Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SI E’ INFRANTA SULLE COSTE DELLA SARDEGNA LA PRESUNZIONE DI ONNIPOTENZA
Cade a Cagliari la maschera di un centrodestra unito comunque
vada, nonostante la palese insofferenza reciproca dei tre leader, vincente con qualunque candidato, in una intramontabile e radiosa luna di miele meloniana.
S’infrange sulle coste della Sardegna la presunzione di onnipotenza di una premier che ha pensato di poter trasformare davvero in oro qualunque cosa toccasse. Perfino uno dei peggiori sindaci d’Italia.
Giorgia Meloni paga l’ingenua convinzione di essere il nuovo Silvio Berlusconi. Colui che era capace di far eleggere governatore il figlio del suo amico commercialista Ugo Cappellacci. Ma erano altri tempi, era il 2009, altre leadership, altro carisma.
Rewind. Nelle elezioni di domenica 25 febbraio perde un destra-centro mai così in rotta al suo interno, in questi 17 mesi di governo. In una Regione in cui la coalizione ha dato pessima prova di sé.
Christian Solinas, vessillo leghista ma di matrice autonomista, è stato uno dei peggiori governatori che si ricordino in quelle latitudini, precipitato in fondo a una sfilza di classifiche e bocciato prima ancora di essere ricandidato (dal solo Salvini). La condanna politica, nel suo caso, è arrivata ben prima delle inchieste, che poi faranno il loro corso, nella legittima presunzione d’innocenza.
Il destra-centro perde poi perché per puro sentimento di vendetta, con molta probabilità, 5.500 elettori di quell’area — ed è lecito sospettare che siano stati simpatizzanti del Partito sardo d’Azione e della stessa Lega — hanno voltato le spalle al candidato imposto da Fratelli d’Italia.
Perde, ancora, perché la Lega è crollata alle percentuali pre-salviniane del 3,8 per cento, in una Regione che finora il partito di Salvini aveva governato.
Presagio infausto per il vicepremier e carico dei peggiori auspici, in vista delle Europee di giugno e di una successiva e sempre più probabile resa dei conti interna al Carroccio. Perde, infine, perché — come raccontava Giorgio Mulé in una intervista a questo giornale — «non si vince imponendo nomi». In quel caso, anche gli alleati moderati di Forza Italia possono iniziare a ricredersi.
Ancor più se il nome imposto è quello di un amministratore, il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, detestato e malvisto a tal punto dai suoi concittadini da fare del capoluogo l’epicentro della imprevedibile vittoria di Alessandra Todde.
Il fatto è che se commetti un errore così clamoroso, rompendo con gli alleati, riducendoli a vassalli, schiacciandoli con un tuo uomo, neanche lontanamente tra i tuoi migliori, allora vuol dire che hai perso lucidità, che la tua leadership si è annebbiata, che la tua supponenza ha prevalso sulla capacità decisionale.
Ancor più perché se non ci fosse stato in campo l’outsider Renato Soru la vittoria del centrosinistra sarebbe stata di una decina di punti di scarto abbondanti, altro che finale al fotofinish.
E qui si viene alla seconda, profonda ragione della disfatta, che travalica la frattura tra i partiti della coalizione. E chiama in causa la stessa premier e non solo perché è lei ad aver cambiato in corsa un candidato incapace con uno fallimentare.
No, Giorgia Meloni è responsabile in quanto presidente del Consiglio di un governo che continua a raccontare la storiella di un’economia in ripresa, con un tasso di disoccupazione ai minimi storici, di un Paese il cui futuro, grazie ai fondi del Pnrr (solo per metà finora investiti), sarà raggiante.
Succede però che i sardi e un po’ tutti gli italiani si imbattono quotidianamente con un’altra realtà diversa, alle casse dei supermercati come alle pompe di benzina. L’economia reale sta paurosamente cozzando con quella programmata. E questo alle urne si paga.
Ancora, Giorgia Meloni è una leader che appare al cospetto di amici e avversari sempre più arrogante. Nervosa. Distruttiva anziché propositiva. E l’arroganza in politica non perdona, ha sempre castigato tutti: Matteo Renzi e Matteo Salvini sono solo le due ultime vittime illustri.
Andatevi a riguardare le immagini del comizio di Cagliari. La premier oscura di gran lunga gli alleati sul palco in un crescendo di rabbia, accuse agli avversari, lo sguardo torvo dell’oppositrice cronica: tutto è colpa degli altri, c’è sempre qualcuno che ce l’ha con lei.
Le vocine storpiate, le faccette da avanspettacolo del Colle Oppio. Sarebbe la presidente del Consiglio. Da lei gli italiani — non gli elettori di FdI ai quali lei continua a rivolgersi in via esclusiva — si attenderebbero rassicurazioni, pacatezza, visione del futuro e, se possibile, anche un tantino di stile.
Lei adesso teme, e fa bene, l’escalation altrettanto rabbiosa di un Salvini ancora più disperato e recalcitrante. Ma è allo specchio che dovrà guardarsi, se sarà davvero alla ricerca del nemico più insidioso.
Alessandra Todde di converso è l’espressione di una nuova leva di politici per bene, moderata, lei sì, efficiente e visionaria. Alla prima governatrice 5 Stelle i sardi hanno affidato la buona amministrazione dopo il buio di questi cinque anni.
Se Schlein e Conte pensano tuttavia che tutto adesso sarà più facile si illudono e parecchio. E le Regionali abruzzesi del 10 marzo e quelle della Basilicata ad aprile potrebbero segnare un brusco risveglio.
