Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
TUTTI PARLANO BENE DI MASSIMO MATTEI, L’ASSESSORE CHE, PUR NON INDAGATO, HA RASSEGNATO LE DIMISSIONI, SUBITO ACCOLTE DAL SINDACO… “A DIFFERENZA DI RENZI, LUI E’ STIMATO”
“Mi creda: io non sapevo nulla di quello che faceva Adriana, nè fuori nè tanto meno dentro quella casa che le avevo dato; per me era una amica in difficoltà che ho aiutato come ho fatto con molti altri”.
Massimo Mattei è costretto ad assistere allo scandalo delle escort che sta lambendo il comune di Firenze da un letto d’ospedale. Lo subisce.
Perchè, seppur non indagato, è l’unico politico, ormai ex assessore della giunta di Matteo Renzi, a essere finito nelle carte dell’inchiesta del pm Giuseppe Bianchi.
Le intercettazioni che lo riguardano sono state secretate e inserite in una nuova inchiesta che, a quanto si apprende da fonti giudiziarie, sarebbe ancora in corso e riguarda un filone interamente “politico”.
Mattei è finito nei faldoni del giro di escort, che vedono 14 persone indagate per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione (anche minorile), perchè si sentiva e frequentava Adriana, a cui aveva anche dato una casa della cooperativa sociale il Borro che lui presiedeva.
Ma a Firenze nessuno pensa che Mattei sia coinvolto.
Persino nemici storici dell’entourage renziano come Guido Sensi, consigliere provinciale del centrodestra, che ha avuto modo di conoscerlo (“e bene”) quando Renzi era presidente della Provincia fiorentina e Mattei guidava il consiglio provinciale.
“Ha sempre ricevuto tutti, fuori dal suo ufficio c’era la coda di gente che aveva bisogno d’aiuto, che fosse lavoro o una casa o qualsiasi altra cosa, il Mattei, una mano provava a dargliela”.
Prima in Provincia poi in Comune, all’assessorato mobilità . In città lo conoscono tutti, “il Mattei”.
E “a differenza di Renzi, lui è parecchio stimato”, ammette un usciere del Comune che controlla il flusso continuo di giapponesi e turisti che fotografano Palazzo Vecchio, la statua di David e quella di Ercole che abbatte Caco in piazza della Signoria.
A dieci metri il busto di Dante veglia l’ingresso degli Uffizi. Anche qui code infinite di turisti stranieri.
“A loro non gliene frega nulla e neanche a voi giornalisti, ma dia retta: Mattei non c’entra nulla”. E via così.
Al primo piano del palazzo comunale, lungo le scale e il corridoio che porta al gabinetto del sindaco e ad alcuni assessorati, se si chiede quale sia l’ufficio di Mattei la prima reazione è quella del dispiacere.
“Magari ci fosse”, si lascia sfuggire una signora bionda di mezz’età che poi si fa dubbiosa: “Ma lei chi è? Che vuole dal massimino?”.
Impossibile entrare invece negli uffici dell’assessorato alla mobilità di via Giotto, qui è stato sorpreso dalla donna delle pulizie L. R., funzionario del Comune, insieme alla regina delle escort, la rumena 42enne Adriana, ex modella (ha lavorato, tra gli altri, anche per Cavalli) e amica di Mattei.
Ed è intorno a questo anonimo dipendente del Comune, prima impiegato al-l’ambiente e poi trasferito in via Giotto, che ruota buona parte del nuovo filone dell’indagine.
E alle rivelazioni che, presumibilmente, secondo i più, potrebbe fare.
Perchè se dentro le mura di Palazzo Vecchio, “il Mattei” lo conoscevano tutti e lo difendono spesso quasi con affetto, fuori è un coacervo di veleni, accuse, rancori, bassezze umane da retrobottega che passano di bocca in bocca con un unico scopo: il tentativo di colpire Renzi.
“Che un errore in questa vicenda l’ha fatto ed è grosso come una casa: l’aver accettato immediatamente, se non addirittura avergliele chieste, le dimissioni di Mattei”.
La confidenza la fa un renziano che si definisce però “cioniano” cioè vicino a Graziano Cioni.
E si scopre così che tra i fedeli del rottamatore in città ci sono addirittura le correnti. “Si stupisce? Renzi è un cavallo in corsa che non può rallentare nè fermarsi e deve raggiungere il traguardo il prima possibile”.
Ma pare che l’arrivo sia vicino. “Per questo nessuno parla e dice nulla, perchè si spera di vincere con lui, facile”.
Il cinismo toscano è noto, ma il mix con il calcolo politico è da brividi.
Però l’aver sacrificato Mattei per tener lontane da Palazzo Vecchio le voci secondo alcuni è stato un clamoroso autogol.
Oltre alle tante persone che lo affermano nascondendosi dietro l’anonimato c’è chi, invece, è disposto a metterci il nome: “il solito Sensi”, ci ride pure su.
Poi si fa serio e spiega: “Senza i voti del Mattei, senza la storia e le possibilità del Mattei, senza la disponibilità verso gli altri del Mattei”, insomma senza il Mattei? “Col cavolo che Renzi diventava sindaco”.
Perchè Mattei è stato il portatore di preferenze.
Eppure come ha presentato le dimissioni per motivi di salute Renzi le ha accolte subito e l’ha sostituito in un giorno con Filippo Bonaccorsi, fidato presidente dell’Ataf, società che gestisce il trasporto pubblico cittadino.
