Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
IN SETTIMANA LA PATACCA DEL RESTITUTION DAY, MA E’ COME ABBIAMO SEMPRE SOSTENUTO: I GRILLINI INCASSANO 11.200 EURO AL MESE CONTRO I 13.700 DEGLI ALTRI…. CECCONI: “C’E’ CHI HA PRESO IL MUTUO, CHI HA CONTRATTO DEBITI”… I VERTICI SPULCERANNO I CONTI IN DETTAGLIO DEI PRESUNTI DISSIDENTI, IN MODO DA AVERE UNA SCUSA PER ATTACCARLI
Sarà una selezione naturale. Perchè la prova dei soldi è come la prova del fuoco, o quella dei chiodi, la prova di sopravvivenza.
Superata quella si può dire che il più è fatto. Ma è necessario superarla.
Sarà in questa settimana, tatticamente dopo il ballottaggio finale in Sicilia, ultime urne aperte di un ciclo iniziato a ottobre scorso (in Sicilia, appunto) e che ha cambiato quasi tutto. O forse nulla.
E saranno dolori.
«Le previsioni dicono che ne perderemo una ventina, tra Camera e Senato» ammette Andrea Cecconi, deputato Cinque stelle di Pesaro, consapevole e critico quanto serve ma fedelissimo ai principi.
Soprattutto uno di quelli per cui in politica ci sono avversari ma mai nemici.
Un esodo «fisiologico» aggiunge, «previsto e già messo nel conto».
E provocato dai motivi più banali, e umani.
«Alcuni di noi hanno già agganciato le indennità all’accensione e al pagamento del mutuo, altri hanno fatto debiti durante la campagna elettorale e devono rientrare, altri ancora hanno un sogno, legittimo, nel cassetto e non vogliono perdere questa occasione per provarci».
Snocciola nomi di colleghi che per rispetto della privacy è giusto non riportare: c’è chi ha finalmente ristrutturato casa e si è indebitato fino al collo; chi ha speso «fino a ventimila euro in campagna elettorale e deve ancora saldare il debito», chi sogna di «lanciare una fattoria modello con produzione a km zero», chi sognava di comprarsi casa per sposarsi «e finalmente lo può fare».
Tutto legittimo, appunto. Ma fuori dai patti.
«Li capisco, anche – aggiunge Cecconi – ma noi sulla restituzione dei soldi ci abbiamo fatto la campagna elettorale e non possiamo transigere».
Chi non rispetta i patti è fuori. O esce da solo. O sarà espulso.
Finora si sono dimessi in tre (Furnari e Labriola dalla Camera, De Pin al Senato) e ne sono stati espulsi due, i senatori Mastrangeli e Gambaro.
I team comunicazione l’hanno ribattezzato «Restitution day», il giorno della restituzione.
«Ci è stato dato un Iban della banca d’Italia aggiunge Cecconi dove dovremo versare i danari in più, sia dell’indennità che della diaria. Il giorno indicato entro cui fare il bonifico è il 25, ma sarà dato tempo fino alla fine della settimana, per l’accredito de gli stipendi di giugno».
Poi nulla sarà più come prima.
Altri conteggi, più pessimisti, dicono che se ne andranno fino a 40-50 parlamentari tra Camera e Senato. Magari non tutti insieme. Sarà questione di settimane.
Perchè l’altra prova del fuoco saranno i resoconti di spese della diaria.
Pare che il capogruppo alla Camera Francesco Nuti, che ha l’incarico della verifica, ne abbia trovati di «parecchio fantasiosi», con voci «non previste».
O altre troppo «generaliste». I diretti interessati saranno chiamati uno ad uno a spiegare e giustificare.
Un altro momento della verità . Al cospetto, tra l’altro, di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio che dovrebbero incontrare i parlamentari questa settimana o la prossima.
Anche i cittadini eletti avranno qualche domanda da fare al guru mediatico e al megafono.
Rassicurazioni, ad esempio, sul destino dei milioni destinati al gruppo Camera e Senato.
Si tratta di 7-8 milioni di euro hanno fatto i conti i parlamentari Al netto del pagamento degli assistenti parlamentari, legislativo e segreterie, in tutto 70-80 stipendi, dove vanno gli altri soldi?
«Cioè si chiedono se io devo fermarmi a 2.500 euro, tutti quei soldi a chi vanno?».
Ridurre la diaspora grillina ai quattrini è però riduttivo ( non a caso è quello che vogliono i duri e puri) e offensivo verso chi e sono parecchi è rimasto invece deluso dalla linea politica del gruppo.
