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LA MELONI PER FINANZIARE LA MANOVRA L’HA MESSA IN QUEL POSTO A DIPENDENTI E PENSIONATI: L’IMPENNATA DELL’INFLAZIONE SI TRADUCE NELL’ AUMENTO DI UNA “TASSA INVISIBILE”, IL COSIDDETTO “FISCAL DRAG”, CHE POTREBBE VALERE FINO A 13 MILIARDI DI EURO NEI PROSSIMI DUE ANNI

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI MAGGIORI ENTRATE PER LE CASSE PUBBLICHE: UNA MANNA DAL CIELO PER MELONI E GIORGETTI, ALLE PRESE CON L’ULTIMA LEGGE DI BILANCIO… TRA IL 2022 E IL 2023, IL FISCAL DRAG AVEVA PRODOTTO CIRCA 25 MILIARDI DI MAGGIOR PRELIEVO … IL PARADOSSO DELLA DUCETTA: SI AFFANNA A CERCARE RISORSE PER ALLEGGERIRE L’IRPEF AL CETO MEDIO, CHE VIENE MAZZIATO DAL CARO VITA

Il fiscal drag torna a mordere stipendi e pensioni. E questa volta può valere fino a quasi 13 miliardi in due anni. Nuove simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, aggiornate alle previsioni di giugno della Banca d’Italia, stimano per il 2026-2027 almeno 8 miliardi di drenaggio fiscale: circa 6 a carico dei lavoratori dipendenti e 2 dei pensionati.
Con un’inflazione più alta il conto supera i 9 miliardi. Nello scenario più severo sfiora i 13. Un paradosso che arriva proprio mentre il governo Meloni cerca risorse per alleggerire l’Irpef del ceto medio. […]
I prezzi salgono, i redditi provano a rincorrerli — con i rinnovi dei contratti, gli aumenti o qualche straordinario in più — ma scaglioni e detrazioni restano fermi, perché non indicizzati. Così una parte degli aumenti, invece di compensare il caro vita, viene assorbita dalle tasse.
È il fiscal drag, la vecchia tassa invisibile dell’inflazione. La simulazione di Leonardi e Rizzo parte dalle ultime stime di Bankitalia: inflazione al 3,1% nel 2026 e al 2% nel 2027. Nel biennio significa un aumento cumulato dei prezzi del 5,2% (i due tassi annui si combinano, non si sommano).
È lo scenario centrale e produce già 8,1 miliardi di fiscal drag. Se l’inflazione cumulata sale al 6%, nello scenario avverso di Bankitalia, il drenaggio arriva a 9,35 miliardi. Con l’8,2%, nello scenario più severo, tocca quota 12,74 miliardi: 9 a carico dei lavoratori e quasi 4 dei pensionati.
La grande fiammata del 2022-2023 aveva già prodotto, secondo i due economisti, circa 25 miliardi di maggiore prelievo. Poi la tregua del biennio 2024-2025, con l’inflazione tornata su livelli molto più bassi.
«Quei 25 miliardi con una mano il governo li ha presi, con l’altra li ha restituiti con gli sgravi, cioè il taglio del cuneo ai redditi più bassi», aveva spiegato Leonardi nei giorni scorsi a Repubblica.
«Ma non agli stessi contribuenti: sopra i 35 mila euro ci hanno perso». Il fiscal drag dunque continua ad agire solo sui lavoratori dipendenti e sui pensionati sottoposti all’Irpef progressiva. Mentre una parte crescente degli altri redditi beneficia di regimi sostitutivi o flat tax.
Ecco perché il nuovo aumento dei prezzi può diventare un alleato involontario proprio alla vigilia di una manovra elettorale. Non significa che il drenaggio da 8-13 miliardi stimato si traduca automaticamente in risorse disponibili da spendere. Significa però che l’inflazione genera maggiore prelievo senza bisogno di aumentare le aliquote. E questo maggiore gettito aiuta i conti pubblici.

(da agenzie)

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AMICHETTISMO NO LIMITS! NANCY BRILLI ENTRA NEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLO SPETTACOLO SCELTO DAL MINISTRO GIULI, CON LEI ANCHE SERENA AUTIERI (IN QUOTA FORZA ITALIA) E ENRICO RUGGERI, CARO ALLA LEGA

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTRICE E’ MOLTO APPREZZATA DA GIORGIA MELONI (CHE SU INSTAGRAM SEGUE SOLO 55 PERSONE, TRA CUI LEI) QUALCHE TEMPO FA DISSE: “MELONI MI PIACE”…A PRESIEDERE IL COMITATO IL BALLERINO MVULA SUNGANI, GIÀ BALLERINO DI RAFFAELLA CARRÀ