“Avrebbe potuto tranquillamente congelarle, aspettare che Mattei facesse i controlli medici e temporeggiare; invece no; se non arriva presto al traguardo – ripete il renziano ciociano – il cavallo rischia di pagare cara anche questa”.
E già girano i nomi di altri assessori e dirigenti comunali finiti nel giro di escort del Franchino. “Corri, cavallo corri”
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
DA BOCCIA A SPERANZA A RENZI, NESSUNO FA PIU’ RIFERIMENTO ALLA LEGGE DEL 1957
Diviso quasi su tutto, il Partito democratico si ricompatta su un argomento: Silvio Berlusconi
non può essere ineleggibile.
A intervalli regolari, senatori e deputati del Pd si premurano di tranquillizzare l’alleato di governo: la giunta per le elezioni del Senato, chiamata a valutare la compatibilità del conflitto d’interessi di Berlusconi con la sua carica di senatore, non taglierà il Cavaliere fuori da Palazzo Madama.
Il voto, sul ricorso presentato dal Movimento 5 stelle, potrebbe arrivare già il 9 luglio.
Ma Berlusconi può restare sereno.
Lo ha chiarito a La Stampa il capogruppo del Pd alla Camera, Matteo Speranza.
Lo ha ripetuto, al Messaggero, il lettiano di ferro Francesco Boccia.
Lo ha fatto capire chiaramente anche Matteo Renzi.
E il premier Enrico Letta ha posto la pietra tombale sull’argomento, rispondendo a una domanda della stampa estera: “L’ineleggibilità ? Decideranno i parlamentari. Ma è una vicenda alla quale non darei grande importanza”.
La parola d’ordine, quasi un mantra, è la seguente: “Berlusconi si sconfigge nelle urne, non in giunta”.
Valutazione politica, ma nel merito dell’argomento giuridico i democratici preferiscono non avventurarsi.
La questione ormai è arcinota: si tratta della legge 361 del 1957, che dichiara ineleggibile chiunque goda di una concessione statale, in proprio o in qualità di amministratore.
L’unico rimasto nel Pd a ritenere che Berlusconi non soddisfi questi requisiti è il capogruppo al Senato, Luigi Zanda.
Sull’argomento, si è espresso senza mezzi termini e in tempi non sospetti, prima e dopo la nascita del governo: “Per la legge italiana, Berlusconi non è eleggibile”.
La sua idea sull’argomento non è cambiata, ma preferisce non parlarne più: “Ora tocca alla giunta, che sta per iniziare a lavorare. Ha le sue procedure e la sua indipendenza”.
Anche dalle dichiarazioni quotidiane dei colleghi di partito, che escludono l’ineleggibilità ? “Non ho letto le parole di Speranza e Boccia — risponde Zanda — ma conosco personalmente i senatori e sono sicuro che non si faranno influenzare”.
Tra di loro, i democratici che siedono in giunta, si respira un’insofferenza sempre maggiore per le pressioni esercitate dai colleghi di partito.
“Quello sull’ineleggibilità non è un dibattito politico — insiste il senatore Giorgio Pagliari — bisogna studiare le carte e decidere solo in base a quelle. Sul piano meramente politico l’ineleggibilità di Berlusconi è grande come una casa dal 1994”.
Il senatore Giuseppe Cucca: “La giunta non fa valutazioni politiche, applica la legge”.
Ancora più netta la senatrice Rosanna Filippin: “Le dichiarazioni dei compagni di partito? Non me ne frega niente”.
Dalla giunta, in ogni caso, è difficile aspettarsi sorprese.
Per Berlusconi il vero motivo d’angoscia è la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset.
Se dovesse essere confermata la condanna e l’interdizione dai pubblici uffici, il Pd non dovrebbe fare sconti: “Le sentenze — promette il segretario Guglielmo Epifani ieri al Tg3 — si rispettano e si applicano e questa sarà la nostra linea guida. Mancano ancora sei mesi… ”.
Tommaso Rodano
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
SI PARLA SEMPRE PIU’ DI AMNISTIA O INDULTO PER RIMEDIARE ALLA TRAGICA SITUAZIONE CARCERARIA, MA C’E’ CHI PENSA A RISOLVERE COSI’ I PROBLEMI DEL CAVALIERE
Fa il ministro tecnico della Giustizia Annamaria Cancellieri, ma per due volte in 48 ore fa sapere che la “strada maestra” per risolvere la vergogna delle carceri italiane è quella dell’amnistia o dell’indulto.
Un provvedimento che, se scritto con criteri esclusivamente umanitari, potrebbe anche essere utile, ma che per come è sempre stato fatto non ha mai risolto le condizioni terribili dei detenuti.
Ha “graziato”, però, molti colletti bianchi.
Il provvedimento deve essere approvato dai due terzi delle Camere e il Guardasigilli, inevitabilmente, passa la palla: “Spetta al Parlamento decidere, il problema è squisitamente politico e non mi appartiene”.
Ma intanto esprime il desiderio del governo che riaccende le speranze di farla franca del suo “azionista di maggioranza”, Silvio Berlusconi.
L’amnistia estingue, in casi precisi, i reati.
L’indulto, se passa uno dei disegni di legge depositati in Senato da Pd-Pdl, cancella oltre la pena (in parte) anche quella accessoria .
E Berlusconi, come si sa, è stato condannato pure a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici al processo Mediaset, giunto in Cassazione.
”L’amnistia potrebbe essere la soluzione maestra, che darebbe più respiro. Ma è il Parlamento che deve fare questa scelta” ha ribadito ieri la ministra davanti al Plenum del Csm.