Dalle gogne mediatiche, dall’assenza di trasparenza e democrazia, dall’impossibilità di avere opinioni diverse, dai toni ultimativi e violenti.
Dal non essere riusciti ancora a fare nulla. A non lasciare il segno.
Grillo e molti altri più realisti del re continuano a dare la colpa a giornali e tv di cui si augura la chiusura. E che continua ad insultare. «Pentitevi e vi daremo una nuova identità » è stato il ritornello di ieri diretti ai giornalisti.
Non gli sfiora mai il cervello che qualcuno, non pochi, possano non condividere il suo messaggio e il suo stile.
Che è con me o contro di me.
Ma non è democrazia.
E neppure «uno vale uno»
Claudia Fusani
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Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
UN’ASSOCIAZIONE PAGA 600 EURO DI AFFITTO PER L’EDIFICIO ACCATASTATO COME ABITAZIONE…UN PROTOCOLLO D’INTESA STIPULATO NEL 2008 CON UNA SOCIETA’ REGISTRATA AL CONI NEL 2009
Brillante, sanguigno, lavoratore: Guglielmo Guerrini, che qui tutti chiamano Cicci, è un
romagnolo doc.
Se potesse, in questi giorni, esploderebbe. Ma gli hanno messo la mordacchia.
E lui è costretto a restare chiuso in casa, senza parlare. “Brota zàªnta…”, brutta gente, è l’unico commento che gli resta.
Lui, Cicci, rischia di passare un po’ per quello che ha fatto il pastrocchio, se si vuole difendere il candore della moglie Josefa, ministro un po’ in affanno nelle ultime vicende.
Ma Cicci Guerrini non è l’ultimo arrivato. Era già conosciuto prima che incontrasse Josefa. Nato a Bagnacavallo, centro alle porte di Ravenna, è il classico romagnolo che si è fatto da sè.
Ex canoista, insegnante di educazione fisica nelle scuole, scriveva saggi sulla forza e allenava squadre di pallavolo quando, nel 1989, incontrò Josefa a Praga, durante un raduno sportivo.
Un amore a prima vista.
Un anno dopo erano già sposati e inseparabili: lei, l’atleta d’acciaio, lui il marito, padre dei suoi figli (Janek e Jonas) e preparatore atletico.
Un brillante preparatore atletico, visti gli eccezionali risultati agonistici di Josefa.
E così sono arrivati anche i lavori dal Coni, la nomina ad allenatore della nazionale femminile di canoa, l’incarico come responsabile del progetto di preparazione per la disciplina per le Olimpiadi di Londra.
Ma per tutti, qui a Ravenna, è rimasto Cicci Guerrini.
Ora che la moglie è in difficoltà , per la questione della casa palestra di carraia Bezzi 104, è anche a lui che guardano.
Perchè quando intrecci in modo così indissolubile famiglia e professione, è facile che qualcosa vada storto. Che un’abitazione possa diventare palestra, che un’associazione di volontariato sportivo abbia sede nel tuo soggiorno.
Ha un bel ricostruire, l’avvocato Luca Di Raimondo, la storia della palestra JaJo in carraia Bezzi a Santerno.
Proprietaria dei muri è Josefa Idem che nel 2004 ha stipulato un contratto di comodato d’uso con un’associazione dilettantistica, l’associazione Canoa Kayak Standiana (presieduta dal marito e fino al 2003 con sede nella loro casa in carraia Bezzi 102 dove ora abita Gianni, fratello del marito), la quale associazione ha poi siglato nell’ottobre 2008 un “protocollo d’intesa” con un’altra associazione dilettantistica (l’Asdilettantistica Sicul Motori e Sports) per la gestione della palestra.
La quale paga un affitto di 600 euro per l’uso della palestra “personale” di Josefa in un edificio accatastato come abitazione.
Chiaro.
Poi uno comincia a smontare i pezzi.
Il protocollo d’intesa non è un contratto d’affitto. E quindi ci si domanda a che titolo il marito percepisca dei soldi per un bene che gli è stato dato in comodato gratuito. L’accordo, si dice, è stato raggiunto nell’ottobre 2008 (giusto un mese prima delle foto di Google Streetview che certificano l’esistenza della palestra almeno dal novembre 2008), peccato che la Sicul Motori e Sports risulti registrata al Coni solo dal 27 gennaio 2009, quindi successivamente.
E con semplice codice fiscale, non con partita Iva.
Quindi, teoricamente, senza poter svolgere attività commerciale.