Tutto sarà stato vano se i due leader non comprenderanno il messaggio piuttosto semplice ma chiaro lanciato loro dagli elettori che si sono espressi domenica.
Solo uniti, solo se convincenti e politicamente sensati si potrà costruire un’alternativa, dopo la corsa solitaria delle Europee di giugno. Solo allora comincerà la rincorsa per cambiare il corso di questa brutta storia italiana.
(da La Repubblica)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SALVINI LA ATTACCA: “E’ TUTTA COLPA SUA”
La vedono entrare in tarda mattinata a Palazzo Chigi schermata da occhialoni scuri da sole, anche se fuori non c’è il sole. Nessuno ha il coraggio di chiederle “buongiorno presidente, come va?”. La premier comparirà in pubblico, solo in tarda serata, spigliata e autoironica, all’hotel Hilton per un appuntamento informale – senza domande – con la Stampa estera. Momento leggero con i corrispondenti stranieri. Certo, la capa della destra italiana sarebbe nera di umore per via della Sardegna (“che ho perso”), per i sospetti sul voto disgiunto manovrato da Matteo Salvini e dal Partito sardo d’azione (non tornano 5 mila preferenze). Di prima mattina da Palazzo Chigi partono i primi contatti con Paolo Truzzu, il grande sconfitto di Fratelli d’Italia, generazione Atreju, a cui viene data la linea: “Prenditi tutta la responsabilità”.
E infatti così accade a Cagliari in conferenza stampa. Siccome la conferma dell’Abruzzo dell’ex gabbiano Marco Marsilio fa paura, Meloni deve a tutti i costi dare un’immagine di unità per tranquillizzare l’elettorato. A L’Aquila il 5 marzo si presenterà accompagnata da Tajani e Salvini. Un altro ko sarebbe complicato da gestire: Marsilio nasce come dirigente dell’Msi a Colle Oppio, sorella assessore con Alemanno sindaco, moglie in vari staff patriottici. E’ considerato un fedelissimo di Meloni. Ecco perché, con l’occhio a una sfida molto vicina, dopo pranzo esce una nota anodina dei tre leader per dire che in Sardegna il centrodestra ha quasi vinto e che comunque si imparerà dagli errori del passato.
Il partito ribolle. Con teorie anche stravaganti. C’è chi dice che Truzzu sia stata una scelta del territorio. C’è chi, tra i meloniani romani, dà la colpa a Giovanni Donzelli in qualità di coordinatore nazionale per avere dato il via libera all’operazione e c’è anche chi, come la minoranza roman-rampelliana, fa un discorso un po’ più tondo: “Stessa dinamica già vista con la scelta del carneade Enrico Michetti, Giorgia è bravissima, ma non condivide mai le decisioni”. Il mattinale di FdI “Ore 11”, supervisionato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, sostiene che il bagno sardo sia “un fatto locale”. In generale a Fratelli d’Italia non resta, come si dice a Roma, che “consolarsi con l’aglietto” in quanto le liste di centrodestra a sostegno del candidato Truzzu hanno toccato quasi quota 50 per cento, peccato che il voto del presidente abbia raccolto cinquemila (fatali) voti in meno. L’importante è restare uniti, dice Meloni e lo fa ripetere anche a Salvini e Tajani. Di facciata è così. Tuttavia basta passare una giornata in Transatlantico – per un giorno enorme redazione romana dell’Unione sarda visto l’unico tema trattato – per capire che c’è dell’altro.
C’è per esempio Andrea Crippa, vice di Salvini, con la licenza di dichiarare. Il leghista attacca Meloni per aver spodestato Solinas (“non ha ascoltato i territori: queste sono le conseguenze”). E poi rievoca la generosità di Berlusconi; dice che la leader non ha uomini all’altezza; che gli elettori hanno sempre ragione; che su al nord Fontana-Zaia-Fedriga superano sempre il voto delle liste e che a proposito del Veneto come si fa a non ricandidare uno che ha il 70 per cento dei consensi? Crippa, idolo del cronista che cerca un titolo per la giornata, dopo aver parlato con tutti si sposterà fuori dalla Camera per fare un punto con le televisioni e i videomaker chiamati alla spicciolata. Scusate, ma da chi è arrivato l’invito? “Dalla comunicazione di Salvini”. Tana. La strategia insomma è questa, almeno per la Lega. Forza Italia, con il sardo Pittalis abbastanza di buon umore per il capitombolo di Truzzu, pensa solo alla Basilicata, al bis di Vito Bardi, governatore uscente finito nel mirino dei veti della Lega. Per Fratelli d’Italia si può confermare, come spiega il capogruppo Tommaso Foti. Per il Carroccio no. O almeno siamo alle solite manfrine tattiche. Riassunto: tutti danno la colpa a Meloni per la scelta del candidato sbagliato in Sardegna, anche i suoi seppur sottovoce pena l’esilio nel Mali, c’è anche una timida contronarrazione del partito sul voto disgiunto orchestrato da Salvini, ma non regge. Il capo del Carroccio dissimula pace e armonia, ma poi manda il vice a picchiare su FdI. Il teatro della dissimulazione si nutre però di note congiunte perché preoccupa l’Abruzzo e non si può perdere nemmeno la Basilicata. Voce da Fratelli d’Italia: “Ci rivediamo tutti l’11 giugno”. E cioè quando i voti delle europee saranno stati pesati. A partire da quelli acchiappati dalla premier, pronta a correre come capolista.
