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DANIELE SANTARELLI: “IO E MIA MOGLIE MONICA DE GENNARO UNITI DA VOLLEY E AMORE. LA CASA SU DUE PIANI CI AIUTA A NON LITIGARE”

Agosto 13th, 2024 Riccardo Fucile

IL CT DELLA NAZIONALE TURCA E’ SPOSATO CON LA GIOCATRICE AZZURRA REDUCE DALL’ORO OLIMPICO: “PARLIAMO POCHISSIMO DI PALLAVOLO”

Il grande sogno era di sistemare due medaglie olimpiche nel salotto di casa. Il frutto di una finale Italia-Turchia moglie contro marito, Monica e Daniele, De Gennaro e Santarelli. La medaglia invece sarà solo una, d’oro però. Questioni che possono capitare quando hai sposato la giocatrice che, nel ruolo di libero, è la migliore al mondo e non da ieri. Daniele Santarelli, coach della Prosecco Doc Imoco e ct della nazionale turca, con cui ha vinto l’Europeo dopo aver trionfato al Mondiale con la Serbia, è un tecnico abituato a vincere (tra le azzurre oltre a De Gennaro anche Fahr e Lubian sono sue giocatrici mentre Egonu, Danesi e Sylla lo sono state nel recentissimo passato) ma sa che da una sconfitta si può imparare tanto. Avercene di problemi così in famiglia, a pensarci bene.
Santarelli, che cosa ha detto a Monica dopo la finale vinta contro gli Usa?
«Niente di particolare, non ce n’era bisogno. Le ho solo detto che questa medaglia la stramerita, per tutti i sacrifici che ha sempre fatto».
Come è stato perdere proprio dall’Italia in semifinale?
«Abbiamo perso contro una squadra fortissima, la più forte senza dubbio. Arrivare alle Olimpiadi, in semifinale, per me è stato un sogno realizzato, qualcosa di straordinario. Abbiamo dato il 110% ma lo sport va rispettato sempre, tanto più a questi livelli. Resta l’amaro in bocca, questo sì, ma a mente fredda sono certo che ci saprò trovare tanto di buono».
Lei è uno dei tecnici più vincenti al mondo a livello di club e di Nazionali: un giudizio sull’Italvolley?
«Ho sempre detto che, a mio parere, questa era la squadra più forte al mondo. Velasco, che è un tecnico straordinario, è arrivato dopo un momento di crisi molto profonda, dopo un fallimento, ha saputo ricaricare un gruppo dandogli fiducia totale. Ha portato calma, ordine e serenità. Può sembrare poco da fuori, ma vi assicuro che non lo è. Lo posso dire perché con la Turchia mi è capitata un po’ la stessa cosa, sono arrivato e in un periodo relativamente breve abbiamo vinto il titolo europeo, la Vnl e abbiamo strappato la qualificazione olimpica diretta».
Torniamo a quella semifinale Italia-Turchia, che ha indirizzato le azzurre verso l’oro e ha mandato la sua Turchia alla finale per il bronzo, che poi avete perso contro il Brasile. Quanto è difficile vivere una sfida di un livello così alto tra coniugi?
«Non è difficile come può sembrare, almeno per me e Monica. Siamo due professionisti, sappiamo fare bene il nostro mestiere e abbiamo imparato a tenere fuori le tensioni che lo sport agonistico, inevitabilmente, produce. La nostra vita è ben altro».
Anche da avversari in campo?
«Certo, si è avversari in campo come è giusto che sia, siamo sempre due sportivi. E poi l’Italia ha stravinto quella semifinale, direi meritatamente».
Quanto orgoglio c’è, per un allenatore, nel condividere la vita con la campionessa olimpica dello sport che, per entrambi, è anche il raggio di luce professionale?
«Moltissimo. La storia di Monica è straordinaria, gioca al top assoluto ormai da oltre dieci anni, nel suo ruolo è la migliore al mondo e lo dimostra partita dopo partita. Questa medaglia d’oro è per lei, come per tutte le altre giocatrici della nazionale, qualcosa di straordinario. Era alla sua quarta partecipazione olimpica, a Parigi in un certo senso si è chiuso un cerchio».
E adesso?
«E adesso non lo so, di questo non abbiamo parlato molto, sono decisioni sue. Il prossimo anno ci sono i Mondiali, vedremo…».
Apriamo per un attimo la porta di casa: quanto parlate di pallavolo?
«La verità? Molto poco, anzi direi pochissimo. Anche perché casa nostra è disposta su due piani, ci siamo divisi gli spazi, io al primo e lei al piano terra (ride, ndr). Ma è giusto che sia così, io faccio l’allenatore e ho i miei tempi, studio, mi aggiorno, leggo. Lei è un’atleta e a sua volta ha i suoi tempi, i suoi ritmi da seguire. Qualcuno direbbe che facciamo vite separate…».
Oltre allo sport che cosa c’è a unirvi così tanto?
«Amore, rispetto, Monica è una delle persone migliori che esistano al mondo, ha un cuore enorme e non sa che cosa voglia dire essere egoista. Lei prima di tutto pensa agli altri e le compagne di squadra lo sanno e lo capiscono. Basta vedere come l’hanno festeggiata dopo la vittoria contro gli Usa».
Santarelli, se la conosciamo bene adesso qualche giorno di vacanza e poi sotto con la stagione delle Pantere.
«Sì, sono a Istanbul a finire un po’ di cose, poi vacanza e quindi la nuova stagione. Ho tre campionesse olimpiche e tante ragazze che hanno giocato finali e semifinali. È un orgoglio, so di avere una grandissima squadra ma non finisco mai di stupirmi».
(da Il Corriere della Sera)

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SALENTO, I DANNI DEL TURISMO CAFONE: SULLE SPIAGGE DI GALLIPOLI (E NNO SOLO) RENDOPOLI IMPROVVISATE E TANTI RIFIUTI