Tutto un po’ in famiglia, com’è sempre stato. Alla buona, un po’ alla romagnola. Come quell’altra storia dell’assunzione, nella quale Cicci Guerrini il marito-allenatore-padre è diventato per un certo periodo anche datore di lavoro di Josefa. Giusto il periodo del suo incarico da assessore, con pagamento degli oneri da parte del Comune.
L’avvocato spiega: rapporto di lavoro interrotto per le stesse ragioni per cui il ministro Idem lasciò l’incarico di assessore: famiglia e preparazione atletica.
Ma qualcuno potrebbe chiedersi: e l’associazione?
Sostituì la sua unica dipendente visto che ne aveva così bisogno? E con chi?
Certo, non stiamo parlando di tangenti, case a propria insaputa o festini.
Stiamo parlando di una palestra di 100 metri quadri tra le quattro case di Santerno.
Ma si sa, se uno diventa ministro, è facile si scontri con quella “zàªnta brota”.
Raphael Zanotti
(da “la Stampa“)
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Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
E’ PROPRIO DA DONNE DI TALENTO E DI SUCCESSO COME LEI CHE VIENE NATURALE PRETENDERE COMPORTAMENTI ADAMANTINI
Per quanto amaro possa risultarle, quando si rivolge all’opinione pubblica dalla tribuna di Palazzo Chigi la ministra Josefa Idem non ha il diritto di trincerarsi dietro alla sua pur grande, meritata popolarità sportiva.
Nel momento stesso in cui è entrata a far parte del governo della Repubblica, la cittadina Idem ha assunto una responsabilità speciale, esercitando la quale risulta capzioso dichiarare: «Io sono un’atleta, non una commercialista».
È lei che ha sottoscritto di fronte allo Stato le attestazioni risultate false o irregolari in materia fiscale e edilizia, compilate da esperti di sua fiducia.
Nessun contribuente può scaricare le proprie responsabilità sui professionisti cui ha fatto ricorso.
Per questo appare del tutto fuori luogo che la ministra abbia voluto richiamare ieri, nella sua autodifesa pronunciata in una sede istituzionale, il carnet di una carriera pur ammirevole: «Ho vinto più di 30 medaglie per l’Italia, ho partecipato a 8 Olimpiadi».
Quasi che ciò dovesse garantirle, chissà perchè, una speciale indulgenza muscolare ora che i suoi comportamenti di privata cittadina vengono messi in relazione all’incarico pubblico da lei assunto come responsabile delle Pari Opportunità .
Spiace rilevare che Josefa Idem, forse inconsapevolmente, si sia adeguata a un vezzo già fin troppo diffuso nella classe dirigente italiana: distorcere per convenienza il concetto di reputazione.
Fra i protagonisti della nostra politica c’è chi rivendica il diritto di venire assolto dalle proprie colpe in quanto detentore di un forte consenso elettorale, lo sappiamo bene.
Ci manca solo che adesso un membro del governo strumentalizzi a fini attenuantile sue performance agonistiche.
Non la canoista è sottoposta a giudizio pubblico, bensì la ministra di un governo che rivendica fra le sue priorità la lotta contro la piaga dell’evasione edell’elusione fiscale.
È dunque apprezzabile che la Idem si sia scusata pubblicamente per le irregolarità compiute, così come essa merita la nostra solidarietà per gli insulti misogini a lei rivolti da personaggi screditati come Mario Borghezio.
Ma aggrapparsi alla propria popolarità per definirsi come oggetto di una campagna denigratoria, rappresenta un doppio errore politico: sbaglia una prima volta perchè il vittimismo dei governanti è un vizio che ha già fin troppo deteriorato il loro rapporto con una cittadinanza esasperata; e sbaglia una seconda volta perchè ignora le speciali aspettative che l’opinione pubblica riversa su personalità esemplari della società civile, chiamate a testimoniare con il loro comportamento la possibilità di superare il vecchio andazzo.
È proprio da donne di talento e di successo come lei che viene naturale pretendere comportamenti adamantini.
E dunque il curriculum con cui ha pensato di proteggersi le si ritorce contro: perchè mai una campionessa che ha vinto tutto dovrebbe ricorrere a trucchi per pagare meno tasse sulla sua casa-palestra?
Perchè mai dovrebbero bastarle dieci giorni lavorativi come dipendente unica di una società del marito per ottenere in seguito 8642 euro di contributi pensionistici a carico del Comune di Ravenna, quando ne divenne assessore?
