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SILVIO HA SCELTO: “STO CON I FALCHI”. E OGGI VA IN TV

Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile

OGGI IL VIDEO MESSAGGIO DI BERLUSCONI: “MA NON SARO’ IO AD APRIRE LA CRISI”

Tappe bruciate, si va in tv già  oggi. Video messaggio a disposizione dei tg forse all’ora di pranzo.
Silvio Berlusconi precede così di un giorno il primo voto di giunta pro decadenza di domani sera. Negli oltre dieci minuti davanti alla telecamera, il Cavaliere lancia Forza Italia con tanto di appello finale all’adesione, ma sono i passaggi precedenti ad avere un peso politico. Niente crisi, adesso.
Ma lui c’è e non lascerà  il campo. Almeno per ora.
Il video parte col lungo excursus sulla «persecuzione giudiziaria », sulla famosa “guerra dei vent’anni” e sulla necessità  di una riforma.
Un unico passaggio sul governo, per intimare a Letta a impegnarsi per ridurre la pressione fiscale.
Apprezzamento poi per i cinque uomini Pdl nell’esecutivo – racconta chi ha visto il lungo messaggio – ma non c’è alcun passaggio sulla crisi, nessuna minaccia.
Nè un riferimento al voto imminente in giunta e alla sua vicenda. Berlusconi lo ignora, quanto meno preferisce dare questa impressione e va già  oltre, si sente in campagna elettorale.
Il messaggio ai ministri è implicito: «Voi restate pure al governo, io costruisco il mio partito e lavoro ad altro».
L’ex premier è ormai sfiduciato, stanco del tira e molla col Pd e del mancato impegno di Letta nella ricerca di una soluzione ai suoi problemi.
È la ragione per la quale Alfano, Lupi, Lorenzin, Quagliariello e De Girolamo hanno concordato tra loro di presentarsi giovedì dal leader, nella nuova sede di Piazza San Lorenzo in Lucina, per rassegnare le dimissioni nelle sue mani e giocare d’anticipo. Rimettendo a lui ilcompito di respingerle.
È alto il timore di restare isolati nella torre eburnea del governo mentre i Verdini, la Santanchè e Capezzone prendono le redini del partito.
Quella di oggi sarà  l’uscita virtuale dall’isolamento – dopo i 40 giorni di Arcore – e ha l’obiettivo studiato di oscurare mediaticamente il primo responso negativo di domani sera in giunta.
Stasera una puntata di Matrix, su Canale5 è già  in cantiere per discutere del ritorno di Forza Italia e del suo leader.
Ma domani o al più giovedì, all’uscita virtuale dovrebbe seguire quella reale. Berlusconi tornerà  a Roma, andrà  nella nuova sede del partito: è il segnale che lui c’è, non si farà  da parte e resterà  lì anche in futuro.
Vuole farsi riprendere dalle telecamere non già  al fianco dei vecchi dirigenti, ma circondato da una folla di giovani, volti freschi e sconosciuti.
Dovrà  essere l’icona della nuova Forza Italia. Poi, da giovedì, parte la campagna televisiva, a tamburo battente, per rispondere colpo su colpo al «processo» che nel frattempo al Senato porterà  alla sua scontata decadenza.
Bruno Vespa sta insistendo per averlo giovedì sera nel suo salotto bianco e potrebbe essere accontentato, fallito il tentativo di averlo stasera (al posto di Alfano).
La giornata di ieri Berlusconi l’ha trascorsa ad Arcore, come di consueto con i vertici delle aziende, presente Fedele Confalonieri.
Con loro, le figlie Marina e Barbara, che più di altri sono stati al suo fianco in questi giorni delicati. Mentre a Roma esplodeva più fragoroso che mai lo scontro tra falchi e colombe, dopo l’intervista con cui Daniela Santanchè sosteneva tra l’altro che Alfano non sarà  il segretario anche in Forza Italia.
Resta il fatto che alla sortita polemica, presa di mira da tutte le colombe filo ministeriali del partito, non è seguita alcuna presa di distanza da Berlusconi.
Niente crisi, dunque. Ma chi sperava in un passo indietro resterà  deluso.
«Io non mi faccio da parte, non tradirò la fiducia di dieci milioni di italiani» è il messaggio che in qualche modo sarà  ribadito dal video odierno.
Niente dimissioni, almeno fin tanto che l’affare decadenza non arriverà  in aula. L’opzione dei servizi sociali è stata invece sposata d’intesa coi figli.
Ma soprattutto non ci sarà  alcuna richiesta di grazia formalizzata al capo dello Stato, come i figli avrebbero gradito.
«Non mi conviene, non posso bruciarmi questa carta, meglio attendere l’esito degli altri processi» ha rivelato il Cavaliere in privato.
C’è lo spettro del secondo e terzo grado su Ruby da qui a un anno, ad assillarlo: per quel reato, non basterebbe l’attenuante dell’età  per evitare gli eventuali anni di galera, se confermati.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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MARCO TRAVAGLIO: AUMMA AUMMA

Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile

IL DIBATTITO SUL VOTO SEGRETO

Il dibattito pro o contro il voto segreto in Senato sulla decadenza di B. dà  la misura definitiva dell’abisso in cui sono precipitati i partiti.
E chi non se ne rende conto, accettando anche soltanto di discuterne, non fa che aggravare la sua posizione.
In un altro paese tutti i senatori, senza distinzione di colore, voterebbero senz’indugio per espellere un pregiudicato per frode fiscale e non farvelo tornare mai più.
E solo in un postaccio come il Parlamento italiano qualcuno può temere che non lo faccia neppure la metà  più uno dei senatori.
Intendiamoci: è ovvio che, in assoluto, il voto segreto è una vergogna. I cosiddetti rappresentanti del popolo devono rendere conto ai cittadini in ogni momento, senza poter tirare la pietra e nascondere la mano.
Anche e soprattutto per i cosiddetti “casi di coscienza” che finora han giustificato il ricorso allo scrutinio segreto.
Ma questo semmai può dirlo Grillo, o qualcuno dei suoi appena arrivato in Parlamento: non chi ha sempre praticato il voto segreto (Grasso e Napolitano sono stati eletti solo grazie a quello) e ora vorrebbe abolirlo proprio sulla decadenza di B., con una mossa contra personam che non solo è una forzatura giuridica e un regalo a chi vuol gabellare B. per un perseguitato.
È anche la prova provata che, grazie al Porcellum, i partiti hanno portato in Parlamento troppa gente senza princìpi, scrupoli, dignità .
Del Pdl si sapeva: i parlamentari li ha nominati personalmente B. secondo il criterio della fedeltà  cieca e assoluta.
Gente disposta a votare mozioni come quella su Ruby nipote di Mubarak è capace di tutto: anche di approvare la legge Severino per cacciare i condannati e poi, nove mesi dopo, di sostenere che non vale per i già  condannati, ma solo per chi lo sarà  per reati ancora da commettere.
Ma il Pd? Non aveva fatto le primarie? Non aveva rinnovato la sua rappresentanza con forze fresche e pulite? Così ci avevano raccontato.
Poi, alla prima prova, almeno 101 (ma forse 120) neoeletti si sono rivelati uguali o peggiori dei precedessori: capaci al mattino di acclamare Prodi presidente della Repubblica e nel pomeriggio di votargli contro per compiacere B.
I capicorrente li conoscono uno per uno, eppure non hanno preso provvedimenti, anzi custodiscono da cinque mesi il segreto su quei 101-120 nomi con un’omertà  degna di Cosa Nostra.
E ora scoprono all’improvviso che, se — come vuole la prassi per le decisioni sui singoli — si vota a scrutinio segreto sulla decadenza di B., la banda dei franchi traditori potrebbe tornare in azione, salvare il Caimano e distruggere definitivamente il partito.
Così, anzichè smascherare i felloni, chiedono di cambiare le regole in corsa per ottenere il voto palese.
O preparano trucchetti da magliari, come quello suggerito da Miguel Gotor, già  geniale spin doctor di Bersani: “I 108 senatori Pd infilino nella buca solo l’indice della mano sinistra, così è fisicamente impossibile un voto diverso dal Sì. Ci mettiamo d’accordo con alcuni fotografi che riprendono la scena, postiamo tutto sui social network ed evitiamo guai”
Cos’è, uno scherzo? Per legge i cittadini, quando vanno a votare, devono consegnare i cellulari prima di entrare in cabina per non rendere il voto riconoscibile: e chi ha fatto questa legge la viola spudoratamente perchè non si fida neppure di se stesso?
Ma che partito è quello che non riesce neppure a garantire la decadenza, imposta dalla legge, di un condannato per frode fiscale?
Questo dovrebbero chiedersi gli elettori che affollano le feste del Pd e sognano a buon diritto rappresentanti migliori.
Anzichè rallegrarsi per la presunta “trasparenza” mostrata dal partito con la richiesta di voto palese, dovrebbero inchiodare i leader con una semplice domanda: ma che gente ci avete fatto votare alle primarie?
Possibile che, invertendo i criteri di selezione delle candidature, il prodotto non cambi?
C’è un virus nell’aria delle aule parlamentari che corrompe tutto e tutti, o c’è qualcosa che ancora non sappiamo?

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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DA SCHETTINO AL MAITRE: ECCO DOVE SONO FINITI “QUELLI DELL’INCHINO”

Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile

I PROTAGONISTI: QUALCUNO LAVORA ANCORA PER COSTA

Che scia ha lasciato quella notte del 13 gennaio 2012 sulle vite di quelli a bordo della Costa Concordia. Anzi, quelli in plancia, quelli della rotta spericolata per fare l’inchino al Giglio, ma anche quelli del supporto da terra.
Che fine hanno fatto? Chi ha ripreso il mare, chi è rimasto a terra. In tutti in sensi.
Il comandante Francesco Schettino, per esempio.
Ieri è rimasto barricato nel suo appartamento a Meta di Sorrento, mentre le immagini della Concordia sollevata pian piano dal fondo del mare facevano il giro del mondo. Non ha risposto al citofono: al posto del nome è comparsa una targhetta bianca.
«Non parla neppure con me», riferisce Carlo Sassi, ex sindaco della cittadina, da sempre schierato dalla sua parte: «Sono mesi che non lo sento».
In paese invece lo vedono spesso ma chiedere notizie su di lui ai vicini può essere pericoloso. Una donna alla vista di una cronista ha lanciato una secchiata d’acqua e candeggina in strada: «È quello che vi meritate, lasciatelo in pace», ha gridato.
FRANCESCO SCHETTINO
L’uomo che disse «amm’a fa l’inchino al Giglio» è rimasto l’unico sotto processo per il naufragio di Concordia. Il 23 settembre tornerà  in aula a Grosseto dove deve difendersi da accuse che vanno dall’omicidio colposo plurimo al naufragio, all’abbandono della nave. È stato licenziato dalla Costa, ma ha impugnato il provvedimento ed è cominciato un lungo braccio di ferro con la società  armatrice.
CIRO AMBROSIO
A nemmeno trent’anni faceva il vice-comandante di una grande nave da crociera. Anche la sua carriera è naufragata sugli scogli del Giglio.
Guadagnava 7mila euro al mese e aveva davanti un futuro di successo. Oggi, dopo un patteggiamento a un anno e 8 mesi per il concorso nel naufragio, non può più navigare perchè la Capitaneria gli ha ritirato la patente.
Lavora, a terra, sempre per Costa, e ogni mese riscuote 1.600 euro.
DOMNICA CEMORTAN
Era la bionda misteriosa che aveva cenato con Schettino la notte del naufragio e poi lo aveva accompagnato in plancia di comando. Ex hostess della Costa, il suo personaggio si è disvelato grazie ad una serie di interviste.
La giovane moldava è tornata in Italia per seguire il processo al comandante della Concordia. Si è costituita parte civile. «Sono disoccupata, per colpa di questa storia non riesco più a trovare lavoro».
MANRICO GIAMPEDRONI
Da eroe a uomo sotto accusa nel giro di pochi mesi. La parabola dell’hotel manager, cioè del capo della struttura alberghiera della Concordia parte da una gamba rotta per soccorrere le persone in difficoltà , prosegue con il recupero da parte dei soccorritori e con le onorificenze della sua città , Ameglia (La Spezia).
Poi però la procura di Grosseto lo ha indagato perchè non ha seguito le procedure dopo l’incidente. Ha patteggiato due anni e sei mesi per omicidio plurimo colposo e lesioni plurime colpose.
Lavora ancora per la Costa ma non può stare a bordo delle navi, gli è stato ritirato il
libretto di navigazione.
MARIO PALOMBO
Il “cattivo maestro” di Schettino è un ammiraglio della Costa in pensione, originario proprio del Giglio. Quella notte è stato per sette minuti al telefono con Schettino, che pensava di salutarlo mentre passava sotto il terrazzo di casa (ma lui in realtà  si trovava a Grosseto).
Sarebbe stato anche il vecchio comandante a parlare della pratica degli “inchini” a Schettino, che dopo il disastro ha anche provato ad accusarlo di averlo indotto in errore. Palombo si è sempre difeso spiegando di avergli suggerito di passare al largo del Giglio.
PIERLUIGI FOSCHI
Il suo nome è finito tra quegli degli indagati, nel maggio scorso, in un’inchiesta aperta d’ufficio dopo l’esposto di un gruppo di avvocati che assistono alcune decine di naufraghi. Era il presidente della Costa Crociere, adesso è rimasto nel gruppo ma ha lasciato ogni ruolo operativo.
ROBERTO FERRARINI
Il capo dell’unità  di crisi della Costa, l’uomo che quella notte stette a lungo al telefono con Schettino per capire cosa era successo e trovare una soluzione, ha patteggiato due anni e dieci mesi. È rimasto anche lui a lavorare per Costa, ma con un incarico diverso.
ANTONELLO TIEVOLI
Era il maitre sulla nave, gigliese. Aveva mandato un messaggio alla sorella che abita proprio accanto alle Scole. E lei ha postato su Facebook: «La nave passerà  vicino vicino». Non ha avuto guai con la giustizia e prosegue la sua attività  sulle navi Costa. Ma sulla giacca non porta il suo cognome.
JACOB RUSLI BIN
Il capro espiatorio di Schettino, il timoniere accusato dal comandante di aver interpretato male il suo ordine. Dopo il naufragio è tornato nel suo paese in Indonesia e non si è fatto più vedere in Italia, nemmeno per il processo.
Ha patteggiato un anno e sei mesi. Il suo contratto con Costa è scaduto e ha fatto sapere di non voler più tornare a lavorare in mare.
SILVIA CORONICA
Non ha più voluto riprendere il mare, l’ufficiale di plancia, originaria di Trieste e condannata a un anno e sei mesi per omicidio plurimo colposo e lesioni colpose. Costa le ha pagato lo stipendio fino alla fine del suo contratto. Poi addio.