Il sovraffollamento delle carceri “è una priorità assoluta per la quale avverto, come cittadina, l’urgenza anche morale di un efficace intervento”.
E ha annunciato “di portare quanto prima all’esame del Consiglio dei ministri una serie di misure tese proprio ad alleggerire l’ormai insostenibile sovraffollamento delle strutture”.
Mercoledì, alla Camera, per rafforzare la sua tesi della necessità di un “provvedimento di clemenza” aveva fornito alcuni dati drammatici: nelle 206 carceri italiane ci sono 65.886 detenuti (tra loro 23 mila stranieri e 24.342 in attesa di giudizio) a fronte di una capienza di 46.945 posti e il piano di edilizia penitenziaria garantirà solo quattromila posti in più a fine 2013.
Dunque che si fa? Amnistia o indulto.
Come nel 2006 quando si disse che doveva essere un caso eccezionale per affrontare alla radice la piaga delle carceri traboccanti di detenuti.
In Parlamento ci sono già disegni di legge Pd-Pdl su amnistia e indulto che prevedono il salvataggio di Berlusconi se dovesse essere condannato anche in Cassazione all’interdizione dai pubblici uffici.
Sono stati presentati al Senato e prevedono la cancellazione, per alcuni reati, delle pene accessorie .
C’è poi un ddl alla Camera a firma Sandro Gozi (Pd) ma non è disponibile il testo.
Un progetto è stato presentato dai senatori democratici Luigi Manconi (primo firmatario) Paolo Corsini, Mario Tronti e da Luigi Compagna, senatore del gruppo misto. Compagna, nella scorsa legislatura, come senatore del Pdl provò a inserire un emendamento “salva Silvio” alla già discutibile modifica del reato di concussione contenuta nella legge Severino.
Questo ddl su amnistia e indulto è stato presentato al Senato il 15 marzo, assegnato in Commissione l’11 giugno ma l’iter non è ancora iniziato).
Prevede l’amnistia per tutti “i reati commessi entro il 14 marzo 2013 per i quali è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni”.
Per quanto riguarda l’indulto “è concesso nella misura di tre anni in linea generale e di cinque per i soli detenuti in gravi condizioni di salute”.
Ed ecco la postilla “salva Silvio” che per motivi di età , ovviamente non andrà mai in carcere: “È concesso indulto, per intero, per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è applicato anche solo in parte l’indulto”.
In caso di condanna in Cassazione per il processo Mediaset, e in caso di indulto, i 5 anni di interdizione sparirebbero.
Della pena a 4 anni di carcere ne rimane uno.
Gli altri 3 sono cancellati già dal provvedimento del 2006.
Pene accessorie automaticamente indultate anche in un altro ddl firmato solo da Compagna e Manconi.
Antonella Mascali
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
“SILVIO AVEVA AVUTO RASSICURAZIONI”
Berlusconi è “furioso con Napolitano, che non ha rispettato gli accordi”: la rabbia del
Cavaliere, dopo che la Consulta ha dato ragione ai giudici milanesi nell’ambito del processo Mediaset, si concentra tutta sul presidente della Repubblica.
Lo racconta chi, mercoledì sera, ha raggiunto B. a Palazzo Grazioli per ascoltarne lo sfogo e decidere i destini del governissimo.
Il capo dello Stato, secondo quanto riporta l’Huffington Post, sarebbe stato apostrofato dal Cavaliere un “comunista che non rispetta i patti”: perchè — confida al giornale on line uno dei presenti — “non abbiamo chiesto a uno come Napolitano un decreto salva-Berlusconi, ma certo c’era uno schema condiviso. Che è stato sviluppato nel tempo. Per il Cavaliere è questo schema che Napolitano ha tradito”.
Ancora più esplicito l’ex capogruppo Pdl Maurizio Gasparri, tra i fedelissimi accorsi l’altroieri alla riunione, che dice al Fatto: “Il mito dell’asessuata neutralità della Corte costituzionale andate a raccontarlo a qualcun altro. Sono otto i giudici che rispondono a Napolitano: Berlusconi si aspettava che la Consulta prendesse atto del clima di collaborazione, anzi di pacificazione che c’è grazie a lui”.
Ma il no al legittimo impedimento — spiega ancora — significa che “Napolitano non è nella condizione di poter garantire la fine della guerra”.
Sono in molti, nel Pdl, a raccontare di una dialettica tra Berlusconi e il capo dello Stato, che l’avrebbe rassicurato a più riprese: le larghe intese sarebbero nate proprio in cambio di una tregua giudiziaria.
Di questo, almeno, era convinto Berlusconi: “Ma è più probabile che con Napolitano non ci sia stata una vera trattativa. Piuttosto, qualche allusione”, dice Vittorio Feltri, direttore editoriale de il Giornale. Ma, suggerisce Alessandro Sallusti, “il Cavaliere discuta con Napolitano di persona per vedere se il patto è ancora valido: basta con gli ambasciatori”.
Tutto è infatti cominciato il 12 marzo scorso, quando Angelino Alfano, allora semplice segretario del Pdl, e gli ex capigruppo Fabrizio Cicchitto e Gasparri vanno al Quirinale per “rappresentare preoccupazioni di carattere politico-istituzionale per i recenti sviluppi delle vicende giudiziarie riguardanti il loro leader”, si legge in una nota del Colle.
Sono i giorni della manifestazione Pdl davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, e mancano poche settimane alle consultazioni.
Il colloquio pare andare a buon fine: “Napolitano ha ascoltato con grande attenzione le nostre preoccupazioni”, dicono i fedelissimi di Berlusconi.