Agosto 13th, 2024 Riccardo Fucile

PORTO CESAREO INVASA DAI CAMPER, DETURPATE DUNE E PINETE

Dopo la pausa imposta dal Covid, il turismo cafone rialza la testa, tornando con prepotenza a lasciare traccia di sé sulle spiagge, nei boschi, nelle pinete, tra le dune di sabbia dei gioielli naturalistici del Salento, sfregiandoli con oscene tendopoli abusive e occultandone le amenità sotto una coltre di pattume. Immondizia, teli sospesi per procurare ombra, panni stesi ad asciugare sulle corde tese tra i tronchi di pini d’Aleppo, tendopoli improvvisate in mezzo alla vegetazione, prive di servizi igienici e acqua corrente. Il clou è stato in questa prima metà di agosto: ragazzini in frotte, provenienti da ogni angolo d’Italia in cerca di divertimento a buon mercato e con pochi spiccioli in tasca, si sono avventurati ancora una volta nel Salento, lasciandosi attrarre dal tam-tam delle chat dove l’estremità del Tacco d’Italia viene descritto come il luogo perfetto per la vacanza sotto le stelle a costo zero, con il suo mare cristallino dove ristorarsi dalla calura e la fitta macchia mediterranea a ridosso delle spiagge ideale per offrire riparo durante la notte.
Una vacanza all’avventura, come quelle dei documentari, salvo violare una sfilza di prescrizioni: campeggio abusivo, deturpamento di bellezze naturali, abbandono di rifiuti e via discorrendo. Ragazzi ignari delle regole, sostiene qualcuno. Ma anche se così fosse, sembrano assenti efficaci politiche di prevenzione, mezzi di dissuasione e attività sanzionatorie. Una cosa è certa: il popolo che rispetta le regole è assai più numeroso rispetto a quello che delle norme se ne infischia o, peggio ancora, le ignora. E quel popolo, come accade a Rivabella di Gallipoli, a Porto Cesareo, a Otranto, ma non solo, è sempre più stanco di sentirsi rispondere che gli uffici sono impegnati in altri servizi, che non ci sono mezzi e personale sufficienti.
Il degrado nella notte di san Lorenzo
In un tale contesto, la notte di san Lorenzo, divenuta ormai appuntamento fisso per migliaia di persone che si radunano sulle spiagge per osservare le stelle cadenti, quest’anno ha lasciato inevitabili strascichi: devastazione delle dune, vegetazione sradicata per accendere i falò rigorosamente vietati, brandelli di tende abbandonati, spazzatura disseminata sugli arenili e nel sottobosco. Resti di bivacchi che nessuno ha avuto il giudizio di raccogliere e portare via. Tanto ci penseranno i Comuni, attingendo denari pubblici dalle loro casse. E se non lo faranno loro ci penseranno i volontari.
A Porto Cesareo c’è anche un’altra emergenza: i camper che questa estate hanno preso possesso dei luoghi più panoramici, anche in questo caso trasgredendo i divieti. Immortalati da un drone, schierati uno accanto all’altro per centinaia di metri a ridosso della costa, i camper si trasformano in una invasiva, artificiale linea di confine tra terra a mare. Eugenio Sambati, consigliere comunale di minoranza e già assessore della giunta cesarina, è sgomento: «In questi giorni, come ogni anno, stiamo assistendo inermi al deturpamento della spiaggia e delle dune ad opera di orde barbariche che non possiamo definire turisti, ma teppisti ecologici. Dispiace dirlo, ma si tratta di un vero e proprio turismo criminale».
«In Salento non c’è un modello di sviluppo»
Parole dure arrivano anche dal presidente di Assoturismo Assohotel di Confesercenti Puglia, Giancarlo De Venuto: «Il turismo cafone è un problema delle destinazioni che hanno appeal. Infatti, lo troviamo anche in Costa Smeralda, a Forte dei Marmi, a Venezia. Lì, però, ci sono strategie per contrastarlo che nel Salento non abbiamo. A Capri molti turisti, appena sbarcati, consumavano il loro pranzo, abbandonavano i residui dei bivacchi e ripartivano senza lasciare nulla all’economia locale. Poi si è trovato il modo per bloccare questo andazzo. La verità è che noi non abbiamo un modello di sviluppo. Ed è inutile dirsi la solita storiella che non ci sono uomini e mezzi, perché oggi – conclude Giancarlo De Venuto – i controlli si fanno con l’elettronica, attraverso le telecamere ed i droni. Se non si cambia registro, il turismo maleducato rischia di fare danni a medio e lungo termine».
(da il Corriere della Sera)

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I CIVILI RUSSI RACCONTANO L’OFFENSIVA UCRAINA: “VOLANO RAZZI OVUNQUE”

Agosto 13th, 2024 Riccardo Fucile

120,000 CIVILI RUSSI EVACUATI, LE CRITICHE A PUTIN: “HA NASCOSTO LA VERITA’, ALLARME DATO TROPPO TARDI”

