Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA FONDAZIONE DI MONTEZEMOLO SARA’ LO ZOCCOLO DURO DEL MOVIMENTO
Ci vorranno 10-15 milioni di euro per la campagna elettorale della lista Monti. 
Soldi che solo in parte arriveranno dal finanziamento pubblico ai partiti, quello al quale possono accedere l’Udc di Pier Ferdinando Casini e Fli di Gianfranco Fini, ma non ancora Italia Futura di Luca di Montezemolo con le altre associazioni della società civile di Verso la Terza Repubblica.
Una parte importante delle risorse, dunque, sarà raccolta tra i privati.
Tra chi, imprenditori in testa (ma con il limite di 10 mila euro come prescrive la nuova legge sul finanziamento ai partiti), deciderà di sostenere il nuovo movimento, che sorgerà dalle ceneri da Italia Futura, nata think tank tre anni fa e divenuta quasi movimento politico.
Dopo l’anomalia di Forza Italia nel 1994, quello Luca di Montezemolo, Andrea Riccardi, Andrea Olivero e Raffaele Bonanni è il nuovo tentativo (esclusi il Movimento, anch’esso anomalo, di Beppe Grillo e prima quello dell’Idv dell’ex pm Antonio Di Pietro) in circa un ventennio della seconda Repubblica, di presentare alle elezioni un nuovo partito, con ambizioni di governo, che non rappresenti un maquillage di uno già esistente.
E che quindi non erediti risorse, strutture organizzative, immobili, personale e vantaggi
competitivi come quello di non dover raccogliere le firme per la presentazione delle liste.
Servono soldi, quindi. «Ma non tantissimi. Non faremo una campagna elettorale miliardaria», dicono dalla sede di Italia Futura nel quartiere borghese romano di Prati. Senza aggiungere per ora nulla di più.
Perchè tutto dipenderà da come l’alleanza per Monti andrà alle elezioni: con una sola lista, che avrà il pregio pure di dimezzare i costi, dal momento che sarà più facile veicolare un unico messaggio; oppure con più liste, nel quale caso gli investimenti per i nuovi arrivati sono destinati ad aumentare.
A Italia Futura dicono di essere pronti, ma non danno alcun’altra informazione, nemmeno sulle attuali disponibilità finanziare della Fondazione movimento e sui suoi principali sostenitori.
Ma i conti sono stati fatti se uno dei promotori del nuovo partito stima, off the record, in «dieci, quindici milioni» le risorse necessarie.
Considerando che sarà una campagna elettorale piuttosto breve e soprattutto in un contesto recessivo.
Benzina e manifesti saranno le spese principali, tenendo conto pure che gli spazi con più appeal (quello delle grandi stazioni ferroviarie, per esempio) sono già stati prenotati dai vecchi partiti, Pd in particolare.
E non costerà usare i social network come dimostra la recente “salita” del senatore Monti su twitter.
Italia Futura sfiora i 70 mila iscritti. La quota minima di iscrizione è di 20 euro annuali, 100 per il cosiddetto aderente, 500 per il sostenitore.
Di certo in tanti, soprattutto imprenditori, hanno sborsato molto di più. In tutte le convention in giro per l’Italia, Montezemolo ha raccolto finanziamenti.
Italia Futura è il nocciolo duro del nuovo partito perchè nè Olivero, che si è dimesso da presidente in vista della sua prossima candidatura, nè Bonanni, che ha ormai fatto un passo indietro e non parteciperà personalmente alla campagna elettorale, possono schierare rispettivamente le Acli e la Cisl.
Singoli militanti e iscritti ci saranno, ma è evidentemente un’altra cosa.
Discorso identico per la Comunità di Sant’Egidio di Riccardi.
E le risorse per questo che appare un nuovo partito trasversale della borghesia, tanto più dopo l’abbraccio tra Sergio Marchionne (la Fiat è proprietaria della Ferrari di cui è presidente Montezemolo) e Monti davanti agli operai della fabbrica di Melfi, arriveranno soprattutto da imprenditori.
Ce ne sono alcuni già in prima fila, altri più defilati, tra questi in molti indicano il patron di Tod’s, Diego Della Valle, che però ha sempre smentito.
Certo c’è Gianni Punzo presidente dell’Interporto campano di Nola, e socio di Montezemolo, insieme, tra gli altri, allo stesso Della Valle, in Ntv, il treno ad alta velocità .
C’è poi Maria Paola Merloni, deputata Pd, ora presidente di If Marche e figlia di Vittorio Merloni, ex presidente di Confindustria, presidente onorario della Indesit.
C’è il proprietario e presidente della Ferrarelle, Carlo Pontecorvo che presiede If della Campania; Salvatore Matarrese, costruttore, presidente dell’Ance pugliese, che guida If Puglia; Cinzia Palazzetti, imprenditrice del settore edile, già presidente degli industriali di Pordenone; Federico Vecchioni, imprenditore agricolo, dimessosi recentemente da coordinatore di If dopo essere stato rinviato a giudizio con l’accusa di truffa dalla procura di Grosseto.
