Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
SONO LE DONNE A TROVARSI IN UNA SITUAZIONE DI “PART-TIME INVOLONTARIO”: IL 16,5% SUL TOTALE DELLE OCCUPATE, CONTRO IL 5,6% DEGLI UOMINI
In Italia, più della metà dei 4 milioni e 203 mila lavoratori e
lavoratrici part-time rilevati dall’Istat nel 2022, il 56,2%, non ha scelto questa forma contrattuale ma l’ha accettata o subita per necessità o per assenza di altre possibilità, ovvero è in una condizione di part-time involontario.
E’ quanto emerge dal Report del Forum Disuguaglianze e Diversità secondo cui le più colpite dal part-time involontario sono le donne, che già rappresentano circa i tre quarti delle persone occupate a tempo parziale: subiscono infatti il part time involontario un 16,5% di donne sul totale delle occupate contro il 5,6% degli uomini.
Secondo il rapporto “Da conciliazione a costrizione: il part-time in Italia non è una scelta. Proposte per l’equità di genere e la qualità del lavoro”, inoltre, in 8 imprese su 10 l’incidenza delle donne in part-time sul totale dei dipendenti è oltre il 50%.
Dallo studio si evince anche che il 12% delle imprese usa il part-time in modo strutturale (oltre il 70% dei dipendenti) e che queste imprese sono meno attente alla qualità del lavoro. In generale, il fenomeno del part time involontario aumenta anche nel Mezzogiorno, tra le persone straniere, tra chi possiede un basso titolo di studio e tra le persone con un impiego a tempo determinato.
(da agenzie)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
NON HA ANCORA CAPITO CHE GLI ELETTORI NON DIMENTICANO I SUOI VOLTAFACCIA E CHE NON E’ PIU’ CREDIBILE
Oltre 13 milioni di euro. Questa è la cifra destinata in larga parte alle zone 30 da un decreto ministeriale (408 del 22/12/2022) di Matteo Salvini, di cui si legge nella relazione sull’utilizzo dei proventi delle multe dell’anno 2022. Le cifre sono chiare a pagina sei del documento, ora in mano alle Commissioni che in Senato stanno approvando le modifiche al codice della strada. La Direzione Generale per la Sicurezza e l’Autotrasporto, parte del Dipartimento per la Mobilità Sostenibile del Mit, ha potuto elargire nell’ambito del capitolo 7333 Piano Nazionale si Sicurezza Stradale 2030, poco meno di 14 milioni di euro. Di questi, 13,5 milioni sono andati ai 14 grandi comuni del Paese, come stabilito da un decreto del 22 dicembre 2022, quando Salvini era già ministro dei Trasporti. L’obiettivo dichiarato è il «miglioramento della sicurezza dei pedoni», non particolarmente dissimile da quello proclamato dal vicepremier nell’annunciare il controverso nuovo codice della strada. A differire è la modo in cui questo obiettivo dev’essere raggiunto.
Zone 30 tira e molla
D’accordo con le indicazioni degli esperti del settore, il primo intervento nella lista è «l’azione di moderazione del traffico con l’implementazione di zone 30 e isole ambientali», per «mitigare le differenze di velocità esistenti tra pedoni e traffico motorizzato». Destinazioni d’uso che portano subito alla mente lo scontro ingaggiato dal segretario della Lega con l’amministrazione di Bologna. Dallo scorso gennaio nella gran parte delle strade del centro della città felsinea non si potrà andare più veloce di 30 chilometri orari. Dall’introduzione della misura il numero di vittime della strada è calato significativamente, in linea con l’esperienza delle molte città europee che hanno adottato lo stesso modello, ma che Salvini sostiene che porti «più danni che benefici», soprattutto alla «gente che vuole lavorare». Le opinioni del ministro si riflettono anche nel nuovo codice della strada, che riduce la possibilità dei comuni di installare autovelox, e istituire ztl e zone 30, sebbene incrementi le multe per chi infrange le regole.
