Destra di Popolo.net

LEGGE ELETTORALE: SI TRATTA SUL PREMIO AL PRIMO PARTITO

Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

RIPARTE IL CONFRONTO: IL PD CHIEDE IL 10%, IL PDL NON VUOLE SUPERARE IL 6%

Non parlava di America ma di Italia Napolitano, quando osservava che «non è solo fair play, negli Stati Uniti l’interesse generale prevale sui contrasti».
Per poi aggiungere tra lo speranzoso e l’amaro: «Prima avremo questo atteggiamento anche da noi, meglio sarà  per il paese».
Il Capo dello Stato senza dubbio si riferiva al brutto spettacolo dei partiti, che finora non sono stati capaci di superare il «Porcellum», madre di tutte le vergogne politiche. Per Napolitano guai se si tornasse alle urne con le liste dei nominati, con i premi di maggioranza spropositati e con tutte le incongruenze della legge attuale.
Il suo incoraggiamento si fa pressante perchè alla riforma ormai sembra mancare poco, anzi pochissimo.
Ieri la distanza tra i partiti era ridotta a un misero 4 per cento.
Che non è una cifra calcolata a spanne, ma la differenza aritmetica tra quanto chiede il Pd per dire sì alla riforma, e ciò che invece sarebbe disposto a concedere il Pdl. Bersani insiste perchè il premio al partito più votato sia pari al 10 per cento dei seggi, i berlusconiani sono disposti a spingersi a un premio del 6 per cento come massimo. Dieci meno 6 fa, per l’appunto, 4.
Possibile che non riescano a mettersi d’accordo?
In teoria le divergenze non si esaurirebbero qui.
Ad esempio, tra i partiti si sta discutendo come attribuire l’altro premio: quello che scatterebbe qualora una coalizione riuscisse a superare l’asticella piazzata al 42,5 per cento dei suffragi.
Il Pd gradirebbe che, vista la difficoltà  dell’impresa, quest’altro premio fosse almeno del 15 per cento, e che l’asticella venisse abbassata al 40; il Pdl viceversa insiste per tenere l’asticella dov’è, e per un «bonus» non superiore al 12,5.
Bersani e i suoi (da Enrico Letta a Migliavacca, dalla Finocchiaro a D’Alema) battono sullo stesso concetto con identiche parole: «Serve garantire la governabilità , non si può pensare che creando una palude venga fuori il Monti-bis», basta con il governo tecnico…
Ma su questo punto i due maggiori partiti non faticheranno a trovare un compromesso perchè, tanto, un salto al 40 o al 42,5 per cento nessuno sembra in grado di farlo.
Se si dà  retta ai sondaggi, Bersani più Vendola valgono al massimo un 35, Berlusconi lo vede col binocolo.
Perciò l’unico premio cui possono eventualmente aspirare non è la tombola, ma il «premietto» consolatorio al partito che, pur senza superare l’asticella, si piazza primo. Bersani (che ha ritrovato su questo punto l’intesa con Casini) sotto il 10 per ora non vuole scendere, sarebbe «inaccettabile».
E il Pdl sopra il 6 per ora non intende andare.
L’ultima novità  è che ha fatto rientro a Roma il Cavaliere, reduce dalla vacanza in Kenya.
I suoi gli hanno riassunto i termini della questione, in modo da capire come la pensi realmente.
E siccome Silvio avrebbe anche potuto dire «non mi piace nulla», mandando all’aria quanto si è deciso fin qui, tutto ieri si è fermato in attesa dell’incontro a pranzo tra Berlusconi, Alfano, Letta e Verdini.
La commissione in Senato, dove si sta votando la riforma, è stata prudentemente sospesa dal presidente Vizzini.
Il tavolo tra i partiti, rinviato… Una situazione paradossale.
Finchè, verso sera, finalmente la prognosi è stata sciolta: Verdini negozierà  per conto del Pdl sulla base dello schema fin qui discusso. Può tentare la stretta finale, senza mollare sul famoso 4 per cento…

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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CONCORSO DELLA SCUOLA, UN ESERCITO DI CANDIDATI: 321.000 PER 11.542 POSTI

Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

DUE TERZI SONO DONNE… RADDOPPIATE LE PREVISIONI DEL MINISTERO…ETA MEDIA 38 ANNI, IL 66,8% DEGLI ISCRITTI NON E’ IN GRADUATORIA

Numeri record. Il doppio delle previsioni.
I dati ufficiali del Miur parlano chiaro, il concorso della scuola sarà  un evento spartiacque: 321.210 candidati per 11.542 posti.
Di questi, la gran parte — 258.476 — è costituita da donne. I restanti 62.734, sono uomini.
Ma soprattutto i due terzi degli aspiranti insegnanti che hanno fatto domanda di partecipazione al concorso non proviene dalle graduatorie ad esaurimento.
Sono 214.453 (66,8%), rispetto ai 106.757 (33,2%) che sono invece presenti nelle stesse graduatorie.
CANDIDATI DI MEZZA ETA’
L’età  media dei canditati è di 38,4 anni. Di poco più alta è l’età  media degli uomini (40 anni) rispetto a quella delle candidate donne (38 anni).
Nello specifico, la maggior parte dei candidati (158.879) ha un’età  compresa tra 36 e 45 anni.
Seguono i 113.924 candidati con un’età  pari o inferiore ai 35 anni e i 45.595 con un’età  compresa tra i 46 e i 55 anni.
I candidati con un’età  superiore a 55 anni sono 2.812.
Ordini di scuola   Omogenea la distribuzione delle domande
Considerati gli ordini di scuola scelti dai candidati, le domande si distribuiscono in modo pressochè omogeneo.
Il 26,2% delle domande riguarda i posti disponibili nella scuola dell’infanzia, il 26,6% la scuola primaria, il 20% la secondaria di I grado e il 27,2% la secondaria di II grado. Provenienza dei candidati
La metà  delle domande arriva dal Sud. In testa la Campania
Circa la metà  delle domande di partecipazione al concorso proviene da aspiranti insegnanti del Sud: sono 164.827 (51,3%).
Percentuali minori per le domande provenienti dalle regioni del Nord (29,3%) e del Centro (19,4%).
La Regione con il maggior numero di domande è la Campania con 56.773 candidati.

(da “Il Corriere della Sera“)

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ARRIVA LA STANGATA DEL SALDO IMU: L’80% DEI COMUNI HA AUMENTATO LE ALIQUOTE

Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

OSSERVATORIO UIL: SULLE PRIME CASE L’IMU E’ AUMENTATA IN UNA CITTA’ SU TRE… SU CHI HA PIU’ IMMOBILI AUMENTI ANCHE DEL 78%