Reagire indispettita alle legittime domande dei giornalisti, fino ad abbandonare la tribuna di Palazzo Chigi quando le è stato chiesto se si dimetterebbe qualora fosse indagata, è molto peggio che un’ingenuità .
Otto medaglie non si trasformeranno mai in uno scudo fiscale; nè gli applausi dei tifosi basteranno mai a coprire lo stridore di escamotage compiuti “a sua insaputa”.
Gad Lerner
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Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
ALUA DE MOURA: “LE VIOLENZE SONO PROVOCATE DA INFILTRATI”…”PER GLI STUDENTI E I POVERI I BUS COSTANO TROPPO”
Il percorso dei ventimila attivisti si snodava tra l’albergo che ospita i dirigenti della Fifa e il
quartiere commerciale di Iguatemi, lontano dall’Arena Fonte Nova, dove l’Italia stava affrontando la Seleà§ao in uno stadio simbolo dello sperpero di denaro pubblico per il Mondiale 2014: spese moltiplicate fino a 225 milioni di euro, parte della copertura danneggiata un mese fa dalla pioggia, alcuni posti dai quali non si vede il campo.
Alu࣠de Moura, leader del movimento “Passe livre” (biglietto gratuito) che ha acceso la protesta, la situazione vi è sfuggita di mano?
«Niente affatto. In questa protesta i leader non esistono: è sovrapartitica. E gli obiettivi sono molto chiari».
La percezione esterna è diversa.
«“Passe livre” è nato nel 2003: il problema del caro trasporti è vitale, in un paese dove ci si sposta in bus. I poveri e gli studenti non se lo possono permettere. Questo era e rimane il fulcro della protesta».
Basta per mobilitare milioni di persone?
«Sì. Poi si sovrappongono la democratizzazione della politica e dei media: oggi ogni impresario privato può finanziare massicciamente un partito e i media sono monopolizzati da Rede Globo, nata sotto la dittatura e così potente da mistificare la realtà , incluse le proteste di questi giorni»
Sembra una rivolta del paese del calcio contro il Mondiale.
«Il problema è la necessità di indirizzare il denaro pubblico a scopi davvero utili. Nessuno di noi è così miope da non capire l’importanza del Mondiale e delle Olimpiadi per il Brasile. Ma quanta parte del Pil è stata destinata all’istruzione e alla sanità e quanta invece a stadi che non serviranno certo alla pratica dello sport quotidiano e in alcuni casi resteranno cattedrali nel deserto?».
Come spiega le violenze che incrinano l’immagine del governo Rousseff?
«Non vogliamo la caduta di un governo progressista. Le violenze nascono dagli infiltrati, che radicalizzano la protesta: black bloc, estremisti neonazisti, punk. Ma il movimento è fatto da milioni di persone, pacifico e con istanze pacifiche».
Coagulate da Internet…
«Per me Twitter, Facebook e i blog non sono la rivoluzione. I social network offrono uno strumento in più, per comunicare rapidamente tra le persone. Ma funzionano di più il passaparola e la vera comunanza d’intenti: è così si resiste nel tempo. E “Passe Livre”, infatti, dura dal 2003».
Enrico Currò
(da “La Repubblica”)
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Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
QUANTO VALGONO POCO SOLDI E SUCCESSO SENZA UN MINIMO DI CULTURA…IN UNA CASA OPERAIA CON QUATTRO LIBRI ALLE PARETI C’E’ PIU’ DIGNITA’ CHE IN UNA REGGIA DEL NARCOTRAFFICO
Il povero Miccoli, star del Palermo calcio che per fare il simpatico con un suo amico boss parla di Falcone come ne parlano i mafiosi (lo chiama «quel fango di Falcone») è l’ennesima dimostrazione di quanto poco valgono i soldi e il successo senza un minimo, almeno un minimo di cultura.
Almeno quel tanto che basta a orientare il giudizio, a munire le parole, a evitare che tutto accada al di fuori del nostro controllo e spesso anche delle nostre intenzioni (non credo proprio che Miccoli sia mafioso: ma proprio per questo, perchè parlare come un mafioso?).
Per scongiurare l’idea che sia un’osservazione di ordine “morale”, a farci considerare quello di Miccoli soprattutto un problema culturale, basterebbe convincere i Miccoli d’Italia, che sono parecchi, che la cultura non è una necessità etica; ma un vantaggio sociale.
Per dirla come la si direbbe a bordo del Suv sul quale è avvenuta la misera conversazione tra Miccoli e il suo amico: la cultura fa diventare molto più fichi.
Dà un peso differente a quello che si dice, lo rende meno ovvio e risaputo, e può capitare addirittura che aiuti a rendersi interessanti con le femmine.
