Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
RITORSIONE DEGLI AMICI DI TOSI: “IL PARTITO NON E’ DI BOSSI”
Rivolta contro Umberto Bossi all’interno della Lega Nord.
Dopo essere stato scalzato nel suo ruolo di segretario federale da Roberto Maroni, il senatur rischia di perdere anche la carica di presidente a vita a cui era stato relegato dopo lo scandalo Belsito.
All’ordine del giorno della Liga Veneta, che si riunisce a Vicenza, c’è infatti una mozione che prevede di eliminare dallo statuto la presidenza federale come carica a vita attribuita a Bossi.
Al documento hanno lavorato alcuni degli uomini vicini al sindaco di Verona Flavio Tosi.
Nella mozione firmata dal segretario di Feltre Sandro D’Incau, e iscritta all’odg dell’assemblea, si chiede “l’eliminazione dei commi primo e quinto dell’art. 14 dello Statuto”, che definiscono “di fatto una carica a vita di natura non elettiva appositamente per il ‘socio ordinario militante’ Umberto Bossi”.
Carica che si ritiene “non corretta in considerazione dei fatti avvenuti in questi anni” perchè dev’essere allontanato “il concetto che la Lega è un movimento politico di proprietà di Bossi“.
Nel documento si fa riferimento “all’eccessivo potere del presidente federale” laddove questo rappresenta “l’organo di ultimo e insindacabile appello” dei provvedimenti disciplinari.
Obiettivo polemico della mozione è anche l’immunità garantita a Bossi e ai suoi fedelissimi dallo strapotere che la carica di presidente a vita gli attribuisce.
“Il fatto di avere 20 anni o più di militanza non deve essere considerato un salvacondotto“.
La conseguenza sarebbe “che tale carica tutela di fatto, a prescindere dai fatti e dalle decisioni dei direttivi e degli organi interni al movimento, e superando le decisioni degli stessi organi elettivi, tutte quelle persone che per motivi affettivi o di simpatie o altro sono vicine ad Umberto Bossi”.
Il voto della Liga Veneta è solo l’ultimo episodio dello scontro in atto tra il senatur e Flavio Tosi.
Nei giorni scorsi, Umberto Bossi aveva apostrofato il maroniano di ferro dandogli del “fascista” e dello “stronzo”.
L’ultimo affondo era stata l’insinuazione dell’omosessualità di Tosi.
Il sindaco di Verona ribatte dalle pagine di Repubblica: “Ho troppo rispetto di una persona malata per replicare”.
E considera gli attacchi di Bossi come “cose fuori dal tempo” che non farebbero più presa sull’elettorato leghista.
Anzi, sarebbero dannose per l’unità del partito: “Molte sue uscite dopo il congresso dell’anno scorso hanno creato più dissensi che consenso”.
E ancora: “A Bossi dà un fastidio terribile vedere che all’interno del movimento ci sono proposte diverse”.
La carica di presidente a vita di Bossi finisce anche nel mirino del segretario provinciale di Verona, Paolo Paternoster, vicinissimo a Tosi. “Questa carica non ha più ragion d’essere”, ha spiegato al quotidiano L’Arena.
“E’ giusto che la presidenza vada di pari passo con la segreteria federale e che quando si cambia il segretario si proceda alla nomina del nuovo presidente”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
APPOGGIO A LETTA E LIQUIDAZIONE DELLE COLOMBE… FORZA ITALIA A VERDINI E SANTANCHE’
Vuoi vedere che Letta ci ha indovinato, mercoledì non scoppierà la crisi, giovedì neanche e venerdì
nemmeno? –
Berlusconi sta per alzare bandiera bianca.
Se la Giunta delle elezioni deciderà di cacciarlo dal Parlamento, con un nobile discorso lui protesterà al mondo la propria innocenza, si dichiarerà vittima dei magistrati.
Ma per il bene supremo dell’Italia incasserà il ceffone senza mandare tutto all’aria…
Così perlomeno in questo momento il Cavaliere sembra orientato.