La parola d’ordine diventa “pacificazione”, quella che, spiega l’onorevole Daniela Santanchè, “evidentemente la sinistra non vuole”.
Per qualche settimana, però, il clima cambia.
A inizio maggio Berlusconi rivoluziona pure il team di legali che lo difende: in vista della Cassazione, all’avvocato Niccolò Ghedini viene affiancato il professore Franco Coppi, dal profilo più istituzionale. “Per abbassare i toni e svelenire il clima”, spiega il quotidiano Libero.
Messaggio ricevuto.
Tanto che qualche giorno fa, proprio alla vigilia della pronuncia della Consulta, il capo dello Stato invita i giudici a perseguire “imparzialità ” ed “equilibrio”, e lancia un ammonimento niente affatto casuale: “Occorre che ogni singolo magistrato sia pienamente consapevole della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un suo atto può produrre anche al di là delle parti processuali”.
Ma la Corte respinge il ricorso di Berlusconi e il governo delle larghe intese, anche se ufficialmente nulla è cambiato, adesso traballa.
E così Napolitano torna a essere “nemico politico”, come dice Santanchè.
Che però giura: “Lo è sempre stato, proprio come il Pd. Non c’era alcun patto, solo che noi cercavamo la pacificazione, loro no”.
Anche Marcello Dell’Utri, passato a salutare il Cavaliere dopo la sentenza della Consulta, sostiene che un accordo concreto non ci poteva essere: “In questo Paese nessuno è in grado di dare garanzie. L’unica strategia possibile è prendere tempo”.
Secondo rumors che arrivano dalla Cassazione, il nuovo presidente, Giorgio Santacroce — finito nelle polemiche per le sue frequentazioni con Cesare Previti — potrebbe assegnare il processo Mediaset alle sezioni unite: così i tempi potrebbero allungarsi fino a raggiungere la prescrizione, prevista l’estate prossima.
Tutti negano invece l’ipotesi più drastica, quella dell’amnistia.
Intanto, però, il processo va avanti: “Sono certo che anche Napolitano abbia preso male la sentenza: crea problemi a tutti”, sostiene Gasparri.
Se un accordo c’era, insomma, è finito male.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA SONO SEMPRE E SOLO “DISATTENZIONI”: NESSUNO SI DIMETTE MAI….LA POCO RASSICURANTE CONTINUITA’ CON LA CLASSE POLITICA DELLA PRIMA REPUBBLICA
Nel 2010 Claudio Scajola, allora ministro dello Sviluppo economico del governo Berlusconi, scopre che a sua insaputa gli è stata generosamente comprata una bella casa a Roma, a due passi dal Colosseo.
Tre anni dopo, nel 2013, la ministra Josefa Idem viene ad apprendere di aver commesso delle irregolarità nel pagamento dell’Ici.
Nemmeno lei sapeva niente.
La titolare del dicastero dello Sport e delle Pari opportunità era troppo indaffarata per occuparsi di persona di certe noiosissime pratiche.
La canoa e le Olimpiadi l’hanno portata spesso e volentieri altrove, anche all’estero, e lei non aveva il modo di perdere tempo con scadenze, soldi, case, tasse e palestre.
Idem, però, appena è uscita la notizia, ha subito dichiarato con foga: «Mi assumerò le mie responsabilità ».
Qualche lettore ingenuo e poco avvezzo agli usi e costumi della classe dirigente nostrana ha letto quell’affermazione e ha capito male.
Ha pensato che l’esponente del governo Letta si fosse decisa a dare le dimissioni e a concludere la sua avventura nell’esecutivo.
Accade così in tanti altri Paesi: c’è chi se ne va perchè non ha pagato i contributi alla collaboratrice domestica e chi rinuncia alla carriera politica perchè è stato colto in flagranza di bugia.
Ma l’istituto delle dimissioni non si usa spesso e volentieri.
Anzi, per essere più precisi, si usa veramente poco.
Del resto, perchè uniformarsi alle altre nazioni occidentali?
Perchè imitare quei bacchettoni degli americani che gridano allo scandalo per una banale irregolarità o perchè un loro parlamentare ha detto il falso?
In fondo, c’è un modo molto più semplice per riparare a certe «distrazioni»: rilasciare qualche dichiarazione alla stampa, assicurare che, nel caso in cui un errore, si badi bene inconsapevole, sia stato commesso, si provvederà prontamente a pagare quel che non si è pagato a suo tempo.
E poco importa se quest’ultimo sia un atto obbligato per non incorrere in più gravi sanzioni, e che quindi non sia necessario annunciarlo con tutta questa enfasi, quel che conta veramente è che non si debba ricorrere all’atto, dovuto, delle dimissioni.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
ORA SI CAPIRA’ CHIARAMENTE IL RUOLO AMBIGUO DI GRILLO SUI GRANDI TEMI DEI DIRITTI CIVILI
I “nuovi italiani” trovano un alleato nel Movimento 5 Stelle. 
Un disegno di legge, presentato alla Camera da due deputati M5S, mira infatti a introdurre lo ius soli temperato nel nostro Paese.
Un progetto di riforma, questo, che va a sommarsi agli altri testi (in tutto 20) depositati in parlamento dai vari partiti (ad eccezione della Lega Nord) per provare a riscrivere la legge sulla cittadinanza del 1992.
Ius soli e M5S.
La proposta di legge è stata presentata il 14 giugno scorso da due deputati, Fabiana Dadone e Giorgio Girgis Sorial.