«I razzi volano e cadono ovunque. La casa della cultura locale è stata distrutta dalle esplosioni e così anche una scuola e una banca. Gli ucraini stanno colpendo le case, gli edifici vicini a noi. Le persone soffrono», racconta una donna al sito online Novosti per descrivere la situazione attorno al capoluogo di Kursk.
Altri civili russi parlano di problemi nei trasporti, confusione sulle istruzioni per gli evacuati o per coloro che vorrebbero abbandonare le aree più vicine alla battaglia.
Le voci che giungono faticosamente da Kursk descrivono una situazione di paura, caos e soprattutto incertezza. Lo stesso governatore regionale, Aleksei Smirnov, incontrando ieri Vladimir Putin ha sottolineato che 28 centri urbani sono adesso sotto il controllo degli ucraini, i circa 400.000 abitanti del capoluogo sono inquieti. Quando poi ha aggiunto, davanti alle telecamere, di ritenere che gli ucraini siano avanzati almeno per 12 chilometri su di un fronte lungo oltre 40, Putin lo ha interrotto bruscamente sostenendo che i dati sulla situazione bellica se li aspettava da un generale, non da un amministratore civile.
Malcontento crescente tra i civili russi
Ma dai social russi si evince il malcontento crescente. Secondo una donna residente nel villaggio di Korenevo: «Sin dai primi giorni dell’attacco l’esercito ucraino ha colpito le postazioni delle guardie di frontiera. Hanno tremato i muri e le finestre sono andate in frantumi. Le schegge hanno ferito un mio vecchio amico ai polmoni e ai reni».
È stato allora che i servizi d’emergenza hanno ordinato l’evacuazione. Racconta: «Gli autobus passavano ogni ora. Abbiamo attraversato la tangenziale a Rylsk. La strada era sicura, ci hanno distribuito su due bus e a bordo abbiamo ricevuto cibo e acqua, il servizio a quel punto era eccellente». Dato che ormai è evidente che le forze militari russe sono state completamente colte impreparate dall’offensiva ucraina, non sorprende che anche la società civile e i servizi di assistenza pubblici abbiano difficoltà a fare fronte all’emergenza. La censura del regime ha subito serrato i ranghi per nascondere le falle. Non si vuole far conoscere al mondo, e soprattutto agli ucraini, la gravità della situazione.
Ancora secondo Smirnov, al momento sarebbero state evacuate 121.000 persone nella regione di Kursk e 11.000 in quella di Belgorod. Se ne attendono quasi altre 60.000. Ma, dei 2.000 abitanti nei 28 insediamenti presi dagli ucraini, a oggi le autorità russe non hanno alcuna informazione. Persino contro Putin volano parole pesanti. «Vladimir Vladimirovich dica ai suoi ufficiali del servizio informazioni di non nascondere la realtà. Ci sono civili morti sotto le bombe.
Il Capo di stato maggiore a Mosca dice che la situazione è sotto controllo, eppure ci sono tuttora pesanti combattimenti nel distretto di Suzhansky». Alcuni residenti della zona hanno scritto un appello al presidente russo chiedendo per quali motivi siano rimasti senza rifugi e senza soldi. Le loro sono accuse dure: «La nostra città è stata trasformata in macerie. I nostri uomini sono stati chiamati a difendere il Donbass, abbiamo perso le case e siamo in fuga sotto le bombe. Chiediamo aiuto, ma siamo abbandonati, con i nostri bambini piccoli, ma senza ripari. I nostri figli la notte hanno paura del buio, non vogliono dormire».
«L’allarme è arrivato tardi»
Altri criticano le amministrazioni locali e ringraziano invece i social, come Telegram, che hanno suggerito subito di trovare rifugio nelle cantine. «Dal tam tam sui cellulari abbiamo compreso la gravità della minaccia. Sapevamo che l’esercito stava predisponendo le armi pesanti, però l’allarme è giunto troppo tardi: molti hanno lasciato i genitori anziani nelle cantine, non hanno neppure preso soldi e documenti personali».
Un racconto più articolato arriva da Olga e Nikolai, due profughi ucraini fuggiti in Russia dal Donbass durante la guerra del 2014. Dal 2022 anche loro vivevano in un centro di accoglienza a Korenevo, dove avevano trovato lavoro. I primi tre giorni dell’attacco ucraino sono rimasti nascosti in una cantina, ma poi hanno scelto la fuga. Raccontano: «Non si poteva neppure uscire per fare la spesa o salire in casa per prendere le proprie scorte. Infine, è arrivato un militare russo, ha preso tre donne malate e ci ha ordinato di seguirlo. Ci hanno caricato su di un’auto per evacuare, da soli non ce l’avremmo mai fatta». Adesso Olga e Nikolai stanno in un campo di tende nel centro del capoluogo di Kursk, ma contano di partire presto per Mosca.
(da Il Corriere della Sera)

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FDI E FI CONTRO LA RICONFERMA DI MALAGO’, PD E RENZI ATTACCANO: “IL GOVERNO DEI COGNATI VUOLE METTERE LE MANI ANCHE SUL CONI”

Agosto 13th, 2024 Riccardo Fucile

LA SCUSA E’ CHE HA GIA’ FATTO TRE MANDATI? MA ALLORA PERCHE’ PER BARELLI (FORZA ITALIA) LO STESSO PRINCIPIO NON E’ STATO APPLICATO?

