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BELSITO CANDIDATO SINDACO DI GENOVA

Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile

LA LEGA   SCIOLGA LA RISERVA E ANNUNCI IL SUO ASSO NELLA MANICA: IL TESORIERE DELLA LEGA E’ L’UOMO ADATTO PER FAR QUADRARE I CONTI DEL COMUNE


L’UNICO CANDIDATO CAPACE DI RIDARE LUSTRO AGLI STUDI UNIVERSITARI E IMPULSO A NUOVE ISCRIZIONI ALL’ATENEO GENOVESE, ELIMINANDO E “SEMPLIFICANDO” NOIOSE PASTOIE BUROCRATICHE

IL POLITICO ADATTO A RISOLVERE IL PROBLEMA DELLA VIABILITA’ E DEI PARCHEGGI IN CITTA’, COME AMPIAMENTO DIMOSTRATO CON LA CREAZIONE DI NUOVI SPAZI PER LA SUA PORSCHE CAYENNE DAVANTI ALLA QUESTURA

UN CONCLAMATO ESPERTO DI PROBLEMI DEL LAVORO AVENDO DIMOSTRATO DI SAPERNE CAMBIARE TANTI E CON CRESCENTE SUCCESSO: POTREBBE FARE IL SINDACO AUTISTA, IL SINDACO PORTABORSE, IL SINDACO IMPRENDITORE, IL SINDACO FINANZIERE, IL SINDACO TESORIERE, IL SINDACO IMITATORE DI FIRME, IL SINDACO BANCARIO CAMBIA-ASSEGNI, ALTRO CHE BERLUSCONI.

UNO SPECIALISTA DI INVESTIMENTI FINANZIARI ALL’ESTERO, IDONEI A RIDARE FIATO ALLE ESANGUI CASSE COMUNALI OLTRE CHE AD APRIRE ALLA CITTA’ NUOVI SPAZI E RAPPORTI COMMERCIALI CON LA TANZANIA

UN ESPERTO DI PROBLEMI DEL MARE, COME AMPIAMENTE DIMOSTRATO DALLE SUE IMMERSIONI SUBACQUEE AI RADUNI PADANI DI CAMOGLI, DI TRASPORTI (IN AUTO BLU) E DI TRASPARENZA NEGLI ATTI AMMINISTRATIVI

I PROFESSORI DORIA E MUSSO COMINCINO A TREMARE, NON POSSONO CERTO ESSERE ALL’ALTEZZA DEL “DOTTOR” BELSITO

LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza

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SPARISCE IL FONDO TAGLIA-TASSE: “PER ORA MEGLIO EVITARE TESORETTI” LA SCELTA DI MONTI

Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile

IL PREMIER LO CANCELLA IN EXTREMIS PER IL TIMORE DI CREARE TROPPE ASPETTATIVE E DI FAR NASCERE MOTIVI DI SCONTRO TRA I PARTITI… A SORPRESA INSERISCE INVECE L’IMU ALLA CHIESA

Dopo ore di discussione, con il Consiglio dei ministri che si protrae fino alle dieci di sera, è Monti a tagliare la testa al toro.
Via quell’articolo dal decreto legge: il fondo per la riduzione delle tasse, da alimentare con i proventi della lotta all’evasione, si farà  (forse) ma non ora. Non tutti i ministri erano d’accordo, tuttavia per il premier il rischio dell’operazione stava diventando troppo alto: “Ho paura – ha spiegato infatti il capo del governo durante il consiglio dei ministri – che se creiamo la mistica del “tesoretto” alla fine si alimentano aspettative e appetiti che non possono essere soddisfatti”.
Appetiti dei ministri, certamente. Ma quelli Monti è in grado di gestirli senza ansie.
È soprattutto ai partiti che pensava il capo del governo quando ha deciso di cancellare la norma.
Nell’esecutivo, del resto, molti osservano che le elezioni amministrative sono alle porte e tra un anno ci sarà  la campagna per le politiche.
Appuntamenti in vista dei quali i partiti sono pronti a scatenarsi.
Anche perchè le stime parlavano di un gruzzolo da diversi miliardi di euro. Mai calcolato con precisione, ma negli anni 2006-2010 la cifra che i governi hanno pensato di ottenere dalla lotta all’evasione è stata pari a 63 miliardi di euro.
Oltre 12 miliardi all’anno, una cifra enorme. Il Professore teme quindi che con il Fondo tutti possano pensare che le risorse si moltiplichino all’infinito.
Il “tesoretto” dunque avrebbe destabilizzato la maggioranza, scatenando liti a non finire tra i partiti e, forse, anche all’interno del governo.
E tuttavia per Monti il problema più serio sarebbe stato fuori dai confini.
“Ci muoviamo su un sentiero ancora troppo stretto – fa notare un ministro – e il rischio di non centrare la meta purtroppo ancora esiste. Come dice Monti: è vero che ci siamo allontanati dal ciglio, ma il baratro è ancora davanti a noi”. Insomma, ha prevalso l’imperativo del risanamento.
Ogni euro in più, per ora, dovrà  essere messo a bilancio per raggiungere il pareggio. In Europa, ma soprattutto sui mercati, se Roma iniziasse di nuovo a fare la cicala sarebbe annullato d’un colpo quel “tesoretto” di credibilità  accumulato a caro prezzo da Monti in questi primi 100 giorni.
“Non ce lo possiamo permettere”.
A costo di scontentare i leader della maggioranza, che nell’ultimo vertice gli avevano chiesto in maniera corale di “dare un segnale” sulla riduzione delle tasse.
Per Monti, quindi, l’obiettivo rimane, ma ancora è troppo presto: se ne riparlerà  quando   effettivamente l’esecutivo sarà  in grado di sapere gli incassi dall’evasione.
Senza contare che il premier ci tiene a seguire un percorso di “serietà ” con atti “concreti” e non per “apparire”.
E tuttavia il problema del fondo “abbassa-tasse” non è l’unico che ha impegnato ieri il premier.
È un momento difficile per il governo – con il decreto sulle liberalizzazioni bersagliato dalle lobby al Senato e la riforma del lavoro frenata dall’ostilità  dei sindacati – e Monti ha cercato di nuovo la sponda del Colle.
Le due ore passate ieri dal premier al Quirinale sono servite non solo a illustrare il decreto sulle semplificazioni fiscali ma, soprattutto, a spiegare la ragione di quell’emendamento sull’Imu alla Chiesa presentato in Senato.
Una mossa che sembrava contraddire la lettera spedita proprio il giorno prima da Napolitano alle Camere e al governo per evitare di ingolfare i decreti con emendamenti fuori contesto.
Niente affatto, ha detto Monti al capo dello Stato, la questione dell’Imu rientra perfettamente nella materia del decreto sulle liberalizzazioni.
Non a caso, nel comunicato di palazzo Chigi, si rivendica la “stretta attinenza” della norma “ai temi della concorrenza, della competitività  e della conformità  al diritto comunitario, che sono alla base del decreto”.
Napolitano si è trovato d’accordo. E ne ha discusso anche con i presidenti delle Camere. Un triangolazione istituzionale che viene confermata anche dall’entourage di Schifani.
“L’ammissibilità  della proposta emendativa – dicono da palazzo Madama – non contrasta affatto con i criteri richiamati dal presidente della Repubblica”. Quanto al decreto, per Monti è stata una mossa obbligata: la condanna di Almunia sarebbe arrivata a maggio, con il rischio di dover chiedere al Vaticano gli arretrati Ici degli ultimi 5 anni.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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DELL’UTRI, GRANDI MANOVRE IN CASSAZIONE

Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile

IL 9 MARZO IL BRACCIO DESTRO DI BERLUSCONI, CONDANNATO A 7 ANNI IN APPELLO PER MAFIA, VERRA’ GIUDICATO IN CASSAZIONE…. 14 MESI DI STRANI RITARDI CHE HANNO PERMESSO CHE IL PROCESSO APPRODASSE ALLA V SEZIONE DOVE VERRA’ GIUDICATO DA UN FEDELISSMO DI CORRADO CARNEVALE

Marcello Dell’Utri non poteva trovare giudice migliore.
Sarà  la quinta sezione penale a dover decidere il 9 marzo prossimo il destino del senatore del Pdl, condannato in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa.
Il collegio che potrebbe salvarlo dalla galera è presieduto da Aldo Grassi un giudice finito sui giornali negli anni Novanta per le sue conversazioni con il collega Corrado Carnevale, meglio noto come l’“Ammazzasentenze”.
Già  negli anni Ottanta, quando era sostituto procuratore di Catania, Grassi finì al centro di un’ispezione ministeriale per le sue scelte investigative timide nei confronti dei Cavalieri di Catania, i costruttori Costanzo e Rendo, anche loro processati e assolti dalle accuse di contiguità  con la mafia perchè avrebbero pagato per la protezione dei boss ma in uno stato di necessità .
Storie vecchie, ma che tornano di attualità  ora che il fascicolo giudiziario più delicato del momento è arrivato alla quinta sezione della Suprema Corte, proprio quella presieduta da Grassi.
Un magistrato che non fa mistero delle sue idee sulla riforma della giustizia: separazione delle carriere e fine dell’obbligatorietà  dell’azione penale.
La tempistica dell’assegnazione è stata particolarmente lenta e tortuosa.
Un dato non secondario visto che il processo potrebbe finire con la prescrizione nel giugno 2015 se la Cassazione decidesse, per esempio, un annullamento della sentenza di secondo grado con rinvio alla Corte di appello.
Venerdì 9 marzo il collegio presieduto da Aldo Grassi però potrebbe anche mettere la parola fine sulle speranze di Dell’Utri decretando il rigetto del ricorso presentato dagli avvocati Massimo Krog, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico o potrebbe addirittura accogliere il ricorso presentato dal procuratore generale di Palermo Antonino Gatto che, al contrario, critica la parte della sentenza che assolve Dell’Utri per il periodo successivo al 1992.
L’11 dicembre del 2004 Marcello Dell’Utri era stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa proprio perchè l’accordo con la mafia e in particolare con i fratelli Graviano era stato ritenuto provato anche dopo il 1993.
Mentre il 29 giugno 2010 la Corte di appello di Palermo ha ridotto la pena a 7 anni proprio perchè — nonostante l’apporto del nuovo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza — non ha ritenuto provata con certezza l’esistenza di questo patto nella fase politica dell’impegno di Dell’Utri.
Le motivazioni della Corte di appello sono state depositate nel novembre 2010.
Nel gennaio 2011 il procuratore generale di Palermo Nino Gatto presenta il suo ricorso in Cassazione.
A fine febbraio il fascicolo arriva all’ufficio per l’attribuzione dei ricorsi della Cassazione.
A marzo la causa viene assegnata alla sezione quinta. Dall’estate è al lavoro il relatore, Maria Vessichelli, e il collegio sarà  presieduto da Aldo Grassi.
Certo ne ha fatta di strada questo magistrato da quando nel 1984 gli ispettori ministeriali erano scesi a Catania per accertare cosa c’era di vero negli esposti presentati contro di lui e contro un altro magistrato della Procura etnea.
Al termine dell’ispezione i magistrati inviati dal ministro di allora, Mino Martinazzoli, chiesero il trasferimento per incompatibilità  ambientale per Grassi, ma il ministro e il Csm furono di diverso avviso.
Così l’attuale presidente di sezione della Corte di Cassazione restò al suo posto e proseguì la sua carriera.
Le pagine della relazione degli ispettori dedicate a Grassi sono quindi irrilevanti per la giustizia interna della magistratura ma restano ancora interessanti: “Il comportamento del dr. Grassi, analizzato con riferimento al periodo temporale intercorso tra la fine del 1981 e la metà  del 1982, evidenzia anch’esso una linea direttiva preordinata ad accantonare le denunzie contro i grandi costruttori per fatturazioni per operazioni inesistenti. Quanto precede viene compiuto attraverso lo strumento di mantenere, o di passare, nel registro atti relativi i suddetti incarti al trasparente fine di evitare l’indicazione di precedenti sui certificati di carichi pendenti, richiesti per la partecipazione alle gare di appalto”.
Nell’ispezione si racconta anche che Grassi aveva affittato una casa di proprietà  di una società  del gruppo Costanzo e, sempre secondo le accuse degli ispettori ministeriali, il magistrato avrebbe anche chiesto al costruttore Rendo un contributo per una fondazione. Accuse che però sono state considerate insignificanti dal Csm e dal ministro della Giustizia.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PD = PARTITO DIVISO IN VENTUNO TRIBU’, TRA CORRENTI E SPIFFERI

Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile

SONI 21 I MICRO GRUPPI IN GUERRA TRA LORO: OBIETTIVO SPODESTARE BERSANI….CHI GUARDA ALL’UDC, CHI A SEL, CHI ALL’IDV, CHI ALLA FIOM E CHI NO… SU OGNI TEMA FONDAMENTALE E’ LOTTA

