Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
SARANTIS THANOPULOS : “SI PERDE LA DIMENSIONE DELLE COSE E CI SI ESTRNEA DALLA REALTA'”
Dottor Sarantis Thanopulos, il potere fa ammalare?
Il potere non fa bene né alla nostra psiche né al nostro corpo. Può essere usato come droga, perché ha un potente effetto esaltante, antidepressivo. Nelle sue forme più autoreferenziali il potere trasforma la persona che lo esercita in un personaggio separato dai propri sentimenti, assorbito dalla celebrazione rituale di sé stesso.
Il potere fa perdere peso? Modifica i valori del sangue? Alza la pressione arteriosa?
La costante tessitura di azioni a difesa del proprio dominio e l’assenza di uno scambio vero e significativo con gli altri comprimono le emozioni. Questo ha delle conseguenze inevitabili sulla salute del proprio corpo.
Si moltiplicano i retroscena e le voci secondo le quali la premier viva sempre più spesso con costernazione, a volte con sincera difficoltà, la sua residenza a palazzo Chigi.
Sarebbe del tutto comprensibile e tutto sommato naturale. Viviamo in un mondo performante in cui è molto importante mostrare che stai facendo qualcosa, piuttosto che avere le idee chiare su quello che fai. Non hai il tempo necessario per formarle. Figuriamoci per realizzarle. Si agisce invece che sentire e pensare. Piuttosto che trovare nel confronto con l’altro uno spazio di ampliamento e arricchimento del proprio pensiero, vivi la sua presenza in termini di costante competizione: devi dimostrare di essere più bravo di lui. È una cosa sfibrante.
È il potere dell’uno sull’altro.
Diventa tale il potere puro, centrato sulla sua autoriproduzione. Del tutto opposto alla dimensione nobile del potere condiviso, centrato sull’interesse comune, sul miglioramento della vita collettiva.
Meloni oltre che dall’opposizione da chi deve difendersi?
Dai maschi della sua coalizione. Il suo stesso partito strutturalmente maschilista, convintamente maschilista. Non è una buona situazione per una donna. Direi che il nostro mondo continua a non essere un mondo buono per le donne.
Ma sembrano tutti devoti!
Devoti finché le riconosceranno una superiorità nel rappresentare i loro interessi. Ma convincere gli uomini dell’area politica e ideologica che lei rappresenta ciò che va bene per loro, è una fatica non indifferente. Dimostrare che fai bene nonostante sei una donna e non perché lo sei, star sempre in allerta, è cosa ingrata.
L’allerta produce stress.
Altro che! Può far ammalare anche seriamente.
In effetti fare politica ha bisogno di una perfetta forma.
I costi personali, anche fisici, sono sovente molto seri. Lo straniamento, la spersonalizzazione della propria esistenza, la rinuncia al pieno sviluppo della propria esperienza soggettiva, è una condizione logorante permanente di chi esercita grande potere.
Probabilmente risente del fatto che dovrebbe rinnovare il suo sguardo sul mondo, ma è cresciuta anche affettivamente (sul piano delle umane amicizie e simpatie) in un ambiente di prospettive davvero ristrette.
Re Carlo prima, sua nuora Kate Middleton qualche settimana dopo, sono stati colpiti da malattie piuttosto serie. Nel caso della monarchia il potere è un aggregato della propria nascita.
Vivono troppo sotto i riflettori, sull’immagine. È questo impoverisce la loro vita personale e i loro affetti. Devono far vedere, devono mostrare piuttosto che essere.
Il potere logora dunque chi ce l’ha.
Sul piano della salute psichica e fisica sicuramente. Si perde il nesso col tempo, la dimensione naturale delle cose, la relazione con i piaceri piccoli ma significativi che tessono la trama della vita. Si rischia di estraniarsi dalla realtà.
La vita cambia velocità, saporeIl potere deve essere democratico, condiviso, gestito con equilibrio nel rispetto di sé e degli altri. Diversamente diventa disumanizzante, spersonalizzante. Il potere gerarchico, volto al dominio, ci allontana dalla realtà, ci fa ammalare e, dagli il tempo necessario, ci rovina.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
UN FLORILEGIO CONTINUO DI AMENITA’ REAZIONARIE
Il cefalo Salvini naviga in superficie e ancora non lo sa, ma Roberto Vannacci, la nuova felpa elettorale della Lega, esperto pescatore di Versilia è pronto a cucinarselo sulla prossima brace di Bruxelles con il ricco contorno delle sue buie idiozie. Se incasserà tanti voti quanti libri veduti, e quante pernacchie ricevute, diventerà lui il generale della Lega, tanti saluti al cefalo che tornerà a spiaggiarsi come ai tempi comici del Papeete, estate 2019, senza neanche le pupe in tanga a saltellare sulle note dell’inno di Mameli. Se invece la sua incursione politica risulterà una grottesca esercitazione d’improperi senza incremento elettorale, bè, saranno i colonnelli della Lega, specialmente i veneti e i lombardi, a accendere sul pratone di Pontida il fuoco della congiura secessionista per fare la festa a quel che resterà di Salvini, un segretario pronto per il ripostiglio delle scope. E forse anche un ex ministro da incorporare ai 143 costosissimi progetti del Ponte sullo Stretto, destinati da mezzo secolo al macero.
Dopo 250 mila libri venduti e altrettante interviste – ultimissime perle “le scuole separate per i disabili”, e “Mussolini statista” – Vannacci s’è finalmente sfilato la vestaglietta a fiori che esibiva lo scorso Capodanno a Viareggio, per indossare i panni del candidato alle prossime Europee. Circostanza che tutti i giornali analogici, digitali, televisivi, psicosociali, hanno collocato subito dopo la notizia del Papa al prossimo G7 a dire quanto le gerarchie della politica e del buon senso stiano annegando nel marasma dell’indistinto culturale.
Candidato sicuro di sé oltre ogni ragionevole dubbio, il capomanipolo degli incursori, conquisterà il seggio per avere detto e scritto il nulla contundente che fiorisce tra i tavolini dei bar della Nazione, quando passa lo Spritz a innaffiare le chiacchiere che dal trifoglio del moderatismo conformista si voltano nella gramigna reazionaria con attitudini aggressive.
