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RITRATTO DELL’AD DI IREN, PAOLO EMILIO SIGNORINI, L’UNICO A FINIRE IN CARCERE TRA GLI INDAGATI DELL’INCHIESTA SUL “SISTEMA LIGURIA”

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

CLASSE 1963, STUDI TRA FIRENZE E YALE, HA UN LUNGO CURRICULUM COME CAPO DI PARTIMENTO A PALAZZO CHIGI E AL MINISTERO DEI TRASPORTI. POI TORNA NELLA NATIA GENOVA PER GUIDARE IL PORTO… È LÌ CHE L’IMPRENDITORE ALDO SPINELLI LO ABBORDA E, SECONDO LA PROCURA, LO CORROMPE CON SOLDI (15MILA EURO IN CONTANTI) E SOGGIORNI DI LUSSO A MONTECARLO

Alla guida come amministratore delegato di Iren, dove è approdato nell’agosto dell’anno scorso, lo ha voluto a tutti i costi il sindaco di Genova, Marco Bucci. Ma Paolo Emilio Signorini aveva goduto della sponsorizzazione anche del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, nonostante le critiche mosse al suo curriculum ritenuto da una parte degli azionisti non adatto all’incarico per la poca esperienza nel settore specifico delle utilities.
La sua nomina era apparsa più come una scelta politica interna al centrodestra che non legata alle competenze. Ora, nel terremoto che sta scuotendo la Liguria, con l’arresto del presidente Toti, accusato di corruzione, ci è finito anche Signorini, in quanto ex presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale. Per lui l’accusa della Procura di Genova è di «corruzione per l’esercizio della funzione e per atti contrari ai doveri d’ufficio».
Al centro dell’indagine di quello che sembrerebbe un sistema corruttivo c’è Aldo Spinelli, noto imprenditore portuale. Secondo la procura di Genova, il gruppo degli arrestati e degli indagati aveva messo in piedi un sistema di favori sotto forma di tangenti che avrebbero sostenuto, di fatto, il governo locale.
Tra le varie operazioni ora sotto la lente degli inquirenti, ci sono anche le concessioni di aree portuali. E da qui l’arresto di Signorini, che è stato presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale dal 2016 e fino all’estate del 2023, quando – come detto – ha assunto l’incarico ad Iren.
Il primo fronte corruttivo contestatogli è quello con l’imprenditore portuale Aldo Spinelli. A fronte della promessa di diversi vantaggi, Paolo Emilio Signorini gli avrebbe assicurato l’accelerazione della pratica in comitato di gestione portuale del rinnovo della concessione del Terminal Rinfuse per 30 anni; la concessione di spazi nelle aree dell’ex carbonile Enel e il tombamento di Calata Concenter; oltre alla concessione di un’occupazione abusiva dell’area dell’ex Carbonile lato levante Nord e Sud.
Per questi favori, secondo gli inquirenti, Signorini avrebbe ricevuto inizialmente 15.000 euro in contanti. Poi, Spinelli avrebbe pagato a Signorini 22 soggiorni di lusso a Montecarlo, comprese giocate al casinò, «servizi in camera, massaggi e trattamenti estetici», un posto esclusivo in spiaggia, e l’ingresso al torneo Master 1000 di tennis.
Tra le regalìe anche fiches per il casinò, una borsa Chanel, un bracciale Cartier in oro e la possibilità di disporre di una sua carta di credito durante un viaggio programmato a Las Vegas. Ma non è finita qui: Spinelli avrebbe anche offerto a Signorini «un incarico con retribuzione pari a 300 mila euro all’anno una volta terminato il mandato» da presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale.
Nato a Genova nel 1963, Paolo Emilo Signorini si è laureato presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, proseguendo gli studi presso la Yale Law School della Yale University. La sua carriera inizia alla Banca d’Italia e al ministero dell’Economia, per poi approdare con il governo Berlusconi IV, nel 2008, alla presidenza del Consiglio dei ministri come capo del Dipartimento per la programmazione e il coordinamento delle politiche economiche, dove è rimasto fino al 2013.
In seguito, è stato capo del Dipartimento per le Infrastrutture, i sistemi informativi e statistici al ministero delle Infrastrutture tra il 2013 e il 2015, ovvero sotto il governo Letta e poi Renzi. Come detto, all’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale approda in veste di presidente nel 2016, carica che detiene per 7 anni, prima di lasciare per Iren
(da La Stampa)

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CAMION, CALCIO E LOGISTICA: IL RITRATTO DI ALDO SPINELLI, L’IMPRENDITORE ARRESTATO PER CORRUZIONE NELL’INCHIESTA CHE HA COLPITO TOTI

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

“IL SIGNOR ALDO” È DIVENTATO FAMOSO GRAZIE AL CALCIO: PRIMA PRESIDENTE DEL GENOA E POI DEL LIVORNO… IL MEGA-DEPOSITO A SERVIZIO DEL PORTO, LA CONCESSIONE DEL TERMINAL RINFUSE E LE AZIONI NELLA CARIGE