La solitudine di Pier Luigi Bersani. A bordo di un treno, guarda fuori dal finestrino. Senza un sorriso dell’avvenire, nè del presente.
Dopo lo scatto “rubato” del segretario del Pd triste, solitario davanti a una birra in un pub del centro di Roma, adesso c’è il Bersani seduto in un moderno vagone ferroviario.
La sua nuova campagna pubblicitaria: “Destinazione Italia”.
Il titolo sembra l’incrocio tra una canzone, “Destinazione Paradiso” di Grignani, e un film di Totò, “Destinazione Piovarolo”, dove il tempo non passa mai e tutto gira attorno a una frase misteriosa di Garibaldi: “Qui si fa l’Italia socialista o si muore”.
Ma Bersani non è Garibaldi.
Semmai, la sua figura pensosa e disperata, lacerata dall’incubo della dispersione (meglio, scissione) del partito ricorda le fatiche bibliche di Mosè per tenere insieme le 12 tribù d’Israele durante la traversata del deserto.
Anzi, per il leader democrat, figlio del partito emiliano, numericamente è peggio ancora.
Basta rovesciare il 12 ed ecco il 21. Tante sono infatti le correnti, macro e micro, del Partito democratico.
Ventuno tribù litigiose da traghettare oltre il deserto del governo Monti.
Con l’incognita della terra promessa .
Quale: la foto di Vasto o la Grande coalizione permanente? Due visioni agli antipodi e che adesso stanno esplodendo sulla riforma del mercato del lavoro e il tabù dell’articolo 18.
Così, di suo, Bersani non può che frenare in continuazione e tentare mediazioni su mediazioni e conciliare paradossi.
Il primo qualche settimana fa: “Noi siamo qui ma non siamo questo”.
Il secondo nell’atteso incontro con Monti, dove fa capire che anche in caso di mancato accordo sulla riforma del lavoro e sulla governance della Rai, il Pd manterrà  il patto di lealtà  con il governo fino al 2013.
Sarà  sufficiente questo compromesso a tenere ferme le ventuno anime del partito?
La prima, ovviamente, è bersaniana e comprende Fassina, Stumpo, Migliavacca, Orlando, Marantelli, l’ex dalemiano Orfini, l’ex ministro Damiano, il tesoriere Misiani.
A loro volta, i bersaniani si dividono in riformisti e laburisti.
Quest’ultimi sono sulla linea della Cgil, come Fassina e Damiano.
E anche in questo caso non mancano formule surreali per tenere insieme l’impossibile.
Fassina, per andare alla manifestazione della Fiom del 9 marzo, ha fatto ricorso alla “partecipazione senza adesione”.
La seconda tribù, dimagritissima, è quella dei dalemiani: ormai solo lui, l’ex generale Massimo (citazione dal “Gladiatore”), e l’inciucista Luciano Violante.
Subito oltre, terza microcorrente, gli ex dalemiani che si muovono per conto loro: Nicola Latorre, Gianni Cuperlo, Ugo Sposetti, Anna Finocchiaro.
I franceschiniani sono invece la nuova frontiera della possibile scissione, quelli pronti ad andare via assieme ai lettiani (da Enrico, nipote di Gianni), ai veltroniani, ai gentiloniani, forse ai fioroniani.
Nella tribù del capogruppo alla Camera Dario Franceschini ci sono i nomi di Giacomelli, Rosati, Pina Picierno, Bressa (uno dei tre sherpa della delegazione democrat per i colloqui dell’inciucione con Alfano e Casini), pure la Serracchiani.
I Veltroniani, quinta tribù, sono reduci dall’ultima uscita del loro leader: quella contro l’articolo 18, di fatto considerata la nascita del partito montiano.
In Transatlantico circola una battuta: “Sinora Letta e Veltroni non avevano osato la scissione perchè non sapevano dove andare. Adesso invece il contenitore c’è: il partito di Monti”.
Il contenitore ancora non ha simboli e sedi, ma una sola certezza: è di centro, rigorosamente di centro.
L’avanguardia veltroniana è questa: Tonini, Ceccanti, Verini, Martella, Colaninno, l’ex dalemiano Minniti.
La destra del Pd prosegue con i lettiani, sesta corrente: Francesco Boccia, Mosca, Meloni, Ginefra.
Poi ancora con i gentiloniani, i cosidetti ecodem: ovviamente Gentiloni, poi Realacci , Della Seta, Ferranti.
L’ottava tribù è dei fioroniani, dall’ex ministro Beppe: Gasbarra, neo-segretario del Pd laziale, e Gero Grassi.
Nona, sempre a destra, è la corrente dei liberal: Enzo Bianco, Morando, Ichino.
A questo punto, la segnaletica per navigare tra le tribù del Pd si complica di più. Perchè veltroniani, gentiloniani, fioroniani, liberal sono tutti riuniti nel correntone Modem.
I franceschiniani invece si vedono con i fassiani, decima anima (il sindaco di Torino e Marina Sereni), nell’Area Dem.
Dalla destra che sogna la Grande Coalizione permanente agli ulivisti (Parisi, Santagata, Levi, Zampa), ai bindiani (Meduri e Burtone), alla Sinistra di Vita e Nerozzi, all’area Marino-Meta che recentemente ha perso Civati e Scalfarotto.
I mariniani, quattordicesima stazione della via Crucis bersaniana comprendono Morassut e la paladina dei diritti civili Paola Concia, ieri molto incazzata per il dibattito nel partito: “Qua si sta a litigare tra maschi, in modo virile. E i maschi sono distruttivi”. Immagine efficacissima.
Con la quindicesima tribù si torna al centro: gli ex popolari o dc Castagnetti, Duilio, D’Antoni, Marini. Anima numero sedici è il partito dei nuovi cacicchi, cioè neo o ex sindaci. In ordine sparso: Chiamparino, Renzi, Bassolino, De Luca, Emiliano.
C’è anche Zingaretti: per il momento presidente della Provincia di Roma ma probabile candidato per il Campidoglio.
Alla casella 17 la “terra di mezzo” di Marco Follini e Stefano Graziano.
Alla 18, in posizione solitaria, la sinistra Cofferati, che però non lega con Nerozzi. Così come solitario è Bobba, l’unico teodem rimasto.
La ventesima tribù è dell’ex veltroniano Goffredo Bettini, sostenitore del neo-oltrismo.
Oltre Bersani e oltre il Pd. Chiude la lista, l’ultimo arrivato Giacomo Portas, che ha fondato “I moderati”.
Il catalogo del Pd è questo.
La traversata nel deserto rischia di precipitare nei gironi infernali. Ventuno per la precisione.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MENTANA: “I GIORNALISTI? ECCO PERCHÉ NON CRITICANO FIAT: MOLTI COLLEGHI OTTENGONO AUTO GRATIS DAL LINGOTTO”

Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE DEL TG DE LA7 NON HA PELI SULLA LINGUA: “I CRONISTI VENGONO PORTATI IN GIRO A SPESE DELLE GRANDI AZIENDE”

Lei sa che ai tempi di Unabomber venne suggerito a giornali e telegiornali di dimenticare un particolare?”
Quale, Enrico Mentana?
“Che il dinamitardo aveva inserito una carica nel prodotto di punta della più importante azienda dolciaria italiana”.
Pomeriggio romano, quartiere Prati, bar rumoroso al centro di una quadriglia di clacson e isterismi.
Il direttore del Tg di La7 beve ginseng, incontra amici di passaggio (l’architetto Fuksas che si siede, disegna un grattacielo su un foglio e poi scivola via) e scava nella memoria.
I 7 milioni di euro che il Tribunale civile di Torino intima di pagare a Corrado Formigli per un servizio sull’Alfa Mito andato in onda ad Annozero gli sembrano il riflesso sbiadito di un’antica malattia.
“Mettiamo che Formigli abbia sbagliato. Io non difendo la corporazione. Nè lui o Santoro in quanto tali. Ci fosse stato Vespa avrei fatto lo stesso. Io parlo di un principio più importante. Di un problema che è altrove.
Dove, Mentana?
Nel sistema. Dove non nuotano buoni e cattivi, ma soltanto il sistema stesso. E la Fiat che ne ha fatto sempre parte circondata da consensi imbarazzanti e applausi aprioristici della stampa generalista non può ignorarlo nè pretendere di essere trattata come un potere svincolato dalle leggi. Non può censurare il diritto di critica.
Perchè Fiat lo pretenderebbe?
Perchè è mal abituata. Nel settore automobilistico si fanno da sempre le recensioni incrociate. Meno che in Italia, naturalmente. Mi trovi una stroncatura della Stilo, se ci riesce. La storia parte da lontano.
Ripercorriamola.
Il capo delle relazioni esterne dell’Alitalia e il capoufficio stampa della Fiat erano il santo graal più inseguito dalle redazioni italiane a metà  degli anni 80. Dal Manifesto al Giornale. Mammelle ausiliarie. Il tornaconto era reciproco. Sa com’è, per derogare al rigore bisogna essere in due.
Come funzionava?
A metà  degli anni 80 in redazione girava una battuta.
Quale?
Invece di chiamare la Hertz telefonate all’ufficio stampa della Fiat. Ma magari la Fiat di allora fosse stata la Hertz. (Ride) Alla Hertz le macchine le paghi. L’abitudine al comodato gratuito invece era generalizzata. I miei colleghi prendevano macchine in prestito senza pagare. Una cosa ridicola, francamente ridicola. Un altro tipo di commercio a chilometri zero . I giornalisti sono stati e sono ancora una categoria “disponibile”. Senza dubbio.
Esempi?
Per anni i cronisti di moda e quelli che si occupano di sanità  sono stati scorrazzati gratis in giro per il mondo. Venivano perfino inviati a spese delle case farmaceutiche ai congessi sulla lotta contro l’Aids.
Non capita anche ai vaticanisti?
Non possiamo trattare il Vaticano come un’azienda o considerare il Papa come un amministratore delegato.
Rimaniamo sul divino. Come evitare di cadere in tentazione?
Se non usi passaggi aerei non devi dire grazie a nessuno. Invece nel silenzio generale di Fnsi, Ordine e Rai assistiamo ogni anno a campionati di sci per i giornalisti, a tornei di tennis e sagre senza mai aver letto un richiamo netto: “È vietato prendere auto in prestito”. O sbaglio?
La Fiat fa storia a sè?
È come tante altre grandi aziende. Quando si passò da Stream a Sky, Murdoch disse che sarebbero cessati gli abbonamenti gratuiti.
Risultato?
Panico e tristezza. Si spensero metà  dei televisori di Roma.
Altrove è diverso?
Ogni tanto nella polemica con i poteri pubblici si ricorda come in Gran Bretagna non si possano ricevere regalie superiori a certe cifre. Per i giornalisti italiani questa regola non esiste.
E per le grandi aziende le regole esistono?
Sappiamo che i poteri forti non sono mai stati quelli politici. E in questo stagno è persino normale che un’azienda enorme si senta legittimata a esercitare pressioni e diffide. Ma se la 500 è nella nostra storia, sarebbe bello poter affermare senza temere la decapitazione che la Duna è un orrore postmoderno. Possibile sia vietato?
Marchionne non transige.
Coerentemente, si è uniformato allo spirito bellicoso d’azienda che è parte di un dna distante dal nostro. Però la maggior parte dei dirigenti Fiat italiani sa bene dove ci troviamo.
Non attaccherà  Marchionne solo perchè ha allontanato il suo amico Montezemolo?
Se parlo male del passato, caso mai salvo proprio Marchionne. E se cito un vizio antico della Fiat non mi pare di esentare nessuno dalle colpe. Perchè la verità  è che non c’è stata una sola persona che abbia mai tentato di invertire la tendenza. La Fiat non deve fare la verginella con l’informazione.
Il suo ad Stella teme cali pubblicitari?
Non lo so. Non è un dovere che le aziende investano, ma decidere di pagare pubblicità  fa parte di una strategia di mercato. Chi prende uno spazio non fa un piacere alla rete. Se non lo vuol fare, e parlo in generale, fatti suoi.
Altrimenti qualunque testata di informazione può apporre una postilla: “Questo spazio è libero ma a volte, per sopravvivere, può attenuare la sua carica critica”.

Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DELITTO DI CRONACA

Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile

CASO FORMIGLI-FIAT… LA SPROPORZIONE TRA PRESUNTO DANNO ED ENTITA’ DEL RISARCIMENTO… L’OPINIONE DI MARCO TRAVAGLIO

Della sentenza del Tribunale civile di Torino che ha condannato Corrado Formigli e la Rai a risarcire 7 milioni alla Fiat abbiamo scritto e riscritto.
Anche chi ritiene che avesse ragione la Fiat (noi pensiamo di no) ha dovuto convenire sull’assoluta sproporzione fra il presunto danno e l’entità  del risarcimento.
Se non fosse che le sentenze civili sono esecutive fin dal primo grado (salvo quando riguardano la banda B.), si potrebbe confidare nel giudizio di appello, se non altro per una riduzione dell’importo entro limiti più umani: quelli che, di prassi, non superano mai le decine o al massimo le centinaia di migliaia di euro.
Ciò naturalmente non esclude un bel gesto della Fiat (ai tempi dell’avvocato Agnelli ne era capace, nell’èra Marchionne c’è da dubitarne), che potrebbe accontentarsi di un euro simbolico.
Ma forse questo “caso” può diventare l’occasione per riformare seriamente la materia della diffamazione.
Quando l’Italia era un paese quasi normale, i potenti usavano con estrema parsimonia l’arma della causa civile e persino della querela contro la libera stampa.
La Fiat non querelava mai e raramente lo facevano i democristiani (Andreotti, per esempio): i giornalisti preferivano magari comprarli, ma attaccarli no.
Cominciò Craxi (non a caso), con gl’insulti a Galli della Loggia (“intellettuale dei miei stivali”) e con la famigerata denuncia contro Alberto Cavallari che, sul Corriere, aveva osato scrivere ciò che tutti sapevano: cioè che molti socialisti rubavano.
Poi, nella Seconda Repubblica, le aggressioni berlusconiane alla libera stampa divennero pane quotidiano, imitate dai papaveri del centrosinistra.
Sono vent’anni che giornali e giornalisti sono tempestati da migliaia di richieste di danni milionarie, spesso tenute nascoste per non far crollare i titoli delle società  editrici in Borsa.
Talvolta qualcuno ha provato a regolamentare la materia, ma senza riuscirci: la spada di Damocle sul capo dei giornalisti (non tutti: i più indipendenti e coraggiosi) è una minaccia troppo efficace per tenerli sotto scacco.
Intendiamoci. Nessuno pretende licenza di uccidere: la stampa ha un potere immenso, che dev’essere controbilanciato da severe garanzie per i cittadini che si sentono diffamati.
Basterebbe prevedere un meccanismo doppio.
Da una parte per “calmierare” l’entità  delle richieste di danni, imponendo una cauzione a chi le inoltra (se poi vince, si riprende la cauzione; se perde, se la dividono lo Stato e il denunciato assolto).
Dall’altro per consentire a chi si ritiene offeso di ottenere spazi adeguati per dire la sua: dopodichè, se vede pubblicata con evidenza la sua rettifica, potrà  comunque adire le vie legali, ma, se ha ragione, otterrà  risarcimenti molto attenuati o puramente simbolici.
Soprattutto se chi ha sbagliato l’ha fatto in buona fede, cioè non ha mentito sapendo di mentire.
Invece accade sempre più spesso che i diffamati (veri o presunti) saltino a piè pari il momento della replica e passino direttamente alle vie di fatto in Tribunale.
Non solo: quando vengono interpellati dal giornalista che si occupa di loro, i potenti rifiutano di rispondere, salvo poi lamentarsi perchè l’articolo è uscito senza la loro versione dei fatti.
Esempio: noi del Fatto dedichiamo ogni giorno buona parte della pagina delle lettere a “i nostri errori” e al “diritto di replica”.
Eppure siamo bersagliati da continue denunce.
Soltanto ieri due ministri — Severino e Terzi — hanno annunciato che ci trascineranno in tribunale (o “si riservano” di farlo) perchè ci siamo permessi di pubblicare notizie vere sul loro conto.
L’altroieri i nostri cronisti avevano regolarmente interpellato i due ministri tramite i loro portavoce, per registrare la loro versione e correggere eventuali imprecisioni. Risposta: due “no comment”.
Che l’indomani si sono trasformati in due minacce di querela, o forse di causa per danni.
Come ai tempi di B. Pessimo segnale.
Questo sarà  pure un governo “strano”, come dice Monti.
Ma diverso mica tanto.

Marco Travaglio
( da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL GOVERNO CELEBRA I SUOI PRIMI CENTO GIORNI

Febbraio 24th, 2012 Riccardo Fucile

SUL SITO DELL’ESECUTIVO UN DOSSIER DI 34 PAGINE SU QUANTO POSTO IN ESSERE DAL GOVERNO TECNICO….A PALAZZO CHIGI RISPARMI PER 43 MILIONI DI EURO