La corsa dell’Imu, la tassa che ha consentito al governo Monti di incassare 23,2 miliardi, è arrivata ad un passo dal traguardo.
Il termine ultimo per i Comuni per decidere le maggiorazioni sulle aliquote base per la prima casa (4 per mille che può salire o scendere del 2 per mille) e la seconda casa (aliquota base del 7,6 per mille che può salire o scendere del 3 per mille) è scaduto il 31 ottobre. Il 17 dicembre si pagherà  il saldo.
In base ad una prima stima, realizzata dall’Osservatorio della Uil servizio politiche territoriali e aggiornata a ieri, sono stati 4.146 i Comuni che hanno già  approvato e comunicato al ministero delle Economia le delibere-Imu.
Di questi Comuni, che rappresentano la metà  del totale e consento una attendibile stima del trend, la maggior parte ha usato la mano pesante soprattutto sulla seconda casa: ben 3.230 Municipi, pari al 77,9 per cento, hanno deciso di aumentare l’aliquota base; circa 833 sindaci hanno deciso salomonicamente di lasciare le cose come stanno (il 20,1 per cento) e in 83 comuni (circa il 2 per cento) si è optato per una diminuzione.
Con la prima casa la manovra è stata meno pesante anche se non meno dolorosa.
Sui 4.146 Comuni che hanno notificato al ministero dell’Economia la propria decisione il 36,8 per cento (pari a 1.526 centri) ha optato per il rincaro; in molti   –   pari a ben il 55,8 per cento ovvero 2.313 Comuni   –   hanno confermato l’aliquota; infine 307 “eroici” Municipi hanno deciso di ridurre sotto l’aliquota base l’Imu sulla prima casa (il 7,4 per cento).
A quanto ammonta il conto per i cittadini?
Il primo bilancio effettuato dai tecnici dell’Osservatorio Uil servizio politiche territoriali, rivela che il combinato disposto delle decisioni prese dalla platea dei Comuni, porta ad una aliquota media dell’Imu pari al 4,36 per mille, circa il 9 per cento in più rispetto all’aliquota base decisa da Monti.
Per le seconde case, come abbiamo visto, la mano dei sindaci è stata più dura: l’aliquota media applicata a questa tipologia di immobili è stata del 9,1 per mille in aumento del 19,7 per cento rispetto all’aliquota base.
Cosa è successo nei grandi centri?
Nei 92 Comuni capoluogo di provincia, per quanto riguarda la prima casa 45 di essi (il 48,9 per cento del totale), hanno mantenuto l’aliquota di base del 4 per mille; 39 città  l’hanno aumentata (Roma, Catania, Cagliari, Napoli, Palermo, Ancona, Genova, Torino, Perugia), di queste 9 hanno deciso l’aliquota massima del 6 per mille (Agrigento, Alessandria, Caserta, Catania, Catanzaro, Messina, Parma, Rieti, Rovigo).
Sorprendentemente 8 città  (tra cui Vercelli, Trieste, Siracusa, Nuoro, Novara, Biella, Lecce e Mantova) hanno deciso di abbassare l’aliquota sulla prima casa.
Per quanto riguarda, invece, le aliquote per le seconde case, 86 grandi centri (il 93,5 per cento del totale) hanno aumentato l’aliquota per le seconde case: 36 di queste applicano l’aliquota massima del 10,6 per mille (Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Ancona, Milano, Venezia). Soltanto 6 grandi centri sono rimasti all’aliquota di base.
La top ten dei rincari è guidata da Roma, ormai una delle città  più tassate d’Italia: il costo medio dell’intera imposta Imu sulla prima casa è di 639 euro, seguono Milano con 427 e Rimini con 414. Per la seconda casa in testa sempre Roma (media 1.885), segue Milano (1.793), Bologna (1.747) e Firenze (1.526).

Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)

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IL LEGHISTA GENTILINI, ROTTAMATORE A 83 ANNI: “MI RICANDIDO”

Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

“TREVISO HA BISOGNO DI CONTINUITA’…MA IL CARROCCIO SI SPACCA IN DUE

Avanti il nuovo. Ma non troppo.
«Se diventerò sindaco farò una giunta di giovani», assicura il leghista Giancarlo Gentilini, che di anni ne ha 83, ed è pronto a correre per la poltrona di primo cittadino a Treviso.
Sarebbe la terza volta: eletto per la prima nel dicembre 1994, lo «Sceriffo» ha ricoperto la carica per due mandati consecutivi e poi, dal 2003, è diventato il “vice” di Gian Paolo Gobbo, suo compagno nel Carroccio.
«Treviso ha bisogno di continuità », spiega.
«Voglio arrivare al ventennio come ha fatto qualcun altro nella storia», dice.
E precisa: «Spero solo di non fare la sua fine…».
Gentilini, come la mettiamo a Treviso? Si candida per le elezioni amministrative del 2013?  
«Io sono a disposizione della Lega Nuova, non quella fatta di nomine dall’alto. Voglio che la base deliberi sulla scelta del candidato».
La riunione chiarificatrice e decisiva prevista per giovedì 8 novembre però è stata rinviata…
«Ci sono stati dei problemi e non posso partecipare per un altro impegno. Sono un vice-sindaco itinerante…»
In realtà , c’è chi sostiene che sia in atto uno scontro con la segreteria provinciale.
Il segretario Giorgio Granello avrebbe voluto una donna o un giovane alla guida della città . E anche il sindaco Gobbo sembrava di quest’idea.
Un po’ di rinnovamento, insomma.