Sabato ne aveva discusso con i più fedeli amici, e domenica non ha cambiato idea.
Anzi, si va convincendo vieppiù che tenere in vita il governo sarebbe una trovata strategica geniale, l’unico modo per intralciare la marcia trionfale di Renzi.
Se fino a pochi giorni fa Silvio non vedeva l’ora di tornare alle urne, adesso pare intenzionato a votare non prima del 2018.
Questa è l’istantanea postata da Arcore, sempre soggetta a ripensamenti si capisce.
Verrebbe dunque da immaginare le «colombe» che festeggiano a champagne la svolta pacifista del Làder Mà¡ximo, e viceversa i cosiddetti «falchi» con le piume abbassate.
Invece, sorpresa, succede esattamente il contrario.
Il gruppone dei moderati è in grande allarme, laddove si coglie euforia tra i duri e puri.
Pare infatti che, nel suo discorso al Paese, il Cav non voglia soltanto confermare il sostegno a Letta, ma intenda sbaraccare il Pdl e annunciare la rinascita di Forza Italia la cui gestione finirebbe (ecco il motivo del loro giubilo) tutta nelle mani dei «falchi».
Vale a dire di Verdini, di Bondi, di Capezzone e, naturalmente, della volitiva Santanchè. Verrebbe nominato un comitato di gestione provvisorio, come avviene in tutte le fasi di transizione rivoluzionaria.
Ma trova pure conferma l’indiscrezione, divulgata dal «Giornale», secondo cui Berlusconi avrebbe già vergato di suo pugno una carta che trasferisce a Verdini tutte le deleghe operative fin qui gestite da Alfano.
In pratica, un trasferimento dei poteri che nella visione berlusconiana segnerebbe una sorta di Yalta, una pace durevole tra le anime interne basata sulla ripartizione delle sfere di influenza: di qua il partito, di là il governo.
Chi si occupa del primo non dovrà immischiarsi del secondo, e viceversa.
Oltre al quartetto sopra illustrato, i ruoli di primo piano verrebbero conferiti a Crimi, nella veste di tesoriere, a Palmieri, a Fontana, a D’Alessandro, alla Calabria: tutti quanti falchi, falchissimi.
Ma come escludere dagli organigrammi Michela Vittoria Brambilla, già animatrice dei circoli berlusconiani, tornata in auge dopo una campagna di battaglie animaliste?
Ci sarà posto anche per lei, laddove i governativi, i ministeriali saranno tenuti fuori dal palazzo di Piazza San Lorenzo in Lucina, finemente arredato con divani in pelle della Natuzzi, una sede sibaritica che Berlusconi inaugurerà con la sua presenza mercoledì o giovedì, davanti a un nugolo di telecamere.
E potrebbe essere quella (sebbene come sempre nulla sia deciso) l’occasione ideale per il doppio annuncio, sul passaggio delle consegne Pdl-Forza Italia e sulla crisi che non si farà più.
Ma dopo averla più volte minacciata salvo cambiare idea, difficilmente in futuro qualcuno ci cascherà , certo non Letta, non il Pd.
Cosicchè la delegazione «azzurra» al governo si troverà inerme, perennemente sotto schiaffo, mai più nella condizione di poter alzare la voce.
E quando prima o poi tornerà al partito, troverà le stanze tutte occupate…
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
NEL SONDAGGIO DEMOS I CINQUESTELLE SOPRA IL 20%
Il sondaggio di Demos, condotto nei giorni scorsi, riproduce in modo fedele questo Stato di emergenza. Dove le “larghe intese” sono divenute la regola.
L’unica soluzione possibile per comporre un elettorato diviso in tre grandi minoranze.
Fra loro incoerenti e poco compatibili.
Le stime delle intenzioni di voto, oggi, d’altronde, riproducono fedelmente gli orientamenti emersi alle elezioni politiche di febbraio.