(da ilfoglio.it)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA SANZIONE APPLICATA DAL MINISTERO DELLA DIFESA: “COMPROMETTE IL PRESTIGIO E LA REPUTAZIONE DELL’AMMINISTRAZIONE”… STIPENDIO DIMEZZATO E DETRAZIONE DI ANZIANITA’
Sospensione disciplinare dall’impiego per 11 mesi, ‘con
conseguente uguale detrazione di anzianità e dimezzamento dello stipendio’. È la sanzione applicata dal Ministro della difesa Guido Crosetto al generale Roberto Vannacci, in esito al procedimento disciplinare di stato avviato lo scorso 30 ottobre.
Lo rende noto all’Adnkronos l’avvocato dell’ufficiale, Giorgio Carta, che spiega: “La sanzione stigmatizza le circostanze della pubblicazione del libro ‘Il mondo al contrario’ che avrebbe asseritamente denotato ‘carenza del senso di responsabilità’ e determinato una ‘lesione al principio di neutralità/terzietà della Forza Armata’, ‘compromettendo il prestigio e la reputazione dell’Amministrazione di appartenenza e ingenerando possibili effetti emulativi dirompenti e divisivi nell’ambito della compagine militare”.
Contro il provvedimento, il legale ha annunciato “immediato ricorso al Tar Lazio”, con richiesta di sospensiva, rivelandone il contrasto con il diritto alla libera manifestazione del pensiero garantito a tutti i cittadini, compresi i militari.
Il generale era finito nella bufera nei giorni scorsi, quando sono state rese note quattro indagini aperte sul suo conto. Il militare è indagato a Roma in relazione ad alcune affermazioni che compaiono nel suo libro “Il mondo al contrario”. Nei suoi confronti viene contestato il reato di istigazione all’odio razziale.
Ci sono poi tre indagini aperte sul suo conto dalla procura militare, quella ordinaria e dalla magistratura contabile per le presunte “spese pazze” del generale ai tempi in cui era a Mosca come addetto militare, tra il 7 febbraio 2021 e il 18 maggio 2022, periodo terminato con l’espulsione dell’alto ufficiale dalla Russia per volontà del Cremlino, che mandò via dal Paese 24 tra diplomatici ed esperti militari italiani per rispondere a un’analoga mossa del governo guidato da Mario Draghi che aveva preso la decisione di mandare via dall’Italia trenta fedelissimi di Vladimir Putin
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
“IN SARDEGNA CI SONO 40.000 ELETTORI CHE SONO ANDATI A VOTARE LEI, INDIPENDENTEMENTE DAI PARTITI, TRUZZU E’ STATO VISTO COME UN CANDIDATO IMPOSTO DA ROMA”… UN SONDAGGIO RISERVATO VEDE MARSILI (FDI, GOVERNATORE USCENTE) IN VANTAGGIO DI POCO
«È una vittoria di Alessandra Todde, ci sono 40 mila elettori che sono andati alle urne per votare lei, senza indicare i partiti. Truzzu invece è stato percepito come calato da Roma e i sardi non l’hanno accettato».
È la lettura che Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, dà delle elezioni regionali in Sardegna. Un dato emblematico del successo di Todde, spiega la sondaggista, è il risultato delle coalizioni: 48,8% per il centrodestra contro il 42,6 del centrosinistra.
Elly Schlein e Giuseppe Conte sperano nel bis in Abruzzo, obiettivo non impossibile: «Al prossimo appuntamento la coalizione del centrosinistra si presenta unita. Se fosse successo anche alle elezioni politiche la partita sarebbe stata molto più difficile per il centrodestra». Sul calo di consensi che sconta Matteo Salvini, Ghisleri si esprime così: «La Lega deve riuscire a comprendere come essere ancora attrattiva».
Truzzu non era favorito?
«Dall’ultima rilevazione che abbiamo fatto una ventina di giorni fa emergeva un quadro quasi sovrapponibile, la distanza era di un punto percentuale. Con un’affluenza più bassa era atteso aumentare il voto di Todde e diminuire quello di Soru. Viceversa un’affluenza poco più alta avrebbe favorito di pochissimo il centrodestra. La Sardegna è una regione che dal ’99 a oggi ha sempre premiato l’alternanza delle forze politiche a ogni elezione. Nessuno ha mai soddisfatto pienamente i sardi tanto da ottenere la conferma del mandato».
L’affluenza al 52, 4% cosa dice?
«Nel 2019 alle regionali sarde aveva votato il 53, 74% degli aventi diritto, 790 mila persone. Oggi hanno votato 757 mila elettori, c’è uno scarto di 30 mila unità tra le due regionali. Mentre il dato interessante è tra le politiche e le regionali. E l’affluenza è maggiore alle regionali. Alle elezioni nazionali del 2022, infatti, avevano votato 714 mila sardi, 40 mila unità in meno».
È stata una vittoria di misura, di circa 2. 800 voti. Quali fattori hanno consentito al centrosinistra di prevalere?
«Ha vinto Todde: ha ottenuto 40 mila voti in più rispetto alla sua coalizione. Mentre nel centrodestra Truzzu registra una differenza negativa di 5. 400 voti. Soru ha uno scarto positivo di 8. 500 voti».
Cosa vuol dire?
«Sia Todde sia Soru hanno avuto più successo delle loro liste».
È il voto disgiunto che agita i sospetti nel centrodestra?
«Solo in parte. Il voto disgiunto potrebbe arrivare a circa 5. 400 unità, incide poco meno dello 0, 8% sull’affluenza. Tolte queste schede ce ne sono altre 35 mila in cui le persone hanno messo la x solo sul nome della candidata del centrosinistra. Todde ha vinto perché incarnava un’identità sarda. È lei che è vincente, più della coalizione».
Quali partiti sono andati peggio?