Apre il catalogo “il sacro suolo della Patria”. “L’ho difesa sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”. Nessun sacrificio è troppo grande, compreso quello della “leva obbligatoria” per gli smidollati ragazzi italiani “che non sanno cosa sia la vita”, avendo “rinunciato alla virilità”. Dopo la patria vengono il Dio degli eserciti e la famiglia della tradizione. Dunque cristiani sempre. E abbasso la cultura gender, gli uomini con le gonne, i trans, gli omosessuali, che “mi dispiace, ma non sono normali”, detto da uno che si definisce “un maschio testosteronico”.
Segue un inchino a tutte le donne, ci mancherebbe, che devono fare le donne e possibilmente i figli. Guai alle femministe che “sono fattucchiere” di cultura “difforme” e che rivendicano l’aborto come un diritto, invece di riconoscerlo come “una infelice necessità”.
Massima allerta sugli immigrati “che sono troppi”, disturbano l’unicità dei popoli che altrimenti “diventano paccottiglia”: “Quanti ne vogliamo, cinque milioni, dieci milioni, e poi?”. La paccottiglia comprende i neri di pelle, ovvio. “L’italiano è bianco, lo dice la statistica”. Quindi la nerissima Paola Egonu, è fuori dalla statistica anche se indossa la maglia di pallavolista nazionale: “I suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”. Che invece scalda il cuore del generale – proprio come fa l’Aperol nello Spritz – dove sgocciola un intero sussidiario di antenati: “Ritengo che nelle mie vene scorra una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Fibonacci, Lorenzo De’ Medici, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”.
Anche se Giulio Cesare, Leonardo, Michelangelo – il generale non lo sapeva prima che l’avvertissero del misfatto – appartengono tutti a quelle “lobby gay” che tanto gli stanno sul testosterone.
Militare di carriera figlio di militari, Roberto Vannacci nasce il 20 ottobre 1968 a La Spezia. Cresce a Ravenna. Ma specialmente a Parigi dove vede per la prima volta esseri viventi di colore nero rimanendo colpito dal “netto contrasto con il bianco dei loro bulbi oculari”. Passato lo stupore, “i neri smisero di incuriosirmi”, ricorda, anche perché “tra i marmocchi con cui mi arruffavo” nei cortili di Parigi, ce n’era più di qualcuno. Straniero tra gli stranieri “mi sono sempre considerato diverso rispetto al contesto nel quale vivevo”. Da lì, il crescente amor di patria: “Ero italiano e ne facevo un punto di orgoglio”.
Indossa presto la divisa. Studia Scienze strategiche e Relazioni diplomatiche. Entra nei corpi speciali. Si laurea atleta di guerra. Va in missione in Somalia, Ruanda, Yemen, Costa d’Avorio, Iraq, Libano, Libia, Afghanistan, dove i nostri miliari, secondo i telegiornali italiani, fanno buona diplomazia, portano giocattoli e pennarelli ai bimbi indigeni. Scala la gerarchia fino alla nomina di generale della Brigata paracadutisti della Folgore, anno 2016. Tre anni dopo entra in urto con le gerarchie militari sul tema spinoso dei proiettili all’uranio impoverito, veleno per i soldati nei teatri di guerra. Vannacci non sta zitto, accusa l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone di avere mentito alla Commissione parlamentare presieduta da Gian Piero Scanu, deputato pd, minimizzando i danni dell’uranio sui fronti dell’Iraq e dei Balcani. Da qui la ruggine con lo Stato maggiore e pure con Guido Crosetto, che invece le armi le coccola da molto prima di fare il ministro della Difesa.
Tra una guerra e l’altra si sposa con Camelia, ragazza rumena, fa due figlie, oggi adolescenti. Quando non gira il mondo, vive a Viareggio, patria della anarchia e opportunamente del carnevale in maschera. Va in palestra, prende il sole ai bagni Balena. Ha pochi amici, niente cene, niente salotti. Fino a un anno e mezzo fa non lo conosceva nessuno. Oggi – per colpa sua e nostra – traversa la Passeggiata a cavallo della sua fama. Tutti stupiti che dalla massima riservatezza, sia passato ai fuochi d’artificio di generale Tempesta. Dal silenzio, alla prosopopea che esibisce in tv. Lui fa gli occhi dell’uomo saputo: “Ho imparato a trattare con i talebani che mettevano il Kalashnikov sul tavolo, ogni parola una minaccia. Figuriamoci se mi impressionano le chiacchiere della politica”. Quelle ce le mette il povero Salvini, quando lo difende per difendere sé stesso. Al generale basta e avanza il Kalashnikov. A noi i popcorn.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
L’ESECUTIVO NON VARA IL REGOLAMENTO PER LE GARE CHIESTE DALL’UE E S’INVENTA UNA NUOVA MAPPATURA DELLE COSTE
Sulle concessioni balneari la tattica del governo non è
cambiata: nessuna gara. Fatta una mappatura della situazione, che è stata bocciata dall’Ue, ora si dice che se ne farà un’altra. Così, anche di fronte alle manifestazioni di piazza del settore, sceso a Roma l’11 aprile per chiedere un intervento legislativo, la risposta è rimasta sempre la stessa: vedrete che l’Europa ci darà ragione. Ma, settimana dopo settimana, a gestire il caos normativo in prima linea si stanno trovando i sindaci delle città interessate. E sarà sempre peggio fino al 31 dicembre.
Il quadro legislativo è ormai noto: in base alla direttiva europea Bolkestein, l’Italia deve mettere a gara le concessioni demaniali, balneari e non solo. Nessun governo lo ha fatto per un decennio, puntando a proroghe successive, ma una serie di sentenze del Consiglio di Stato – la più importante nel 2021 – e le pressioni europee hanno reso imprescindibili le gare. Nel decreto Milleproroghe del luglio 2022, governo Draghi, è stato stabilito che tutte le concessioni sarebbero andate a gara entro il 31 dicembre 2023, come imposto dal Consiglio di Stato, e che successivi decreti attuativi avrebbero determinato come organizzare le gare e gli eventuali indennizzi per i concessionari uscenti.
Ma quei decreti non sono mai stati scritti e già dall’estate scorsa decine di sindaci hanno chiesto al governo di intervenire: senza un intervento legislativo, i funzionari comunali che avessero prorogato le concessioni sarebbero incorsi in un illecito, mentre in caso di gare pubblicate ognuno sarebbe andato per conto suo. È quello che sta succedendo: il governo ha concesso una proroga tecnica fino al 31 dicembre 2024 e sta scommettendo sulla trattativa con l’Ue. Una prima mappatura, ultimata a settembre, ha sancito che solo il 30% delle spiagge italiane sia in concessione, negando la “scarsità” della risorsa da mettere a gara. Ma non ha convinto il commissario Ue Thierry Breton, che ha invitato a un’analisi più “qualitativa” delle aree demaniali. Questa la linea che il governo ha ribadito, dieci giorni fa, alle associazioni dei balneari: una nuova mappatura e trattative ad oltranza per evitare nuove gare e la procedura di infrazione. Nel mezzo, c’è la realtà.
