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CI MANCAVA IL VESCOVO EMERITO LEGHISTA DI CHIOGGIA CHE, CON CARITA’ CRISTIANA, AUGURA A BIANCA BERLINGUER: “MI PIACEREBBE FOSSE AGGREDITA E CHE LA POLIZIA SI GIRASSE DALL’ALTRA PARTE”

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

IL PRELATO ATTACCA I RAGAZZI MANGANELLATI A PISA E CHI SOLIDARIZZA CON LORO… A QUANDO UNA DICHIARAZIONE SULLE MIGLIAIA DI RAGAZZINI VITTIME DI ABUSI DEL CLERO?

Bianca Berlinguer «mi piacerebbe fosse aggredita e che le forze dell’ordine si girassero dall’altra parte», scrive in un post poi rimosso su Facebook il vescovo emerito di Chioggia, don Adriano Tessarolo. Nel post di tre giorni fa, il prelato commentava gli scontri di Pisa dello scorso 23 febbraio, dove la polizia ha caricato con i manganelli gli studenti durante un corteo pro Palestina. Nell’ultima puntata di «È sempre Cartabianca» su Rete4, la conduttrice aveva espresso solidarietà agli studenti. Così come aveva fatto anche l’arcivescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto, che aveva espresso «profonda preoccupazione per gli scontri avvenuti nel centro della città che hanno causato il ferimento di alcuni studenti, anche minorenni».
Don Tessarolo da parte sua punta il dito contro gli studenti: «I giovani devono stare alle regole: i poliziotti fanno il loro dovere e chi presenta con violenza va fermato con la forza». La posizione invece espressa da Berlinguer, per Tessarolo avrebbe dimostrato invece che la giornalista è «la solita furbastra, la “Bianca” si vede chi è», alludendo alle sue posizioni politiche.
I precedenti
Già in passato don Tessarolo era stato protagonista di polemiche nate dai suoi commenti controversi sui social. Nel 2018 se la prese con la copertina di Famiglia Cristiana che titolava «Vade retro Salvini».
L’anno dopo si è scontrato con l’allora ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, che si era detto favorevole alla rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche. Tessarolo rilanciò proponendo la rimozione anche della foto di Sergio Mattarella.
(da agenzie)

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SFRUTTATA IN UNO STUDIO DI ARCHITETTURA DI MILANO A 800 EURO AL MESE: PARTITA IVA MA ANCHE 12 ORE AL GIORNO

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

“COSTRETTA A TORNARE NELLA MIA CITTA’, COME FAI A SOPRAVVIVERE A MILANO CON 800 EURO AL MESE”… IL GOVERNO DA CHE PARTE STA? DALLA PARTE DEI GIOVANI ITALIANI O DEGLI ITALIANI SFRUTTATORI?