Una scelta che ha fatto sollevare qualche sopracciglio, anche per le collocazioni politiche. Il nuovo consiglio superiore dello spettacolo – per cui non è previsto compenso – nominato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli ha incuriosito parecchi osservatori: presidente sarà Mvula Sungani, già ballerino di Raffaella Carrà, poi coreografo d’esperienza.
Per quell’incarico era inizialmente circolato il nome di Nicoletta Brilli, più nota come Nancy, che però ha trovato comunque una collocazione nella compagine culturale, giusto qualche settimana dopo aver avuto la conferma del suo nuovo ruolo su Radio1, a Un giorno da pecora, dove ha sostituito Geppi Cucciari, pur non essendo nota per un graffio politico pari a quello della conduttrice sarda.
Ma l’attrice romana è molto stimata dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, che più volte l’ha proposta per condurre serate alla “sua” Arena di Verona, dove la sua voce conta da sempre parecchio. Brilli in ogni caso è apprezzata anche a palazzo Chigi: di sicuro, il suo profilo è uno dei pochissimi seguiti da Giorgia Meloni su Instagram, in mezzo a capi di stato e compagni di partito.
Nella lista c’è anche Enrico Ruggeri, cantautore caro alla Lega, che nelle ultime stagioni gli aveva trovato anche uno strapuntino in Rai, dove conduceva Gli occhi del musicista, non rinnovato nel 2026. Il suo programma, incentrato sulla storia della musica, anche in linea con l’offerta prevista dal contratto di servizio, è stato chiuso per ascolti bassi. Per lui un premio di consolazione non indifferente.
“Quota” Forza Italia invece Serena Autieri, altra conduttrice ben nota a viale Mazzini, anche per le sue improvvisazioni musicali, e presenza consolidata sui palchi del premio Biagio Agnes e a qualche evento degli azzurri. E ancora l’attore Alessio Vassallo, palermitano come il sottosegretario alla Cultura FdI Giampiero Cannella, a lungo vicesindaco e assessore alla Cultura della sua città.
A scorrere la lista, c’è poi Bruno Sconocchia, presidente di Assoconcerti e vecchia conoscenza di Mazzi: entrambi sono stati agenti di talent musicali, oggi si frequentano nei loro ruoli istituzionali. Altro ritorno, quello di Davide Rondoni: opinionista di Bar Centrale su Rai1, il poeta è un amico stretto di Angelo Mellone, direttore del Day time. Sul piccolo schermo ha dovuto fare posto a Francesco Giubilei, presidente della fondazione An, ma la ricollocazione è arrivata ben presto.
Dalla conferenza unificata di comuni e regioni arriva invece la designazione di Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Milano – quindi non esattamente un punto di riferimento del centrodestra – mentre colpisce un altro nome, quello di Luciano Argano. Del manager culturale storicamente legato al mondo della sinistra a destra non hanno infatti un buon ricordo, ma il suo nome sarebbe stato scelto personalmente da Giuli a partire da una rosa di tre proposte presentata dalle associazioni di categoria.
Altro habitué del mondo della sinistra e del management culturale targato Franceschini è il compositore Giorgio Battistelli, oggi presidente della Società Aquilana dei Concerti “Bonaventura Barattelli”, che pure compare nella lista. Scelte che non sono passate inosservate da parte degli osservatori meloniani, che non esitano a ricordare come Giuli abbia una certa disinvoltura nel frequentare ambienti anche lontani dalla destra in cui è cresciuto culturalmente.

(da agenzie)

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PERCHE’ TRUMP E PUTIN VOGLIONO FAR SALTARE LA CORTE CONTRO I CRIMINI DI GUERRA

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

GUERRA AL DIRITTO GLOBALE: CI HA PAURA DELL’AJA?