«Delle uscite che fanno sorridere. Ma Treviso ha bisogno di continuità . E io voglio arrivare al ventennio come qualcun altro nella storia. Sperando di non fare la sua fine».
Quindi, è contro la “rottamazione” che si respira in giro?  
«No, tutt’altro: bisogna rottamare tutti. Compresi Bossi e Berlusconi. Maroni no, perchè è una creatura mia: è “lo Sceriffo” numero due».
Certo che lei, se fosse rieletto, terminerebbe il mandato nel 2018, all’età  di 89 anni…  
«È la gente a volermi: in un sondaggio realizzato da un’emittente locale avrei l’80% delle preferenze…».
In realtà  l’istituto di sondaggi Swg dice che per il 42 per cento dei trevigiani lei sarebbe adeguato a fare il sindaco. Ma c’è un problema sottolineato dagli intervistati: l’anagrafe.
«Certo, ho un handicap, quello dell’età . Ma farò una giunta di giovani. Io sto bene e nella vita ci possono sempre essere i miracoli sanitari».
E poi, per la sua terza elezione, l’altro problema potrebbe essere l’ascesa dei 5 Stelle. Proprio Treviso nel 2008 ha eletto il primo consigliere grillino d’Italia, Davide Borrelli. Ora il movimento si aggira sul 10 per cento. E potrebbe rosicchiare voti anche a voi leghisti…
«Le stelle lasciamole alla bandiera americana. Quando si intercetta la volontà  popolare bisogna anche avere gli uomini per governare. E non mi sembra che ce ne siano. Sa cosa mi ricorda il movimento di Grillo?»
No, dica…  
«Ha mai visto i fagioli cuocere? Ecco, ogni tanto ne viene a galla uno, però poi torna a sprofondare».

Davide Lessi
(da “La Stampa“)

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GOVERNO MONTI BOCCIATO IN AMBIENTE: “FARE MENO PEGGIO DI SILVIO NON BASTA”

Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

DA ECOLOGISTI E   STUDIOSI EMERGE UN BILANCIO NEGATIVO SULL’AZIONE DEL GOVERNO TECNICO: “TROPPI TAGLI, MANCA IL CORAGGIO DI VOLTARE PAGINA”… CRITICHE SULLE TRIVELLAZIONI