Più sicurezza per i pedoni
Nel testo, che fa parte della documentazione trasmessa alle commissioni parlamentari che devono approvare le modifiche al codice della strada, si legge anche della «realizzazione di percorsi pedonali, attraversamenti pedonali semaforizzati ed altri interventi similari»; della «messa in sicurezza di percorsi pedonali»; e dell’«aumento della visibilità degli attraversamenti pedonali, anche mediante interventi su segnaletica verticale ed orizzontale». Per realizzare questi interventi, il comune che beneficia del maggior quantitativo di fondi è Roma, con oltre 4 milioni di euro. Seguono Milano (con 2,38 milioni), Torino (1,1 milioni) e Genova (poco più di un milione). Napoli si accaparra oltre 800 mila euro. Poco più dei circa 600 mila di Palermo, Bologna e Firenze. Ben al di sotto del mezzo milione Bari, Catania Trieste, Verona e Messina. Poco più di qualche spicciolo a Venezia, unica città a scendere sotto i 200 mila.
(da agenzie)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
7 RICOVERI IN 4 OSPEDALI PUBBLICI POI LA SANITA’ PRIVATA: “300 EURO A VISITA E DECINE DI ESAMI”
Sette ricoveri in quattro ospedali pubblici romani per sentirsi
dire “Lei signora ha un carcinoma all’intestino”. Quindi chemioterapia e l’asportazione di una massa tumorale e una guarigione non definitiva. Effetti collaterali: un’ernia jatale e una perdita di peso di oltre 40 kg sui 90 iniziali. Ore di attesa, giornate intere su una barella e poi la decisione: “Basta Sanità pubblica, vado in clinica privata”. Con uno reddito da 25 mila euro l’anno ora ha 30 mila euro di debiti con 2 finanziarie.
C.E. Romana, impiegata, 66 anni, è arrivata al punto di non ritorno e ha deciso di raccontare la sua storia perché “non è possibile essere sommersi dai debiti con le finanziare per curarsi. Mi sono affidata a una nota struttura sanitaria privata romana e a furia di visite specialistiche, esami diagnostici e farmaci non mutuabili che ho scoperto solo dopo essere integratori, mi sono rivolta a due finanziarie per pagare tutto e ora non ho più di che vivere. O pago le rate dei prestiti, oppure l’affitto di casa e ciò che serve per sopravvivere”.
L’odissea inizia nel 2020
L’odissea nella sanità pubblica inizia nel 2020 con un ricovero urgente in ambulanza sino al Pronto Soccorso: è grave. Dopo 60 ore di barella finisce nel reparto di Gastroenterologia dove dopo 8 giorni di degenza scoprono il carcinoma. Per il primo intervento deve attendere in reparto 12 giorni. Uscirà dopo1 mese dal ricovero per avviare il percorso radioterapico in altro ospedale e in piena pandemia da Coronavirus con le cure che le vengono somministrate nel doppio del tempo richiesto dal protocollo terapeutico. Ma ce la fa, la remissione è certificata e parte il periodo di “sorveglianza”.
In poco tempo perde 40 kg di peso
Si apre una nuova fase con perdita di peso e passa da circa 90 chili a 50 per una totale inappetenza e, sempre rivolgendosi ad altro ospedale pubblico scopre l’ernia jatale ma anche in questo caso la diagnosi viene fatta in “appena” 40 giorni. E così su suggerimento di un familiare decide di andare in fondo al suo male e di rivolgersi ad una blasonatissima clinica privata della “Roma bene”.
Nove mesi di visite settimanali a 300 euro a visita
Dopo 9 mesi di visite specialistiche con cadenza quasi settimanale al costo modico di 300 euro l’una e decine di esami diagnostici con costi che vanno dalle 250 ai mille euro per le diagnostica super specializzata, arriva la cura: un cocktail di farmaci dal costo mensile di 240 euro nessuno dei quali è pagato dal Sistema Sanitario e che solo dopo scoprirà essere una serie di “integratori di nuovissima generazione che sono straordinari”, come le ripete lo specialista che la segue.
“In clinica mi trattavano come una principessa ma a che prezzo”
“Mi hanno trattata come una principessa – racconta – avevo persino una specie di hostess che mi accompagnava per le visite da uno studio all’altro e che mi chiamava al cellulare per cadenzare le analisi. Compresi i taxi ho speso quasi 30 mila euro e li dovrò restituire in 3 anni. Sento parla di Costituzione, di diritto alla Salute ma solo sei puoi permettertelo. Altrimenti non c’è speranza: o paghi o stai male”.
