Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA SITUAZIONE SARÀ DRAMMATICA NEI COMUNI CON MENO DI 125 BAMBINI DOVE IL RISCHIO CHIUSURA E’ CONCRETO
Il termine usato è un neologismo preso a prestito dal demografo Alessandro Rosina: «degiovanimento». Un effetto particolarmente perverso della crisi demografica. Vale a dire la perdita dei giovani, del capitale umano necessario alla crescita del Paese. Nel suo rapporto annuale, presentato ieri dal direttore generale Luca Bianchi, la Svimez ha spiegato quanto grave sia ormai questo fenomeno.
Lo ha fatto andando ad analizzare cosa accadrà da qui ai prossimi dieci anni in quella fascia di età, 5-14 anni, che costituisce il primo serbatoio dell’istruzione. Il calo sarà drammatico e metterà a rischio la sopravvivenza di ben 3 mila scuole primarie in tutta Italia.
Al 2035, spiega il Rapporto, la riduzione di studenti è stimata del 21,3 per cento nel Mezzogiorno, addirittura del 26 per cento nelle regioni del Centro e del 18 per cento nelle regioni settentrionali. Le tabelle pubblicate sono impietose. Solo il Lazio nei prossimi dieci anni perderà 142 mila bambini in questa fascia di età. Nessuno farà peggio. La Campania ne avrà 122 mila in meno, il Veneto 96 mila, la Sicilia 89 mila, la Puglia 84 mila, l’Abruzzo 28 mila, le Marche 32 mila. Il segno più non c’è per nessuna Regione.Le conseguenze si faranno vedere. Per la scuola primaria, spiega ancora il Rapporto, il rischio chiusura è concreto in 3mila Comuni con meno di 125 bambini, numero sufficiente per una sola “piccola scuola”: il 38 per cento del totale dei Comuni localizzati soprattutto nelle aree interne
Il contrasto al gelo demografico, spiega la Svimez, necessita di politiche di lungo periodo orientate al rafforzamento del welfare familiare, degli strumenti di conciliazione dei tempi di vita-lavoro, dell’offerta dei servizi per l’infanzia, dei sostegni effettivi ai redditi e alla genitorialità, superando la frammentarietà degli interventi.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
NON APRE IL SALVADANAIO PER D’ANNUNZIO, DUSE E GENTILE
ra i primi atti dall’insediamento di Alessandro Giuli al ministero della Cultura c’è la
nomina della Consulta dei comitati nazionali e delle edizioni nazionali. La presiede il giornalista Ernesto Galli della Loggia ed è l’organo che, per conto del ministero, propone una ripartizione delle risorse per la celebrazione degli anniversari della storia, della cultura italiana e tutelare il patrimonio letterario. Soldi pubblici, insomma, veicolati su eventi e manifestazioni. Quest’anno il ministero ha messo sul tavolo 1.045.244 euro, quasi la metà della cifra stanziata nel 2023, pari 1.900.256 euro. Una spending review che ha portato all’esclusione di alcune iniziative: nonostante nella Consulta ci siano quattro rappresentanti espressi direttamente dal governo Meloni – come Francesco Farri, portato a Palazzo Chigi da Alfredo Mantovano – il ministero di Giuli ha chiuso i rubinetti anche per le commemorazioni di alcune icone della destra.
Per esempio, la Consulta ha derubricato come «poco rilevanti» le celebrazioni del centenario della nascita di Ida Magli. L’antropologa, morta nel febbraio 2016, raccontava della superiorità dell’Occidente. Scriveva sulla Padania, parlava dell’Unione Europea come «l’inizio della fine» e riteneva l’islam «incompatibile con la nostra visione del mondo». Sui migranti musulmani, già nel 1996, scriveva: «È indispensabile una legislazione rigida per fare in modo che almeno non ne arrivino troppi. Ripeto: gli islamici sono una popolazione forte, con una religione forte, non possono in alcun modo essere integrati nel nostro contesto». Magli non può che essere un idolo per molti esponenti della destra. Secondo il sito di Nicola Porro, che lamentava lo scarso risalto dato alla sua morte dalla stampa, le è stato «riservato un trattamento vergognoso, quello riservato ai “traditori” che passano da sinistra a destra».
