Destra di Popolo.net

GRILLO SI SBUGIARDA DA SOLO: NON PUO’ CACCIARE NESSUNO SE NON VIOLANDO LO STATUTO

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

GRILLO STA CACCIANDO I SUOI PARLAMENTARI IN VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 67 DELLA COSTITUZIONE, IN VIOLAZIONE DEL REGOLAMENTO DEI GRUPPI PARLAMENTARI 5 STELLE MA SOPRATTUTTO IN VIOLAZIONE DELLO STATUTO DI 5 STELLE CHE LUI STESSO HA DEPOSITATO SEGRETAMENTE SENZA CONSULTARSI CON NESSUNO, SENZA INFORMARE NESSUNO E SENZA NESSUN VOTO ON-LINE

Grillo e i fedelissimi di 5 Stelle continuano a ripetere che i parlamentari vengono espulsi perchè hanno violato il codice interno di comportamento.
Codice che non ha nessuno valore legale visto che i parlamentari rispondono solo alla Costituzione, ai regolamenti dei gruppi parlamentari ed eventualmente allo statuto del partito.
L’articolo 3 dello statuto di 5 Stelle dice chiaramente: “Gli eletti esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato”.
E’ evidente che Grillo – come ha sempre detto – non crede affatto nella libertà  di mandato dei parlamentari e quindi anche in questo articolo del suo statuto. Semplicemente è stato costretto a mettercelo per rispettare la Costituzione e potersi presentare alle elezioni.
Forse è per questo che se ne è subito dimenticato e oggi vorrebbe espellere i suoi parlamentari come se quell’articolo del suo stesso statuto e le norme della Costituzione non esistessero.
L’articolo 67 della Costituzione della Repubblica italiana recita: « Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato »
E nello Statuto che pubblichiamo sopra si fa esplicito riferimento a queste norme vincolanti.
Quindi Grillo, suo nipote e il suo comercialista non possono espellere proprio nessuno in dispregio dello Statuto del M5S e della Costituzione.
E qualunque decisone arbitraria in tal senso sarebbe impugnabile di fronte a un tribunale della Repubblica italiana.
Altra cosa per quelli della Repubblica delle banane.

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NEI CINQUESTELLE TUTTE LE CARICHE SONO A ROTAZIONE: PERCHE’ QUELLA DI GRILLO NO?

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

IN BASE AL DECALOGO CINQUESTELLE, CHI HA TRADITO LO SPIRITO DEL MOVIMENTO HA SOLO UN NOME: BEPPE GRILLO, SI DIMETTA LUI

C’è poco da aggiungere su quanto di recente è avvenuto nel Movimento Cinque Stelle.
Magari si può aiutare Beppe Grillo a rispondere alla domanda che più lo assilla.
“La senatrice Gambaro in campagna elettorale diceva che se uno non si ritrova nel Movimento, allora deve dimettersi. Ma lei non si dimette. Cosa è cambiato allora in questi mesi?”
La risposta standard, quella che in automatico viene data dal cerchio magico grillino e dai suoi guerriglieri on line è non si dimette perchè è attaccata alla poltrona vuole i soldi e andare nei talk show si è venduta è una infiltrata e traditrice.
Ma c’è un’altra risposta possibile a questa domanda — legittima — dell’unico capo tra gli altri invece tutti uguali.
In questi mesi, caro Beppe Grillo, tanti hanno capito che nel Movimento Cinque Stelle, come dice Lei, uno non vale uno.
In questi mesi tanti hanno capito che nel Movimento Cinque Stelle, come dice Lei, non è l’alfiere della democrazia diretta, ma piuttosto di quella eterodiretta.
In questi mesi tanti hanno capito che nel Movimento Cinque Stelle c’è un megafono, come dice di essere Lei, che non capisce che prendere il 25% alle elezioni politiche significa un salto di responsabilità , non una raffica di post a suon di faccia da culo e parlamento tomba.
In questi mesi, tanti hanno capito che nel Movimento Cinque Stelle la trasparenza totale, come piace dire a Lei, vale per gli altri e molto meno per sè stessi.
Ecco cosa è successo in questi mesi.
E’ successo che tanti hanno capito che, prendendo alla lettera il decalogo dei Cinque Stelle, nudo e crudo, quello che si sta mettendo fuori dallo spirito del   Movimento è Lei prima e più di chiunque altro.
Perchè nei Cinque Stelle uno non vale uno; perchè Lei politicamente si muove come uno che non vuole veramente cambiare le cose, ma preferisce che le cose restino così come sono; perchè nel Suo Movimento la democrazia diretta è l’alibi per la non-democrazia; perchè non c’è alcuna vera trasparenza in cio’ che Lei fa e in come lo fa.
Ergo, qualcuno comincia a chiedersi: perchè non si dimette Lei?
(E già  che ci siamo, potrebbe spiegare perchè le cariche nel Movimento sono tutte a rotazione, tutte, meno la Sua?)