(da affaritaliani.it)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN FIRMA IL REFERENDUM PER L’ABOLIZIONE: “E’ UN PUNTO FONDAMENTALE DELLA MIA CAMPAGNA, EROIN PIAZZA CONTRO LABOLIZIONE DELL’ART. 18”
Elly Schlein firmerà il referendum indetto dalla Cgil per abolire il Job Act, uno dei provvedimenti simbolo del Pd infame di Matteo Renzi. Intervistata da Rtl 102.5, la segretaria democratica ha motivato la sua scelta.
«Noi guardiamo con interesse alle iniziative del sindacato. Non è una sorpresa. Ho detto dall’inizio che tanti del Pd avrebbero firmato, nel 2015 ero in piazza con la Cgil contro l’abolizione dell’articolo 18. Era un punto fondamentale della mia campagna alle primarie e di ricucitura rispetto scelte fatte nel passato che anche i nostri elettori non ritengono corrette, visto l’esito delle primarie. Continuiamo anche in Parlamento la nostra battaglia contro la precarietà. Tanti altri nel partito, altrettanto legittimamente, non lo firmeranno»
«Guardiamo sempre con interesse alle iniziative del sindacato, anche se oggi il Partito Democratico è impegnato nella campagna per le europee ed è impegnato in un’altra raccolta firme sul salario minimo».
«L’abolizione del Jobs Act era un punto fondamentale della campagna che abbiamo fatto alle primarie l’anno scorso, un punto anche di ricucitura rispetto ad alcune scelte sbagliate del passato che evidentemente anche i nostri elettori – se ci hanno premiato alle primarie – non ritenevano corrette. Chiaramente noi oggi continuiamo anche in Parlamento la nostra battaglia contro la precarietà e contro il lavoro povero».
«Abbiamo avuto un dibattito per diversi mesi su quale fosse il modo migliore per dare una mano a questa bella squadra che abbiamo messo in campo da mandare in Europa, alla fine ho scelto che la strada giusta fosse mettermi in campo accanto a loro, come il partito mi ha chiesto, guidando la lista al centro e alle isole. Su questa strada ci siamo tutti ritrovati compatti e uniti, non abbiamo più visto quelle lunghe notti dai coltelli affilati, con morti e feriti nei corridoi: è stata una lista fatta con tutto il partito unito, a partire dal nostro presidente Stefano Bonaccini che sarà capolista al nord-est. Stavo riflettendo sull’opportunità o meno di dare una mano a questa squadra, mettendomi anche direttamente in corsa, e alla fine la mia scelta è stata questa».
(da Globalist)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
ESCLUSA LA LEGA, GLI EX GRILLINI SONO IN LISTA IN QUASI TUTTI I PARTITI: PIZZAROTTI CON AZIONE, ISABELLA ADINOLFI CON FORZA ITALIA, PIERNICOLA PEDICINI E MARTA GRANDE CON MICHELE SANTORO
Una dozzina di candidati, quasi un listino a sé, sparsi in tutto
l’arco politico parlamentare, da destra a sinistra, da FdI ad Avs. C’è chi è stato una bandiera storica, chi poco più di una comparsa. C’è chi sarebbe stato fermato dal limite dei due mandati, chi invece ha lasciato dopo nemmeno mezzo mandato: sono gli ex Cinque Stelle che ora corrono (in liste diverse) contro il Movimento alle prossime Europee.
Tra loro figurano anche sei europarlamentari candidati con gli stellati nel 2019 — su 14 eletti a Bruxelles —, che hanno abbandonato il M5S nel corso della legislatura (in totale gli addii sono stati 9).
«Si vede che l’esperienza del Movimento ha formato comunque una classe politica. I valori rimangono dentro di te e te li porti nel tuo percorso. E io oggi metto quei valori a disposizione di un progetto e di una persona straordinaria che per me è Cateno De Luca», dice Laura Castelli, ex viceministra al Mef e ora presidente di Sud Chiama Nord. Castelli correrà in tutte le circoscrizioni con la lista Libertà.
Al suo fianco ci saranno altri ex volti M5S: dalla deputata no vax Sara Cunial alla testimone di giustizia Piera Aiello a Veronica Giannone, ex parlamentare passata dal M5S a Forza Italia e ora a questa nuova avventura.