Insomma, «i soldi non sono proprio un problema», sintetizza uno degli esponenti della Fondazione che entro la fine di questa settimana si trasformerà formalmente in movimento politico, con i vincoli di legge in termini di democrazia interna e di trasparenza dei finanziamenti.
Roberto Mania
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
IN CORSA ANCHE GENTILONI, REALACCI E SCALFAROTTO…TRA I PAPABILI ANCHE IL RE DEL CACHEMIRE
«La corsa continua », ripetono i candidati renziani a caccia di voti per un posto in parlamento.
Le primarie si tengono domenica 30 in Toscana e non c’è tempo di celebrare Santo Stefano.
Si corre, si telefona, si organizzano aperitivi con gli elettori.
Matteo Renzi invece no, il suo Santo Stefano è con gli sci ai piedi sui pendii dell’Abetone: l’accordo con Bersani sulla ‘quota nazionale’, cioè sui posti in lista blindati, in fondo ce l’ha già .
Sono 17 in tutto, secondo l’ultima versione: 17 caselle ancora da attribuire nella geografia delle regioni, ma da riempire con nomi di suo gradimento.
Non c’è ancora stato un faccia a faccia Renzi-Bersani. E neppure una trattativa con il segretario del Pd, che si è riservato cento posti di ‘quota nazionale’ al di fuori delle primarie.
Si sono però sentiti, Bersani gli ha offerto 17 caselle in bianco e Renzi l’ha accettate. «Se davvero ci fosse stata una trattativa il segretario avrebbe dovuto partire dal 40 per cento, che è la quota raggiunta al ballottaggio», rivendicano i suoi.
E invece neppure il venti per cento, perchè un tira e molla sui posti sarebbe stato devastante anche per l’immagine del sindaco-rottamatore.
Chi saranno i 17 candidati in quota Renzi? Il sindaco aveva pensato allo scrittore Alessandro Baricco, che considera una delle sue muse ispiratrici e che sente spesso. Solo che, a quanto pare, lo scrittore non è convinto.
Frena davanti all’idea di sedersi a Montecitorio.
Pietro Ichino, a cui deve tanta parte del suo programma sul tema del lavoro, se n’è andato dal Pd.
Anche l’ex Mediaset Giorgio Gori sembra fuori gioco: ha scelto di correre presentandosi direttamente alle primarie. E nel suo entourage si dà per certa la presenza nelle quote garantite del suo capo staff Roberto Reggi, che quando c’è da alzare la voce «è sempre un asso».
Si fanno pure i nomi del costituzionalista Francesco Clementi, docente a Perugia, del vicepresidente del Pd Ivan Scalfarotto, dell’ex ministro Paolo Gentiloni, che si è schierato da tempo con il sindaco di Firenze, e di Ermete Realacci, l’ambientalista eletto l’altra volta in Toscana che non ha ancora ottenuto nessuna rassicurazione.
C’è chi giura che tra le 17 caselle potrebbe finire anche lo scrittore Giuliano Da Empoli che, dopo aver lasciato la carica di assessore alla cultura di Firenze, è rimasto a fianco di Renzi come l’uomo del programma.
Solo che anche Da Empoli non pare entusiasta all’idea di trovarsi «a schiacciare bottoni» in parlamento.
Mentre la ex responsabile del tour elettorale Simona Bonafè, assessore a Scandicci e stretta collaboratrice di Renzi, sembra ormai assodata.
Una candidatura, la sua, alla quale potrebbe affiancarsi anche quella del capogruppo Pd a Palazzo Vecchio Francesco Bonifazi.
Renzi in realtà non ha ancora deciso. In fondo, c’è ancora tempo dal momento che le ‘quote nazionali’ saranno decise ben dopo la conclusione delle primarie.
Perfino dopo la Befana. Il sindaco però ha già chiaro di voler puntare su almeno un paio di nomi ‘di peso’, un paio di esponenti della ‘società civile’ che incarnino credibilità e innovazione allo stesso tempo.
Tra questi, magari, un imprenditore come il ‘re del cachemire’ Brunello Cucinelli, che lo stesso Renzi ha voluto al suo fianco come testimonial durante la campagna delle primarie per la premiership.
Massimo Vanni
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
NEI VARI PARTITI AUMENTANO I RUMOR SU CHI STA VALUTANDO IL PASSAGGIO ALLA COALIZIONE DEL PREMIER USCENTE
Alfredo Mantovano, ex An ed ex sottosegretario del governo Berlusconi, ha deciso: «Passo
nella lista Monti. E spero che molti altri colleghi mi seguano».
Dall’altra parte, dopo il caso di Pietro Ichino, c’è un altro piccolo drappello che studia il da farsi, aspettando di capire se avrà una poltrona garantita o se dovrà giocarsi la partita pericolosa delle primarie.