Michele Bocci e Laura Montanari
(da “La Repubblica”)

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ORGOGLIO ITALIANO NEL MONDO: LA CONCORDIA “RADDRIZZATA”, GIOIA E LACRIME

Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile

ALLE ORE 4 LA NAVE IN VERTICALE: “POCHI PAESI AL MONDO AVREBBERO POTUTO METTERE INSIEME CIO’ CHE E’ SERVITO PER QUESTA OPERAZIONE”

«La rotazione della Costa Concordia è conclusa. La nave è ora appoggiata sulla piattaforma. Abbiamo segnato un punto decisivo per l’allontanamento della nave dal Giglio». È Franco Gabrielli, Capo della Protezione Civile, ad annunciarlo ufficialmente verso le 4 di questa mattina in conferenza stampa.
La fiancata del lato dritto della nave è danneggiata. Saranno quindi necessari lavori di ristrutturazione, per poter poi montare i cassoni laterali.
I tecnici sottolineano che «non c’è stata alcuna bomba ecologica. Ci sarà  solo da raccogliere qualcosa».
Franco Porcellacchia, responsabile del progetto per Costa Crociere, ha aggiunto: «Penso che meglio di così non potesse andare».
Grande la soddisfazione di Nick Sloane accolto urla e cori da stadio al suo arrivo nel porto piccolo dell’isola del Giglio: «Mi sento sollevato. Non mi aspettavo una questa reazione della gente. Pochi paesi al mondo avrebbero potuto mettere insieme ciò che serviva per un’operazione di queste dimensioni. Tutto il team è orgoglioso di ciò che abbiamo fatto» – ha commentato il direttore delle operazioni, che ha aggiunto di essere «un po’ stanco» e di voler andare a dormire dopo essersi bevuto una birra.
Applausi, suoni di sirena e urla dalle strade del Giglio hanno accompagnato la fine della rotazione della Costa Concordia, tornata in posizione verticale ma ancora non in linea di galleggiamento.
Secondo Rainews la nave lascerà  l’isola la prossima primavera.

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BERLUSCONI TERREMOTA FORZA ITALIA: VUOLE BERTOLASO A CAPO DELL’ORGANIZZAZIONE

Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

FALCHI E COLOMBE PER UNA VOLTA UNITE: NO ALL’EX RESPONSABILE DELLA PROTEZIONE CIVILE, COLPEVOLE DI FARE SEMPRE DI TESTA SUA

Per la battaglia finale serve chi della gestione delle emergenze ha fatto una professione.
Ecco perchè Silvio Berlusconi ha chiesto a Guido Bertolaso di prendere in mano Forza Italia, che rinascerà  a giorni.
E che sarà  annunciata ad ore con il videomessaggio che fonti autorevoli rivelano potrebbe essere diffuso già  nella mattinata di martedì.
Il Cav sta già  studiando il nuovo organigramma e Bertolaso potrebbe avere il ruolo di responsabile dell’organizzazione.
I due ne hanno parlato più volte nell’ultima settimana. Bertolaso, il Mister Wolf che risolveva problemi ai tempi della propaganda sulle catastrofi (vai alla voce: terremoto dell’Aquila) non avrebbe detto di no. Ma nemmeno di sì.
Non è la prima volta che Berlusconi gli fa una proposta del genere. Anzi da quando Bertolaso ha lasciato la Protezione civile, e da quando non è decollata la Protezione civile Spa ai tempi di Letta (Gianni) a palazzo Chigi, l’ex uomo della provvidenza è rimasto il chiodo fisso di Berlusconi, affezionato all’idea di un partito efficiente come una azienda più che a uno zoo di falchi, colombe e sciacalli.
Una fonte vicinissima al Cavaliere spiega all’HuffPost: “Berlusconi sta provando a convincerlo perchè è l’uomo per questo momento. Ha un carattere pessimo, è un decisionista, non ascolterebbe nessuno, nè falchi nè colombe”.
E infatti in queste ore si è già  registrata una resistenza di tutti i volatili pidiellini. Non lo vogliono perchè perderebbero potere in San Lorenzo in Lucina. Chissà .
È certo che nel nuovo-vecchio partito il Capo non vuole tanti dibattiti.
Basta vedere la sede: “un mausoleo” dice chi ci lavora, all’insegna del culto della personalità .
Solo foto di Berlusconi, che le ha scelte personalmente con il suo assistente Roberto Gasparotti, e soprattutto di Berlusconi trionfante (ad Onna, nei vertici internazionali, a Napoli) e nessuna traccia dell’epoca pidiellina.
Così come si presta a pochi dibattiti il nuovo organigramma.
Che, come da statuto, non contempla la figura del segretario.
Il falco Verdini dovrebbe diventare coordinatore unico. Mentre Alfano si dovrebbe occupare di diplomazia “col nemico” più che di partito: da ministro a tempo pieno avrebbe più tempo per tessere la trama diplomatica col Colle e Letta (Enrico). Insomma, da erede senza quid di Berlusconi a erede col quid di Gianni Letta.
Questa è l’idea per la battaglia finale del Cavaliere che si appresta a diventare decaduto ed extraparlamentare.
Chi conosce come vanno le cose in casa azzurra è però certo che un conto è l’idea, altra cosa è la sua realizzazione. E le resistenze sono molte.
E’ bastata un’intervista al Tempo, in cui Daniela Santanchè annunciava che Alfano non sarà  più segretario, a provocare l’insurrezione del partito di governo e pure di tutti i ministri del Pdl. Seguita poi dalla difesa della Pitonessa da parte dei falchi.
O forse, per realizzarla (l’idea) serve proprio chi se ne intende di Protezione civile.