Marco Bracconi
(da “Politica Pop“)

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IL CAVALIERE DIFENDE LE LARGHE INTESE

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

CON LE SENTENZE VICINISSIME E L’INCUBO DI UNA NUOVA MAGGIORANZA, IL CAVALIERE DIFENDE L’ACCORDO CON LA SINISTRA

Silvio Berlusconi annuncia un’estate tranquilla per il governo.
Contento di Enrico Letta, del suo “decreto del fare”, dichiara il suo amore per le larghe intese: “L’alleanza deve continuare”.
La versione da statista ragionevole, legato alle sorti del Paese, sostenitore del bene comune, fa capolino nella stasi in cui l’esecutivo è rimasto vittima. S
enza capacità  di spesa (Bruxelles tiranneggia) non c’è ripartenza, non esiste rottura col passato, cambio di marcia, capacità  di dare all’economia energia nuova per riprendersi.
A Enrico Letta è rimasto il cacciavite in mano, e col cacciavite (metafora dell’aggiustatore) si applica nei dettagli.
Di più non si può.
Il decreto del fare, parola che anche alla prudente Susanna Camusso pare eccessiva, affronta appunto il dettaglio delle questioni tentando di rinviare all’autunno quelle decisive e più critiche.
Il rinvio è la tattica adottata, l’unica soluzione possibile di un esecutivo senza un euro nel portafogli. E la speranza che nei prossimi mesi la possibilità  di incidere sul fronte della crisi più cruenta, quella dei consumi, possa essere dispiegata è la carta che Letta ha deciso di giocarsi.
La dichiarazione di Berlusconi suona perciò come una garanzia che il centrodestra non farà  scherzi e che il nervosismo nelle sue fila — non passa infatti giorno senza che Gasparri (“Ma Saccomanni ci fa o ci è?”), Formigoni, Cicchitto non muovano rilievi alla prudenza del ministro dell’Economia — sarà  tenuto negli argini usuali della melina da tv.
Molte dichiarazioni inutili, molte parole a vuoto, molte sofferenze finte, molti inviti reiterati.
Berlusconi d’altro canto non ha altre frecce al suo arco. Tra una settimana è annunciato un passaggio cruciale nella sua vita giudiziaria, ma l’evento — che in altri momenti avrebbe aperto scenari di crisi — adesso è tenuto sotto silenziatore.
I fuochi che pure seguiranno alla decisione della Cassazione saranno destinati esclusivamente a una battaglia di posizionamento perchè il Cavaliere ritiene che la sua forza, anche politicamente estorsiva, in questo momento non avrebbe sponde utili e non pagherebbe.
Il governo è sotto l’alto patrocinio del presidente della Repubblica al quale spetta l’ultima parola.
Che in questo caso non sarebbe vicina ai desideri del Cavaliere. Sempre ammesso che Berlusconi desideri una crisi di governo.
Un’ipotesi di scuola alimentata più dalla polemica interna al Partito democratico che da una prospettiva minimamente realizzabile.
Pier Luigi Bersani, che ancora conta molti uomini nel partito, ha deciso di contrastare la strada alla segreteria (e alla premiership) di Matteo Renzi.
La stagione congressuale è iniziata e ai cavilli regolamentari (i soliti: chi far votare, come far votare etc) si aggiunge anche l’avvertimento che dopo questo governo non ci debbano essere per forza le elezioni.
L’ha detto Guglielmo Epifani facendo intendere a nuora che sarebbero possibili grandi manovre antirenziane dentro al fronte grillino.
La spaccatura del Movimento 5 Stelle offre infatti a una parte del Pd di trasformare lo sconquasso nel pattuglione dei cittadini appena giunti a Palazzo in un ardito disegno di alternativa di governo.
I senatori che sono mancati a Bersani a marzo sarebbero — secondo questa lettura — adesso disponibili. E ciò che non è accaduto ieri, potrebbe verificarsi domani.
Fa mostra di crederci Bobo Maroni, un altro che ha gravi problemi in casa (la sua Lega, ridotta al lumicino, è sul punto di implodere): “Avete ascoltato Epifani? à‰ pronto a fare un governo con i grillini”.
Davvero è così? Molti e plausibili sono i dubbi, a iniziare da quello base: chi dovrebbe agevolare questa crisi?
Berlusconi naturalmente si è tirato indietro. Molto meglio stare al governo che all’opposizione. E ieri l’ha detto e validato. Non è pensabile che sia Napolitano a stressare l’esecutivo, nè che Letta e i molti parlamentari del Pd che hanno combattuto ogni ipotesi di alleanza col Movimento 5 Stelle (fino a fare harakiri nella elezione del presidente della Repubblica) ora si trasformino in ribaltatori.
Ma nella calma piatta della politica, nella stasi estiva di un governo che vorrebbe fare ma non può (o non sa) anche una increspatura appare un’onda maestosa.