Il commendatore, o scio’ Aldo, il Presidente oppure “Spino” – nel linguaggio sempre poco deferente delle calate – diventa famoso nel 1985, quando compra il Genoa e lo porta dalla serie B alla qualificazione in Uefa: dodici stagioni di cui la meta’ nella massima categoria, per poi vendere nel 1997 e acquistare poco dopo il Livorno, di cui mantiene la maggioranza fino al 2020, portando la squadra tre volte in serie A.
Dietro a lui non c’è alcuna dinastia imprenditoriale, niente patrimoni conservati nei secoli in dimore patrizie, niente uffici in torri di cristallo e niente salotti, al massimo la partita a scopone sopra il ristorante Europa, rito nel corso del quale per decenni i potenti genovesi hanno deciso, o provato a decidere, le sorti della città.
Spinelli è nato a Palmi, in Calabria, nel 1940, ma è cresciuto sin da piccolo a Sampierdarena. Professionalmente nasce come marittimo di macchina, ma sbarca poco dopo la morte del padre, avvenuta in un naufragio.
A 23 anni compra la sua prima ditta, l’Almea, trasporto legnami. Lì forgia la sua vocazione imprenditoriale ed è tra i primi in Italia a capire che il futuro dei porti sono i container, inventati pochi anni prima, e ne diventa uno dei primi trasportatori, così come uno dei primi a usare i semirimorchi lunghi, da 11,5 metri.
Sempre un passo più avanti, negli anni Ottanta Spinelli comincia a creare a terra i centri logistici legati alla ferrovia, nel 2001 arriva la prima concessione in porto, il Genoa Port Terminal. Da buon giocatore di carte, Spinelli vuole controllare tutto il mazzo. La logistica non si fa semplicemente trasportando cassoni o scaricandoli dalla nave, ma gestendo tutto il ciclo. I container sono un business, ma c’è sempre il problema della gestione di quelli vuoti. Spostarli costa, e più i depositi sono vicini alla nave, maggiore è la possibilità di reimpiegarli e risparmiare.
Per questo la vera svolta per Spinelli forse fu l’acquisto nel 1982 delle aree sulla collina degli Erzelli e trasformate in un mega-deposito a servizio del porto, aree poi cedute nel 2006 per fare spazio a quella che sarebbe dovuta essere la cittadella tecnologica della città, ma compensate con una parte della zona portuale un tempo occupata dagli altoforni dell’ex Ilva: direttamente a fianco delle banchine. Aree vantaggiosissime e ambitissime, oggetto di feroci battaglie al Tar a ogni scadenza della loro concessione. Nei progetti di qualche anno fa, già sotto la gestione del porto di Signorini, queste dovevano diventare l’autoparco che sarebbe servito a togliere un po’ di Tir dalla città, ma le cose non sono andate avanti e la concessione è stata prorogata ancora recentemente senza troppa pubblicità
Ed è proprio l’abilità di Spinelli a gestire e ottenere spazi in porto e fuori, anche grazie alla fluidità delle sue relazioni politiche a seconda di chi comanda in quel momento, a renderlo un concorrente temuto e invidiato.
Oltre al Terminal, i Tir, il deposito di container vuoti, i centri logistici nel Nord Italia, c’è anche il Centro Servizi Derna, affidato nel 2006 prima in subconcessione e poi come concessione vera e propria nella divisione delle aree ex Multipurpose, per quale come tutti gli imprenditori del porto fini’ indagato per turbativa d’asta benché tutto si risolse con un nulla di fatto in Cassazione.
Ma è a metà dello scorso decennio che il risiko delle aree esplode, e permette a Spinelli di porre le basi per il suo capolavoro. Con l’ingresso di Msc a Calata Bettolo, la dismissione delle aree Enel con la chiusura della centrale a carbone e la vendita della concessione da parte del gruppo Ascheri del Terminal Rinfuse, si concretizza il progetto di un mega-terminal container sotto la Lanterna, e Spinelli sa di essere nella posizione migliore per trarre vantaggio dalla situazione.
Il Genoa Port Terminal è infatti a fianco della centrale e del Terminal Rinfuse. Stringe un accordo con Msc e Superba, la società dei Depositi chimici, per rilevare le aree, ma dopo poco Superba è tagliata fuori, estromessa anche dall’Autorita’ portuale dall’ottenimento dell’ex carbonile (innescando cosi’ tutta la vicenda sulla ricollocazione dei Depositi da Multedo, aperta ancora adesso). Mentre al contrario Spinelli ottiene via via tutte le aree dismesse dall’Enel, dal 2018 gestisce il Terminal Rinfuse con Msc, in vista di una sua trasformazione in Terminal container.
Quando nel 2022 il fondo Icon esce dalla partecipazione del gruppo Spinelli, tutti si aspettano il matrimonio d’affari con Gianluigi Aponte, e invece o scio’ Aldo fa un’ennesima piroetta e la partecipazione finisce alla compagnia tedesca Hapag Lloyd, concorrente di Msc, ottima cliente di Genova e garante di terzietà rispetto al colosso ginevrino e Psa, i due big che dominano il porto, con cui però Spinelli è anche alleato (nel Terminal Rinfuse con uno, a servizio dell’altro con il Genoa Distripark di Pra’). Tutto mentre la nuova Diga foranea e il nuovo Piano regolatore gli daranno finalmente lo spazio per poter far crescere quelle aree che oggi sono rivendicate con orgoglio come le più sfruttate del porto.
Con 200 milioni di fatturato all’anno, quasi 700 dipendenti e una posizione di potere in porto, nel 2015 Spinelli diventa anche azionista nella Carige partecipata da Vittorio Malacalza, salvo poi aderire tre anni dopo alla cordata tra l’affarista romano Raffaele Mincione (coinvolto nelle speculazioni edilizie a danno del Vaticano) e Gabriele Volpi, principe della logistica del petrolio in Nigeria e presidente dello Spezia Calcio.
(da La Stampa)

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IL TRAMONTO DI GIOVANNI TOTI, L’EREDE DI EMILIO FEDE CHE DIVENNE BRACCIO DESTRO DI BERLUSCONI

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

CRESCIUTO IN MEDIASET, DIECI ANNI FA LA VERTIGINOSA SCALATA DI FORZA ITALIA… POI L’ALLONTANAMENTO DAL CERCHIO MAGICO

Lui, il quid ce l’aveva. E all’improvviso, grazie a una delle frequenti folgorazioni di Silvio Berlusconi, Giovanni Toti salì con un solo balzo quasi l’intera scala gerarchica di Forza Italia, rimpiazzando Angelino Alfano. Dritto dritto sulla poltrona al fianco del Cavaliere: consigliere politico del partito in vista delle elezioni. Era il gennaio del 2014, una vigilia delle Europee. Esattamente come adesso. I due punti estremi della carriera del giornalista di Viareggio.
Che ascesa, quella di Toti, uomo cresciuto in Mediaset – la moglie è la vicedirettrice di Videonews Siria Magri – con le stimmate del predestinato: basti pensare che alla guida del Tg4, nel 2012, aveva preso il posto di Emilio Fede, volto storico graffiato dalle inchieste su Ruby e Lele Mora. Lo sbarco in politica coincide con una serie di roboanti successi elettorali: nel giro di due anni – fra il 2014 e il 2015 – diventa europarlamentare e presidente della Regione Liguria. Sembra essere l’homo novus di Forza Italia, su cui puntare mentre il Cavaliere è nel pieno dei suoi guai giudiziari. È uno dei componenti dell’allora cerchio magico di Arcore, insieme a Mariarosaria Rossi, Francesca Pascale e Debora Bergamini. Toti diventa pure coordinatore nazionale del partito, nel 2019, poi, comincia un graduale allontanamento che non lo porterà però mai fuori dal perimetro del centrodestra.
Nel 2019 nasce l’avventura di Cambiamo!, il movimento dai colori arancioni che cerca di assorbire l’azzurro stinto di FI. “Berlusconi vuole comandare da solo”, dice. Ma lo strappo non riesce.
Nel 2020 viene rieletto alla guida della Regione Liguria, nel 2021 il tentativo di costruire un Terzo polo con il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, prima che ci provino Renzi e Calenda: il gruppo di fuoriusciti da FI si chiama “Coraggio Italia”. Ma anche quest’esperienza politica finisce male, con le dimissioni di Mario Draghi e le nuove elezioni in cui Toti corre in un cartello elettorale assieme all’Udc e a Noi con l’Italia. L’ultimo balzo, nel novembre scorso, lo porta vicino a Maurizio Lupi, nel ruolo di presidente del consiglio nazionale di Noi Moderati, nell’orbita della maggioranza di Giorgia Meloni, mentre si avvicina alla scadenza il secondo mandato da governatore. Sembrava finito in un cono d’ombra, Toti: è una brutta storia di mazzette, adesso, ad accelerare la caduta dell’ex delfino di Berlusconi. E a chiudere per sempre la sua rivoluzione “arancione”.
(da La Repubblica)