La Corte penale internazionale (Cpi) si occupa solo dei crimini maggiori: crimini contro l’umanità, di guerra e di aggressione, genocidio. Ha sede all’Aja, è permanente e indipendente. È uno dei vertici della giustizia internazionale, ed oggi è sottoposta da parte della Russia e soprattutto degli Stati Uniti, a un tentativo di radicale smantellamento.
I principi fondanti sono quelli fissati dai processi di Norimberga del 1946 : «I crimini internazionali sono commessi da uomini, non da entità astratte». E gli uomini, siano pure potentissimi, ne devono rispondere.
Ma bisogna aspettare lo Statuto di Roma, nel 1998, perché venga fondata davvero. È preceduta dai tribunali internazionali creati ad hoc per i crimini commessi nella ex Jugoslavia e in Ruanda: il primo giudicherà, tra gli altri, il presidente Slobodan Milošević (morto in carcere all’Aja prima della sentenza) e condannerà il boia di Srebrenica Ratko Mladić per genocidio. Il secondo emetterà 20 condanne definitive in capo a vertici militari e politici.
Una nascita travagliata
Nella creazione della Corte penale internazionale fin dal negoziati di Roma, si scontrano tre tendenze: i sovranisti, che vogliono una Corte controllata dal Consiglio di Sicurezza Onu; gli universalisti, che vogliono una giurisdizione senza limiti; e i «pragmatici», un gruppo di Paesi di orientamento simile tra cui l’Italia, che alla fine prevalgono. L’esito è una Corte indipendente e che può esercitare se lo Stato in cui è stato commesso il crimine ha aderito allo Statuto oppure se lo ha commesso un cittadino di un Paese aderente. Una soluzione che gli Usa proveranno a bloccare fin dall’inizio con la proposta di limitare la possibilità della Corte di procedere contro cittadini di Stati non membri: ma l’emendamento viene respinto e lo stesso giorno, il 17 luglio 1998, lo Statuto viene approvato con 120 voti a favore, 7 contrari e 21 astenuti. La Corte diventa operativa nel 2002.
Tanti anni dopo è proprio questo principio della «territorialità» al centro della feroce battaglia contro la Corte. Ma lo Statuto parla chiaro, e per questo è possibile processare Putin, presidente della Russia (Paese non aderente), per crimini commessi in Ucraina (Paese membro). A fronte di un mandato d’arresto, tutti i Paesi che aderiscono alla Cpi hanno l’obbligo di arrestare il ricercato quando è sul loro territorio, e consegnarlo alla Corte affinché venga processato. I Paesi membri della Cpi sono attualmente 125; non ne fanno parte, fra gli altri, Usa, Russia, Cina, India, Israele, Turchia, Iran. Cinque hanno annunciato di recente l’intenzione di uscire, almeno due a seguito di una diretta richiesta di Trump: Ciad e Venezuela.
I casi affrontati
Nei primi anni la Corte si occupa molto di Africa. Il primo mandato di arresto è nel 2005 contro Joseph Kony (Uganda) e altri 4 dirigenti della Lord’s Resistance Army. I casi affrontati a oggi sono 34 e i mandati di cattura emessi 61. Tra questi: nel 2009 Omar al-Bashir, presidente del Sudan, per i crimini commessi in Darfur, nel 2011 Gheddafi. Nel 2023 per la prima volta un mandato di cattura tocca il capo di Stato di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, Vladimir Putin. Nel 2024 Netanyahu e Gallant, ma anche il braccio armato di Hamas Mohammed Deif; nel 2025 l’ex presidente delle Filippine Rodrigo Duterte. Nel 2025 il caso del torturatore libico Al-Masri coinvolge l’Italia: arrestato a Torino, non viene consegnato all’Aja, ma riportato a Tripoli. Per questo, l’Italia viene deferita alla Corte.
L’affaire Putin
Tutto si scardina con l’incriminazione di Vladimir Putin. Le conseguenze geopolitiche saranno come una frusta che colpirà la Corte. Il mandato di cattura viene emesso dopo un anno di guerra in Ucraina: Putin è incriminato per la deportazione e il trasferimento dei bambini ucraini in Russia. Arriveranno poi i mandati contro i vertici dell’esercito russo per gli attacchi alle infrastrutture civili. La reazione di Mosca è furiosa: otto giudici della Corte più l’allora procuratore Karim Khan vengono condannati in contumacia da un tribunale penale fino a 15 anni di carcere. Tra loro c’è l’italiano Rosario Aitala, uno dei tre ad aver emesso il mandato nei confronti di Putin. A firmare la sentenza Andrei Suvorov, lo stesso giudice che ha mandato nella colonia penale siberiana Aleksey Navalny.
Per i giudici colpiti dai mandati russi, è un forte limite alla loro libertà di movimento. Mosca ha una serie di accordi di estradizione bilaterali che riguardano anche molti spazi aerei, vuol dire che se uno di loro dovesse per esempio recarsi in Turchia rischia l’arresto e l’estradizione in Russia.
Lo strangolamento americano
I contrasti tra Stati Uniti e Cpi sono di lunga data. Nell’ambito delle inchieste afghane (dal 2006), la Cpi indaga anche sulle torture dei militari americani e della Cia sui prigionieri. Di recente, il filone è stato «deprioritizzato», ma non chiuso. Il grande scontro però è su Israele. Il mandato d’arresto per il premier Benjamin Netanyahu nel 2024 e il ministro della Difesa Yoav Gallant accentua l’ostilità verso la Corte, che con l’arrivo di Trump diventa una guerra dichiarata. Va precisato che il procuratore della Cpi ha chiesto il mandato di cattura anche per i capi palestinesi di Hamas, Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar e Mohammed Deif. Procedimenti poi decaduti, perché tutti i vertici di Hamas sono stati eliminati dagli israeliani.
La ritorsione americana si scaglia direttamente contro i giudici sottoponendoli alle stesse sanzioni Usa e liste nere, come i trafficanti di droga o i terroristi. Colpiti 9 dei 18 giudici della Cpi, i due viceprocuratori, l’ex procuratore e un membro dello staff. Il 18 agosto finisce sotto sanzioni anche la presidente della della Corte, la giapponese Tomoko Akane.
A tutti loro sono stati bloccati account e carte di credito. Il giudice francese Nicolas Guillou ha raccontato per primo le sue condizioni: « Subire le sanzioni Usa significa essere espulsi dall’infrastruttura economica e digitale americana — e quindi, di fatto, niente Gmail e sei fuori dal sistema bancario in buona parte del pianeta». In pratica non sei più in grado di prenotare online un treno, un aereo, un albergo, o di fare un acquisto online. «La mia vita personale — ha detto Guillou — è diventata un laboratorio della perdita di sovranità».
Le intimidazioni alla Corte
Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha annunciato apertamente la nuova strategia Usa: «La Corte è una minaccia alla sicurezza nazionale». E ha definito la Cpi «uno strumento di lawfare (guerra legale, ndr) contro gli Stati Uniti e il nostro stretto alleato Israele». Non solo. A luglio scorso, durante una riunione Nato a Bruxelles, gli Stati Uniti hanno chiesto ai membri dell’Alleanza di disconoscere l’autorità della Corte. Il 22 settembre Donald Trump, nel suo intervento all’Assemblea delle Nazioni Unite, ha usato contro la Corte parole oscene, definendola «una banda di teppisti» e sollecitato tutti i Paesi membri a un ritiro immediato. Secondo il Wall Street Journal e la Reuters, gli Usa sarebbero sul punto di sanzionare la Cpi come istituzione, cioè nel suo complesso.
È la strategia dello strangolamento. Anche della giustizia internazionale. In qualche modo, gli interessi di Russia e Stati Uniti finiscono per convergere. Ad Anchorage, in Alaska, Putin avrebbe chiesto espressamente aiuto a Trump affinché venisse revocato il suo mandato di cattura. Questo però lo può fare solo la Corte: esiste la possibilità di sospendere un’indagine o un procedimento per dodici mesi, rinnovabili — su richiesta del Consiglio di Sicurezza dell’Onu — e potrebbe essere praticabile nell’ottica di negoziati di pace. Nulla di questo però, attualmente, è in discussione.
Scatta il presidio
All’Aja, per proteggersi dal rischio di interferenze americane, c’è una risposta collettiva: stanno isolando il funzionamento della Corte dall’infrastruttura Usa. Le email sono state migrate da Microsoft – che diventerebbe inutilizzabile nel momento in cui dovessero sanzionare la Corte stessa – a OpenDesk, un software open source finanziato da un’azienda controllata dal ministero dell’Interno tedesco. Sono stati contemporaneamente varati protocolli bancari, assicurazioni e misure gestionali affinché la Corte resti operativa nel caso di un totale blocco informatico Usa. Qualche giorno fa l’Olanda ha chiesto alla Commissione di utilizzare lo «Statuto di blocco» nel caso in cui gli Usa sanzionassero davvero la Corte. Si tratta di uno strumento giuridico che consente di proteggere aziende e cittadini europei dagli effetti illegittimi delle sanzioni imposte da un Paese terzo. Ma ci sono anche reazioni personali. La presidente Akane ha scritto: «Alla fine la domanda che la storia pone sarà: e voi dove eravate in quel momento?». Il giudice italiano Rosario Aitala in una cerimonia pubblica a Milano ha dichiarato: «La Corte risveglia le coscienze. E il motivo per cui ci attaccano è perché capiscono benissimo che i valori di civiltà — sottesi alla giustizia internazionale — sono superiori alla forza brutale».