Antonello Caporale

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E D’ALEMA DIVENTA AMICO DI RENZI

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

ACCORDO CONTRO BERSANI PER SCRIVERE LE REGOLE DEL CONGRESSO

Prima prova dell’asse tra dalemiani e renziani e forse primo tentativo di sostenere insieme la candidatura del sindaco di Firenze alla segreteria del Pd.
Le due correnti vogliono respingere l’uomo di Bersani alla guida della commissione per il congresso che inizia stamattina i suoi lavori.
Quell’uomo è Davide Zoggia, responsabile organizzazione del Pd.
Per farlo hanno individuato un nome alternativo: il giovane turco Roberto Gualtieri. Eurodeputato, professore universitario, vicino all’area creata da Matteo Orfini e Andrea Orlando, Gualtieri però è molto legato a Massimo D’Alema.
I renziani sarebbero pronti a votarlo, come garanzia per le regole e per la data del congresso, le due discriminanti che Renzi attende per decidere se buttarsi nella mischia. Un dalemiano garante del rottamatore?
Questo spiega quanta acqua è passata sotto i ponti dalle primarie ultime.
La commissione per il congresso, formalmente un gruppo di lavoro chiamato a fissare i confini delle assise, sarà  il luogo in cui si misurerà  il tasso di scontro del futuro.
Il fronte renziano- dalemiano e quello veltroniano respingono l’ipotesi di un fedelissimo dell’ex segretario al comando dell’iter sulle regole.
Che sia Zoggia o Nico Stumpo.
Nella lite tra i due schieramenti più agguerriti potrebbe però spuntare un terzo nome. È la proposta, ad esempio, di Roberto Morassut, deputato ed ex assessore della giunta Veltroni.
«Un dirigente che viene dai territori, lontano dalle correnti che dominano a Roma». Stefano Bonaccini, segretario regionale dell’Emilia-Romagna, è il nome con maggiori chance in questa ottica.
Nonostante la provenienza geografica, non si può dire che sia vicino a Bersani. Anzi, Bonaccini guidò la rivolta dei parlamentari emiliani alla vigilia della votazione per Franco Marini al Quirinale.
Una battaglia alla luce del sole, quindi Bonaccini non può essere accusato di aver tramato alle spalle in quella fase drammatica per il Pd.
Guglielmo Epifani ha delegato alla commissione il compito di dare un assetto alle assise. Ma il segretario sarà  coinvolto nella decisione finale.
È già  successo nella prima riunione della nuova segreteria e succederà  ancora perchè in questo caso le regole sono decisive per la candidatura Renzi, per la sorte del governo (con la separazione dei ruoli tra segretario e candidato premier), per la tenuta complessiva del Pd e per la struttura stessa del partito.
La battaglia sul peso degli iscritti e dei cittadini nella scelta finale, disegnerà  anche il futuro profilo del Pd.
Le primarie sono ormai uno strumento irrinunciabile, ma si confrontano l’ipotesi di aprirle a tutti e quella di tenerle riservate agli iscritti. Per dare loro un ruolo che finora non hanno mai avuto. E sul dibattito incombe la polemica sul correntismo.
Che Pippo Civati e Renzi pensano di poter evitare solo con una consultazione davvero libera, senza paletti, senza condizionamenti: una testa un voto.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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IL “DECRETO DEL FARE” PER ORA FARA’ POCHINO

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

SOLO APPLAUSI SUI MEDIA AL DECRETO DEL GOVERNO LETTA E QUESTO INDUCE GIA’ A QUALCHE SOSPETTO SULLA SUA REALE CONSISTENZA: VEDIAMO PERCHE’

INFRASTRUTTURE
Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi ha annunciato miracoli: si tolgono soldi al Tav e al Terzo Valico (e pure al ponte sullo Stretto di Messina) per metterli su metropolitane, autostrade, tangenziali.
Però quei soldi riappariranno magicamente al momento necessario. I 524 milioni di euro per la linea Torino-Lione erano di competenza per 2014 e 2015, ma probabilmente non sarebbero stati spesi perchè, spiega il deputato Pd Stefano Esposito, “l’erogabilità  scatta solo quando viene approvato il progetto definitivo”.
E per quello ci vorrà  almeno un altro anno.
“Al Tav restano 2,4 miliardi, che sono più che sufficienti per ora”, dice Esposito per raffreddare gli entusiasmi dei no-Tav.
Si vedrà , quel che è certo è che se un giorno il governo vorrà  spendere quei 524 milioni, dovrà  trovarli da qualche altra parte.
E i 700 milioni di euro per il Terzo Valico a Genova non sono già  reintegrati, come dice Lupi, da un provvedimento all’esame del Parlamento (firmato da Esposito).
Si tratta di altri 600 milioni, quindi nessun miracolo.