Non sarà finanziata la nascita di un nuovo comitato per Magli. Nelle scelte, ed è più prevedibile, c’è anche qualche colpo alla sinistra. Nel caso del comitato – già costituito – per il centenario della nascita del comunista Lucio Libertini, la Consulta del ministero ha ritenuto di non concedere la proroga. Sono stati ritenuti «già sufficientemente finanziati» i comitati per il centenario della morte di Giacomo Matteotti e per la nascita di Pier Paolo Pasolini. Guardando più verso il centro della politica italiana, sempre in chiave Prima Repubblica, a Giovanni Spadolini non sarà dedicato un comitato per il centenario della nascita perché all’ex presidente del Consiglio «è intitolato un istituto già finanziato dal ministero». Il comitato per l’80esimo compleanno della Democrazia cristiana, invece, è invitato a «presentare domanda di rifinanziamento il prossimo anno». Rimandata la festa dei fan dello scudo crociato a causa dell’esiguità «dei fondi disponibili». Nello stesso capitolo dei rinvii al 2025 rientrano le celebrazioni del centenario della morte di Eleonora Duse, la musa di Gabriele D’Annunzio.
Il Vate viene penalizzato dal dicastero di Giuli pure dal punto di vista letterario: non ci sono fondi per l’edizione nazionale dell’Enciclopedia digitale dannunziana. Alla promozione del lavoro di D’Annunzio vengono destinati appena 7.692,30 euro per l’edizione nazionale delle sue opere cartacee. Rimandata all’anno prossimo, sempre che il finanziamento venga poi concesso, anche l’edizione nazionale delle opere di Giovanni Gentile, ideologo del fascismo che aderì alla Repubblica sociale italiana. Non troppa indulgenza è stata riservata al mondo cattolico. Per le celebrazioni dell’ottocentenario del Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, «nonostante l’importanza del personaggio e dell’opera», la Consulta ha deciso di respingere la richiesta di istituire un comitato. Strada sbarrata anche alla commemorazione degli 800 anni dalla nascita di San Tommaso d’Aquino. «Poco rilevante», infine, il 13esimo centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agostino a Pavia.
Non è stata riscontrata «l’eccezionale rilevanza storica» per i 350 anni dalla nascita di papa Benedetto XIV, mentre il Vaticano può esultare per il rifinanziamento di 20 mila euro del comitato – già esistente – vocato alle celebrazioni dell’elezione papale di Urbano VIII. Lo stanziamento più importante di questa tornata ministeriale lo riceve il comitato per le celebrazioni del IV centenario della nascita del pittore Carlo Maratta – o Maratti -, pari a 70 mila euro. Sul secondo gradino del podio, ex aequo, con la quota di 55 mila euro c’è il comitato per le celebrazioni del IV centenario della nascita dello scienziato Gian Domenico Cassini e quello per le celebrazioni del centesimo anniversario dalla nascita di Carlo Rambaldi, premio Oscar per gli effetti speciali e conosciuto in tutto il mondo per il suo lavoro nel film E.T. l’extra-terrestre. Il decreto ministeriale, già trasmesso alle Camere, dovrà essere sottoposto al parere delle commissioni Cultura di Montecitorio e Palazzo Madama entro il prossimo 21 dicembre.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
IN RUSSIA È PARTITA LA CACCIA ALLA VALUTA ESTERA, LA SOLA UTILE PER IMPORTARE BENI DAL RESTO DEL MONDO
Che succede al rublo? La moneta russa precipita senza rete. Ieri è crollata fra il 6% e il 7% sull’euro, sul dollaro, sullo yuan cinese e sulla rupia indiana. Nelle ultime due settimane ha ceduto fra il 12% e il 14% su tutte e quattro queste valute: poco importa se monete di potenze con cui i rapporti commerciali sono in declino(Europa e Stati Uniti) o in aumento (Cina e India).