(da corriere.it)

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DESTRA E SINISTRA CONFUSE E SOVRAPPOSTE

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

CACCIARI: “LE CULTURE POLITICHE CHE LE SOSTENEVANO E MOTIVAVANO SONO SCOMPARSE DA TEMPO, NE RIMANGONO LE MEMORIE E I FANTASMI

(Gran parlare di coalizioni. Temo che le difficoltà che incontrano, da una parte e dall’altra, nel formarle non derivino da velleità di primato tra questo o quel leader e neppure dalla difficoltà, che pure sussiste, nello stendere qualche paginetta programmatica.
La vera difficoltà consiste nel definire precise linee di demarcazione rispetto all’avversario intorno ai problemi concreti che assillano l’opinione pubblica. Che paradosso, si dirà! Ma se il linguaggio politico attuale è tutto impostato su una logica amico-nemico, sulla demonizzazione dell’avversario! Appunto – le parole mascherano la realtà, e cioè che destra e sinistra, per non dire centro, centro-destra e centro-sinistra sono diventate flatus vocis. Le culture politiche che le sostenevano e motivavano sono scomparse da tempo e ne rimangono le memorie e i fantasmi.
Questa situazione genera fisiologicamente osmosi e contaminazioni di ogni genere, rendendo sempre più arduo definire linee di azione e di governo coerenti e di portata strategica. Cerchiamo di spiegarlo. Le vecchie faglie della scena politica, parlamentare e non, si disegnavano certo anche attraverso categorie ideologiche e antitetiche visioni della storia, ma soprattutto, nell’agire concreto, attraverso impostazioni chiaramente contrapposte in materia istituzionale e economica. Materie allora strettamente complementari.
Da un lato, una linea che considerava fondamentale il ruolo dello Stato come partecipe sì, ma da protagonista, della strategia complessiva economica e industriale del Paese, anche grazie agli asset industriali formidabili che erano a sua disposizione.
Dall’altro lato, una linea che a questa si opponeva con altrettanta chiarezza: ogni intervento pubblico in materia di sviluppo tecnologico e industriale è destinata al fallimento, frena l’iniziativa imprenditoriale, distorce la logica di mercato. Né i primi volevano soluzioni sovietiche, né i secondi le temevano. La contraddizione era precisa e concreta. E così in materia fiscale: progressività rigorosa, da un lato, flat tax di ogni genere dall’altra. Giustizia fiscale, forse astratta, dei primi contro l’idea che pressione fiscale bassa avrebbe generato più investimenti, più occupazione, più benessere. Era un mondo molto più semplice, che permetteva scelte altrettanto lineari. Quel mondo è finito per sempre.
Il ruolo dello Stato nello sviluppo tecnologico, nell’innovazione, nella produzione di ricchezza è stato fatto a pezzi – si riduce, quando funziona, a facilitatore di accordi, al contenimento di disastri annunciati. Ha vinto in tutto Occidente la linea annunciata dai Reagan e dalle Thatcher. Dividersi su questo terreno è oggi pura retorica, poiché la storia a proposito si è pronunciata.
Quale ruolo, allora, dello Stato? Come riformarlo perché possa svolgere un’azione incisiva di fronte alla Tecnica globale? In quale grande spazio lo immaginiamo incluso? Queste sarebbero le vere domande, che destra e sinistra ignorano. Ma anche la “destra” rimane disarmata in questo scenario. Per un verso ha vinto, ma per un altro si trova in mare aperto. Le bandiere della destra di un tempo sono diventate rovine anche per lei; può contrabbandarle un poco soltanto sul terrenofiscale, ma difronte al macigno del debito pubblico con un appeal sempre più basso. La Meloni non ha diminuito di una virgola la pressione fiscale – né lo poteva. Ed ecco che anche la destra si trova costretta a rispolverare certe sue vocazioni “sociali”, che la mettono in competizione sullo stesso terreno con la cosiddetta “sinistra”.
Cosa rimane “di destra”? Rimangono proprio quegli aspetti che erano estranei alla “destra” economico-finanziaria, alla “destra” che ha davvero contato nell’Occidente del dopoguerra, rimane l’appello identitario, nazionalismo e sovranismo. Sembra che i voti possa raccattarli soltanto in questi bacini. Eppure, non può fino in fondo. Pena l’evocare i Vannacci. E emarginarsi dal “giro buono”, quello dell’èlite economico-tecnocratica che detiene le leve di comando dello sviluppo e dell’innovazione e che si è saldamente insediata a Bruxelles, dirigendo ogni azione della Commissione.
Ecco, dunque, che la coalizione di “destra”, da noi e altrove, quando voglia candidarsi a governare, dovrà diventare europeista o travestirsi da “occidentale” tout court, e, tutti lo sanno, Occidente oggi è Occidente americano. E qui l’osmosi con la “sinistra” – con la “sinistra” che non potrebbe più, pena cadere nel patetico-ridicolo, invocare un ruolo programmatore dello Stato, e nutre un “elettorale” terrore per ogni seria proposta di riforma fiscale in senso rigorosamente progressivo (cioè, si mantiene in questa materia così fondamentale su una posizione di “moderazione” rispetto alla “destra”).
La “sinistra” vota la Commissione con cui la “destra” lavora sbandierando di goderne i favori. Sul piano della politica estera – che è da sempre la vera politica! – osmosi, contaminazioni, equivoci la fanno da padroni. Anche qui una volta, negli infelicissimi tempi andati, le cose erano chiare: all’ombra protettiva dei due Titani della guerra fredda la faglia tra destra e sinistra poteva risultare sufficientemente chiara. Ma ora? Di uno non rimane che la deterrenza nucleare e l’immenso patrimonio di materie prime, almeno fino a quando anche la Federazione russa non finisca col disfarsi.
Dell’altro è evidente la crisi, la difficoltà di conservare la propria egemonia su scala globale, difficoltà che può trasformarsi in pessima consigliera. Difronte alla rivoluzione in atto negli equilibri internazionali le posizioni tradizionali di destra e sinistra cessano dall’avere alcun senso. E perciò ecco che i loro vecchi cultori si confondono e sovrappongono.
Da una parte e dall’altra c’è chi invoca la minaccia russa, e così chi invece la trattativa con Putin, chi sposa le vie della seta e chi vorrebbe colpire il nuovo nemico prima che si rafforzi troppo. Nei fatti, ci si barcamena, senza che emerga neppure una seria analisi del mondo nuovo in cui ci agitiamo. Questa è la condizione in cui versano le nostre coalizioni. E per questa ragione sarà molto difficile per loro convincere qualcuno a votarle. Ma dobbiamo disperare di poter disperare.