Nell’attesa che Mario Monti e i suoi alleati sciolgano gli ultimi dubbi su come si presenteranno – se con una lista unica o più liste separate – gli ex parlamentari fanno i conti con la propria coscienza, con le proprie opinioni politiche (spesso mutevoli) e con la speranza di essere ricandidati (e il timore di non farcela).
Monti confida in una squadra che contenga anche un drappello di ministri: si parla tra gli altri di Renato Balduzzi e Mario Catania (forse in quota udc).
Nel Pdl, invece, il quadro sembra abbastanza chiaro.
Hanno deciso di abbandonare il partito riberlusconizzato Franco Frattini (che però si ricandiderebbe solo in una lista montiana separata, non con Casini e Fini), Giuliano Cazzola e Beppe Pisanu.
Insieme a loro, sono pronti a indossare la casacca montiana gli ex an Mantovano e Gennaro Malgieri. Ma anche l’eurodeputato Mario Mauro, uno degli uomini più potenti di Cl, che avrebbe già depositato due simboli: «Italia popolare» e «Costituente popolare».
Un modo per non dover raccogliere le firme ed essere pronti, nel caso (improbabile) che si optasse per una lista di ex pidiellini.
La pattuglia dei dirigenti pdl che sembrava irrequieta – Gaetano Quagliariello, Maurizio Lupi e Raffaele Fitto – si è invece ricompattata con il Cavaliere.
Gianni Alemanno non ha sciolto la riserva ma sembra intenzionato a restare.
Cazzola la vede così: «Ho l’impressione che Berlusconi abbia calamitato tutti. Io pensavo di non ricandidarmi, poi è arrivata questa novità di Monti che mi ha attizzato».
Curiosità che deve convivere con la perplessità : «Mi chiedo se Monti si renda conto di cosa voglia dire presentarsi in tutte le circoscrizioni. Ho l’impressione che ci sia scarsa organizzazione. Tra l’altro mi pare che non ci siano ancora referenti stabili, è tutto per aria».
Nel Pd, la fuoriuscita di D’Ubaldo (e di altri tre parlamentari) ha accresciuto i sospetti che non sia finita qui tra i popolari: «Ho sentito Enrico Letta usare la sgradevole espressione “campagna acquisti”: davvero volgare. Mi sembra del tutto legittimo per noi popolari scegliere. Nel Pd ci sentivamo quasi ospiti: ci stavamo come risposta emergenziale al berlusconismo. Ora si è sciolto il ghiaccio della cortina di ferro. Monti ha fatto una grande operazione: ha costruito un’alternativa democratica, tenendo ben fermo il confine a destra».
a non sfugge a nessuno che qualche tentazione riguardi una questione meno ideale: la poltrona sicura.
I garantiti, cioè i parlamentari nominati dalla segreteria del Pd, saranno solo un centinaio. Gli altri dovranno cavarsela con le primarie.
In molti casi – se non hanno appoggi sul territorio o non sono in sintonia con la maggioranza del partito – sono battaglie perse in partenza.
Perchè non provare con Monti? «So che alcuni ci stanno pensando – conferma D’Ubaldo – ma facciano attenzione a dare motivazioni serie».
Bosone ha deciso di non ricandidarsi: «Vedo che c’è il tana liberi tutti, ma io resto presidente di Provincia e non cerco poltrone. Anche perchè mi chiedo come si faccia a conciliare l’economicismo montiano con il solidarismo cattolico».
C’è un’altra pattuglia sotto osservazione: i renziani.
Stefano Ceccanti, uno dei deputati più attivi, confida nella segreteria: «Spero che il Pd voglia utilizzare ancora le mie competenze».
Se non fosse tra i garantiti, andrebbe con Monti? «Se non servissi al Pd, tornerei all’università . Credo che convenga anche a Bersani che nel partito ci sia una minoranza che faccia da trait d’union con Monti».
Quanto agli altri, Giorgio Tonini è quello che ha le maggiori chance di essere inserito nel «listino»: anche perchè, essendo uomo di Veltroni oltre che deputato molto attivo, dopo l’addio di Walter sarebbe uno sgarbo non ricandidarlo.
Enrico Morando resterà fuori un giro, mentre Salvatore Vassallo, deputato prezioso al Pd anche per le sue competenze tecniche, ha deciso di combattere la battaglia delle primarie: «Voglio essere legittimato dai cittadini».
Alessandro Troncino
(da “Il Corriere della Sera“)
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Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
“FARE IL TICKET SIGNIFICA SOLO PORTARE ACQUA AL SUO MULINO”
Sindaco Tosi, di lei si continua a parlare come possibile candidato premier del Carroccio in caso di rottura con il Pdl. Ma adesso che Berlusconi lancia il ticket (vicepresidente alla Lega) sarebbe disposto a correre?