Il Pd, con il 28%, circa, supera di poco il Pdl (26%). Segue il M5S, intorno al 21%. L’equilibrio tra i partiti appare, di nuovo, rilevante. E inquietante.
Nulla che faccia presagire, in caso di voto anticipato, la vittoria chiara di uno schieramento. D’altronde, oggi sarebbe difficile immaginare anche quali coalizioni si confronterebbero. L’esperienza delle grandi intese (obbligate) ha inciso sulle preferenze degli elettori.
Metà dei quali è soddisfatto dell’attuale governo. (E quasi il 60%, secondo l’Ipsos, valuta positivamente Enrico Letta, come leader.)
Ma il sostegno al governo cresce sensibilmente fra gli elettori dei partiti della maggioranza.
Sale al 60%, nella base elettorale del Pdl, al 74% (cioè 3 elettori su 4) nella base del Pd e all’80% in quella dei partiti di Centro.
Peraltro, il governo piace anche a gran parte degli elettori della Lega.
Per cui, le uniche componenti insoddisfatte sono costituite da Sel e la Sinistra. (Il cui distacco dal Pd è, quindi, cresciuto.)
E, soprattutto, dagli elettori del M5S. L’80% dei quali esprime un giudizio negativo sul governo. Il M5S, d’altronde, appare tutt’altro che finito. Alle amministrative ha pagato il limitato grado di radicamento e di presenza sul territorio. Ma su base nazionale sembra ancora capace di canalizzare la protesta dei cittadini. Che resta ampia.
Come dimostrano, oltre al peso elettorale del partito guidato da Grillo, anche l’incidenza dell’astensione e dell’incertezza. Superiore a un terzo degli elettori
Enrico Letta, dunque, guida una maggioranza divisa, più che condivisa.
Animata da spirito di necessità più che da reciproca fiducia. La decadenza di Berlusconi, su cui si esprimerà la Giunta del Senato mercoledì prossimo, non a caso, è ritenuta conseguenza automatica di una legge, dagli elettori del Pd, del Centro, ma anche di Sel e del M5S.
Mentre è considerata il “tentativo di eliminare un avversario politico” dalla quasi totalità degli elettori del Pdl — e della Lega.
Tuttavia, anche se Berlusconi venisse sanzionato, la maggioranza degli elettori sia del Pd che del Pdl vorrebbe proseguire nell’alleanza.
Nonostante tutto.
Anche se, dal sondaggio di Demos, emerge una larga disponibilità a cercare l’intesa fra Pd e M5S, fra gli elettori dei due partiti.
Per formare una nuova e diversa maggioranza. Soprattutto nel caso che il governo cadesse e, come chiede la maggioranza degli italiani, si dovesse procedere a nuove elezioni.
Tuttavia, in questo caso, cambierebbe poco, visti gli orientamenti di voto, simili a quelli emersi alle elezioni dello scorso febbraio.
Anche se, ovviamente, potrebbero cambiare, in futuro. In seguito al destino di Silvio Berlusconi. E, ancor più, dopo le primarie e la scelta del segretario del Pd
In questo momento, comunque, il governo, secondo gli italiani, appare destinato a durare. Sicuramente, fino a fine anno (57%). Ma, probabilmente, anche di più. Oltre 6 mesi o perfino un anno (40% circa)
La forza di Enrico Letta, dunque, sembra dipendere, soprattutto, dalla debolezza degli altri soggetti politici.
I partiti della maggioranza — compreso il Pd, di cui egli fa parte. Ma anche quelli dell’opposizione. Lo stesso M5S.
Abbastanza forte da esercitare pressione fuori e dentro il Parlamento. Ma non al punto di proporre un’alternativa. Anche perchè al suo “portavoce”, Beppe Grillo, non interessa.
Non intende promuovere — o partecipare ad – alleanze diverse.