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“QUESTA DESTRA È COLLERICA E FANATICA: OCCUPA LA TV PER RISCRIVERE LA STORIA”: CORRADO AUGIAS, CHE HA LASCIATO LA RAI DOPO 60 ANNI, DEMOLISCE IL GOVERNO DELLA SORA GIORGIA

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

“TRA PREMIERATO E LIMITI ALLA MAGISTRATURA TEMO CHE SI RIPETA IN ITALIA IL MODELLO ORBAN, CON IL RESTRINGIMENTO PROGRESSIVO DELLA DEMOCRAZIA”… LA BORDATA CONTRO GIAMPAOLO ROSSI, “UN UOMO CRESCIUTO A COLLE OPPIO”

La casa di Corrado Augias è piena di libri e di luce. La sua gatta è nera ed elegante. Il suo rimpianto è la musica. Non averla studiata di più. Non aver suonato di più. NeLa vita s’impara, in uscita oggi per Einaudi, il giornalista e scrittore ripercorre la storia del nostro Paese attraverso la sua biografia.
L’infanzia in Libia, la Liberazione in Italia, la non scelta tra ebraismo e cattolicesimo, gli Einaudi comprati a rate, i convegni del Mondo, le redazioni dell’Espresso e di Repubblica. La Rai, quello che rappresentava quando vinse il concorso ed entrò appena laureato. Quando tra i dirigenti c’erano Ettore Bernabei, Angelo Guglielmi, e ci lavoravano da Andrea Camilleri a Carlo Emilio Gadda.
Lei scrive: «Ho frequentato la Rai per sessant’anni, ho assistito all’ingresso di tutte le ondate, dai socialisti ai berlusconiani, ai grillini. Tutti chiedevano posti e qualche briciola di potere. Gli ultimi arrivati invece non chiedono solo posti, il loro obiettivo è cambiare la narrazione culturale»
«L’ho capito fin dall’inizio. Quando nel 1963 in Rai arrivarono i socialisti, interrompendo il monopolio democristiano, volevano qualche programma, qualche servizio nel tg, farsi vedere. Arrivare, come si diceva allora, nella stanza dei bottoni. Per poi scoprire che i bottoni non c’erano».
Solo loro?
«No, via via tutti gli altri. Quando arrivarono i comunisti la Rai venne parlamentarizzata, la Dc aveva l’uno, i socialisti il 2, i comunisti il 3. Anche Berlusconi, a parte qualche gesto di ferocia come l’editto bulgaro, un gesto di collera “divina”, non chiedeva tanto. I suoi pensavano alle ballerine. Questi no».
A cosa pensano?
«Sono arrivati per imporre una visione del mondo».
Per riscrivere la storia come La Russa con via Rasella?
«Per ricominciare daccapo con una contronarrazione rispetto a quella costituzionale. Ma è una narrazione rozza, infantile, approssimativa. Nata nelle conventicole del Movimento sociale, mentre stavano a rimuginare tra loro pieni di rancore e di frustrazione perché erano stati tenuti fuori».
Li aveva messi fuori la storia.
«C’era l’arco costituzionale che non li prevedeva, questo li ha riempiti di collera. Quando sono andato via dalla Rai non era ancora successo quasi nulla, ma ho visto i segni premonitori».
È stato previdente.
«Un gesto fanatico e stupido come il divieto del monologo di Scurati si spiega solo con lo zelo del funzionario che crede di aver capito che è arrivato il momento di poter fare una cosa del genere, perché il clima lo permette».
E invece?
«Si è sbagliato. È stata una mossa sciocca e controproducente».
Lo sciopero Rai è stato boicottato da un sindacato appena nato per difendere il governo.
«Un sindacato tecnicamente giallo, cioè il sindacato del padrone come c’era alla Fiat nei tempi delle contrapposizioni industriali più dure, alla Rai non c’era mai stato. È incredibile quel che accade».
Le racconto un aneddoto significativo. Per un periodo ho fatto il redattore al tg, c’era stato un terremoto, scrissi la notizia parlando di vittime, case distrutte, strade impraticabili. Il mio caporedattore democristiano la riscrisse».
Come?
«”Tutto è tornato tranquillo a Valdobbiadene dopo la scossa di terremoto che…”».
Non bisognava allarmare.
«Gli interventi erano di questo tipo. Per non dire di Bernabei che quando c’era Tv7 si chiudeva nella moviola di via Teulada a guardare tutti i servizi: questo sì, questo no. Ma poi favoriva programmi culturali di prim’ordine»
Era un’altra cosa?
«Completamente, e si vede riprodotta nel dissidio tra Roberto Sergio e Giampaolo Rossi. Il primo, vecchia scuola dc, cerca di mitigare, di mediare. Rossi va giù dritto, è un uomo nato a Colle Oppio».
Senso di rivalsa?
«Quando sono andato via a una domanda su di me ha risposto, testuale: ho 12mila dipendenti, non mi posso occupare dello stipendio di Augias. Ma nessuno aveva mai parlato di soldi».
Il tentativo di screditare, come con Scurati?
«Il fango. Un argomento specioso per sporcare l’avversario».
Nel caso di Scurati lo ha fatto direttamente la premier.
«Vede, non ho paura che mi aspettino sotto casa per darmi un sacco di legnate… le botte dei fascisti le ho già prese».
Tornando in Italia, questa occupazione di tutti gli spazi quanto può durare?
«Qualunque potere si espande fino a quando non trova un contropotere che lo limita».
Quale può essere il contropotere?
«Può nascere da un trauma economico, non da altro. Gridare al fascismo è inutile e controproducente. È un messaggio che arriva solo a persone che non hanno bisogno di ascoltarlo».
Fa bene Meloni a non dirsi antifascista?
«Certo. Perché non lo è e perché deve arrivare all’8 giugno con il massimo possibile di forza elettorale, dai camerati di Acca Larentia alla borghesia impaurita dall’impoverimento».
L’alternativa com’è messa?
«Male. Non ha la concretezza e la brama di potere che tiene unita la destra. Finché non troverà un equilibrio tra diritti civili e diritti sociali non ce la farà».
Il Pd?
«È troppo diviso. Non sono mai stato comunista, ma ricordo con quale apprezzamento noi liberali di sinistra gobettiani guardavamo il cosiddetto centralismo democratico. Dicevamo: in Italia ci sono tre cose serie, il Vaticano, i carabinieri e il Pci. Forse si salvano i carabinieri».
Ho dimenticato di chiederle di Vannacci.
«Non ne vale la pena».
(da La Stampa)