«Tutti i grandi partiti hanno perso qualcosa in favore delle liste civiche. Forza Italia è il partito che perde di meno, circa 15 mila voti».
E la Lega?
«Alle politiche in Sardegna era arrivata al 6, 25% (43 mila voti), oggi fa il 3,80% con 25.500 voti, quindi perde circa 18 mila voti. Però aggiungendo i numeri del Partito sardo d’azione le preferenze più o meno restano le stesse. Nella somma totale della coalizione il centrodestra fa 48,8%, 8 punti in più rispetto al risultato della stessa coalizione alle politiche. Nel 2022 aveva preso 270 mila voti, oggi alle regionali cresce e si attesta a 328 mila voti. È complicato dire che i partiti della maggioranza di governo hanno perso, sicuramente hanno lasciato voti alle liste civiche».
Salvini non le sembra in difficoltà in quanto a consensi?
«La Lega ha un suo elettorato e delle discussioni interne molto importanti, deve riuscire a comprendere come essere ancora attrattiva al di là dei grandi leader locali, come Zaia, Fontana e Fedriga».
L’errore del centrodestra quindi è stato candidare Truzzu?
«È particolare che il candidato prenda meno voti dei partiti che lo sostengono».
Però anche Solinas aveva un basso gradimento prima di essere bocciato da Giorgia Meloni.
«Quando un presidente uscente non viene ricandidato, come può essere il caso di Solinas, bisogna spiegare perché e poi presentare un profilo che dimostra di essere all’altezza della sfida. Truzzu nel gradimento dei sindaci era terzultimo in classifica».
Come ha fatto Todde a conquistare la fiducia dei sardi?
«La gente di Sardegna è orgogliosa del proprio territorio, ha vissuto la scelta di Truzzu come fosse calata dal “Continente”. Perciò ha vinto la “sardità”, ovvero di essere nell’isola, per l’isola e dell’isola. Non a caso Todde ha fatto una scelta intelligente, non ha voluto i leader nella campagna elettorale. Lei è stata brava nel dialogo quotidiano con le persone, ha capito i temi a cui tengono i cittadini dell’isola: trasporti, sanità e salute».
Sul voto può aver influito la polemica sui manganelli alle manifestazioni di Pisa e Firenze?
«Non credo abbia avuto un’incidenza così importante».
Cosa si può dire di Azione e +Europa?
«Alle politiche del 2022 avevano fatto il 6,8%, oggi l’1,5%. Però nell’8,6% di Soru si distinguono 4 liste civiche, è tutto molto più complicato. Quindi non mi sento di dire che hanno perso molto».
È possibile un effetto traino per il centrosinistra anche in Abruzzo?
«In Abruzzo la coalizione del centrosinistra è unita. Se si fosse presentata così alle elezioni politiche la partita sarebbe stata molto più difficile per il centrodestra».
Il campo largo del centrosinistra può avere un futuro anche a livello nazionale?
Lo devono decidere i partiti trovando la quadra, la differenza sta nel fatto che il centrodestra litiga ma alla fine ha obiettivi comuni. Il centrosinistra invece si spacca su molte realtà. Il tema è fare sintesi e studiare un programma unitario».
Il Partito democratico può aspirare ad avvicinare Fratelli d’Italia alle europee di giugno?
«Innanzitutto il Pd deve staccare il Movimento 5 stelle che lo tallona in termini di percentuali, c’è però un bacino di elettori che potrebbe esprimere un voto utile per Schlein. Il punto d’incontro tra i due partiti per un eventuale testa a testa potrebbe essere il 25%, con il Pd in crescita e Fratelli d’Italia in calo»
(da La Stampa)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA LEGA PRONTA A CEDERE SULLA BASILICATA IN CAMBIO DI UN TERZO MANDATO PER ZAIA
Il patto di non aggressione è durato pochissimo. Lunedì, Giorgia
Meloni, quando ormai era chiaro che in Sardegna le cose sarebbero andate male, aveva chiesto unità ai suoi alleati. Matteo Salvini ha taciuto per tutto il giorno, cancellando anche impegni televisivi già presi, ma poi ieri è tornato alla carica, prima direttamente e poi, con più veemenza, attraverso i suoi dirigenti più fidati. C’è una paura che si fa sempre più concreta: l’effetto domino nelle altre Regioni al voto. In Abruzzo (al voto il 10 marzo) in realtà i sondaggi regalano qualche margine di sicurezza, ma il rischio di venire travolti da una spirale di sospetti reciproci è grande. Per scacciarli i leader della destra saranno a Pescara martedì prossimo, sperando che quell’amore reciproco molto esibito la settimana scorsa a Cagliari sia condiviso dagli elettori. I timori più grandi si concentrano sulla Basilicata, che va alle urne il 21 aprile, sulla quale si è scatenata una battaglia da mesi tra gli alleati. Il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa lo spiega con una certa franchezza: «Cinque anni fa Salvini era fortissimo e si vinceva con qualunque candidato, oggi non è più così. La differenza? Matteo fa le campagne elettorali davvero, Meloni no».
Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, prima di entrare in Aula, fa un’analisi della sconfitta sarda, che suona come un monito: «Abbiamo perso troppo tempo nella scelta del candidato, un errore che non dobbiamo più ripetere».