Proprio la malavita, con rarissime eccezioni, è la conferma più eclatante che nemmeno le montagne di quattrini bastano a conquistare la dignità sociale quella vera: quella fondata sul rispetto degli altri e non sul terrore o sul ricatto.
Carichi di miliardi ma inchiodati alla croce della loro ignoranza, questo sono la gran parte dei boss conosciuti, uditi parlare un italiano stentato, snidati da ville burine dove conducono vite burine pur avendo un reddito che gli permetterebbe il Bello: ma il Bello non lo conoscono, non lo riconoscono.
Il tipo di musica e di svago e di festose celebrazioni – ancorchè sotto l’egida di Santi Patroni e relative sagre – prediletti dalla malavita sono, e non per caso, fonte di diffusa ilarità tra gli umani di altro ceto; e di autentico culto per gli amanti del kitsch, che poi sarebbe, tradotto per i Suv, il cattivo gusto.
Soprattutto di cattivo gusto, anzi di pessimo gusto, è sfrecciare per Palermo in compagnia di un boss ghignando su Falcone.
Il Suv può essere condonato. Il resto no.
In una casa operaia con quattro libri alle pareti c’è più dignità che nella più sontuosa reggia del narcotraffico.
Miccoli cerchi di leggere un paio di libri e visitare un paio di mostre.
Vedrà che cambierà amicizie.
Michele Serra
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
IL DECRETO E’ PRONTO, MERCOLEDI IN CONSIGLIO DEI MINISTRI
Per ora è solo una bozza, ma se venisse confermata renderebbe felici molte persone.
A partire da Silvio Berlusconi e dai suoi coimputati nel processo Ruby.
Salvo modifiche in corsa, il decreto che mercoledì il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri presenterà in Consiglio dei ministri per contrastare l’affollamento delle carceri pare l’ennesima legge ad personas.
Ecco la bozza che il Fatto ha potuto visionare.
SALVA-SILVIO (& ALTRI)
Si legge Salva-Silvio, ma questa norma, che incide sulla sospensione della pena, salverà anche molti altri condannati.
Fino a oggi, infatti, chi deve scontare tre anni di carcere ottiene quasi automaticamente la misura alternativa dell’ “affidamento in prova ai servizi sociali” (cioè rimane in libertà ).
In futuro, per gli ultrasettantenni (oltre che per gli over 60 parzialmente inabilitati), la sospensione della pena verrà concessa a chi di anni ne deve scontare quattro.
Il Cavaliere, com’è noto, è imputato nel processo Ruby per l’ex-concussione (le famose telefonate in questura) e prostituzione minorile (in veste di “utilizzatore finale”).
Poniamo che venga condannato alla pena richiesta dal pm Ilda Boccassini, cioè sei anni: in quanto ultrasettantenne (come prevede la ex-Cirielli) sconterebbe i primi due anni agli arresti domiciliari e gli altri quattro (con il nuovo decreto) ai servizi sociali. Se invece la pena fosse sotto i quattro anni, niente domiciliari: libertà subito.
SALVA-FEDE
Dove scontano la pena i condannati ultrasettantenni?
Oggi (grazie alla ex-Cirielli salva-Previti), ai domiciliari.
Un beneficio da cui però è escluso chi risponde di reati di mafia o sessuali.
Col decreto Cancellieri, gli unici che non potranno scontare la pena a casa saranno i mafiosi.
Se invece un 82enne – come per esempio Emilio Fede – venisse condannato per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile, potrebbe tranquillamente restarsene a casa.
Tra i reati “assolutamente ostativi” alla concessione dei domiciliari, infatti, restano solo quelli mafiosi e quelli sessuali “gravissimi”: e non è il caso del processo Ruby .
SALVA-MAFIOSI/1
Anche se esclusi dalla salva-Fede, qualche regalino c’è pure per i mafiosi. Indipendentemente dall’età , la riforma prevede gli ultimi due anni di pena ai domiciliari.
Se verrà abbinata alla legge delega Ferranti-Costa sulle pene alternative, i mafiosi potranno evitare di trascorrere gli ultimi due anni di pena in carcere.
Nella peggiore delle ipotesi, otterranno la detenzione domiciliare, che finora è esclusa proprio perchè il reato di mafia è considerato troppo grave per i benefici.
La norma Pd- Pdl prevede che la detenzione domiciliare, per i reati puniti fino a 6 anni, non sia più una “pena alternativa” al carcere, ma una pena principale: così lo sbarramento cade. E i padrini una casa ce l’hanno sempre.
