Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO AVER PERSO IL CONTROLLO DEI PARLAMENTARI (SOLO 79 SU 163 HANNO VOTATO PER L’ESPULSIONE DELLA GAMBARO) GRILLO VIENE ABBANDONATO ANCHE DALLA BASE CINQUESTELLE
I fedelissimi di Beppe Grillo in piazza a Montecitorio a Roma a sostegno del leader, dopo le critiche mosse dalla senatrice Adele Gambaro e tutte le successive mosse e polemiche che ne sono scaturite.
Non ultima, la riunione in cui è stata decisa l’espulsione della Gambaro.
Tra cinquanta e cento, in piazza. Non ci voleva molto a contarli.
Urlano e mostrano striscioni come «O dentro o fuori dal Movimento con i suoi valori», «Beppe megafono, noi voce del Movimento», «L’onestà andrà di moda» oltre a cartelloni con le foto di alcuni dissidenti e fuoriusciti bollati come traditori.
Pochi anche i parlamentari dell’M5S che partecipano alla manifestazione.
In piazza anche Roberta Lombardi, che risponde alle domande dei giornalisti su Paola Pinna, deputata sarda attorno alla quale, a causa di un’intervista, sta scoppiando un nuovo caso. «Pinna? Non la conosco, chi è?» – dice Lombardi .
Spiegazioni, infine, sul perchè l’assemblea congiunta che ha votato l’espulsione della senatrice Gambaro non sia stata trasmessa in streaming: «Abbiamo trasmesso in streaming la riunione dei senatori» M5S sul caso Gambaro «e abbiamo visto che alcuni stralci finivano nel talk, diventavano materia di dibattito in tv. Va bene la trasparenza, ma fessi proprio no…».
Di loro è vietato parlare se non in termini entusiastici, poveretta….
Basta esaminare il voto di ieri sera che ha visto 42 parlamentari contrari, 9 astenuti, 33 assenti (il totale fa 84) contro 79 a favore della proposta di espulsione della senatrice Gambaro.
In pratica Grillo è stato messo in minoranza.
E stamane anche la base militante gli ha dato l’addio.
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Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
“VEDRETE, DOMANI LA CONSULTA DIRA’ CHE PUO’ ESSERCI STATA UNA VIOLAZIONE DEI DIRITTI DELLA DIFESA, SPIANANDO LA STRADA PER IL RICORSO”
La collaborazione tra destra e sinistra deve durare”, incita B. “Spero che il governo perseveri su
questa strada”, twitta poco dopo.
Poi complimenti ai ministri e soddisfazione profonda per le larghe intese.
“Questo nuovo amore? È ovviamente interessato. Ma siamo in politica, mica al cinema”, spiega un ex parlamentare Pdl che conosce bene B. e le sue strategie.
Giorgio Stracquadanio, allora il Cavaliere non è diventato rosso?
Ora che Berlusconi ha acchiappato il governo, perchè mai dovrebbe lasciarselo sfuggire? Prima delle elezioni il Pd era vincitore dichiarato, ora sono insieme nella maggioranza, alla pari.
Anche a costo di lodare la vituperata sinistra?
Mi stupisco di chi si stupisce. Questo clima pacifico che si è creato gli porta una marea di benefici, soprattutto sul piano dell’aggressione giudiziaria, che è destinata a finire.
Elabori.
Se il Cavaliere non è più nemico assoluto, e c’è un asse con la sinistra e con il Quirinale, c’è da aspettarsi che le randellate travestite da sentenze, così come gli avvisi di garanzie e le inchieste, cessino. Infatti c’è un abbassamento complessivo dei toni, o sbaglio?
Domani la Consulta decide su quel legittimo impedimento evocato da B. nel 2010 per il processo Mediaset: si aspetta che le nuove alleanze ne influenzino l’esito?
È evidente che questo clima, molto meno ostile, aiuta. Vedrete, la Consulta dirà che il conflitto di attribuzioni non c’è, ma che può esserci stata una violazione dei diritti della difesa: a quel punto la strada per il ricorso sarebbe spianata.
Quindi vede una connessione tra le larghe intese e le decisioni dei giudici?
Non è diretta, ma c’è sul piano politico. Berlusconi ritiene che se non è più in aperto e durissimo contrasto con la sinistra, le cose possano risolversi in modi più vantaggiosi. Per esempio facendo dimenticare le parole ostili che ha spesso rivolto ai giudici.
Quanto aiuta l’armonia col Quirinale?
Il Cavaliere, ricordiamolo, è stato uno dei grandi elettori che ha riconfermato Napolitano. Poi, è chiaro, non è che il presidente telefonerà ai giudici per dare istruzioni: intanto perchè non può, e poi perchè non lo farebbe. Però, durante il discorso ai Prefetti, il capo dello Stato ha già detto che serve equilibrio nelle decisioni: più di così…
E quanto pesa la pronuncia della Consulta sui destini del governo?
Poco, perchè un’alternativa non c’è: andare alle urne sarebbe una follia. E poi chi glielo fa fare di rischiare un voto contrario sull’ineleggibilità ?
Chi soffre di più di questo nuovo idillio con il Pd?