(“da Huffington Post“)

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MOSSA DI SILVIO PER SALVARE I SOLDI DI FORZA ITALIA

Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

PRESENTATO UN EMENDAMENTO PER NON PERDERE IL FINANZIAMENTO PUBBLICO…   BATTAGLIA CONTRO LA PROPOSTA DI CHI VUOLE VIETARE DONAZIONI AI PARTITI DA PARTE DI UN CONDANNATO

Soldi e tv. Finanziamento a Forza Italia e Mediaset.
È legata alla tenuta dell’impero l’ultima trincea scavata da Silvio Berlusconi.
Che può reggere solo con questa maggioranza: “Se salta tutto — dicono nella cerchia ristretta — le ritorsioni saranno pesanti”.
Le avvisaglie (di “ritorsione”) che hanno fatto scattare il warning ad Arcore si sono già  appalesate in prima commissione, alla Camera. Dove è in discussione la legge sul finanziamento pubblico.
Partiamo da qui.
Eccolo l’emendamento di Sel che ha avuto l’effetto di una scossa sulle mura di Villa San Martino, ribattezzato come una Severino patrimoniale. È l’articolo 10, comma 6-bis: “Chiunque sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per i reati previsti dagli articoli 314, 1 comma, 318, 319, 319 ter, 320 del codice penale e dagli articoli 8, 9, 10, 11 del Decreto legislativo n.74 del 2000, non può destinare sotto qualunque forma, erogazioni, liberali o meno, denaro o altra forma di altre utilità  in favore di partiti, movimenti, liste e fondazioni politiche”.
Se passa, significa che il condannato Berlusconi non può donare soldi al suo partito. Almeno per il periodo in cui sconta la pena.
Almeno è così nell’ultima formulazione: “Il divieto – prosegue l’articolo – decorre dalla data del passaggio in giudicato della sentenza stessa e ha effetto per un periodo corrispondente alla durata della pena comminata in concreto dal giudice, nonchè per l’anno successivo”.
Per un partito che si alimenta grazie ai granai dell’impero berlusconiano significa, praticamente, casse vuote.
Per questo il berluscones in commissione stanno rallentando la discussione di un provvedimento che doveva essere approvato entro l’estate.
E che ora pare senza scadenza. Al momento il Pd tace.
Se ne parla oggi quando si riunirà  la commissione. Ma al quartier generale berlusconiano l’ennesima pistola è già  sul tavolo: “Non si può stare nella stessa maggioranza — dice un azzurro di rango — e continuare nel tentativo di colpire il leader del partito alleato su tutti i terreni”.
Ma a Berlusconi non basta stoppare l’emendamento di Sel che in molti, tra i democrat, considerano un “dato di civiltà ”: evitare cioè che i quattrini di un condannato per frode fiscale foraggino un partito politico.
Già , non basta.
Presentati pure una serie di emendamenti “salva-Forza Italia”.
Il trucco è semplice. Secondo la legge, i cittadini, attraverso il due per mille o le detrazioni, possono finanziare i partiti che si sono presentati alle elezioni: i soldi cioè si possono destinare alle sigle che erano sulla scheda elettorale.
In base a questo meccanismo c’è il Pdl, non Forza Italia.
Pronto l’emendamento dei berluscones per trasferire i soldi a Forza Italia, aggirando l’ostacolo.
Eccolo, all’articolo 8, comma 1-bis: “Le disposizioni di cui al comma 1, lettere a) e b) si applicano altresì ai partiti politici a cui dichiari di fare riferimento almeno la metà  più uno dei candidati eletti sotto il medesimo simbolo alle più recenti elezioni per il rinnovo del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati”.
Quindi, quando metà  degli eletti si trasferiscono dal Pdl in Forza Italia con loro si trasferisce anche il finanziamento.
E fin qui il partito. Che però è solo un aspetto.
In questi giorni è stata allertata una specie di unità  di crisi per tenere d’occhio i movimenti al ministero dello Sviluppo economico.
Soprattutto dopo che è circolata una voce, come riportato da Repubblica, di un decreto per fissare un “tetto per la pubblicità ” per mettere in ginocchio Mediaset.
Al viceministro Antonio Catricalà , vicinissimo a Gianni Letta e alla sottosegretaria Simona Vicari — praticamente l’ombra di Schifani — il compito di verificare l’ipotesi di “blitz”: “Non c’è nulla” assicurano dallo staff di Catricalà . Fuori dal governo potrebbe esserci di tutto.