Tra gli azzurri, invece, milita ancora Isabella Adinolfi, parlamentare uscente che sarà ricandidata al Sud, in teoria la circoscrizione roccaforte del Movimento […]. Proprio in quella zona i Cinque Stelle si troveranno a combattere una battaglia elettorale contro diversi ex.
Non solo Adinolfi, Aiello e Castelli, ma anche gli eurodeputati uscenti Rosa D’Amato (con Avs), Chiara Gemma (con Fratelli d’Italia) Piernicola Pedicini (con la lista Pace terra e dignità di Michele Santoro) sono pronti a contendere preferenze al loro ex bacino politico.
Proprio Pedicini — eurodeputato dal 2014 […] — ha spiegato sui social la sua scelta: «Il Movimento ha tradito i valori per cui è nato. Io il programma l’ho sempre rispettato, è il M5S che ha cambiato casacca».
Esclusa la Lega, gli ex sono in lista in molti partiti di spicco a livello nazionale. E anche gli alleati del Pd hanno tra le loro fila due ex: Daniela Rondinelli (al Centro) ed Eleonora Evi (nel Nord-Ovest). A chiudere il cerchio è Azione, che schiera nel Nord-Est uno dei primi volti-simbolo del Movimento: Federico Pizzarotti
(da Corriere della Sera)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
L’INCIDENTE E’ AVVENUTO NELL’IMPIANTO AMAP DI SOLLEVAMENTO DELLE ACQUE NEL PALERMITANO
È di cinque morti e due intossicati il bilancio del tragico incidente sul lavoro avvenuto a Casteldaccia, nel Palermitano. Il sesto operaio è in coma, ricoverato in gravissime condizioni al Policlinico di Palermo dove è stato intubato. Un altro operaio risulta ferito lievemente.
I sei operai sono stati tirati fuori dai cunicoli dell’impianto di sollevamento delle acque reflue e al momento dei soccorsi non indossavano le maschere. L’ambiente era «saturo di idrogeno solforato elevatissimo», dicono i vigili del fuoco che si sono calati nella vasca. Ma «non è escluso che indossassero le maschere e che siano state tolte al momento della tragedia». Uno dei sopravvissuti: «Mi sento un miracolato».
Sono questi i nomi delle cinque vittime della strage sul lavoro avvenuta a Casteldaccia: Epifanio Assazia, 71 anni, che dovrebbe essere il contitolare della ditta Quadrifoglio; Giuseppe Miraglia, Roberto Raneri, di 50 anni, Ignazio Giordano, di 59 anni e Giuseppe La Barbera. Il suocero di Giuseppe La Barbera si allontana in lacrime: «C’è mia figlia a casa con due bambini. Sto andando da lei». L’uomo è arrivato nel luogo dell’incidente con la moglie. Ai giornalisti che gli chiedevano se fosse a conoscenza del fatto che gli operai non indossavano le mascherine durante il lavoro ha risposto: «Non so nulla. Questo è il momento del dolore».
Gli operai, sette in tutto, erano impegnati in alcuni lavori di manutenzione di un impianto di sollevamento delle acque fognarie per conto dell’Amap. Ad un certo punto tre di loro sono entrati nella vasca, si sono sentiti male ma sono riusciti a chiedere aiuto prima di morire. Due dei colleghi accorsi ad aiutarli sono morti a loro volta. Il sesto compagno che adesso è in coma forse era entrato per aiutare i compagni. Ma è svenuto per le esalazioni di gas. Uno di loro è riuscito a uscire dall’impianto e a dare l’allarme, dopo aver capito che i compagni scesi nella vasca non risalivano. Tra loro anche un lavoratore in somministrazione in missione presso Amap.
A soccorrerli sono stati i vigili del fuoco e i sanitari del 118 che hanno provato a rianimarli sul posto. Sul luogo della strage è arrivato anche il procuratore di Termini Imerese, Ambrogio Cartosio che coordina le indagini eseguite dalla polizia di Stato.