Sicuramente i falchi del Pdl, che proprio non sono abituati. Sanno che il loro futuro politico dipende da Berlusconi, e quindi vogliono evitarne l’uscita dignitosa dalla politica che secondo me lui sta tentando. E il modo migliore per farlo è mantenere alta la tensione giudiziaria. Penso a Santanchè, Verdini, Capezzone… Berlusconi, per un bel po’ di gente, è un’assicurazione sulla vita.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
L’IRA DI LETTA TRA I GRANDI: “SILVIO FA IL GIOCO DI CHI DUBITA DI NOI”
«Ai grandi del mondo ho ribadito la volontà dell’Italia di mantenere gli impegni presi con l’Unione europea, in particolare la regola del 3% del Deficit/Pil».
Da Enrico Letta, impegnato nella sessione economica del G8, filtra in serata tutta l’irritazione per l’uscita del Cavaliere.
Battute e provocazioni, come quella di infischiarsene del Fiscal Compact e delle regole di Maastricht.
Trattati «liberamente sottoscritti e approvati dall’Italia», dicono a Palazzo Chigi, che Berlusconi vorrebbe mandare al macero.
Con un filo di perfidia il premier fa sapere che le parole di Berlusconi sono scivolate sulla riunione dei Grandi come la pioggerella sottile irlandese, che infastidisce ma non bagna: «Non ce n’è stata nessuna eco, nessun rilievo, lì dentro non ne ha parlato nessuno». «Probabilmente – chiosa Letta – non ne sono stati informati».
Come dire, neppure gli uffici stampa dei Grandi hanno ritenuto l’uscita di Berlusconi tale da dover meritare la loro attenzione.
A caldo, tanto per non lasciare margini al dubbio su quale sia la posizione del governo, Palazzo Chigi chiarisce subito che l’Italia «rispetterà gli impegni di bilancio, la nostra posizione resta la stessa ed è stata ribadita anche nell’incontro di sabato con il presidente della commissione europea, Barroso ».
Poi nelle telefonate tra Lough Erne e Roma, tra Letta e i suoi ministri, si cerca di capire il perchè di questo improvviso colpo di testa.
A mettere la pulce nell’orecchio al Cavaliere pare sia stato Renato Brunetta, con l’obiettivo di intestare al Pdl i risultati che starebbero maturando a Bruxelles in vista del vertice europeo di giugno. Per poi presentarli come un successo del pressing di Berlusconi su quello che Giuliano Ferrara ha preso a descrivere come un «governo senza le p…e e senza il quid».
E tuttavia agli uomini più vicini a Letta importa meno quale sia la motivazione – ammesso che ce ne sia una – dietro l’uscita del leader del Pdl. A irritare sono le possibili conseguenze.
La dissipazione del capitale di credibilità conquistato grazie all’uscita dalla procedura di infrazione.
«Mancano dieci giorni al Consiglio Ue – dice un ministro che ha condiviso le preoccupazioni del premier – e queste parole irresponsabili di Berlusconi non fanno altro che dare più forza a quei paesi che vorrebbero ancora tenerci sotto tutela. Oltretutto è paradossale che a parlare sia Berlusconi: è stato lui a farsi imporre l’anticipo al 2013 del pareggio di bilancio, sono stati lui e Tremonti ad accettare senza fiatare le clausole draconiane del Fiscal Compact».
La partita europea è infatti ancora molto difficile e lo dimostrano le voci rimbalzate ieri fino in Irlanda sul fallimento dellatrattativa sulla Golden Rule per sganciare dal calcolo del deficit il cofinanziamento nazionale dei fondi Ue.
Un’ancora di salvezza per quei Paesi che, come l’Italia, sono usciti dalla procedura di deficit eccessivo.
Letta lo ha spiegato chiaramente ai governatori regionali incontrati due settimane fa, quando ormai era chiaro che l’Ue ci avrebbe tolto dalla lista nera. «In futuro si libereranno almeno 10 miliardi per la crescita – ha avvertito – ma quest’anno potremo sperare solo nell’anticipazione del piano europeo contro la disoccupazione giovanile. Per altri interventi bisognerà attendere il vertice di dicembre, anche per il voto tedesco».
A Roma altri suggeriscono a Letta motivazioni meno nobili dietro la sparata del Cavaliere.
Nel giorno in cui l’IrishSun dà conto di un’inchiesta aperta dalla polizia irlandese su Berlusconi (per una presunta operazione di riciclaggio da mezzo miliardo di euro), l’interessato avrebbe intenzionalmente gridato più forte per coprire la notizia sgradita.
A volte le cose più banali risultano anche le più vere.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
“PROCESSATA PER DUE MINUTI DI INTERVISTA”
Alle nove e mezza di sera Adele Gambaro ha finito le parole. 
Stremata dal doppio processo che ha dovuto subire «per due minuti di intervista», prima a Palazzo Madama poi davanti all’assemblea congiunta di deputati e senatori, dice solo di aver apprezzato la solidarietà ricevuta da alcuni colleghi, come Simona Bencini e Maurizio Romani: «I rapporti col gruppo sono buoni, quello non è il problema. Non lo è mai stato».
E sul possibile esito, confessa: «Temo che mi espellano, ho paura che andrà così».
Non vuole commentare oltre.
Non vuole parlare mentre nell’auletta dei gruppi a Montecitorio si sta dibattendo, e decidendo, sulla sua sorte.
Diffonde quel che ha scritto, però. Le parole che ha affidato all’assemblea prima di uscire: «Il mio gesto era volto principalmente a esprimere una riflessione critica nei confronti della linea che il Movimento sta prendendo, rischiando di assumere una forma a mio parere controproducente e dannosa per l’immagine del nostro operato in Parlamento».
