Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
L’ARTICOLO DI CAZZULLO SU LUCA DE CARLO, CANDIDATO MELONIANO A GOVERNATORE DEL VENETO
Mi domando che Paese siamo diventati, se un sindaco di una
grande città che si candida a governare la sua Regione può dichiarare di non essere antifascista. Sento dire: basta con questo fascismo, è roba d’altri tempi, parliamo di turismo, di tasse aeroportuali, dei problemi della Sardegna.
Appunto: bastano due, ovvie parole — «sono antifascista» —, e così ci si può confrontare liberamente sulle questioni attuali
Leggo che al posto di Luca Zaia — ottimo amministratore di centrodestra, rieletto nel 2020 con quasi l’80% — dovrebbe andare un signore che festeggia (o festeggiava) il compleanno di Mussolini, da lui chiamato confidenzialmente «zio Benny». In Germania se festeggi il compleanno di Hitler ti mandano in galera; in Italia ti fanno presidente del Veneto. (Il Duce e il Veneto mi rievocano un ricordo d’infanzia. In una casa di amici sul Garda incontrai un uomo anziano che si chiamava come me, Aldo, e aveva le gambe di legno. Le gambe vere le aveva perdute a 19 anni in Grecia, congelato come altre migliaia di alpini, in una guerra d’aggressione che fu un crimine contro il popolo greco e, viste le condizioni in cui fu condotta, anche contro il nostro stesso popolo. Quel signore aveva condotto una vita mutila ma dignitosa: il suo cruccio era di non aver mai trovato moglie, non aver avuto figli. Non chiamava il Duce zio Benny, e non ne festeggiava il compleanno).
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
UN CASO MONTATO AD ARTE CHE IN UN PAESE CIVILE DOVREBBE PORTARE ALL’INCRIMINAZIONE DI CHI HA COSTRUITO LA CATENA DELLE TESTIMONIANZE PILOTATE E FASULLE
Dopo quasi 7 anni dall’inizio del procedimento, la procura di Trapani cambia idea e chiede l’archiviazione per i quattro membri dell’equipaggio di Iuventa, la nave dell’Ong tedesca Jugend Rettet, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, oltre al dissequestro della nave.
A sua volta il governo italiano, che si era costituito parte civile e aveva chiesto un risarcimento, si è rimesso alla decisione del tribunale e ha abbandonato l’udienza svoltasi ieri. È andato in scena mercoledì l’ultimo atto di quello che le organizzazioni non governative hanno definito come «il più imponente e costoso» dei procedimenti intentati contro i soggetti che si occupano di soccorso in mare.
Il caso Iuventa nasce nell’estate del 2017, quando l’allora governo guidato da Paolo Gentiloni, con ministro dell’Interno Marco Minniti, vara il cosiddetto “codice di condotta” per le Ong impegnate nel soccorso in mare. La Ong, tedesca, insieme ad altre organizzazioni, non firma e il successivo 2 agosto viene sottoposta a sequestro per «assistenza alla migrazione illegale» e collusione con i trafficanti, durante tre diverse operazioni di salvataggio avvenute durante il 2016 e il 2017. «Ci sono gravi indizi di colpevolezza» disse l’allora procuratore Ambrogio Cartosio. La Procura di Trapani ha chiesto ieri il non luogo a procedere, perché il fatto non costituisce reato. Il giudice si è riservato la decisione. Secondo l’accusa gli indagati non avrebbero prestato soccorso ai profughi ma avrebbero fatto loro da tramite, trasbordandoli dalle navi dei trafficanti libici e consentendo poi agli stessi, una volta presi a bordo i migranti, di tornare indietro indisturbati.
Immediata la reazione della società civile, accusata per anni, anche con i governi successivi, da forze come la Lega, Fratelli d’Italia e lo stesso Movimento 5 Stelle, di agire come “taxi” del mare.
«La Iuventa non avrebbe mai dovuto essere confiscata – ha affermato Sascha Girke, imputato di Iuventa – e le persone non sarebbero dovute essere lasciate a morire. Ora il tribunale di Trapani ha l’opportunità di fermare il tossico effetto di questa criminalizzazione della solidarietà, una situazione che non avrebbe mai dovuto essere permessa». Per un’altra imputata, Kathrin Schmidt, «dobbiamo essere chiari: le persone in movimento continuano ad affrontare una repressione sistematica e incarcerazioni di massa. Nessuno sarà libero finché tutti saranno liberi».
L’accusa, hanno spiegato i legali della difesa, ha «ammesso la mancanza di credibilità dei principali testimoni e l’assenza di prove che dimostrino l’esistenza di un illecito da parte degli imputati».