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SCHLEIN SCANDALIZZA RENZI PERCHE’ DICE QUALCOSA DI SINISTRA

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

NEL 2015 SCHLEIN LASCIO’ IL PD IN SEGUITO ALLA RIFORMA DEL LAVORO (E CON LEI MOLTI ELETTORI DEL PD DISGUSTATI DALLA DERIVA RENZIANA)

Stupisce lo stupore degli ex renziani del Pd. Che rimproverano alla segretaria Elly Schlein di fare ciò per cui si è candidata alle primarie del Partito democratico. La pietra dello scandalo sarebbe la firma al referendum promosso dalla Cgil per archiviare la discussa riforma del Jobs Act. Cioè la legge con la quale il governo Renzi riuscì, laddove Berlusconi aveva fallito, a cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che sanzionava con la reintegra i licenziamenti senza giusta causa.
Come ci ricorda Giulio Cavalli, nel 2015 Schlein decise di lasciare il Pd proprio in seguito alla riforma del lavoro. Per poi rientrare nel partito, scalando la segreteria, con l’ambizione di cambiarlo. Come sanno i nostri lettori, questo giornale non è mai stato tenero con Elly Schlein. Per essersi più volte dovuta piegare ai diktat della minoranza e scendere a compromessi con i signori delle correnti.
La firma del referendum della Cgil, come pure le candidature di Marco Tarquinio, espressione del pacifismo, e di Cecilia Strada, sostenitrice del superamento del modello Minniti sull’accoglienza, rappresentano tuttavia un primo, importante cambio di rotta rispetto al passato. Oltre a un segnale in funzione delle alleanze future: una chiara apertura ai Cinque Stelle di Conte e un freno alle convergenze con Renzi e Calenda dai quali Schlein sta prendendo sempre di più le distanze. Normale che gli ex renziani siano nervosi. Non erano più abituati a un Pd che dice e fa qualcosa di sinistra.
(da lanotiziagiornale.it)

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“DESTRA MALDESTRA”, IL RACCONTO DELLA POLITICA CULTURALE AL TEMPO DEL GOVERNO MELONI