Per dare un segnale di unità, FdI ha cercato di chiudere più velocemente possibile le partite ancora aperte, in particolare la Basilicata. I colonnelli di Meloni non sono così convinti che ricandidare l’attuale governatore forzista Vito Bardi sia la scelta più adeguata, ma l’urgenza di apparire uniti prevale. Al tavolo convocato a mezzogiorno nell’ufficio del colonnello meloniano Giovanni Donzelli a Montecitorio i leghisti, guidati da Roberto Calderoli, chiedono la Basilicata, con un proprio nome, oppure con un civico. L’atmosfera non è così serena, tanto che nel mirino finisce anche il forzista Giorgio Mulè che in un’intervista a Repubblica aveva criticato Meloni. Un piano più sotto, c’è Crippa che alza un muro: «Con la decisione di non candidare Christian Solinas in Sardegna è saltata la regola di puntare sui presidenti uscenti e quindi ora trovare una soluzione per la Basilicata sarà complicato».
Nella serata poi Salvini inizia ad abbassare le pretese, il negoziato va avanti per tutta la notte, c’è una nota pronta che prevede le candidature di Bardi, Donatella Tesei (Umbria, Lega) e Alberto Cirio (Piemonte, Forza Italia). La nota in realtà non arriva mai, «è ferma per delle limature» dicono da via Bellerio, in attesa di un via libera di Meloni. Forza Italia dà per prossima la firma del patto, sul qualche mancherebbe solo un via libera dei leader. Ma da Fratelli d’Italia c’è molta più cautela, «niente è chiuso», dice uno dei massimi dirigenti del partito della premier, «manca il quadro complessivo».
Il problema, infatti, è che la Lega vuole approfittare di questo eventuale accordo, non solo per confermare la sua governatrice in Umbria, ma per arrivare all’obiettivo massimo, lasciare Luca Zaia alla presidenza del Veneto. Per Fratelli d’Italia, ovviamente, le cose non sono collegate, non può certo bastare un via libera al generale Bardi, per ottenere la riforma del terzo mandato dei governatori, che pregiudicherebbe molte delle aspettative. Eppure la Lega rilancia: «Meloni non faccia in Veneto, l’errore che ha fatto in Sardegna», dice Crippa alla Camera, confermando che l’emendamento sull’abolizione del tetto per i presidenti di Regione, bocciato in commissione, verrà riproposto in Aula, con lo stesso Salvini che, da senatore, potrebbe votare contro l’indicazione della premier.
In Veneto la pressione sul segretario federale resta fortissima. C’è chi lo dice esplicitamente, come l’assessore vicino a Zaia, Roberto Marcato e chi lo sussurra, ma la leadership di Salvini è di nuovo sotto attacco. Sempre dal Veneto arrivano poi le frasi di Massimo Bitonci, che attacca la premier: «Una coalizione non deve utilizzare il manuale Cencelli, guardando magari il voto e quelli che sono i sondaggi politici, ma deve individuare il candidato giusto. Bisogna essere un po’ generosi, soprattutto quando si è sopra».
Al tavolo delle amministrative, che resta ormai aperto in forma permanente, si è discusso soprattutto di città, l’accordo è praticamente fatto per Lecce (con il ritorno in scena di Adriana Poli Bortone) e Prato. In dirittura d’arrivo ci sarebbe anche Firenze, dove il nome più forte resta quello di Eike Schmidt, ex direttore degli Uffizi. Il Carroccio continua a pretendere il candidato sindaco di Cagliari (al voto a giugno), ma per delicatezza si evita di forzare l’addio dell’attuale primo cittadino Paolo Truzzu che potrebbe guidare l’opposizione in consiglio regionale.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SENZA IL TERZO MANDATO, ZAIA PRONTO A SCENDERE DAL CARROCCIO E ADERIRE ALLA LIGA VENETA, DI FATTO, LA LEGA SI SPACCA. PER LA DUCETTA INIZIANO GIORNI MOLTO, MOLTO DIFFICILI
La festa appena cominciata è già finita? No: ma il voto in Sardegna sarà l’inizio della fine se Giorgia Meloni non riesce a mettersi in testa che la politica non è un muscoloide “Qui comando io!” bensì dialogo, mediazione, trattativa. Se non si adegua all’andreottismo dei Palazzi Romani che saggiamente predica che il nemico non si combatte ma si compra o si seduce, rischia di tornare nelle grotte di Colle Oppio a leggere Tolkien.
Ieri gli editoriali più spietati per i fragili otoliti della Melona insardinata appartengono a due firme di centrodestra agli ordini degli Angelucci: Minzolini sul “Giornale” e Sechi su “Libero”. Due pezzi durissimi che mettono sul patibolo l’arroganza di potere messa in campo, in un anno e mezzo di governo, non solo verso l’opposizione ma soprattutto verso i suoi alleati Lega e Forza Italia da un premier che, come un Caligola alla cacio e pepe, pensava di poter permettersi di candidare in Sardegna pure un ciuccio, tanto “Io so’ Giorgia e voi non siete un cazzo”.
La Giorgia, un tipino così pieno di sé che potrebbe stare tre mesi senza mangiare, non aveva considerato che l’impresentabile Truzzu non correva per le politiche dove poteva venir blindato dal cognato fruttivendolo in qualche collegio sicuro, ma il poverino doveva raccattare voti, uno per uno, con la sua faccia e il suo tatuaggio “Trux”.
Qualche numero che illumina la disfatta. Alle elezioni politiche 2022 in Sardegna, Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati prese 161.696 voti pari al 23,6%. Al Senato, invece, 155.098 voti pari al 22,7%. Domenica, i fratellini di Colle Oppio hanno raccolto 93.106 voti pari al 13,60%.
Dieci punti (di sutura) che stanno lì a sottolineare che gli elettori votano la leadership di Giorgia Meloni. Ma se sulla scheda ci metti un Fazzolari col fez, un Lollobrigida col mattarello o anche la sorellina Arianna che cucina un piatto di spaghetti ajo, olio di ricino e peperoncino, ti becchi il risultato-flop del Truzzu.