Giovanni Malagò non sarà riconfermato al vertice del Coni per un quarto mandato: lo affermano Fratelli d’Italia e Forza Italia, che non lasciano molti margini all’ipotesi di una deroga sul tetto dei tre mandati per garantire la continuità alla guida del Comitato in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
Sulla vicenda, raccontata da Repubblica, si accende così il dibattito tra i partiti. Ecco la posizione di FdI: “Malagò ha dimostrato negli anni le sue competenze e la sua professionalità ricoprendo, per ultimo, l’importante ruolo di guida del Coni. Un suo avvicendamento, come peraltro impone la legge, rientra nell’ambito del normale ricambio dei vertici che riguarderà anche le stesse federazioni sportive. Qualsiasi sarà il suo ruolo sono convinto che confermerà le sue capacità anche in altre sedi. Il mio auspicio è che Malagò possa continuare a ricoprire un ruolo di primo piano nel mondo dello sport italiano”, afferma il senatore meloniano Paolo Marcheschi, responsabile sport del partito, contattato da LaPresse.
E anche Paolo Barelli, capogruppo alla Camera di Forza Italia e presidente della Federazione nuoto, a chi gli domanda se i successi olimpici spianino la strada al rinnovo di Malagò, dà una risposta inequivocabile nell’attribuire i meriti: “I successi sono ascrivibili in primo luogo alle società sportive che hanno formato e allenato gli atleti, alle federazioni che con gli staff tecnici hanno organizzato la partecipazione degli atleti alle attività internazionali mettendo a disposizione le condizioni migliori di preparazione. Il Coni – sottolinea – ha il merito e l’onore di rappresentare nella sede olimpica le federazioni nazionali protagoniste di successi importanti per l’immagine del nostro paese”.
Critica la linea dei partiti di maggioranza il dem Mauro Berruto, che sottolinea come lo stesso Barelli abbiamo ottenuto una deroga al limite dei mandati: “Una norma sul limite dei mandati è doverosa e sacrosanta ma deve valere per tutti. Nel momento in cui qualcuno fa una contro norma che elimina quel limite, questo fatto politico evidenzia che quella norma, voluta da Forza Italia il cui capogruppo alla Camera è Paolo Barelli, è una norma che ha nel sottotesto il nome di chi la può usare e il nome di chi non la può usare e quindi risponde a un principio evidente di conflittualità aperta, che qualcuno che ha la possibilità di sedere in Parlamento esercita”.
Matteo Renzi, leader di Italia viva, nel proporre la candidatura di Firenze a ospitare le Olimpiadi 2040, dichiara: “Bisogna evitare che il governo dei cognati provi a mettere le mani anche sul Coni. Lo sport è e deve restare indipendente”.
(da agenzie)

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IN VISTA DELLE REGIONALI IL CENTRODESTRA SI INTERROGA: MEGLIO PERDERE 3-0 O INCASSARE TRE SCONFITTE PER 1-0?

Agosto 13th, 2024 Riccardo Fucile

IN AUTUNNO SI VOTA IN EMILIA-ROMAGNA, LIGURIA E UMBRIA. TRE REGIONI NELLE QUALI IL CENTROSINISTRA SEMBRA DESTINATO A VINCERE… IL GOVERNO VUOLE ACCORPARE I TRE VOTI IN UN’ELECTION DAY IL 17 E 18 NOVEMBRE. MA IN QUEI GIORNI LA FINANZIARIA SARÀ NEL PIENO DELLA DISCUSSIONE. E IN FDI A QUALCUNO È VENUTO IL DUBBIO CHE NON SIA UNA GRANDE IDEA

L’ultima parola ancora non è stata pronunciata. Sull’election day per le Regionali d’autunno c’era chi si attendeva la decisione definitiva dall’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, mercoledì scorso, ma così non è stato. Eppure, nel centrodestra ne sono tutti arciconvinti e accettano scommesse: in Emilia-Romagna, Liguria e Umbria si andrà a votare il 17 e 18 novembre.
L’idea sembrava già definitivamente acquisita, fino a quando tra alleati (a partire da Fratelli d’Italia) è venuto qualche dubbio: in quei giorni la finanziaria sarà nel pieno della discussione. E tutti sanno bene che non sarà affatto facile condurre in porto la legge di Bilancio. Se le elezioni fossero in date diverse, le discussioni pre-elettorali potrebbero in qualche misura essere condizionate dalle prevedibili polemiche sulla futura manovra.
Ma appunto, alla fine tutti ne sono convinti. Il 17 e 18 novembre l’Emilia-Romagna ha già fissato l’appuntamento con le urne. Per contro, il presidente facente funzione della Liguria, Alessandro Piana, ha già indetto le elezioni per il 27 e 28 di ottobre. Ma il governo con un decreto potrebbe decidere appunto di accorpare tutti gli appuntamenti. Mentre l’Umbria una data ancora non l’ha fissata.
Il fatto è che per il centrodestra la tornata elettorale entrante non è semplice. C’è l’Emilia-Romagna che resta la «roccaforte rossa» di sempre. Qui, il centrodestra ha anche la candidata: Elena Ugolini è la rettrice delle scuole Malpighi di Bologna, vicinissima a Comunione e liberazione e già sottosegretaria all’Istruzione nel governo Monti. Ma se la dovrà vedere con il politicamente assai agguerrito sindaco di Ravenna Michele de Pascale (Pd).
E poi c’è l’Umbria, a sua volta «roccaforte rossa» fino a quando la leghista Donatella Tesei – con Matteo Salvini oltre il 30% – non l’ha espugnata. Ma la navigazione della presidente con la sua maggioranza non è stata sempre serena: per rimanere allo scorso 31 luglio, la Lega si è ritrovata in Aula senza alleati ed è mancato il numero legale.
E infine c’è la Liguria. In cui il presidente uscente Giovanni Toti è stato agli arresti domiciliari per tre mesi e avrà la prima udienza del processo il 5 novembre, al centro geometrico della campagna elettorale, un paio di settimane prima dell’apertura delle urne. Qui, ancora manca il candidato da opporre all’ex ministro pd Andrea Orlando.
Nella maggioranza di governo non se lo nasconde nessuno, il rischio di uno slam del centrosinistra è alto. E così, un leghista pone la domanda in questo modo: «Meglio un tre a zero secco oppure due, o addirittura tre, uno a zero?».
(da agenzie)

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CRESCE LA SPESA PER ISTRUIRE I FIGLI: FINO A 135.000 EURO A FAMIGLIA