Il caso Jesolo.
Il Comune fattosi agnello sacrificale dell’inerzia governativa è stato Jesolo, in Veneto. Forte di una legge regionale che prevede che a presentare istanza sia il gestore uscente, e se non la presenta nessun altro la spiaggia resti a quello, il sindaco di Fratelli d’Italia ha puntato ad aggiudicare i pezzi di litorale prima dell’inizio della stagione. Ma in due casi sui primi 8 aggiudicati a febbraio ha fatto domanda più di una cordata: in entrambi i casi non hanno vinto gli uscenti. Gli sconfitti hanno parlato di “guerra fratricida” ed è partito un coro unanime da sud a nord sul “rischio grandi capitali”. Confcommercio insieme ai sindacati balneari ha condannato l’esito delle gare, Confcommercio del Veneto invece ha detto che vanno benissimo. Anche perché ad aggiudicarsi una delle concessioni contese, in cordata con altri, è stato un dirigente locale di Confcommercio. Maurizio Gasparri, insieme a diversi politici di maggioranza, ha criticato il Comune: “Non avrebbe dovuto fare gare in assenza di regole nazionali”. Sono partiti i ricorsi degli sconfitti e tutte le altre aggiudicazioni previste prima dell’estate sono state rinviate a ottobre: il Tar si esprimerà l’8 maggio sulla richiesta di sospensiva, che se accolta creerebbe un’estate di caos. L’amministrazione però chiarisce: con le leggi vigenti non era possibile prorogare le concessioni senza far partire le nuove gare.
Rimini e gli altri.
Così da mesi ognuno va in ordine sparso, usando criteri diversi. Rimini, Ravenna, Genova, Lignano, Latina e decine di altri Comuni hanno avviato le gare prorogando, contestualmente, di un anno le concessioni. Le aggiudicazioni sono previste alla fine della stagione e, in assenza di criteri condivisi a livello nazionale, il bagno di sangue per i politici locali che dovrebbero assumere le decisioni è pressoché certo. “La tattica del silenzio, della dilazione e della furbizia porta a un solo approdo: le cose comunque vanno avanti, anche se si fa finta di non vedere. E alla fine questi sono i risultati. Se le gare vedono prevalere soggetti che hanno grandi capacità finanziarie e di investimento, il rischio è che si perdano quella tipicità e quel tratto umano che è stato il punto di forza” delle spiagge italiane, ha detto, subito dopo gli esiti delle gare, il sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad (Pd). E dire che le hanno vinte solo imprenditori locali, pur se con il criterio dei maggiori investimenti.
I ricorsi.
Altri amministratori si sono limitati a prorogare al 31 dicembre le concessioni, senza avviare le gare. Che non fosse una buona idea lo hanno appreso i Comuni contro cui ha presentato ricorso il coordinamento nazionale Mare Libero, che da tempo insiste per lo stop alle proroghe. Da febbraio, una serie di sentenze dei Tar di Calabria e Campania, citando le sentenze pregresse del Consiglio di Stato, hanno dichiarato illegittime le proroghe: “Le disposizioni legislative nazionali che hanno disposto (e che in futuro dovessero ancora disporre) la proroga automatica delle concessioni demaniali marittime sono in contrasto con il diritto eurounitario”. “Tutte le autorità amministrative e giudiziarie sono chiamate a compiere il proprio dovere di accertamento, controllo e sanzionatorio” già oggi, spiega Roberto Biagini di Mare Libero.
I sindacati balneari.
Nel frattempo, dopo anni di promesse impossibili, le associazioni dei balneari arrivano all’estate divise tra chi propone uno sciopero e chi spinge per una linea concertativa con il governo. “Per avere regole certe, se sarà necessario, ci saranno ulteriori step di forte pressione verso la politica – aveva detto alla manifestazione dell’11 aprile Maurizio Rustignoli, presidente di Fiba – Se non verremo ascoltati siamo pronti a tenere le spiagge chiuse”. “Noi siamo tutti uniti e vogliamo una sola cosa, continuare a fare il nostro lavoro”, ha ribadito Antonio Capacchione di Sib-Confcommercio.
Altri 9 sindacati di balneari, però, avevano scelto di mandare una lettera al governo in cui si ribadiva “il più vivo sostegno” a Meloni “per come sta conducendo questa non semplice trattativa”, chiedendo un incontro, che si è tenuto il 16 aprile: continueremo a trattare con l’Ue, la promessa, nessuna gara. Quelle, semmai, le faranno i Comuni a loro rischio e pericolo, mentre il governo mappa – e rimappa – le coste.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
“NEI PENITENZIARI CI SONO 100 TELEFONINI ATTIVI”
L’allarme del procuratore di Napoli: «In questo momento nei penitenziari ci saranno cento telefonini attivi. Così i capimafia mantengono rapporti e danno ordini. E all’interno lo spaccio è diventato business»
Difficile accettare che «detenuti di mafia organizzino chiamate collettive anche da carcere a carcere mentre fuori si conduce una battaglia per arginare profitti e reati delle organizzazioni». E ancora: «È ormai più facile gestire una piazza di spaccio in carcere che fuori». Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri parla apertamente di «fallimento» del sistema carcerario italiano, ridotto ormai a un colabrodo. Tra droni, palloni imbottiti di device e sim card lanciati nei cortili del passeggio, il quadro «è allarmante».
Telefoni, microtelefoni, droga. In carcere, in Italia, entra di tutto dottor Gratteri. Cosa sta succedendo nei penitenziari del nostro Paese
«Cominciamo col dire che mediamente in ognuna delle strutture italiane ci sono 100 telefonini attivi in questo momento
Su centonovanta istituti nel nostro Paese il calcolo restituirebbe una cifra drammatica
«È l’amara realtà dei fatti».
Partiamo dalla droga: dall’hashish alla cocaina, fino al mercato del Subutex, un farmaco che ha effetti simili al metadone. L’immagine di molte carceri sembra quella di una piazza di spaccio. È cosi?