Sara (nome di fantasia) lavorava come interior designer per uno studio di architettura a Milano. Sia in questa esperienza che nelle altre precedenti si è trovata di fronte a un vero e proprio sfruttamento lavorativo. Nonostante un contratto a partita Iva, era obbligata ad andare in ufficio tutti giorni. Ha lavorato fino a 12 ore al giorno e spesso per uno stipendio che non superava gli 800 euro: “Sono tornata nella mia città di origine. Sono stata costretta a farlo perché vivere a Milano con quello stipendio è imbarazzante”.
Vivere a Milano è diventato sempre più complicato. L’affitto di una stanza o un appartamento potrebbe pesare gravemente sullo stipendio di un lavoratore soprattutto se questo è pari o di poco inferiore al proprio reddito. Per questo motivo molte persone sono state costrette a scappare dal capoluogo meneghino e, in alcuni casi, a tornare nelle proprie città. Non sempre la responsabilità è di coloro che speculano sui contratti di locazione. In moltissimi casi ci si trova di fronte a datori di lavoro che sfruttano i propri dipendenti offrendo condizioni lavorative pietose. Sara (nome di fantasia) ha raccontato a Fanpage.it quanto è stato costretta a subire.
“Dopo aver ricevuto varie offerte di lavoro in cui mi offrivano al massimo una retribuzione di 1.200 euro con partita iva, ho iniziato a lavorare in uno studio di architettura a Milano come interior designer. I primi due mesi, ho ricevuto uno stipendio sotto i mille euro. Quando questo è aumentato, ho iniziato a registrare i primi ritardi nei pagamenti o addirittura la mancata retribuzione. Inoltre, nonostante avessi un contratto a partita Iva, sono stata costretta a recarmi tutti i giorni in studio e seguire un orario come se avessi un contratto da dipendente. Non avevo alcuna libertà professionale”, ha spiegato.
“Quando ho chiesto spiegazioni sui ritardi e i mancati pagamenti, mi è stato risposto che non c’era liquidità per sovvenzionarmi. Mi è stato quindi presentato un foglio in cui mi veniva detto che da quel momento avrei ricevuto uno stipendio di 650 euro. Con questa cifra non si copre nemmeno un part-time, figuriamoci un full-time. È stato vergognoso: anche perché stavo aspettando lo stipendio dal mese precedente che non era ancora arrivato. Per questo motivo, a inizio 2024 ho deciso di chiudere la collaborazione”, ha precisato.
Prima di arrivare a questa scelta, Sara ha provato più volte a far valere i propri diritti. Per esempio relativamente ai propri turni di lavoro e agli straordinari: “Quando ho fatto notare che, essendo a partita iva, non sarei dovuto andare in studio ogni giorno, mi hanno risposto che non gli interessava. Anche quando ho provato ad amministrare il mio tempo, le cose non sono variate. Un giorno ho lavorato 12 ore. In quello successivo ho fatto notare questa cosa e ho dimostrato di aver lavorato più di otto ore. Nonostante questo, mi è stato detto che non era un loro problema. Questa condizione non mi permetteva di avere altre collaborazioni con altri studi”.
Il suo non è mai stato un caso isolato: “Altri miei colleghi, non erano stati pagati. Tutti avevano una partita Iva e, come me, erano costretti ad andare lì. Io poi ho agito per tempo e mi è stato pagato tutto quello che mi spettava”.
Lo studio per il quale collaborava è rinomato e ha diversi clienti che investono in hotel, appartamenti o costruzione di quartieri nuovi: “Hanno un ampio margine di guadagno, che però non investono all’interno della società. Continuano ad aprire posizioni e assumere persone. Sono stati assunti anche soggetti che non erano iscritti all’Ordine degli Architetti, ma che esercitavano comunque la professione. Nonostante siano state inviate segnalazioni agli Organi competenti e siano state perpetrate cause con avvocati, le condizioni sono sempre le stesse. A loro favore, gioca molto il fatto che vengano assunte soprattutto persone straniere”.
Non è l’unica esperienza negativa in questo settore. In gran parte delle realtà che operano in questo ambiente e a Milano sussistono condizioni di sfruttamento e sacrificanti: “Anche l’esperienza precedente è stata molto simile. Era la prima esperienza lavorativa a Milano. Quando ho iniziato, mi hanno proposto uno stage di sei mesi. Mi avrebbero pagata 750 euro al mese. I contributi li versavo io quindi a fine mese la retribuzione era leggermente inferiore. Dopo questo periodo, avremmo valutato il mio futuro all’interno di questa realtà. Durante i sei mesi, sono stata vittima di un comportamento ostico soprattutto perché lesbica e originaria del Sud. Per queste cose, mi dicevano che “non ero in linea con quello che cercavano”, mi chiedevano di cambiare lavoro e fare altro. Non mi hanno però mai mandata via. Sostenevano che i miei elaborati fossero di basso livello, però poi li usavano per venderli ai clienti”.
“Alla fine dei sei mesi, mi hanno detto che non erano ancora pronti per assumermi e che mi avrebbero offerti altri sei mesi. Mi è crollato il mondo addosso anche perché vivere a Milano senza lavoro è impossibile. Ho accettato, ma ho iniziato anche a interfacciarmi con altre realtà. Anche in questo luogo eri costretta a lavorare dalle 9 alle 8 di sera tutti i giorni. E in caso di assunzione ti offrivano al massimo 1.200 euro a partita iva, che al netto erano 1.000-1.100 euro. E quando per un giorno non lavori, ti tolgono una parte di retribuzione che si aggira attorno ai 50-60 euro al giorno. Sono andata a lavorare con l’influenza e con la febbre, ma a loro non interessava”.
E dopo l’ennesima esperienza lavorativa, Sara ha scelto di andare via da Milano: “In tutte le mie esperienze ho guadagnato in media 800 euro e pagavo un affitto di 450 euro e solo perché convivevo. Sono tornata nella mia città di origine. Sono stata costretta a farlo perché vivere a Milano con quello stipendio che ti offrono è imbarazzante”.
(da Fanpage)

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LO STORICO BARBERO AL LICEO ALFIERI DI TORINO: “ANCHE NELLE DEMOCRAZIE C’E’ CHI VUOLE ZITTIRE LE PROTESTE”