La dinamica
La strage di operai di Casteldaccia, alle porte di Palermo, è avvenuta in una vasca vicino all’azienda di vini Corvo. «Non è ancora chiaro per quale motivo gli operai fossero dentro la vasca», ha spiegato Antonio Bertucci dei Vigili del fuoco. La spiegazione della dinamica è arrivata dal comandante provinciale dei vigili del fuoco di Palermo Girolamo Bentivoglio Fiandra: «A uccidere le vittime sono state esalazioni di idrogeno solforato», ha detto escludendo che ci sia stato un crollo all’interno delle fognature. Poi prosegue: «Se fossero state prese tutte le precauzioni del caso tutto questo non sarebbe successo». Arrivano alla spicciolata, accompagnati dalle forze dell’ordine, i familiari delle vittime dell’incidente.
«Gli operai stavano lavorando alla pulizia dei pozzetti della rete fognaria perchè ci era arrivata una segnalazione e una richiesta di intervento», dice il presidente di Amap Alessandro Di Martino, e sulla mancanza di maschere al momento del ritrovamento dice che «è una cosa assurda, l’odore era tale che non è comprensibile come non si siano protetti».
Le ipotesi della strage erano appunto l’inalazione dell’idrogeno solforato, che provoca irritazioni alle vie respiratorie e la morte per soffocamento, oppure un cedimento strutturale. La Cgil ha parlato di un cedimento del solaio. Secondo la Cgil due lavoratori interinali impegnati nei lavori della rete fognaria sarebbero scesi sotto il manto stradale perché dalla superficie non riuscivano a intervenire sul tombino. Altri tre operai edili erano sopra quando avrebbe ceduto il solaio.
Sei operai, dei sette coinvolti, sono dipendenti della ditta Quadrifoglio group srl di Partinico (Palermo). La ditta lavorava su mandato della municipalizzata palermitana Amap che si occupa della gestione idrica in città e in alcuni comuni della provincia. Un settimo operaio sarebbe un interinale dell’Amap. Non è ancora chiaro se tutti gli operai morti erano dipendenti della Quadrifolgio group.
Si tratta dell’ennesimo incidente sul lavoro con vittime. L’ultimo caso, con un bilancio così drammatico, si era verificato nel Bolognese, a Suviana poco più di un mese fa, il 9 aprile scorso. In quel caso i morti furono sette, con altrettanti feriti.
La Quadrifoglio group
Fondata nel 2005, la Quadrifoglio group Srl di Partinico, in provincia di Palermo, che stava eseguendo i lavori a Casteldaccia dove è avvenuta la strage sul lavoro per conto dell’Amap, è una ditta specializzata nella gestione dei rifiuti ma anche nella manutenzione di acquedotti, gasdotti ed oleodotti. Occupa 24 dipendenti e ha un fatturato di circa 1 milione di euro. Il titolare, Antonino Di Salvo, 67 anni, è un imprenditore di lunga data, con una consolidata esperienza di appalti nella pubblica amministrazione. Chi lo conosce lo definisce «un gran lavoratore, una persona scrupolosa e molto attenta anche con i suoi operai».
Le reazioni
La presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei fisici e dei chimici Nausicaa Orlandi parla di un gas non imprevedibile: «Perché si possa porre un freno a questa costante tragedia è necessario un cambiamento culturale: non sappiamo cosa sia successo di preciso a Palermo in questa ennesima tragedia, le indagini e gli esperti lo chiariranno, ma intanto cinque esseri umani oggi hanno perso la vita – ha detto – e ciò pare sia dovuto alla presenza di idrogeno solforato, un gas per il quale esiste ampia bibliografia e documentazione che ne esprimono la pericolosità e la tossicità, non si sta parlando di un gas sconosciuto, o imprevedibile».
La ministra del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone esprime «profondo dolore per gli operai morti sul lavoro a Casteldaccia e la mia vicinanza alle famiglie». La ministra ha manifestato per telefono il suo cordoglio al Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani. Ed Elly Schlein sottolinea che il suo primo pensiero «va a loro e alle loro famiglie, esprimiamo la nostra forte vicinanza ma non basta e non può bastare. Non possiamo trovarci ogni volta davanti a una morte sul lavoro a dibadire che la sicurezza è una priorità tra le altre: è la priorità». La segretaria del Pd puntualizza: «Perché se siamo una Repubblica fondata sul lavoro bisogna essere conseguenti e tutte le istituzioni devono mettere il massimo impegno per dire basta a questa strage quotidiana. Occorre investire di più in prevenzione, formazione, sull’assunzione di personale per i controlli. Insomma, la politica può e deve fare molto di più. Noi continueremo a batterci in questa direzione».