E ancora: «Attenderò il giudizio dell’assemblea e lo accetterò rimanendo nelle mie opinioni, con la speranza che il mio gesto possa essere servito a far smuovere il cambiamento verso una linea più democratica».
L’“imputata” Gambaro — che è arrivata alla Camera letteralmente scortata da alcuni senatori che la circondavano perchè nessuno la avvicinasse — ha letto il suo foglietto visibilmente emozionata.
La voce incrinata, le mani tremanti. Poi è uscita, tra gli applausi di chi l’ha sostenuta fino alla fine e i mugugni degli “ortodossi”.
L’atmosfera è tesa. Gli animi si scaldano subito.
Già al momento di decidere se fare la diretta streaming (il no passa per soli 12 voti) i sostenitori della senatrice si fanno sentire: chiedono che vada tutto in Rete, che tutto sia trasparente fino in fondo.
Poi, al momento di decidere se accettare il voto per delega di chi non ha potuto esserci. Si vota che non si può, anche lì volano proteste.
Vito Crimi — che con il nuovo capogruppo Nicola Morra ha deciso la regia dell’intera operazione — chiede che alla fine si scelga una cosa sola: «Dobbiamo decidere se demandare la decisione alla Rete. Nient’altro».
Vuole frenare i difensori della Gambaro. Nessuno può mettere in discussione la “sovranità della Rete”, è questo il ragionamento, e per questo si vorrebbe saltare il “primo grado di giudizio”.
In molti non ci stanno.
«Il regolamento è chiaro ed è on line», diceva già nel pomeriggio la senatrice Maria Mussini. «La regola è sempre stata che vota l’assemblea e che, nel caso di espulsione, ci sia la ratifica della Rete. La nuova proposta mi sembra un bel salto, una forzatura», dice l’ex sfidante di Morra Luis Orellana.
Tancredi Turco si infervora: «Io sono contrario all’espulsione e voglio dirlo chiaro, è su questo che dobbiamo decidere».
Parla anche Walter Rizzetto. Alessio Tacconi legge un documento del suo meet up contrario alla cacciata.
Fanno lo stesso Francesca Businarolo e Ivana Simeoni, «scandalizzata all’idea di aver appreso della proposta di espulsione dal blog».
Gli ortodossi non sono meno agguerriti: Vega Colonnese, Laura Castelli, Alessandro Di Battista, Patrizia Terzoni, sottolineano quanto sia grave aver messo in dubbio l’operato di Beppe Grillo.
E Manlio Di Stefano taglia corto: «Invece di parlare di dissidenti ogni giorno, se c’è qualcuno che dissente, si alzi ora e lo dica. Faccia il suo percorso lontano da noi».
C’è anche chi chiede conto dell’ultima intervista di Paola Pinna, di cui Andrea Colletti si è già premurato di chiedere l’espulsione. «Il movimento deve includere, non escludere», ripeteva senza sosta prima della riunione la senatrice Simona Bencini. E prevedeva: «Se mandano via Adele i prossimi siamo noi, io e Romani che l’abbiamo difesa. A questo voto non si doveva proprio arrivare, è un’assurdità ».
Ci si arriva però, e la scelta di rimandare la decisione alla Rete è la garanzia — per i falchi — che tutto andrà come deve.
Hanno votato come chiesto da Crimi in 79. 42 erano contro, 9 si sono astenuti e alla fine — tra chi non è mai arrivato e chi è uscito prima — in 33 hanno deciso di non votare (i talebani non raggiugono nemeno la maggiotramza dei 163 parlamentari… n.d.r.) .
Adele Gambaro sarà cacciata dal Movimento.
Il desiderio di Beppe Grillo sarà esaudito.
Come sempre.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
GRILLINI TREMATE, LE STREGHE SON TORNATE
La «strega» è lì, con la gonna bianca in seconda fila. Gli altri tutti intorno. Fa caldo, gli uomini sono senza giacca, le signore senza maniche.
Il clima è a metà tra una seduta di autocoscienza degli Anni Settanta e un processo della prima metà del Seicento.
Che la senatrice Adele Gambaro, colpevole di aver attaccato Beppe Grillo, abbia un gatto nero in casa?
E sull’iride del suo occhio destro c’è per caso quel neo, il famoso «segno del diavolo»?
Ore 15.30, Inquisizione in streaming, seduta preliminare dei senatori prima dell’assemblea congiunta dei gruppi.
L’imputata è presente e persino «troppo fredda», come le rimprovera un collega. Gioca con un pezzo di carta mentre i Cinquestelle di palazzo Madama pesano la sua colpevolezza.
Espulsione, ergastolo, frustate?
Enza Blundo ha un’idea: «Adele deve chiedere perdono a Beppe per aver messo in pericolo il movimento, magari lo deve fare in diretta streaming… ».
In ginocchio, a capo chino.
La vorrebbero più contrita, lei tiene il punto: «Non mi sono mai sognata di mettermi a livello di Grillo, lo stimo, e non mi devo giustificare. Confermo che i toni devono cambiare, siamo dentro le istituzioni».
Coraggiosa, sfrontata. «Scusa Adele perchè hai espresso il tuo dissenso davanti ad una telecamera? ». Semplice: «A Beppe ho mandato un sms ma lui non mi ha mai risposto».
Sono nervosi.