SALVA-MAFIOSI/2
Le buone notizie per i mafiosi non sono finite: aumenteranno anche le probabilità di scampare al carcere duro.
Oggi il boss che presenta istanza di revoca del 41-bis, dovunque si trovi, deve rivolgersi al Tribunale di sorveglianza di Roma: la scelta di stabilire una competenza unica nazionale era stata presa per evitare disparità di giudizio tra i vari tribunali di sorveglianza sparsi per l’Italia.
Col decreto Cancellieri, invece, il mafioso potrebbe avanzare l’istanza al Tribunale dove sta scontando la pena e, visti i continui spostamenti dei detenuti per i vari processi, potrebbe “scegliersi” il giudice più benevolo o “garantista”.
DROGATEVI TUTTI
Avviso ai criminali: se avete in mente di delinquere, vi conviene fare uso di droghe.
E, se ancora non “vi fate”, abbiate cura di cominciare quando vi condannano. Prendiamo il caso di un rapinatore allergico alla cocaina: appena beccato, va in carcere.
Se però dimostra che, al momento del reato o dopo averlo commesso, ha assunto sostanze stupefacenti o psicotrope, anzichè in galera andrà a svolgere lavori di pubblica utilità .
Finora poi questo beneficio era concesso solo per i reati minori del Testo unico sulla droga (come piccolo spaccio o modesta detenzione).
Ora non più: i delinquenti tossici ringraziano.
EVADETE PURE
Ora che, per molti, gli arresti domiciliari diventeranno pena principale al posto del carcere, lo svuota-celle provvede ad agevolare anche la vita dei reclusi in casa.
La denuncia di evasione, infatti, non basterà più per sospendere la detenzione a domicilio. Di più: anche chi viene condannato per evasione non tornerà automaticamente in carcere, come accade oggi. Pure i recidivi potranno chiedere e ottenere (più volte) sia gli arresti domiciliari sia la semi-libertà .
DELINQUETE A DOMICILIO
Infine un pensiero alle tipologie di delinquenti che, verosimilmente, potranno beneficiare degli arresti domiciliari: tra gli altri, lo stalker, il pusher, il marito violento.
Ve li immaginate, quando torneranno a casa dopo la condanna “virtuale”? Il primo potrà continuare indisturbato a tempestare di telefonate la sua vittima (purchè si procuri un cellulare “pulito”). Il secondo non perderà neanche un cliente (e magari se ne farà di nuovi, soprattutto tra i rapinatori che vogliono evitare il carcere).
Se poi il pusher dovesse uscire per rifornirsi, niente paura: l’evasione non comporta più la revoca dei domiciliari.
Saranno poi felici le mogli picchiate o le figlie molestate nel veder tornare a casa il loro aggressore appena condannato, che potrà riprendere il suo sport prediletto.
Il rischio è che la condanna ai domiciliari la scontino le vittime.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
IL PD COLLABORA AL RINVIO
Elvira Savino alias la “Topolona tacco 12” (copyright Dagospia), esponente di spicco di Forza Gnocca, ieri ha sparato l’ennesima cartuccia: “Napolitano deve nominare Berlusconi senatore a vita, solo così potrà chiudere la guerra di questi vent’anni. Noi non abbiamo mai chiesto al Colle di intervenire sulla Consulta, esercitando la moral suasion, ma una nomina del genere avrebbe un alto valore simbolico”.
Al solito, si dimentica che Giulio Andreotti venne processato da senatore a vita, ma tant’è.
Da giorni, Silvio Berlusconi ragiona sui suoi guai giudiziari, tra rabbia, amarezza e finanche rassegnazione.
Chi lo ha incontrato lo descrive persino “fiacco e sfiduciato”.
Schifani ribadisce che la pacificazione significa fermare l’accanimento giudiziario contro il Capo. Il premier Letta “comprende” la delusione di B. e riconosce, sollevato, la correttezza delle sue parole pubbliche a sostegno del governo.
I falchi del Pdl, infine, vorrebbero usare Imu e Iva per far cadere tutto.
In ogni caso, partendo dai problemi concreti dopo il mercoledì nero della Corte costituzionale sul legittimo impedimento, l’orizzonte per il Cavaliere è meno nero e fosco di quanto si pensi. Merito anche del Pd, alleato di governo, che sull’eleggibilità ha scelto la via dello scambio e del dialogo come ha raccontato ieri Ettore Colombo sul Messaggero.