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

PER FRATELLI D’ITALIA LA CULTURA PUO’ ATTENDERE: POCHE IDEE E UN ORIZZONTE FERMO AL NOVECENTO

In questa pagina un’anticipazione del nuovo libro di Alberto Mattioli, “Destra maldestra. La spolitica culturale del governo Meloni”, edito da Chiarelettere. A partire da oggi, lo troverete anche in tutte le librerie.
“Pronti”, dicevano, anzi gridavano, meglio: strillavano, a caratteri cubitali, i manifesti elettorali di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia in vista delle elezioni del 25 settembre 2022. Si usciva dal Covid, dai governi Conte I e Conte II, rispettivamente gialloverde e giallorosso, e da quello Draghi, tecnico, benedetto dalle istituzioni nazionali ed europee e mondiali e forse anche dagli Ufo, dai mercati, dal ceto medio riflessivo, dai giornali seri e/o seriosi, un esecutivo nel complesso eccellente però mancante di quel sano populismo, sbrigativo nelle sue soluzioni prêt-à-penser, palla avanti e pedalare, che piace sempre all’elettore medio: dalla parte della gggente, insomma. E infatti Gggiorgia, madre, donna, italiana e cristiana, come lei stessa si definì in un memorabile comizio, puntualmente stravinse. Dunque, ecco FdI primo partito italiano, 26 per cento, ovviamente primo pure del centro-destra, e Meloni che il 22 ottobre 2022 diventa il primo presidente del Consiglio di destra-centro e, nella storia patria, la prima donna a sedersi su quella poltronissima. Ella ha però più volte ripetuto di voler essere chiamata “il” presidente del Consiglio, alla faccia della sacrosanta battaglia femminile e femminista e di sinistra e politicamente corretta contro il patriarcato, che del resto come tutte le battaglie pol. corr. è così insistita, ripetuta, replicata da diventare noiosissima, un’infinita variazione sul tema, da ribadire anche se si sta parlando del ripieno dei tortellini (e perfino se li impasta lui), che rischia seriamente di provocare degli slogamenti multipli e anche un po’ scomposti della mascella: a furia di sbadigli. Naturalmente, l’avvento del/della primo/a premier post-missino/a suscitò l’ansia per la libertà, la massima vigilanza, la pregiudiziale antifascista, l’allarme per la democrazia. E da lì, di fatto, non ci siamo più schiodati, con la destra che governa (male, ormai si può tranquillamente dirlo) e la sinistra che si lagna non perché la destra governa male ma perché è fascista. Sai che spasso.
In ogni caso, questo libro non parla della politica italiana degli ultimi due anni, per la quale chi l’ha scritto non ha né le competenze né l’interesse. In un momento particolarmente sventurato della mia vita giornalistica, mi sono dovuto occupare di politique politicienne e posso garantire che il batti e ribatti delle dichiarazioni, Tizio che risponde all’intervista di Caio sul discorso di Sempronio, alla lunga ingenera un senso di noia mortale per chi ne scrive e figuriamoci per chi ne legge, e infatti non a caso ha smesso di farlo. Ma sono cose che sanno tutti, a parte forse i direttori dei quotidiani. No: qui si vorrebbe parlare della politica culturale del Meloni I, ammesso che ce ne sia una. Perché, diciamocelo francamente, una volta entrati nella stanza dei bottoni, Giorgia e i suoi Fratelli hanno scoperto, intanto, che in Italia se spingi un bottone di solito succede nulla, e questo “sapevamcelo”, come si dice “quando avviene o è ammessa cosa di facile previsione, da altri negata con arte o frode”, così chiosa il deliziosissimo Dizionario moderno di Alfredo Panzini. E poi che un conto è spararle grosse in campagna elettorale, e poi accorgersi, concesso e non dato che non lo si sapesse, che fra il dire e il fare ci sono di mezzo il diritto internazionale, l’Europa, la politica estera o magari il semplice buonsenso. Vedi il “blocco navale” contro l’immigrazione clandestina, promesso prima delle elezioni e mai promosso dopo averle vinte, un ottimo sistema per prendere i voti dell’elettore medio con proclami più irrealistici di un elettore medio che vola. Infatti Meloni e gli altri faranno anche gaffe e pasticci a ripetizione, ma sui fondamentali sono risultati tutt’altro che rivoluzionari: ortodossia atlantista ed europea all’estero, facendo magari la voce grossa a uso propagandistico, e all’interno nessuna vera Grande Riforma, che poi chissà se si farà davvero.
Insomma, plus ça change, plus c’est la même chose, anche se la combriccola governativa è talmente surreale, fra ministri che fermano treni e ministre che fanno bancarotta, sottosegretari che rivelano segreti d’ufficio ai coinquilini, parlamentari pistoleri, conflitti d’interesse vari, che tutto sommato ci si diverte lo stesso (però, fra parentesi, nel frattempo è stata fatta passare nell’opinione pubblica l’idea che Giorgia sia in gamba, anzi abbia “due palle così” – sempre per restare in ambito patriarcale – ma che purtroppo gli imperscrutabili disegni della Provvidenza l’abbiano circondata di una manica di pittoreschi incompetenti, veri fardelli d’Italia, come se questo Barnum non l’avesse selezionato lei e non fosse composto di camerati, amici, colleghi e talvolta parenti, in qualche caso anche serpenti).
Se c’è un settore dove il governo avrebbe le mani libere è appunto la cultura. In questo campo, è difficile che qualche mossa improvvida possa suscitare la riprovazione dei mercati o di Bruxelles, il severo monito del Quirinale o l’accorato appello del Vaticano (i moniti del Quirinale, si sa, sono sempre severi, e gli appelli papali accorati full time. Si rimpiange una volta di più che Flaubert non abbia avuto a disposizione i giornali italiani…). Annunciare in programmi elettorali e discorsi parlamentari che si vuole puntare sulla cultura è stretto bon ton politico; che qualcuno lo faccia davvero, Dio bon, non succede mai. Nel luogocomunismo nazionale, che poi è la vera ideologia dominante da quando si è deciso che i politici non devono essere meglio dei loro elettori, ma uguali, “proprio uno di noi”, se non peggiori, la cultura è una specie di limbo. È una notte dove tutte le vacche sono nere, dove si oscilla fra due banalità uguali e contrarie, e soprattutto entrambe false: “la cultura è il nostro petrolio” e “con la cultura non si mangia”, quest’ultima di paternità incerta perché l’indiziato numero uno, l’indimenticato ministro dell’Economia di Berlusconi, Giulio Tremonti, ha sempre negato di averla proferita. Dal suo labbro uscì l’empia parola? Chissà, in ogni caso chiunque l’abbia detta ha interpretato il sentire comune, che non necessariamente è il giusto sentire.
La destra-destra è arrivata al potere dopo una lunghissima traversata del deserto. Praticamente, aspettava l’occasione dal 1945, se escludiamo i governi Berlusconi dove però era il socio di minoranza. E, pensavamo noi coeurs simples, avrà accumulato chissà quali progetti, idee innovative e rivoluzionarie, tutta una Weltanschauung da imporre, la riproposizione del suo pensiero tradizionale e tradizionalista rielaborato però alla luce dello Zeitgeist imperante, un rinnovamento di mode culturali e modi di imporle, e che faccio, signo’, lascio? Chissà quanti talenti, quanti pensatori e registi e scrittori e artisti e intellettuali finora ignorati e ghettizzati dall’egemonia culturale della sinistra ci saranno da rivelare, quante giuste ribalte da concedere, che fermento di personalità e di idee cui dare, finalmente, lo spazio così a lungo negato. E Meloni chi ti riceve per primo, a Palazzo Chigi? Pino Insegno. Per carità, eccellente doppiatore e presentatore televisivo dagli esiti più modesti, come poi si è dimostrato, ma insomma non esattamente un intellettuale di riferimento.
E poi su questa questione dell’egemonia culturale bisogna intendersi. Che la cultura del dopoguerra, in Italia, sia stata soprattutto di sinistra è verissimo. Fra i suoi protagonisti, quelli non di sinistra non abbondano, e ad alcuni di non esserlo è anche stato fatto pagare, vedi Franco Zeffirelli. Però Gramsci bisognerebbe leggerlo, non solo citarlo. La sua teoria dell’egemonia culturale, raffinatissima, fu elaborata prima dell’invenzione dello strumento che ha cambiato tutto, la televisione, e molto prima di quello che ha cambiato tutto di nuovo, Internet con i relativi social. In un paese dove si scrive molto ma si legge pochissimo, e la cultura è tuttora tenagliata fra una maggioranza di analfabeti di ritorno e una minoranza di accademici incomprensibili, la vera egemonia culturale l’hanno esercitata prima la Rai, quella democristiana sì bella e perduta, pedagogica e perbenista, divulgativa e, giustamente, ipocrita, perché l’ipocrisia è un vizio privato ma una pubblica virtù, e poi le televisioni berlusconiane, che hanno fatto davvero l’unica rivoluzione culturale italiana, per fortuna meno cruenta di quella cinese benché, a detta della sinistra, altrettanto devastante. Oggi l’egemonia culturale segue altre vie, dato che il pubblico televisivo è ormai composto in maggioranza di diversamente giovani. Sta di fatto che l’elaborazione di una strategia culturale per la conquista del relativo potere passa non solo dai contenuti, ma soprattutto dal medium. E qui direi che se l’alternativa sono i libri di Vannacci o le fiction edificanti, la sinistra, o meglio la sua versione wokista e buonista, insomma il politicamente corretto e corrente, può stare serena, a parte strillare per la lottizzazione sistematica di ogni poltronissima, poltrona, sedia, strapuntino. Ma, in questo caso, dopo aver lottizzato a sua volta per decenni, quindi ancora con una bella dose di ipocrisia, che scandalizza soltanto chi la pratica.
Questo libro cerca di raccontare come la destra-destra non solo non stia facendo alcuna politica culturale, ma non abbia nemmeno alcuna idea di come, eventualmente, la si faccia. Perché ha meno personalità presentabili dei posti che si presentano; perché non ha idee e quelle che ha sono vecchie; perché il suo orizzonte rimane novecentesco, legato alla contrapposizione di ideologie morte e sepolte; perché insiste a pensare alla contemporaneità come a una minaccia e mai come a un’opportunità; e infine perché non sa muoversi, manca di souplesse istituzionale, di savoir faire, di uso di mondo, di garbo, perfino di educazione. Perché, insomma, è una destra maldestra. Lasciamo stare il fascismo, per favore, che è solo l’alibi per evitare di confrontarsi sui fatti, per buttarla in caciara, come direbbe Meloni. Nel giugno 2023 ero attovagliato sulla terrazza del Pressebüro del Festival di Salisburgo, davanti a una magnifica vista sulla città e a un calice di Grüner Veltliner forse troppo freddo, giusto per smentire una volta di più il ministro cognato Lollobrigida, il quale pensa che noialtri giornalisti beviamo soltanto champagne. Quando la conversazione scivolò inopinatamente sull’Italia, due colleghe francesi, una anche inviata di un quotidiano assai autorevole, mi chiesero allarmatissime “des nouvelles” sul fascismo che si era impadronito dell’Italia: chissà, magari pensavano che fossi lì in confino. Dovetti pazientemente spiegare che sì, il governo e le istituzioni erano pieni di fascisti non pentiti né convertiti, e in qualche caso relapsi (se Lollo, improbabile ma possibile, stesse leggendo un libro in generale e questo in particolare, può consultare un dizionario o anche solo googlare per scoprire cosa significa), ma che per ora in Italia c’era ancora la libertà di pensiero. Rimasero perplesse e non convinte, come se io fossi un emissario del Minculpop che faceva un reportage per l’Istituto Luce.
L’ episodio serve non solo ad acclarare la differenza fra chi è radical chic (loro) e chi soltanto chic (io), ma anche a dimostrare come la pervasività della polemica contro il fascismo che non c’è impedisca qualsiasi valutazione oggettiva dell’azione di questo governo, e che poi sarebbe perfino più negativa. Sui giornali è tutto un “Allarmi, son fascisti” che prima era ridicolo e oggi è stucchevole. Come se nottetempo le squadracce meloniane si presentassero a casa, poniamo, di Chiara Valerio o di Corrado Augias come a suo tempo in quella di Benedetto Croce: “Stanotte, alle 4, siamo stati svegliati da un gran fracasso di vetri rotti e di passi affrettati: era una dozzina o quindicina di fascisti, venuti con un camion a devastarmi la casa: hanno rotto tutti i vetri, sfondato quadri, e spezzato vasi e mobili delle stanze per cui sono passati. Gettatomi dal letto, mi sono affacciato dalla stanza per domandare che cosa fosse: mi hanno risposto: ‘Fascisti, fascisti’, e un tale ha aggiunto volgari parolacce”. Però la pagina dei Taccuini è datata 1° novembre 1926, un secolo fa. Strillare tutto il tempo al fascismo non è soltanto grottesco, ma controproducente, perché sposta una volta di più il giudizio politico su un piano ideologico, e ideologico decotto, invece che su quello empirico, della valutazione di progetti e risultati, del rapporto costi benefici, della scelta di personale più o meno presentabile. Stiamo ai fatti, e anche alle omissioni. Sangiuliano and friends non vanno criticati perché forse sono ancora fascisti. Ma perché sono sicuramente mediocri.
(da ilfoglio.i)