Agosto 13th, 2024 Riccardo Fucile

LO STUDIO PLANNIX: LE FAMIGLIE HANNO SPESO ANCHE 500.000 EURO IN UN ANNO PER LA FORMAZIONE UNIVERSITARIA DEI FIGLI

Nel 2023 le famiglie italiane hanno speso 135 mila euro per fare studiare i loro figli, in media. I costi sono arrivati anche a 500 mila euro in alcuni casi, e l’anno scorso sono cresciuti in media del 3,7% rispetto al 2022. Lo rileva l’Osservatorio sui costi associati all’istruzione della piattaforma di consulenza finanziaria Plannix.
Lo studio
Il report ha rielaborato i dati diffusi dal ministero dell’Istruzione e del Merito e riguardano il percorso di formazione completo di un ciclo universitario dei figli. Nel 2023 la spesa è cresciuta del 3,7%, passando da 130 a 135 mila a famiglie. Considerando le università più prestigiose al mondo, come la London School of Economics o la Columbia University di New York, l’investimento può arrivare fino a mezzo milione.
L’impatto sulle famiglie
Cifre simili hanno un impatto significativo sui genitori che, secondo la società di consulenza finanziaria, in media dovrebbero pianificare la formazione universitaria dei figli ancor prima della loro nascita. Luca Lixi, fondatore e ad di Plannix, suggerisce di affrontare la progettazione « con 18-20 anni di anticipo», con risparmi oltre che investimenti mirati.
(da agenzie)

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RC AUTO, IL BENGODI ASSICURATIVO: PREZZI IN SALITA E COSTI GIU’, GOVERNO MUTO

Agosto 13th, 2024 Riccardo Fucile

LE COMPAGNIE COMPRIMONO I RICAVI DELLA FILIARE PER AUMENTARE I MARGINI

Come la giri la giri, per le compagnie italiane c’è sempre un buon motivo per rivedere al rialzo i prezzi della Rc auto che continua ad essere tra le più care d’Europa nonostante le richieste delle compagnie siano state via via assecondate. Ieri erano le truffe, gli avvocati e le carrozzerie, oggi è il carovita con l’inflazione galoppante. L’ultimo rincaro è stato certificato pochi giorni fa dalla vigilanza delle assicurazioni, l’Ivass, che ha rilevato come a giugno le polizze obbligatorie delle 4 ruote abbiano raggiunto un prezzo medio di 403 euro, il 6,2% in più dell’anno prima. L’aumento dell’inflazione è un fatto, l’assicurato – obbligato a stipulare la polizza – annaspa anche qui, oltre che dal benzinaio e al supermercato. Non solo. Se in caso di sinistro si rivolge a carrozzerie non convenzionate, spesso e volentieri viene vessato al punto da sentirsi in obbligo di restituire di tasca propria alle assicurazioni parte del risarcimento versato dalle compagnie alle officine, per via di clausole contrattuali che non dovrebbero esistere. Ma esistono decine e decine di reclami inviati alle autorità di vigilanza, come racconta il Movimento dei Consumatori che punta il dito contro il risarcimento diretto e la canalizzazione, cioè, appunto, la riparazione presso carrozzerie convenzionate con le compagnie.
A contestare il sistema ci sono perfino gli agenti e i periti. Questi ultimi formalmente segnalano l’assetto oligopolistico del mercato assicurativo e chiedono una rivalutazione e un potenziamento del loro ruolo nella valutazione dei danni. Informalmente raccontano di poche e rapide uscite in cambio di perizie pagate 12 euro l’una, per di più firmate da professionisti non esperti del ramo. Poi ci sono le officine, che sotto le insegne della Federcarrozzieri contestano il controllo di fatto della filiera da parte delle compagnie, mentre singolarmente e sotto banco esibiscono contratti di convenzione in cui le assicurazioni impongono fortissimi sconti sulla manodopera, ma anche sulle singole riparazioni, che per alcuni accordi devono essere fatte pagare dal 20 al 70% in meno del prezzo di listino a seconda delle lavorazioni. I relativi pagamenti, poi, arriveranno almeno dopo due mesi: pochi, maledetti e tardi.
Il ministero delle Imprese conosce bene le istanze di questi soggetti, invitati a un tavolo con “Mister Prezzi” fin da febbraio: le loro richieste e segnalazioni sono riportate in una ventina di dettagliate slides della Commissione di allerta rapida di sorveglianza dei prezzi sulla Rc Auto. Eppure alla prima prova dei fatti, il ddl Concorrenza, il ministro Adolfo Urso ha scontentato quasi tutti, promuovendo la portabilità delle scatole nere a strumento principe di “semplificazione a beneficio degli utenti”. I quali però non sono affatto contenti: ritengono si tratti di uno strumento più utile a profilare gli automobilisti che a tutelarli. La portabilità, replicano fonti del ministero, è “solo su richiesta dell’assicurato: serve per contrastare fenomeni di lock-in e consentire di usufruire della scontistica prevista dal Codice delle assicurazioni per chi installa la scatola nera”.
A parte ci sono le vittime della strada e i loro parenti. Convitati di pietra, spesso non invitati ai tavoli e trattati come se fossero solo un costo. L’avvocato Marco Bona – esperto di danni alla persona e referente italiano della Pan-European Organization of Personal Injury Lawyers (Peopil) – si chiede quanti siano davvero gli incidenti mortali che le compagnie liquidano ogni anno: “È chiaro che citano il dato sovrastimandolo, non è certo quello che fa la differenza”. L’avvocato è tra i firmatari di una lettera inviata giovedì 8 agosto al dicastero di Urso: l’Associazione vittime della strada, l’Unione nazionale avvocati responsabilità civile e Peopil chiedono “che venga riattivata l’analisi di contesto e il confronto con gli stakeholder” sulla Tabella unica nazionale per il risarcimento dei danni gravi per “portare ulteriori contributi al lavoro che il ministero dovrà svolgere per approfondire i punti oggetto di segnalazione da parte del Consiglio di Stato”. I giudici amministrativi, infatti, a febbraio hanno sospeso il parere sulla proposta ministeriale, chiedendo un pubblico confronto sul tema. La lobby delle assicurazioni, Ania, fa spallucce: chiede che l’iter legislativo venga “concluso senza indugio” e tace sulle motivazioni della bocciatura. Dice il Consiglio di Stato che l’obiettivo della legge di “garantire il diritto delle vittime (…) a un pieno risarcimento del danno non patrimoniale effettivamente subìto” non può essere equiparato a quello di “razionalizzare i costi gravanti sul sistema assicurativo e sui consumatori”: la protezione integrale dei danneggiati è prioritaria e “la sostenibilità degli impatti economici sul sistema assicurativo” non deve portare a un “generalizzato ed ingiustificato temperamento o, perfino (a una) misurata e programmatica riduzione della tutela delle vittime”. Al contrario i valori economici della tabella proposta comportano “il rischio di regressione dei risarcimenti”. I rumors riferiscono che il ministero tirerà dritto per la sua strada. Si vedrà.
Intanto però le polizze continuano ad aumentare: a giugno 2022 costavano mediamente 350 euro l’una, 53 in meno di oggi. Le compagnie replicano che dal 2012 a oggi il prezzo è diminuito di 100 euro, ma non dicono che nel 2012 le polizze italiane costavano il 100% più della media Ue. Fanno invece notare che le polizze obbligatorie per le quattro ruote costano in sinistri il corrispettivo dell’84,8% dei premi incassati: 10,11 miliardi di euro su 11,92 miliardi nel 2023, con un guadagno medio del 15% circa, una sessantina di euro a polizza. Dicono: senza i rincari non ci sarebbe stato margine.
Non la pensa così Federcarrozzieri, per la quale l’aumento dei prezzi è dovuto piuttosto a una politica industriale delle compagnie che cercano di “recuperare nel sempre profittevole ramo Rc auto i margini di utile persi in altri rami danni a cagione degli eventi climatici avversi”. Quanto al rincaro delle riparazioni “è anche dovuto alle scelte delle compagnie di utilizzare, interponendo tra l’assicurato-danneggiato e la carrozzeria che dovrà riparare il danno, società che fanno brokeraggio delle riparazioni, veri provider di sinistri, cioè strutture che fanno da intermediari a titolo oneroso tra la compagnia che paga il danno e il riparatore che effettua la riparazione, con ciò facendo lievitare il costo dei sinistri”. In pratica, dicono, nessun assicuratore risulta avere carrozzerie di proprietà e riparare direttamente, “ma tale condotta viene effettuata surrettiziamente e in maniera indiretta”. Ma così il banco incasserebbe due volte.
(da agenzie)