Altro dato uscito dalle urne che avrà fatto digrignare la dentiera della Ducetta: il Partito Democratico ha raccolto 94.411 voti (13,8%) superando i 93.122 di Fratelli d’Italia (13,6%). Un sorpasso seppur minimo ma che peserà sul prossimo dibattito vespiano tra Elly Schein e Giorgia Meloni in vista delle Europee.
Il 9 giugno si voterà col sistema proporzionale, ogni partito per sé, e dato che nei sondaggi il M5S è vari punti sotto il Pd, per non farsi fagocitare Conte si è sempre smarcato dal “campo largo” (avvenuto in Sardegna solo grazie al fatto che Elly ha accettato la candidatura della grillina Todde).
Ma una volta infilata la scheda nell’urna, Conte sarà finalmente libero e felice di consumare le nozze con la Schlein
Anche perché il M5S perde punti sia rispetto alle regionali che rispetto alle politiche, addirittura passando da 21,8% a 7,8%. A quel punto, il centrosinistra unito avrà più numeri del centrodestra disunito.
Infatti il nemico più intimo della Ducetta è sempre stato il Capitone della Brianza. Al pari di Berlusconi, non l’ha mai sopportata né fisicamente né psicologicamente. Alle solite avvisaglie di Salvini di togliere l’appoggio al governo, la Melona, gonfiati i bicipiti, ghignava minacciando di chiudere la baracca e burattini di Palazzo Chigi e di riportare la “Nazione” alle urne. E con una vittoria di Truzzu, di sicuro “Io so’ Giorgia” avrebbe subito capitalizzato la sua premiership da eroe dei due mondi e chiuso il sipario del primo governo Meloni.
Ma dopo il voto di ieri è svanito il sogno di avere un elettorato motivato e pronto a votare i Michetti a Roma e i Truzzu in Sardegna. Di sicuro, “Su populu sardu” ha suggellato “la fine del mito dell’invincibilità” dell’Underdog della Garbatella: solo metà dei sardi è andata a votare e non per sostenere la Meloni. Figuriamoci sul piano nazionale, perché mai qualcuno dovrebbe sentirsi motivato a uscire di casa per rimettere una croce sul simbolo di Fratelli d’Italia?
Infatti ieri pomeriggio, quando in consiglio dei ministri si è materializzato il rischio della sconfitta, sono volate parole pesanti sul Pnrr tra l’imbufalito Salvini e il peluche di Giorgia, Raffaele Fitto. Da parte sua, la premier è stata costretta a fare l’equilibrista: da una parte ha accusato la Lega di aver azzoppato Truzzu col voto disgiunto. Una cazzata perché chi ha crocifisso il sindaco di Cagliari è stato il Partito Sardo d’Azione, umiliato dalla pubblica decapitazione del loro leader Christian Solinas a opera di una sadica Ducetta.
Riportava “La Stampa” la dichiarazione di un dirigente sardista: “Andate a vedere l’effetto del voto disgiunto a Cagliari e Quartu. A Roma devono capire che non possono imporci nulla a casa nostra”.
Dall’altra parte, Melona ha trattenuto tutti i vaffa della terra: sa che Salvini è un animale ferito, quindi pericoloso, che rischia di brutto di perdere la leadership della Lega. Ieri mattina il governatore leghista del Veneto Luca Zaia è partito a passo di carica per riaprire la strada al terzo mandato.
Già respinto in commissione, la questione del terzo mandato finirà al voto in Parlamento: se i Fratellini di Giorgia, invece di inventarsi qualche deroga per le Regioni, lo bocceranno di nuovo, Zaia potrebbe arrivare al redde rationem del Carroccio: mollare Salvini al suo destino e aderire alla Liga Veneta e organizzare una formazione politica locale. Di fatto, la Lega si spacca. Che fa il Capitone azzoppato: ci sta o no a un ritorno alle radici della Lega Nord dell’epoca Bossi?
Per la Ducetta sono in arrivo giorni molto, molto difficili…
(da Dagoreport)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL TUTTO CON UN AVANZO DI PIÙ DI 546 MILIARDI DI DOLLARI DA INVESTIRE IN ALTRI SERVIZI… CIRCA TRE QUARTI DEI MILIARDARI NEL MONDO SOSTIENE UNA MAGGIORE TASSAZIONE SULLA RICCHEZZA
Uno studio pubblicato da Oxfam Brasile stima che una tassa fino
al 5% sui paperoni dei Paesi del G20 potrebbe raccogliere circa 1,5 trilioni di dollari all’anno: una somma sufficiente per porre fine alla fame a livello globale, aiutare i Paesi a basso e medio reddito ad adattarsi ai cambiamenti climatici, e far sì che il mondo raggiunga gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, con un avanzo di più di 546 miliardi di dollari da investire in servizi, politiche pubbliche e azioni per il clima.
Le conclusioni del report vanno perciò nella direzione della proposta del Brasile ai ministri dell’Economia e della banche centrali, di una tassazione progressiva per i super-ricchi. “Un sistema fiscale equo potrebbe ridurre le disuguaglianze e promuovere società più sane e inclusive”, afferma la direttrice di Oxfam Brasile, Katia Maia. “Tasse più alte per i super-ricchi creerebbero le condizioni per investire in famiglie e lavoratori, proteggere il clima e fornire importanti servizi pubblici, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria, per tutti. Aiuterebbe anche a colmare le lacune esistenti nelle reti di sicurezza sociale, per alleviare l’impatto delle crisi future”.