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 30 aprile scorso, parlando dalla Calabria in vista della Festa del Lavoro aveva detto: «Non possiamo accettare lo stillicidio continuo delle morti provocate da incurie, da imprudenze, da rischi che non si dovevano correre. Mille morti sul lavoro in un anno rappresentano una tragedia inimmaginabile. Ciascuna di esse è inaccettabile». Parole che suonano tanto più attuali oggi, davanti alla nuova strage sul lavoro di Casteldaccia, in provincia di Palermo.
(da La Stampa)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
IL VUOTO DELLA POLITICA E LA DERIVA PERSONALISTICA CHE NASCONDE L’ASSENZA DI VERI PROGETTI POLITICI
Questa ossessione personalistica che ha pervaso – e non da
ora – la politica non è spiegabile soltanto con un’ubriacatura da deriva populista che ha contagiato anche chi si ritiene astemio, né è soltanto un espediente mediatico, la cui efficacia è tutta da misurare. È invece la risultante per sottrazione dello smarrimento del senso di concretezza. Il vuoto di classe dirigente, di analisi e capacità propositiva, riduce tutto a una contesa emotiva in cui non contano i fatti, che anzi finiscono relegati su un fondale nebbioso quasi disegnato dalla matita confusa di un autore smemorato.
Conta il nome e non la cosa. E così il voto è un atto, quasi di fede, un esercizio dogmatico di remissione e non un patto, per quella che Ezio Mauro ha definito «una comunione pagana». Leader che misurano il carisma con il metro del plauso servile cavalcano l’onda. Sicuri che più si insiste sul nome, meno ci si deve impegnare sul senso delle cose. E la propaganda fa il resto, amplificando una distorsione in cui sedicenti leader sgomitano nell’agone proiettandosi come protagonisti, catapultati al centro della scena per una battuta a effetto, uno stratagemma da capocomico, una trovata triviale da avanspettacolo.
Si diceva del contagio. E non si spiegherebbe altrimenti la scelta, comune a maggioranza e opposizione, di far trainare le liste dai capi del partito che dichiarano già in premessa la rinuncia al seggio a Strasburgo. In tempo di capocrazia, per dirla con Michele Ainis, la premier guida FdI e per di più con il solo nome proprio a garanzia. Ma Elly Schlein fa altrettanto con il Pd, Antonio Tajani in FI e Carlo Calenda per Azione.
Si vanifica così lo spirito di un sistema elettorale in cui l’indicazione della preferenza affida all’elettore la scelta del proprio rappresentante. Un’elusione della norma che la dice lunga anche sul senso per le istituzioni. Ancora più grave se ci si propone di riformare la Costituzione nel mercanteggiamento, tutto interno al centrodestra, tra premierato e autonomia differenziata. E non a caso, proprio a proposito di riforme per la scelta del presidente del Consiglio, la questione di come arrivarci, ossia del sistema elettorale, non è minimamente sfiorata: non è conveniente, anzi eversiva.
La Lega che ha eletto il nome del capo a simbolo, anticipando il premierato plebiscitario rimasto l’abbaglio di una stagione di consensi depauperati in fretta, ha compiuto un’operazione che è nello stesso solco ma con una variante. Matteo Salvini si astiene dalla corsa, anche per non contarsi in prima persona, conoscendo già l’esito ma designa un alter ego. Una sorta di gemello convesso. Compare così il generale da best seller che spara in aria corbellerie alla velocità di un M16 e poi corre a scusarsi per averla detta e fatta grossa. Nella reciprocità di (im)perdibili produzioni letterarie, il Capitano e il Generale, se ne vanno in giro appaiati in una campagna elettorale che è a metà tra il tour di cantanti dal successo effimero e il circuito di wrestler bolliti.
Di qui al 9 giugno saremo sommersi di annunci. Sul lavoro e le strabilianti sorti riservateci dai fondi europei in arrivo, per esempio. La realtà che ostinatamente si fa largo ci ricorda che cresce un’occupazione ma senza qualità, i bonus sono poco più che una promessa e i diritti delle categorie precarie e deboli ulteriormente minacciati. Quanto al salvifico apporto dei soldi da Bruxelles siamo al disastro. L’apparato burocratico è inceppato, si traccheggia spostando poste di qua e di là, le truffe si moltiplicano. Ma, poi, basta un nome. Come musica (e il resto scompare).