«Il traffico di sostanze stupefacenti dentro i penitenziari è diventato un vero e proprio business. È più facile oggi gestire una piazza di spaccio in carcere, dove i detenuti di spessore hanno a disposizione una nutrita manovalanza di detenuti di minore levatura per la gestione, che in una singola città ove le rivalità tra clan ne riduce la loro potenzialità».
Risultato?
«I capi si arricchiscono e i detenuti tossicodipendenti invece di essere curati continuano a drogarsi in ambiente che dovrebbe invece essere deputato al loro recupero».
Un fallimento?
«Ne sono assolutamente convinto».
E poi ci sono i telefonini. Più di duemila sono stati ritrovati nell’ultimo anno nelle celle.
«La situazione è allarmante, non c’è bisogno di ripeterlo».
Siamo tornati ai tempi del Grand Hotel Ucciardone?
«La domanda non è retorica, ma pertinente a una storia che si ripete, con i dovuti adattamenti, uguale a se stessa».
Bastano gli strumenti attuali per combattere il fenomeno?
«Dire proprio di no».
Cosa servirebbe?
«È oltremodo necessario recidere definitivamente il fenomeno con la predisposizione di jammer con i quali poter impedire ai telefonini, in possesso illecitamente dei detenuti, di poter ricevere e comunicare».
Che posta c’è in gioco?
«Il pericolo è la possibilità di poter decidere le sorti di un carcere anche con soli pochi telefonini, mai in possesso di capimafia ma da loro comunque utilizzati, con i quali detenuti di alta e media sicurezza, per i quali dovrebbe esistere la netta separazione, organizzano la commissione di reati, proteste e spedizioni punitive per accrescere il loro carisma penitenziario e mafioso».
Può citare esempi?
«Ci sono detenuti appartenenti ad organizzazioni mafiose che organizzano incontri telefonici, anche collettivi e finanche tra carcere e carcere. In alternativa pensiamo al fatto che nel carcere di Rossano, ove esistono reparti di alta sicurezza per mafiosi e per terroristi internazionali, di recente sono stati rinvenuti complessivamente circa 140 telefonini».
Che immagine ci restituisce quanto sta dicendo?
«Un capomafia, inserito nel circuito dell’Alta Sicurezza, riservata essenzialmente a soggetti di elevato spessore criminale, che ha nella disponibilità un telefono cellulare rappresenta il sunto di un fallimento. Con l’occhio rivolto alle dinamiche extra-murarie, i boss riescono agevolmente a mantenere vivi e vitali i rapporti criminali – impartendo ordini e contribuendo alla commissione di nuovi reati satellite – nonché ad accrescere il loro prestigio e, di pari passo, il vincolo associativo stesso. Credo assolutamente si debba parlare di fallimento, o, forse meglio, di un duro colpo che la criminalità di stampo mafioso sferra allo Stato, nella sua perenne e gravosa lotta a tale abietto fenomeno».
Perché?
«L’immagine del mafioso che diventa – se possibile – ancor più autorevole, in grado di esibire pienamente il proprio potere, ancor più percepito giacché esercitato da dietro le sbarre, in barba all’amministrazione penitenziaria e allo Stato stesso è scoraggiante e mortificante per tutto l’apparato che cerca invece di elidere i contatti con l’esterno attraverso la carcerazione».
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
IL FARO DEL DIPARTIMENTO DEL TESORO SULLA DISINFORMAZIONE PILOTATA DA MOSCA
La disinformazione creata ad arte dall’intelligence russa
sembra avere un debole per l’Italia. Lo rivela oggi Repubblica, che ha letto il contenuto di un rapporto stilato dagli ispettori del dipartimento del Tesoro americano.
Il report in questione, del German Marshall Fund, riguarda in particolare le disinformazione che ha sfruttato l’attacco lanciato da Hamas il 7 ottobre scorso contro Israele allo scopo di demolire l’immagine dell’Ucraina ed erodere il sostegno del blocco occidentale nei confronti di Kiev. Stando al report del dipartimento del Tesoro americano, sono 265 le riprese fatte dai media sul falso collegamento tra Kiev e l’attacco sferrato da Hamas contro Israele. A rilanciare la bufala sono anche diverse ambasciate russe, tra cui quelle in Usa, Canada, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Israele.
Chi diffonde disinformazione dalla Russia
Il report del German Marshall Fund ricorda che il dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato 26 individui e 7 entità coinvolte nella diffusione di fake news sull’Ucraina. Tra questi ci sono anche la Strategic Culture Foundation, InfoRos, NewsFront, SouthFront, tutti accusati da Washington di essere «legati all’intelligence russa». Lo stesso vale anche per altre pseudo testate come il New Eastern Outlook e Oriental Review, sospettati di dipendere dal Cremlino. Mentre United World International e Geopolitica graviterebbero nella sfera di Alexander Dugin, l’ideologo di Vladimir Putin.
Il “tifo” per Salvini e gli attacchi a Meloni
Tra i siti accusati da Washington di diffondere disinformazione per mano dell’intelligence russa sembra esserci un forte interesse per l’Italia. Il 23 ottobre 2023, per esempio, il sito SouthFront accusa il nostro Paese di «tradire la Palestina e la propria tradizione pro araba», mentre l’anno precedente diffondeva allarmi in merito a un’imminente «recessione» economica. Sempre nel 2022, lo stesso sito riprende con grande enfasi le registrazioni in cui Silvio Berlusconi si mostra critico nei confronti dell’Ucraina. Tra i bersagli dei siti di disinformazione russa c’è spesso la premier Giorgia Meloni, criticata perché una volta salita al governo si sarebbe confermata «il più fedele alleato di Washington». L’unico leader italiano, scrive Repubblica, a raccogliere apprezzamenti dai siti russi sembra essere Matteo Salvini. L’unico, fa notare un articolo di SouthFront, «che ha preso una posizione diversa sulla Russia, chiedendo l’abolizione delle sanzioni che danneggiano l’economia italiana».
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
PAZIENTI IN BARELLA IN ATTESA DEL RICOVERO, 10.000 INFERMIERI E 5.000 MEDICI IN MENO…LA NASCITA DI PS PRIVATI
Sono state oltre 18 milioni le richieste di assistenza al Pronto Soccorso nel 2023 e in più di un caso su cinque si poteva evitare. Tornano a crescere da più di un anno gli accessi nelle strutture di emergenza e urgenza dopo il calo negli anni della pandemia, a fronte di una riduzione del personale sanitario, con una carenza di quasi 5 mila medici e 10 mila infermieri. E coi professionisti in servizio costretti a turni massacranti in un’area in cui, oltre alle competenze, occorre anche lucidità poiché arrivano pazienti in condizioni anche a rischio di vita. Per coprire i turni, si fa ricorso anche a medici non specializzati in medicina dell’emergenza o professionisti cosiddetti «a gettone».