Andrea Cioffi: «Siamo finiti in uno stress-test per colpa dei giornalisti. Dobbiamo dimostrare di essere forti e coesi».
Un collega lancia l’allarme: «Ci sono 300 giornalisti qui fuori. Siamo pesciolini rossi in un mare di pescecani. Questi qua non vedono l’ora di farci saltare i nervi…».
Maledetta stampa: «Adele, dicci, l’hai chiamato tu il giornalista di Sky per fare l’intervista?».
Lei fa cenno di no con la testa. Interviene Rocco Casalini, già Grande Fratello Uno, responsabile delle terremotate relazioni con i media.
Signori della corte, «noi della comunicazione non abbiamo autorizzato nessuna intervista ».
Brusio in sala. Vito Crimi, ex presidente dei senatori, un po’ di fretta per via di un trasloco, si rimette agli attivisti: «Noi non voteremo nessuna espulsione, le decisioni le prenderà la Rete».
La «strega» non ha nessuna intenzione di salire sul rogo e fissa Crimi negli occhi: «Il rapporto di fiducia non c’è più. Tu hai messo sul blog un mio sms… Si parla tanto delle critiche che ho rivolto a Grillo e nessuno parla delle reazioni violente nei miei confronti apparse in Rete ».
Non si dimette, non molla il punto: «Con voi sto bene. Nessun problema…».
E allora? E allora lo streaming diventa una tortura.
Sanno che anche Grillo guarda e giudica. Aveva chiesto la testa di Adele, loro vacillano. Lei è cattiva, ha alzato la testa, ma cacciarla «è strategicamente sbagliato».
Se fosse un telefilm poliziesco, Laura Bottici avrebbe il ruolo della dura: «Siamo in guerra con il sistema politico. C’è da tirar fuori le unghie, chi non se la sente vada a casa».
Un dubbio serpeggia: «Se siamo diventati 53 meno 16 (il numero che sarebbe pronto a fare un nuovo gruppo,ndr ) allora siamo una schifezza».
«Ma quale guerra! Noi siamo qui per cambiare il Paese nella maniera più soft possibile» — dice Alessandra Bencini che non regge la lettura epico-bellica — «Adele deve rimanere nel gruppo. Dare un’opinione personale è forse illegale? Quante persone servono per un’eventuale gogna mediatica?».
Sì, butta male. Maurizio Romani apre un altro fronte: «Non voglio le scuse di Adele ma quelle del capogruppo dei deputati Riccardo Nuti. L’avete letta la sua intervista a Repubblica? Dice che chi vota contro l’espulsione della Gambaro è fuori e che la scissione è inevitabile. Chieda scusa lui!».
Niente diretta streaming dei gruppi congiunti, meglio le porte chiuse.
Nicola Morra, neocapogruppo al Senato, è pallido come un cencio: «Sono i giorni più brutti della mia vita ».
La «strega» esce dal processo, la gonna bianca senza una piega.
Alessandra Longo
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Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile
PREPARATE LE RISPOSTE CHE GLI ATTIVISTI DOVRANNO DARE DOMANI SE INTERVISTATI DALLA STAMPA ALLA MANIFESTAZIONE IN SOSTEGNO DI GRILLO DAVANTI AL PARLAMENTO… VIETATO PENSARE E PARLARE USANDO LA PROPRIA TESTA: ECCO IL COPIONE DA IMPARARE A MEMORIA E DA RECITARE PER LE TV
LE LINEE GUIDA PER LA MANIFESTAZIONE DI DOMANI
A tutte/i
Grazie infinite a tutti per la partecipazione in questi giorni precedenti alla manifestazione.
Ecco alcune linee guida da seguire domani, in modo da ottenere il risultato principale: mostrare all’Italia che il M5S è coeso, compatto, unito e che la lotta è ben lungi dall’essere terminata
Anzi, è solo all’inizio!
1) Cerchiamo di venire tutti fin da subito, fin dalle nove. Il punto d’incontro è esattamente quello della foto sopra, sotto l’obelisco davanti a Montecitorio. Più siamo fin dall’inizio, meno i giornalisti potranno filmare una piazza vuota e mandare in onda immagini che decretano il flop.
Un piccolo sforzo per una giornata importante come domani!
2) La manifestazione è PACIFICA! Non è un redde rationem, nè uno showdown in stile western, nè una marcia su Montecitorio.
Siamo lì per manifestare il nostro affetto a Beppe Grillo e ai nostri deputati e senatori. Il fatto che vi sia aria di dissidenza dev’essere considerato quasi “ACCIDENTALE”.
Ai giornalisti che saranno in piazza, CI RACCOMANDIAMO di rispondere con garbo, con cortesia questa semplice frase, se provocati su eventuali dissidenti: “Chi non mantiene il rispetto per i cittadini e per gli elettori è fuori del M5S, sia esso attivista, consigliere, deputato o senatore. I valori del M5S non si discutono”.
Peraltro, se ci riusciamo, diciamo che Grillo NON ha parlato male del Parlamento ma ne ha solo denunciato la condizione degenerata. Anche Scalfaro, ex presidente, anche autorevoli giornalisti ne denunciavano lo svilimento ma nessuno ha osato obiettare. Le parole di Grillo invece sono state strumentalizzate, ecc. ecc.
In soldoni, sminuire i problemi, liquidare con una risata le ipotesi di scissione, accogliere con uno sbadiglio e una scrollata di spalle le previsioni di fine del MoVimento.