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“E’ UN FUOCO DI PAGLIA”: VANNACCI SI PERMETTE DI IRONIZZARE CONTRO L’UFFICIALE MEDAGLIA D’ORO AL VALORE MILITARE GIANFRANCO PAGLIA, COSTRETTO SU UNA SEDIA ROTELLE PER TRE COLPI DI PROIETTILE RICEVUTI IN SOMALIA NEL 1993, CHE LO AVEVA STRONCATO IN TV: “DISONORA LA DIVISA”

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

SI SCATENA UNA SHITSTORM DELLA FECCIA SOVRANISTA CONTRO L’EX PARLAMENTARE DEL PDL (VICINO A FINI)… IL SINDACATO INTERVIENE PER DIFENDERE PAGLIA: “CONTRO DI LUI COMMENTI INGIUSTI E OFFENSIVI”

La storia è questa: domenica sera Gianfranco Paglia – colonnello medaglia d’oro al valor militare e su una sedia rotelle per tre colpi di proiettile ricevuti in Somalia nel 1993, un combattimento dove salvò la vita di alcuni suoi commilitoni – è ospite di Zona Bianca, su Rete 4. Gli chiedono un parere sul collega (ex?) generale Roberto Vannacci, oggi candidato con la Lega all’europarlamento.
La sua opinione è netta, dice che “Vannacci ha disonorato la divisa, i suoi discorsi sono stati divisivi e per questo è stato sospeso per 11 mesi”. Tra l’altro Paglia è un uomo di destra: fu anche eletto in Parlamento con il Popolo della Libertà nel 2008, vicino a Gianfranco Fini.
Dopo la trasmissione però accade questo. Vannacci gli dedica un post social (“fuoco di PAGLIA”, ironia davvero ricercata, degna di uno scrittore di successo), lo stesso fa il suo braccio destro Fabio Filomeni, ex colonnello della Folgore, anima nera del già bruno vannaccismo: “Farebbe bene a scusarsi pubblicamente per aver oltrepassato il limite”. Risultato finale: Paglia viene ricoperto messaggi rabbiosi sulla propria pagina social, una shitstorm in piena regola, come ai tempi della vecchia Bestia salviniana, quando il metodo era semplice e rodato, cioè prendere di mira un personaggio sgradito e intimidirlo facendogli arrivare una tempesta di cavallette addosso.
Il piccolo particolare della vicenda è che il colonnello medaglia d’oro è suo malgrado un disabile, argomento sul quale Vannacci ha già consegnato alla storia il proprio sfondone discriminatorio. Così il sindacato Aspmi, Associazione Sindacale Professionisti Militari, vista le centinaia di commenti contro Paglia, oggi esprime “la propria totale solidarietà a Paglia, attaccato sui social nelle ultime ore da alcune decine di utenti che hanno formulato commenti ingiusti e gravemente offensivi”.
Il sindacato militare ricorda che “da soldato del ruolo d’onore, Paglia si è battuto per i diritti dei militari, per promuovere lo sport paralimpico e i diritti dei disabili militari e delle loro famiglie
(da agenzie)