La Giunta per l’immunità di Palazzo Madama esaminerà l’ineleggibilità del Cavaliere, secondo i criteri della legge del 1957 sui titolari di notevoli concessioni pubbliche non prima del prossimo settembre.
Il calendario dell’organismo presieduto da Dario Stefano di Sel è ingolfato infatti da altre questioni che hanno la priorità e che impegneranno almeno tutto il mese di luglio, una volta alla settimana.
E quando poi finalmente, con la ripresa dei lavori dopo l’estate, i partiti affronteranno la questione posta dai quattro senatori grillini della Giunta, il Pd voterà quasi sicuramente coi colleghi d’inciucio del Pdl e di Scelta Civica per il no all’ineleggibilità .
Il motivo è questo: d’accordo con i vertici del partito, da Epifani alla Finocchiaro e Zanda, Massimo Mucchetti, già editorialista del Corsera e oggi senatore del Pd, ha presentato un nuovo disegno di legge per regolare il conflitto d’interessi.
Il pretesto alla base è che la legge del ’57 va aggiornata perchè vecchia: rende ineleggibili i proprietari titolari di concessioni ma non gli azionisti.
In realtà , come conferma una fonte autorevole del Pd al Fatto, a microfoni chiusi, “l’importante è allungare i tempi e sminare uno dei fronti più rischiosi del governo Letta, in cambio della discussione sul conflitto d’interessi apriremo al Pdl sul semipresidenzialismo”.
Melina, melina, melina. Non solo.
C’è anche la ratio politica del ddl di Mucchetti a rassicurare B.
Dicono dal Pd: “Dobbiamo evitare i radicalismi alla Micromega”. In sede di voto l’eleggibilità dovrebbe passare con il sì di Pdl, Pd, Scelta Civica.
Peraltro, tra i democratici scende di numero il fronte del no.
Stando alle dichiarazioni sono rimasti in tre contro Berlusconi: Felice Casson, Stefania Pezzopane e Rosanna Filippin. Insomma, la questione dell’ineleggibilità dovrebbe essere archiviata a favore del Cavaliere.
A spaventare B. resta però la sentenza della Cassazione su Mediaset.
Casson già ha posto il problema in termini critici: “Il Senato non deve esprimere un voto politico, solo ratificare una sentenza passata in giudicato”.
Ma se ne parlerà in inverno inoltrato
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
FINISCE DOPO DUE ANNI L’ALLEANZA CENTRISTA TRA RECIPROCHE ACCUSE…LE RISPETTIVE STRATEGIE FUTURE
L’incontro tra Casini e Monti è ad alta tensione. 
All’insegna della «delusione personale» che i due si rinfacciano a vicenda.
Finisce così la storia di un’alleanza politica nata nel novembre 2011, quando il presidente della Bocconi sbarcò a Palazzo Chigi, rinvigoritasi man mano che il governo tecnico procedeva ma riempitasi di crepe dopo le elezioni dello scorso febbraio.
Il tradimento è ormai consumato, il divorzio è inevitabile. Ma i tempi non sono ancora stati decisi. Per ora si vive da separati in casa.
Quando fare le valigie probabilmente lo deciderà Casini.
Di buon mattino Casini e Cesa si recano a Palazzo Giustiniani per incontrare Monti, Olivero e Dellai.
Chi ha una vaga dimestichezza con il linguaggio della diplomazia racconta di un incontro «franco».
Gli altri parlano di «scontro durissimo» con reciproche recriminazioni.
È stato Cesa ad aprire le danze. Il segretario dell’Udc ha ricordato a Monti il ruolo del suo partito nel far cadere Berlusconi, nel sostenere il governo tecnico, l’assenza di lamentele di fronte alle scelte su nomine e linea politica che dopo le elezioni Monti ha preso senza mai consultare l’alleato.
«Più leali di così non potevamo essere, chiedevamo la fusione tra Udc e il tuo partito, era girata una road map ma poi ci hai scaricati accusandoci di volere quote di potere».
Con Casini che a quel punto non ha esitato a dire: «Mario, questa è una delusione personale». Fredda la reazione di Monti, che ha invitato tutti a essere razionali, ha ricordato il sostegno che lui ha dato a Casini, parlando anch’egli di delusione, ma ribadendo che Sc non è pronta alla fusione.
Lo scontro viene nascosto in un comunicato di maniera che parla di «ritorno all’autonomia» dei due partiti «in attesa di una riflessionesu un possibile progetto comune» da fare più avanti «visto che ora i toni sono troppo esasperati».
La verità la racconta con disincanto un pontiere tra il mondo cattolico e quello montiano.