Si direbbe che tutti stiano vendendo e pochi abbiano voglia di mantenere la valuta di Vladimir Putin fra le mani. Voci dal sistema finanziario di Mosca riferiscono di una caccia diffusa alla valuta estera, la sola utile per importare beni dal resto del mondo: sembra essercene poca disponibile, mentre in molti cercano di disfarsi dei propri rubli. Ma questo è un sintomo, non una causa.
Altro sintomo, più emblematico, è che gli esportatori si stanno rifiutando di rimpatriare in Russia i proventi delle loro vendite all’estero. Si fidano di più delle banche cinesi o indiane, che di quelle di Putin. Ma anche questo è un altro sintomo allo stato latente da tempo. Sei giorni fa poi si è dimessa la numero due della Banca di Russia, Olga Skorobogatova, che in teoria avrebbe dovuto realizzare il rublo digitale per aggirare le sanzioni. […] L’annuncio sulla totale inutilità delle sanzioni era forse leggermente prematuro
Il rublo continua a perdere terreno. Sul mercato delle valute straniere, l’euro è arrivato a essere scambiato a 120 rubli, e il dollaro a oltre 110. Era dal marzo del 2022 che la moneta russa non toccava un punto così basso, cioè dal primo mese dell’invasione dell’Ucraina. Numeri molto lontani dai 75-80 rubli per dollaro di prima della guerra. Il motivo?
Gli analisti non hanno dubbi: a far volare il rublo rasente al suolo – dicono – contribuiscono le nuove sanzioni americane sul settore finanziario russo, che hanno colpito anche la terza banca di Mosca, GazpromBank, e potrebbero rendere ancora più difficile per la Russia attingere a valute straniere. Ma anche le tensioni internazionali attorno all’Ucraina, che si sono ulteriormente intensificate nelle ultime settimane.
Mosca vuole mostrare il bicchiere mezzo pieno, e il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha dichiarato che un rublo debole favorisce le esportazioni. Una valuta più debole fa essere meno costose le proprie esportazioni sui mercati internazionali, ma costringe pure a pagare di più per le importazioni. E rischia di far salire ancora l’inflazione in un Paese la cui economia non è collassata per le sanzioni ma non gode neanche di ottima salute ed è surriscaldata dalla produzione militare.
Mosca (manca solo la firma di Putin) prevede di aumentare ancora le spese belliche il prossimo anno fino a 125 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che supera le spese per istruzione e welfare, e che non include le altre risorse destinate all’esercito, come le spese che la Russia definisce di «sicurezza interna» e alcune classificate come «segrete». Intanto ieri Putin è volato in Kazakhstan, dove oggi è in programma un vertice della Csto, un’alleanza militare a guida russa (ma con voci discordanti).
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
“DIRE A ME A GINO, A CHIARA, A TUTTI I CUORI FRANTUMATI E LE OSSA ROTTE CHE VI DISPIACE SERVE SOLO A VOI STESSI PER SENTIRVI MEGLIO CON QUELLO CHE AVETE O NON AVETE FATTO”
Con un post la rappresentante della lista Rossoverde a Genova ha raccontato di aver
avuto una telefonata con la presidente del Consiglio
«Ho parlato 20 minuti al telefono con il presidente Giorgia Meloni. Se avessi assecondato il motivo della sua telefonata probabilmente sarebbe durata pochi secondi», così la rappresentante al consiglio comunale di Genova della lista Rossoverde, Francesca Ghio, ha riassunto su Instagram il suo colloquio con la premier.
Ma l’esponente dell’opposizione, che ha denunciato durante una riunione del consiglio delle violenze subite quando era piccola, e su cui è stato aperto un fascicolo, ha colto l’occasione per denunciare l’operato del governo: «Se sono morta a 12 anni è anche per colpa di persone come lei che, pur avendo il potere nelle mani, pur avendo gli strumenti per cambiare, scelgono di guardare da un’altra parte trovando continuamente un capro espiatorio».
La posizione di Ghio
Nella sua lettera social, Ghio critica le posizioni dell’esecutivo Meloni sui temi del patriarcato e del femminismo, emerse anche nelle dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara durante la presentazione della Fondazione Giulia Cecchettin.
