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PRIMI AL MONDO NELLE BALLE

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

COS’ALTRO POTREBBE ESPORTARE L’OLIGARCHIA AL POTERE IN RUSSIA?

Si raccontano balle per varie ragioni. Per esempio, perché si ha interesse a nascondere le proprie responsabilità. Perché si ha bisogno di vantare meriti che non si hanno. Perché si vuole colpire qualcuno diffamandolo. Perché solo attraverso la truffa si può sperare di prevalere. Eccetera.
Ciascuna di queste ragioni evidenzia che il ballista, 99 volte su cento, è un soggetto debole. Bara perché non potrebbe mai vincere giocando pulito. Se avesse dalla sua la forza della ragione, o l’evidenza delle sue qualità reali, non avrebbe nessuna necessità di raccontare balle. Questo fa pensare che il primato della Russia nelle fake news, ormai certificato da decine di studi, rapporti, dossier, dipenda dalla impossibilità della propaganda russa di far valere (in economia, in politica estera, in politica interna) qualche aspetto esemplare. Qualche risultato ammirevole.
Levato il nazionalismo bellicoso, fondato sul mito della Grande Russia e non esportabile se non in punta di cannone, quali meriti riconoscibili può vantare Putin dopo trent’anni di potere assoluto? Le disuguaglianze sociali fanno impallidire quelle del peggiore dei paesi occidentali, l’economia è gracile (tranne l’industria bellica) nonostante le grandi ricchezze naturali, la libertà d’espressione è vicina allo zero: cos’altro potrebbe esportare, l’oligarchia al potere a Mosca, se non le balle?
È vero, avvelenare i pozzi, nell’epoca della comunicazione digitale di massa, non è difficile. Bastano un po’ di hacker di regime e il gioco è fatto. Il danno è inferto. I pozzi possono anche essere bonificati, esiste il debunking, che è un po’ la contraerea della guerra digitale, ma rimangono, come i buchi delle bombe sulle facciate delle case, i danni da disinformazione. Ma essere al primo posto nel mondo solo nella categoria “balle”, a lungo andare, non rischia di mortificare il morale delle truppe?

(da agenzie)

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SENZA VERGOGNA. IL MINISTRO DEGLI ESTERI, ANTONIO TAJANI, SI AFFRETTA AD “ASSOLVERE” IL REGIME EGIZIANO SUL CASO REGENI: “NON È STATO CONDANNATO L’EGITTO, MA SONO STATE CONDANNATE TRE PERSONE. VEDREMO QUELLO CHE SUCCEDERÀ IN SECONDO E TERZO GRADO”

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO È IN DIFFICOLTÀ: SE LA SENTENZA DIVENTERÀ DEFINITIVA, ROMA DOVRÀ CHIEDERNE L’ESECUZIONE AL GENERALE AL SISI, CHE PER ANNI NON HA CONSENTITO DI NOTIFICARE GLI ATTI AGLI IMPUTATI. E POI C’È LA QUESTIONE DEI SOLDI

Adesso tocca al governo. Perché dopo quasi undici anni di silenzi, depistaggi, carte negate e uomini fatti sparire, nei rapporti tra Italia ed Egitto da ieri c’è qualcosa che prima non c’era: una sentenza. È questo il punto che cambia tutto. Finora l’Italia ha potuto tenere insieme la richiesta di verità e giustizia per Regeni e la progressiva ricostruzione dei rapporti con Abdel Fattah Al-Sisi. Adesso farlo diventa molto più complicato. Perché l’Egitto non è più innocente. La giustizia italiana ha stabilito che uomini dei suoi apparati hanno sequestrato un cittadino italiano ed europeo, poi torturato e ucciso. E l’Italia non può più comportarsi come se questo accertamento non esistesse.
La strada, così stretta, è ben chiara al governo. Tanto che ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si è affrettato a dire che «non è stato condannato l’Egitto ma sono state condannate tre persone. Vedremo poi quello che succederà in secondo e terzo grado». Una difesa d’ufficio che mette in chiaro la difficoltà dell’esecutivo Meloni.
La prima conseguenza riguarda naturalmente i tre condannati. Se la sentenza diventerà definitiva, Roma dovrà chiederne l’esecuzione allo stesso Paese che per anni non ha consentito nemmeno di notificare gli atti agli imputati. Ma non c’è soltanto questo.
Il processo ha dato nomi e responsabilità al sequestro, non alle torture e all’omicidio. Restano gli uomini che hanno avuto Giulio nelle loro mani, quelli che lo hanno interrogato, torturato e ucciso. Restano documenti, informazioni, nomi e cognomi che il Cairo non ha consegnato in quasi undici anni. Ed è anche questo che l’Italia dovrà tornare a chiedere.
Poi ci sono i soldi. Palazzo Chigi si è costituito parte civile e l’Avvocatura dello Stato ha chiesto due milioni di euro di risarcimento, oltre a una provvisionale immediatamente esecutiva di almeno 500 mila euro. La tesi sostenuta dall’Italia è che con il sequestro e la morte di Regeni sia stato leso anche il diritto-dovere della Repubblica di proteggere la vita e l’incolumità dei propri cittadini all’estero, oltre al prestigio dello Stato. Quella richiesta adesso non può scomparire. La condanna di uomini della National Security apre inevitabilmente anche il capitolo della responsabilità dello Stato egiziano per i danni provocati dai propri apparati. L’Italia ha quantificato quel danno e ne ha chiesto il ristoro: arrivati a questo punto non può far finta che quella richiesta non sia mai esistita. Anche il conto, dunque, entra nei rapporti tra Roma e il Cairo.
Ed è qui che la questione diventa delicatissima. Perché nel frattempo quei rapporti sono tornati fortissimi. Appena qualche settimana fa Antonio Tajani è stato ricevuto dal presidente Al-Sisi. Energia, migranti, sicurezza e Mediterraneo hanno riportato l’Egitto al centro della politica estera italiana. Sui media vicini al regime il caso Regeni veniva ormai sostanzialmente raccontato come un incidente appartenente al passato.
Prima che tutto questo accada, però, c’è un passaggio. E potrebbe diventare il primo vero problema per il Cairo. I tre condannati possono infatti appellare la sentenza. Ma per farlo devono compiere ciò che fino a questo momento non hanno mai fatto: farsi trovare. Secondo alcuni, anche alla luce del precedente del ricorso davanti alla Consulta, l’impugnazione potrebbe essere presentata dai difensori d’ufficio. Ma non è affatto scontato. Ed è un punto decisivo.
Per quasi undici anni l’Egitto non ha comunicato all’Italia nemmeno gli indirizzi degli imputati, tanto che proprio l’impossibilità di notificare gli atti aveva bloccato il processo fino all’intervento della Corte costituzionale. Adesso i tre dovrebbero improvvisamente diventare raggiungibili per chiedere alla stessa giustizia italiana di cancellare la loro condanna. Dovrebbero entrare, per la prima volta, dentro un procedimento che fino a questo momento hanno ignorato, anche perché in Egitto l’indagine parallela sulla loro posizione era stata archiviata.
Se invece non impugneranno e la condanna diventerà definitiva, partirà un mandato di cattura internazionale che renderebbe di fatto impossibile per i tre muoversi dall’Egitto. E metterebbe ulteriormente in difficoltà anche il governo del Cairo. Perché per anni il muro egiziano ha permesso di tenere tutto sospeso: gli imputati introvabili, le responsabilità negate, i rapporti diplomatici che intanto tornavano alla normalità. La sentenza rompe questo equilibrio. L’Egitto non è più innocente. E l’Italia, da ieri, non può più fare finta che lo sia.