«Sono due cose completamente diverse, e non vanno confuse. Un conto è andare da soli e presentare un nostro candidato alla presidenza del Consiglio, sapendo benissimo che non vinceremo noi. Un altro fare il ticket: significherebbe solo portare acqua al mulino di qualcun altro».
Potreste vincere, almeno così dice Berlusconi…
«Io faccio il sindaco e, sondaggi a parte, so benissimo quali sono gli umori della gente».
E cioè?
«L’alleanza tra Lega e Pdl non è vista affatto bene, e anche se fosse riproposta alle politiche sarebbe inutile, e forse anche dannosa: c’è qualcuno davanti, e questo qualcuno si chiama Bersani».
Insomma si può perdere: ma con Berlusconi in campo è meglio perdere da soli. Non fa una grinza, se non fosse per il fatto che di mezzo c’è la Lombardia…
«Già . Un fatto è certo: per noi la Lombardia è fondamentale, abbiamo provato in tutti i modi, stando al governo con Berlusconi, a cambiare le cose. Non ci siamo risusciti, ed è per questo che adesso concentriamo i nostri sforzi sul territorio«.
Dunque?
«La questione del ticket è irrilevante, sapendo di andare incontro alla sconfitta alle politiche, conta avere le migliori chance in Lombardia. La domanda da porsi è un’altra: insieme al Pdl in Regione si vince?».
La sua risposta?
«Davvero non so quanto valore aggiunto possa portare a Maroni questo tipo di alleanza. Oggi non si vince più con gli schemi del passato: c’è un 40 per cento che potrebbe non votare, e c’è Grillo, verso il quale convergerà un voto rispettabilissimo, ma solo “contro”, non di adesione convinta. Vince chi riesce a intercettare quei voti, che rappresentano la metà , o più, dell’elettorato».
Tornare con Berlusconi penalizzerà Maroni in Lombardia?
«Il rischio è quello. Una parte dei voti li perdiamo perchè in campo c’è anche Albertini. Forse insieme al Pdl perderemmo anche consensi che oggi sono liberi e che potrebbero arrivarci se Maroni corresse da solo. Comunque deciderà il segretario, al quale peraltro mi legano sentimenti di stima per avermi difeso dagli attacchi di una parte del movimento, quando il capo era Bossi».
Il suo collega di partito Calderoli lancia Tremonti candidato premier, con Berlusconi a capo della coalizione. Dice che l’ex ministro del Tesoro non è compromesso con Monti come il Cavaliere…
«Purtroppo ad essere compromesso con Monti è l’intero Pdl. Ci si allea con un partito, non con una persona: e quel partito Monti lo ha voluto e sostenuto»,
E se ci fosse Alfano al posto di Berlusconi fareste l’accordo?
«Difficile. Apri la matrioska con le sembianze di Silvio e dentro c’è lui, Angelino. Che cosa cambia?».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
I CAPI CORRENTE DEL’UDC IN SUBBUGLIO PER LA PAURA DI ESSERE TAGLIATI FUORI… OGGI MONTI A COLLOQUIO CON CASINI E FINI
Ufficializzata la «salita» in politica con un tweet mandato in rete quasi allo scoccare della
mezzanotte, la sera di Natale, dopo una cena milanese con figli e nipoti, Mario Monti entra nel vivo dell’organizzazione.
Il premier è meticoloso, sta pianificando la campagna elettorale, le sue uscite in tv, e sa bene che il primo compito, urgentissimo, è dare forma compiuta al suo movimento. Anche perchè entro metà gennaio qualcuno si dovrà presentare al Viminale con le liste complete di firme.
La linea la detta al telefono in attesa del rientro questo pomeriggio nella capitale: «Servono serietà e coerenza».
L’appuntamento decisivo è invece per domani, quando Monti incontrerà a palazzo Chigi i ministri più direttamente coinvolti nell’operazione elettorale — da Riccardi a Passera — e, successivamente, chiamerà a raccolta anche Casini e i rappresentanti di Italia Futura.
Di fatto il primo vero summit del «Movimento per l’Agenda Monti». Montezemolo, in partenza per l’estero, non potrà essere presente ma ha in programma per oggi un colloquio con il leader dell’Udc e con Fini.
Tutti si sentono, in una girandola di incontri e telefonate che dovrebbe portare domani a una decisione definitiva sull’assetto di battaglia: una lista unica? Più liste federate tra loro? La questione resta aperta.
Si sa che Monti sta spingendo perchè ci sia un’unica lista sia alla Camera che al Senato. «Solo così — ha spiegato — daremmo un vero segnale di rinnovamento e di forza».
Ma è chiaro che l’Udc e, in misura minore, anche Italia Futura, non vedono di buon occhio questa soluzione.
Non c’è soltanto il vantaggio elettorale di presentare più simboli. Il problema principale è anche stabilire in base a quali quote dividersi i posti in lista, quali ruoli distribuire nel neonato movimento.