Massimo Cacciari
(da lastampa.it)

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ABBIAMO CAMBIATO LA LEGGE ELETTORALE CINQUE VOLTE IN TRENT’ANNI

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

GLI INGLESI HANNO LA STESSA LEGGE ELETTORALE DAL 1832, GLI AMERICANI DAL 1845, I TEDESCHI DAL 1956, I FRANCESI DAL 1958

È incostituzionale la nuova legge elettorale, in questa settimana alla Camera in terza lettura? Certamente è scostumata, perché offende i buoni costumi d’una Repubblica. Gli inglesi hanno la stessa legge elettorale dal 1832, gli americani dal 1845, i tedeschi dal 1956, i francesi dal 1958. Noi italiani, viceversa, ne abbiamo cambiate cinque negli ultimi trent’anni, e ci apprestiamo a battezzare la sesta creatura. Una nevrosi, e a curarla non basta la Consulta – serve uno psichiatra.
Non che la Costituzione impedisca di correggere le leggi elettorali: i costituenti evitarono di fissare regole vincolanti, benché avessero in mente il sistema proporzionale puro con cui quei 556 uomini e donne erano stati eletti. Ma la scelta di non scegliere fu una decisione saggia, perché non esiste un sistema elettorale perfetto; dipende dalle stagioni della storia, dalla condizione politica e sociale. Talvolta può essere preferibile un sistema maggioritario, talvolta un proporzionale, talvolta un sistema misto. Esistono, però, i sistemi imperfetti, e noi italiani ne sappiamo qualcosa.
Ma le (molte) imperfezioni dell’ultima trovata la rendono illegittima? Potremmo rispondere usando la vecchia battuta di Boskov, l’allenatore che portò la Sampdoria allo scudetto: «rigore è quando arbitro fischia». E così una legge è incostituzionale quando lo dichiara la Consulta. Giacché il diritto è opinabile, come e più delle altre scienze umane, e d’altronde la giurisprudenza costituzionale non procede sempre in linea retta. Ma è ancora più opinabile quando, come in questo caso, vengano in gioco questioni che non investono tanto la legittimità di una certa decisione normativa, bensì la sua conformità a un canone di ragionevolezza, o meglio di proporzionalità. Quando, cioè, viene in gioco una questione di misura.
È il caso del premio di maggioranza (un balzo dal 42 per cento dei voti al 55 per cento dei seggi). Ma è anche il caso delle due modifiche introdotte dal Senato: le preferenze e l’innalzamento del numero di sottoscrizioni per le liste non rappresentate in Parlamento. C’è una soglia al di sotto della quale le preferenze sono insufficienti o al di sopra della quale le sottoscrizioni sono troppo alte? E c’è una soglia oltre la quale il premio di maggioranza diventa abnorme? C’è, ma è impossibile determinarla con un numero fisso. Nel diritto, come nella vita, si riflette una carica d’indeterminatezza. Come mostrano i due paradossi del mucchio e del calvo, attribuiti entrambi a Eubulide di Mileto. Certamente due chicchi di grano non fanno un mucchio, e nemmeno tre chicchi; ma continuando ad aggiungerne prima o poi si toccherà un livello che tutti giudicheranno un mucchio, senza che però sia mai possibile concordare sull’istante in cui tale passaggio si verifica. Analogamente, se a un uomo strappano uno per uno i capelli dalla testa, quest’ultimo a un certo punto potrà considerarsi calvo: ma quando esattamente?
Quanto alle preferenze, il punto non è la novità, bensì la sua misura. La legge in vigore dal 2017 estrae dai listini bloccati 245 deputati e 122 senatori, ma assegna il 37 per cento dei seggi con un maggioritario, nei collegi uninominali. Quindi per almeno un terzo della rappresentanza parlamentare l’elettore dispone di un effettivo potere di scelta, anche se le candidature vengono selezionate dai partiti. La nuova legge elimina la quota maggioritaria, risarcendo gli elettori con le preferenze, che tuttavia, a conti fatti, potranno determinare il 5 o al massimo il 10 per cento della rappresentanza, dato che soltanto i partiti maggiori eleggeranno candidati oltre al capolista. E questo è un arretramento sensibile, visibile, come il calvo di Eubulide.
Infine le sottoscrizioni. La nuova legge le quadruplica: da 1500 a 6000. Significa, su base nazionale, l’obbligo impervio di raccogliere 450 mila firme. Sarebbe forse accettabile questa innovazione se fosse ammessa la sottoscrizione online, come avviene per i referendum. Ma in ogni caso quadruplicando le sottoscrizioni s’introduce una norma di sbarramento occulta, che in alcune ragioni supera il 10 per cento. E allora l’uomo di Eubulide diventa doppiamente calvo.