(da Repubblica)

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BEPPE GRILLO A ROMA PER INCONTRARE DIVERSI EX E CONTINUARE L’OFFENSIVA ANTI CONTE

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

PARTECIPERA’ AL RICEVIMENTO ALL’AMBASCIATA CINESE

Come anticipato dal Foglio nelle scorse settimane l’offensiva anti Conte di Beppe Grillo passa anche da un nuovo soggiorno a Roma. Dopo l’ospitata al podcast di Fedez, che molti hanno considerato nonostante i toni combattivi la rinuncia a tornare in campo, il comico ha pubblicato una foto sorridente per sottolineare: “Io non ho finito con la politica, sono sfinito dalla politica”.
Adesso il fondatore del M5s torna a Roma per almeno un paio di giorni durante i quali, all’hotel Forum, incontrerà i pochi ex parlamentari e dirigenti del M5s che gli sono rimasti vicini.
Intanto, come primo appuntamento, Grillo si è recato al ricevimento dell’ambasciata cinese. La passione per Pechino, d’altronde, è una sua vecchia fissa.

(da agenzie)

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PESTAGGI E ODIO DI RICINO, LE RONDE AL TEMPO DI MELONI

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

SUI PROFILI SOCIAL DEGLI ESTREMISTI PICCHIATORI, LE “PASSEGGIATE PER LA SICUREZZA” CRESCONO GUIDATE DALLA FECCIA RAZZISTA