(da “Huffingtonpost”)

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I CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE, UNO SCANDALO ANCHE PER I POLIZIOTTI

Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

MIGRANTI ALLO STREMO, POCHI AGENTI SENZA PRECISE DIRETTIVE, STRUTTURE DEVASTANTE: IL SAP ATTACCA IL GOVERNO

L’ultimo episodio è dello scorso 10 agosto: un immigrato marocchino di 31 anni, Moustapha Anaki, è morto all’interno del centro di identificazione ed espulsione di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.
Una cardiopatia, la causa ufficiale del decesso. La sua morte ha fatto da miccia a un contesto infiammabile da mesi.
Gli altri migranti, infuriati, hanno devastato il centro: mobili e sistemi di sorveglianza sfasciati, pareti dei muri sbriciolate.
La Prefettura ha alzato bandiera bianca: struttura compromessa e quindi chiusa, perchè dichiarata inagibile. E di soldi per riparare i danni non ce ne sono più.
Quello di Crotone è solo il più recente di molti episodi simili. Qualche giorno fa Alessandra Naldi, nominata ‘Garante dei Diritti delle persone private della libertà  personale’ per il Comune di Milano, ha scritto al prefetto in merito al Cie di via Corelli, esigendo chiarimenti non solo sui recenti episodi di violenza ma sul destino della struttura stessa, sempre più scricchiolante per i mesi a venire.
La situazione si è resa così insostenibile che a denunciare, oggi, non sono più solo le associazioni umanitarie ma lo stesso sindacato autonomo di Polizia, il Sap, che ha più volte chiesto un incontro al Ministero dell’Interno per individuare delle soluzioni che tamponino, almeno in parte, condizioni di lavoro inaccettabili, nonchè la ripetuta negazione di una sopravvivenza dignitosa per chi è trattenuto.
Nicola Tanzi, segretario generale del sindacato, ha alle spalle 30 anni di esperienza nella polizia giudiziaria e nel contrasto alla criminalità  organizzata in Puglia: “Abbiamo chiesto da cinque mesi un incontro col dipartimento Immigrazione del Ministero dell’Interno. Non solo denunciando la mole di spreco di denaro nella gestione dei centri, ma gli stessi disagi di chi è accolto. E’ un circolo infernale: gli immigrati sono piegati dagli stenti, diventano rabbiosi, spaccano le strutture che li ospitano. La carenza dei fondi non consente di aggiustare i danni. La vita diventa sempre più difficile e il disagio genera nuova rabbia”.
Coi tagli del governo Monti la quota riservata a ogni migrante accolto in uno dei 12 Cie attivi sul territorio nazionale si è ridotta all’osso: circa otto volte inferiore a quella di un detenuto ordinario.
In media, si parla di 30-35 euro al giorno. La cifra deve coprire le spese di vitto, alloggio, vestiario, cure mediche, mediazione sociale e sicurezza. Una follia.
A questo si aggiungono i tagli alle forze dell’ordine: 13mila uomini in meno, in seguito ai provvedimenti dei governi Berlusconi e Monti.
Tre miliardi di euro polverizzati nel comparto Sicurezza, proprio quello che gestisce la sorveglianza delle strutture.
Ma il paradosso più grande è una legge che sembra complicare ulteriormente la gestione dei flussi migratori sul nostro territorio.
“Quando è stata licenziata la Bossi-Fini sull’immigrazione” racconta Tanzi all’Espresso “in audizione parlamentare abbiamo più volte denunciato la nostra contrarietà  all’introduzione del reato di clandestinità . Senza contare l’aggravio d’aver allungato i tempi di permanenza nei centri da 6 a 18 mesi. In questo modo non ci sono sufficienti pattuglie per accompagnare in questura i clandestini e, nello stesso stempo, adempiere alla ordinaria amministrazione della sicurezza per le strade. Due obiettivi mancati in un solo colpo”.
Eppure, tra il 2005 e il 2012, sono stati spesi, complessivamente, oltre un miliardo e mezzo di euro per il controllo delle frontiere esterne, 55 milioni di euro all’anno per la gestione dei Cie ufficiali, senza contare le strutture temporanee che dovranno essere commutate in centri permanenti, come in provincia di Caserta e di Potenza.
Ma i soldi sembrano non bastare mai: ci sono da pagare gli stipendi degli operatori (oltre alle forze dell’ordine, il personale medico, i mediatori, gli assistenti sociali, le imprese che si occupano di pulizia e distribuzione del cibo), per non parlare dei costi di manutenzione ordinaria (ma la cifra è sempre più erosa dai continui danni alle strutture).