Per la consigliera comunale, Meloni rientra tra quanti preferiscono «deresponsabilizzare le istituzioni, addossando al singolo la colpa per evitare di risolvere il problema, nascondendolo dietro parole retoriche». Ghio non ha colto alcun segnale dalla premier a sostegno della battaglia contro il patriarcato: «”Sono figli sani di un sistema malato”, non è uno slogan è la realtà quando le soluzioni. Come ho già detto ci serve la volontà politica di applicarle: non farlo è una risposta chiara».
La consigliera va avanti: «Cara presidente Giorgia Meloni ti ringrazio per la vicinanza, ma se ho parlato non è per avere supporto morale. La mia morale è solida e alle mie lacrime ci pensano le mie sorelle».
Ghio ha raccontato la sua storia affinché «nessun’altra persona debba continuare a passarci attraverso». E per questo consiglia alla premier: «Se davvero le sono arrivata, presidente Meloni allora lo dimostri con la potente azione politica che ha nelle sue mani. È una responsabilità, è un privilegio poter usare la politica per risolvere i problemi. Le parole ora risuonano vuote come il buio che ho attraversato».
Quindi rilancia la sua richiesta: «Chiedo una cosa, insieme chiediamo una sola cosa a grande voce: vogliamo l’educazione sessuo affettiva, all’emozione e al consenso in tutte le scuole del paese per tutti i bambini e le bambine di oggi, che saranno gli adulti di domani per mettere nelle loro mani e nei loro cuori gli strumenti potenti della consapevolezza e dell’amore».
«A noi serve un cambiamento»
Il racconto di Ghio prosegue: «Sono madre, mi ha detto al telefono. Sono madre anche io e lotto per mia figlia e anche per la sua, per i figli e le figlie di tutti noi per fare in modo che non ci sia altro dolore evitabile. Dire a me a Gino, a Chiara, a tutti i cuori frantumati e le ossa rotte che vi dispiace serve solo a voi stessi per sentirvi meglio con quello che avete o non avete fatto». Infine, conclude: «A noi serve un cambiamento. Siamo il grido Altissimo e feroce di tutte quelle persone che più non hanno voce».
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
NON SIGNIFICA CHE SIA ALLE VISTE UN CAMBIO DI MAGGIORANZA. SIGNIFICA PERÒ CHE GLI INTERESSI DEL PARTITO CENTRISTA CHE FU DI BERLUSCONI E QUELLI DI GIORGIA MELONI SI STANNO VIA VIA DIVARICANDO… LA CONCLUSIONE NON SARÀ LA CRISI DELL’ESECUTIVO, BENSÌ UNA SOSTANZIALE PARALISI DELL’AZIONE DI GOVERNO, RIDOTTA A ORDINARIA AMMINISTRAZIONE
Ieri si è avuta la prova che le lacerazioni all’interno della coalizione sono più gravi di quanto palazzo Chigi voglia far trapelare. Probabilmente il centrodestra non è “allo sbando”, come si affrettano a dire dall’opposizione […]. Tuttavia le fratture interne, ultime quelle sul canone Rai e la sanità calabrese, lasciano intravedere un tessuto sfilacciato.
La questione del canone sembra minore, ma in realtà Forza Italia ha lasciato soli in modo perentorio Fratelli d’Italia e Lega. Soprattutto quest’ultima aveva fatto del taglio un tema prioritario. Il fatto che Tajani abbia votato contro insieme alle sinistre non significa che sia alle viste un cambio di maggioranza, che non sarebbe logico e non avrebbe i numeri.
Significa però che gli interessi del partito centrista che fu di Berlusconi e quelli di Giorgia Meloni si stanno via via divaricando.
Per non parlare di Salvini, avversario politico numero uno di Forza Italia: specie oggi che i consensi elettorali quasi si equivalgono. Del resto, la contesa sul canone Rai lascia intravedere sullo sfondo proprio il profilo di Mediaset contrapposto a quello dell’ente di Stato. Canone più basso significa per viale Mazzini necessità di drenare pubblicità, di conseguenza il danno delle reti private è qualcosa più di una minaccia.