«Se anche voi siete incazzati neri unitevi a noi, noi siamo un gruppo di padri di famiglia i quali si battono per riportare i nostri quartieri alla normalità… faremo di tutto, faremo dei presidi, faremo delle camminate per contrastare queste attività illecite».
AAA rondisti cercasi. Requisiti? Ne basta solo uno: la voglia cieca di farsi giustizia da sé. Per il resto serve incarnare lo spirito del tempo e sentirsi investiti di un ruolo quasi per discendenza sovranista.
Una legittimazione, quest’ultima, che deriva dal lessico utilizzato anche da chi è al governo da quattro anni: deportazioni (remigrazione), guerra allo straniero, pericolo islamizzazione.
Tuttavia in questa sinergia ideale si ritrova anche il più grande paradosso della destra al potere che fa della sicurezza la sua bandiera elettorale. Da un lato si grida all’invasione di criminalità straniera e allo stesso tempo si fa propaganda sulla percezione dell’insicurezza. Il risultato? Bande di estremisti che cercano visibilità, vendendo nei quartieri la loro offerta di sicurezza fai da te.
L’ultimo caso in ordine di tempo? È a Roma. Quartiere Tor Sapienza, periferia est della capitale. Giovedì scorso i residenti sono scesi in piazza a manifestare proprio contro il degrado, l’insicurezza e i rider, accusati di spacciare. «Il fentanyl è tra le nostre strade», il grido d’allarme poi smentito dalla Questura. Che rassicura: «In città la sostanza non è mai stata sequestrata».
Eppure la protesta, sostenuta anche da politici di Fratelli d’Italia e da influencer come Simone Carabella e Massimiliano Zossolo di Welcome to Favelas, ha avuto un grande seguito: presenti anziani fino alle famiglie con bambini.
In testa al corteo il tassista Gianluca Garofalo, creatore del gruppo “Tor Sapienza sicura”, che al Messaggero ha raccontato che nel quartiere «siamo assediati e siamo apolitici, apartitici, vogliamo solo sicurezza». Curioso che solo ad agosto scorso Garofalo, sui social, parlasse della necessità di «un governo militare guidato dal Generale (Vannacci, ndr)». «Avete voluto l’inclusione? Beccatevi questo. La razza italica sta scomparendo», scriveva il simpatizzante di Futuro nazionale.
Siamo patrioti
Ma torniamo all’annuncio con cui si cercavano “rondisti”: è del lontano 2024 e l’ha scritto Francesco Masciandaro, detto Frank Mascia, accusato dalla procura di Torino insieme ad altre sette persone di istigazione a delinquere, apologia di delitti, usurpazione di funzioni pubbliche e violenza privata.
Sempre tre anni fa l’ex pugile, fruttivendolo di professione ma con velleità politiche, «accerchiava» con gli altri all’interno di un parco un cittadino di origine straniera «che si trovava seduto su di una panchina a fumare uno spinello, colpendolo con un bastone in legno e degli sfollagente in metallo alla testa, al volto, al torace, sui genitali, spruzzandogli dello spray al peperoncino che gli causava un forte bruciore agli occhi e annebbiamento della vista».
Per questi e altri fatti nelle scorse settimane il pm Davide Pretti ha chiuso le indagini nei confronti del gruppo che organizza perlustrazioni per i quartieri delle città italiane, chiamando a raccolta i «patrioti», con l’obiettivo dichiarato di «rendere il paese più sicuro poiché le Forze dell’Ordine – si legge negli atti – hanno le “mani legate” e non riescono a contrastare adeguatamente le violenze e la criminalità in genere».
Ma nonostante il 415bis, l’atto che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, il gruppo non s’è fermato. I primi di settembre, solo per fare un esempio, Mascia ha pubblicato su TikTok un video in cui si aggira all’interno e all’esterno della stazione centrale di Milano. Dice di aver concluso la sua ronda, e poi alla vista di uno straniero grida: «Tu qui non puoi stare».
Squadrismo
È, dunque, un’auto investitura quella dei rondisti. Tutti accomunati dal desiderio di «estirpare e sradicare questo cancro della società». Un movimento neo squadrista, che, come detto, si professa non legato alle «retoriche estreme», a CasaPound o a Forza nuova.
Eppure negli atti della Digos del capoluogo piemontese è annotato un messaggio che sempre nel 2024 Mascia invia a «un noto militante della locale sezione di CasaPound», non indagato, dicendogli che il giorno prima dopo una ronda «i pusher sono stati allontanati» e che secondo lui «l’operazione deve essere estesa in tutta Italia per fare belle cose».
Fare fuori il nemico è così l’imperativo categorico di questi “cani sciolti”, che si professano «patrioti». A questo proposito lo stesso Mascia, arruolato nel movimento politico del sindaco di Terni Dimensione Bandecchi, ha creato il sito Patrioti italiani – il motto è “Popolum liberam Patriam faciet” – su cui è possibile acquistare gadget a tema: la felpa dei patrioti, per esempio, al modico prezzo di 105 euro. Perché sì se da un lato «è importante organizzare presidi pubblici per la sicurezza», non è da meno monetizzare.
Le ronde padane
Segno che, oggi, le ronde si sono evolute. Ricordano sì, quelle “padane”, con le passeggiate notturne organizzate nei primi anni Duemila dalla Lega col compito di segnalare atti posti in essere dalla microcriminalità, dai racket di spaccio e droga e poi i giri di prostituzione e l’immigrazione, ma si sono anche trasformate.
Sono molto più capaci di attrarre adepti e di farlo grazie ai social. Nelle carte giudiziarie si menziona il «gruppo WhatsApp chat “Security Torino” con circa 70 partecipanti, nel quale raccoglievano le segnalazioni da parte di cittadini, quindi organizzando il ritrovo di un numero consistente di partecipanti, recandosi di volta in volta in zone note per la presenza di spacciatori, tossicodipendenti o soggetti stranieri».
Ma le ronde non solo hanno mutato forma, sono pure diventate più capillari. Oltre che a Torino e a Roma, dilagano anche a Bologna, con le “passeggiate per la sicurezza” compiute da gruppi di estrema destra, come la Rete dei Patrioti, al centro di polemiche politiche e indagini. E a Milano.
Un fatto che racconta di un paese in cui la sicurezza sembra essersi trasformata da compito dello Stato in una questione di appartenenza e testimonia un certo fallimento dell’esecutivo che col decreto Sicurezza del 2026 aveva già introdotto nuove misure contro la criminalità, norme più severe sulle manifestazioni e interventi sulla gestione dell’immigrazione.
Ma nonostante i nuovi strumenti, ad attraversare le notti delle città italiane ci sono sempre più sceriffi, gli stessi che hanno tradotto in pratica di strada i discorsi pubblici relativi al degrado e all’immigrazione. Forse sono loro il simbolo più evidente della disfatta delle politiche meloniane, di alcuni annunci propagandistici che amplificano la paura, la fomentano e l’aizzano.
Come si insinua la pedagogia della violenza di Stato
Caso Rozzano
La procura meneghina, guidata da Marcello Viola ha aperto un’inchiesta sugli episodi di tensione della scorsa settimana a Rozzano, periferia di Milano. Due gli indagati, con le accuse di percosse con l’aggravante dell’odio razziale, ritenuti responsabili dell’aggressione a un cittadino di origine marocchina che poco prima avrebbe strattonato una donna. L’uomo, individuato dai passanti in strada organizzatosi in un raduno spontaneo, è stato picchiato.
Tutti pronti a farsi giustizia da soli. E i rondisti si organizzano: «Create dei gruppi, cacciateli via sti signori che vendono la morte ai nostri giovani, facciamolo tutti per il bene dei nostri giovani, per il bene delle nostre città(…) Stiamo reclutando persone che abbiano voglia di contrastare baby gang, spaccio, furti, rapine ci siamo stufati di vivere con la paura per i nostri figli, contattateci». Ancora: «L’unica cosa è prendere tre furgoni grandi, li mettiamo dentro e con il gas della marmitta li facciamo respirare, poi li buttiamo dentro una mega fossa». Benvenuti nell’Italia del ’26.