Le prospettive per il futuro non sono incoraggianti anche perché c’è una fuga dalla medicina di emergenza urgenza dei giovani neolaureati. Intanto, i Pronto Soccorso della maggior parte degli ospedali italiani continuano a essere sovraffollati, con pazienti anche anziani che rimangono sulle barelle per giorni, in attesa che si liberi il posto letto in reparto per il ricovero. Condizioni non solo poco dignitose per persone con patologie critiche ma che mettono a rischio la vita stessa, come dimostrano studi scientifici.
Ma che cosa sta succedendo? Chi ci curerà se avremo bisogno di cure urgenti? Quali misure si stanno adottando? E cosa può fare ciascuno di noi
Se è vero, infatti, che il Pronto Soccorso è l’unico avamposto della sanità pubblica aperto 365 giorni l’anno, giorno e notte, e nessuno esce senza una risposta al proprio bisogno di salute anche se attende giornate intere, dobbiamo anche noi utilizzarlo solo quando è davvero necessario.
Codici verdi e bianchi
Il Pronto Soccorso, si sa, è il servizio dedicato alle emergenze sanitarie, spontanee o traumatiche, che necessitano di interventi immediati.
L’anno scorso su oltre 18 milioni di accessi alle strutture di emergenza urgenza, 12 milioni di pazienti (il 68%) hanno ricevuto, dall’infermiere addetto al triage, un codice verde (urgenza minore) o bianco (non urgente). Tra questi, secondo un recente studio di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, 4 milioni di assistiti avrebbero potuto evitare di rivolgersi alle strutture di emergenza urgenza per i loro disturbi, curabili dal proprio dottore, dal medico di continuità assistenziale (ex guardia medica) o presso l’ambulatorio della Asl.
Osserva Andrea Fabbri, dell’ufficio di presidenza della Società italiana della medicina di emergenza urgenza (Simeu) e direttore dell’Unità operativa Pronto Soccorso, medicina d’urgenza e 118 dell’ospedale di Forlì: «Il Pronto Soccorso è il luogo dove si trattano le emergenze e si fa di tutto per salvare la vita a chi rischia di perderla, ma negli ultimi anni è diventato sempre più il posto dove si cercano risposte ai propri bisogni di salute che non si trovano altrove».
Cure urgenti non gravi sul territorio
Per esempio, continua il dottor Fabbri, «i pazienti a bassa criticità e a bassa complessità di percorso potrebbero essere visitati non nei servizi di emergenza e urgenza ma in strutture prossime al Pronto Soccorso, come succede in tutto il mondo e si sta cercando di fare in Emilia Romagna con i Cau (Centri di assistenza e urgenza), dove si curano le persone con problemi di salute urgenti ma non gravi».
Il potenziamento della medicina territoriale in atto dovrebbe anche garantire adeguata assistenza, fuori dall’ospedale, a chi ha problemi urgenti cosiddetti «minori».
Carenza di personale e di posti letto nei reparti
Ma il sovraffollamento nell’area dell’emergenza urgenza va attribuito ad altri motivi, come spiega il dottor Fabbri: «I mali del Pronto Soccorso non dipendono, principalmente, dai codici bianchi e verdi all’ingresso, tra i quali, peraltro, possono nascondersi problemi anche gravi – per fortuna pochi – che richiedono il ricovero; ma sono dovuti soprattutto alla carenza di personale e di posti letto nei reparti, che non possono accogliere i pazienti da ricoverare dopo essere stati stabilizzati al Pronto Soccorso».
«Da anni denunciamo il cosiddetto boarding, cioè la permanenza in Pronto Soccorso, in molti casi in barella, di pazienti già critici e spesso anziani, in attesa di un posto letto per il ricovero – interviene il presidente Simeu, Fabio De Iaco, direttore del PS dell’ospedale Maria Vittoria di Torino – . Trovare il posto letto non è compito del Pronto Soccorso, che non è un’organizzazione autosufficiente, ma dell’intero ospedale».
«Mai più sulle barelle»
Eppure, la riforma del Pronto Soccorso avviata nel 2019, in gran parte disattesa, prometteva: «Mai più pazienti lasciati giorni sulle barelle». E il nuovo approccio di sistema prevedeva che la gestione del sovraffollamento non sia solo un onere del PS ma che debba farsene carico l’intero ospedale, con tutti i reparti chiamati a evitarne l’intasamento. Con l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni di tre documenti – Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero, sull’Osservazione breve intensiva (Obi) e sulla gestione del sovraffollamento – le Regioni si erano impegnate a recepire l’Accordo entro febbraio 2020 e a renderlo operativo entro 18 mesi dalla data di approvazione. Poi è arrivata la pandemia e, in molti casi, si è interrotto il passaggio al nuovo modello organizzativo che si stava svolgendo gradualmente; basti pensare che in alcune Regioni i Pronto Soccorso ancora oggi non hanno adottato i nuovi codici di priorità, che sono cinque(si veda il grafico) e non più quattro come in passato.
Riforma disattesa, ma indicazioni tuttora valide
«Quei documenti sottoscritti da Stato e Regioni sono ancora validi e indicano soluzioni tuttora utili, che andrebbero applicate» sottolinea il dottor Fabbri.
Tra le misure raccomandate: l’adozione in ogni azienda sanitaria e ospedaliera di un piano per la gestione del sovraffollamento, requisito per l’accreditamento regionale del Pronto Soccorso dell’ospedale; il servizio di Bed management per facilitare i ricoveri e le dimissioni; il monitoraggio dei tempi di esecuzione e refertazione di esami di laboratorio, radiologici, consulenze al fine di ridurre i tempi di permanenza in Pronto Soccorso, un’«adeguata dotazione organica di personale nella rete dell’emergenza urgenza»; mettere a disposizione del Pronto Soccorso un numero di posti letto in area medica e chirurgica, in condizioni di iperafflusso, come succede, per esempio, nella stagione invernale.
In generale, però, i piani per la gestione del sovraffollamentoin Pronto Soccorso non prevedono un aumento di posti letto ma soluzioni come la riconversione temporanea di una quota di “letti”, di solito dell’area chirurgica, a favore di quella medica.