30 MILA POSTI
Secondo il comunicato del governo, cambiare destinazione a 2 miliardi di euro per le infrastrutture porterò 30 mila posti di lavoro.
“Sono calcoli che si fanno dividendo l’investimento per il costo teorico del singolo lavoratore”, spiega il sottosegretario al Welfare Carlo Dell’Aringa.
Ma è una stima a spanne e non c’è alcuna garanzia che siano quelli i risultati.

IMPRESE

Anche qui grandi entusiasmi, ma i tempi rischiano di essere lunghi: i prestiti agevolati per l’acquisto di macchinari saranno concessi entro la fine del 2016.
Ma il dato più importante è un altro: il Fondo centrale di garanzia che serve ad aiutare le piccole e medie imprese ad avere credito dalle banche sarà  rifinanziato.
Ma soltanto con la legge di Stavibilità  che di solito viene approvata a fine dicembre. Quindi prima dell’inizio del 2014 non ci sarà  alcun beneficio per le aziende.
Il taglio della bolletta, grazie all’abolizione di parte dei sussidi ai produttori, vale 550 milioni, anche questi dal 2014.
Ma era già  previsto.

LAVORO
à‰ il grande assente di questo provvedimento. Il governo non è riuscito a portare già  sabato in Consiglio dei ministri la riforma della riforma Fornero.
Ci sono ancora molti punti da chiarire con i sindacati: la riduzione degli intervalli tra un contratto precario e l’altro, l’abolizione della “causale” (che giustifica il ricorso alla flessibilità ).
E soprattutto gli sgravi alle assunzioni dei giovani che dovrebbero assorbire le poche risorse disponibili, chiarendo così che non ci sono soldi per evitare l’aumento dell’Iva a luglio e che l’Imu non sarà  abolita.
Politicamente una bomba, quindi meglio prendere tempo.

EFFETTO IMMEDIATO

Nel decreto “del fare” ci sono però anche misure il cui effetto si vedrà  subito: l’ammorbidimento delle pratiche di riscossione di Equitalia (che non potrò pignorare la prima casa e concederà  più facilmente il pagamento a rate), la liberalizzazione del wi-fi senza più obbligo di identificazione per l’utente, il taglio alla tassa sulle imbarcazioni.
E, si spera, il pacchetto relativo alla giustizia civile che nelle intenzioni del ministro Anna Maria Cancellieri dovrebbe ridurre in modo sensibile numero e durata delle cause: il ritorno della conciliazione (quasi) obbligatoria farà  ripartire il settore dei mediatori che si era bloccato dopo una sentenza della corte costituzionale e l’arrivo di 400 giudici onorari e tirocinanti nei tribunali dovrebbe accelerare il lavoro dei giudici.

Stefano Feltri

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INTERVISTA A ZANONATO: “E’ DIFFICILE EVITARE GLI AUMENTI DECISI QUANDO GOVERNAVA BERLUSCONI”

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

“ORA LA PALLA E’ A SACCOMANNI, SPERIAMO NEL MIRACOLO”

«Io sono abituato a dire la verità  e penso anche che gli italiani vogliano sentirsi dire la verità . Dunque non è che non voglio bloccare l’aumento dell’Iva. Dico che è molto difficile trovare le coperture, visto il poco tempo a disposizione. Comunque Saccomanni è impegnato a farlo, e mi auguro davvero che ci riesca». Eccolo Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo, ex sindaco di Padova, bersaniano di ferro.
Il ministro meno amato dal versante Pdl della maggioranza.
Proprio per via dell’Iva.
Sa che lei dalle parti del Pdl viene considerato un ministro che lavora contro il governo di cui fa parte, sotto la regia occulta di Pier Luigi Bersani?
«Ho letto anch’io qualche ricostruzione di questo tipo. Glielo dico subito: è una cosa che non esiste. Io lavoro per il governo, per questo governo. Tutto nascerebbe dal fatto che nel mio staff ci sono le stesse persone che aveva Bersani. Veramente sarebbe più corretto dire che sono le stesse che aveva Passera».
Perchè si è scontrato con Maurizio Lupi del Pdl durante il Consiglio dei ministri di sabato?
«Non c’è stato alcuno scontro. C’è stata una discussione anche con altri ministri, pure della mia parte politica. E ho apprezzato il fatto che ci sia stata».
Su che cosa?
«Essenzialmente sul capitolo degli ecocombustibili. Inoltre, entro il 2013 scompariranno i sostegni ad alcuni produttori di energia assimilabile alla rinnovabili. Il Consiglio ha stabilito che il tutto accadrà  con gradualità . È una modifica che ritengo abbia migliorato il provvedimento».
Considera possibile un ribaltone per un governo Pd con gli “scissionisti” del Movimento 5 Stelle?
«Questo governo deve riuscire ad andare avanti. Ci sono due mondi: da una parte il dibattito politico di fronte all’opinio-ne pubblica, dall’altra il clima – mi creda – positivo nel quale lavora il governo. Siamo una squadra ».
Eppure proprio lei è stato accusato di aver rotto l’unità  con la sua uscita sull’Iva