(da agenzie)

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TRA FUNGHI E TORTELLI, GIRONZOLANO I PARLAMENTARI CON IL CAPPELLO IN MANO. GLI ESPONENTI DEL CENTRODESTRA SONO GIA’ IN CAMPAGNA ELETTORALE E SI AGGIRANO TRA SAGRE E FIERE PER ACCAPARRARSI IL VOTO DEI CONCITTADINI

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL RITORNO DELLE PREFERENZE METTE ANSIA AGLI ELETTI, CHE NON POSSONO CONTARE PIU’ SULLE LISTE BLOCCATE E DEVONO CONVINCERE MIGLIAIA DI PERSONE A VOTARLI … I PARLAMENTARI USCENTI SOFFRONO LA CONCORRENZA DEI CONSIGLIERI REGIONALI

A cercarli, i deputati di centrodestra, in questi agitati fine settimana di settembre, difficilmente li trovi tra i vicoli di Roma. Piuttosto sono a Isola della Scala, davanti a una montagna di risotto; a Bronte, tra i pistacchi; a Ceva, in mezzo ai funghi; a Entracque, alla fiera della patata. Oppure a Vercelli, a Parma, a Vicenza, a Bologna. Per informazioni più precise, chiedere alla Proloco.
È lì che si sta trasferendo, con discrezione, una parte della politica italiana. […] Il parlamentare arriva, saluta il sindaco, stringe qualche mano, ascolta il presidente dell’associazione di categoria, si mette in posa per una fotografia. Se c’è un nastro, lo taglia. Se c’è un palco, sale. Se c’è una sagra, assaggia qualcosa. Poi riparte.
Non è la campagna elettorale. È solo ciò che accade quando è già cominciata ma nessuno vuole ammetterlo. Una specie di tournée clandestina che è curioso effetto collaterale del Melonellum.
Le preferenze hanno rimesso in circolo il territorio. E insieme al territorio l’ansia degli eletti. Perché una cosa è essere candidato in una lista bloccata, un’altra è dover convincere migliaia di persone a scrivere il proprio cognome sulla scheda.
Così, all’improvviso, bisogna farsi vedere. Molto. […] Giorgio Maria Bergesio è passato dalla Fiera della Patata di Entracque alla Sagra della Noce di Villanova Solaro. Dario Damiani si è fatto vedere alla Fiera del Levante. Giuseppe Castiglione alla Sagra del Pistacchio di Bronte. Monica Ciaburro alla Mostra del Fungo di Ceva. Gianni Berrino alla Sagra della Lumaca di Molini di Triora.
Aldo Mattia alla Sagra della Bufala di Pontinia. A Isola della Scala, alla Fiera del Riso, sono comparsi insieme Maria Paola Boscaini, Ciro Maschio, Maddalena Morgante e Matteo Gelmetti. Andrea Delmastro è andato al festival del riso di Vercelli. Gian Marco Centinaio al Salone del Camper di Parma. Silvio Giovine a Vicenzaoro. Mauro Rotelli a Cersaie e alla Macchina di Santa Rosa. E si potrebbe continuare a lungo. Presi uno per uno sono parlamentari che partecipano a iniziative del proprio territorio.
Presi tutti insieme, sembrano altro. Una carovana di aspiranti eletti che riscoprono anche la concorrenza: i consiglieri regionali. Perché se il consigliere ha passato anni a costruirsi una rete personale ed è visibile sul territorio sempre, il deputato che oggi ricomincia a fare il giro delle sagre più che delle Commissioni parlamentari, in molti casi, quella rete deve rimetterla in piedi.
E in fretta. Perché tra annunci, bonus e misure spot con tanto di tour della Penisola (FdI ha lanciato a raccolta firme in venti tappe, da Matera a Padova, per «fermare la diffusione del fondamentalismo islamico»), il voto non pare così distante. Le rassicurazioni con cui Meloni e sodali blandiscono i parlamentari sulle elezioni ad autunno 2027 sono di maniera. Utili a incassare l’approvazione del Melonellum.

(da il Fatto Quotidiano)

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IL CENTRODESTRA RESTA SPACCATO SULLA SCELTA PER MILANO, MELONI HA RADUNATO GLI ALLEATI MA NON E’ ARRIVATA LA FUMATA BIANCA SU UN NOME CONDIVISO PER LA CANDIDATURA A SINDACO NEL CAPOLUOGO LOMBARDO

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

TAJANI SPINGE PER IL FORZISTA NOBILUOMO, MATTEO PEREGO DI CREMNAGO, GRANDE AMICO DI LUIGI, SALVINI VUOLE LA SUA VICE, SILVIA SARDONE. MENTRE IL PRESIDENTE DI NOI MODERATI, MAURIZIO LUPI, SOSTENUTO DA ‘GNAZIO LA RUSSA, NON SI FA DA PARTE