Basta andare a consultare il sito della Camera dei deputati: “Proposta di legge SORIAL e DADONE: Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza per nascita e di acquisto della cittadinanza (1204)”.
Cosa c’è scritto?
È cittadino italiano chi nasce in Italia da genitori stranieri regolarmente residenti da almeno tre anni o che ha completato in Italia due cicli di studi.
Insomma nessun ius soli puro: non basta nascere sul territorio dello Stato per diventarne cittadino, ma si richiedono altri requisiti, tipo la residenza regolare dei genitori.
La posizione di Grillo.
Eppure, nel gennaio 2012 Beppe Grillo aveva pubblicato un post bollando lo ius soli come un’idea “priva di senso”, che serviva solo a “distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma, che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della liberalizzazione delle nascite”. Nulla a tal proposito si leggeva nel programma elettorale del Movimento, se non la proposta “dell’insegnamento gratuito della lingua italiana per gli stranieri (obbligatorio in caso di richiesta di cittadinanza)”.
Ma la posizione dell’M5S era parsa fin dall’inizio più articolata.
Per Davide Barillari, al tempo candidato del M5S alla Regione Lazio, infatti “una persona che nasce in Italia dovrebbe essere in modo naturale già cittadino italiano”.
Dal referendum alla legge.
Nel maggio scorso Grillo è tornato sulla cittadinanza, scrivendo sul blog che “questa regola può naturalmente essere cambiata, ma solo attraverso un referendum nel quale si spiegano gli effetti di uno ius soli dalla nascita”.
Ora invece due suoi deputati scelgono la via parlamentare e depositano la loro proposta per uno ius soli temperato.
Vladimiro Polchi
(da “la Repubblica”)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
LA MELONI NON LO CARICA SULLA MINI, ALEMANNO ASPETTA LA LIQUIDAZIONE DA SILVIO… PASSERA’ IL TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO?
Roberto Menia, plenipotenziario di Fli, intervistato da IntelligoNews, è stufo di vedere bollata come “Cosa nera” la destra che, insieme ad altri esponenti della vecchia Alleanza nazionale, sta cercando di ricostruire.
Ma attenzione: «Nessuno deve, prima ancora di iniziare questo nuovo percorso, innalzarsi a “giusto” o a nucleo fondante».
Roberto Menia, cos’è questa “cosa nera”?
«Basta con queste brutte etichette, la stanno facendo nascere nel peggiore dei modi».
La “cosa tricolore” sarebbe meglio?
«Non mi piacciono a prescindere le banalizzazioni giornalistiche. Qui si tratta di capire qual è il percorso da compiere».
Qual è?
«Iniziare prendendo coscienza che in Italia serve una destra politica. Ma è giusto anche che le “anime che l’hanno animata” si rimettano insieme».
Con i “soliti” Colonnelli?
«Dovrà essere innovativa, rivoluzionaria e al passo con le richieste dei cittadini. Dobbiamo ricostruire quel che si è “rotto, vogliamo una nuova primavera per la destra italiana. Chi fino ad oggi ha avuto ruoli decisivi all’interno delle istituzioni dovrebbe mettersi a disposizione per “formare” la nuova classe dirigente».
Siete d’accordo nel ripartire dal nucleo di Fratelli d’Italia?
«Credo sia sbagliato partire, come sta facendo Giorgia Meloni, dal presupposto di essere l’unico ad aver ragione. L’importante, torno a ripetere, è che tutte le diverse anime si rimettano insieme. La leadership si dovrà trovare, ma in un secondo momento, dopo aver messo a punto il progetto».
Come mai Fli non era a Milano lo scorso venerdì?
«Perchè non andiamo dove non ci invitano».
Rapporti tesi con Fratelli d’Italia?
«Non si tratta di rapporti tesi. E’ solo che non credo in questo momento ci sia qualcuno legittimato a dare “patenti”. La Meloni ha fatto un percorso obiettivamente importante, ma lei votò in Aula a sostegno della tesi di Ruby nipote di Mubarak… qualcuno forse l’ha dimenticato».
Però sarete a Lecce dalla Poli Bortone il 28 e 29 giugno.
«E non solo: domani sarò a Frosinone, il prossimo mercoledì a Roma con la Fondazione Almirante e anche a Lecce. A parlare, appunto, di questo progetto che tutti insieme dobbiamo ricostruire; senza giudicare gli altri e senza presunzioni».
Quali sono le differenze tra l’iniziativa della Meloni e quelle alle quali parteciperà nei prossimi giorni?
«Non partirei dalle differenze, parlerei al contrario delle diverse realtà che si stanno incontrando per rimettersi insieme. Ci siamo “venduti” qualche anno fa quando An entrò nel Pdl, ora rimbocchiamoci le maniche e rimettiamoci insieme».
Tra qualche ora ci sarà un incontro al vertice Alemanno-Berlusconi: resa dei conti finale tra il Cavaliere e gli ex An?
«Alemanno in questo periodo è stato lasciato da solo, fossi in lui chiederei a Berlusconi le motivazioni di questo isolamento. Ma gli chiederei anche qualcosa in merito alla possibilità di rifare Forza Italia e mi farei due conti…».
Se il Cavaliere confermasse questa intenzione?
«Sarebbe logico pensare a una nuova Alleanza nazionale».
Stesso brand?
«Con lo stesso spirito: le riproposizioni non servono».
Alemanno, più della Meloni, sarebbe in grado di assumerne la leadership?