Gli avvocati hanno ricordato peraltro di aver presentato una mozione già nel 2019, chiedendo l’archiviazione dell’indagine, fornendo «tutte le prove e il materiale su cui l’accusa sta ora basando la propria decisione, a distanza di anni. Mi sento – ha detto Dariush Beigui, uno degli imputati – sollevato e triste allo stesso tempo. Se la Procura avesse esaminato le prove fin dall’inizio, non sarebbe mai stata autorizzata a sequestrare la Iuventa e ci sarebbero stati risparmiati 7 anni di stress. Un occhio piange, l’altro ride»
«Siamo soddisfatti» ha detto Francesca Cancellaro, legale degli imputat, ma «non è così che funziona uno stato di diritto. Le accuse dovrebbero essere formulate solo dopo un’indagine approfondita e la raccolta di tutte le prove disponibili. Iniziare un processo senza le dovute basi è ingiusto e comporta un onere indebito per gli imputati».
(da Avvenire)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
I MANIFESTI APPARSI IN DIVERSE CITTA ITALIANE
Questa mattina alcune città italiane sono state tappezzate con
dei poster che mostrano i disastrosi effetti del cambiamento climatico.
Sono immagini realizzate con l’intelligenza artificiale e che ci mostrano come potrebbero essere le città europee tra qualche anno, se non verranno messe in campo efficaci politiche di contrasto al cambiamento climatico.
Si vede ad esempio Roma diventare una città del deserto: “Se l’Italia non cambia, il clima cambierà l’Italia”, si legge. Un monito chiaro: se non si riesce a contenere il riscaldamento globale e invertire la rotta, il nostro Paese non si troverà presto più in una fascia di clima temperato, ma dovrà affrontare condizioni più simili a quelle tipiche dell’altra sponda del Mediterraneo, quelle del deserto.
Oppure, in un altro poste ancora, si vedono i famosi canali di Amsterdam completamente essiccati, un effetto della siccità. In questo caso si legge: “Se l’Europa non cambia, il clima cambierà l’Europa”. I poster affissi in lungo e in largo nelle principali città italiane non portano una firma, non sono ancora stati rivendicati da associazioni o partiti politici: è chiaro però che fanno parte di una campagna che esige politiche più incisive di contrasto al climate change. E il fatto che siano state incluse città europee, fa pensare che l’orizzonte sia quello del voto per il rinnovo del Parlamento Ue, in calendario il prossimo giugno.
el resto, in un angolo di questi poster si legge anche “Per cambiare osa!”, affiancato dal sito “iovadoavotare.eu”.
Un’altra delle città ritratte in questi poster è Pisa, completamente allagata: si vede la famosa torre emergere da una radura inondata, forse per effetto delle piogge torrenziali sempre più frequenti in un clima che, anche alla nostra latitudine, si sta tropicalizzando.
E ancora, in un altro poster ancora si vede Venezia sommersa, in conseguenza dell’innalzamento del livello del mare, causato a sua volta dall’aumento delle temperature e dallo scioglimento dei ghiacciai.
In queste immagini non si vedono solo le conseguenze del cambiamento climatico sul territorio, ma anche quelle sociali. Viene ad esempio ritratta una via di Milano piena zeppa di persone accampate in delle tende. Uno degli aspetti forse meno discussi del climate change è del resto lo stretto rapporto tra giustizia climatica e sociale: in una realtà dove le risorse naturali vengono spolpate e dove le emissioni inquinanti innescano eventi climatici estremi, la ricaduta economica sarà brutale. E chi ne risentirà, ancora una volta, saranno i più vulnerabili.
(da Fanpage)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO LO SCOPPIO DELLA GUERRA IN UCRAINA, LE GRANDI AZIENDE ENERGETICHE HANNO AUMENTATO I MARGINI DI PROFITTO PER TUTELARSI E ADESSO NESSUNO VUOLE TAGLIARLI…PER LUCE E GAS SI SPENDE IN MEDIA IL 48% IN PIÙ RISPETTO AL 2021
Il prezzo del gas è tornato ai livelli di maggio 2021, quando l’Europa (e l’Italia) ancora combatteva contro il Covid tra lockdown e zona rosse. Il prezzo dell’elettricità però è ancora molto più alto rispetto a tre anni fa: per luce e gas si spende, in media, il 48% in più. Se allora luce e gas erano commodities, oggi sono un problema per migliaia di famiglie al punto che nel 2022 le famiglie in povertà energetica erano 2 milioni. Basti pensare che secondo l’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica, nel 2022 c’è stato un rincaro di 500 euro rispetto al 2021, che ha spinto la spesa annua media per energia elettrica e riscaldamento delle famiglie a 1.915 euro.
Un +32%, secondo l’analisi Oipe, a fronte di prezzi al consumo cresciuti del 50% e del 34,7%, rispettivamente per energia elettrica e gas. Per il solo riscaldamento, invece, la spesa è salita del 29%, moderata anche dall’aumento generale delle temperature. «Con la ripresa della domanda industriale e lo scoppio della guerra i costi e rischi finanziari per gli operatori sono esplosi. Abbiamo dovuto aumentare i margini per coprirci e adesso nessuno vuole tagliarli» rivela il manager di un’importante azienda energetica del nord Italia
L’aumento delle bollette è confermato dai dati raccolti dall’Osservatorio Segugio.it che evidenziano due trend marcati. Il primo: drastico aumento della quota fissa delle bollette, ovvero l’importo che può essere considerato come un canone mensile richiesto dai fornitori. Il secondo: l’incremento del prezzo materia prima per le tariffe bloccate rispetto a quelle indicizzate.