Se la piazza è gremita come dovrebbe essere, basta rispondere indicando la gente: “A me sembra che il MoVimento sia vivo e vegeto e che goda di ottima salute, a lei?”.
“Agorà deputati M5S e cittadini del M5S di Roma”
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Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile
SONO STATI BEN 42 I PARLAMENTARI CINQUESTELLE CHE HANNO VOTATO CONTRO, 9 GLI ASTENUTI, 33 CHI NON HA VOLUTO PARTECIPARE ALLA FARSA… IN UN PARTITO NORMALE STASERA GRILLO SI SAREBBE DOVUTO DIMETTERE
Il verdetto arriva dopo sei ore di riunioni e assemblee. Adele Gambaro potrebbe essere cacciata.
L’assemblea congiunta dei deputati e senatori M5S ha votato (79 sì, 42 no, 9 astenuti, ben 33 gli assenti) di demandare alla rete il voto sull’espulsione della senatrice, dopo le sue dichiarazioni critiche nei confronti di Beppe Grillo.
Ma il dato clamoroso viene proprio dai numeri: nonostante le minacce via web e la precettazione dei talebani, Grillo nin raggiunge più neanche la metà più uno degli eletti.
Si sono schierati con lui solo 79 parlamentari su 163.
I dissidenti che venivano dati al massimo intorno alle 30 unità sono passati a 42 ufficialmente, ma ben 33 si sono dissociati dalla linea Grillo, rifiutandosi di partecipare al voto.
Nienete streaming per la seconda assemblea, quella più importante, a Montecitorio.
Il tutto mentre sulla Cosa, la webtv del Movimento vanno in onda i video di Grillo..come nei peggiori regimi militari.
Ad essere trasmesse sono solo le dichiarazioni finali dei capogruppo alla Camera Riccardo Nuti e del capogruppo al Senato Nicola Morra, che hanno motivato la decisione dell’assemblea.
LA LETTERA
Una riunione agitata, dunque. E a porte chiuse. Alla faccia della trasparenza.
Lei, Adele Gambaro, legge una lettera.
Si dice dispiaciuta di aver danneggiato il Movimento. Ma niente scuse. E ribadisce il suo no alle dimissioni.
«Attenderò il giudizio dell’assemblea e lo accetterò rimanendo nelle mie opinioni e con la speranza che il mio gesto possa essere servito a far muovere il cambiamento verso una linea più democratica», sottolinea.
Nel frattempo Crimi avvia la procedura d’espulsione.
In aula anche la deputata Paola Pinna attaccata per una intervista che ha rilasciato da un post del collega Manlio Di Stefano.
Un commento infame, degno dei peggiori servi: «Risparmiatemi questa Cosetta dei Miserabili dell’onorevole grillina Paola Pinna – scrive Di Stefano – (laureata disoccupata che viveva con i genitori a Quartucciu, Cagliari, e con cento voti cento è diventata deputata al Parlamento) che invece di spargere petali di rosa dove Grillo cammina, sorge in difesa di una certa Gambaro, un’altra miracolata che si crede Che Guevara».
Ha parlato il giullare di corte.
L’SMS, CRIMI E LE CHIAMATE A GRILLO –
La Gambaro attacca Grillo: «Qui nessuno parla delle reazioni del blog nei miei confronti: sono state di una violenza incredibile». E non solo.
Gambaro si rivolge all’ex capogruppo Vito Crimi: «Non c’è più rapporto di fiducia. Tu, Vito (Crimi, ndr) hai pubblicato un mio sms. Quindi viene a mancare il rapporto di fiducia».
E a chi le chiede se voglia rimanere nel Movimento, lei replica: «Sì, io ho espresso il mio disagio per i toni della comunicazione. Lavoro molto bene con i miei colleghi qui».
Il senatore Campanella la difende: «C’è bisogno di lei nel gruppo: penso che sia opportuno mantenere l’unità del Gruppo e votare insieme affinchè si passi oltre queste contrapposizioni sterili».
MOMENTI DI TENSIONE
Il dibattito continua, tra posizioni più o meno moderate, finchè i toni, all’improvviso si alzano. «Adele non deve finire dentro la gogna mediatica. Avere un’opinione personale è illegale? Criticare non è previsto dal regolamento?», scandisce la senatrice Bencini.
Il senatore Romani afferma: «Mi chiedo se non sia peggio l’intervista di oggi di Riccardo Nuti a Repubblica, dove dice che lei si deve dimettere e chi vota contro è fuori. Io voglio le sue scuse, perchè se è un mio compagno e fa parte della mia squadra queste cose non deve dirle. Io non voglio le scuse della Gambaro, ma di Nuti».
Poi il gruppo si trasferisce alla Camera per l’incontro congiunto di senatori e deputati.
Con Grillo messo in minoranza.
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Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile
NEANCHE LE PALLE DI ASSUMERSI IL RUOLO DI BOIA, PREVALGONO I VILI CHE VOGLIONO LA LAPIDAZIONE DELL’INFEDELE VIA WEB
Vito Crimi questo pomeriggio: «Noi non votiamo nessuna espulsione, noi votiamo di
rimettere alla rete la decisione. Io non ho detto chi non vota per l’espulsione della Gambaro va contro i principi del Movimento. Ho detto: “se come gruppo non ci rimettiamo alla decisione della rete tradiamo un principio del M5S”».