Sono trascorsi 100 giorni dalla nascita del governo Montti e l’esecutivo fa il punto sull’attività  svolta.
Sul sito governo.it compare, infatti un dossier sull”‘Attività  dei primi 100 giorni’ che, si legge, “è l’occasione per fare il punto sull’azione del governo Monti a tre mesi dall’insediamento”.
Il dossier, 34 pagine totali, è diviso in due parti.
La prima descrive e analizza le tre direttrici – rigore, equità  e crescita – che hanno ispirato l’azione dell’Esecutivo; il rapporto con l’Europa e con i cittadini.
La seconda parte, incentrata sulle politiche di settore, dà  conto dei provvedimenti per il Mezzogiorno, di quelli di politica estera e difesa, sicurezza e giustizia, agenda digitale, scuola, impresa e servizi pubblici locali.
Le due appendici elencano rispettivamente l’attività  normativa del governo e le opere infrastrutturali sbloccate dal Cipe.
“Tutte le componenti della società  devono partecipare allo sforzo per la salvezza e il rilancio dell’Italia”. Così inizia il lungo documento, pubblicato sul sito del governo che riassume l’attività  del governo: dal ‘Salva Italia’ al ‘Cresci Italia’, dall’Europa alle misure sulle carceri.
Sui due pacchetti più corposi del governo Monti ovvero le misure di novembre sul rigore e quelle di gennaio sulle crescita, la nota di palazzo Chigi spiega che con il primo provvedimento si è voluto dare il via a “misure urgenti per assicurare la stabilità  finanziaria, la crescita e l’equità .
Il compito di questo governo è quello di far uscire il Paese dalla zona d’ombra in cui era stato confinato, di porre fine all’emergenza e, soprattutto, di gettare le basi per una rinascita economica e sociale”.
“Si tratta di un pacchetto di riforme, varato il 20 gennaio, che mirano a rimuovere due grandi vincoli che hanno compresso per decenni il potenziale di crescita dell’Italia: l’insufficiente concorrenza dei mercati e l’inadeguatezza delle infrastrutture. Il provvedimento contribuirà  nel breve periodo a traghettare l’economia nazionale fuori dalla spirale recessiva e, nel medio/lungo periodo, ad allinearla ai ritmi di crescita dei partner europei e internazionali. In particolare l’attenzione del governo si è focalizzata sui giovani, puntando alla valorizzazione del merito come fattore premiante. L’insieme delle misure si basa su due pilastri: crescita ed equità . La prima direttrice, quella della crescita, è stata perseguita”.
C’è anche un capitolo dedicato ai tagli della presidenza del Consiglio nel rapporto sui primi 100 giorni dell’attività  di Mario Monti. In tre mesi, palazzo Chigi ha risparmiato oltre 43 milioni di euro.
“Sono state conseguite diverse riduzioni dei costi”, si spiega, “-4 milioni di euro per i dipendenti nelle strutture generali stabili (blocco del turnover, congelamento dei contratti, pensionamenti); -12,2 milioni di euro per gli uffici di diretta collaborazione relativi al presidente, ai ministri senza portafoglio e ai sottosegretari presso la presidenza del Consiglio. In questi uffici si registra una riduzione di 241 unità  in termini di personale addetto; -2,3 milioni di euro per le strutture di missione, con una riduzione di 51 unità  di personale; -750mila euro per esperti e consulenti, il cui numero complessivo è diminuito di 99 unità “.
Ancora, “per quanto riguarda i trasporti aerei di Stato, c’è stata una contrazione significativa dei voli pari al 92%, con un risparmio complessivo di 23,5 milioni. Infine, nel servizio automezzi il risparmio ammonta a circa 270mila euro, su base annua”.
Con un drastico taglio della spesa pubblica si potrebbe evitare di aumentare l’Iva: “Riformare la spesa pubblica non è una missione impossibile, ma richiede un’analisi approfondita e dettagliata delle voci che compongono il bilancio di ogni singola amministrazione per poter ottenere risparmi senza compromettere la qualità  dei servizi”, si spiega nel documento.
Per questo “il programma prevede, oltre agli obiettivi contabili, anche obiettivi di riorganizzazione operativa. La spending review è uno dei pilastri portanti dell’attività  del governo che consentirà  di superare il meccanismo dei tagli lineari. I costi di funzionamento dell’intero apparato per l’erogazione dei servizi a cittadini e imprese è pari a 330 miliardi di euro l’anno e di essi il 50% circa è gestito dalle Amministrazioni centrali”.
“I risultati che si produrranno in termini di risparmi potrebbero contribuire ad evitare (in tutto o in parte) l’aumento delle aliquote Iva, previsto a partire da ottobre 2012”, si assicura.
“In via programmatica, entro il mese di aprile sarà  presentata al Consiglio dei Ministri una valutazione delle criticità  rilevata sul complesso dei programmi di spesa di ciascun dicastero”, si preannuncia nel dossier.
“L’euro è stato il perfezionamento più ambizioso finora della costruzione comunitaria, il governo si sta impegnando perchè non diventi un fattore di disgregazione e separazione tra europei”, si legge ancora.
“Questo rischio c’è ed è ben visibile se si pensa alle situazioni di crisi che hanno colpito l’eurozona, ma l’Italia è impegnata per il recupero di uno spirito comunitario e di appartenenza a un unico progetto”, si assicura.
“L’obiettivo del governo è di contribuire sempre di più a determinare gli orientamenti politici ed economici dell’Unione Europea, non limitandosi a recepirli in modo passivo”, si spiega nel dossier.
La strategia del governo per uscire dalla crisi “mira a trasformare l’Italia da Paese in emergenza a modello per uscire dalla crisi dell’eurozona”, si spiega.
“Il governo in questi primi 100 giorni ha messo il massimo sforzo per dare attuazione agli impegni con l’Europa. Tra questi, in particolare il raggiungimento del pareggio già  nel 2013 come da impegni presi dal precedente esecutivo”, si ricorda, “il governo inoltre sta mettendo in atto un ampio piano di riforme strutturali, a partire dal mercato del lavoro”.
Dal dl salvacarceri alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, dalla carta dei diritti e dei doveri dei detenuti al recupero di efficienza del sistema: il governo ricorda e ‘difende’ il suo operato nel riassunto del lavoro svolto in questi 100 giorni dal suo insediamento.
Si è riunito il 16 dicembre il Consiglio dei Ministri che ha approvato il “pacchetto di provvedimenti in materia di giustizia civile e penale e di organizzazione degli uffici giudiziari, con l’obiettivo, da un lato, di porre rimedio all’emergenza carceraria e di deflazionare il processo penale, dall’altro di accelerare il processo civile e rendere più efficiente l’organizzazione degli uffici giudiziari sul territorio”, si legge sul sito del governo.
“Negli ultimi 100 giorni alcune importanti operazioni coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia, Polizia di Stato e Carabinieri hanno colpito i più alti vertici di mafia, camorra e ndrangheta”.
Lo sottolinea il sito del governo nel ricordare il lavoro svolto dal suo insediamento: “Dal 17 novembre 2011 la polizia di Stato ha portato a termine 46 importanti operazioni di polizia giudiziaria con l’arresto di 634 soggetti; contemporaneamente sono stati sciolti sei Consigli comunali per infiltrazione mafiosa. Alle organizzazioni di tipo mafioso sono stati sequestrati 2.276 beni per un valore complessivo di oltre 1,2 miliardi di euro e confiscati 729 beni per un valore superiore ai 707 milioni di euro”.
“Il contrasto all’evasione fiscale è una delle priorità  del governo”, si legge nel dossier.
“Il rapporto con il fisco deve essere trasparente e collaborativo anche nell’ambito dei controlli sulla regolarità  delle dichiarazioni”, si spiega. “chi mente alle richieste di chiarimenti o fornisce documenti falsi commette quindi un reato.
La maggiore collaborazione consentirà  un miglioramento dei controlli facilitando l’emersione del sommerso”. In questo periodo, si ricorda, c’è stato un rafforzamento dei controlli della Guardia di finanza, “mirati in alcune località  turistiche e nelle grandi città  del Paese”.
L’Italia “si impegnerà  per creare, entro il 2015, un mercato unico digitale e contribuirà  alla creazione di un mercato interno nel settore dell’energia” nell’Unione Europa, si dice ancora nel testo del governo.
“Maggiore trasparenza sugli istituti scolastici italiani, più informazioni per le famiglie che stanno per iscrivere i figli a scuola e semplificazione del lavoro delle segreterie scolastiche”.
Sono i principali obiettivi del nuovo progetto “La scuola in chiaro” che, attraverso il sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università  e della Ricerca fornisce dati continuamente aggiornati su ogni singola scuola e faciliterà  la scelta delle famiglie.
La promozione del turismo accessibile è fra gli obiettivi che il governo si è posto nei primi cento giorni dal suo insediamento.
“Questa norma prevede la possibilità , nell’ambito dei territori individuati dai circuiti nazionali di eccellenza, di definire pacchetti turistici a condizioni vantaggiose per i giovani, gli anziani e le persone con disabilità , attraverso accordi con le principali imprese turistiche”.
Nei tre mesi dall’insediamento di Mario Monti, sul sito del governo sono arrivati oltre 4.000 mail, mentre altrettante sono le lettere inviate a palazzo Chigi.
“La sezione nasce per creare uno spazio dedicato alle istanze e alle opinioni dei cittadini e, di conseguenza, garantire la partecipazione dei soggetti interessati”, si spiega nel dossier.
“Da fine novembre 2011 ai primi giorni di febbraio 2012, due mesi appena, più di 4.000 persone hanno scritto attraverso la posta elettronica e sono almeno altrettante le lettere inviate via posta.
Oltre 400 cittadini hanno scritto un messaggio di posta elettronica nei quattro giorni immediatamente successivi all’approvazione del decreto Cresci Italia”, si riferisce.
“Dal 29 gennaio (giorno di pubblicazione della sezione Dialogo con il cittadino) al 31 gennaio, i messaggi di posta elettronica arrivati sono triplicati: oltre 1500 messaggi. Il contenuto dei messaggi ricevuti è estremamente variabile.
Alcuni scrivono per complimentarsi o esprimere una critica. La maggior parte però lo fa condividere le proprie idee o fare proposte.
Oltre il 30% dei cittadini vogliono avere chiarimenti sul governo e sulla sua attività “, si aggiunge.