Michele Ainis
(da Repubblica)

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ELETTORI E STRATEGIA, LA CAMPAGNA DELLA PREMIER E’ PARTITA

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI HA NECESSITA’ DI RICOMPATTARE IL PROPRIO ELETTORATO

Giorgia Meloni ha fretta e ha cambiato ritmo. Le scelte del governo rispondono sempre più alla necessità di costruire le condizioni della prossima vittoria elettorale. Sono segnali di un voto sempre più vicino, forse nei primi mesi del 2027. Le misure sulla scuola, le promesse fiscali e l’intervento di Eni sui carburanti – pur diverse tra loro – delineano un comune filo rosso che le attraversa al fine di riportare il confronto sui temi che possono rafforzare il rapporto fra la premier e chi la vota. Provvedimenti simbolici o concreti, ma tali da compattare subito l’elettorato.
La scuola consente di presidiare il terreno dell’identità. Il limite agli alunni stranieri che non conoscono adeguatamente l’italiano viene motivato con l’esigenza di favorire l’integrazione, ma serve anche a rendere visibile una linea di governo sull’immigrazione che possa resistere all’offensiva di Vannacci. Sul versante economico, l’abolizione del bollo auto e l’intenzione di ridurre l’Irpef sui redditi medi si rivolgono a famiglie e lavoratori che chiedono di vedere un beneficio tangibile nella busta paga. Queste sono le classiche manovre di un governo che si appresta a finire rapidamente la legislatura.
Il tetto ai prezzi dei carburanti deciso da Eni è, a sua volta, una misura aziendale e temporanea ma pur sempre coordinata con Palazzo Chigi. Meloni cerca di rispondere contemporaneamente all’inflazione, alla pressione dell’estrema destra, alle richieste fiscali del suo elettore tipo.
Problemi interni
Questa offensiva è anche una reazione a un problema interno alla coalizione. L’aumento della spesa militare e il sostegno all’Ucraina sono elementi della collocazione internazionale di Meloni, ma incontrano resistenze in una parte dell’elettorato di destra. La premier ha interesse a mantenere quella linea senza farne il centro della competizione elettorale. Scuola, fisco e carburanti svolgono perciò una funzione di compensazione e distrazione: offrono ai suoi elettori ragioni più immediate per sostenere il governo, mentre le scelte di politica estera restano ancorate agli impegni assunti con gli alleati.cci
Lo scontro con il Coll Anche la frizione con Sergio Mattarella sulla scuola va considerata in questa prospettiva. La campagna elettorale lambisce i poteri dello Stato e non per caso. Dopo le rielezioni di Napolitano e Mattarella, il Quirinale è diventato ancora più centrale in un sistema di partiti deboli.
Il presidente nomina il capo del governo, esercita un’influenza nei passaggi di crisi concorrendo alla formazione del governo, rappresenta una continuità nelle relazioni internazionali, presiede il Consiglio supremo di difesa e nomina cinque giudici costituzionali. Non determina da solo l’indirizzo politico, ma incide sulle condizioni entro cui quell’indirizzo può essere attuato. E, soprattuto, può restare alla testa dello Stato per un tempo molto lungo godendo di una posizione sopraelevata da tutore del sistema politico.
Per questo l’elezione del 2029 non sarà soltanto la scelta di un successore di Mattarella, ma determinerà un equilibrio di potere destinato a condizionare l’intera legislatura e forse a cambiare la storia delle istituzioni repubblicane.
La legge elettorale in discussione inciderà dunque su due partite: la formazione di una maggioranza di governo e la consistenza parlamentare con cui quella maggioranza arriverà all’elezione presidenziale. Dal quarto scrutinio, come noto, è sufficiente la maggioranza assoluta: disporre di numeri adeguati ridurrebbe la necessità di un’intesa con la sinistra.
È questo l’obiettivo strategico di Meloni. Una nuova vittoria le consentirebbe di guidare il governo e, potenzialmente, di concorrere in modo decisivo alla scelta del capo dello Stato.
Per il centrodestra, eleggere un presidente senza un accordo con la sinistra avrebbe anche un valore di legittimazione politica. Significherebbe mostrare che la propria presenza al vertice delle istituzioni non richiede un’investitura politica da parte degli avversari e aprirebbe alla possibilità di contestare la pretesa che la Costituzione appartenga a una sola tradizione. La vera campagna della premier, elettorale e strategica, è cominciata.

(da editorialedomani.it)

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SULLA SCUOLA MELONI GETTA FUMO NEGLI OCCHI AGLI ITALIANI. LA PROPAGANDA SU BURQA E STRANIERI FA BRECCIA NELLA POPOLAZIONE, MA I CITTADINI SANNO CHE NON SONO I VERI PROBLEMI DELLA SCUOLA

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

ALESSANDRA GHISLERI: “L’80,7% E’ FAVOREVOLE AL DIVIETO DI BURQA E NIQAB. UN ALTRO 56,9% VORREBBE UN TETTO MASSIMO DI ALUNNI STRANIERI, MA QUANDO SI SCENDE SUL CONCRETO LA MAGGIORANZA NON RISPONDE PIÙ CON SLOGAN, MA INDIVIDUA PROBLEMI PRATICI. MANCANO INSEGNANTI DI SOSTEGNO LINGUISTICO, MANCANO MEDIATORI CULTURALI, MANCANO STRUTTURE (51%). I CITTADINI SEGNALANO QUESTIONI ORGANIZZATIVE, NON IDENTITARIE”