Monti e i suoi non si sentono pronti alla fusione con i centristi perchè se in Parlamento hanno più uomini, sul territorio non sono radicati quando l’Udc.
«Sarebbero i centristi ad annettere i montiani, non viceversa ». Per questo Monti punta a strutturare e rilanciare (congresso e tesseramento in luglio) un partito in crisi di consensi e di visibilità apparentandosi a mondi della società civile, dell’associazionismo cattolico e, perchè no, agli ex adepti di Oscar Giannino.
Casini non vuole aspettare che i rapporti di forza si ribaltino e se deve preferisce prendere il largo subito. I centristi come prima cosa chiederanno che i gruppi unici in Parlamento non si chiamino più Scelta Civica ma Sc-Udc.
Poi cercheranno di rubare quanti più parlamentari a Monti.
Infine, quando il momento sarà ideale per riposizionarsi politicamente, l’addio.
Alberto D’Argenio
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
SLITTA A SETTEMBRE LA RIDUZIONE DEL CUNEO… SI PARLA DI UN MILIARDO DI BONUS FISCALE PER NUOVE ASSUNZIONI SOTTRATTO PERO’ AI FONDI STRUTTURALI
Circa un miliardo di bonus fiscale per facilitare nuove assunzioni sotto i 30 anni mentre ogni intervento sul cuneo fiscale slitta a settembre-ottobre con la definizione della legge di stabilità . Martedì il governo varerà il piano nazionale per il lavoro in tempo utile per portarlo al Consiglio europeo di giovedì.
Il premier Enrico Letta, commentando i provvedimenti che il governo si appresta a varare per stimolare l’economia e il mercato del lavoro, ha rimesso al centro dell’azione dell’esecutivo i giovani. «A loro — ha affermato — bisogna ridare quanto è stato tolto in passato, oggi devono diventare la priorità ».
Ma le risorse sono scarse, anzi ridotte al lumicino, e necessariamente dentro il perimetro del 3% ormai promesso a Bruxelles e a Francoforte in tutte le lingue.
Talmente scarse che probabilmente rimarranno fuori anche gli incentivi per trasformare i contratti precari in rapporti di lavoro a tempo indeterminato.
Il miliardo su cui si ragiona dovrebbe arrivare dai soliti fondi strutturali ma non è chiaro se il bonus sarà per un anno o spalmabile più a lungo, e se prevederà una decontribuzione totale o parziale.
Sono tutti aspetti sui quali i tecnici di via XX Settembre stanno lavorando in tandem con quelli del Lavoro guidati dal ministro Enrico Giovannini.
La decisione di spostare a martedì il pacchetto del lavoro si deve al necessario coinvolgimento del responsabile del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, che è dovuto andare all’Ecofin proprio per chiudere in modo definitivo la procedura su deficit eccessivo.
Senza contare che domani si svolgerà la manifestazione unitaria Cgil-Cisl-Uil proprio sul lavoro, dopo la quale si dovrebbe tenere il promesso incontro con Giovannini e lo stesso Letta.
I numeri sono quelli che sono e il governo sta ancora cercando una soluzione per rimandare di qualche mese l’aumento dell’Iva mentre per l’Imu ci sono ancora due mesi e mezzo di tempo.
Il ministro del Lavoro ha ammesso, da Lussemburgo, di sapere «che dobbiamo ridurre il cuneo fiscale e quindi il costo del lavoro, ma sappiamo anche che questi interventi richiedono ingenti risorse e quindi ne parleremo con la legge di stabilità e non in questo momento».
Gli imprenditori continuano nella loro azione di sostegno al governo ma nelle «retrovie» è palpabile la delusione per una road map troppo timida nella riduzione del costo del lavoro.
Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, approva l’operato di Letta ma lo spinge ad accelerare nella propria azione «perchè si può e si deve fare di più».
Alla ricerca delle risorse nascoste, i tecnici del Tesoro stanno lavorando per limare i trasferimenti alle aziende pubbliche e private (in tutto 30 miliardi di euro) mentre si torna a discutere della delega fiscale per andare a rivedere le 720 agevolazioni ed esenzioni per un totale di oltre 250 miliardi di euro l’anno.
«Vogliamo ridurre complessivamente la tassazione sia sul sistema delle imprese sia sui cittadini attraverso una serie di interventi specifici».
Così il viceministro all’Economia Luigi Casero ha annunciato anche la ripresa della «discussione della delega fiscale».
Roberto Bagnoli
(da “il Corriere della Sera”)
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