«Non voglio dare i voti a nessuno. Alemanno sarebbe una risorsa per la destra, ma non vorrei che questo bisogno di destra si traducesse in un nuovo movimento personalistico. Abbiamo già “dato” sciogliendoci nel partito imperiale di Berlusconi…».
Francesca Siciliano
(da “IntelligoNews“)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
Il 28 giugno prossimo, con un incontro pubblico a Roma (Auditorium del MAXXI, ore
10-17), comincia il cammino di GREEN ITALIA, “impresa politica” per dare nuova speranza all’Italia partendo dall’idea che un’economia e una società “green” siano la risposta più efficace, più promettente ai grandi problemi che ci assillano.
Il Manifesto programmatico
Ci chiamiamo “GREEN “perchè pensiamo che la “grande Crisi” — esistenziale, economica,culturale, ecologica e sociale, crisi di speranza in un futuro migliore — si puo’ affrontare solo a partire da un “green new deal”, da un nuovo patto sociale per il futuro che metta al centro la green economy,la consapevolezza culturale e la difesa e valorizzazione della specificita’del patrimonio materiale e immateriale italiano e scelga definitivamente uno sviluppo davvero sostenibile, crei ricchezza senza distruggere la natura, il paesaggio e gli equilibri ecologici, investa nella qualità ambientale e nelle altre grandi risorse immateriali come l’educazione, la cultura, la conoscenza, la partecipazione democratica, la legalità .
Amiamo l’Italia, per questo la vogliamo piùbella, consapevole, sostenibile, dinamica, equa. Piu’ civile perche’all’altezza della propria straordinaria storia
Al centro della nostra iniziativa politica mettiamo cinque parole.
La prima parola è crisi.
Nessun nuovo progetto politico è oggi non solo credibile, ma nemmeno ipotizzabile, se esso non offre risposta alla crisi .
Una crisi che, come in un gioco di scatole cinesi ne contiene diverse, tutte fra loro collegate ma ciascuna con propri tratti specifici: la crisi globale di un’economia finanziaria senza limiti, nè regole, nè controlli.
La crisi europea del lavoro e dell’occupazione, di un orizzonte competitivo che vede irrompere nuovi e formidabili protagonisti globali, dei nostri sistemi di welfare che pagano prezzi pesantissimi alle politiche di risanamento dei bilanci pubblici.
Ancora, vi è la crisi climatica ed ecologica, i cui tempi sono più dilatati ma i cui costi prevedibili, sociali ed economici, fanno impallidire tutto il resto.
Per l’Italia, vi è poi un’ulteriore scatola cinese, un supplemento di crisi sociale, ambientale, democratica:siamo,tra i grandi Paesi europepei uno di quelli con la distanza maggiore e più rapidamente crescente tra ricchi e poveri, con la percentuale più alta di giovani senza lavoro, e con una amministrazione pubblica tra le piu’ inefficenti, corrotte e costose.
Siamo una nazione dove i meriti individuali, la mobilità sociale e le aspirazioni dei più giovani sono sistematicamente sacrificati agli interessi auto-conservativi di piccoli e grandi gruppi di pressione interessati soprattutto a difendere il loro potere e i loro privilegi; in Italia convivono un popolo di evasori fiscali e uno di contribuenti tassati per oltre metà del loro reddito; siamo assediati da fenomeni consolidati e ormai endemici di illegalità , infiltrazioni mafiose e corruzione; abbiamo le città più inquinate d’Europa e problemi di degrado e di danno ambientale che almeno in questa forma e dimensione sono altrove sconosciuti, come l’abusivismo edilizio,le mancate bonifiche delle zone industriali e il diffuso dissesto territoriale.
Ogni minuto aumenta la sfiducia e il disprezzo dei cittadini, dei “rappresentati, verso la classe politica, verso i “rappresentanti”.
Tutti questi mali italiani nascono almeno in parte da un’identica causa: la lontananza delle classi dirigenti dall’interesse generale.
La seconda parola è ambiente.
Fino a qualche anno fa l’ambiente evocava soprattutto valori e bisogni, era un campo d’impegno prevalentemente culturale e sociale ed era, al tempo stesso, il terreno di un conflitto ricorrente tra ragione ambientale e ragione economica.
Oggi l’ambiente è ancora, certo, un valore e un bisogno primario, un bene comune da difendere e che non può essere ridotto a merce.
Ma oggi l’ambiente coinvolge rilevantissimi interessi economici, è il simbolo ed è il motore di una nuova economia che si dimostra particolarmente efficace come antidoto alla crisi e come base per un rinnovato e duraturo benessere: è la green economy dell’innovazione energetica, della chimica verde, della mobilità sostenibile, della valorizzazione del paesaggio, delle “smart city”, dei nuovi materiali, del riciclo dei rifiuti, del “consumo zero” del territorio.
Un’economia che genera ricchezza e dà lavoro senza dissipare risorse naturali e senza far crescere l’inquinamento, anzi contribuendo a risolvere problemi ambientali: un tempo si sarebbe detta un’economia a basso contenuto di entropia.
E’ questa la via giusta, e l’unica plausibile, anche rispetto al dibattito talvolta un po’ astruso sulla cosiddetta decrescita felice: l’unica via che fa decrescere l’impatto sui sistemi naturali di produzioni e consumi,nel mondo puo’ridare speranza e futuro a miliardi di donne e di uomini che vivono in condizioni umane inaccettabili e dà speranza e futuro a Paesi come il nostro altrimenti condannati al declino.
La terza parola è “glocal”, come intreccio virtuoso tra dimensione globale e locale.