Mentre i suoi elettori, in maggioranza (40%), pensano che il successo del M5S dipenda principalmente dalla protesta contro tutti i partiti.
Dunque, meglio lasciare ad altri il compito di affrontare i rischi e i costi dell’impopolarità , che derivano dall’impegno di governare.
Per questo Enrico Letta può proseguire la sua opera fra molte difficoltà , ma anche con molte possibilità di resistere.
Perchè le elezioni non sembrano dietro l’angolo.
Nessuno, degli alleati, pare disposto ad affrontare le conseguenze di una crisi di governo. In piena emergenza economica. In uno scenario internazionale attraversato da venti di guerra.
L’unico che potrebbe avere interesse a voltare pagina, in effetti, è Matteo Renzi. Compagno (si fa per dire…) di partito di Letta.
Un terzo degli elettori, infatti, lo vorrebbe futuro premier.
Primo, fra i candidati proposti dal sondaggio agli intervistati. Supera di molto Enrico Letta (17%, al secondo posto, per numero di preferenze).
A maggior ragione gli altri.
Tuttavia, essere indicato da un terzo degli italiani costituisce un risultato significativo, ma non un plebiscito.
Anche perchè Renzi è largamente superato da Berlusconi (ma anche da Alfano), fra gli elettori del Pdl. E da Monti, fra quelli del Centro.
Mentre è nettamente primo, con circa metà delle preferenze, nella base del Pd (dove, tuttavia, Letta ottiene quasi il 29%). Ma anche fra gli elettori del M5S. Con oltre il 40% delle indicazioni. Quasi il doppio rispetto a Beppe Grillo.
Il quale, evidentemente, appare, ai più, un interprete straordinario della protesta contro i partiti e le istituzioni rappresentative.
Ma pochi, perfino fra i suoi elettori, si azzarderebbero ad affidargli la guida del Paese. Del “nostro” Paese eccezionale.
Che, ormai da anni, è governato da tecnici o da maggioranze divise, a cui partecipano partiti, fra loro, alternativi.
“Costretti” a stare insieme per emergenza, ma non per volontà . Da ciò un sospetto. Un dubbio. Che, contrariamente a quanto recita la retorica antipolitica del nostro tempo, i partiti e il Parlamento, non rappresentino il “peggio”, ma un riassunto attendibile del Paese. Siano, cioè, lo specchio fedele degli italiani.
Di questo Paese indeciso a tutto. E su tutto.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
QUATTRO ELETTORI SU DIECI CONVINTI CHE IL GOVERNO DURERA’ ALMENO SEI MESI
Disorientati di fronte a uno scenario politico indecifrabile, incerti sulle possibili alternative all’attuale
governo: il sondaggio condotto, nei giorni scorsi, dall’Atlante Politico fotografa una Paese diviso su tutto.
Secondo linee di frattura che, almeno in parte, prescindono dalle preferenze di partito
Ormai a ridosso del verdetto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, sono ancora in molti a scommettere sulla possibile permanenza di Enrico Letta a Palazzo Chigi.
Più di una persona su quattro ritiene che l’esecutivo possa “resistere” ancora più di un anno (26%).
Il 40%, complessivamente, che possa superare i sei mesi.
Una quota del tutto analoga, tuttavia, considera probabile una chiusura più ravvicinata dell’attuale esperienza di governo, anche se meno di un intervistato su dieci immagina un epilogo immediato, nell’arco dei prossimi trenta giorni.
Mentre il rimanente 20% non se la sente proprio di azzardare una previsione
I dati più interessanti riguardano, però, la soluzione preferita in caso di effettiva disgregazione delle larghe intese tra Pd, Pdl e il centro montiano.
Anche a questo proposito, infatti, il campione interpellato da Demos suggerisce la presenza di opinioni fortemente discordanti.
Se il 50% spinge per tornare alle urne, ben il 41% chiede di “fare di tutto” per trovare una maggioranza alternativa in Parlamento.