Il 16 novembre scorso, quando si insidiò il governo Monti, fece un certo effetto sentire ben due membri del nuovo esecutivo pronunciare la parola “sostenibilità ” nelle loro prime dichiarazioni programmatiche.
Reduci da tre anni di Berlusconi a Palazzo Chigi, con le sue tentazioni negazioniste sui cambiamenti climatici e le sue ambizioni nucleari, quelle affermazioni dei ministri Corrado Passera e Corrado Clini, nel clima di generale euforia per una brutta pagina che veniva finalmente girata, destarono forti speranze di un nuovo inizio.
Ottimismo rafforzato tra l’altro dal fatto che nel drastico taglio del numero dei dicasteri, tra quelli confermati c’era proprio quello dell’Ambiente.
Oggi, a distanza di un anno, cosa resta di quelle speranze?
Ben poco a sentire ambientalisti e addetti ai lavori.
Il sentimento prevalente è quello di delusione e il fatto di essere “meno peggio” di Berlusconi è un merito che si va facendo sempre più stretto.
Tanto che nell’opinione del Wwf finisce per diventare un aggravante più che un attenuante.
“Dal 2008 ad oggi abbiamo assistito ad un drastico taglio degli stanziamenti a favore del ministero dell’Ambiente e delle politiche ambientali: siamo passati da 1,6 miliardi agli attuali 450 milioni 1”, ricorda Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio relazioni istituzionali del Panda.
“Con Monti non c’è stata nessuna inversione di tendenza nel relegare l’ambiente a un ruolo di marginalità . Al contrario sono lievitati gli stanziamenti per le infrastrutture strategiche, visti i continui rincari di tutte le opere previste, fino alla cifra record del +800% toccato dal II lotto del valico dei Giovi. Ma se questo poteva essere scontato in un governo che faceva dell’improvvisazione la sua cifra – conclude Lenzi – in un governo di tecnici diventa inquietante”.
Alla scelta di chiudere i rubinetti dei finanziamenti in maniera ancor più drastica che per altri settori di spesa hanno corrisposto del resto scelte in materia energetica che risultano quanto mai indigeste.
Molto simile la sostanziale bocciatura che arriva da Greenpeace. “Se il governo Berlusconi era dichiaratamente antiambientalista, con una maggioranza che votava mozioni negazioniste sul clima e contro lo sviluppo del solare, Monti ci ha riportato in un ambito di civiltà  europea, con un ministro dell’Ambiente che cerca almeno di fare la sua parte, e questo non è poco”, commenta il direttore Giuseppe Onufrio.
“Ma – avverte – è ancora del tutto insufficiente per affrontare alcune delle sfide che abbiamo davanti: sull’energia si è dato un colpo di freno eccessivo alle fonti rinnovabili (settore dichiarato a parole strategico) e si è disegnata una Strategia energetica nazionale 4 di corto respiro che dà  il via libera alle trivelle a mare, mantiene la produzione a carbone e non è credibile sulle rinnovabili”.
E l’industria cosa ne pensa?
Il giudizio nei confronti dell’esecutivo tecnico dell’Aper, l’associazione che riunisce le aziende del settore, ricalca il solito schema: sollievo per aver posto fine ad una situazione anomala, ma delusione nel merito delle azioni intraprese.
“Il governo Monti ha senza dubbio avuto il merito di porre fine ad un lungo periodo di incertezza normativa che caratterizzava il settore, ma come Aper, principale associazione italiana di produttori di energia da fonte rinnovabile, dobbiamo purtroppo riscontrare che non si è provveduto alle necessarie semplificazioni normative che ci avrebbero potuto rendere più vicini agli standard europei”, afferma il presidente, Agostino Re Rebaudengo.
“Al contrario – sottolinea – sono state introdotte nuove barriere (registri, aste, plafond, sbilanciamenti) che sono tra l’altro in contraddizione con gli obiettivi di crescita definiti nella, da poco pubblicata, Strategia energetica nazionale”.
Visto da fuori dell’arena politica e imprenditoriale e valutato con gli occhi dello studioso, il bilancio su un anno di governo Monti in materia ambientale ed energetica non cambia poi molto.
“I decreti sugli incentivi alle fonti termiche, centrali per gli obiettivi europei 2020 sono ancora in gestazione, la Sen ha visto la luce in una forma piuttosto esile e poco incisiva, inoltre dal mio punto di vista, non si è lavorato sui temi dell’effettiva liberalizzazione dei mercati”, sostiene Arturo Lorenzoni, direttore di Ricerca presso l’Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente della Bocconi.
“E’ vero – ammette il docente – che è un esecutivo a termine, che sembra dover gestire solo l’emergenza, ma il settore dell’energia ha bisogno di competenze più forti, di segnali più chiari, meno nel segno della continuità  con il passato per poter avviare un reale rinnovamento. Sono scelte politiche, certo, e forse non c’era li mandato, ma questo non può evitare un po’ di delusione in chi sperava in una maggior capacità  di interlocuzione sui temi tecnici rispetto al passato. A me sarebbe piaciuto vedere una linea diversa, più capace di interpretare i cambiamenti profondi che sta vivendo il mondo dell’energia”.
“In materia di clima e energia, era difficile fare peggio di quanto fatto dal governo precedente”, spiega Stefano Caserini, curatore del sito Climalteranti.it, uno dei più auterevoli osservatori sul riscaldamento globale.
“Alcuni passi – ricorda – si sono visti (l’avvio dei lavori per una Strategia nazionale di adattamento, la proposta di una Strategia energetica nazionale), ma nel complesso è mancato il coraggio di voltare pagina e dare importanza alle politiche ambientali e climatiche: l’azione è stata nel complesso insufficiente”.

Valerio Gualerzi
(da “La Repubblica”)

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LITIGI E RIPICCHE DENTRO I CINQUE STELLE: RESA DEI CONTI A BOLOGNA TRA ERETICI E ORTODOSSI

Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

GRILLO CERCA DI RINVIARE L’ASSEMBLEA DEL 14: C’E’ IL RISCHIO DELLA CONTA… MA SE L’ANNULLA ADDIO “DEMOCRAZIA DIRETTA” TANTO ANNUNCIATA