Per i turni ricorso a «gettonisti»
Quanto alla carenza di personale nei Pronto Soccorso, secondo le stime di Simeu e della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), mancano rispettivamente almeno 4.500 medici e 10mila infermieri. E, per coprire i turni, si fa ricorso anche a medici non specializzati in medicina dell’emergenza, a cooperative di servizio o professionisti «a gettone».
Avverte il dottor De Iaco: «Si sta liberalizzando il rapporto col Servizio sanitario nazionale con differenti tipologie contrattuali e di orario (a volte irrisori, per esempio 6-12 ore a settimana), producendo così una continua frammentazione delle risorse professionali che lavorano in PS e riducendo la capacità di governo di queste strutture» sottolinea il presidente Simeu.
Fuga dall’emergenza urgenza
Nell’ultimo anno, secondo i dati di Simeu, a fronte di 567 nuovi ingressi di medici dell’emergenza urgenza nei Pronto soccorso, se ne sono persi 1.033: di questi, circa 700 sono andati in pensione o si sono dimessi perché hanno scelto di lavorare nel privato o di passare alla medicina generale; circa 300 trasferiti ad altri reparti ospedalieri. In pratica, solo il 55% dei fuoriusciti è stato sostituito.
E poi: le borse di specializzazione in Medicina d’emergenza urgenza non «attraggono» i neolaureati. Nel 2023, una borsa su due non è stata assegnata. I motivi? Turni massacranti, aggressioni, elevato contenzioso legale non incoraggiano i giovani a intraprendere la professione.
Pronto soccorso privati (si paga): ma lo sono davvero?
Si stanno diffondendo, prevalentemente al Nord, Pronto Soccorso privati, quindi a pagamento. Sono davvero servizi di emergenza urgenza? «Attenzione a definirli Pronto Soccorso — avverte il dottor De Iaco, —. In generale sono ambulatori ad accesso diretto, che possono definirsi “a rapida attesa” o “per codici minori”; infatti, molti stanno cambiando denominazione. Quando si entra in un Pronto Soccorso pubblico – sottolinea il presidente Simeu – è possibile usufruire gratuitamente di tutte le prestazioni del Servizio sanitario nazionale. Per esempio, se il paziente ha mal di stomaco ma si scopre che ha l’infarto, la continuità dell’intervento terapeutico è garantita; in un cosiddetto “Pronto Soccorso privato” o firma e paga tutto, ammesso che la struttura garantisca prestazioni necessarie come la coronarografia eseguita in urgenza, o esce e si rivolge al Pronto Soccorso pubblico, ricominciando il percorso».
Sperimentazione in Emilia Romagna: i Cau (strutture pubbliche)
In Emilia Romagna si stanno diffondendo i Centri di assistenza e urgenza (Cau), strutture territoriali ad accesso diretto dove possono essere visitati, giorno e notte, pazienti con problemi di salute urgenti ma non gravi, per esempio lievi traumatismi, ferite superficiali, coliche, lesioni agli arti, eritemi. Nascono nell’ambito del Piano di riorganizzazione della rete regionale dell’emergenza urgenza, per la gestione dei casi di bassa complessità. Da novembre 2023 al 16 aprile 2024 sono stati già aperti 33 Cau (ne sono previsti altri 30) – distribuiti in modo capillare sul territorio – e visitati oltre 132 mila pazienti, principalmente per disturbi generali, traumi, problemi ortopedici, respiratori, dermatologici, gastrointestinali, cardiovascolari. Si attendono in media 44 minuti per la visita.
I Centri, in generale ubicati vicino a ospedali o nelle Case della Comunità, sono dotati di personale medico e infermieristico (in qualche caso anche operatore sociosanitario), strumenti per la diagnosi (esami di laboratorio, imaging), di supporto di specialisti anche con telemedicina. I residenti e domiciliati che hanno scelto il medico di famiglia in Regione non pagano il ticket; gli altri pagano 20 euro per la visita e le prestazioni erogate. A breve sarà attivato il Numero unico europeo per cure non urgenti: chiamando il numero 116117, gli operatori valuteranno il bisogno di salute del paziente e lo orienteranno verso il Cau o altre strutture adeguate.
Dice Luca Baldino, direttore generale Cura della persona, Salute e Welfare dell’Emilia Romagna: «Dal confronto dei dati sugli accessi al Pronto Soccorso di Piacenza nei tre mesi precedenti alla nascita del Cau e i tre mesi successivi, risulta che gli accessi con codici bianchi in PS erano 2.071 prima del Centro, 379 dopo tre mesi. Anche i codici verdi sono passati da 11.122 a 6.956. Si tratta di dati preliminari che vanno verificati nel tempo».
Se i risultati saranno confermati a lungo termine, potrebbe essere un’esperienza replicabile anche in altre Regioni.
Quando non serve correre in ospedale
In quali casi non è corretto andare al Pronto Soccorso per risolvere i propri problemi di salute? Agenas ha provato a dare una definizione di accessi «impropri», cioè evitabili: sono quei casi di pazienti cui è stato assegnato il codice bianco o verde – esclusi i traumi – che arrivano in modo autonomo al Pronto Soccorso o sono inviati dal medico di famiglia, in giorni feriali o festivi in orari diurni (dalle 8 alle 20) e che alla fine del percorso al PS ritornano a casa o sono inviati a strutture ambulatoriali.
Spiega Maria Pia Randazzo, responsabile Unità operativa statistica e flussi informativi sanitari di Agenas: «È un fenomeno presente in tutte le regioni e in tutte le strutture. Secondo i nostri calcoli, è stato “improprio” circa il 22% degli accessi totali in Pronto Soccorso nel 2023, pari a oltre 3,9 milioni».
Si tratta di pazienti soprattutto uomini, di età compresa tra i 25 e i 64 anni, ma anche bambini. Nel 50% dei casi hanno richiesto cure per disturbi generici, seguono sintomi oculistici, dolori addominali aspecifici, disturbi ginecologici, otorinolaringoiatrici, febbre.
Case della comunità e Ospedali di comunità
Agenas ha poi effettuato una serie di simulazioni in alcuni ospedali e verificato che, eliminando gli accessi impropri, presi in carico sul territorio nelle Case della Comunità, si alleggerisce il carico di lavoro dei Pronto Soccorso.
Del resto, la riforma dell’assistenza territoriale, delineata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), prevede tra l’altro l’implementazione su tutto il territorio nazionale di strutture di prossimità quali le Case della comunità (almeno 1.038 rinnovate e attrezzate tecnologicamente entro il 2026) e gli Ospedali di comunità (almeno 307 entro il 2026), per migliorare la presa in carico soprattutto di persone in condizioni di cronicità e fragilità con bisogni anche socioassistenziali, nonché di pazienti che necessitano di interventi sanitari a media e bassa intensità clinica, oppure di brevi ricoveri prima di ritornare a casa dopo le dimissioni dall’ospedale per acuti.
