citati si sono verificati episodi di violenza. Si è trattato di esercizio del dissenso con modalità pacifiche. Esercizi della libertà di critica (tutelata dalla nostra Costituzione) contro regimi sanguinari, o per contestare la gestioni della cosa pubblica, o per ribadire i principi dell’antifascismo su cui si fonda la Repubblica.
Chi esercita questo diritto può essere trattato da sovversivo dell’ordine pubblico? Naturalmente la risposta è scontata, ma di questi tempi è meglio ribadirla: no, non può subire questo tipo di trattamento.
Piantedosi dopo l’identificazione dei manifestanti pro Navalny a Milano si è affrettato a dire: «È capitato pure a me nella vita di essere identificato, non è un dato che comprime una qualche libertà personale». Poi ha aggiunto: «L’identificazione delle persone é una operazione che si fa normalmente nei dispositivi per il controllo del territorio». In un comunicato la Questura cerca di spegnere l’incendio parlando di «eccesso di zelo degli operatori».
Il ministro, tuttavia, omette un dettaglio che tale non è. Quando una persona è sottoposta a identificazione, gli agenti appuntano le generalità e le inviano alla centrale operativa. Qui i dati anagrafici e di contesto vengono memorizzati nel sistema informatico. Sono informazioni che ogni agente di polizia ritroverà anche a distanza di anni consultando il cosiddetto Sdi (Sistema d’Indagine del centro elaborazione dati del Viminale). Una procedura lecita, naturalmente. Che però permette di incamerare informazioni su ogni cittadino e schedarlo sulla base di una partecipazione a un evento, che sia una serata al teatro o una veglia contro Putin.
Nel cervellone informatico delle forze dell’ordine e del ministero resta così una traccia delle idee politiche, dei luoghi di incontro, della cerchia di persone che frequentiamo e con cui siamo stati identificati.
Lo Sdi è un curriculum segreto che contiene le volte in cui un cittadino ha fornito i documenti a un poliziotto per qualunque motivo: dall’alt al posto di blocco fino ai pernottamenti in hotel.
L’accesso a queste informazioni è limitato. Non tutti i poliziotti, carabinieri o finanzieri possono accedervi. Sicuramente possono farlo i servizi segreti. Marco Vizzardelli, che ha urlato dal loggione della Scala “W l’Italia antifascista”, troverà per molto tempo nella sua pagina Sdi l’identificazione fatta al teatro. Il motivo? «Urlava W l’Italia antifascista». Una “macchia” politica indelebile. Che durerà per sempre, perché nello spazio indefinito dello Sdi non esiste prescrizione. Piantedosi lo sa bene, per questo identificare senza reali motivi di ordine pubblico rischia di diventare una schedatura arbitraria in base alle manifestazioni che si frequentano.
(da editorialedomani.it)

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DA ZAIA A BONACCINI, DA TOTI A DE LUCA: COSA FARANNO SE SALTA IL TERZO MANDATO

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

GIA’ PRONTE LE STRATEGIE, TRA STRASBURGO E MONTECITORIO

Game over. Per i 7 governatori più votati e popolari la corsa sta per finire. A meno che non sia cancellata la regola che impedisce di candidarsi per il terzo mandato consecutivo. È la norma al centro del braccio di ferro su cui si sta lacerando il centrodestra e all’ordine del giorno oggi della Direzione del Pd. Ma così come stanno le cose, stop alle regionali del prossimo anno per il leghista Luca Zaia (Veneto), per il dem Stefano Bonaccini (Emilia Romagna), per il centrista Giovanni Toti (Liguria), per i piddì Michele Emiliano (Puglia) e Vincenzo De Luca (Campania). Più in là si dovranno fermare il presidente del Friluli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga e quello della Lombardia Attilio Fontana.
Non c’è gabola politica che tenga. Né storia e neppure dote di consensi. Loro vorrebbero continuare e ricandidarsi. Invece dovranno inventarsi cosa fare in futuro.
Per Zaia la tentazione della lista civica
Luca Zaia ad esempio – che è alla guida della Regione più ambita nel centrodestra e che Giorgia Meloni vuole sfrattare definitivamente – cerca di tenere i nervi saldi. Perché c’è una cosa che al “doge” leghista, riletto alla guida della Regione nel 2020 con il 76,79% di voti, non va giù: che la politica romana pensi di passare sopra la testa dei cittadini veneti. Nelle ultime ore quindi si è fatto sempre più forte il tam tam: Zaia potrebbe creare una propria lista civica, candidarsi consigliere, e scegliere come front man e candidato governatore Mario Conte, il sindaco leghista di Treviso, oppure Alberto Stefani, il segretario della Liga Veneta e deputato.
L’insofferenza di Emiliano
Non meno insofferente è Michele Emiliano. Ex magistrato, dem abituato a decidere senza obbedire al Nazareno, ha già fatto sapere che non intende correre per le Europee. Tradotto: se Elly Schlein pensava di togliersi una castagna dal fuoco, e di racimolare consensi, sarà delusa. “Alle Europee non mi candidato perché devo finire il mandato in Regione, sempre per il principio di sovranità”. E ha portato acqua al mulino della fine ai limiti di mandato: “La Costituzione non prevede limiti al mandato, secondo me mettere dei limiti ai mandati democratici è incostituzionale”. Poi, en passant, ha ricordato: “Io ho preso 110 mila voti più della mia coalizione nel 2020. Certo dal punto di vista personale, continuare all’infinito è faticoso”.
Bonaccini e la finestra delle suppletive
Per Stefano Bonaccini la scelta è delicata. Presidente del Pd, difficilmente può sottrarsi alla candidatura alle Europee che Schlein gli ha chiesto per tempo. Non è un mistero che amerebbe andare avanti a guidare l’Emilia Romagna. E poi? Se è game over, potrebbe sempre presentarsi a elezioni politiche suppletive. I più machiavellici tra i suoi supporter hanno già trovato la soluzione: mettere in lista per le europee Virginio Merola, ora deputato bolognese. E poi portare Bonaccini alle suppletive per quel seggio. Da emiliano-romagnolo concreto, Bonaccini lascia dire.
In Liguria l’ipotesi della legge ad hoc
E c’è Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, ex forzista, a smarcarsi da tutti. Convinto che “dal punto di vista giuridico” ogni governatore possa decidere come meglio ritiene se e quante volte candidarsi. La Regione ha la potestà legislativa, quindi legifera. Potrebbe tentare una forzatura? Norma ad hoc e ricandidatura. È però un politico esperto, sa che è un percorso a rischio.
De Luca il rivoltoso
‘O governatore per antonomasia è Vincenzo De Luca. Pochi giorni fa ha guidato la rivolta del Sud a Roma contro l’autonomia leghista. In Campania ha un largo seguito, ma Schlein lo vedrebbe bene pensionato a godersi la quiete di Ravello. L’insulto a Giorgia Meloni è stata l’ultima trovata, la segretaria spera nella zeppa dei limiti di mandato per evitare la sua ricandidatura.
Più tempo per Fontana e Fedriga
In Lombardia c’è tempo. Attilio Fontana, leghista, è a favore del terzo mandato, come da indicazioni di via Bellerio. Al presidente della Conferenza delle Regioni, leghista e buon mediatore, Massimiliano Fedriga non dispiacerebbe perseverare come presidente del Friuli Venezia Giulia e ricorda che la Regione ha potestà legislativa. Ha parlato con tutti i presidenti di Regione in questi giorni e dice: sono tutti d’accordo sul terzo mandato, sono ottimista.
(da La Repubblica)

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