Inoltre, visto che le Politiche saranno abbinate alle Regionali, l’Udc e Fli non intendono rinunciare ai loro simboli nelle regioni.
Anche tra i “terzorepubblicani” di Montezemolo e Riccardi l’idea di mescolarsi con i “politici” non suscita grandi entusiasmi. Tanto più che la previsione unanime è che, in caso di lista unica, «scorrerà molto sangue» e le liti interne non sarebbero un buon viatico per tenere a battesimo la nuova creatura.
Insomma, più si avvicina l’ora delle decisioni e più la situazione si fa pesante.
Tanto più che nell’Udc, il partito più grande e che avrebbe più da perdere da una fusione indistinta, in molti stanno facendo pressione su Casini per evitare lo scioglimento.
E, tra questi, alcuni capi locali con consistenti doti elettorali: da Pasquale Sommese in Campania a Luciano Ciocchetti nel Lazio, da Angelo Cera in Puglia a Mario Tassone in Calabria.
Tutte teste che potrebbero rotolare se si andasse a un filtro stretto affidato a Monti. Così proprio nell’Udc sta maturando una proposta da sottoporre al premier.
Una formula che faccia salve le diverse liste, con la sottoscrizione di un patto per formare un gruppo parlamentare unico e l’impegno a dar vita a un unico soggetto politico. Insomma un fidanzamento in vista di un futuro matrimonio.
Ma è difficile, fa notare chi parla spesso con il premier, che Monti possa accettare una soluzione al ribasso.
Piero Ichino, il senatore (ex) Pd che è diventato l’ideologo del movimento, ieri ha messo in guardia chi volesse tentare l’assalto alla diligenza: «Sarà una forza nuova con alcune figure che vengono dalla scorsa legislatura, ma saranno poche e attentamente filtrate dal presidente Monti».
Il premier, ha detto Ichino al Tg4, avrà un ruolo attivo «per il solo fatto che sarà lui a controllare la composizione di queste liste e a dare il suo consenso solo alla lista che risponda ai criteri che ha enunciato in modo netto in conferenza stampa».
Ormai Monti, scegliendo di impegnarsi e rischiare in prima persona, ha il coltello dalla parte del manico.
Tanto più che un sondaggio riservato, commissionato da Montezemolo e arrivato caldo caldo il 24 sera (quindi successivo alla conferenza stampa di Monti), assegna al neonato movimento una forza notevole, con una forchetta dal 19 al 21 per cento. Insomma, la lista del premier sarebbe già oggi il secondo partito, prima del Pdl e di Grillo.
La lista unica avrebbe il 20 per cento, la formula con liste multiple appena l’un per cento di più.
Ma c’è un altro dato che ha fatto sorridere i seguaci del Professore.
Di questo 20 per cento di elettori disposti a votare Monti, la quota in arrivo dal Pdl è pari al 9-12 per cento.
La metà insomma dei futuri elettori montiani è composta da cittadini delusi dal Cavaliere. «Deve essere per questo — ironizzano nel quartier generale del premier — che Berlusconi ha dato ordine di attaccare a testa bassa usando il ciclostile».
Nei piani alti del movimento circolano anche i bozzetti del simbolo, che saranno esaminati domani nel vertice a palazzo Chigi.
Molti contengono la parola «centro», altri la dicitura «per l’agenda Monti».
Ieri Ichino l’ha chiamato «movimento per l’agenda Monti».
E chissà che non stesse dando una notizia.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX CONSIGLIERA REGIONALE ATTESTA: “E’ VERAMENTE LA PERSONA ADATTA PER STARE A FIANCO DI SILVIO”
«Francesca è veramente la persona adatta per stare al fianco di Silvio Berlusconi. Sarebbe anche un’ottima first lady».
Lo ha affermato Nicole Minetti, consigliera regionale dimissionaria della Lombardia, a proposito dell’attuale fidanzata del Cavaliere, in un’intervista a Fama, nuovo settimanale femminile (in edicola da giovedì prossimo) che propone aggiornamenti sui personaggi dello spettacolo, della cronaca rosa e del costume.
Francesca Pascale, 27 anni, fondatrice del comitato «Silvio ci manchi», da alcune settimane è dichiaratamente la fidanzata di Silvio Berlusconi, 76 anni. La Minetti, con questa intervista, smentisce chi aveva supposto una sua rivalità con la Pascale.
Quanto alla propria condizione sentimentale, «attualmente – ha raccontato la Minetti – sono single. Solo mio padre sa tutti i miei segreti, ma a Fama ammetto che sono single», ha detto, volendo smentire seccamente le voci di un suo presunto flirt con il calciatore Cristiano Ronaldo, con il quale, secondo la rivista spagnola Cuore, avrebbe trascorso una notte in albergo a Madrid. «Quando sono innamorata, sono geisha. Io mi annullo per amore. Spero che il mio prossimo uomo sarà un bel napoletano. Magari lo incontrerò proprio durante questa vacanza», ha aggiunto la Minetti.