“Quello che chiediamo innanzitutto” dice Tanzi “sono precise regole d’ingaggio per i poliziotti: i migranti non sono nè detenuti, nè liberi, ma, tecnicamente, “trattenuti”. Noi, di conseguenza, abbiamo poco spazio di manovra: non possiamo in alcun modo prevenire le esplosioni di violenza. Nè sanzionarle, poichè nella legge non si fa cenno a questa eventualità . Anche la fase del trasporto è parecchio complicata: si procede con mezzi ordinari, senza protezioni divisorie che separino l’agente dall’immigrato. Parliamo, sovente, di individui che presentano situazioni di salute estremamente rischiose (non di rado si sono verificati casi di colera, senza contare i malati di Hiv, ad esempio). Entriamo direttamente in contatto con loro e spesso, nella fase di trasporto al centro, si manifestano i primi episodi di violenza. Quando la tensione sale, di norma, ci lanciano le loro feci, o l’urina raccolta in bottiglie di plastica. Alcuni, in preda all’esasperazione, si tagliano, e il sangue schizza sugli agenti o sul personale medico, con quello che questo può comportare”.
La procedura del foglio di via, il decreto d’intimazione a lasciare l’Italia entro 15 giorni, è del tutto inutile: se non ci sono poliziotti in grado di accompagnarli alle frontiere per l’espulsione, i clandestini si trattengono sul territorio nazionale.
Non hanno denaro, nè domicilio. Nei Cara — i centri di accoglienza per i richiedenti asilo – la situazione è perfino più complessa.
“Molti entrano la mattina e rientrano la sera” prosegue Tanzi “perchè per la legge sono cittadini liberi, e quindi senza controllo. Alcuni si allontanano perchè non sono veri rifugiati, ma la Prefettura è costretta a garantire loro, comunque, vitto e alloggio: i soldi, però, sono sempre di meno e le gare di appalto per aggiudicarsi i servizi sono stritolate in una corsa al ribasso dei costi. Il servizio, in questo modo, non può che essere al di sotto dei livelli dignitosi. Il mese scorso c’è stata una riunione al Viminale, alla presenza di tutti i responsabili del Cie (tra cui i rappresentanti delle Forze di Polizia) e il responsabile del dipartimento immigrazione del Ministero. Siamo in attesa di essere convocati questo mese, come ci avevano promesso”.
Anche i parlamentari sembrano manifestare in media scarsa sensibilità  per l’argomento, se non fosse per qualche rara eccezione, secondo quanto denuncia Nicola Tanzi: “Alcuni di loro si sono mossi per porre l’attenzione sull’esigenza di una profonda revisione della legge Bossi-Fini, come chiedevamo” Rosa Calipari ed Emanuele Fiano del pd, ad esempio “ma in linea generale ci ha colpito l’assoluto disinteresse degli altri in audizione”.
Si procede a tentoni: il denaro destinato a riparare i frequenti danni alle strutture, ad esempio, è sottratto al capitolo di spesa sull’immigrazione, fondi che, in realtà , dovrebbero essere destinati a migliorare la vita all’interno dei centri.
Angelo Obit, ispettore di polizia in servizio a Gorizia e segretario provinciale della Sap, solleva un’altra questione: le condizioni di lavoro del personale sottopagato, diretta conseguenza delle gare al ribasso nell’assegnazione degli appalti.
“L’attività ” racconta “deve inoltre essere regolamentata dal Ministro dell’Interno, tramite decreto, e sono necessari dei corsi di formazione specifici, data la delicatezza delle mansioni. Invece, sovente, sono gli stessi migranti a essere assunti per occuparsi degli altri immigrati”.
Ma la quotidianità  è diventata incandescente: aggressioni ordinarie agli agenti, scoppio di liti furibonde tra di loro.
E se è vero che il termine massimo di permanenza è di 18 mesi, dopo il decreto di espulsione, se il clandestino non esce dal paese viene di nuovo fermato e rispedito in un altro centro: una sorta di pena senza fine.
Ad oggi, la popolazione di migranti trattenuti nei Cie è di poco meno di 8mila unità , secondo i dati della Polizia di Stato, relativi al 2012.
La metà  di essi viene rimpatriata, ma il 50 per cento di questa quota rientra comunque in Italia.
Senza controllo. Giuseppe Corrado, del reparto mobile di Torino e vice segretario provinciale della Sap Torino, lavora nel Cie della città , in corso Brunelleschi: struttura spesso al centro delle cronache per ripetuti episodi di violenza.
“Siamo passati, nel giro di un paio d’anni, da 211 posti letto agli attuali 60, perchè chi è trattenuto spesso brucia le stanze. Quando ancora si utilizzavano i container, anni fa, ogni tre giorni veniva sfasciato un televisiore. A fine luglio un aereo da Malpensa avrebbe dovuto decollare per riportare alcuni immigrati nei rispettivi paesi di provenienza, secondo il decreto d’espulsione. La partenza, prevista alle 5 del mattino, è slittata a quattro ore più tardi: alcuni di loro sono saliti sul tetto e hanno dato fuoco al veicolo. Quello che chiediamo è semplice: moduli operativi e direttive precise che possano applicarsi nella stessa maniera in ogni centro, non a discrezione dell’ufficio immigrazione o dei funzionari. Abbiamo sottoposto il problema più volte ai questori, ma senza molta fortuna: non c’è attenzione, nè tanto meno ascolto. Ma quello che si deve comprendere bene è che siamo tutti sulla stessa barca: noi e loro. E’ qualcosa che riguarda tutti, anche se vorremmo girare la testa altrove per non sapere”.