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“SECOLO XIX”: IL “DOTTOR BELSITO”, L’IRRESISTIBILE CARRIERA SCOLASTICA DEL TESORIERE DELLA LEGA TRA CARTE FALSIFICATE E SCUOLE FANTASMA

Febbraio 24th, 2012 Riccardo Fucile

DICE DI AVERE DUE LAUREE, MA LA G.d.F. SOSTIENE CHE NON HA NEPPURE IL DIPLOMA….I PM LO HANNO INDAGATO PER FALSIFICAZIONE DI ATTO PUBBLICO… SOSTIENE DI ESSERSI LAUREATO IN GRAN BRETAGNA MA DICHIARA DI CONOSCERE SOLO IL FRANCESE… “LIGURIA FUTURISTA” ATTACCA: “E’ TESORIERE ANCHE DELLA LEGA LIGURE, CARICA INCOMPATIBILE CON QUELLA NAZIONALE”

Due lauree? A leggere gli atti di un’inchiesta, Francesco Belsito non ha neppure il diploma superiore.
Ma allora, quali studi ha fatto, sul serio, il potente tesoriere nazionale della Lega Nord ed ex sottosegretario di Berlusconi?
Sono veri i titoli fatti pubblicare anche sui documenti del governo dall’uomo che per conto di Umberto Bossi gestisce oltre 30 milioni di euro l’anno, due terzi in finanziamenti pubblici?
E poi: aveva titoli adeguati a ricoprire cariche come quella di vicepresidente alla Fincantieri o di consigliere di amministrazione Filse, cassaforte della Regione?
Le ombre scaturiscono dagli atti di un’inchiesta per falso in cui Belsito rimase coinvolto nel 2002.
L’anno prima aveva scampato miracolosamente quelle per bancarotta e false fatture, nelle quali un curatore fallimentare lo accusava di essersi intascato “indebitamente” assegni per centinaia di milioni e di aver fatto la bella vita con la carta aziendale.
Nello stesso periodo, Belsito aveva chiesto di iscriversi all’Università  di Genova, dove la sua carriera sarà  “annullata”: così risulta anche da una verifica fatta a suo tempo dal “Secolo XIX”.
Perchè?
Ora i motivi sono chiari: il diploma che Belsito presenta all’ateneo ligure ha le sembianze di una patacca.
E’ talmente singolare che l’Università  stessa lo spedisce in Procura e chiede di fare qualche accertamento.
Il “titolo” che finisce nelle mani degli inquirenti è (sarebbe) stato conseguito nel 1993 all’istituto privato “Pianma-Fejevi”.
Una particolare scuola con sede in corso Risorgimento a Frattamaggiore (Napoli), specializzata in “recupero anni” e maturità , diciamo, abbastanza snelle.
Fosse questo il problema.
La domanda che si pongono Procura e Finanza, delegata agli accertamenti, è netta: l’ha fatto o no, Belsito, quell’esame, nel 1993, dopo il quale sarebbe diventato “perito commerciale e ragioniere”?
La risposta non conforta.
Primo: “il nome di Belsito non risulta nell’elenco degli esaminandi”.
Secondo: “la firma del preside non corrisponde”.
Terzo punto: i finanzieri di Afragola hanno in mano una copia del diploma e sollevano dubbi sulla fattura dei timbri.
Belsito spiegò così il problema “C’era un problema di timbri, nulla di che…”.
Belsito ha poi sostenuto che finì a Frattamaggiore per un accordo vigente fra un istituto privato genovese, il “Palazzi”, e la scuola napoletana (abilitata a celebrare i test conclusivi).
Gli allievi venivano mandati al Pianma-Fejevi dove la tornata aveva valore legale.
Il punto è, e se lo chiedono già  nel 2002 le forze dell’ordine: al di là  dell’opinione personale che ciascuno può forgiarsi sulla credibilità  di quel percorso formativo, Belsito ci è andato almeno al “Palazzi”?
I finanzieri lo chiedono direttamente alla preside Maria Luisa Berti, durante un interrogatorio andato in scena il 24 luglio 2002.
L’insegnante non ha   dubbi: “Inviai effettivamente dei maturandi al Fianma-Fejevi, ma non risulta che Belsito sia mai stato da noi”.
In sintesi: secondo le Fiamme Gialle il diploma è contraffatto e la dirigente della scuola che avrebbe dovuto preparare Belsito a sostenere l’esame fuori regione, sostiene di non averlo mai visto.
E l’inchiesta per falso?
Belsito fu rinviato a giudizio, ma miracolosamente non condannato.
All’Università  di Genova invece bastarono i riscontri dell’indagine e la sua carriera accademica, appena iniziata, fu “annullata”.
A complicare l’attendibilità  del titolo che gli ha permesso di occupare qualificate e retribuite poltrone, contribuiscono le dichiarazioni del suo ex amico e socio Ermanno Pleba.
Durante un interrogatorio dichiara: “Gli diedi 2000 euro per finire di comprarsi il diploma, mi pare dalle parti di Napoli. Belsito ha la terza media, su questo non ci piove, E io lo conosco molto bene”.
La terza media?
Nei curricula con cui Belsito cercava di accaparrarsi cariche ovunque indicava un presunto “diploma di laurea” in Scienze della comunicazione”.
Sul sito del Governo (era   sottosegretario alla semplificazione”) vantava invece una laurea di Scienze politiche.
Che cosa aveva conseguito davvero?
E soprattutto dove, visto che l’unica università  italia cui aveva provato a iscriversi (Genova) lo aveva depennato, non credendo ai pezzi di carta, secondo lui rilasciati a Frattamaggiore?
Secondo Belsito, la laurea in Comunicazione sarebbe stata ottenuta in un ateneo di Malta, non riconosciuto in ogni caso dall’ordinamento italiano.
Quella in Scienze politiche sarebbe maturata a Londra, in una università  mai precisata e a suo dire teoricamente riconosciuta: ma perchè quel titolo abbia valore, deve esserci prima il passaggio formale in un ateneo italiano.
Non è mai avvenuto.
Che Belsito abbia sempre avuto qualche problema nel procurarsi “i titoli” è scritto anche altrove.
Dal casellario giudiziario risulta nel 2004 una condanna, per “guida di veicolo senza aver conseguito la patente”, a 1 mese e 10 giorni.
Le macchine, come la scuola, lo perseguitano, ma alla fine la patente riesce a ottenerla.
E da sottosegretario è beccato a posteggiare la sua Porsche Cayenne da 100.000 euro nei parcheggi riservati ai poliziotti della questura di Genova.
I sindacati insorsero e l’allora questore Piritore (uno che quando c’era da distribuire premi per meriti di servizio non trovò di meglio che darlo alla moglie, anche lei poliziotta) corse in suo aiuto, dicendo che era una soluzione per garantirne la sua sicurezza (anche se quegli spazi sono assai poco protetti, in realtà ).
Problemi con i titoli sempre.
Nel dicembre 2000 sequestrarono a casa di Belsito due assegni per un totale di 60 milioni “stracciati e poi accomodati con un nastro adesivo”.
Che roba era?
Secondo il giudice “assegni che Belsito non aveva granchè titolo a custodire”.
Dopo la bufera sui fondi pubblici dirottati in Tanzania e Cipro, diverse forze politiche si sono affacciate sul caso.
L’ultima è “Liguria Futurista”: “Belsito risulta ancor oggi tesoriere non solo nazionale, ma anche della Lega ligure, ma la carica è incompatibile secondo lo statuto. Ciò significa che gode sempre della massima fiducia dei dirigenti locali?”
Un altro titolo quindi che potrebbe essere messo in discussione.
Mentre sembra che avessero tutti i requisiti del caso alcuni amici liguri di Belsito (della zona chiavarese)   che hanno svolto incarichi da consulenti per il piano casa del ministro Calderoli (al quale faceva capo il Belsito sottosegretario)   durante l’ultimo governo Berlusconi.
Si tratta di Sabrina Dujani e di Alessandro Agostino (figlio del sindaco di Chiavari Vittorio): lavorarono per un breve periodo a Palazzo Chigi.
Entrambi hanno un rapporto privilegiato con Belsito: per la fedelissima Dujani, Belsito aveva previsto anche un futuro da segretario politico della Lega nel Tigullio. Per Agostino aveva immaginato un incarico in Fincantieri.
Ma le due operazioni sono state subito stoppate: la Dujani sembrava un’emanazione troppo diretta di Belsito e su Agostino pesava una condanna in secondo grado (condivisa con il padre).