Un recente sondaggio – secondo il report – ha rivelato che circa il 75% dei milionari nei paesi del G20 sostiene una maggiore tassazione sulla ricchezza, e più della metà ritiene che la ricchezza estrema sia “una minaccia alla democrazia”. E d’altra parte in paesi come Brasile, Francia, Regno Unito, Italia e Stati Uniti, i super-ricchi pagano un’aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto al lavoratore medio. E quattro dei cinque principali miliardari del mondo vivono nei paesi del G20.
(da agenzie)
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Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
DESALVINIZZARE LA LEGA PER ORA E’ IMPOSSIBILE, L’UNICA ALTERNATIVA E’ LA COPPIA ZAIA-FEDRIGA, NON A CASO SALVINI VUOLE IL TERZO MANDATO PER ZAIA, COSI’ RESTA ALTRI 5 ANNI A GOVERNARE IL VENETO… COMUNQUE NOI FACCIAMO IL TIFO PERCHE’ SALVINI RIMANGA: SOLO LUI PUO’ DISTRUGGERE LA LEGA RIPORTANDOLA AL 4%
La sconfitta del centrodestra in Sardegna dà un’amara soddisfazione alla Lega: il candidato che ha fatto fiasco è stato imposto da Giorgia Meloni contro l’ex governatore Christian Solinas, sponsorizzato da Matteo Salvini. Il segretario del Carroccio ora ha un’arma in più per ricandidare Luca Zaia in Veneto. Soltanto così neutralizzerebbe il solo rivale interno (anche se solo teorico), mettendo in sicurezza la propria leadership a rischio dopo il flop annunciato delle europee. De-salvinizzare la Lega? Fantascienza. Ecco perché
Sardegna ingrata, per la Lega. Ma con un retrogusto di amara soddisfazione. Perché se da un lato la sconfitta del centrodestra è imputabile anzitutto alla scelta della Meloni di puntare sulla persona sbagliata, quel Paolo Truzzu finito umiliato nella sua stessa Cagliari, dall’altro proprio questo fatto dà ora il destro a Matteo Salvini per porre con maggior forza la questione delle candidature alle regionali che verranno, quelle che davvero gli interessano. Ovvero una: Luca Zaia in Veneto. Il recente siluro parlamentare di Fratelli d’Italia contro il terzo mandato per i presidenti di Regione non basterà a contenere l’appetito di rivincita di un Carroccio che può a buon diritto rinfacciare al principale alleato di mettere a rischio l’intera coalizione, se ancora si impunterà su personaggi privi di appeal elettorale pur di marcare la superiorità sul socio minore leghista. La prima conseguenza del voto sardo, quindi, sarà un ritorno alla carica per cercare di blindare la rielezione del governatore veneto nel 2025. Per due motivi: il primo, ovvio, è mantenere sotto le insegne della Lega una roccaforte strategica com’è il Veneto, tradizionale serbatoio di consensi. Doppiamente prezioso in questi tempi magri, per un partito che soffre la sudditanza a livello nazionale verso quello della Meloni (secondo gli ultimi sondaggi, lo scarto fra i due resta altissimo: 27% a 8%).
Il secondo motivo è più celato, ma non meno forte: in teoria, Zaia rappresenta per Salvini l’unica personalità spendibile come alternativo alla sua leadership. Con quell’enorme seguito personale di cui gode sul territorio e il gradimento (anche trasversale) di cui beneficia in tutto il Paese, è il solo nome davvero insidioso, per il declinante Capitano. Tanto più che, confinato com’è oggi il bacino leghista al solo Nord delle origini, chi rumoreggia all’interno lamentandosi della brutta china su cui sta scivolando il partito non può che guardare a un leghista vecchia maniera come Zaia, per cambiare rotta. Inchiodarlo per altri cinque anni a Venezia (anche, eventualmente, come sindaco, succedendo a Luigi Brugnaro) sarebbe un’assicurazione sulla vita, per Salvini. Questo sulla carta, perché c’è da mettere in conto un altro fatto, sottovalutato da chi conosce poco Zaia: il doge, per carattere e indirizzo di fondo, ha sempre scrupolosamente seguito la regola di evitare qualsiasi scontro dentro il partito. Ora, la sola eventualità che potrebbe realmente rendere fattibile la sua ascesa al posto di Salvini sarebbe che quest’ultimo si dimettesse da segretario all’indomani delle europee di giugno. È opinione unanime che dalle urne per Strasburgo (in cui si voterà con sistema proporzionale: tot crocette, tot percentuali, senza strane alchimie) la Lega uscirà con le ossa quanto meno fragili e ammaccate. Se non proprio rotte, dovesse essere superata da Forza Italia (che la marca stretta, a quanto pare, attestandosi al 7%). In caso di tonfo, il vicepremier e ministro dei Trasporti si troverebbe oggettivamente a dover rendere conto di un biennio al governo che, dal punto di vista leghista, si è rivelato un flop. A parte il nuovo codice della strada, non si registrano risultati degni di nota da ascrivere al Carroccio: la riforma Calderoli sull’autonomia regionale è avviata, ma con i soliti tempi biblici; il Ponte sullo Stretto è allo stadio di promessa, sia pur condita da studi di fattibilità per dargli una parvenza operativa; il disegno di legge sulla sicurezza è in cammino, e forse qualche effetto-annuncio lo strapperà prima delle urne europee, ma in zona cesarini; gli ultimi accordi in Europa sull’immigrazione hanno confermato per l’ennesima volta il trattato di Dublino che penalizza i Paesi di primo approdo come l’Italia, e sbraitare contro l’Ue non sarà sufficiente come alibi, per un governo che più a destra di così si muore. A Salvini rimangono le cartucce, buone per la propaganda d’occasione, di esternazioni dal sapore di vago controcanto sulla Russia, o le sempreverdi sparate a salve sulla droga. Troppo poco, per un elettorato che vorrebbe più fatti concreti, quelli di sempre: meno tasse, meno burocrazia, meno Stato. Un elettorato pragmatico, magari un po’ stufo dello stile salviniano, inutilmente macho, che è logico si faccia attrarre dalla calamita del partito più forte, Fratelli d’Italia, e persino da quello più debole, Forza Italia.