Secondo quanto si apprende i leader del centrodestra si sono visti oggi per fare il punto della situazione. Al vertice, andato in scena lontano da palazzo Chigi, hanno preso parte la presidente del Consiglio e leader di FdI, Giorgia Meloni, i vicepremier e segretari di Lega e FI, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e il presidente di Noi moderati Maurizio Lupi.
Tra i temi al centro della riunione anche il candidato della coalizione a sindaco di Milano. Nel centrodestra al momento sono tre le opzioni sul tavolo: quella legata al nome di Lupi, quella che porta al sottosegretario alla Difesa Matteo Perego (nome caldeggiato da Forza Italia), infine quella che porta a Silvia Sardone, vicesegretaria della Lega.
Matteo Perego, Silvia Sardone o Maurizio Lupi. Solo uno dei tre rimarrà in piedi per sfidare il centrosinistra alle prossime elezioni comunali di Milano. Per questo è in corso un incontro tra i leader di maggioranza Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi.
La riunione serve a valutare il nome giusto da scegliere per la sfida sotto la Madonnina: in particolare, secondo una fonte a conoscenza della questione, sarà analizzato il sondaggio che era stato commissionato sui tre nomi.
Perego, sottosegretario alla Difesa, e amico fraterno di Luigi Berlusconi, è il nome lanciato da Forza Italia nei giorni scorsi, a cui Salvini ha contrapposto l’europarlamentare Sardone. Sul tavolo c’era già Lupi, leader di Noi Moderati, spinto dal presidente del Senato Ignazio La Russa.
In questo momento sia Forza Italia che Fratelli d’Italia stanno insistendo su Perego (che un paio di settimane fa ha pranzato proprio con La Russa), mentre Lega e Noi Moderati fanno muro coi propri candidati. Avere la scelta sul sindaco di Milano, comunque, potrebbe portare ad avere un maggior peso a livello nazionale.

(da agenzie)

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“UNA NUOVA DISCESA IN CAMPO? NON HO ANCORA DECISO”. IL 72ENNE EX PRESIDENTE FRANCESE FRANCOIS HOLLANDE SCALDA I MOTORI IN VISTA DI UNA NUOVA CORSA ALL’ELISEO QUASI DIECI ANNI DOPO

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

“POTREI DECIDERE DI FARLO, MA SOLO IN CIRCOSTANZE ECCEZIONALI. IL VOTO FRANCESE SARÀ DETERMINANTE PER LA COSTRUZIONE EUROPEA E PER L’EQUILIBRIO DEL MONDO. LE PEN VUOLE SMANTELLARE LE FONDAMENTA DELL’UE”. (AVANTI, HOLLANDE, PIU’ CIRCOSTANZE ECCEZIONALI DI QUESTE…)