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MESSINA, IN MIGLIAIA AL CORTEO PER DIRE NO AL PONTE SULLO STRETTO

Agosto 12th, 2024 Riccardo Fucile

“VOGLIAMO L’ACQUA DAL RUBINETTO, NO AL PONTE SULLO STRETTO”

“Vogliamo l’acqua dal rubinetto, no al Ponte sullo Stretto”. Queste le poche, ma incisive parole che hanno fatto da motto per la manifestazione messinese contro la costruzione della grande opera, a cui hanno partecipato diversi comitati e organizzazioni.
La protesta ha visto migliaia di cittadini sfilare in corteo verso Piazza del Popolo. Il messaggio dietro allo slogan della dimostrazione è un chiaro riferimento al grave stato di siccità in cui versa la Sicilia, le cui provincie negli ultimi giorni sono state costrette ad attuare pratiche di razionamento dell’acqua.
Le proteste di questo fine settimana si collocano sulla scia di un grande moto di dissenso che ha interessato il progetto del Ponte sullo Stretto sin dal suo concepimento, che tra le altre cose chiede anche che quei 13,5 miliardi vengano utilizzati per altri scopi, considerati maggiormente utili per la comunità, come, appunto, il potenziamento della rete idrica regionale.
La manifestazione contro il Ponte sullo Stretto si è tenuta sabato 10 agosto e ha visto la partecipazione di oltre 3.000 persone. Alla manifestazione hanno partecipato vari comitati e organizzazioni, tra cui anche un membro della Freedom Flotilla, approdato a Messina a bordo di Handala, la barca con la quale l’equipaggio salperà per rompere l’assedio a Gaza. Il corteo è stato organizzato dalla Rete No Ponte e chiede con forza che la società “Stretto di Messina Spa venga chiusa. Definitivamente“.
I manifestanti hanno marciato sotto il coro “vogliamo l’acqua dal rubinetto, no al Ponte sullo Stretto”. Tale slogan fa riferimento all’emergenza siccità che investe la Sicilia da mesi. A Messina, nello specifico, per limitare l’utilizzo di acqua potabile, è iniziata da qualche giorno la sua erogazione a giorni alterni. Con questo motto, i No ponte intendono sottolineare come i soldi destinati alla grande opera potrebbero venire utilizzati per scopi più vicini a quelle che sono le reali necessità dell’isola: “i 14 miliardi di euro che il governo vuole impegnare per un’inutile e devastante infrastruttura, devono invece essere utilizzati per ammodernare la rete idrica, per una sanità migliore che smetta di funzionare secondo logiche aziendali e di profitto”, e “per la messa in sicurezza del territorio dal rischio incendi, idrogeologico e sismico”, scrivono gli organizzatori sui social.
Quella di sabato 10 agosto non è la prima contestazione contro il progetto della grande opera sullo Stretto di Messina e Reggio Calabria. La costruzione del Ponte sullo Stretto è infatti contestata sin dal suo concepimento. Esso dovrebbe venire a costare (per ora) 13,5 miliardi di euro. Ad aprile è iniziato l’iter di esproprio, contro cui oltre cento cittadini hanno intentato una causa, portando in tribunale la società Stretto di Messina SPA. Già a maggio, tuttavia, il piano di aprire i cantieri nel 2024 è naufragato, così come la stessa possibilità di consegnare entro i termini il progetto completo dell’opera. La scadenza per la presentazione del piano era infatti fissata il 31 luglio, ma, non essendo il progetto ancora pronto, il Governo ha presentato delle modifiche al cosiddetto “DL Infrastrutture” autorizzando l’approvazione dell’opera “per fasi costruttive”, ossia a pezzi.
(da lindipendente.online)