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

DAI RAGAZZI MANGANELLATI AD ASSANGE

«I regimi autoritari e le dittature del Novecento e della nostra epoca vivono in un mondo in cui è difficile dire alla gente “il capo ha diritto di far ammazzare chi vuole”. Reprimi? Devi fare le leggi. Le leggi speciali sono state una caratteristica tipica dell’avvento fascismo». Oggi quindi i regimi «fanno fatica a far stare zitti quelli che protestano. Poi naturalmente ci sarebbe da aprire – e non la facciamo adesso – tutta la pagina di come anche le democrazie occidentali ogni tanto trovano qualcuno che protesti un po’ troppo e vogliono far star zitti chi protesta un po’ troppo, che si tratti di manganellare dei ragazzi che protestano in corteo o che di mettere in galera Assange».
Il professore Alessandro Barbero, noto storico e divulgatore, questa mattina presente al liceo Alfieri di Torino tra gli ospiti del primo giorno di autogestione, nel rispondere agli studenti sembra citare anche i recenti episodi di Pisa. La domanda, facendo riferimento anche al caso Navalny, era: “Quale è il motivo per cui questi dissidenti fanno così tanto paura al regime totalitari?” Barbero non si sofferma sul caso specifico russo «su cui sarebbe bello sapere di più», ma precisa che «non è l’Europa del Novecento che ha inventato i regimi autoritari che fanno sparire chi non è d’accordo. Sono sempre stati presenti nella storia». Ricorda l’Impero Romano, «mentre quando succedono al nostro tempo queste cose ci scandalizzano, nella storia sono ovvie».
Il professore in un’ora e mezzo, in cui ha raccolto molti applausi dal giovane pubblico, ha risposto a diverse domande. Storiche, attuali, politiche. Ha ripreso il tema delle proteste studentesche, «è una costante della nostra epoca, in senso lato, che nelle scuole esista qualcosa che si chiami movimento studentesco, che percepisce con fastidio le istituzioni che governano e la scuola vista dal Potere e dallo Stato». Le proteste, aggiunge, «possono essere giustificate o meno ma nella società complessa come la nostra sarebbe molto triste il giorno in cui gli studenti non protestassero più contro quello che cade sulla nostra testa».
Ha risposto anche su come oggi si racconta la guerra. «C’è stato un cambiamento culturale straordinario rispetto a quando la guerra la consideravamo ammissibile». Le guerre nella seconda metà del Novecento «sono non dichiarate», dice citando l’Ucraina e Gaza. Ciò vuol dire che «nessuno fa la guerra sentendosi autorizzato a far tutto e a dirlo», ma anche che ci sarebbe «un’ipocrisia dominante. Facendo la guerra senza dirlo e senza dichiararlo ci si abitua a farla».
Diverse anche le domande sul suo percorso professionale, a cui ha risposto ricordando quando da piccolo nacque il suo interesse per la storia americana e solo dopo, leggendo Marc Bloch, la passione per l’età medievale che lo ha colpito «in modo inspiegabile, come quando ci si innamora di qualcuno». Agli studenti che hanno chiesto consigli ha risposto: «Ognuno di voi è diverso dagli altri. Il consiglio generale che posso dare è: fate quello che vi detta il cuore. Se avete abbastanza chiaro che c’è qualcosa che vi piace davvero, che sia la storia o ahimè la filosofia, magari algebra, linguistica o qualunque cosa». Ma mette anche in guardia «dovete sapere che con la laurea in storia e filosofia nella maggior parte dei casi sarà insegnare a scuola. Vi deve piacere. Se non vi piace pensateci bene ma non credete a chi vi dice “finirete a fare i disoccupati”».
La giornata di autogestione è proseguita con approfondimenti sulla Costituzione con Francesco Pallante, laboratori autogestiti dagli studenti di arte e teatro moderno e toni sportivi. «È stata una giornata molto interessante ed è andato tutto bene – racconta Mattia, uno dei rappresentanti d’Istituto – Siamo soddisfatti perché dietro giornate del genere c’è molto lavoro e anche molti rischi. L’autogestione continuerà domani con altri ospiti».
(da repubblica.it)

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LO SCONTRO TRA TECNOCRATI E FALCHI DEL CREMLINO HA FATTO FALLIRE LO SCAMBIO DI NAVALNY CON L’ASSASSINO RUSSO KRASIKOV