Salvini non è però tipo da mollare la cadrega. L’apparato del Carroccio, soprattutto a colpi di commissariamenti, è stato plasmato in questi anni a sua immagine e somiglianza, secondo la tradizione leninista in vigore fin dai tempi di Bossi. Una vera e propria dissidenza interna, perciò, è da escludere. Se la tornata europea andrà troppo male, sarà costretto quindi a inventarsi un nuovo corso, che non potrà che andare in una direzione: alzare il livello di conflitto nella maggioranza. In altre parole, tentare di riprendersi i voti “rubati” da meloniani e forzisti. Un gioco pericoloso per la tenuta del governo, che a quel punto correrebbe il pericolo di cadere anzitempo, imboccando il tunnel delle elezioni politiche anticipate. Salvini, insomma, dovrà fare quel che hanno sempre fatto i piccoli partiti in ricorsa qualora a rischio sopravvivenza: rompere, tornando ad avere le mani totalmente libere. Un Papeete II la vendetta. Il che, a sua volta, implicherebbe differenziarsi di più. Molto di più. Nell’unico senso possibile, non a caso già adottato: più a destra possibile (di qui la candidatura del generale Roberto Vannacci). Con Fratelli d’Italia giocoforza istituzionalizzata, e una Forza Italia rassicurante ovvero senza Berlusconi, lo spazio disponibile resta proprio quello più congeniale a Salvini: la protesta, la Bestia 2.0, l’estremismo verbale, la caciara, la deriva a destra. Tutto, pur di non ammettere che la decadenza leghista è colpa sua, e solo sua. De-salvinizzare la Lega, infatti, è impossibile, se nessuno si fa avanti per sottrargli lo scettro del comando. E se qualcuno pensa a Zaia, può star fresco. Alla fine della fiera, se manca la classe dirigente alternativa (com’è mancata in Sardegna, dove il governatore Christian Solinas, l’uomo che Salvini avrebbe voluto ricandidare, non aveva certo brillato), le rivoluzioni non si possono fare.
(da mowmag.com)
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Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
“ABBIAMO VINTO NONOSTANTE SORU CHE HA USATO PAROLE TERRIBILI VERSO UN PARTITO CHE GLI HA DATO TANTO. CALENDA? NON NE HA AZZECCATA UNA. E NON È LA PRIMA VOLTA, BASTI RICORDARE LA SUA SCIAGURATISSIMA SCELTA DI ABBANDONARE LA COALIZIONE, NEL SETTEMBRE 2022 PER REGALARE LA VITTORIA AL CENTRODESTRA
Per una Meloni – Giorgia – che perde, un Meloni – Marco – che
vince. Se e’ stata la premier a imporre il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu uscito sconfitto dalle regionali sarde, è stato Marco Meloni a sponsorizzare la candidatura di Alessandra Todde. Il senatore 53enne, già coordinatore del Pd con la segreteria di Enrico Letta, è il vero artefice del campo largo modello Sardegna. Il 27 ottobre del 2023 presentò a Cagliari il bilancio del suo primo anno di legislatura. All’evento invitò anche Todde.
“Non ho il potere di fare investiture, ma credo che sarebbe un’ottima candidata alla presidenza della Regione”, disse in quella occasione. Ottenne in cambio i mugugni di molti compagni di partito. “Non vinceremo mai con una candidata grillina”, era la sintesi. “Sì è vero, non è elegante dirlo, ma ho creduto fin dall’inizio che la candidatura di Todde fosse competitiva. Queste elezioni dimostrano che quando abbiamo un buon candidato e realizziamo un’alleanza su cose concrete, con un approccio pragmatico, possiamo aggregare. E lo abbiamo fatto nonostante che Soru potesse crearci difficoltà”.
E’ una vittoria del campo largo. L’alleanza coi M5s è imprescrindibile?
“Io non attribuisco al campo largo una valenza di sistema.
Lei parla di una coalizione ampia. Ma Calenda è andato con Soru.
“Calenda non ne ha azzeccata una. E non è la prima volta, basti ricordare la sua sciaguratissima scelta di abbandonare la coalizione, nel settembre 2022 per regalare la vittoria al centrodestra”.
All’epoca il leader di Azione abbandonò il Pd al suo destino perché, diceva, si era alleato con Sinistra Italiana.
“E ora noi l’abbiamo visto a braccetto con forze come Rifondazione comunista e Liberu, un movimento la cui leader l’8 ottobre rilanciava le foto dei deltaplani di Hamas. Hanno imbarcato un caravanserraglio, ed hanno fatto una cosa del tutto incomprensibile”.
Renato Soru ne esce male.
“Ha scelto di non stare più nel centrosinistra e ha usato parole terribili verso un partito che gli ha dato tanto. Il suo risultato parla chiaro. A me interessa che i suoi elettori sappiano che il centrosinistra è la loro casa. Ora guardiamo avanti”.
(da Huffingtonpost)
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