L’80,7% degli italiani si dice favorevole al divieto di burqa e niqab nelle scuole italiane. Un altro 56,9% vorrebbe un tetto massimo di alunni stranieri per ogni classe con difficoltà nel parlare e nel comprendere la nostra lingua.
Sono i numeri che arrivano dalle rilevazioni di Only Numbers che a prima vista raccontano un paese in cerca di confini più netti tra “noi” e “loro”. Tuttavia, basta scendere un piano più in basso, dal simbolo al problema concreto, per scoprire un’Italia molto più pragmatica di quanto i titoli lascino intendere. […]
Quando si chiede agli italiani un giudizio su un principio identitario come il velo integrale, o sulla soglia di stranieri in classe, la risposta è netta, quasi plebiscitaria.
Il giudizio che emerge è trasversale a tutti gli elettorati. Tuttavia, quando si scende nel concreto, e si domanda come applicare una distribuzione equilibrata di alunni italiani e stranieri – ragionando su un tetto -, la maggioranza non risponde più con uno slogan, ma individua un problema pratico.
Mancano insegnanti di sostegno linguistico, mancano mediatori culturali, mancano strutture (51%) e questa non è un’opinione, ma una diagnosi.
Tuttavia, è una valutazione che, a differenza del giudizio sul velo o sulla soglia, non è più trasversale, perché gli elettori dei partiti di governo sono schierati in maggioranza sul fatto che uno dei principali problemi sia il numero di stranieri in classe, mentre i sostenitori delle opposizioni sono in prevalenza convinti che la vera causa sia la mancanza di risorse e personale nella gestione di classi sempre più diversificate.
Questo scarto tra il livello simbolico e quello operativo è tipico di ogni dibattito che tocchi l’identità, dove si risponde con la pancia quando la domanda è astratta, con la testa quando la domanda chiede di gestire davvero qualcosa.
E qui emerge una chiave di lettura dell’intero sondaggio dove la politica, continua a cavalcare il primo livello, quello identitario, perché è quello che si presta allo scontro e al titolo in una campagna elettorale.
Il problema che i cittadini segnalano, invece, è quasi sempre il secondo quello pratico e organizzativo, non identitario.
C’è poi un particolare che merita più spazio di quanto gli si conceda di solito: sono proprio i ragazzi appena usciti dal percorso dell’istruzione obbligatoria – quindi chi ha vissuto la scuola multiculturale sulla propria pelle, e non per sentito dire – a risultare i più favorevoli al divieto del velo integrale.
È un dato che smentisce una narrazione comoda, quella per cui le nuove generazioni sarebbero automaticamente più aperte e meno diffidenti verso le differenze.
Anche i genitori con i figli in età scolare sono i più favorevoli al tetto di studenti poco abili con l’italiano (64,2%) e al divieto di burqa e niqab nelle aule (84%). Vale la pena chiedersi perché.
È il riflesso di difficoltà concrete vissute in aula? O forse è l’eco di ansie più ampie – il costo della vita quotidiana, la casa che non si trova, la difficoltà a trovare lavoro, e forse anche la competizione per immaginare un futuro difficile da decifrare – che si scaricano su un simbolo facile da individuare?
Il divieto del velo integrale in un contesto educativo è, in fondo, un tema di visibilità del volto, in una relazione didattica che si fonda anche sullo sguardo: un tema dibattuto in molti Paesi europei, spesso a prescindere dalla composizione delle classi.
Il tetto massimo di alunni stranieri per classe è tutt’altra cosa.
È un tema di risorse, di capacità di insegnare l’italiano a chi non lo parla, di sostenibilità didattica, ma soprattutto di investimenti. Si identificano due piani diversi: il primo riguarda simboli e identità, mentre il secondo riguarda l’organizzazione del lavoro scolastico e la capacità di investimento.
Esiste, in una parte non trascurabile della popolazione, anche una paura più profonda e meno confessabile: quella di doversi confrontare – magari dover riconoscere come legittime – culture che relegano le donne dietro un velo, dietro simboli che a molti appaiono come la negazione stessa di un’uguaglianza conquistata in decenni di battaglie.
Non è un caso che questo tipo di ansia trovi terreno più fertile proprio nelle periferie e nelle aree disagiate, dove l’ascensore sociale è fermo da tempo per tutti, italiani e stranieri: lì la scuola non è percepita come promessa di riscatto, […] viene vissuta come una minaccia in più a un equilibrio già fragile.
Questo suggerisce che il nodo reale, per la maggioranza silenziosa che risponde in modo pragmatico ai sondaggi, non è solo la cultura d’origine, né soltanto quella paura più sottile di restare indietro: è, alla radice, un problema di competenza linguistica e di risorse (insegnanti, tempo, mediazione) che nella storia degli ultimi 30 anni non è stato mai davvero finanziato a sufficienza.
La domanda che il sondaggio pone senza dirlo apertamente è un’altra: quanta scuola pubblica siamo disposti a finanziare perché funzioni davvero, per tutti, italiani e non, e perché quella paura di restare indietro non trovi più terreno fertile in classi che si sentono lasciate sole?
Letto in questo modo, il sondaggio non è tanto un termometro sull’immigrazione. È un termometro sulla scarsa fiducia che i cittadini hanno nella capacità della scuola italiana di gestire la complessità con le risorse che ha oggi.

Alessandra Ghisleri
(da La Stampa)

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REGENI, UN CASO DI STATO. L’EVENTUALE CONDANNA DA PARTE DELLA CORTE D’ASSISE DI ROMA NEI CONFRONTI DEI QUATTRO UOMINI DELLA NATIONAL SECURITY EGIZIANA, ACCUSATI DI AVER RAPITO, TORTURATO E UCCISO GIULIO REGENI, RISCHIA DI CREARE UN BEL CASINO PER GIORGIA MELONI: DOVREBBE POI CHIEDERE AD AL-SISI L’ESECUZIONE DELLA PENA

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI UNDICI ANNI L’EGITTO SI E’ RIFIUTATO DI COLLABORARE E CONSEGNARE GLI IMPUTATI – PALAZZO CHIGI E’ PARTE CIVILE IN QUESTO PROCESSO: L’AVVOCATURA DELLO STATO HA CHIESTO DUE MILIONI DI EURO DI RISARCIMENTO, DANNI DI CUI PUO’ ESSERE CHIAMATO A RISPONDERE LO STATO EGIZIANO