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

PUTIN NON HA ASCOLTATO ABRAMOVIC E HA SCELTO PATRUSHEV

L’assassinio di Alexey Navalny è probabilmente il frutto finale di una serie di indecisioni e di un serio conflitto interno al Cremlino tra «tecnocrati», che hanno variamente cercato di lavorare a uno scambio del più famoso dissidente russo, e «falchi», una gran parte dei siloviki, gli uomini degli apparati, che infine hanno convinto Putin a procedere alla liquidazione del «paziente berlinese» – come Putin chiamò Navalny senza nominarlo, ai tempi in cui veniva curato (e salvato) in Germania dal primo avvelenamento nell’agosto 2020, per intervento diretto di Angela Merkel.
Putin alla fin fine, quando deve scegliere tra il parere di Roman Abramovich e quello di Nikolai Patrushev (il potente capo di tutti i servizi segreti russi), sceglie sempre istintivamente il secondo, che per lui è il Kgb.
Ieri il Team Navalny ha rivelato un dettaglio clamoroso sugli ultimi giorni di Alexey: il 15 febbraio mattina avevano ricevuto la conferma che c’era un accordo di massima per scambiare Navalny, più due cittadini americani, con Vadim Krasikov, un agente del Fsb che sta scontando l’ergastolo in Germania per aver assassinato in pieno giorno, sparandogli addosso da distanza ravvicinata nel parco del Tiergarten, a Berlino – tra famigliole e berlinesi che fanno jogging – un comandante ribelle ceceno-georgiano che aveva combattuto contro la Russia nel 2000, Zelimkhan Khangoshvili.
Nella celebre “intervista” a Tucker Carlson, Putin aveva spiegato già – a una domanda su Evan Gershkovich, il giornalista del Wall Street Journal arrestato in Russia con accuse inventate di spionaggio – come considerava Krasikov.
«Non ha senso tenere in prigione – sostenne il dittatore russo – una persona che, per patriottismo, ha fatto fuori un bandito in una delle capitali europee». Poi aggiunse, inquietante e sibillino: «Che l’abbia fatto di sua volontà o meno, è un’altra questione» (peraltro negando che l’assassinio berlinese fosse stato ordinato da Mosca). Le trattative sono durate due anni, forse ci sarebbe voluto molto meno, ma è andata così, dice Pevchikh, e il 15 mattina il team ha ricevuto la conferma dello scambio. Il 16 febbraio Navalny è morto.
Assassinato.
La proposta di scambiare Navalny era stata recapitata a Putin dall’oligarca Roman Abramovich. E qui entriamo nella storia inquietante dell’omicidio di Navalny. «A Putin era stato detto chiaramente», spiega Pevchikh. «L’unico modo per prendere Krasikov è scambiarlo con Navalny.
«Oh, sì, deve aver pensato Putin. Non tollererò Navalny libero. E poiché sono pronti a cambiare Krasikov in linea di principio, dobbiamo semplicemente eliminare il tema della contrattazione».
Putin si è a quel punto trovato in una falsa posizione, che però di fatto ha segnato definitivamente la sorte di Navalny. Da una parte lui voleva fortissimamente riavere Krasikov, l’aveva fatto sapere agli americani da mesi. Dall’altra però non voleva assolutamente lasciar andare Navalny, il leader di opposizione che ha sempre temuto di più, un politico a tutto tondo, e a pochi giorni dalle elezioni (chiamiamole così) presidenziali.
Washington in linea di principio, spiega una fonte di intelligence occidentale, lavorava almeno all’inizio per riavere Evan Gershkovich, il giornalista del Wall Street Journal fatto arrestare da Putin con accuse inventate di spionaggio, e l’ex marine Paul Whelan, anche lui in carcere in Russia accusato di spionaggio. Ma era stato possibile inserire Navalny nella partita – benché fosse cittadino russo, e non americano – perché esiste la possibilità di scambi internazionali “umanitari”, anche verso Paesi terzi.
Proprio quando la trattativa stava entrando nel vivo, Putin procedeva alla distruzione di Navalny. Dicembre 2023, dopo mesi e mesi di ritardi burocratici, il piano di scambio viene messo in atto.
6 dicembre 2023: agli avvocati non è più permesso di vedere Navalny, che si trova nella colonia penale numero 6 a Melikhovo, nella regione di Vladimir. L’11 dicembre vengono informati che è stato trasferito. Oltre il circolo Polare Artico, nel gulag “Lupo polare” (dove poi verrà ucciso). Arcipelago Putin.
Abbas Gallyamov, ex speechwriter di Putin nei primi anni al Cremlino, spiega: «Non è da escludere che Putin, nel decidere il destino di Navalny, abbia dato il via libera alla realizzazione simultanea di due scenari: “Scambiarlo? Beh, magari lo scambiamo”, “Ucciderlo? Sì, forse avete ragione, probabilmente è davvero meglio uccidere”.
Le autorità non avevano uno scenario ottimale; hanno dovuto scegliere tra diversi scenari sfavorevoli, quindi il capo dello Stato ha esitato. In alcuni momenti ascoltava la parte moderata del suo apparato, in altri si inclinava verso il punto di vista dei falchi».
Alla fine «si è lasciato convincere dai falchi che sostengono che non è necessario tenere conto dell’opinione dell’Occidente in una situazione in cui è incapace di tutto, e sopportare le buffonate degli oppositori in una situazione in cui un gran numero di cittadini aspettano solo un motivo per non scendere più in piazza». Ora però incombono i funeraliNavalny lo perseguiterà anche da morto.
(da La Stampa)

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NON CI VOLEVA UN GENIO PER CAPIRE CHE PAOLO TRUZZU NON ERA IL NOME GIUSTO SU CUI PUNTARE: IL SINDACO DI CAGLIARI

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

APPENA QUALCHE MESE FA, SI PIAZZÒ TERZULTIMO NELLA CLASSIFICA DI GRADIMENTO DEGLI AMMINISTRATORI ITALIANI

Paolo Truzzu qualche mese fa si piazzò terzultimo nella classifica di gradimento dei primi cittadini di tutta Italia, qualcosa forse si poteva intuire. Il risultato di Truzzu è più basso di qualche punto percentuale anche rispetto alle liste che lo sostengono. A Cagliari per il sindaco è débâcle totale. Una forchetta di quasi venti punti: 53% delle preferenze per Alessandra Todde, per Truzzu solo il 34%.
Il «Trux», soprannome che gli è rimasto appiccicato per l’infausto, finto tatuaggio in solidarietà a Paolo Di Canio, ha girato l’isola in lungo e largo in queste settimane.
Comizi, sagre, vongole, cozze e carnevali. Il 17 febbraio è a Siniscola, il paese del padre. Su Facebook racconta il «calore umano» che lo circonda: «In ogni sorriso e in ogni abbraccio ho sentito una connessione ancora più intensa con la nostra terra e con le persone che la rendono unica». Ha perso anche lì.
«Nessuno slogan, solo la Sardegna», il grido di battaglia. Ha promesso biglietti aerei a prezzi ridotti, sconto sulle bollette, assegni per i nuovi nati. Infrastrutture. Come la nuova passeggiata centrale di Cagliari da intitolare a Gigi Riva.
Ma guai a suggerirne una per Michela Murgia: «Non le intitolerei mai una via o un monumento perché mi sembra un personaggio più negativo che positivo. Era una totalitaria, per certi punti di vista».
A parte il calcio è un amante del padel, dei cani e delle birre artigianali. Cattolico e ammiratore di papa Ratzinger, conosce Meloni da studente universitario. Crescono politicamente insieme, la «generazione Atreju».
Mercoledì scorso ha chiuso la lunga corsa elettorale con lei, Salvini e Tajani. Sul palco con i tre leader venuti da Roma, più litigiosi che mai. La sua candidatura è stata l’inizio delle scintille che ora rischiano di avvampare la coalizione. Truzzu naturale contro Todde sintetica: «La scelta è tra noi e chi, per interessi di partito e logiche di potere, ha voluto fare della Sardegna un esperimento, una cavia. Non siamo la cavia di Pd e Cinquestelle. Un esperimento che si è rotto ancora prima di iniziare». Candidato insuperabile, come il tonno in olio d’oliva.
(da La Stampa)