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“LE ELEZIONI ANTICIPATE NON SI POSSONO ESCLUDERE”: FRATELLI D’ITALIA SCARICA TOTI DOPO L’ARRESTO PER CORRUZIONE

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

“BISOGNA VEDERE LE SCELTE CHE OPERERÀ IL GOVERNATORE, MAGARI PER DIFENDERSI IN MODO PIÙ SERENO PREFERISCE DIMETTERSI E SI VA AL VOTO”… CHE SUCCEDE ADESSO? AL MOMENTO SUBENTRERÀ IL VICE, IL LEGHISTA ALESSANDRO PIANA. SE L’OPPOSIZIONE PRESENTASSE UNA MOZIONE DI SFIDUCIA, E QUALCUNO DAL CENTRODESTRA LA APPOGGIASSE, SAREBBE DEPOSTO. LA PALLA È IN MANO A FDI, CHE HA GIÀ UN CANDIDATO PRONTO

“Il fatto è accaduto poche ore fa, ma non si può escludere nulla. In Liguria le elezioni sono in programma da ottobre del 2025 ma l’ipotesi delle elezioni anticipate in Regione a questo punto non si può escludere. E bisogna anche vedere le scelte che opererà Toti, magari per difendersi in modo più sereno preferisce dimettersi e cade tutto e si va al voto. E’ davvero presto per aggiungere altro. A caldo posso dire solo queste cose”. Lo ha detto Matteo Rosso, parlamentare e coordinatore ligure di Fdi ad Affaritaliani.it.
“Prima di esprimere una valutazione attendo di vedere le carte, leggere bene e capire. Certo è che questa vicenda ci è capitata tra capo e collo, una cosa del genere non ce la saremmo mai aspettata” ha detto ancora Matteo Rosso. “Io sono un garantista sempre e per me fino al terzo grado di giudizio prevale la presunzione di innocenza e, quindi, voglio vedere esattamente che cosa dicono le carte e quali sono le circostanze”.
“Certo è che stamattina per noi è cascato il mondo, non avevamo mai avuto sensazioni di una cosa del genere. Ognuno fa il suo mestiere, la magistratura ha il dovere di indagare e l’indagato il diritto di difendersi” ha detto ancora il coordinatore ligure di Fratelli d’Italia.
§Per quanto riguarda l’attività amministrativa della Regione, Rosso spiega: “Per un certo periodo andrà avanti il vice-presidente Alessandro Piana (Lega) poi si vedrà. Al momento non so davvero che cosa aggiungere, è troppo presto. Dovrò anche consultarmi con i vertici nazionali del mio partito. Ripeto, io sono garantista. Nel passato anche io ho subito un processo e sono stato assolto, pertanto, ho fiducia nella Magistratura e bisogna aspettare le decisioni della stessa. Al momento non so davvero che cosa aggiungere, ora dobbiamo solo leggere e capire. Ci vorranno ore o forse giorni prima di farsi un’idea più precisa”.
“Siamo vicini al nostro presidente Toti, certi che abbia sempre agito nell’esclusivo interesse della Liguria. Auspichiamo che venga fatta chiarezza al più presto e che il presidente possa così dimostrare la sua più totale estraneità ai fatti contestati”. Così il vicepresidente della Regione Liguria Alessandro Piana e gli assessori della giunta dopo la notizia dell’inchiesta che ha coinvolto il governatore.
Ai sensi dell’articolo 41 dello Statuto, il presidente è sostituito pro tempore in tutte le sue funzioni dal vicepresidente nella pienezza dei poteri. L’attività amministrativa della Regione Liguria prosegue senza soluzione di continuità.
ORLANDO(PD), TOTI? DIFFICILE ESPERIENZA GOVERNO POSSA PROSEGUIRE
“Emerge un quadro desolante ma per la verità non sorprendente. L’eccessiva promiscuità tra funzioni istituzionali e circoli economici era un dato emerso e anche da noi denunciato. Ora bisogna evitare che questo cortocircuito molto grave pregiudichi gli interessi della regione e i grandi investimenti che la riguardano. Al di là dei profili penali, è necessario avviare un forte processo di rigenerazione nell’interesse della regione e dei liguri.
Se servono elezioni anticipate? Se le carte, che non abbiamo avuto ancora la possibilità di leggere, confermassero i titoli dei giornali, a prescindere dalle responsabilità strettamente penali, il vulnus politico sarebbe grande. Mi pare difficile che possa proseguire un esperienza di governo così fortemente colpita”. Lo ha detto in Transatlantico l’ex ministro della Giustizia e parlamentare ligure del Pd Andrea Orlando.
CORRUZIONE, M5S CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA GIUNTA LIGURIA
“In base alle notizie apprese il gruppo regionale del Movimento 5 Stelle chiede le dimissioni della Giunta regionale ligure. In tutti questi anni abbiamo più volte segnalato e denunciato, anche con esposti, diverse operazioni quantomeno discutibili. L’operazione delle Colonie Bergamasche o la vendita dell’ex ospedale di Santa Margherita, oltre alle centinaia di attività inerenti a determinate “sponsorizzazioni” e utilizzo di fondi pubblici. Le notizie non fanno bene alla nostra regione”. Lo dichiara il capogruppo regionale del M5S Fabio Tosi con il collega di Gruppo Paolo Ugolini
Dimissioni, sfiducia, reggenza, elezioni? Cosa accadrà adesso in Regione Liguria, dopo che il presidente della giunta, Giovanni Toti, è stato posto agli arresti domiciliari? Se molta parte del mondo politico si aspetta le dimissioni, i più acuti osservatori sottolineano l’inossidabile garantismo che ha sempre contraddistinto il governatore .
Intanto, la Regione viene affidata al vicepresidente Alessandro Piana, Lega, che ne tiene la reggenza. E infatti il governatore Toti si è “sospeso dalle funzioni”. La reggenza del vicepresidente però, dice lo statuto, deve essere temporanea.
Se Giovanni Toti non si dimetterà potrebbe essere spinto a farlo dalla sua stessa maggioranza, a cominciare da Fratelli d’Italia che ne è il maggior azionista. Se il centrosinistra presentasse una mozione di sfiducia e i banchi del centrodestra la appoggiassero, anche solo in parte, il presidente sarebbe deposto.
La situazione è complicata dal fatto che l’attuale governatore è anche consigliere regionale e per lui, dunque, potrebbe anche scattare la legge Severino. In caso di dimissioni o di sfiducia approvata, in Regione Liguria vale la clausola “simul stabunt, simul cadent”, per cui decadrebbe tutto il consiglio regionale. L’altra ipotesi, ma più remota, è l’applicazione dell’articolo 126 della Costituzione che prevede lo scioglimento di un consiglio regionale da parte del Presidente della Repubblica, nei casi di gravi reati.
Per ora la giunta rimane comunque in funzione. Per la Regione, non è previsto alcun commissariamento, dunque l’esito sempre più probabile di questo terremoto politico e non solo sono le elezioni anticipate, il mandato naturale scadrebbe nel 2025, ultimamente si parlava addirittura di uno slittamento delle elezioni a febbraio o giungo 2026.
Adesso, però, le elezioni anticipate in Liguria potrebbero svolgersi in autunno, anche perché si possono celebrare soltanto la domenica successiva lo scadere dei sessanta giorni dalla cessazione delle funzioni del presidente della Regione, quindi è escluso un accorpamento con le prossime elezioni europee
Da un punto di vista politico, la palla adesso è in mano a Fratelli d’Italia, già imbarazzato per la volontà inossidabile del governatore Toti di presentarsi per un terzo mandato alle prossime elezioni: adesso la situazione cambia radicalmente e, di fatto, entra ad avere la regia politica di un’amministrazione in cui è partito di maggioranza uscito dalle urne, ma condizionato dalla personalità, e dal consenso personale, attraverso la sua lista, del presidente Toti.
E il partito di Giorgia Meloni avrebbe già un candidato presidente a lungo tenuto nelle retrovie, l’ex vicesindaco di Genova, Massimo Nicolò.
Nella storia della Liguria esiste un precedente di arresto del presidente della Regione: nel 1983 accadde al presidente Alberto Teardo, arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso all’interno di un’inchiesta che coinvolse il gruppo ligure del Psi. E la vicenda è entrata nei libri di storia perché considerata prodromo della successiva stagione di Mani Pulite. Nel 1985 venne arrestato, invece, l’allora vice-presidente della Regione, Giacomo Gualco, Dc, con l’accusa di peculato.
(da agenzie)