Tale spaccatura attraversa i principali elettorati, a loro volta divisi sulla conformazione di un (eventuale) nuovo patto di governo.
E si ripropone, peraltro, sia tra chi boccia l’attuale esecutivo, sia tra chi formula un giudizio positivo sul lavoro della squadra guidata da Letta.
La quota di chi invoca il “voto subito” è ampiamente maggioritaria tra gli elettori di centro-destra e, soprattutto, del M5S.
Ciò nondimeno, anche tra chi destina il proprio voto al partito di Grillo o a quello di Berlusconi, una frazione consistente — rispettivamente il 25 e il 30% – preferirebbe (contrariamente al parere del leader) trovare una alternativa allo scioglimento anticipato delle Camere.
Del resto, sei persone su dieci, presso entrambi gli elettorati, vedono di buon occhio una alleanza con il Pd.
A sostenere la necessità di prolungare la legislatura sono in particolare gli elettori di Sel, Udc e Fli (61%), forti della convinzione che il proprio partito possa comunque giocare un ruolo da protagonista, in virtù della posizione di baricentro dello spazio politico.
La maggiore eterogeneità interna si registra, per converso, nel caso dei partiti di centro-sinistra e dello stesso Pd.
Tra gli elettori democratici, il 43% propende per il voto, ma la maggioranza assoluta (54%) preferirebbe un nuovo esecutivo e una nuova maggioranza (che sicuramente includerebbe il Pd).
(da “La Repubblica”)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
“ELIMINIAMO I LACCI TRA LA GENTE E IL CAVALIERE”… CICCHITTO ACCUSA: “POLEMICA SBAGLIATA”
Lo scontro tra due paradigmi. O, più semplicemente, falchi contro colombe. Falco contro colomba.
Pitonessa contro Angelino.
L’affondo è di quelli duri, che fanno male, e che dimostrano come la “pax” tra le diverse anime del Pdl, nei giorni caldi della decadenza e dei dubbi sulle larghe intese, resta un miraggio.
L’occasione per sganciare un siluro contro il segretario è il ritorno a Forza Italia. Nuovo partito, nuova storia. Una storia nella quale, secondo la Santanchè, non c’è spazio per Alfano.
“Quando è stato eletto segretario – spiega in un’intervista al Tempo – ha detto che voleva una testa una sedia. E quindi siamo andati nella direzione che lui stesso ha indicato”.
Ora, però, si passa a Forza Italia, che “sarà un partito presidenziale, con a capo Berlusconi e senza segretario. Così elimineremo tutti quei lacci e lacciuoli tra la gente e il presidente”.
Niente segretario, insomma. Niente spazio per Alfano in un partito che, secondo le ultime indiscrezioni di stampa, vedrà nella stanza dei bottoni soltanto i “duri e puri”
L’irriducibile Daniela non perdona ad Angelino i tentativi di mediazione con il Pd, l’altra metà di quella maggioranza che ne ha fatto il suo vicepremier.
Santanchè usa toni duri contro i democratici. E, ancora, contro il segretario. “La strategia che il Pdl ha usato fino a oggi è stata una rovina assoluta, abbiamo solo perso tempo senza ottenere nulla”.
Un altro proiettile che sembra avere Alfano come bersaglio. ”
Le larghe intese, dunque, devono essere archiviate? Pochi dubbi, per la pitonessa: “Se fossi un ministro, il giorno dopo il voto in Giunta non potrei stare un minuto in più allo stesso tavolo con i carnefici di Berlusconi”.
Lo sgambetto ad Alfano, invece, è materia più complessa e spinosa.
