IL DATO HORROR SULL’AUMENTO DEI PREZZI NEGLI STATI UNITI: È PASSATO DAL 2,4% AL 4,2% E RAPPRESENTA UNO SPADONE DI DAMOCLE SULLA COFANA PLATINATA DEL TYCOON, IN VISTA DELLE ELEZIONI DI MIDTERM A NOVEMBRE
IL 68% DEGLI ELETTORI AMERICANI DISAPPROVA LA GESTIONE ECONOMICA DELL’AMMINISTRAZIONE: SE LA GUERRA IN IRAN NON SI CHIUDE PRESTO, E METTE FINE AL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ, PER DONALD SI METTE MALISSIMO
Dal 2,4% al 4,2%: così in pochi mesi l’inflazione negli Stati Uniti ha raggiunto il nuovo
massimo degli ultimi tre anni, come effetto del balzo dei costi energetici dovuto alla guerra in Iran.
Il dato è in linea con le attese e registra un aumento significativo dal 3,8% di aprile. Ora la parola spetta alla Fed che la prossima settimana si riunirà in tema di politica monetaria e potrebbe anche decidere un aumento dei tassi per mettere un freno a questa corsa. Per gli analisti interpellati dal Financial Times, quel che è ora certo è che ci vorrà tempo perché’ l’inflazione tenda all’obiettivo del 2%.
“Più a lungo persiste il conflitto in Medio Oriente, più ampie e persistenti rischiano di diventare le pressioni inflazionistiche”, ha spiegato Gregory Daco di EY Parthenon. Il balzo dell’inflazione crea malumori tra gli americani, tant’è che un sondaggio del Financial Times ha rilevato che il 68% degli elettori disapprova la sua gestione dell’inflazione e del costo della vita, con un aumento di 10 punti rispetto ad aprile.
Secondo Erik Gordon, professore alla Ross School of Business dell’Università del Michigan, le preoccupazioni sull’inflazione hanno aiutato Trump a vincere la presidenza nel 2024, ma potrebbero costargli caro alle elezioni di medio termine di novembre. “Trump ha vinto grazie all’inflazione e potrebbe portare i repubblicani alla sconfitta a causa dell’inflazione”, ha spiegato l’esperto.
Più allarmista George Brown, economista senior presso Schroders, secondo il quale a parte i prodotti energetici “c’è un pericolo crescente che un paniere più ampio di prezzi inizi a prendere il volante”.
Una tendenza confermata dall’andamento dei generi alimentari aumentati del 3,1% rispetto all’anno precedente. In America comprare caffè, frutta e verdura e prodotti da forno costa ora di più mentre i costi di altri generi alimentari che avevano registrato un forte aumento negli ultimi mesi, come latticini, carne e uova, hanno registrato un leggero calo. C’è da dire però che l’inflazione core, che esclude i prezzi volatili di alimenti ed energia, è aumentata solo moderatamente al 2,9% dal 2,8% del mese precedente, suggerendo che le ripercussioni inflazionistiche sull’economia in generale sono rimaste contenute.
Il timore più grande è che l’andamento dei prezzi spinga la Fed a rialzare i tassi senza indugio. Ma Seema Shah, capo stratega globale presso Principal Asset Management, ritiene che i dati mostrano che l’economia statunitense non sta ancora dando “chiari segnali di effetti di secondo impatto più ampi” derivanti dai prezzi dell’energia.
“Questo dovrebbe consentire alla Fed di mantenere un atteggiamento paziente”, ha aggiunto. Gli investitori scommettono però che di sicuro un rialzo dei tassi ci sarà prima della fine dell’anno, e questa convinzione si sta ripercuotendo sui rendimenti dei titoli di Stato e sui contratti future.
Potrebbe anche essere che la banca centrale voglia attendere qualche altro segnale prima di una nuova stretta monetaria, dal momento che il mercato del lavoro è in buona salute. Certo che la guerra in Iran sembra ben lontana dal dirsi conclusa, e questo accentua il pessimismo anche in Borsa. Wall Street infatti naviga in territorio negativo e le Borse europee hanno chiuso in calo.
(da agenzie)
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