LA RAGAZZA FERMATA DALLA POLIZIA SOLO PERCHE’ INDOSSAVA UNA FELPA NERA, POI PORTATA AL COMMISSARIATO TREVI CON UNA VOLANTE A SIRENE SPIEGATE SENZA POTER CHIAMARE CASA. TRATTENUTA DIVERSE ORE E POI LA FRASE DI CONGEDO: “NON ANDATE PIU’ A MANIFESTARE PERCHE’ VI ABBIAMO REGISTRATO”
QUESTA SAREBBE LA SICUREZZA DEL GOVERNO MELONI? INTIMIDIRE I GIOVANI? DA QUANDO IN ITALIA PARTECIPARE A UNA MANIFESTAZIONE E’ REATO? FOSSE SUCCESSO A TE TANTI ANNI FA COSA AVRESTI DETTO?
Carolina Di Giacomo, 18 anni, frequenta il liceo Talete a Roma. Il 24 ottobre era appena
uscita dalla metropolitana di piazzale Flaminio per partecipare a una manifestazione in centro. Un gruppo di poliziotti l’ha fermata, identificata e infine portata in commissariato insieme a tre dei suoi amici. «Sabato ci eravamo dati appuntamento alla fermata Lepanto. All’inizio volevamo andare in piazza della Repubblica, da dove partiva il corteo. Poi però ci siamo detti che era meglio scendere in piazza del Popolo e aspettarlo lì. Con i miei eravamo d’accordo che se ci fossero stati disordini sarei tornata subito a casa», racconta a Repubblica.
La ragazza con la felpa nera
Il racconto continua: «Superato il varco, siamo stati fermati da un gruppo di poliziotti tutti bardati, con caschi e giubbotti antiproiettile. Ci hanno chiesto i documenti, glieli abbiamo dati e ci hanno tenuti lì per una quarantina di minuti senza dirci niente». E spiega «Io indossavo solo una felpa nera, senza neanche il cappuccio. Magari mi hanno fermato per quella». E poi: «Prima, mentre aspettiamo, ci riprendono con una telecamera. Poi quando finalmente ci restituiscono i documenti e stiamo per andare, il capo dice a un agente: “No, un attimo”. Ci prendono in disparte, ci chiedono di svuotare le tasche, ci prendono i telefonini e ci ordinano di salire su due volanti della polizia. Solo in tre, però, altri due li hanno lasciati andare e non so perché».
La perquisizione
Carolina dice che nessuno di loro aveva zaini con sé: «Nelle mie tasche hanno trovato solo il telefono e un pacchetto di gomme». Li hanno portati «al commissariato Trevi, a sirene spiegate, correndo all’impazzata lungo via del Corso. Lì ci siamo messi paura, ma che è successo? Non avevamo fatto niente». Non gli hanno spiegato il motivo: «Ci hanno fatto entrare in una stanzetta, con la porta aperta per controllare. Eravamo ancora senza telefoni. Allora chiedo se posso avvertire mio padre. Ma mi rispondono che avrei dovuto essere autorizzata dal commissario e fare la chiamata davanti a lui. Ma non arrivava mai. Ho supplicato l’agente almeno 300 volte e alla fine mi ha fatto scrivere un sms, “tutto ok”, che avevamo concordato».
Gli altri fermati
In commissariato c’era anche «un gruppetto che era stato fermato poco dopo di noi. Loro però avevano delle maschere tipo Power Rangers e negli zaini delle bombolette». E lei si è sentita male: «Avevo ansia perché non mi era mai capitata una cosa così. Ma pure rabbia. Io volevo solo andare alla manifestazione, tra l’altro abbiamo avuto la scuola allagata per due settimane, c’erano delle buone ragioni per protestare». Il finale della storia: «Dopo qualche ora arriva il commissario e, alle nostre rimostranze, si spazientisce: «Io sto lavorando», ci dice in modo brusco, «se non state calmi vi tengo qua fino alle tre e mezzo del mattino”». E poi sono stati liberati: «Era sera. Ci hanno accompagnati alla porta con queste esatte parole: “Adesso tornate a casa e non andate più a manifestare perché comunque vi abbiamo registrato”. Ma manifestare è un mio diritto, non me lo possono levare».
(da Repubblica)
Leave a Reply