Ma di quali principi parla Crimi? Quelli delle dittature sudamericane?
Poi l’ex capogruppo saluta tutti e se ne va. «Devo andare a fare il trasloco».
Vito Crimi questa sera: “Vito Crimi ha avviato la procedura di espulsione e altri si sono già associati”, ha dichiarato il deputato Andrea Colletti in una pausa.
Vito Crimi forever:«I parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice di Comportamento, proporre l’espulsione di un parlamentare”.
Peccato che questo Codice non abbia nessuno valore legale visto che i parlamentari rispondono solo alla Costituzione, ai regolamenti dei gruppi parlamentari ed eventualmente allo statuto del partito.
L’articolo 3 dello statuto di 5 Stelle dice chiaramente: “Gli eletti esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato”.
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Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile
SPARITO FINI, SCONFITTO ALEMANNO, CONFINATO LA RUSSA: CHE NE E’ DEGLI EX MISSINI?… POLITICAMENTE POCO, MA C’E’ UN TESORETTO DA 400 MILIONI DA SPARTIRE
Qualcuno l’ha chiamata “operazione nostalgia”, giusto per chiarire dal principio che la premessa non è tanto il futuro, quanto una mesta rievocazione di un passato di cui non si ha più traccia, se non nelle sue macerie di rivendicazioni, pentimenti e qualche schizzo di veleno sulle responsabilità .
Altri “la nuova cosa nera”, che rievoca più un passato extraparlamentare, che non un presente rassicurante tra i banchi delle Camere.
Eppure, anche se i protagonisti si sfilano da entrambe le definizioni, qualcosa, nel magmatico e sempre più confuso pentolone del centro destra, si sta muovendo.
Dopo la slavina elettorale delle scorse amministrative, e la rovinosa sconfitta dell’ex sindaco Alemanno a Roma, gli ex colonnelli di Alleanza Nazionale stanno lavorando al progetto di ricostruire una nuova identità .
Alcuni confluiti in Fratelli d’Italia, altri in rivoli di progetti similari.
Tramontato il suo leader Gianfranco Fini (alle prese con un libro nel quale racconterà la “sua verità “), Futuro e Libertà si è sciolta lo scorso maggio.
Un triumvirato guidato da Roberto Menia, Aldo Di Biagio e Daniele Toto dovrebbe ora accompagnare il defunto partito, nato il 13 febbraio del 2011 da una scissione interna del Pdl, verso una “comune casa di destra”: formula quanto mai vaga.
Del resto, l’emorragia di voti nel Pdl, otto milioni all’ultimo giro, sono un appetitoso banchetto su cui pasteggiar.
Un elettorato senza più padri, in cerca di una destra moderna, europeista, riformista che avrebbe forse votato Renzi, è in cerca di una congrua creatura politica.
E allora?
Lo scorso week-end, Fratelli d’Italia ha organizzato a Milano le “Giornate Tricolori”: l’obiettivo – seguiranno altre iniziative simili – è quello di discutere insieme le vie da percorrere per ricomporre la creatura morente.
Eppure, a giudicare dal panel degli invitati – oltre a vecchi protagonisti di An anche l’ex Ministro Tremonti, Magdi Allam, e qualche volto di “Fermare il Declino” – la rotta sembra più posizionata verso il centro, che non in direzione di una destra pura. Altro nodo gordiano è la questione della leadership: La Russa accende il riflettore su Giorgia Meloni, da alcuni ribattezzata “la Renzi del centro-destra”.
Formula quanto mai spendibile in tempi di rottamazione e insistente richiesta di rinnovamento.
Ma non tutti sono d’accordo.
L’ombra lunga del Cavaliere, inoltre, sembra essere condizione imprescindibile per la nascita della nuova formazione: in attesa che il volto della rinnovata Forza Italia assuma lineamenti più chiari, molti ex An già oggi non escludono la possibilità di allearsene, anche se l’ex senatore Domenico Nania parla di “pulizia etnica della destra del Pdl”.
Lo stesso La Russa, che raggiunto dall’Espresso non ha voluto parlare perchè “contrario al taglio del giornale”, ha spiegato ieri che l’intento non è quello di sottrarsi a Berlusconi, ma di comporre la terza gamba “di una coalizione in grado di vincere”. Del resto, i senatori Matteoli e Gasparri, ex An, hanno già chiarito che resteranno nel rassicurante alveo del Pdl: l’uno, a capo della commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni di palazzo Madama, l’altro come vicepresidente del Senato.
Chi è, al contrario, in cerca di collocazione, ci sta invece pensando.
Andrea Ronchi, che nel 2011 uscì da Fli per entrare nel gruppo misto, sostiene che si commetterebbe un grosso errore, se si pensasse a un’operazione nostalgia: “Alleanza nazionale era un progetto intelligentissimo, che ha avuto la sua massima espressione in un momento storico molto diverso dall’attuale. Fino al 1993 l’Msi era considerato un partito “paria”, impresentabile e oggetto di razzismo politico. Fu Fini a sdoganarlo, quando si candidò a Roma come sindaco, contro Rutelli. Nacque tutto lì. Il Cavaliere lo scelse e si aprì la seconda Repubblica. E proprio a Roma, dove tutto ha avuto principio, tutto è finito con la sconfitta di Alemanno. Si apre una terza fase”.