(da lespresso.it)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
LA CONDUTTRICE PARLA NELLA SEDE DELL’ASSOCIAZIONE STAMPA ESTERA
«Quello che è successo a Che Sarà non lo ho mai visto in tutta la mia vita lavorativa. Sono due settimane che dovrebbero fare una ricostruzione pubblica e prendere provvedimenti. Vorrei che questa vicenda si chiudesse con parole ferme». Lo afferma Serena Bortone parlando del caso Scurati alla conferenza stampa della Stampa Estera.
«Il contratto – ha spiegato la conduttrice ai giornalisti riuniti – è stato chiuso il lunedì prima della trasmissione per 1500 euro lordi, poi Scurati ci ha dato il testo del suo intervento e io lo ho girato al mio superiore, come normalmente avviene. Alle 16.30 del pomeriggio di venerdì l’ufficio scritture ci ha detto che il contratto era stato annullato. Non era mai successo che un contratto fosse annullato dall’alto. Vengono date motivazioni farlocche, come una presunta promozione su Netflix. Mi attacco al telefono, scrivo mail, mando messaggi fino a tarda notte a più dirigenti, chiedendo cosa dovevo dire a un Premio Strega come Scurati. Nessuno mi ha risposto. La mattina dopo sono stata costretta a chiamare Scurati, che mi ha detto, dicendosi indignato, che avrei potuto leggere il suo testo».
Ranucci: «La situazione in azienda è peggiorata nell’ultimo anno»
«Dall’approvazione della legge Renzi in poi la situazione in Rai è peggiorata. È peggiorata soprattutto nell’ultimo anno: non ricordo un premier che abbia definito un linciaggio un’inchiesta del proprio servizio pubblico, come quella sull’accordo per l’immigrazione con l’Albania. Il paradosso è che mentre la premier la definiva un linciaggio, due sondaggi in Albania ritenevano che l’inchiesta fosse veritiera», ha dichiarato il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci.
(da agenzie)
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Maggio 6th, 2024 Riccardo Fucile
COME LA MELONI SPACCIA PER “NUOVO” INTERVENTO UN FONDO DI 890 MILIONI AL POSTO DI QUELLO PRESISTENTE DI 4,6 MILIARDI
Ammettere di avere ridotto i soldi per questa o quella misura è
un esercizio difficile per qualsiasi governo. Negli anni abbiamo visto esecutivi di diverso colore ricorrere a espedienti comunicativi di ogni tipo, per cercare di nascondere la verità. Il 1 maggio scorso, però, Giorgia Meloni ha fatto un passo oltre, capovolgendo la realtà e presentando come nuovo grande investimento nelle infrastrutture per il Sud Italia, quello che di fatto è invece un taglio di risorse. Vediamo perché.
Nel video social con cui ha presentato le norme contenute nel cosiddetto decreto Coesione, Meloni ha rivendicato “una misura fondamentale per il Mezzogiorno, ovvero l’istituzione del fondo perequativo infrastrutturale “. All’articolo 11 del decreto, in versione ancora non definitiva, si legge in effetti che “al fine di assicurare il recupero del divario infrastrutturale tra le regioni del Mezzogiorno d’Italia e le altre aree geografiche del territorio nazionale” viene costituito “il Fondo perequativo infrastrutturale per il Mezzogiorno”. L’obiettivo è realizzare nelle Regioni del Sud Italia, infrastrutture considerate prioritarie in una serie di settori, dalle strade alle ferrovie, dagli ospedali alle scuole etc…
Oltre 3 miliardi in meno per il Mezzogiorno
Nel suo intervento però la premier si è ‘dimenticata’ di citare un altro intervento, messo nero su bianco poche righe dopo, nello stesso articolo del decreto Coesione. È quello con cui viene abolito il “Fondo perequativo infrastrutturale”, previsto per la prima volta dalla legge sul federalismo fiscale del 2009. Si trattava di uno stanziamento dagli scopi praticamente sovrapponibili a quello introdotto ora dal governo Meloni, ovvero tentare di ricucire i divari infrastrutturali, tra i diversi territori del Paese, in primo luogo ovviamente quello tra Nord e Sud Italia. Se vecchio e nuovo fondo hanno obiettivi praticamente fotocopia, però, il discorso cambia quando si contano i soldi messi sul piatto.