Matteo Indice e Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX”)

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BOSSI: “TOSI NON PUO’ FARE UNA SUA LISTA”, SI APRE LA GUERRA IN VENETO

Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IL SENATUR BLOCCA IL SINDACO USCENTE DI VERONA… QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI COMINCIANO A GIOCARE:   ORA VEDIAMO CHI SONO I CACASOTTO, SE I CERCHISTI O I BARBARI SOGNANTI

Il sindaco di Verona Flavio Tosi “non può fare una lista personale”. Alla fine è arrivata la voce del Capo, Umberto Bossi, per stoppare il primo cittadino scaligero. Ma la volontà  del Senatùr questa volta potrebbe cadere nel vuoto.
Tosi non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua lista.
Lo ripete da un mese, da quando cioè la segreteria nazionale, guidata dal bossiano Gian Paolo Gobbo, ha emesso il verdetto: divieto categorico di liste nominali.
Lui prima ha tentato la mediazione, poi ha minacciato di ritirarsi, infine è andato a In Onda a garantire che la sua lista “ci sarà ”.
Ricordando che “già  nel 2007 presentammo una lista Tosi che ottenne il 17%”, più di quella della Lega.
E concludendo: “Il punto è riuscire a vincere e la Lega da sola non raggiunge il 50%”. Al suo fianco si è schierato da subito il sindaco di Varese, Attilio Fontana, che ha definito Tosi “indispensabile” per il Carroccio, e il governatore Luca Zaia che, in un’intervista al quotidiano veronese l’Arena ha definito Tosi “Leghista vero e nostro uomo di punta”.
Caduto nel vuoto dunque il diktat della segreteria nazionale, rimasto inascoltato il monito di Roberto Calderoli (che ha anche cacciato Tosi dalla vicepresidenza del Parlamento Padano), adesso è intervenuto il Capo, Bossi.
E la parola del Senatùr, per i leghisti, è legge.
O almeno lo è stata fino a oggi.
Perchè il partito è letteralmente spaccato in due: da una parte i Barbari Sognanti, che invocano il passaggio del Carroccio nelle mani di Roberto Maroni, dall’altra i cosiddetti cerchisti, i “badanti” che hanno accerchiato Bossi manipolandolo (secondo la base) in funzione del proprio tornaconto.
E dopo gli scontri in Lombardia, con il congresso di Varese finito tra contestazioni al Senatùr, il repulisti fatto in Emilia e Liguria, commissariate da Rosi Mauro, ora la battaglia arriva in Veneto.
A Verona, in particolare, dove il sindaco Tosi, convinto e fedele maroniano, rischia di vincere le prossime elezioni a mani basse.
Ma per gli ortodossi bossiani una sua vittoria equivarrebbe alla presa del potere da parte dei Barbari Sognanti.
La guerra interna ha ormai raggiunto l’apice, tanto che Calderoli (da sempre acerrimo nemico di Tosi) e gli altri colonnelli di via Bellerio, sono propensi a commissariare il Veneto fino a cacciare dal partito lo stesso Tosi.
La filosofia dei talebani bossiani la riassume chiaramente Flavio Tremolada, “l’assessore sceriffo” alla sicurezza del comune di Lesmo, nonchè braccio destro del cerchista Marco Desiderati.
“A noi non interessa vincere le elezioni o conquistare un Comune, non ce ne facciamo niente: noi vogliamo ripulire il partito, anche se questo significa tornare al 2, 3 per cento”.
Tremolada intravede il commissariamento del Veneto come una necessità  e applaude anche all’annuncio di Bossi sulla possibilità  di lasciare la giunta di Roberto Formigoni in Regione Lombardia.
“Dobbiamo ricominciare? Lo faremo, ma prima di tutto bisogna ripulire in casa nostra”.
Dovrà  ricredersi dunque Maroni che lunedì scorso, durante un comizio a Parma, aveva archiviato lo scontro sulla lista di Tosi come “un film visto solo dai giornalisti”.

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