«Ma cosa ho detto? È come quello che gioca al totocalcio: sarebbe felice di vincere e nello stesso tempo è preoccupato di non vincere. È una contraddizione? Io auspico che si possa bloccare l’aumento dell’Iva, introdotto dal governo Berlusconi in un momento di estrema gravità , ma sono, allo stesso tempo, preoccupato per le risorse».
L’abolirebbe l’Imu sulla prima casa?
«Fa parte dell’accordo con il Pdl. È un impegno che ha preso il governo. Io avrei anche un’idea per i capannoni industriali: sono un bene strumentale di lavoro sul quale non andrebbe applicata la tassa».
L’Imu è una bandiera del Pdl. La destra si è intestata anche la norma su Equitalia. Mi dice una “cosa di sinistra” nel “decreto del fare”?
«Mi scusi: fare in modo che i giovani trovino lavoro è di destra o di sinistra? Io penso di sinistra, ma chi è di destra potrebbe dire che appartiene anche a loro. Io penso che quella norma su Equitalia sia stata opportuna e positiva. Noi cerchiamo di prendere decisioni utili per il Paese, senza catalogare i provvedimenti tra destra e sinistra ».
Imprese e sindacati ritengono che per ridare fiato all’economia serva un taglio delle tasse sul lavoro. Lo farete?
«Sappiamo tutti che per ridare competitività  alle nostre aziende andrebbe ridotto il cuneo fiscale. Ma non si può fare a “bocce ferme”, prima dobbiamo rimettere in moto gradualmente il meccanismo della crescita. Questo è l’obiettivo del decreto».
Qual è la misura più efficace da questo punto di vista?
«Sono diverse. Tra quelle di mia competenza penso al pacchetto energia con lo sconto di 550 milioni a favore di famiglie e imprese. E poi abbiamo deciso di dimezzare gli interessi sui mutui accesi dagli imprenditori che vogliono rinnovare i macchinari. È una norma contro la stretta del credito, al pari del potenziamento del fondo di garanzia, che consentirà  a una platea molto più ampia di imprese di beneficiare della garanzia pubblica sui crediti bancari».
Intanto chiudono a raffica i piccoli negozi. Resteranno solo i centri commerciali? Cosa farete?
«Premesso che questa è una materia di competenza regionale, penso che debbano convivere i negozi di vicinato con i centri commerciali per rispondere a esigenze, anche sociali, di consumatori diversi. Apriremo un confronto con le Regioni con questo spirito».

Roberto Mania
(da “la Repubblica“)

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LA RABBIA DELLA FEDELISSIMA BOSSIANA PAOLA GOISIS: “SONO DEI TRADITORI”

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’EX PARLAMENTARE ESPULSA DALLA LEGA: “MALEDETTI, CI PROVINO A ESPELLERE ANCHE BOSSI, LI ANDREMMO A PRENDERE A CASA: HANNO DISTRUTTO UN PARTITO”

«Maledetti, ci provino. Voglio vedere se hanno veramente il coraggio di cacciare Bossi».
Paola Goisis, ex parlamentare padovana della Lega e bossiana di ferro, espulsa dopo le sue critiche a Pontida, rilancia: «Sono loro che hanno portato il partito alla dissoluzione. Quando c’era Bossi, la Lega era al 40 per cento».
A chi si riferisce? Non c’è solo Maroni ormai a chiedere la testa di Bossi.
«Le cose che sono state dette ieri a Milano sono indecorose. Come le voci sugli scandali che sono state fatte uscire intenzionalmente per danneggiare l’immagine di Bossi. La maggior parte delle quali si sono poi rivelate delle bufale. Come la vicenda dei diamanti in Tanzania di cui, nonostante le promesse di Maroni, nelle sezioni non è ancora arrivato un euro».
Gli scandali, però, ci sono stati.
«E chi è oggi che chiede la testa di Bossi? Il segretario emiliano Fabio Rainieri? Uno che è entrano nel partito solo per coprirsi le spalle sulla vicenda delle quote latte».
Dice ora queste cose perchè l’hanno espulsa?
«Le ho sempre dette anche quando ero parlamentare. Sapevo che quando ho detto che Maroni era un traditore mi avrebbero cacciata. Ma dato che io credo in valori come la riconoscenza, non ho potuto stare zitta. Mentre provo vergogna per tutte le persone che hanno voltato le spalle a Bossi dalla sera alla mattina senza nemmeno porsi il beneficio del dubbio. Molti di loro, nel frattempo, hanno pure fatto carriera».
Ha fatto bene Bossi ieri a non presentarsi all’assemblea degli eletti?
«Doveva andare da gente che non ha un minimo di decenza e che lo ha pugnalato alle spalle? Si sono comportati come nello stalinismo più rosso».
A questo punto crede che Bossi fonderà  un altro partito?
«Vedremo. Avremmo dovuto fare un gruppo autonomo già  in passato e non lasciare la Lega in mano a questi quattro poveracci, che non meritano nemmeno di essere guardati. Sono stati diabolici e scientifici. Hanno cambiato lo statuto, si sono presi il simbolo, una cassa di quaranta milioni e tutta la struttura. Ma ci provino: voglio vedere chi di loro ha il coraggio di cacciare Bossi. Scoppierebbe la rivoluzione. Li andremmo a prendere noi a casa. Ma non con le scope, con qualcosa di più pesante».