Un partito che guardi anche al centro – spiega Ronchi – e si rivolga al volontariato cattolico e alla Cisl. Che si occupi di lavoro, legalità , sussidiarietà , nazione, welfare sociale, cura economica, e che non tralasci gli ultimi.
“Coinvolgerei Luciano Ciocchetti (ex vicepresidente del Lazio con la Polverini), Adriana Poli Bortone, Silvano Moffa. Senza pensare a una leadership precisa, però, perchè finchè resiste Berlusconi, non si può pensare ad altri. Certo, non vedrei male un imprenditore come Alfio Marchini…”.
Francesco Storace, segretario nazionale della Destra e oggi vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, ha accolto e rilanciato l’appello di Marcello Veneziani sul “ritorno a Itaca” (riunirsi sì, ma su idee e valori concreti), anche se qualcuno degli ex An sottolinea che, dopo il disastroso risultato delle scorse amministrative (1,30 per cento, rispetto al 3,46 delle regionali di febbraio), non abbia più grande potere contrattuale.
“Dovete pronunciarvi”, ha scritto in un recente editoriale su Il Giornale d’Italia nel quale tira bordate a La Russa.
“Stupisce il silenzio di Fratelli d’Italia, la cura dell’orticello non è la migliore delle proposte possibili in politica – prosegue – bisogna avere anche il coraggio di mettersi in discussione in un confronto leale sulle idee. Giorgia Meloni e i suoi sono riusciti a racimolare i consensi necessari a rientrare in Parlamento in nove ma adesso devono fare politica anche loro. A che serve guidare una bella pattuglia quando si potrebbe rimettere in campo un esercito?”.
Appello cui La Russa ha risposto, invitandolo alle Giornate milanesi.
Raggiunto dall’Espresso, Storace ribadisce che “C’è la necessità ci siano tutti, in una nuova Next An. Sono stato l’unico a dire no a Fini e Berlusconi. C’è un vuoto politico da riempire e occorre lavorare per rimettere insieme pezzi di un mondo che si è diviso, ma non distrutto. Ne parlerò io stesso a Orvieto, a metà luglio”.
E un’allenza con Fratelli d’Italia? “Non ho pregiudizi”, risponde.
Roberto Menia, ex coordinatore nazionale di Fli, non ci sta a gettare l’esperienza del passato nel cestino degli errori: “In realtà credo che tanti buoni argomenti li avevamo. Rivendico, però, di essere stato l’unico a essermi opposto allo scioglimento di Alleanza Nazionale. Ma voglio pensare al futuro. Oggi l’elettorato è molto mobile. La dinamica bipolare c’è ancora, anche se non è più da considerarsi in termini bipartitici. La destra, finora, è vissuta in ostaggio del referendum Berlusconi sì o Berlusconi no. Deve rivendicare un suo spazio. Ma non in un’operazione che sappia di zattera di salvataggio per i vecchi trombati. Io vorrei una Alleanza Nazionale 2.0, senza riadoperare il vecchio simbolo, però. Deve essere un soggetto credibile, moderno dentro cui convergano settori anche diversi della società civile che oggi non hanno rappresentanza. Spezzoni di elettorato del nord che non vuole più votare la Lega. Orfani di Fare per fermare il declino. Cisl. Volontariato, imprenditori, associazionismi. Società civile. Sto dando vita a dei comitati sul territorio per la costituente della Destra. Il governo durerà ancora un altro anno. Noi potremmo fare un cartello per presentarci insieme alle europee del 2014”.
Davvero nessun errore in Fli?
“Abbiamo sbagliato la gestione del progetto. Da salvatori della patria, in una notte, siamo diventati i traditori. Fini, anzichè onorare le promesse di rinnovare il centrodestra, ha dedicato le sue energie alla presidenza della Camera: ci è stato fatale. Ci siamo spostati troppo al centro con Casini e Monti e abbiamo rotto il patto con l’elettorato”.
Adolfo Urso, presidente delle Fondazioni FareFuturo e FareItalia, anche lui fuoriuscito da Fli con Ronchi e Scalia per confluire nel gruppo misto nel 2011, parla di terza fase: “Si può e si deve aprire. Dev’essere qualcosa di innovativo in un contesto in cui alcuni nodi vanno sciolti con chiarezza. Come quello europeo: quale sovranità e quale unione vogliamo. Poi basta personalismi. Diamo la leadership ai valori: onestà , pattriotismo, sovranità , cittadinanza dei nati in Italia da genitori stranieri. Penso a un partito gollista e riformatore in una nuova repubblica presidenziale”.
Col giornalista Mauro Mazza, sta scrivendo un libro, in forma di dialogo, in cui si riflette sul passato di An e si pensa al futuro di una nuova destra: “S’intitola Vent’anni e una notte, e uscirà a settembre”, rivela.
“Il libro finisce con un capitolo sui duelli. Proprio per fotografare l’atavico vizio alla personalizzazione dei partiti. Ci vuole, al contrario, l’investitura popolare del leader”.
Chi, invece, è piuttosto scettico sull’operazione nostalgia è Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia e deputata Fli nella scorsa legislatura: “E’ indubbio che vi sia un elettorato, nell’area dell’astensionismo, che potrebbe guardare con favore alla formazione di una destra non compromessa col berlusconismo. Tuttavia, la riedizione a cui si sta pensando è impossibile, perchè legata a filo doppio con Berlusconi, senza cui non potrebbe sopravvivere. Gianfranco Fini è stato il garante di una serie di personaggi che hanno poco valore. E che, senza di lui, non andranno molto lontano. Perchè La Russa dovrebbe imbarcarli? Credo che l’unico progetto concreto possa essere un piccolo ampliamento di Fratelli d’Italia. Nulla più”.