Così Fabrizio Cicchitto, che da politico paludato si muove tra l’ala radicale del partito e quella moderata, prende carta e penna ed esprime il suo disagio in una nota: “Francamente sono molto sorpreso per la polemica di Daniela Santanchè nei confronti di Angelino Alfano. Una polemica sbagliata nei contenuti e nel momento scelto, visto che oggi lo scontro politico è concentrato sul ruolo e il futuro di Berlusconiù
“Questo – prosegue Cicchitto – dovrebbe essere il momento dell’unità e non della divisione. Per di più – aggiusta la mira – la Santanchè non deve mai dimenticare che è responsabile dell’organizzazione del partito e che quindi dovrebbe svolgere un ruolo di garanzia e mediazione nei confronti di tutti, e non di divisione”.
Cicchitto conclude poi con un elogio di Angelino, che “ha sempre svolto un ruolo di equilibrio e deve esserci in un gruppo dirigente pluralista e rappresentativo”.
Lo scontro continua, in attesa della prossima puntata
Andrea Tempestini
(da “Libero“)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
RAGGIUNTA DA UN AVVISO DI GARANZIA COME PRESIDENTE DELLA ITALFER: AI DOMICILIARI CON L’ACCUSA DI CORRUZIONE, ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E ABUSO D’UFFICIO…SAREBBERO STATI UTLIZZATI MATERIALI SCADENTI, L’OMBRA DELLA CAMORRA E DELLE COOP ROSSE
Un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari è stata notificata all’ex governatrice della Regione
Umbria Maria Rita Lorenzetti nell’ambito dell’inchiesta sul nodo fiorentino dell’alta velocità .
Il suo legale Luciano Ghirga, nel confermare la notizia precisa che commenterà solo dopo aver letto la corposa ordinanza di circa 400 pagine notificata stamani alla Lorenzetti, nella sua casa di Foligno.
Provvedimenti cautelari sono stati recapitati ad altre sei persone.
L’ex governatrice aveva già ricevuto un avviso di garanzia, nella sua veste di presidente dell’Italferr, con le ipotesi di corruzione, associazione a delinquere e abuso d’ufficio.
L’inchiesta è coordinata dal procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi e dai pm Giulio Monferini e Gianni Tei.
Nell’ordinanza viene ipotizzato il rischio di reiterazione del reato. Lorenzetti, Pd, che ha sempre sostenuto la correttezza del proprio operato, ha guidato la Regione Umbria per due mandati, fino alla scorsa legislatura.
Secondo i magistrati fiorentini, nella tratta toscana della Tav sarebbero stati utilizzati materiali scadenti per la costruzione della galleria e ci sarebbe l’ombra della camorra sullo smaltimento dei rifiuti di cantiere, oltre al sospetto di favori negli appalti alle Coop rosse.
La Procura ha inscritto nel registro degli indagati 36 persone, tra cui dirigenti del ministero delle Infrastrutture e delle Ferrovie.
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
LA FAMIGLIA STA PENSANDO DI CHIEDERE LA GRAZIA, QUAGLIARELLO DICE CHE I MINISTRI POTREBBERO NON DIMETTERSI
Tutto il Pdl sembra ormai sulla stessa linea: quando la giunta per le elezioni del Senato voterà la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore, per il governo Letta il trauma sarà ridotto al minimo. Purchè il Pd e il Quirinale diano qualche segnale distensivo.
Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato, lo spiega a In Mezz’Ora di Lucia Annunziata su Rai3: “à‰ chiaro che Silvio Berlusconi non potrà tornare in Parlamento ma questo non significa non possa continuare a far politica. Nessuno è preoccupato dell’agibilità politica di Berlusconi nè, conoscendolo, ci preoccupiamo di un passo indietro”.
Accettare di guidare il partito lontano dal Parlamento è il primo passo per auspicare poi una grazia dal capo dello Stato. Il Cavaliere, spiega Schifani, su questo “sta riflettendo giustamente nell’ambito della propria famiglia”.
Meno di un mese fa Schifani era l’emissario di Berlusconi che si era precipitato al meeting di Comunione e liberazione per ridimensionare la certezza di Letta di sopravvivere alla condanna di Berlusconi.