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“BISOGNA ESPELLERE BOSSI DALLA LEGA” : LO PROPONE FABIO RAINIERI, SALVATO DALLA PRESCRIZIONE PER IL REATO DI DICHIARAZIONE FRAUDOLENTA TRAMITE FALSE FATTURE

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

MARONI NON MOLLA LA POLTRONA DI SEGRETARIO, NON HA ANCORA TERMINATO IL SUO COMPITO: DISTRUGGERE QUEL POCO CHE RIMANE DELLA LEGA

Roberto Maroni “congela” il congresso e resta segretario della Lega.
«Deciderò io quando farlo, mi è stato chiesto di restare». L’annuncio al termine dell’assemblea degli eletti del Carroccio convocata in tutta fretta in un albergo della periferia Nord di Milano per fare il punto dopo la dèblacle della Lega alle ultime elezioni amministrative.
Una riunione lunga quattro ore che, però, si è subito trasformata in una sorta di processo a Umberto Bossi.
Tra i pochi assenti, infatti, c’è proprio il Senatur. Contro il quale si scatena l’ira dei colonnelli: «È ora di espellerlo dalla Lega. Così ci fa perdere consensi ».
Anche Maroni, in realtà , non è tenero con il fondatore del Carroccio. Anzi, gli manda una sorta di ultimatum: «Gli chiederòdi darmi una giustificazione sulla sua assenza. Per me sono tutti uguali».
Aggiunge minaccioso: «Da ora in poi sarò più cattivo. Non saranno più tollerate azioni in contrasto con il Movimento e lo statuto perchè queste cose ci danneggiano. Si è tirata una riga e da oggi si cambia musica».
All’uscita, i musi lunghi dei dirigenti leghisti non si contano.
Come gli sfoghi che trapelano dalla sala dove si è svolta l’assemblea.
Molti come Fabio Rainieri chiedono apertamente l’espulsione di Bossi.
«Ora dice cose che non stanno nè in cielo nè in terra – spiega il segretario emiliano della Lega – tipo definire Maroni un traditore. Quando Bossi era segretario se uno si fosse comportato così con lui sarebbe stato espulso. Ci fa perdere consensi, mentre invece dovrebbe mantenere l’unità ».
L’ex ministro della Semplificazione Roberto Calderoli legge addirittura durante l’assemblea una lettera indirizzata sia a Maroni che al Senatur. «Non si può più andare avanti così».
Avverte il fondatore della Lega che la pazienza è finita. Altri ancora manifestano una forte irritazione verso le ultime uscite di Bossi. Chiedono un “pensionamento forzato” del vecchio capo.
Tra i più critici, il segretario della Liga veneta e sindaco di Vicenza Flavio Tosi: «Per me tutti sono utili e nessuno è indispensabile ».
Mentre il governatore del Veneto Luca Zaia si chiama fuori: «Non mi appassiona il gioco di chi buttare giù dalla torre. Vale per Bossi, ma si potrebbe dire anche di Maroni. Serve unità ».
Lo stesso Maroni, però, nel suo intervento avrebbe ammesso di essere stato fino a questo momento «troppo democratico» nella gestione del partito.
Un chiaro riferimento agli scontri tra lui e l’ex leader maximo del Carroccio.
Anche per questo motivo alla fine il numero uno leghista si sarebbe convinto a sovrapporre la carica di segretario federale a quella di governatore della Lombardia.
«Rimarrò finchè servirà  – ha detto – anche se mi costa».
Concetto che ha poi ripetuto al termine della riunione davanti alle telecamere, quando ha annunciato il prossimo appuntamento per rilanciare il partito.
L’assemblea federale il 21 e 22 settembre a Venezia. Con l’obiettivo di rendere più attrattivo il progetto della nascita di una macroregione del Nord. Maroni cerca di guardare al futuro. «Noi dobbiamo tornare a riempire le piazze, siamo gli unici che possiamo farlo e recuperare il voto di Grillo. Il grillismo è incrisi e noi abbiamo l’ambizione di recuperarlo tutto sulla base di temi concreti e di contenuti, non di chiacchiere, di insulti o vane parole come sta facendo Grillo».
C’è spazio anche per attaccare il governo Letta. «Troppo fumo e poco arrosto e tutto a favore del Sud».