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LA LETTERA DELLA PROF AI RAGAZZI DI PISA: “GLI DICIAMO CHE STANNO SEMPRE SUI SOCIAL, POI QUANDO SI BATTONO PER DEI VALORI LI PRENDIAMO A MANGANELLATE”

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

LORENA CONTE, DOCENTE DI LETTERE: “LI ABBIAMO LASCIATI SOLI”

Lorena Conte, insegnante a Pisa, scrive oggi una lettera aperta su Repubblica ai ragazzi manganellati dalla polizia durante la manifestazione pro-Palestina.
La professoressa di Lettere presso l’Istituto Comprensivo Niccolò Pisano di Marina di Pisa esordisce dicendo che «dobbiamo chiedere scusa ai nostri ragazzi. Non solo se siamo ministri dell’Interno, non solo se siamo questori o poliziotti; ma da insegnanti e da educatori e da genitori. Gli continuiamo a dire che sono apatici, che sono indifferenti, che stanno sempre con la testa china sui social. E quando qualcuno la tira su, quella testa, si becca le manganellate. E si sente dare del maleducato, del non autorizzato». S
econdo Conte il mondo degli adulti ha lasciato soli i ragazzi: «Non siamo riusciti a proteggere i nostri studenti e i nostri figli da questo strano risveglio nella realtà vera. Loro ci hanno provato, solo alcuni hanno avuto il coraggio e l’ardire».
Piazza dei Cavalieri
L’insegnante dice di essere passata quel giorno per Piazza dei Cavalieri: «Mi fermano ma poi dico che sono una prof e mi fanno passare. Forse perché sono vecchia e, come dice mio marito, ormai ai posti di blocco non faccio più paura. E lì il delirio. Poliziotti antisommossa, ragazzi (molti dei miei) che urlano. Cose non gentilissime eh, ma questo non giustifica le manganellate».
E conclude: dobbiamo chiedere scusa a tutti. Ai pochi che hanno preso le botte. Ai tanti che guardavano dalle finestre. «Dobbiamo chiedere scusa a questi ragazzi a cui diciamo sempre di svegliarsi e di lottare per le loro idee. A cui propiniamo come modelli Dante, Alfieri, Pasolini dicendo loro di prenderne esempio dal loro coraggio. E poi, una volta che sotto la pioggia, decidono di sfilare per diritti che non sono i loro, ecco che li riportiamo alla realtà con le cariche. Dobbiamo chiedere loro scusa, perché sotto quella pioggia abbiamo davvero perso tutti».
(da Open)