Anche Grillo è cosciente, sa che a Bologna si sta giocando tutto: «Se il movimento si salva, si salva grazie a Bugani e Piazza», va ripetendo il capo dei 5Stelle al suo staff. Massimiliano Bugani e Marco Piazza, fino ad oggi misconosciuti consiglieri comunali, sono nell’occhio del ciclone dopo la plateale presa di posizione contro la collega Federica Salsi.
Quello emiliano è ormai un caso di scuola: la “nuova politica”, almeno a Palazzo D’Accursio, ogni giorno che passa ricorda la “vecchia politica”, quella dei “morti ”, degli “zombi ”, degli “psiconani ” dell ‘odiata “partitocrazia ”.
I grillini bolognesi, almeno duecento attivisti, sono spaccati.
Volano gli stracci e con questi, le accuse.
Si parla apertamente di truppe cammellate, carrierismo rampante, menzogne e aspettative tradite. E c’è una data puntata in rosso.
Non solo sui forum del movimento e sull’agenda di Grillo& Casaleggio, ma soprattutto sui taccuini degli inviati dei giornali nazionali e sul calendario delle troupe televisive.
È il prossimo 14 novembre, mercoledì. Dopo i due V-day, è atteso il DDay, il giorno del giudizio dopo il quale, in un modo o in un altro, niente sarà  più come prima.
Le due fazioni che si contrappongono, così come nella Dc dove si scontravano dorotei e morotei, vede da una parte il gruppo che fa riferimento a Giovanni Favia — e che ora ha ingrossato le sue fila con la “scomunicata ” Federica Salsi.
È la fazione “eretica”, di quelli entrati apertamente in rotta di collisione con Grillo, accusati di “smanie di potere” dai loro avversari e con solidi agganci in tutta l’Emilia Romagna (dalla Ferrara di Tavolazzi, a Ravenna e Rimini che cominciano a dare segni di nervosismo sempre maggiori).
Dall’altra parte ci sono gli ortodossi, con Marco Piazza ma soprattutto, con Massimo Bugani.
Difendono a spada tratta il comico, le regole del movimento, giustificano la mancanza di democrazia («serve a tenere alla larga gli opportunisti»), Gianroberto Casaleggio («Una persona dolcissima»), le accuse alla Salsi («Si muoveva in autonomia») e stanno facendo di tutto per annullare l’assemblea del 14.
Quella della resa dei conti, appunto.
Il movimento della democrazia diretta non ha regole precise per deliberare. Ognuno si auto-organizza. «Decidono i cittadini», è il mantra.
Finora, ognuno ha fatto un po’ come ha voluto. Ma Bugani adesso si è convinto che «non c’è il clima giusto» per chiedere, dopo sei mesi, conferma del mandato agli attivisti.
L’appuntamento era stato fissato oltre un mese fa, ancora prima del boom siciliano, quando niente lasciava presagire che si sarebbe arrivati da lì a breve alla lotta fratricida.
Chi voterà ? Chi potrà  dire la sua? Tutti.
Ovvero chiunque quel giorno si presenterà  dichiarandosi un militante grillino. Bugani teme l’agguato, “truppe cammellate ” guidate da Favia disposte a tutto pur di portare a casa il suo scalpo.
«Passerebbe così un’immagine terribile a livello nazionale: hanno vinto quelli che ritengono il Cinque Stelle come Scientology» il suo terrore.
Meglio non farla questa assemblea, l’hanno chiarito anche Grillo e Casaleggio dalle pagine del blog: «Non è obbligatorio che gli eletti rimettano il mandato ogni sei mesi nelle mani degli attivisti».
Una decisione “ad personam” hanno pensato molti (ma Bugani smentisce: «Ho sentito Casaleggio e mi ha assicurato che non aveva manco pensato al nostro caso scrivendo quella nota»).
Eppure queste giustificazioni a Federica Salsi non bastano. Lei, che in Comune non si fa più vedere — assediata dalle telecamere appostate davanti all’azienda del marito, persino sotto casa — non si tirerà  mai indietro.
E così Favia che già  sente l’odore del sangue e della vendetta.
Quindi, assemblea sia: urla, accuse, militanti sguinzagliati che filmano, parlano e denunciano. Forse fischi, forse minacce. Un incubo.
Sul quale anche Grillo potrebbe giocarsi la faccia.
«Se il movimento si salva, si salva grazie a Bugani e Piazza». È la democrazia, bellezza.
Sempre che non arrivi un comunicato via blog a dire il contrario.

Federico Mello

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