Andrea Montanari

Ricordiamo chi è Fabio Rainieri, “l’immacolato” segretario emiliano della Lega che vuole espellere Bossi pubblicando l’articolo che segue:

Fatture false, leghista salvato dalla prescrizione
L’imputato non si presenta in aula perchè impegnato nella campagna elettorale. Ma ormai la sua lotta con la giustizia va verso la fine. E non è servita neppure una legge ad personam

Dove non arrivano le leggi ad personas sono i tempi biblici della giustizia a regalare la prescrizione agli imputati eccellenti.
E’ il caso del deputato della Lega Nord Fabio Rainieri, allevatore parmense accusato di dichiarazione fraudolenta tramite false fatture in qualità  di presidente della società  cooperativa ‘Giuseppe Verdi’.
Si tratta di uno stralcio dell’ indagine modenese sul crac da 40 milioni di euro dell’Agricola Emiliana di Pavullo, società  che nel biennio 2004-2005 avrebbe finto di vendere vagoni di latte alla coop del leghista, primo acquirente per circa 4 milioni di euro di fatture, a sua volta ceduto all’azienda zootecnica Almas.
Poi il procedimento si è perso in mille rivoli: due revoche del fallimento, arresto del curatore incaricato dal tribunale in un’altra inchiesta, trasferimento del Pm a Bologna, trasmissione alla Procura di Parma degli atti relativi a Rainieri.
Nell’udienza di ieri presso la sezione distaccata del tribunale di Fidenza sono stati sentiti i testimoni della difesa, fra cui il segretario provinciale della Lega Nord Roberto Corradi.
Ancora una volta non s’è presentato l’imputato, impegnato a sostenere i candidati ‘verdi’ al ballottaggio, in particolare Giovanni Carancini nella sfida di Salsomaggiore Terme.
L’ avvocato Antonio Gullo ha fatto sapere che Rainieri sarà  presente all’esame dibattimentale, pronto a ribadire la sua innocenza, ma con un occhio alla clessidra: la prescrizione per le false fatture scatta dopo 7 anni e 6 mesi e i fatti sono contestati fino al 2005.
Leader dei Cobas latte, l’allevatore leghista è noto per le battaglie in favore dei colleghi che sforano le quote fissate dalla Ue.
La sua stalla modello, gestita assieme al fratello Beniamino a Ponte Taro sulla via Emilia tra Parma e Piacenza, in dodici anni era arrivata ad accumulare un milione e settecentomila euro di sanzioni (dato riferito al 2009).
L’anno scorso, fresco di imputazione, ha anche cercato di diventare sindaco del suo paese natio, Fontevivo, venendo sconfitto da Massimiliano Grassi del centrosinistra.
La vicenda oggetto del processo di Fidenza trae origine dal default di Agricola Emiliana srl, amministrata dal veterinario bresciano Giuseppe Facchetti.
Sorta nel 2001 dalle ceneri del Gruppo Parise, rastrellando una decina di caseifici coi 15 milioni di euro concessi dal Monte dei Paschi di Siena, la società  di Pavullo in 4 anni ha totalizzato debiti per quasi 80 miliardi di vecchie lire nei confronti di 400 creditori (Stato, dipendenti, banche, aziende zootecniche, agricoltori).
La Guardia di Finanza di Modena considerava possibile un duplice fine, oltre alla bancarotta fraudolenta, nel meccanismo di false fatture architettato dall’imprenditore lombardo: una truffa ai danni dell’Agea (l’Ente di controllo sulle quote latte) e in alternativa una dichiarazione fraudolenta.
Il caseificio di Rainieri, indagato solo per quest’ultimo reato, era nella peculiare condizione di primo acquirente, “intermediario che non decideva i successivi passaggi e pagava solo dopo aver incassato dal compratore (la zootecnica Almas)” per usare le parole pronunciate ieri in aula dalla contabile e dal legale Roberto Corradi.
Questi, oggi segretario provinciale della Lega Nord, all’epoca del fallimento inguaiò involontariamente il suo collega di partito Rainieri.
Alla richiesta dei circa 4 milioni di euro di fatture non pagate all’Agricola Emiliana, Corradi scrisse una lettera per ricordare come il latte fosse sempre rimasto nella disponibilità  del produttore.
Il segretario ora ha correlato la missiva alla tutela degli interessi della cooperativa, “che faceva solo attività  di servizio” e della cui contabilità  non si occupava. Per l’accusa la lettera resta la prova regina, per la difesa l’imputato è estraneo agli addebiti. Ma a risultare decisiva, come accade sempre più spesso nei processi italiani, sarà  la decorrenza dei termini.
La Procura di Modena ha stralciato e trasmesso a Parma per competenza la posizione di Rainieri con ipotesi di dichiarazione fraudolenta mediante false fatture (reato punito da 1 anno e 6 mesi a 6 anni di reclusione).
La tagliola della prescrizione, cui nessun politico finora ha rinunciato, scatterà  certamente prima dei tre gradi di giudizio.