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LAVORO, IL GOVERNO SI VENDE UNA REALTA’ SMENTITA DAI DATI

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

PRECARI, CIG E PART TIME IN AUMENTO, MENTRE LE ORE LAVORATE SONO INFERIORI AL 2007

I giornali di destra negli ultimi mesi, non fanno altro che sbandierare presunti dati sulla crescita occupazionale, trionfalmente annunciati dal governo, e attaccare chi si azzarda a evidenziare che non c’è nessun boom di occupati. Ma solo sfruttamento, bassi salari, precarietà. Questa coalizione politico-mediatica è la stessa che negli ultimi anni ha attaccato, e poi abolito, il Reddito di cittadinanza, scatenando una lotta contro i poveri anziché contro la povertà. Togliendo un reddito minimo universale che non consentiva più la ricattabilità dei lavoratori più fragili.
Tuttavia, oggi, la stessa coalizione sta scoprendo che “non si fanno le nozze con i fichi secchi” o detto in altri termini, non si può avere crescita economica col lavoro povero. Ma vediamo in dettaglio, e analiticamente, come stanno le cose e qual è lo stato del mercato del lavoro italiano
La tanto sbandierata crescita di occupazione del 2023 e 2024, non solo è trainata da salari reali più bassi (a causa dell’inflazione) e lavoro povero e improduttivo, ma è in gran parte anche fittizia, e si spiega attraverso una attenta analisi dei dati di seguito illustrati. Innanzitutto la stagnazione del Pil (con una crescita di circa 0,6% nel 2023 e nel 2024) ci indica che semmai ci fosse una crescita occupazionale, essa è appunto improduttiva: non si vede cioè nella crescita del Pil e nella produttività.
§Sono cinque i dati negativi che emergono principalmente sul mercato del lavoro.
1) La quantità di lavoro
Le ore lavorate, in termini pro-capite ma anche complessivamente, sono inferiori oggi non solo al 2007, anno di picco, prima della crisi finanziaria e del debito, ma anche al periodo pre-pandemico, come indica il grafico 1. Fatto 100 l’anno base, nel 2015, si raggiunge un picco nel 2007 con 107, si rimane intorno a 101 nel 2019, e si arriva a circa 99 oggi.
2) I segnali di difficoltà
Dal 2023 ha ripreso a crescere la cassa integrazione, dopo che nella crisi pandemica aveva raggiunto il picco, e la successiva riduzione nel 2022 (grafico 2). Nei primi mesi del 2024 siamo a circa 48 milioni di ore totali di cassa autorizzate. Le imprese stanno fronteggiando un declino industriale, con scarsa domanda, e mettono a riposo i lavoratori. Tuttavia, i lavoratori in cassa integrazione, con meno di tre mesi di cassa (praticamente quasi tutti oggi) vengono considerati occupati secondo le nuove regole di Eurostat e di Istat. Ciò fa salire il numero di occupati e non fa aumentare la disoccupazione.
3) La sotto-occupazione
Un ulteriore droga del nostro mercato del lavoro è il lavoro part time. Questo lavoro dà l’idea che l’occupazione sia più alta di quanto sia realmente, e nasconde molta sotto-occupazione. Il part time involontario rappresenta il 60% dei casi. Esso è particolarmente insidioso per le donne, ed è aumentato esponenzialmente dagli anni Novanta in poi. In media, il part time (pubblico e privato) è circa il 18% dell’occupazione totale (4,3 milioni di lavoratori), ma è particolarmente accentuato per le donne, ed è il doppio che in Europa, sia quello femminile che quello maschile. Nel settore privato poi, il part time maschile e femminile raggiunge cifre ancora maggiori come vediamo nel grafico 3 (in media circa il 30%). Dal 2018 in poi, il trend è diminuito, ma ha ricominciato a crescere dalla fine del 2022, ritornando sui livelli record del 43% per le donne e 17% per i maschi nel 2023. Anche questo influisce sulla riduzione delle ore lavorate, seppure in presenza di un numero maggiore di “teste” di occupati.
4) Più precari
Il lavoro a termine è l’altra piaga che finisce per determinare, soprattutto per i giovani, un lungo limbo di precarietà. Fin dalla ripresa post-pandemica è aumentato (Grafico 4). L’unico calo, prima del periodo pandemico, si era avuto tra il 2018 e il 2019, grazie al decreto Dignità, come abbiamo più volte scritto, e su cui c’è ampio consenso. In ogni caso, è bene leggere i dati almeno anno per anno, piuttosto che nelle fluttuazioni mensili, dove si trovano picchi o cali dovuti a periodi stagionali e non stagionali. A fine 2023 abbiamo raggiunto gli oltre 3,6 milioni di rapporti temporanei complessivamente (oltre 2,5 milioni nel settore privato non agricolo). Anche questi dati rappresentano picchi di record, che si erano raggiunti solo nel periodo precedente al decreto Dignità
5) Il calo demografico
Infine occorre ricordare che viviamo in un periodo in cui il calo demografico, in ripresa dal 2008, comincia a influenzare le dinamiche del mercato del lavoro, e i tassi di partecipazione, i tassi di occupazione e di disoccupazione. Il calo demografico infatti ha avuto un impatto sul denominatore della frazione che individua questi tassi, e in particolare sul tasso di occupazione, come già certificato, tra gli altri, nel rapporto annuale della banca d’Italia del 2023 secondo cui “il numero di persone convenzionalmente definite in età da lavoro (tra i 15 e i 64 anni) è diminuito di quasi 800.000 unità”. Questo contribuisce a far aumentare, solo in percentuale, il tasso di occupazione da circa il 59% a circa il 61%. Ma si tratta di un aumento fittizio, statistico e non reale.
(da ilfattoquotidiano.it)

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OGGI E’ LA GIORNATA INTERNAZIONALE DELL’ORSO POLARE, IL RE DI UN MONDO CHE STA MORENDO A CAUSA DELL’UOMO

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

MAGNIFICI ANIMALI CONDANATI ALL’ESTINZIONE A CAUSA DELLO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI, DEL RISCALDAMENTO GLOBALE E DELL’IMPATTO DI COMBUSTIBILI FOSSILI… TUTTI EFFETTI CHE AI SOVRANISTI NON FREGANO UN CAZZO, IMPEGNATI A ELARGIRE CONTRIBUTI AGLI INQUINATORI