Un altro aennino che ignora volutamente il richiamo delle sirene del rientro a Itaca è Fabio Granata.
Ex deputato di Fli, e vicecoordinatore nazionale del partito, sta per lanciare un nuovo progetto che con la destra non ha grandi comunanze.
Il 28 giugno prossimo presenterà al Maxxi di Roma, Italia Green, un movimento trasversale che ispira le sue origini nel pensiero di Alexander Lang, e lavora insieme a Legambiente: “Vuole essere una nuova forza politica che punti a un’Italia di qualità – spiega all’Espresso – Un partito repubblicano moderno, ma europeista, che valorizzi il made in Italy, l’innovazione, le imprese di qualità , lo sviluppo sostenibile, il pattriottismo del paesaggio. Vogliamo seguire l’esempio dei verdi tedeschi. Sto lavorando con Fabio Renzi (segretario nazionale di Symbola, la Fondazione che promuove il made in Italy), e anche Ermete Realacci guarda al progetto con interesse. Ho coinvolto Stefano Leoni, presidente del Wwf, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante (ex senatori Pd ed ex dirigenti di Legambiente)”.
Davvero più nessuna nostalgia della destra?
“La ricomposizione a cui sto assitendo è su basi politiche e culturali confuse. Mi sembra un’esperienza nata solo con lo scopo di trovare collocazione alla vecchia nomenclatura. Peraltro sotto lo scacco, di nuovo, di Berlusconi. Non capisco come possa fare Menia a sedersi ancora al tavolo con Ronchi, Urso e La Russa. La mia ostilità non è verso gli ex di An, ma verso quelli di Fli. In questo tentativo vedo solo necessità e convenienza personale. Feci un giuramento sulla tomba di Paolo Borsellino. Mai più alleato con Berlusconi”.
E Gianni Alemanno, dopo la sconfitta romana?
Durante una tramissione, in campagna elettorale, ha chiarito che il suo futuro resta nel Pdl, ma qualcuno a lui vicino non esclude che, se il Cavaliere lo scaricasse, sarebbe pronto a un repentino ripensamento verso “la nuova cosa nera”.
Diversa la posizione di Italo Bocchino che, orfano di incarichi, è tornato a fare il giornalista e sta cercando un riavvicinamento con Viespoli e Moffa in particolare.
La nostalgia, nel suo caso, è così forte che ha proposto, per le europee del 2014, di ripresentarsi con il vecchio simbolo di An.
Nell’operazione Itaca, c’è, infine, un particolare non di poco conto che potrebbe spingere gli ex colonnelli a riallineare le truppe: quel tesoretto – circa 400milioni di euro tra cash, 65 milioni, e patrimonio immobiliare – confluito dalle casse del vecchio partito missino a quelle della Fondazione Alleanza Nazionale.
Denaro proveniente dai rimborsi elettorali (sui conti correnti di An) e lasciti piuttosto noti alle cronache: il celebre appartamento di Montecarlo donato dalla contessa Anna Maria Colleoni e poi venduto al fratello della compagna di Fini, Elisabetta Tulliani.
A chi andranno quei soldi?
Il recente caso Lusi (l’ex tesoriere della Margherita), di certo non rassicura i vecchi missini. La Fondazione, dopo una lunga impasse – il consiglio di Stato, alla fine del 2012, ha dato il via libera alla sua iscrizione nell’albo delle persone giuridiche – ha ripreso la sua attività .
Ma il denaro è bloccato. A capo del cda della Fondazione c’è un uomo molto vicino a Matteoli, Franco Mugnai, del Pdl, che potrebbe entrare nella nuova Forza Italia.
E’ in buona compagnia: tra i soci di maggioranza della Fondazione ci sono anche La Russa e Gasparri. Oggi, dopo svariate diatribe legali sulla liceità del trasferimento del denaro di An alla Fondazione, la vicenda è in mano a due nuovi liquidatori del Tribunale.
Si andrà a sentenza probabilmente a settembre.
Alcuni ex An sostengono che molto denaro è sparito dal tesoretto citato, in forma di prestiti o finanziamenti ad attività del Pdl, per poi non fare più rientro.
E molti immobili della vecchia An ospiterebbero le sedi del Pdl, che non paga neppure il canone d’affitto.
Ma sembra che gli ex colonnelli non siano obbligati a costituire un unico grande partito, per riappropriarsi del denaro.
Per gli assetti statutari della Fondazione, infatti, potrebbe bastare anche un accordo politico tra nuove correnti e diversi partiti di destra.
E’ anche la tesi di Barbara Ciabò, che dopo una lunga militanza in An, è uscita dal partito per aver fatto scoppiare il caso “Affittopoli” a Milano, come presidente della Commissione Demanio del comune, nella giunta Moratti: “L’unica operazione nostalgia a cui sono interessati alcuni ex aennini è quella nei confronti del patrimonio. Non aspettano altro che rientrare in possesso del denaro della Fondazione, tanto più in un periodo di vacche magre. Non c’è nessuna volontà di costituire un nuovo reale soggetto politico, al di là di questo”.
Paola Bacchiddu
(da “l’Espresso”)
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