Stefano Santachiara
(da “il Fatto Quotidiano“)
28 Maggio 2011

argomento: LegaNord | Commenta »

CINQUESTELLE: PROCESSO IN STREAMING ALLA DISSIDENTE

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

COME NEI MIGLIORI PROCESSI STALINISTI SPUNTA ANCHE UN DOSSIER SUI DEPUTATI…COLPIRNE UNA PER EDUCARNE CENTO

Stasera, in diretta streaming dalle 18, andrà  in onda il processo dei grillini ad Adele Gambaro.
Una resa dei conti interna preparata con cura dai falchi con l’obiettivo di stanare e rendere inoffensive le voci critiche dei cinquestelle.
L’ha spiegato ancora ieri Beppe Grillo ai fedelissimi che l’hanno contattato: «Non deve essere una conta sulla senatrice. Ma sul movimento. E su di me».
La verità  è che la questione ha varcato i confini di Palazzo Madama e si è allargata anche al gruppo della Camera.
Anche i deputati, infatti, tireranno fuori l’asso dalla manica.
Si tratta di un faldone — ricco di interviste e sospetti — elaborato per inchiodare chi lavora nell’ombra per ribaltare gli equilibri interni al gruppo. «Abbiamo le prove e le mostreremo», giurano.
Lo schema è deciso, ma vista la tensione non si escludono colpi di scena.
È la vigilia di uno snodo decisivo per il futuro del movimento. E tira un’aria strana. Nessuno scommette un euro sull’esito della conta.
Ma è chiaro che la numerosa pattuglia di deputati intransigenti pesa a tal punto da rendere improbabile la sconfessione della linea dura.
La senatrice probabilmente non assisterà  al dibattito sulla sua cacciata: «Non so neanche se ci sarò».
Una volta che l’assemblea congiunta si sarà  espressa a favore del processo, la parola passerà  alla Rete.
Tutti sanno che Gambaro sarà  giudicata.
Ma devono prima consumarsi alcuni passaggi decisivi. Stamane ad esempio Vito Crimi — intransigente braccio politico del leader — incontrerà  il capogruppo Nicola Morra.
Insieme, due dei “duri” del movimento ragioneranno sulla formula migliore per inchiodare la senatrice.
L’obiettivo è rendere chiaro che chi si oppone al giudizio, si oppone innanzitutto alla Rete.
E mette in discussione il Fondatore, garante della galassia grillina.
Ecco allora che il testo messo in votazione potrebbe assomigliare a questo: “Gambaro ha attaccato il M5S e Grillo. È giusto che su un suo passo indietro decida la Rete?”.
Una volta elaborato il dispositivo, Morra dovrà  sminare la delicatissima riunione di senatori in agenda per le 15 — che precede quella congiunta.
Si prevedono scintille.
A Palazzo Madama chi si oppone all’espulsione (sono circa una trentina) tenterà  di far saltare la conta su Gambaro.
I più critici sono intenzionati anche a proporre la sfiducia di Morra.
Altri, i pontieri, valutano se disertare la riunione delle 18 e — provocatoriamente — pensano di allargare il giudizio della Rete all’intero gruppo del Senato.
Tutti o nessuno,insomma. Schermaglie tattiche, disperati tentativi di fermare l’ingranaggio.
Perchè i senatori sono a un bivio. In dodici, ieri, hanno negato tentazioni scissioniste. È stato il gruppo comunicazione a contattarli personalmente, per poi diffondere la smentita alle agenzie di stampa e denunciare:«È evidente che la campagna mediatica in atto è tesa a minare le fondamenta del movimento».
Eppure, tra i dodici ci sono parlamentari — come Lorenzo Battista — che pubblicamente non hanno escluso un clamoroso addio.
Nessuno, ormai, si fida del vicino di scranno. E le dinamiche interne ai due gruppi non promettono nulla di buono.
A Palazzo Madama sono gli intransigenti a sospettare del dialogo tra i dissidenti e gli emissari democratici. L’idea di un gruppo autonomo resta sul tavolo, ma molto dipenderà  dalla piega che prenderà  il dibattito di questa sera.
Alla Camera, invece, il quadroè più sfumato. L’ala dura è convinta che le colombe vogliano ribaltare gli equilibri interni.
Che vogliano farlo nei prossimi mesi, soprattutto se Pd e Pdl dovessero rompere l’alleanza di governo.
Si vocifera di contatti fra i dissidenti ed ambasciatori di Sel e Ingroia.
E non sono piaciute alcune interviste molto critiche verso il Capo. Per questo i falchi vogliono che il dibattito di stasera si trasformi in una resa dei conti con i malpancisti di Montecitorio.
Il Fondatore, salvo clamorosi colpi di scena, non ci sarà .
Gli hanno suggerito di evitare. E gli hanno consigliato anche di non farsi vedere domani, in occasione del sit in organizzato dai cinquestelle in suo onore.
In fondo, basta lo streaming.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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