Oggi, martedì 27 febbraio 2024, ricorre la Giornata Internazionale dell’Orso Polare (International Polar Bear Day), un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sul drammatico impatto del cambiamento climatico su questa iconica specie.
Il maestoso plantigrado, le cui popolazioni sono principalmente distribuite nella regione artica / circumpolare tra Alaska, Canada, Isole Svalbard e Russia, è infatti fortemente minacciato dalla progressiva e inarrestabile perdita del ghiaccio marino, che equivale letteralmente alla distruzione del suo habitat naturale.
La durata e l’estensione delle piattaforme di ghiaccio marino, del resto, sono crollate sensibilmente negli ultimi decenni e continuano a diminuire, rendendo la vita per questi meravigliosi animali un vero e proprio incubo.
Una delle principali conseguenze dello scioglimento del ghiaccio è la difficoltà per gli orsi polari (Ursus maritimus) di andare a caccia delle proprie prede preferite, le foche, costringendoli a viaggi sempre più lunghi – e a estenuanti nuotate – per raggiungere le fonti di cibo.
§Questo notevole dispendio di energia ha un impatto particolarmente significativo sulle femmine con piccoli, che non riescono più a produrre latte a sufficienza – o di qualità – per sfamare i propri figli.
Nei casi più estremi le madri sono costrette a scegliere se preservare le riserve e salvarsi (condannando i piccoli) oppure sacrificare se stesse per continuare ad alimentarli, fino alla fine.
È quanto emerso da un recente studio guidato dalla professoressa Louise Archer dell’Università di Toronto Scarborough, che ha collaborato con colleghi dell’Alaska Science Center di Anchorage e dell’Università di Toronto.
Secondo i ricercatori, il calo del latte materno ricco di grassi causato dalla riduzione del ghiaccio sarebbe tra i responsabili del crollo della popolazione di orsi polari nell’area occidentale della Baia di Hudson (Canada), dimezzata rispetto ad alcuni decenni fa.
La carenza del ghiaccio rende anche più difficile l’incontro tra potenziali partner e la possibilità di trovare tane valide dove partorire e allevare i cuccioli nei primi mesi di vita.
La mancanza di cibo, inoltre, rende anche più aggressivi i grossi maschi affamati, che possono trasformarsi in un pericolo significativo per le femmine con i cuccioli. Che la fame sia diventata un enorme problema per gli orsi polari è stato ben evidenziato in una recente indagine condotta nel Parco nazionale Wapusk (Canada) da scienziati dello US Geological Survey – Alaska Science Center.
I ricercatori hanno seguito per tre anni con radiocollari dotati di videocamera 20 esemplari durante l’estate artica, evidenziando che 19 di essi hanno perso peso. Gli animali affamati sono stati visti mentre rosicchiavano i palchi dei caribù, fare incetta di bacche e divorare carcasse di uccelli, un rischio enorme a causa dell’influenza aviaria H5N1 ad alta patogenicità, che ha recentemente ucciso il primo orso polare in Alaska.
Nonostante il riposo prolungato e le (poche) proteine ingerite attraverso queste fonti alternative, la perdita di peso è stata significativa per la quasi totalità degli animali studiati: la media è stata di 1 chilogrammo in meno al giorno.
Poiché a causa del riscaldamento globale il ghiaccio marino continuerà a ridursi nei prossimi anni, i giorni privi del candido manto – e quindi di digiuno – continueranno ad aumentare inesorabilmente, fino a diventare insostenibili per le popolazioni di orsi polari residue, che saranno condannate all’inevitabile estinzione.
Secondo uno studio del WWF, entro il 2060 circa il 30 percento delle popolazioni di questi animali (ce ne sono 19) rischia di sparire. Ma con l’attuale curva di riscaldamento gli esiti potrebbero essere ancora più catastrofici.
Una ricerca dell’Università di Toronto dell’Università di Toronto – Scarborough prevede infatti l’estinzione della specie entro il 2100. Con un riscaldamento di 3,3 °C (al momento siamo proiettati verso i 2,7 °C), secondo gli esperti, non ci sarà più la possibilità di procurarsi cibo per i piccoli. E una popolazione senza cuccioli è una sentenza di condanna alla scomparsa.
L’orso polare è classificato come Vulnerabile (Codice Vu) nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), ma non ci sono stime precise sul numero di esemplari attualmente presenti. Si stima che ad oggi ne vivano tra i 22.000 e i 30.000. Se riusciremo a contenere le emissioni di CO2 e altri gas a effetto serra c’è la speranza che la specie possa riprendersi e prosperare in futuro, ma se non faremo nulla per combattere l’impatto dei combustibili fossili condanneremo questi e molti animali all’estinzione, oltre a provocare “sofferenze indicibili” a noi stessi.
Un simbolo della precarietà della vita degli orsi polari è la meravigliosa foto “Ice Bed” del fotografo naturalista Nima Sarikhani, nella quale un esemplare è immortalato mentre riposa delicatamente su un piccolo iceberg alla deriva. È una scialuppa di salvataggio in un mondo destinato a sparire a causa nostra.
(da Fanpage)

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È GIÀ PARTITA LA CANTILENA VITTIMISTA DI MELONI E DEI SUOI “FRATELLI”: LA DUCETTA E FDI NON RIESCONO AD AMMETTERE DI ESSERE STATI SCONFITTI E ADDOSSANO LA COLPA ALLA LEGA DI SALVINI CHE, CON IL VOTO DISGIUNTO, AVREBBE AFFOSSATO TRUZZU IN SARDEGNA

Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile

SORA GIORGIA E’ FURIOSA CON IL “CAPITONE” E ADDIRITTURA CON SERGIO MATTARELLA PER LA SFURIATA SULLE MANGANELLATE… SALVINI, DOPPIATO IN SARDEGNA DA FORZA ITALIA, SI PREPARA A FAR BALLARE LA MELONA SU OGNI DOSSIER

Come guidata da un’inarrestabile forza di gravità, il rischio di una disfatta sarda piomba in consiglio dei ministri. È primo pomeriggio, ma a Palazzo Chigi già si fanno spazio cattivi pensieri.
Raffaele Fitto, che di Giorgia Meloni è fedelissimo e amico, duella con Matteo Salvini. Con un’asprezza inedita, figlia di ore concitate. Volano parole pesanti. Il leghista gli imputa di aver finanziato alcune opere del Pnrr tagliando i progetti di ponti, strade e ferrovie, a lui cari da ministro delle Infrastrutture.
Alla fine, Salvini lascia la sala prima del tempo. «Così non va, proprio non va», si infuria. Distanze sul merito, certo. Ma è ovviamente la politica a guidare. E a far prevedere che la battaglia, nel centrodestra, è appena cominciata.
Dallo spettro di una prima sconfitta della presidente del Consiglio bisogna partire. La reazione a caldo della leader è quindi: comunque vada, non è successo niente.
A chi la ferma dedica al massimo una smorfia di indifferenza. Uno scudo indossato per non pagare da sola il prezzo politico di un candidato debole imposto personalmente a Salvini, a costo di pubblica mortificazione.
Per mettere in sicurezza la situazione, fa anche di più: riunisce a pranzo il segretario della Lega e Antonio Tajani. E lo fa impostando questo messaggio: «Se Truzzu perde, significa che ha perso tutto il centrodestra — il senso dei suoi ragionamenti, riferiscono — Non ditemi che Solinas avrebbe fatto meglio». Calmi e niente polemiche, insiste.
Fin qui, la propaganda. Certo, Salvini annulla la partecipazione alla trasmissione di Nicola Porro, prevista per la sera. Ma la realtà è che Meloni è più che irritata: è nello stesso tempo furiosa con l’alleato e preoccupata dall’imminente futuro.
Il voto disgiunto non spiega da solo un risultato deludente, ma certo a Palazzo Chigi prevale la convinzione che i leghisti abbiano votato per Todde. È quella «lealtà» che aveva chiesto a porte chiuse ai partner. E che rinfaccia al vicepremier durante il pranzo, senza sconti: alla fine, Truzzu avrà almeno cinquemila voti in meno rispetto ai consensi raccolti dalle liste. Uno scarto risultato decisivo.
Ma c’è di molto peggio. La destra si prepara alla battaglia intestina. Salvini, sospinto dai suoi, imposta a tavolino una strategia di logoramento ben precisa. Con un’escalation che dovrebbe durare fino alle Europee.
Il primo assalto sarà ovviamente lanciato sul terzo mandato, quello caro a Luca Zaia per ottenere la riconferma da governatore. Quello che Salvini ha preteso per settimane, inascoltato.
Tra qualche giorno l’Aula del Senato deve esprimersi sull’emendamento padano. Palazzo Chigi ha già deciso come reagire: se la Lega non dovesse frenare, il governo metterà la fiducia sull’intero provvedimento, impedendo che i senatori del Carroccio possano esprimersi. Uno schiaffo, una sfida al cuore del Carroccio.
Questa è l’aria che tira. Per non parlare del dibattito sulle ragioni del risultato. Nella prima cerchia meloniana, l’idea diffusa — che nessuno nasconde, e anzi in diversi veicolano — è che anche la vicenda delle manganellate di Pisa agli studenti abbia inciso, in qualche modo. Spostando consenso.
Meloni sarebbe irritata, dunque. E lo sarebbe non per l’incidente di piazza, ma per le parole pronunciate da Sergio Mattarella a poche ore dall’apertura delle urne, nel giorno del suo primo G7 presieduto da presidente del Consiglio.
Tensione alta, altissima. E la sensazione che qualcosa stia cambiando. La prima preoccupazione arriva dalle prossime regionali. Il 10 marzo si vota in Abruzzo — dove corre un meloniano come Marco Marsilio — poi in Basilicata: sembravano due partite chiuse, ma adesso?
E poi c’è la corsa più importante: quella di Meloni alle Europee. Il vantaggio della premier è quello di aver già comunicato ai suoi che non scioglierà la riserva prima di aprile. Potrà pesare i sondaggi, nel frattempo.
E valutare i contraccolpi del voto sardo. La verità è che Meloni teme di sbilanciare ulteriormente il governo, scendendo in campo. E ha paura di non ottenere le percentuali sperate per potere cantare vittoria. Ma di una cosa si dice certa: se Salvini alzerà il tiro, se nei prossimi tre mesi proverà a colpirla, se giocherà al logoramento, lei reagirà candidandosi. Poi, conti alla mano, deciderà se proseguire a Palazzo Chigi. E soprattutto, come ridisegnare gli equilibri dell’esecutivo. Non certo a favore di Salvini.
(da agenzie)

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