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DIGA DEL PORTO, DI GENOVA: EXTRACOSTI, RITARDI E BLITZ DELLA FINANZA

Agosto 12th, 2024 Riccardo Fucile

L’OPERA FINANZIATA CON I FONDI DEL PNRR BLOCCATA DUE MESI DOPO L’APERTURA DEL CANTIERE, POLITICI E BUROCRATI ORA TEMONO CONSEGUENZE PENALI… E IL CONSORZIO BREAKWATER GIA’ CHIEDE 180 MILIONI DI SPESE AGGIUNTIVE SU 1,3 MILIARDI DI APPALTI

Il violinista genovese Niccolò Paganini non concedeva bis. Neanche il miracolo del nuovo ponte Morandi, realizzato e inaugurato nei tempi previsti nell’agosto del 2020, si ripeterà con la diga del porto di Genova che doveva essere pronta per il 30 novembre del 2026.
Eppure molti dei protagonisti sono gli stessi. È lo stesso il costruttore, il gruppo Webuild che guida il consorzio PerGenova Breakwater con Fincantieri, Fincosit del gruppo Mazzi e Sidra. È lo stesso il commissario straordinario, il sindaco Marco Bucci.
Ma il quadro politico-giudiziario non potrebbe essere più diverso dopo l’arresto del presidente ligure Giovanni Toti tre mesi fa con le recenti e soffertissime dimissioni della giunta che porteranno la Liguria al voto il 27-28 ottobre. Una settimana dopo inizierà il processo con giudizio immediato.
L’intervento della magistratura ha avuto un effetto risonanza anche sulla diga, opera colossale e incomparabilmente più difficile del nuovo viadotto sul Polcevera.
Lunedì 29 luglio, cinque giorni dopo l’affondamento in mare del terzo cassone dei 93 previsti dal progetto firmato da Technital (gruppo Mazzi), la Guardia di finanza si è presentata in Regione per sequestrare carte dopo l’esposto del M5S che denunciava la possibile presenza di fanghi nocivi e pericolosi relativi alla posa dei cassoni.
Il rischio che i materiali di dragaggio creino danni gravi all’ecosistema è concreto dopo decenni di attività industriale forsennata. Liberare durante i lavori gli idrocarburi, i metalli pesanti, i residui delle attività del carbonile e altri agenti inquinanti potrebbe avere conseguenze disastrose. Nella migliore delle ipotesi c’è il rischio di finire come con il nodo ferroviario dell’alta velocità a Firenze, quando lo smaltimento dei materiali per il tunnel sotterraneo e per la nuova stazione dell’alta velocità ha provocato un’inchiesta della magistratura e il blocco dei lavori per anni con conseguenze micidiali per i bilanci delle imprese appaltatrici.
Alla fine, il ragionamento che si raccoglie negli ambienti dell’imprenditoria, della burocrazia e della politica è piuttosto semplice: la Procura non scherza, il modello Genova è al capolinea e la prudenza non è mai troppa. Chi si firma è perduto.
Per una bizzarra coincidenza, lo stesso giorno del blitz dei finanzieri il Consiglio di Stato ha bocciato il ricorso del consorzio Eteria (Gavio, Caltagirone, Acciona e Rcm) contro Breakwater sulla legittimità della procedura di assegnazione.
Ma se ormai il titolare dell’appalto non ha nulla da temere dalla giustizia amministrativa, lo scenario complessivo rimane molto incerto. Le analisi a campione degli scavi sottomarini non sono gratis. Ancora più costosa sarebbe la necessità di scartare il materiale dragato per utilizzare in modo sistematico gli inerti caricati a grande distanza dal bacino portuale genovese, come sta accadendo adesso con ghiaia presa non soltanto da cave liguri, ma anche dalla zona di Piombino e addirittura da Cartagena, città portuale del sud-est della Spagna.
Il risultato matematico di questa situazione è che, a poche settimane dalla posa del primo cassone il 25 maggio, Breakwater ha già segnato 178 milioni di euro di riserve su un appalto che vale 1,3 miliardi, tutti pubblici.
Le riserve sono le somme aggiuntive che le imprese ipotizzano di chiedere allo Stato per extracosti e imprevisti vari. Nel caso della diga di Genova la cifra sfiora il 15 per cento in tempi da sprint olimpico. È un record anche per l’abituale moltiplicazione delle spese fra preventivo e conto finale. Insomma, le critiche mosse lo scorso marzo dall’Anac sull’aumento dei prezzi, duramente contestate dal governo, si sono rivelate profetiche.
Tira una brutta aria anche fra il consorzio Breakwater e l’autorità portuale che pure è un’anatra zoppa dopo il passaggio di consegne fra Paolo Emilio Signorini, incarcerato a maggio, e Paolo Piacenza, anch’egli indagato per i favori agli Spinelli, il padre Aldo e il figlio Roberto, da decenni signori delle banchine sotto la Lanterna.
Anche i ministeri competenti, le infrastrutture del vicepremier leghista Matteo Salvini e l’ambiente del forzista Gilberto Pichetto Fratin, sembrano avere preso due strade divergenti. Da una parte, c’è l’accelerazione del Mit. Dall’altra, il manzoniano “adelante con juicio” del ministro del partito berlusconiano, dove Toti è cresciuto prima di mettersi in proprio con un altro ex ministro delle infrastrutture, Maurizio Lupi.
Il freno principale sui materiali per riempire le vasche di cemento arriva dalla Regione dove politici e personale amministrativo temono di mettere il piede in fallo e si disputano le competenze con i ministeri e il commissario straordinario.