Ci piace che il mondo attuale assomigli molto più di ieri a quella che Edgar Morin chiama “terra-patria”: nella quale circolano e si scambiano liberamente, grazie alla rete, conoscenze ed esperienze; nella quale il benessere è un orizzonte non più limitato soltanto a pochi Paesi; nella quale si afferma l’universalità dei diritti umani, civili, sociali.
Ma la globalizzazione,che è un processo grandioso e inarrestabile, è anche un processo ambiguo: può tendere all’ideale della terra-patria, o come oggi sta accadendo, può perpetuare ed aggravare i fenomeni di povertà , di crisi ecologica, di deterioramento e frammentazione sociale.
Più di tutto va combattuta l’idea che per trovare spazio — spazio economico, spazio culturale — nel mondo globalizzato, ogni popolo, ogni comunità debbano rinunciare alla propria identità e omologarsi ad uno stesso modello.
E’ vero il contrario: globalizzazione e identità sono bisogni inscindibili, nella loro necessaria compenetrazione vive quell’incontro tra “flussi” e “luoghi” decisivo per dare ancora senso all’idea di progresso.
Come italiani, possiamo avvertire con una forza speciale questa consapevolezza: siamo gli eredi del Rinascimento e i custodi di mille città e territori che fanno dell’Italia un grande, prezioso, inimitabile mosaico.
“Luoghi” dell’anima,luoghi di identità , di storie, di economie tutte diverse e tutte a loro modo uniche e irriproducibili.
Ma anche “luoghi” chiamati a confrontarsi con i “flussi” della globalizzazione: per l’Italia la via alla “buona globalizzazione” non può che essere “glocal”.
La quarta parola è patria, anzi patrie.
Ci sentiamo legati, profondamente legati, alla patria italiana e alla patria europea e pensiamo che solo in un forte investimento di idee, di azioni, di risorse umane ed economiche nella sostenibilità ambientale l’Italia e l’Europa possano trovare un futuro degno,desiderabile e all’altezza della propria storia.
Per noi il patriottismo non è appartenenza di “sangue”, ma politica e di “progetto”: si è italiani e si è europei per “ius soli”, se si vive stabilmente su questi “suoli” riconoscendosi perciò in un destino comune, e qualunque sia l’origine, la cultura, la religione dei propri genitori.
Si e’italiani se si partecipa al perimetro pubblico della parteciapzione politica.
Siamo convinti che all’Italia in particolare il patrimonio ambientale e paesaggistico abbia molto da chiedere — li abbiamo rovinati più di altri il nostro ambiente e il nostro paesaggio — ma anche molto da dare.
Se l’economia verde è quella che produce benessere e prosperità senza intaccare il capitale naturale, allora si può dire che l’Italia l’economia verde l’ha inventata, l’ha praticata con successo, prima di tutti gli altri.
Vi è insomma una “green economy” in salsa italiana che si fonda sulla bellezza, la creatività , la convivialità , il legame sociale e culturale tra economia e territorio: tutte materie prime immateriali e dunque ecologiche, tutti talenti dei quali abbondiamo e che oggi sono la nostra arma migliore, forse l’unica vera arma su cui possiamo contare, contro i rischi di declino.
Ci piace sentirci italiani e ci piace sentirci cittadini europei.
Ci piace molto meno l’Europa come funziona oggi: gli stessi che hanno lasciato crescere senza regole l’economia finanziaria, oggi vorrebbero ridurre l’idea europea, l’idea federalista di Spinelli, a un direttorio di banchieri e di burocrati senza democrazia.
Questa prospettiva va sconfitta, perchè svilisce il grande progetto europeista e perchè dà argomenti e spinta all’ascesa di forze populiste, anti-europee, nazionaliste e rischia di resuscitare odi e fantasmi del passato.
Infine, la quinta parola è ottimismo.
Per affrontare la crisi, la crisi globale e il declino italiano, servono fiducia e ottimismo.
Non servono e rappresentano un problema gravissimo, classi dirigenti come la nostra che nella politica come nel sindacato come nelle rappresentanze industriali pensano ancora, con poche eccezioni, di vivere nel Novecento e privilegiano sistematicamente la conservazione rispetto all’innovazione.
Innovazione contro conservazione:sara’questa la nuova discriminante politica oltre le insignificanti categorie del 900.
E’proprio l’estraneità alla cultura e alla consapevolezza ecologica e della sostenibilita’dello sviluppo uno dei tratti più vistosi di questa non contemporaneità e di questa formidabile resistenza al cambiamento che accomuna buona parte delle forze politiche e sociali italiane, ed è uno dei principali ostacoli che impedisce di avviare l’Italia su un cammino rinnovato di progresso che riconosca e sappia interpretare le trasformazioni sociali, economiche, geopolitiche, culturali simboleggiate dal passaggio di millennio.
Oggi dobbiamo evocare sfide immense e decisive: problemi globali come la crisi climatica e la persistente, enorme disuguaglianza nell’accesso alle risorse che condanna miliardi di persone ad una vita di miseria assoluta e disperata; problemi europei, come l’urgenza di costruire un nuovo modello energetico fondato sull’efficienza e sulle fonti pulite; problemi spiccatamente italiani come l’inquinamento urbano, il dissesto del territorio, l’illegalità dell’abusivismo edilizio, la criminalità ambientale delle ecomafie.