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
INSULTI A UN GIORNALISTA CHE HA RIVELATO LA MANCATA PROMESSA DI RESTITUIRE LA QUOTA ECCEDENTE..I PRESUNTI PROBLEMI BUROCRATICI REALTA’ O ALIBI?
Le buste paga sono arrivate venerdì: a ognuno dei 15 consiglieri grillini all’Ars
ecco indennità da quasi 12 mila euro.
I rappresentanti di “5 stelle” all’interno del parlamento siciliano non sono ancora riusciti a mantenere l’impegno – preso in campagna elettorale – di “lasciare alla Regione” le quote eccedenti i 2.500 euro netti, oltre ovviamente alle spese per vitto, alloggio e trasporti quantificate in circa mille euro.
Il portavoce nell’Isola di M5S, Giancarlo Cancelleri, fa sapere che si sarebbero problemi “burocratici e fiscali” che rendono al momento impossibile la rinuncia a tre quarti dei loro compensi.
Eppure la pubblicazione della notizia, da parte di “Repubblica”, fa andare in fibrillazione i grillini siciliani.
Il vicepresidente dell’Ars Antonio Venturino, di mestiere attore e mimo, dopo aver precisato di aver rinunciato a una piccola parte della sua indennità , quella di funzione (2.300 euro su 14 mila euro), si scaglia contro il giornalista che ha scritto l’articolo, Emanuele Lauria, con un video pubblicato anche sul blog di Beppe Grillo: “Povero Lauria… spero che tu possa riprenderti dalla sbornia di questo Natale e da quelle che verranno per Capodanno… e diventare un giornalista degno di questo nome”.
Resta il fatto che i grillini, per ora, incassano indennità piena malgrado i proclami.
E al cronista di Repubblica è arrivata la solidarietà dell’Ordine dei giornalisti. L’Unione cronisti parla di “un video volgare e oggettivamente intimidatorio, diffuso da chi è evidentemente insofferente alle considerazioni espresse da Lauria e fondate su inoppugnabili dati di fatto”.
Anche il sindacato Stampa Parlamentare siciliano “ritiene doveroso esprimerle rammarico, disappunto e preoccupazione per il modo e i toni usati dal vice presidente vicario dell’Ars, Antonio Venturino, nei confronti del collega di Repubblica Emanuele Lauria” e chiede al presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone di intervenire.
Ardizzone replica a stretto giro: “Interverrò, nel rispetto dei ruoli di ciascuno, per garantire rapporti civili che salvaguardino l’autorevolezza delle Istituzioni”. E esprime solidarietà a Lauria, “cronista noto per la sua onestà intellettuale”.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA DI SILVIO SEMPRE ALLEATO DELLA FECCIA RAZZISTA… POI TELEFONA A DON GELMINI, SOTTO PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE, E SI PREOCCUPA NON DEL SUO INTERLOCUTORE MA CHE “SE VINCE LA SINISTRA VI SARANNO I MATRIMONI GAY”
Il giorno di festa non ferma il doping televisivo di Silvio Berlusconi.
Che sceglie il caro vecchio Tg4 per dire, tra l’altro, che in Europa era “temuto” e non “irriso”.
E per tornare alla carica con la Lega nord, di cui vorrebbe i voti in cambio di un “ticket” con un vicepremier del Carroccio.
Ma la strategia dichiarata di imperversare nel piccolo schermo per rimontare il tracollo di consensi seguito alla sua esperienza di governo e agli scandali che lo hanno coinvolto comincia a risultare indigesta agli altri concorrenti.
Un gruppo di parlamentari del Pd, fra i quali Roberto Zaccaria e Beppe Giulietti, chiede infatti all’Agcom di “fornire per gli ultimi dieci giorni una fotografia dettagliata e comparativa della presenza Tv dei principali leader politici, che saranno impegnati nelle prossime elezioni”.
I parlamentari denunciano all’Autorità per le telecomunicazioni “la straripante presenza televisiva e radiofonica di Silvio Berlusconi in quest’ ultimo periodo”, che “è stata sottolineata da tutta la stampa”.
Una ”presenza abnorme ha un’influenza diretta sulla campagna elettorale: secondo alcuni analisti si ricollega infatti a essa il guadagno di circa 5 punti nei sondaggi elettorali più recenti relativi al Pdl”.
Tornando all’ospitata telefonica di Berlusconi al Tg4, secondo l’anticipazione dell’intervista che sarà trasmessa questa sera, il Cavaliere è partito dall’Europa: ”Ho letto i giornali stranieri e titolavano: torna Berlusconi e trema l’Europa. Non sapevo di essere così forte. Berlusconi non era irriso in Europa, ma temuto”.