La conclusione di questo gioco di ripicche non sarà la crisi dell’esecutivo, bensì una sostanziale paralisi dell’azione di governo, ridotta a ordinaria amministrazione. Lo vediamo sul fisco, dove l’idea di una riduzione delle aliquote, che dovrebbe essere tipica del centrodestra, si scontra contro il muro dell’impossibile. Idem sul resto, dal premierato alla separazione delle carriere. Questa è la vera spada di Damocle che incombe sulla premier. Una legislatura logorante senza vere riforme.
(da Repubblica)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
L’EX MONARCHICO ROSICA PER LE TROPPE CONCESSIONI ALLA LEGA, ORMAI TERZO PARTITO DELL’ALLEANZA, E VUOLE QUANTOMENO QUALCHE COMPENSAZIONE IN MANOVRA… I SOSPETTI DEI MELONIANI SUI FRATELLI BERLUSCONI E LO SPOSTAMENTO “A SINISTRA” DI FORZA ITALIA. IERI FULVIO MARTUSCIELLO, RAS AZZURRO IN CAMPANIA, HA ELOGIATO IL PD PER IL VOTO SU FITTO
Quando Giorgia Meloni arriva all’hotel di Monte Mario per la conferenza sul
Mediterraneo lo sguardo è terreo. Antonio Tajani si accorge subito che sarà una giornata difficile. Ai colleghi che incontra alla Camera nel pomeriggio, il ministro degli Esteri confesserà: «Giorgia era davvero nera, mai vista così».
Ed effettivamente su questo punto tutte le fonti concordano: la premier ha vissuto molto male il duplice strappo dei suoi alleati in Senato. E quando sceglie di minimizzare, derubricando l’accaduto, – «è un inciampo» – lo fa senza crederci troppo.
Tanto che prima di lasciare Palazzo Chigi chiede ai suoi collaboratori di far filtrare una frase: «L’inciampo non giova al governo». Si tratta di un’ammissione pubblica sulle lacerazioni dei soci di maggioranza. Un modo, nemmeno troppo tacito, per inviare un messaggio: «Adesso risponderò colpo su colpo».
Ma la questione politica è tutta interna alla maggioranza. La premier mostra sempre più insofferenza verso Forza Italia. «Giorgia ha spesso fatto da sponda a Tajani contro Salvini e il risultato è che loro si smarcano tutti i giorni, a cominciare dello Ius scholae» racconta una dirigente di Fratelli d’Italia.
Il sospetto dei meloniani è che gli azzurri si stiano spostando sempre più a sinistra. A riprova di ciò viene portata una dichiarazione del parlamentare europeo di Forza Italia, Fulvio Martusciello: «Grazie al Pd per il senso delle istituzioni dimostrato nel voto a Raffaele Fitto». E proprio sulla successione del nuovo commissario Ue che si sfogherebbe la volontà di rivalsa dei forzisti. Meloni lo ha capito e lo ha ribadito a Tajani: «Sulle deleghe di Raffaele decido io».
Ogni volta che si torna sull’argomento tv, però, la presidente del Consiglio ritrova le stesse convinzioni: pensa che dietro tutte queste manovre sulla Rai ci siano gli eredi di Berlusconi, Marina e Pier Silvio, proprietari di Mediaset: è ai loro occhi «che Tajani deve mostrarsi autonomo».
Anche il segretario di Forza Italia, però, si è abbastanza stufato. Con Salvini i rapporti non sono buoni, e i due vicepremier si confrontano molto di rado. La questione del canone ha assunto una dimensione puramente simbolica. È uno strumento di battaglia politica, di rivendicazione e compensazione.
È vero, ammettono dentro FI, che la contrarietà degli azzurri nasce a favore dei Berlusconi, preoccupati dal possibile effetto sulla pubblicità del taglio delle entrate della tv pubblica. Ma nel corso dei mesi è successo altro: Tajani ha cominciato a vivere come provocatoria l’insistenza sulla norma mostrata da Salvini. La tensione non si è stemperata nemmeno durante il vertice domenicale a casa Meloni.