Il summit del primo agosto a Roma fra Salvini, il suo vice Edoardo Rixi e Bucci è stato dedicato proprio al tema degli extracosti e dei ritardi che dovrebbero fare slittare il completamento dell’opera di un anno, al novembre 2027. Il quadro è complicato dalle altre opere colossali che gravitano sul territorio di Genova, come la Gronda che Autostrade per l’Italia (Aspi) dovrebbe realizzare al nuovo prezzo di 8 miliardi, raddoppiato rispetto al preventivo, e come il tunnel subportuale di 3,2 chilometri per 700 milioni di investimento dove la stessa Aspi ha avviato i lavori in marzo.
Webuild non ha voluto commentare la composizione delle riserve con l’Espresso. Ma la mossa ha due significati possibili. La prima ipotesi è che il progetto del consorzio avesse limiti tecnici. Dal punto di vista ingegneristico, l’opera non ha precedenti ed è in parte sperimentale. Nelle dighe costruite in modo simile i cassoni poggiano su fondali di una trentina di metri. Davanti alla Lanterna si scende fino a cinquanta. La differenza è consistente e si riflette sia sulle dimensioni enormi dei cubi di cemento armato necessari per sostenere la diga lunga 6,2 chilometri, sia sui lavori di scavo del fondale e di invasamento delle selle di appoggio. Il terzo cassone, affondato il 24 luglio dopo quello del 29 giugno e quello del 25 maggio, doveva essere zavorrato al momento dell’arrivo nelle acque del porto con materiale già sottoposto ai test.
Non è stato così e, fino al riempimento, il rischio è che una mareggiata sposti la scatoletta da diecimila tonnellate. Raddrizzarla in mare aperto non è una passeggiata, anche se una tempesta a inizio agosto è improbabile e nessuno se la augura, nemmeno i gufi messi all’indice da Salvini.
Però a fine settembre del 2023 una tempesta si è portata via venti metri dell’attuale diga all’altezza di Pegli. Con altri novanta cassoni di dimensioni crescenti da consegnare, uno ogni venti giorni in ogni stagione dell’anno, il problema è serio. Lo si è visto all’inaugurazione del 24 maggio 2024 con l’affondamento del primo e più piccolo dei cassoni a 25 metri di fondo rinviato in condizioni di mare appena mosso.
La seconda ipotesi, molto più consistente, è che la mania inaugurativa abbia accelerato i tempi in modo maldestro barattando le esigenze ingegneristiche con le necessità della propaganda.
Il vicepremier leghista, che già aveva tenuto una prima inaugurazione della diga a maggio del 2023 con Toti, Bucci e Signorini, ha bissato quest’anno pochi giorni prima del voto europeo, dove peraltro la Lega ha tenuto un faticoso 9 per cento grazie all’effetto Vannacci e non alla campagna di taglio del nastro del suo leader, messo all’angolo da Giorgia Meloni sul ponte fra Sicilia e Calabria, un’altra opera che non ha precedenti comparabili sulla faccia della terra.
La bizzarria squisitamente italiana è che non solo i soldi della diga sono dello Stato, fra Pnrr, fondo complementare e fondo infrastrutture, più un’ottantina di milioni di contributo regionale, ma nell’azionariato delle stesse imprese realizzatrici c’è una presenza forte del ministero dell’economia.
In Webuild la maggioranza è di Pietro Salini ma Cdp equity ha il 21,3 per cento. La stessa Cdp equity controlla Fincantieri con il 71,4 per cento. In sostanza, il rischio del costruttore rispetto a eventuali imprevisti è zero mentre, come accade per la quasi totalità degli investimenti in infrastrutture, le aggiunte al conto finale finiranno a carico del contribuente magari sotto forma di tagli a servizi essenziali come scuola e sanità.
Ma la percezione di questo rapporto causa-effetto non ha influito più di tanto sulle alternanze di governo nelle amministrazioni locali e certo in Liguria non si sono viste grandi differenze di indirizzo fra i governi orientati a sinistra e quelli più a destra.
Per il successore di Toti la situazione è complicata dagli equilibri interni all’esecutivo. Da qualche tempo aleggia la candidatura del viceministro delle infrastrutture, il leghista Rixi. Il suo pregio rispetto al presidente dimissionario, viareggino cresciuto a Marina di Massa, è di essere genovese. Ma un altro leghista alla conquista di una regione del Nord sembra improponibile per il partito di maggioranza relativa che ha semmai il problema di farsi largo nelle aree più ricche del paese. Rixi stesso si è chiamato fuori ma il pressing sul viceministro continua.
Un alto nome lanciato nella mischia è quello di Marco Scajola, 54 anni, totiano di ferro e figlio dell’ex ministro Claudio, attuale sindaco di Imperia dopo una condanna a due anni nel 2020 dichiarata prescritta lo scorso 9 luglio dalla corte d’appello di Reggio Calabria. Nella giunta Toti Scajola junior era assessore all’urbanistica ed è un sostenitore accanito del “modello Liguria”, ossia il modello Genova esteso da Levante a Ponente.
Fin dalla liberazione di Toti, il primo agosto, si è messo al lavoro per la lista dell’ex presidente che non ha alcuna intenzione di mollare la presa su un potere, a suo avviso, perso ingiustamente. L’altro nome che si fa, non a caso, è quello di Ilaria Cavo, ex giornalista Mediaset come Toti, assessora regionale per sette anni e oggi deputata per Noi moderati, il movimento politico di Toti e Lupi. Ma non è facile che un Toti bis sotto diverso nome sia accettato dal resto del centrodestra e da Fdi in particolare.
Intanto a sinistra non dovrebbe avere rivali la candidatura del democrat spezzino Andrea Orlando. Meno certo è l’assetto della coalizione. L’ex Guardasigilli sarebbe la punta di lancia di un campo largo, forse larghissimo e profondissimo. Come la diga di Genova.
(da agenzie)

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