La sentenza che oggi la Corte d’Assise di Roma pronuncerà sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni rischia di creare un problema non di poco conto per il governo di Giorgia Meloni.
Perché se la Corte dovesse condannare i quattro uomini della National Security egiziana accusati di quei reati, l’Italia si ritroverebbe tra le mani una sentenza delicata da maneggiare.
Non soltanto per quello che dice. Ma soprattutto per quello che, da quel momento, obbligherà l’Italia a chiedere all’Egitto: l’esecuzione della pena. E il ristoro dei danni da parte egiziana.
Il tempismo, diciamo così, non aiuta. Appena qualche settimana fa Antonio Tajani era al Cairo, ricevuto dal presidente Abdel Fattah al-Sisi. In Egitto l’incontro era stato raccontato con grande enfasi: rapporti ricuciti, cooperazione rilanciata, stagione delle tensioni ormai alle spalle.
Se arriveranno le condanne, Roma non potrà cancellare nulla. Anzi, dovrà chiedere al Cairo di eseguirle. E dovrà farlo con un Paese che per quasi undici anni non ha consegnato gli imputati e non ne ha fornito neppure gli indirizzi, tanto che per riuscire a celebrare il processo è stato necessario un intervento della Corte costituzionale. Pensare che l’Egitto possa consegnarli adesso è praticamente impossibile. Pensare che l’Italia possa non chiederlo lo è altrettanto.
Ma c’è un secondo fronte, finora rimasto molto più sotto traccia. Ed è quello dei soldi. Palazzo Chigi, infatti, in questo processo è parte civile. L’Avvocatura dello Stato ha chiesto agli imputati due milioni di euro di risarcimento, più una provvisionale immediatamente esecutiva di almeno 500 mila euro.
Ma è qui che una condanna potrebbe aprire un capitolo nuovo. Perché se una sentenza italiana stabilisse che a sequestrare e torturare fino alla morte un cittadino italiano sono stati uomini della National Security, pubblici ufficiali egiziani che agivano abusando delle loro funzioni, si aprirebbe un altro scenario: di quei danni può essere chiamato a rispondere anche lo Stato egiziano.
Il tema è complicato, ma un precedente esiste. Ed è pesantissimo. È quello delle cause per i crimini nazisti e dei risarcimenti chiesti alla Germania. Nel 2014 la Corte costituzionale ha stabilito che l’immunità di uno Stato straniero non può arrivare al punto di cancellare il diritto alla tutela giudiziaria delle vittime di crimini gravissimi contro i diritti fondamentali.
Tradotto: secondo la Procura di Roma dovrebbe essere l’Egitto a risarcire l’Italia. Quello stesso Egitto che oggi è un Paese “amico”, come dimostrano le visite ad al-Sisi. Cruciale nello scacchiere del Mediterraneo per l’energia e per la gestione dei migranti.
E che ancora nelle scorse ore provava a fare pressione utilizzando il caso di Nessy Guerra, una cittadina italiana agli arresti in Egitto con la folle accusa di adulterio e che, in via informale, è stata proposta come pedina di scambio.
Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sollecitato, un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. La sentenza è attesa per le 18.

(da agenzie)

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DAVID ROSSI FU AGGREDITO DA DUE O TRE PERSONE, HA TENTATO DI DIFENDERSI PRIMA DEL VOLO DALLA FINESTRA: I RISULTATI DELLA PERIZIA SU UNO DEI MISTERI DI STATO

Settembre 28th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX CAPO DELLA COMUNICAZIONE DI MPS NON SI E’ SUICIDATO COME HANNO VOLUTO FARCI CREDERE

L’ex capo della comunicazione di Mps morto nel 2013 a Siena David Rossi sarebbe stato aggredito in maniera violenta e veloce nel suo ufficio da più persone, almeno due e corpulente, e prima di precipitare dalla finestra era cosciente, quindi ha molto probabilmente cercato di difendersi. Una volta finito fuori dalla finestra ha tentato di aggrapparsi al bordo ed era tenuto dagli aggressori forse in un tentativo di intimidazione, ma poi la presa è mancata e Rossi è precipitato. È quanto emerge da una prima valutazione tecnica dopo le simulazioni di questa mattina a Roma, con l’ausilio dei Ris, nell’ambito della perizia richiesta dalla commissione di inchiesta sulla morte di Rossi.
All’interno della palestra è stata ricostruita la scena degli attimi che hanno preceduto l’uccisione. C’è anche una finestra nelle stesse dimensioni di quella della sede di Monte dei Paschi di Siena in Rocca Salimbeni e un atleta dei carabinieri, della stessa corporatura di David Rossi, si è prestato per simulare i movimenti di reazione della vittima. Sono state create tutte le ipotetiche simulazioni attraverso la dinamica della traumatologia forense: la caduta di Rossi è stata quindi ricostruita con un solo aggressore, con due o con tre, sia in condizioni di coscienza che di incoscienza della vittima. Le operazioni sono state affidate al medico Robbi Manghi e all’ortopedico Marco Nigrisoli, insieme al tenente colonnello Adolfo Gregori del Ris e con l’ausilio dei vigili del fuoco. Sul posto anche il presidente della commissione parlamentare, Gianluca Vinci.
«Si esclude la decisione e il movimento suicidario – ha detto Manghi confermando l’omicidio –. C’è stata un’aggressione violenta e difficilmente è stata una persona sola perché David Rossi era cosciente, era un giovane in forma» e una sola persona «difficilmente» sarebbe riuscita ad avere il sopravvento. Quindi gli aggressori erano «almeno due se non tre», ha continuato, e soggetti «corpulenti. «Si può ipotizzare che sia stato aggredito in maniera abbastanza violenta e rapida», ha osservato Nigrisoli secondo il quale è possibile che l’intento iniziale non fosse ucciderlo: «Sembra sia stato un processo avvenuto gradualmente con l’intento di intimidire la persona» e che Rossi sia stato appeso fuori dalla finestra. Si tratta di primissime valutazioni dei consulenti, mentre per gli esiti definitivi ci vorrà almeno un mese.

(da agenzie)

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