E questo perchè, afferma, “ho utilizzato il veto per i provvedimenti che ritenevo contrari all’interesse del mio Paese”.
Sul fronte interno, il leader del Pdl spiega di ”non avere obiezioni a un vicepresidente leghista se il Carroccio ci darà un contributo elettorale…”. Anche se, dice ai microfoni del Tg4 diretto da Giovanni Toti, erede di Emilio Fede, Berlusconi si dice “convinto che la soluzione migliore sia la maggioranza assoluta del Pdl, ma se la maggioranza si raggiungesse con un solo alleato, che è la Lega, con cui abbiamo lavorato bene, questa potrebbe essere una soluzione”.
Non manca l’attacco a Monti, sul quale si sono esercitati oggi tutti i principali esponenti del Pdl fedeli a Berlusconi, da Cicchitto a Gasparri.
A proposito delle liste da presentare alle elezioni, ha continuato Berlusconi, ”sarò circondato da una squadra di protagonisti del mondo del lavoro. Il 50% dei candidati arriverà proprio dall’imprenditoria, tutti con una propria rendita, così da non doversi preoccupare di fare i soldi con la politica. Il 10% dei candidati, infine, saranno i nostri giovani parlamentari che hanno lavorato bene e che si sono dimostrati capaci e appassionati”.
Infine, il solito appello a non votare i “partitini”.
Nel pomeriggio, un altro evergreen della propaganda berlusconiana: la telefonata alla festa della Comunità Incontro di Amelia (Terni) per omaggiare Pierino Gelmini, ex sacerdote attualmente sotto processo con l’accusa di violenza sessuale su 12 ex ospiti della comunità (il processo è stato sospeso a maggio per le condizioni di salute del religioso 87enne).
Guarda caso, dagli auguri a don Gelmini il discorso è lestamente scivolato sull’attualità politica: “Un anno fa quando c’era il mio governo, l’Italia stava bene, eravamo la seconda economia d’Europa, mentre con la cura del governo tecnico tutto è andato peggio”, ha affermato Berlusconi, scagliandosi contro la “retorica” che dipingeva l’Italia del suo governo “sull’orlo del baratro”. “Fummo costretti a lasciare il governo con una congiura che la storia metterà in luce, una congiura politica e mediatica“, che agitò “il fantasma dello spread“. Quanto a un’eventuale vittoria della sinistra, l’ex presidente del consiglio ha avvertito: “Non vorremmo assistere, con l’avvento della sinistra al potere, al proliferare di matrimoni gay e all’apertura delle nostre frontiere agli emigranti irregolari, i quali poi otterrebbero il diritto di voto per votare prevalentemente per la sinistra stessa”.
Siamo a Santo Stefano, ma per Silvio le palle di Natale sono sempre attuali.
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Dicembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
SONO SETTE GLI EX AN CHE, SE TROMBATI, TORNERANNO AL GIORNALE, FACENDO MATURARE LA PENSIONE DA GIORNALISTA OLTRE AL VITALIZIO PARLAMENTARE
Mario Landolfi, Francesco Storace, Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri, Silvano Moffa, Italo Bocchino,
Gennaro Malgieri. Cosa hanno in comune questi sette politici oltre alle radici in Alleanza Nazionale?
Oggi sono divisi: Giorgia Meloni ha fondato “Fratelli d’Italia” con Guido Crosetto, remake dell’omonimo cinepanettone del duo Boldi-De Sica. Francesco Storace resta fedele alla sua “Destra”, Maurizio Gasparri sta con Berlusconi.
Il mite Silvano Moffa guida un manipolo semisconosciuto denominato “Popolo e Territorio”.
Mario Landolfi e Gennaro Malgieri sono montiani e Italo Bocchino per ora rimane accanto a Fini.
I magnifici sette corrono sotto insegne diverse ma li accomuna l’uscita di sicurezza in caso di disastro elettorale: il 26 febbraio potrebbero mettersi in fila davanti al portone di via della Scrofa 43 per riprendere il loro posto nella redazione del Secolo d’Italia.
Mario Landolfi, assunto nel 1991 è in aspettativa parlamentare dal 1994, come Francesco Storace assunto nel 1986 e in aspettativa con la qualifica di caposervizio; Giorgia Meloni, consigliere provinciale a 21 anni nel 1998, è entrata nel 2004 ed è in aspettativa parlamentare dal 2006.
Maurizio Gasparri assunto nel 1983 come Moffa è in aspettativa dal 1992, mentre Moffa è in aspettativa dal 1998.
Italo Bocchino, assunto nel 1991 è in aspettativa dal 1996 mentre il più anziano e alto in grado è Gennaro Malgieri, assunto nel 1979 e in aspettativa dal 1996, con la qualifica di direttore, incarico ricoperto dal 1994, dopo Gasparri.
Il giornale che hanno lasciato in edicola non c’è più.