Ma l’ecologia e una nuova consapevolezza culturale sono anche una grande speranza e richiamano valori, bisogni, interessi sempre più centrali nella vita delle persone: i valori di quanti considerano che oggi non possano esservi progresso e benessere senza una profonda conversione dell’organizzazione sociale, dei consumi, delle produzioni, capace di porre un argine alla dissipazione delle risorse naturali e di fermare i cambiamenti climatici; i bisogni di chi ritiene che vivere senza inquinamento sia un diritto, come il lavoro e come la libertà , e che acqua, aria, suolo siano beni comuni; gli interessi di migliaia di aziende che investendo in produzioni e in tecnologie green si dimostrano più forti della crisi economica, ma reclamano politiche pubbliche — non sovvenzioni, politiche — che ne sostengano lo sforzo.
Nell’incontro del 28 giugno presenteremo i contenuti programmatici del “green new deal” che proponiamo per l’Italia.
Un nuovo patto che deve cambiare in profondità tutte le principali scelte pubbliche: dal fisco alle politiche industriali, dal welfare alla spesa pubblica, dalle infrastrutture ai trasporti, dalla legalità alle politiche civili e dei diritti.
La nostra iniziativa politica non nasce contro nessuno e anzi può contribuire a un’evoluzione positiva anche delle forze politiche tradizionali.
Non nasciamo contro nessuno ma nasciamo proponendo un’idea di sviluppo che non è aggiuntiva ma alternativa rispetto a quelle correnti nella politica e tra le classi dirigenti italiane.
Il terreno della nostra riflessione, del nostro progetto è lo stesso terreno praticato in tanti Paesi europei da partiti, movimenti, formazioni elettorali che ponendo l’ambiente e la cultura al centro del loro profilo e del loro discorso sono diventati punto di riferimento di un numero crescente di cittadini e il perno della contaminazione in senso ecologico delle altre forze politiche e sociali:di un’offerta politica con queste caratteristiche l’Italia ha bisogno per tornare a credere in se stessa e per aiutare l’Europa a ritrovare la via del futuro.
Noi ci impegneremo per costruirla.
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
VOLANO I PIATTI, OGGI L’INCONTRO DELL’ADDIO: RITORNA L’UDC TRA RECIPROCHE ACCUSE
L’unica cosa su cui entrambe le parti concordano è che non sarà formalmente un divorzio.
Visto che, come spiegano i montiani Benedetto Della Vedova e Andrea Olivero, «Scelta civica non può rompere quello che non c’è mai stato, cioè il soggetto comune con l’Udc».
Ma tolti i tecnicismi, l’unica cosa certa è che – a meno di colpi di scena dell’ultimo secondo – le strade di Pier Ferdinando Casini e Mario Monti stanno per separarsi. Per sempre
L’ex presidente della Camera e il Professore dovrebbero incontrarsi oggi, nel disperato tentativo di ricomporre una frattura che pare sempre più insanabile.
Dopodichè sabato, giorno in cui Casini ha convocato i suoi per l’annuncio di «una svolta», lo strappo potrebbe essere formalizzato.
Inutile chiedersi se la separazione sarà consensuale. Basta ascoltare le parti. «Dovevamo fare un partito insieme e all’improvviso quello va in conferenza stampa e osa pure dire che noi dell’Udc cerchiamo solo quote di potere», sbotta il segretario centrista Lorenzo Cesa.
Il «quello» in questione è Monti. Che prima, incrociando i giornalisti all’uscita di un faccia a faccia con Enrico Letta, dice apertamente sono «altri i temi su cui dobbiamo concentrarci in questa fase», non il rapporto con l’Udc.
Poi, incontrando i suoi, ripete a voce alta le riflessioni elaborate a più riprese dopo le elezioni. «E dire che per difendere l’alleanza con Casini ho respinto pressioni di tutti i tipi», è il ragionamento del Professore.
E ancora, riferiscono i suoi: «Ma come fa Casini a sostenere che senza l’alleanza con noi avrebbe preso più voti? L’unico dato certo è che è entrato in Parlamento con l’1,7 per cento…»
Il travaso di bile reciproco, esploso dopo il tesseramento lanciato da Monti in vista della trasformazione di Scelta civica in un partito vero e proprio, spinge Cesa a scrivere ai suoi iscritti una lettera che assomiglia a un punto di non ritorno.
«È giunto il momento di riprendere l’iniziativa politica dell’Udc. È il momento di ripartire. Vi invito a una mobilitazione generale».
Il fronte montiano, col tandem composto da Della Vedova e Olivero, risponde per le rime: «Oggi, dopo l’1,7 conseguito alle Politiche, l’Udc vorrebbe consumare frettolosamente una fusione che suonerebbe artificiale e sarebbe palesemente insostenibile per un movimento come Scelta civica, che si sta dando una struttura compiuta».
Dietro le quinte, l’atmosfera è ancora più tetra.
Tolto qualche ragionamento sull’ipotesi (ai limiti dell’impossibile) di mettersi d’accordo al Senato aggiungendo alla denominazione del gruppo un trattino e la parola «Udc», della «cosa» montian-casiniana non rimane nulla se non la rabbia reciproca. Lorenzo Dellai, capogruppo alla Camera, tenta una mediazione invocando la ricomposizione «immediata» della «deriva» coi centristi.
Ma ormai è tardi. Il deputato-scrittore Edoardo Nesi, che in bacheca ha un Premio Strega, sembra lui stesso il protagonista di un romanzo.
«L’altro giorno ho visto questo onorevole Cera dell’Udc mentre stava per andare a menare un grillino. E guardi – aggiunge – che è bello grosso. Gli avrebbe fatto male di brutto, sa?».
E pensare, sorride, «che Cesa giura di aver letto i miei libri…».
Ed è un sorriso amaro.
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)
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