Il ministro degli Esteri considera ormai un fatto acquisito che FI sia il secondo partito della maggioranza, nonostante Salvini gli abbia ricordato che i parlamentari azzurri siano 68, contro i 94 della Lega.
«Deve esserci un riconoscimento politico», sostiene da giorni Tajani con i suoi fedelissimi. Non si tratta solo di poltrone, non ancora perlomeno. Ma di misure economiche che dovranno entrare nella legge di Bilancio.
Mai, in due anni di governo, si era arrivati a tanto. A questo livello esplicito, smaccato, teatrale, del duello
(La Stampa)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
CONTINUANO LE TENSIONI DENTRO LA MAGGIORANZA, ORA E’ FRATELLI D’ITALIA CHE PROVA A SMORZARE I TONI
La slavina è partita. Non si ferma lo scontro in maggioranza partito ieri sul decreto fiscale, con Forza Italia e Lega una contro l’altra sul taglio del canone Rai. Mentre FdI prova a smorzare i toni.
All’indomani del voto contrario azzurro, torna sulla questione Raffaele Nevi, portavoce nazionale FI, intervistato da Affaritaliani. Per il forzista “non serve una verifica di governo ma si deve tornare a rispettare il programma sottoscritto con gli elettori e fare le cose condivise”.
Un messaggio alla Lega? “Si dia una calmata, abbassi i toni e torniamo a parlarci di più”, conclude Nevi che poi affonda il colpo: “Salvini fa un po’ il paraculetto e dice che nel programma c’è anche la riduzione della pressione fiscale per difendere l’emendamento bocciato sul canone Rai”.
Insomma, i toni sono pesanti.
Deve comunque intervenire lo stesso Antonio Tajani che esclude litigi o ripicche. “Nessun litigio” nella maggioranza, “abbiamo votato come preannunciato contro un emendamento che non condividevamo perché quei 430 milioni secondo noi possono essere utilizzati per ridurre le aliquote Irpef e aiutare il ceto medio a pagare meno tasse. Nessuna ripicca, non litigo con nessuno”.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
“SONO VICE DELLA MELONI, MA CREDO SI STARLE SUI COGLIONI”
«La base mi rinnega, nemmeno più i leghisti vanno a votare Lega». Si apre così Perdere
Consensi di Luca e Paolo, parodia di Perdere l’Amore di Massimo Ranieri dedicata al segretario della Lega e vicepremier Matteo Salvini. «
Perdere consensi a ogni votazione – continua la canzone – c’è perfino Zaia che mi ha dato del ca**one, tutti questi anni sono stati vani, perdere consensi e averne meno di Tajani».
Così i comici che curano la copertina di Di Martedì, in onda su La7, ironizzano sul declino della Lega che alle elezioni europee del 2019 toccava il 34%, e cinque anni dopo si trova ad avere tra l’8% e il 9%, superata da Forza Italia, in queste settimane tra il 10% e l’11%.
«Se in tribunale mi faranno il culo a strisce», cantano Luca e Paolo scherzando sul processo Open Arms, «carico di bagagli sul Cayenne, migro in Francia da Marine Le Pen, come un clandestino». Chiusura in rima: «Sono pur sempre vice della Meloni, anche se ho il sospetto di starle sui co***oni».
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
TAJANI IMPUTA ALLA LEADER ANCHE UN ALTRO SGARBO: QUELLO DI AVER SOSTENUTO L’IMPOSSIBILITÀ DI FINANZIARE IL TAGLIO DELL’IRPEF RICHIESTO DA FORZA ITALIA… LA SORA GIORGIA NON HA CAPITO CHE SE LA FAMIGLIA BERLUSCONI SI INCAZZA LEI IN 24 ORE VA A CASA CON TUTTA LA SUA CORTE DEI MIRACOLI
La scena è piuttosto forte. C’è Antonio Tajani che attende per dieci minuti l’arrivo di Giorgia Meloni davanti alle porte girevoli della hall dell’hotel Cavalieri Waldorf Astoria. Quando la premier arriva, si salutano con il bacio. Lei segue il ministro.