Credo nelle idee nuove e negli approcci radicali, soprattutto in un mondo che cambia a una velocità vertiginosa». A volte ritornano. François Hollande ha lasciato l’Eliseo quasi dieci anni fa.
Ora l’ex capo dello Stato si riaffaccia nella corsa all’Eliseo, osservando una gauche che fatica a unirsi.
«Non sono mai stato favorevole alle primarie. Dividono molto più di quanto uniscano», sottolinea Hollande nel suo ufficio con vista sui giardini delle Tuileries, dove il susseguirsi di incontri e riunioni confidenziali non fa pensare a un politico in pensione. “Unir”, unire, è il titolo del libro-manifesto appena pubblicato.
Hollande, 72 anni, accarezza l’idea. Forse anche con qualche voglia di rivincita nei confronti di Emmanuel Macron. Sorride: «Non ho ancora deciso». Di solito, quando un politico dice così, significa che ha deciso ma sta aspettando il momento giusto per uscire allo scoperto.
Perché non ha partecipato alle primarie del partito socialista che a metà ottobre sceglieranno il candidato alle presidenziali?
«Candidarsi alle presidenziali non è una decisione da prendere alla leggera, a maggior ragione per un ex capo dello Stato come me. È qualcosa che potrei fare solo in circostanze eccezionali. Non mi immagino di correre per fare una comparsata al primo turno, ma per arrivare al secondo e vincere le elezioni. È in funzione di questa possibilità che deciderò».
Quando deciderà e su che base?
«Le uniche primarie che hanno davvero funzionato sono state quelle che ho vinto nel 2011. Ma era un altro contesto politico e parteciparono tre milioni di elettori. Se queste primarie, che per come sono organizzate avranno una partecipazione molto inferiore, faranno emergere una candidatura capace di unire e di produrre una dinamica che consenta di arrivare al secondo turno, allora sarò pronto a sostenerla».
Ségolène Royal, riferendosi al rivale nelle primarie Raphaël Glucksmann, ha detto che la presidenza della Repubblica non può essere affidata a uno «stagista».
«Quando mi sono candidato alle presidenziali, ero stato deputato e primo segretario del partito socialista, ma non ero mai stato ministro. Diciamo che la vera esperienza, a quel livello, la si acquisisce diventando presidente».
E ora questa sua esperienza da ex capo dello Stato potrebbe fare la differenza rispetto ad altri candidati?
«L’esperienza è sempre utile. Ma la Francia del 2027 non ha più nulla a che vedere con quella che ho governato. Ci troviamo di fronte a un mondo più minaccioso, più pericoloso, più duro, in un continente europeo diventato il bersaglio di potenze come gli Stati Uniti, la Cina o la Russia. L’Europa deve affrontare una crisi esistenziale. Il voto francese sarà determinante per la costruzione europea e per l’equilibrio del mondo».
E invece la sua candidatura potrebbe conquistare voti a destra?
«Innanzitutto al momento non sono candidato. E poi non si tratta di conquistare la destra, frammentata in diversi partiti, deboli quanto quelli della sinistra. Il partito socialista rappresenta tra il 10 e il 15% dei voti. Tutta la sinistra, compreso Mélenchon, rappresenta appena il 30 per cento.
Ma per vincere bisogna superare il 50 per cento. Quindi non bisogna cercare alleanze con la destra o con il centro. La logica delle elezioni presidenziali in Francia è andare oltre i partiti. François Mitterrand non fece alleanze con i partiti per essere eletto, così come non le feci io nel 2012. Bisogna andarsi a cercare gli elettori».
Nel suo ufficio c’è un manifesto elettorale di Mitterrand con lo slogan «Il candidato dei repubblicani». Potrebbe tornare buono per lei?
«Era il 1965, contro il generale de Gaulle…».
Ma oggi l’estrema destra è alle porte del potere. E ci si chiede se ci sarà un candidato capace di riunire il campo dei valori repubblicani.
«Bisognerà riunire tutti i repubblicani, senza però invocare un fronte antifascista come lo concepisce Mélenchon, che non vuole includere neppure il centro e la destra. Davanti a Le Pen non dobbiamo solo costruire un argine, che potrebbe non bastare più, ma immaginare un trampolino per risollevare la Francia».
Mélenchon è molto alto nei sondaggi. È lui il primo ostacolo per la sinistra socialdemocratica?
«Le presidenziali sono tra sette mesi. Chi può dire quale sarà il contesto politico e la situazione internazionale a gennaio? Il voto a Mélenchon è quello che conduce in massa alla vittoria dell’estrema destra. Se dovesse arrivare al secondo turno, perderebbe nettamente contro Le Pen».
Mélenchon rappresenta un pericolo per la Francia?
«È un fenomeno che non riguarda soltanto la Francia. Una parte dei giovani, talvolta quella più istruita e non sempre quella dei quartieri popolari, vuole una rottura con le istituzioni, con le disuguaglianze scandalose e con il disordine climatico. E Mélenchon utilizza, come accade altrove, la situazione in Palestina per suscitare indignazione. È un pericolo? Sicuramente per la sinistra, perché la divide. E anche per la Francia, perché la frammenta».
Mette sullo stesso piano la minaccia dell’estrema destra e quella della sinistra radicale?
«La storia dei due movimenti è diversa. Non attingono alle stesse radici ideologiche. E poi c’è una differenza sostanziale: Mélenchon non ha alcuna possibilità di arrivare al potere, Le Pen sì».
L’esperienza del governo di Giorgia Meloni potrebbe suggerire ai francesi che non è così rischioso dare il potere a Le Pen?
«Anche se Meloni viene dall’estrema destra, non governa da sola. La grande differenza rispetto all’Italia è che il Rassemblement National può arrivare al potere da solo, senza alleanze.
E probabilmente, per effetto meccanico, conquistare una maggioranza all’Assemblea Nationale. In Francia, contrariamente a quanto avviene nelle democrazie parlamentari, con il 35% dei voti al primo turno un partito può arrivare da solo al potere. E applicare il proprio programma».
Il Rassemblement National non vuole più uscire dalla Ue.
«Ma vuole smantellarne le fondamenta. Vuole mettere in discussione il contributo della Francia al bilancio europeo, rimettere in causa le politiche di Difesa, sospendere gli aiuti all’Ucraina, farla finita con Schengen. E l’estrema destra francese cerca alleati in Europa, in Germania, Spagna e Italia. Il rischio è che, in questi quattro grandi Paesi della Ue, la partecipazione dell’estrema destra al governo ponga fine al progetto europeo».

(da agenzie)

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CHI LO DICE CHE LE CARTE SIANO UN GIOCO DA VECCHIETTI RIMBAMBITI? I GIOVANISSIMI STANNO RISCOPRENDO LA BRISCOLA, IL BURRACO E ALTRI GIOCHI TRADIZIONALI, PER LA GIOIA DEI PRODUTTORI

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

L’AZIENDA DAL NEGRO, LEADER ITALIANO NEL SETTORE, VENDE OLTRE 2,5 MILIONI DI MAZZI L’ANNO E PREVEDE UN FATTURATO 2026 SUPERIORE A 8,5 MILIONI DI EURO… L’A.D. FRANCESCO SARUGGERI: “DOPO UN CALO DEL SETTORE, DAL COVID-19 IN AVANTI, I GIOCHI DA TAVOLO SONO TORNATI IN VOGA. VOGLIAMO PORTARE I GIOCHI NELLE SCUOLE: AIUTANO A SVILUPPARE LE CAPACITÀ LOGICHE E MNEMONICHE, OLTRE A CREARE INTEGRAZIONE SOCIALE”