Come usare (bene) il Pronto Soccorso. Significato dei 5 codici
Se si ha bisogno di soccorso immediato in situazioni di emergenza e urgenza – come malore improvviso, evento acuto, incidente – che possono provocare gravi conseguenze o mettere in pericolo la vita stessa, bisogna chiamare il 118 (o 112) o recarsi al Pronto Soccorso. Va ricordato che le visite non si effettuano per ordine di arrivo ma in base alla gravità delle condizioni, quindi viene assegnato il codice di priorità da un infermiere esperto in triage.
I codici sono cinque e non più quattro come in passato (in qualche Regione si usa ancora il codice «giallo» invece che i codici «arancione» e «azzurro» ndr):
– codice 1 (rosso) che indica «emergenza» e pericolo di vita, quindi priorità massima con ingresso immediato in sala visite
– codice 2 (arancione) per le urgenze (potenziale pericolo di vita);
– codice 3 (azzurro), «urgenza differibile»;
– codice 4 (verde), «urgenza minore»;
– codice 5 (bianco), che indica «non urgenza».
Per i codici bianchi non seguiti da ricovero si paga, per legge, una quota fissa di 25 euro (ticket variabile a seconda delle Regioni).
Per problemi di salute in giorni festivi e prefestivi o di notte – quando il medico curante non è in servizio – e per i quali non si può aspettare, si contatta la guardia medica o si va nelle Case della Salute.
Il Pronto Soccorso non va usato per «saltare» liste d’attesa per visite specialistiche ed esami diagnostici.
(da corriere.it)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA STEFANO CECCANTI RICORDA UN PRECEDENTE: “NEL 1996 I RADICALI FECERO DEPOSITARE DA UN TAL ‘MARIANO DINI DETTO LAMBERTO’, UN SIMBOLO CHE COPIAVA IN TUTTO E PER TUTTO QUELLO CHE LAMBERTO DINI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO USCENTE, AVEVA PRESENTATO ALLA STAMPA MA NON ANCORA DEPOSITATO”
Sulle liste elettorali esposte per legge in tutti i seggi, la
presidente del Consiglio sarà indicata come «Giorgia Meloni detta Giorgia». […] Ma dal punto di vista tecnico, si corre il rischio che le schede in cui la preferenza sia espressa con il solo nome di battesimo della premier vengano annullate?
In base alle norme, infatti l’elettore per votare il candidato o i candidati (alle Europee si esprimono fino a tre preferenze, purché si alternino i due generi) deve scrivere il cognome o il nome e cognome insieme.
Ma dentro FdI escludono qualsiasi rischio […]. Giovanni Donzelli […]: «Tra i candidati, la premier sarà in cima all’elenco di FdI come “Giorgia Meloni detta Giorgia”. Una eventualità prevista e già utilizzata. Non ci sono rischi di contestazione».
Un’opinione condivisa, pur con qualche prudenza, da Stefano Ceccanti, costituzionalista ed esperto di sistemi elettorali, già parlamentare del Pd: «La legge prevede che il voto venga riconosciuto se la preferenza è indicata con un nome diverso, purché quel nome sia lo stesso riportato sul manifesto elettorale affisso nei seggi. Poi certo si può discuterne l’opportunità».
Lo spirito della legge è quello della conservazione del voto: se l’indicazione dell’elettore è chiara, la preferenza va attribuita. E tuttavia un rischio potrebbe essere innescato da una contromossa degli avversari.
Ceccanti ricorda un precedente: nel 1996 i radicali fecero depositare da un tal «Mariano Dini detto Lamberto», un simbolo che copiava in tutto e per tutto quello che Lamberto Dini, presidente del Consiglio uscente, aveva presentato alla stampa ma non ancora depositato.
«Che succederebbe — si domanda Ceccanti — se alle Europee di giugno altre liste usassero un analogo stratagemma? Se in un’altra lista, cioè, figurasse un’altra candidata “detta Giorgia” e qualche elettore scrivesse “Giorgia” ma non nel riquadro di FdI?».
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
CACCIARI: “LA SCELTA DI CANDIDARSI E DI FAR SCRIVERE ‘GIORGIA’ SERVE A DARE UNA SPINTA IN PIÙ NELL’ELETTORATO DI DESTRA E DI DESTRA-DESTRA. MELONI NON HA MEZZO NOME SPENDIBILE E VUOLE SOLO COPRIRSI A DESTRA” … “VANNACCI? È UN AUTOGOL CLAMOROSO DI SALVINI CHE NON NE STA PIÙ IMBROCCANDO UNA. AL NORD I LEGHISTI SONO IN TILT E NON SOPPORTANO PIÙ IL CAPO”
“Abbiate pietà di me e degli elettori”. Al telefono, il filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari risponde così quando gli viene citata la trovata di Giorgia Meloni: candidarsi alle europee chiedendo ai cittadini di far scrivere solo il suo nome sulla scheda.Professor Cacciari, cosa ne pensa?
È un’idea pubblicitaria, puro marketing elettorale. Saranno andati da un esperto della comunicazione e magari sarà pure efficace. D’altronde anche Elly Schlein voleva mettere il suo nome nel simbolo: siamo in epoca di pura demagogia e populismo. Sa chi mi ricorda? Berlusconi, anche lui diceva sempre: “vota Silvio”. È una mossa in pieno stile berlusconiano. Non a caso c’era un solo precedente di un premier che si è candidato alle elezioni europee: l’ex leader di Forza Italia.
Figure come Togliatti, Berlinguer, De Gasperi e Almirante non avrebbero mai fatto una cosa del genere: non si sarebbero mai immaginati di mettere il proprio nome nel simbolo. Ora si crede solo che per prender voti occorra la telegenia, il leader forte, il capo. Siamo ancora in piena epoca berlusconiana.
Che differenza c ’ è con Elly Schlein che voleva mettere il nome nel simbolo?
Nessuna, se non che la povera Schlein si è dovuta rimangiare la scelta perché era ridicola, mentre Meloni ha ancora un suo carisma forte nell’elettorato.
Anche la candidatura non è reale: Meloni a Bruxelles ovviamente non ci andrà.