Devono chiarirsi, prima di tuffarsi nel Med Dialogues, perché al Senato il governo si sta frantumando. Arrivano di fronte a una saletta. «Facciamo qui?», propone garbato il titolare degli Esteri. «Non lo so, sei te che stai a organizza’ ’sta cosa». Attoniti, osservano alcune decine di presenti.
Quello che succede dietro quella porta, al piano -1, è se possibile anche peggio. Si può ricostruire seguendo il filo dei racconti che Meloni, Tajani e Matteo Salvini – a sua volta in contatto con la premier – riferiranno nel corso della giornata ai propri dirigenti, senza troppe cautele.
La presidente del Consiglio è furiosa per lo spettacolo di palazzo Madama e per l’errore tattico della sottosegretaria Albano. E ora se la prende con l’alleato che ha di fronte: «Ti avevo chiesto di abbassare i toni. Te lo avevo chiesto – è il senso dei suoi ragionamenti – perché ho già il Quirinale che ci frena su tutto, che crea problemi su ogni emendamento che presentiamo in Parlamento. Ti avevo detto: non è il momento. E tu hai comunque votato contro il governo».
Meloni rinfaccia all’alleato anche un altro dettaglio della trattativa di martedì notte: aver lasciato intendere a Giovanbattista Fazzolari – emissario incaricato dell’estremo tentativo di mediazione – di essere pronto a chiedere a FI di non partecipare al voto contro l’esecutivo. E di aver poi fatto il contrario, in commissione.
Per Tajani, la ricostruzione è distorta, il film completamente diverso. Nessun impegno, nessuna promessa. Anzi, il ministro ricorda a Meloni di averle annunciato già a settembre, riservatamente, l’intenzione di non rinnovare il taglio del canone.
Non soltanto perché avrebbe creato una tensione impossibile con la famiglia Berlusconi, ma soprattutto per difendere la propria leadership: «Avrei perso il partito, avrei perso la faccia». Imputa alla leader anche un altro sgarbo: quello di aver sostenuto nel vertice domenicale l’impossibilità di finanziare il taglio dell’Irpef richiesto da Forza Italia, giustificandolo con l’assenza di risorse, ma di aver poi autorizzato una spesa di 410 milioni necessari per decurtare l’imposta sulla tv.
È un dialogo aspro, senza fair play. Meloni chiude ad ogni scenario, frena ogni pretesa. Anche quella di un rimpasto, che gli azzurri vorrebbero entro febbraio. «Quando FdI era il partito più piccolo della coalizione nessuno badava alla nostra crescita – sostiene, secondo quanto riferiscono dal cerchio magico – Passavamo dal 3 al 5%, poi all’8%, ma ero sempre la “piccola fiammiferaia”. Quando chiedevo agli alleati, mi rispondevano: conta solo il peso dei gruppi parlamentari».
È la stessa tesi che la Lega diffonde a sera, quando Tajani indica gli azzurri come la seconda forza della coalizione e reclama un riconoscimento.
A questo punto, il problema non è la crisi di governo, a cui nessuno dei tre leader crede. Semmai, l’escalation. E il rischio che, continuando così, i due alleati decidano prima o poi altre azioni che penalizzino Mediaset. Difficile immaginare che succeda davvero, ma già l’ipotesi basta a mettere pressione sugli eredi del Cavaliere.
Sospettati comunque in queste ore dalle sorelle Meloni di essere pronti a smarcarsi sempre più decisamente – anche se con progressione studiata – dalla maggioranza di governo. In questo senso, non aiuta a rasserenare il clima la dichiarazione del capogruppo di FI all’Europarlamento Fulvio Martusciello, alleato fedele di Tajani: «Ringrazio il Pd per il grande senso delle istituzioni dimostrato», votando Ursula von der Leyen. Anche perché chi si è opposto, aggiunge, lo ha fatto per colpire l’Italia e il governo Meloni. «E dispiace che la Lega non abbia colto».
(da La Repubblica)
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