«Siamo un marchio che attraversa le generazioni, dai nonni ai nipoti. E proprio i giovani, anche 15-16enni, hanno ripreso a giocare con le carte che produciamo». Nel mondo dell’iper connettività e dell’intelligenza artificiale, la riscoperta di Burraco e Briscola.
Francesco Saruggeri, amministratore delegato e direttore generale della storica azienda trevigiana Dal Negro, è chiaro: questa bolla è ancora viva e vegeta. «Dopo un calo del settore, dal Covid-19 in avanti – spiega -, i giochi da tavolo sono tornati in voga». Un segnale passa dal fatturato di questo marchio storico alla soglia dei cent’anni. Dal 2018 al 2023 un tasso di aumento del 2,5% su base annua.
«Quest’anno dovremmo chiudere oltre gli otto milioni e mezzo di euro – fa presente Saruggeri -, in linea con i due anni precedenti, dove l’attività delle carte è in crescita rispetto ad altre che stiamo assottigliando».
Mentre gli snellimenti? «Abbiamo compartimentato, per questioni di margine, le carte per le sale da gioco e per i casinò». Altrimenti dette “carte tecniche”. Un ambito con un valore attorno al 19% delle vendite all’estero di Dal Negro. «Gli Stati Uniti fanno da padrone – evidenzia Saruggeri -, rappresentano un mercato importante. Ma siamo molto presenti anche in Europa, in particolare Francia, Grecia e Nord del continente».
Due numeri: circa due milioni e mezzo di mazzi venduti all’anno, distribuiti a un totale di 1.400 clienti. «Abbiamo una stagionalità delle vendite molto forte, che inizia da settembre e culmina con il Natale. Poi i nostri prodotti vengono usati di più nel periodo estivo, nei momenti di aggregazione. Quest’anno abbiamo avuto un picco di vendite a luglio».
Boom di tornei di Burraco sulla battigia o nei circoli ricreativi. Ma da dove deriva tutta questa domanda? «Le carte e le rispettive scatole personalizzate sono in aumento esponenziale, abbiamo un record di ordini: ce le chiedono soprattutto le aziende con forme artistiche sul fronte o sul retro della carta. Magari cambiano le posizioni del numero e dei segni. Può essere stravolta, ma sempre nel rispetto dei nostri canoni e delle nostre linee guida. Inoltre, stiamo puntando forte sulle edizioni limitate», riporta Saruggeri. […]
«La nostra forza è avere un processo produttivo completo che seguiamo in tutti i suoi momenti – puntualizza ancora l’ad -, dalla macchina di stampa a quella di verniciatura, di taglio, fino alla astucciatrice e all’incellofanatrice».
Ma ciò non vale soltanto per le carte. «Le scacchiere e i tavolini in cui, cambiando la parte alta del piano, si possono cambiare i giochi». Prodotti che «in maniera inevitabile staccano la testa dallo smartphone e danno spazio a una parola d’ordine, che è strategia». E così, da due anni a questa parte, Dal Negro ha cominciato ad aprirsi al mondo scolastico. Carte, scacchi, giochi da tavolo in aula.
«È un progetto a cui teniamo molto – dice Saruggeri -, che intende sviluppare le capacità logiche e mnemoniche, oltre a creare integrazione sociale. Abbiamo cominciato a Treviso, instaurando un rapporto con l’Università cittadina, e quest’anno abbiamo partecipato a Play – Festival del Gioco a Bologna, in collaborazione con l’Alma Mater Studiorum. Adesso stiamo studiando come espanderci anche in altre città». Mantenendo però un paletto fisso: «La carta è un gioco da piazza», sostiene l’ad.

(da agenzie)

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“SE L’UNESCO VOLESSE SUL SERIO BENE A VENEZIA, DOVREBBE TOGLIERLE IL BOLLINO DI PATRIMONIO MONDIALE DELL’UMANITÀ. ALMENO QUALCUNO VEDREBBE FINALMENTE IN FACCIA LA REALTÀ”. IL GRANDE VECCHIO VENESSIAN ARRIGO CIPRIANI, 94 ANNI, ATTACCA: “IL DEGRADO DI VENEZIA NON È SOLO COLPA DEL TURISTA SQUATTRINATO. GIORGIA MELONI NON PARLA MAI DI VENEZIA. MA COSÌ ANCHE LA SCHLEIN, CONTE E GLI ALTRI. ZERO. NON NE FACCIO UNA QUESTIONE DI DESTRA O SINISTRA. OSSERVO CHE VENEZIA, PURTROPPO, NON È AL CENTRO DEGLI INTERESSI DELLA POLITICA

Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX SINDACO BRUGNARO? PESSIMO. NON HA MAI CAPITO NIENTE…” – IL PROBLEMA DEGLI AFFITTI AI TURISTI E LE PROPOSTE PER SALVARE VENEZIA: “IL TICKET? PER CARITA’…”