Da ieri per la prima volta l’organo di An non è in edicola.
L’editoriale di commiato del direttore-deputato (non retribuito), Marcello De Angelis, si chiude così: “da gennaio, sarà on line. La battaglia continua, con altri mezzi”.
Il giornale vendeva a malapena 700 copie reali al giorno e la nuova legge sui contributi ai giornali di partito ha favorito il passaggio sul web permettendo il rimborso del 70 per cento delle spese invece del 50 per cento riservato ai giornali di carta.
L’organico comunque dovrà essere ridotto.
Oggi ci sono 14 giornalisti più i sette in aspettativa più l’ex direttore finiano Flavia Perina, in causa da quando è stata licenziata in tronco senza nemmeno il riconoscimento del Tfr.
E c’è pure il caso anomalo dell’ex portavoce di Fini, Salvo Sottile assunto dal Secolo nel 2006 (anno dello scandalo Vallettopoli-Gregoraci) ma che figura “in distacco”.
Il suo stipendio oggi non è a carico del Secolo ma è più alto di tutti i colleghi e preoccupa per il futuro i contribuenti.
Il Secolo, oltre alle iniezioni di liquidità permesse dai rimborsi elettorali ad An, è costato ai contribuenti più di 20 milioni solo negli ultimi sette anni.
Il Dipartimento editoria della Presidenza del consiglio ha versato 2 milioni e 433 mila euro per il 2010, 2 milioni e 952 mila euro per il 2009, 2 milioni e 950 mila nel 2008, 2 milioni e 959 mila euro nel 2007, 3 milioni e 98 mila euro nel 2006, 3 milioni e 98 mila euro nel 2005, 3 milioni e 98 mila euro nel 2004, per un totale di 20 milioni e 588 mila euro che non sono bastati a sostenere un organico di 40 persone.
Per rimettere in equilibrio i conti nell’ottobre scorso, l’amministratore nominato dalla liquidazione del Tribunale, Alberto Dello Strologo, aveva preparato un piano — approvato dai liquidatori Marco Lacchini e Giuseppe Tepedino — che riduceva l’organico a sette giornalisti decretando di fatto la fuoriuscita dei parlamentari in aspettativa.
Il Presidente del Tribunale di Roma, Mario Bresciano, però ha fermato tutto nominando due nuovi liquidatori, Davide Franco e Andrea D’Ovidio, ai quali ha chiesto di trasferire subito la proprietà del Secolo d’Italia dalla liquidazione (diretta dal Tribunale) alla Fondazione (di Alleanza Nazionale) dove comandano i politici che, alla fine, hanno deciso di salvare il posto ai giornalisti, compresi quelli in aspettativa.
La riduzione dell’organico alla fine riguarderà solo gli impiegati comuni. Gasparri e compagni possono restare in aspettativa.
La Fondazione (presieduta dal senatore Francesco Mugnai, e diretta da un comitato di cui fanno parte anche il finiano Lamorte, La Russa, Alemanno, Matteoli e Gasparri) per permettere la sopravvivenza del Secolo ha comprato le quote e ha immesso nella società 700mila euro cash rinunciando anche ai suoi crediti per circa mezzo milione.
I soldi non mancano: sui conti correnti della Fondazione ci sono 65 milioni di euro cash provenienti dai rimborsi elettorali più altri 35 milioni di euro in immobili.
Grazie al liquido della Fondazione An, la scialuppa dei sette parlamentari resta a galla, pronta ad accoglierli in caso di naufragio elettorale.
Silvano Moffa nel 2003, dopo aver perso la provincia di Roma, è tornato al Secolo per nove mesi fino a quando è stato eletto sindaco di Colleferro nel 2004.
Senza contare il vero vantaggio: la doppia pensione da giornalista che si unisce al vitalizio parlamentare.
Fino al 1999, tutti i giornalisti in aspettativa parlamentare maturavano i contributi figurativi senza versare un euro.
Dal 1999 i parlamentari pagano almeno la loro quota di contributi fissata all’8,69 per cento.
Mentre la parte a carico dell’editore la paga l’Istituto previdenziale, cioè i giornalisti tutti.
Al Fatto che gli chiede se, in un momento di sacrifici, non sarebbe il caso di rinunciare alla pensione da giornalista, avendo già diritto al vitalizio parlamentare, Gasparri replica: “Se qualcuno davvero volesse togliermi questo diritto mi dovrebbe prima restituire i contributi già pagati. E’ un diritto riconosciuto a chiunque vada in aspettativa e non è un privilegio. Se la vogliamo dire tutta io al Secolo ho fatto il direttore pagato solo come un caposervizio e, dopo l’elezione del 1992, l’ho fatto anche gratis fino al 1994, quando sono stato nominato sottosegretario e ho lasciato. Altro che privilegio”.
Al Secolo sono avvertiti: poche storie o l’ex direttore Gasparri chiede pure gli arretrati.
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