Paola Bacchiddu
(da “La Repubblica”)

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NON CI VA MAI, MA VUOLE RESTARE SENATORE

Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

BERLUSCONI PRESENTE IN SENATO UNA SOLA VOLTA IN SEI MESI: IL PEGGIORE INSIEME A GHEDINI, MARIA ROSARIA ROSSI E VERDINI

Vuole restare senatore, ma in Senato non ci va mai.
Proprio in vista del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica a Palazzo Madama, si cominciano a fare i conti sulle presenze dei senatori, di chi è più assenteista e chi si è discostato, durante le votazioni, dalla linea dettata dal proprio partitito.
Come riporta la Stampa, da uno studio Open Polis tra i meno presenti alle votazioni in Parlamento, la palma d’oro va proprio al Cavaliere e a i suoi colleghi del Pdl.
Mentre i più presenti sono i democrat.
Di certo il Pd vince il premio Stakanov di questi primi sei mesi: alla Camera i deputati Carra, D’Incecco, Fontana, Guerini, Iannuzzi e Tullo (oltre a Totaro, di Fratelli d’Italia) non si sono persi una votazione.
Sempre presenti anche i senatori Fornaro e Pegorer che, con il Pdl Mandelli, compongono il podio a Palazzo Madama.
Dal lato opposto della graduatoria, la maglia nera spetta al quartetto di Arcore: Berlusconi, la sua assistente Mariarosaria Rossi, l’uomo-macchina del Pdl Verdini e l’avvocato Ghedini si sono presentati a una sola votazione, i peggiori in assoluto.

argomento: Berlusconi | Commenta »

I CONGIURATI ANTI-RENZI: “IN CASO DI CRISI, PRIMARIE SOLO PER LA PREMIERSHIP”

Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile

BERSANIANI E DALEMIANI TENTATI DAL BLITZ PER TENERSI IL PARTITO

«Chiamala se vuoi, tentazione…»: così la definisce per ora uno dei giovani leoni della brigata anti-Renzi messa in piedi per ingaggiare la resistenza contro il rottamatore: e la «tentazione», che in questi giorni stanno accarezzando bersaniani e dalemiani ha già  un nome e cognome: «clausola di salvaguardia».
Da far votare in assemblea se si riuscisse a raggranellare una vasta maggioranza di «maldipancisti vari», franceschiniani, lettiani, bindiani, fioroniani e così via.
L’obiettivo è chiaro, evitare che in caso di elezioni Renzi possa prendersi in due colpi ravvicinati partito e governo.
Ad illustrarne la ratio senza peli sulla lingua è Alfredo D’Attorre, autore del documento congressuale di Bersani, «Fare il Pd» e membro della segreteria di Epifani: «Se la crisi non deflagra prima, venerdì l’assemblea è chiamata a convocare il congresso ragionando come se legislatura andasse avanti. Ma si potrebbe proporre una clausola per stabilire che se si aprisse un percorso che portasse ad elezioni anticipate, si sospendano le primarie per il segretario e si facciano quelle per la premiership. Ma senza alcuna intenzione di usare l’incertezza politica come alibi per non fare il congresso, si badi bene».
Un blitz che risulterebbe indigesto al sindaco di Firenze, al punto che basta prospettare una simile ipotesi a due suoi parlamentari per sentir esplodere due sonore risate, condite dalla controaccusa «sarebbero irresponsabili».
Ancora non c’è uno straccio di accordo con Renzi su come si svolgerà  il congresso, per evitare di arrivare in Assemblea «al buio» mercoledì dovrebbe riunirsi la Commissione ad hoc, ma Epifani ancora non l’ha convocata.
I due nodi sul tappeto sono la partita dei segretari regionali, se cioè farli eleggere prima, dopo o in contemporanea al leader; e quella per la «separazione delle carriere» tra segretario e candidato premier.
Quest’ultima è collegata appunto alla «tentazione» che i giovani leoni delle correnti che sostengono Cuperlo stanno maturando: perchè certificando che in caso di voto anticipato si facciano solo le primarie per la premiership, di fatto si congelerebbe la figura del segretario.
E difficilmente, una volta giocata la partita per Palazzo Chigi, Renzi potrebbe spendersi pure per la campagna congressuale, che verrebbe rinviata a dopo le elezioni.
«Comunque sia, se vi fosse una clausola del genere non sarebbe male, ma anche se non vi fosse sarebbe ragionevole tenere in conto un’eventuale sospensione e una modifica del percorso congressuale», fa notare il portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia
Insomma, la questione ancora viene derubricata come un’ipotesi di «buon senso», figlia della distinzione dei ruoli tra segretario e premier, ma non è stata formalizzata in attesa dello scontro finale
«Fermo restando che il congresso va chiuso entro l’anno chiarisce D’Attorre – noi teniamo il punto che si debba partire dal basso, facendo votare i circoli e le federazioni liberamente, senza ingabbiarli in schemi correntizi. In Lombardia, una parte dei nostri voterà  un renziano, in Calabria avverrà  il contrario: meglio se non siamo noi da Roma a dirgli cosa fare. E non è per mantenere l’apparato esistente, anzi»
E mentre i resistenti stanno preparando una manifestazione per la prossima settimana a Roma con Cuperlo Bersani, Marini ed altri ex Dc, i renziani già  salgono sulle barricate contro la tentazione del blitz.
«Una cosa così sembrerebbe di fatto un macigno per indebolire Letta e se l’assemblea nazionale votasse una roba simile si capirebbe chiaramente chi pensa davvero alla crisi di governo», dice Paolo Gentiloni. E chi per Renzi tratta le regole in commissione congresso, cioè Lorenzo Guerini, è ancora più duro. «Votare una clausola del genere? Se fossi Letta li manderei a quel paese…»

Carlo Bertini
(da “la Stampa“)

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