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ARRESTO DI TOTI A GENOVA, L’OMBRA DI COSA NOSTRA SULLE REGIONALI DEL 2020: PROMESSI POSTI DI LAVORO E ALLOGGI POPOLARI

Maggio 7th, 2024 Riccardo Fucile

CONTESTATI ACCORDI CON CLAN DI RIESI AL COORDINATORE DELLA LISTA “CAMBIAMO PER TOTI PRESIDENTE” E A DUE COORDINATORI DI FORZA ITALIA

A Matteo Cozzani quale coordinatore regionale della campagna elettorale per la Lista “Cambiamo con Toti Presidente”, Italo Maurizio Testa e Arturo Angelo Testa, quali rappresentanti della comunità riesina di Genova, coordinatori di Forza Italia in Lombardia, viene contestato (in concorso con il presidente della Regione Liguria, per il quale non è stata chiesta alcuna misura cautelare/interdittiva in relazione a questo delitto) il reato di corruzione elettorale in occasione delle consultazioni elettorali della Regione Liguria del 20 e 21 settembre 2020.
«Costoro – scrivono gli investigatori – sono accusati di aver promesso posti di lavoro ed il cambio di un alloggio di edilizia popolare per convogliare i voti degli elettori appartenenti alla comunità riesina di Genova (almeno 400 preferenze) e comunque siciliani verso la lista “Cambiamo con Toti Presidente”, nonché verso l’indagato Stefano Anzalone ed alcuni altri candidati della predetta lista, questi ultimi sottoposti ad indagini». «A Italo Cozzani, Maurizio Testa e Arturo Angelo Testa, e non anche al presidente della Regione, non essendo emersi elementi a suo carico, è contestata l’aggravante di cui all’art. 416-bis.1 c.p., per aver commesso il reato di corruzione elettorale al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra, segnatamente il clan Cammarata del Mandamento di Riesi con proiezione nella città di Genova».
Analogo reato di corruzione elettorale viene contestato a Italo Maurizio Testa, Arturo Angelo Testa, in concorso con Stefano Anzalone, quale candidato al Consiglio regionale per la Lista “Cambiamo con Toti Presidente” (nei confronti del quale non è stata formulata alcuna richiesta di misura cautelare con riferimento al reato di cui all’art. 86 DPR 570/1960)”.
«In occasione delle consultazioni elettorali della Regione Liguria del 20 e 21 settembre 2020 – viene spiegato – questi promettevano posti di lavoro a più persone per far convogliare i voti degli elettori appartenenti alla comunità riesina di Genova e comunque siciliani verso la lista “Cambiamo con Toti Presidente” e verso il candidato Anzalone Stefano. Anzalone, secondo l’accusa, offriva ai fratelli Testa il sostenimento delle spese di vitto e soggiorno in Genova dei predetti fratelli nel periodo compreso tra il 10 ed il 19 settembre 2020. Il reato è aggravato, per quanto concerne i fratelli Testa, non anche per Anzalone, per essere stato commesso al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra, segnatamente il clan Cammarata del Mandamento di Riesi con proiezione nella città di Genova».
(da agenzie)

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