«Se l’Unesco non fosse un carrozzone e volesse sul serio bene a Venezia, dovrebbe toglierle il bollino di patrimonio mondiale dell’umanità».
Scherza?
«Per niente. Almeno qualcuno vedrebbe finalmente in faccia la realtà».
Arrigo Cipriani, 94 anni, il Grande Vecchio venessian ( «Pian col vecio: dentro de ani me ne sento la metà» ) padrone e Vate del mitico Harry’s Bar, ama pazzamente la sua città. Le sue pietre, le sue acque, le sue anime «gentili che non vivono su strade diritte ma seguendo i canali. Togli i veneziani a Venezia ed è morta». Per questo ribolle. Di indignazione e di amore.
I numeri sono numeri: i bambini sotto i 10 anni, nella città storica, sono 2.711, voi anziani con più di ottantacinque, 3.566.
«Peggio: questa città di anziani non ha rispetto per gli anziani. Siamo pedine. La mia Venezia era una grande casa dove le calli erano i corridoi e i campi erano i salotti. A San Vio, dove sono cresciuto, c’erano quattro macellai, tre fruttivendoli, due luganagheri. Traboccava di vita. Chiamavo il fruttivendolo: mandami una foglia di insalata. E lui me la mandava».
Perché suo papà inventò il bar più famoso del mondo!
«No. Voglio dire c’era un rapporto diretto. Che andava oltre. Era la condivisione di una città speciale. Ci si dava del tu. Tutti. Adesso non c’è più niente. Ho immaginato un annuncio: “Vendesi Inattività”»
Mai come l’emorragia di bambini: a Cannaregio l’asilo delle Ancelle ha chiuso dopo essere passato da 200 a 25 scolari. Quelli sotto i 14 anni sono l’8,2% dei residenti, contro il 12% italiano. Quasi la metà rispetto al 14,5% dell’Europa…
«Una disperazione. Che futuro c’è senza bambini? Nelle calli i bambini “erano” la città.
Sono cresciuto giocando a “massa e pindolo”. Una specie di cricket. Ogni tanto sentivi gridare: “Ocio al gèbi!!” , “occhio al vigile” che poteva farti la multa».
Posti letto turistici: 1,07 per ogni veneziano residente.
«È il problema numero uno. All’Harry’s Bar abbiamo 80 dipendenti. È spaventosamente difficile trovare alloggio per loro. L’affitto di un monolocale porta via la paga. Difatti gli immigrati che lavorano ai banchetti dormono ammucchiati. Noi apriamo alle 11 la mattina, chiudiamo alle 11 di sera. Se un cameriere abita a Marcon per tornare a casa può impiegare un’ora e mezza, se riesce a prendere l’autobus. Andata ritorno tre ore».
Quanti sono i veneziani, all’Harry’s Bar?
«Forse uno su dieci. Poi friulani, pugliesi, stranieri… Bravissimi. Ma purtroppo i veneziani sempre meno…».
Il commissario prefettizio Vittorio Zappalorto denunciò già nel 2015 alla Camera lo stravolgimento della città.
«Una relazione formidabile. Ricca di verità scomode. Aveva capito tutto. Rileggendola mi ha colpito che lì, in Commissione parlamentare, dopo venti minuti che denunciava un quadro terribile, gli dicevano di tagliar corto. Come se le angosce su Venezia li annoiassero».
Disse che in una città patrimonio del mondo come Venezia, con l’abnormità di affitti turistici e l’espulsione degli abitanti lo stesso dogma della proprietà privata dovrebbe venir moderato dall’art. 41 della Costituzione che prevede che la proprietà privata «sia soggetta a un’utilità sociale»…
«Giustissimo. Per anni molti che non abitavano qui han comprato casa per venirci una volta al mese. Ma troppe di quelle case sono diventate affitti turistici. E troppi albergatori stanno zitti perché anche loro talvolta, in mancanza di camere…».
Zappalorto raccontava che metà degli stessi dipendenti pubblici dopo tre mesi chiede altre sedi perché non trova casa.
«È così. Trasferiti in terraferma i grandi uffici privati, anche la Giustizia sta perdendo personale. Venezia sta diventando una sede disagiata. E l’Italia non vede».
Ce l’ha con Giorgia Meloni?
«Non parla mai di Venezia. Mai. Ma così anche la Schlein, Conte e gli altri. Zero. Non ne faccio una questione di destra o sinistra. Osservo che Venezia, purtroppo, non è al centro degli interessi della politica».
Lei cosa farebbe?
«Come a New York, che fa pagare l’8,875% di sales tax cittadina su tutto. Dopodiché risarcisci i residenti facendogli pagare meno tutti i servizi».
E Venezia capitale mondiale della sostenibilità, sede di ricerca e studio?
«Se s’intende l’idea di portar qui i cervelli a studiare e incontrarsi sono d’accordo. Scommetto che verrebbero fuori delle idee. Per capire Venezia bisogna viverci. Mica come certi sindaci».
Ce l’ha con Luigi Brugnaro.
«L’ho detto e lo ripeto: pessimo. Non si può fare il sindaco di Venezia e vivere a Mogliano. Non ha mai capito niente. Sugli affitti turistici tante città storiche, a partire da Barcellona, si sono mosse. Noi zero».
Il ticket?
«Per carità! Han tirato su orrendi albergoni a Mestre e intruppano tutti a San Marco.
L’altro ieri una famiglia mi fa: “Please, the square of pigeons?”. Cercava “la piazza dei colombi”. Sarebbe questo l’argine al turismo di massa? Vengono dal Giappone credendo di dormire a Venezia e si trovano in un casermone di Mestre!».
A proposito di San Marco: Renzo Rosso dice che dovrebbe ospitare solo oreficerie come Place Vendôme.
«Meglio sicuramente dei negozi di paccottiglia».
Rimpiange Massimo Cacciari?
«Cacciari era veneziano e si vedeva. È stato bravissimo come sindaco, specie nel primo mandato. Solo che poi si è stufato. Lo vede in tivù? È così. Perdeva la pazienza anche sul Mose. Che ha avuto costi incredibili. Sfacciati. Ma funziona».
Secondo gli esercenti due anni fa c’erano già in città storica 1.090 bar e ristoranti… Uno ogni 43 residenti.
«Venezia ha sempre accolto tutti ed è giusto sia così. Certo, anche qui c’è modo e modo».
Cioè?
«Il degrado non è solo colpa del turista squattrinato. Davanti alla Grand Central Station a New York ci sono una trentina di tavoli pubblici con posti a sedere anche per chi vuole mangiarsi il proprio panino. Se vuoi prendi una lattina, se no no. Ci sono cestini dove buttare i resti. Con la manutenzione curata da chi gestisce i servizi. A Venezia se uno si siede sui gradini per mangiare perché non ha soldi per il ristorante, è cacciato via. I Giardini Reali potevano offrire tavoli e sedie a un prezzo giusto: sarebbero stati un luogo vissuto della città. Invece…».
Diranno che anche lei a New York ebbe problemi sulle tasse.
«Lì aveva sbagliato il fiscalista. Abbiamo pagato. Fine».
Lisa Gerard Sharp, per amore di Venezia, ha scritto sul National Geographic: «Noi turisti siamo così tossici che sarebbe meglio stare a casa».
«Sinceramente: esagerava. Però sì, occorre ripartire da Venezia come era. Dalle sue origini. Dalla sua cultura. Una città dell’uomo per l’uomo.

Gian Antonio Stella
per il “Corriere della Sera”

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