Certo che non ci andrà, è una candidatura finta. A differenza di tutti gli altri Paesi noi per le europee facciamo il bis delle elezioni politiche mentre nel resto d’Europa ci sono gruppi politici specializzati che si candidano per il Parlamento Europeo. quella di farsi votate per poi non andare al Parlamento Europeo è una presa in giro degli elettori.
Quale sarebbe?
La scelta di candidarsi e di far scrivere “Giorgia” serve a dare una spinta in più nell’elettorato di destra e di destra-destra galvanizzando gli elettori. Questo perché Meloni non ha mezzo nome spendibile oltre a lei stessa all ’interno del suo partito. Vuole solo coprirsi a destra in una elezione molto polarizzata.
Lo fa in risposta alla candidatura di Vannacci con la Lega?
No, non credo proprio. Quello è un autogol clamoroso di Matteo Salvini che non ne sta più imbroccando una. Al Nord i leghisti sono in tilt per Vannacci e non sopportano più il capo.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
TUTTO QUELLO CHE NON TORNA
Ladri d’auto o agenti segreti? La storia dei due uomini vicino
all’auto di Andrea Giambruno parcheggiata sotto casa di Giorgia Meloni nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre ha molti interrogativi da soddisfare. Anche se il sottosegretario Alfredo Mantovano ieri ha smentito che quei due uomini appartenessero all’Aisi, ovvero ai servizi segreti italiani. Ma senza spiegare perché allora proprio l’Agenzia informazioni sicurezza interna li abbia identificati prima come tali. E nemmeno perché i due, nel frattempo trasferiti all’Aise, siano stati spediti rispettivamente in Tunisia e in Iraq e non siano ancora rientrati in Italia, visto che sono stati scagionati. Così come non si capisce perché, se i due davvero facevano parte della scorta della premier, quella sera fossero «da un’altra parte». E come mai proprio la premier ne avesse chiesto l’allontanamento da tempo.
Spy and Love Story
Una spy story che si intreccia a una love story. E per comprenderne l’esatta dinamica bisogna ricostruire tutto dall’inizio. Flashback. Il 20 ottobre del 2023 la premier annuncia la separazione dal compagno e padre di sua figlia Ginevra. Soltanto un paio di giorni prima Striscia la notizia aveva pubblicato il primo fuorionda dell’allora conduttore del Diario del Giorno su Rete 4. Ovvero quello in cui si lamentava delle critiche sul suo ciuffo e provava qualche avance nei confronti di una collega: «Sei una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima, è incredibile». Quello con le proposte hard sulle «cose a tre» deve ancora arrivare. Ma la premier ha già deciso. E scarica il conduttore Mediaset aggiungendo anche che le loro strade «si sono divise da tempo». Ovvero dando a intendere che già all’epoca i due fossero in crisi. E rivelando così un retroscena inedito su Instagram. Sempre che fosse vero.
40 giorni dopo
Flashforward. Un mese e dieci giorni dopo in piena notte l’auto di Giambruno è parcheggiata sotto casa di Meloni, che secondo i giornali in quel momento è all’estero: a Dubai per partecipare alla Cop28. Ma trovandosi parcheggiata sotto casa di Meloni, è evidente anche a una persona non molto sveglia che tentare un furto mentre c’è la scorta in giro è piuttosto pericoloso. Così come qualsiasi altra cosa. Ciò nonostante, davanti alla villa appena acquistata dalla premier al Torrino, zona Roma Sud, due uomini vanno ad armeggiare attorno all’auto e hanno persino una luce per illuminarla. La polizia fa la polizia: i due uomini della scorta si avvicinano agli altri e chiedono loro cosa stiano facendo. Loro a quel punto mostrano un distintivo qualificandosi come colleghi e si dileguano in fretta.
L’inchiesta dei servizi segreti
I due agenti segnalano tutto alla Digos. Che gira l’informazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a Mantovano, all’allora capo dell’Aisi Parente e al suo braccio destro Del Deo. Oltre che a Meloni. Il capo della procura di Roma Francesco Lo Voi se ne occupa in prima persona. Gli uomini dell’Aisi iniziano l’indagine ed effettivamente individuano due colleghi. Non solo: fanno parte della scorta degli agenti segreti di Meloni. E la leader, scrive il Corriere, ne aveva chiesto già l’allontanamento, anche se non se ne conoscono le ragioni. A questo punto si può immaginare di tutto. Ovvero che i due volessero mettere una cimice nell’auto di Giambruno. Oppure che volessero toglierla. O ancora che avessero intenzione di utilizzare l’automobile per pedinarlo con dispositivi elettronici.
Colpo di scena
Ma a quel punto arriva il colpo di scena. I due non sono agenti segreti, ma una coppia di «ricettatori». Che però, appunto, non sono ladri. E di solito non perlustrano le automobili da far rubare agli altri, visto che ai ricettatori non piace correre rischi. Ma allora perché avrebbero agito in prima persona? In più emerge che dalle celle telefoniche i due agenti prima identificati erano in quel momento da tutt’altra parte. E anche qui c’è una domanda senza risposta: ma non facevano parte della scorta della premier? Ma allora perché erano da tutt’altra parte? E ancora: sempre nell’indagine e grazie a una videocamera di sorveglianza si risale a un’auto rubata presa in carico da un noto ricettatore. Lui sarebbe il mandante del tentato furto. Della portiera, specifica oggi Il Giornale.
Ladri d’auto e 007 puniti
Ma a parte le gomme, raramente i ladri portano via soltanto una parte di un’auto. La rubano e poi la smontano. E allora come si fa a sapere che si voleva rubare l’auto per prendersi la portiera? Infine c’è da capire anche perché la premier avesse già chiesto l’allontanamento proprio dei due identificati (una casualità incredibile) e come mai questi siano stati spediti subito dopo l’emergere del caso fuori dall’Italia. Ma soprattutto: perché poi non sono stati fatti rientrare? Lo hanno chiesto? Sono stati comunque interrogati a piazzale Clodio? E qual è la loro versione dei fatti? E come è possibile che gli agenti li abbiano riconosciuti e poi invece abbiano sbagliato? I poliziotti non sono più addestrati dei semplici testimoni, nei riconoscimenti?
Infine, bisognerebbe avere una risposta certa anche sulla presenza di Giambruno a casa di Meloni. Lei era in volo, ed evidentemente il giornalista aveva l’ottimo motivo della figlia Ginevra per trovarsi là. Ma anche questo andrebbe confermato. Se non altro per fugare ogni dubbio.
(da agenzie)
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