«Prima la quota fissa valeva pochi euro, oggi si paga 10-12 euro al mese ed è aumentata del 24% per la luce e del 48% per il gas» dice Paolo Benazzi, responsabile Utilities di Segugio.it che poi aggiunge: «I fornitori hanno aumentato il valore della quota fissa, più dell’inflazione, per assicurarsi un margine di guadagno a difesa delle oscillazioni del mercato».
E adesso che il mercato del gas è entrato in fase ribassista non hanno intenzione di tornare indietro. Certo, la stabilità delle quotazioni ha fatto tornare di moda le tariffe a prezzo fisso, ma restano meno convenienti di quelle indicizzate: in assenza di una penale di recesso, gli operatori sono restii a garantire condizioni più vantaggioso. Anche perché a ogni contratto deve corrispondere un acquisto di gas e nessuno vuole impegnarsi correndo il rischio che il consumatore cambi fornitore all’improvviso
(da La Stampa)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
NEL CURRICULUM DI FERA NON C’È TRACCIA DI ESPERIENZE CON I MEDICINALI. NELLA SUA SCELTA PESA IL LEGAME STRETTO CON GEMMATO (ENTRAMBI SONO BARESI) E L’ANTICA CONOSCENZA CON GIORGIA MELONI
Un’Aifa sempre più pugliese, caratterizzata da alte dosi di
“amichettismo”. Da quando il farmacista e esponente di spicco di Fdi Marcello Gemmato è al ministero alla Salute come sottosegretario, si moltiplicano le nomine di suoi conoscenti. Ovviamente un occhio particolare Gemmato lo riserva all’agenzia del farmaco.
Visto che pochi giorni fa se ne è andato, sbattendo la porta, il presidente Giorgio Palù, al momento, come prevede lo statuto, il reggente è il consigliere di amministrazione nominato appunto dal ministero. Si tratta di Francesco Fera, barese pure lui, che è ritratto in una foto pubblicata alcuni anni fa dallo stesso Gemmato su Facebook insieme a colei che il termine “amichettismo” lo ha coniato di recente, cioè Giorgia Meloni. Però per gli altri.
Eppure, a giudicare dalla foto lei è buona amica di Fera, pure da molto tempo. Come spiega il sottosegretario nella didascalia, infatti, l’immagine risale a una decina di anni prima e l’occasione era proprio il compleanno di Fera.
La scena è ripresa a Putignano, dove viene fatto un brindisi di ritorno da alcune manifestazioni. Oggi, l’uomo che siede al tavolo tra i due politici sorridenti guida l’Agenzia del farmaco. Non si sa ancora per quanto tempo, dipende se il ministro alla Salute Orazio Schillaci deciderà di nominare un commissario straordinario oppure indicherà alle Regioni il nome che vorrebbe come nuovo presidente.
Perché Fera è stato scelto come membro del cda dell’agenzia regolatoria? Non certo per il suo curriculum. Di sanità si occupa da poco, dal 2019, quando è entrato all’Aress, l’agenzia regionale strategica per la salute e il sociale della Regione Puglia. Adesso è nell’area amministrativa, inizialmente era responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza.
Prima di arrivare all’agenzia pugliese, si è occupato di politiche giovanili, politiche europee, sistemi informativi, valutazione delle performance della pa e ancora altri temi. Da giovane è passato dalla onlus Modavi e tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 per Novapuglia, agenzia nazionale per i giovani si è occupato dell’organizzazione a Bari del Meeting mondiale dei giovani promosso dal ministero della Gioventù. A quel tempo retto proprio da Giorgia Meloni.
Insomma, non c’è traccia di esperienza con i medicinali, anche se va detto i membri del cda non devono essere necessariamente dei farmacologi o dei medici. Anzi, spesso sono stati assessori regionali, esperti di diritto, tecnici che hanno lavorato al ministero. Tutte cose che comunque Fera non è. Evidentemente la sua amicizia con Gemmato e con Meloni ha giocato un ruolo che va oltre le conoscenze specifiche.
Con Fera sono due i pugliesi finiti dentro Aifa in ruoli di rilievo. Pochi giorni Gemmato ha infatti piazzato uno sconosciuto farmacista di Bari, Vincenzo Lozupone, dentro la nuova Commissione tecnico economica, cioè nel gruppo che decide sicurezza, efficacia e prezzi dei farmaci che entrano nel sistema italiano. Un lavoro difficile, da super tecnici.
(da La Repubblica)
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