Nel 2020, la legge di bilancio del governo giallorosso aveva previsto un finanziamento del Fondo perequativo infrastrutturale per 4,6 miliardi in 12 anni, così ripartiti: 100 milioni di euro per l’anno 2022, 300 milioni di euro annui per ciascuno degli anni dal 2023 al 2027, 500 milioni di euro annui per ciascuno degli anni dal 2028 al 2033. La dotazione del Fondo per il Mezzogiorno dell’esecutivo Meloni è invece di 50 milioni di euro per l’anno 2024, di 140 milioni per l’anno 2025 e di euro 100 milioni annui per ciascuno degli anni dal 2027 al 2033.
Facciamo due conti, raffrontando gli anni dal 2024 al 2033: nella versione precedente lo stanziamento era di 4miliardi e 200milioni, in quella attuale è di 890 milioni di euro. Tradotto, quello che Meloni spaccia per un nuovo investimento nelle infrastrutture del Sud Italia è in realtà un taglio da almeno 3,3 miliardi di euro. Senza considerare eventuali risorse non ancora erogate, negli anni precedenti al 2024, anch’esse cancellate con l’azzeramento del vecchio fondo.
Il decreto Coesione concretizza così quanto già emerso dalle tabelle dell’ultima legge di bilancio, dove per la prima volta era venuto fuori il ridimensionamento delle cifre destinate alle opere del Mezzogiorno. Il 6 febbraio 2024, alla Camera, il Pd aveva chiesto un’impegno al ministro delle Infrastrutture Salvini, per ripristinare il finanziamento originario. Nella sua replica, Salvini aveva parlato di “una riduzione in termini contabili e non sostanziali”, sostenendo che “le risorse del Fondo sono salvaguardate dall’insieme dei provvedimenti normativi che il governo sta portando avanti per superare il divario tra le diverse aree geografiche del territorio nazionale”.
Non si capisce bene tuttavia in che modo i soldi sottratti al Fondo perequativo dovrebbero essere recuperati altrove. Nel decreto Coesione in effetti si trova una norma che impone di destinare agli interventi infrastrutturali prioritari nel Mezzogiorno, almeno il 40 percento delle risorse di una serie di programmi di spesa pluriennali del ministero dell’Economia, non ancora vincolati ad altri interventi. Va sottolineato però che in questo caso non si parla di soldi freschi, ma di stanziamenti già previsti e che al massimo sarebbero dirottati da una parte all’altra. Non è chiaro inoltre se questa operazione possa essere sufficiente a coprire il buco creato dal taglio di 3,3 miliardi del Fondo di perequazione.
Meno soldi per ecobonus auto e transizione green
Nelle pieghe del decreto Coesione c’è poi un’altra significativa sforbiciata di risorse, quelle destinate alla transizione energetica nel settore automotive e agli incentivi per l’acquisto di veicoli non inquinanti. L’operazione rientra nell’ambito della revisione del Pnrr, che ha spostato diversi progetti fuori dal piano, prevedendone la realizzazione mediante altre fonti di finanziamento. Ecco, tra queste fonti vengono ora indicati anche 15o milioni recuperati dal taglio dei fondi dell’ecobonus 2024 per l’acquisto di auto e veicoli commerciali elettrici, ibridi o a basse emissioni, oltre che dall’abbassamento dei contributi per l’acquisto di infrastrutture di ricarica ad uso domestico.
Per il 2025, invece, si prevede una riduzione di 250milioni del fondo per la riconversione, ricerca e sviluppo del settore automotive. Soldi che dovevano essere destinati a “favorire la transizione verde, la ricerca, gli investimenti nella filiera del settore automotive finalizzati all’insediamento, alla riconversione e riqualificazione verso forme produttive innovative e sostenibili”, nonché a riconoscere “incentivi all’acquisto di veicoli non inquinanti e per favorire il recupero e il riciclaggio dei materiali”. Almeno, in questo caso, Meloni si è limitata a tacere il taglio del fondo e non lo ha ‘venduto’ come un successo.
(da Fanpage
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