Ora molto sta cambiando: il ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello, lato moderato del Pdl, dice ad Avvenire che il Cavaliere si comporterà “da statista” e che i ministri del Pdl “non hanno lettere” di dimissioni pronte.
E quindi mercoledì potrebbero non offrire al premier neppure dimissioni simboliche, pronte per essere respinte.
Dietro la mansuetudine pidiellina (almeno ieri, oggi chissà ) ci sono due valutazioni.
La prima: la partita in giunta è considerata persa, meglio concentrarsi sul successivo voto in Aula al Senato. Il Movimento 5 Stelle chiede il voto palese (per Beppe Grillo quello segreto è “un abominio”), ma il Pdl non tollera eccezioni. Grillo attacca: “I pdmenoellini hanno fucilato Prodi dietro a una tendina e sono pronti a ripetere le gesta in ogni momento per salvare il loro caro leader Berlusconi”.
C’è anche chi è arrivato a ipotizzare che nel segreto dell’urna i Cinque stelle potrebbero salvare Berlusconi per scaricare poi la colpa sul Pd, facendolo implodere.
Secondo elemento dietro la linea morbida Pdl: c’è grande fermento al centro, dalle parti di Pier Ferdinando Casini e Mario Monti, reduci dalle rispettive feste di partito Udc e Scelta civica. Casini annuncia (per l’ennesima volta) di voler costruire un “Partito popolare italiano”, anche in vista delle europee di primavera 2014, con “con Scelta Civica e parti del Pdl”.
Monti, insofferente al rapporto con Casini, ricorda a Letta che serve “un patto di coalizione come condizione per la nostra permanenza nella maggioranza”.
Insomma: dal centro si cerca di trattenere un pezzo del Pdl nella maggioranza, qualunque cosa succeda a Berlusconi.
Tocca a Renato Brunetta, capogruppo pidiellino alla Camera, fissare il prezzo della tregua: “A giorni ci sarà un decreto di non aumento dell’Iva con relativa copertura. Ve lo dico, è una garanzia”.
Una richiesta, più che una profezia, visto che di quel decreto non si ha notizia alcuna e che la linea di palazzo Chigi è di rimandare tutti gli interventi di politica economica alla legge di Stabilità , a ottobre.
Il Pd è molto preso dalle dinamiche congressuali, il segretario Guglielmo Epifani si limita a un anodino commento: “Se il centrodestra dovesse staccare la spina non stacca la spina al governo ma al Paese”.
Ma ormai è stato scavalcato da Schifani, secondo cui le elezioni “porterebbero il Paese al baratro”.
Stefano Feltri
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
LE ALTERNATIVE SONO DELLA VEDOVA, LO MORO E GIARRUSSO
Stefà no in pole, ma anche Della Vedova, Lo Moro, Giarrusso. Ma soprattutto Stefà no. 
Lui, Dario Stefà no di Sel, il presidente della giunta per le elezioni e le immunità del Senato, che finora ha navigato in un mare pieno di scogli a pelo d’acqua senza affondare la nave, potrebbe essere il nuovo relatore sull’affaire Berlusconi.
Un incarico che avrebbe un valore puramente istituzionale, proprio per schiarire un clima che, già così, non potrebbe essere più avvelenato.
A tre giorni dal voto su Berlusconi in giunta, di questo si parla.
L’esito della consultazione appare ormai scontato. Il relatore pidiellino uscente Andrea Augello bocciato.
Com’è prevedibile che cosa succederà dopo, il calendario che tra giunta e aula porterà alla definitiva decadenza del Cavaliere.
Ma proprio su questo percorso, che comincerà giovedì mattina, ha un peso la figura del relatore, colui che non solo farà materialmente la proposta di decadenza, ma che gestirà anche il “processo” in giunta – “processo” pubblico che Stefà no vorrebbe anche mettere sul web per un’immediata fruibilità mediatica e per garantire altrettanta trasparenza – e poi la difficile fase dell’aula.
Saranno giorni pesanti, i prossimi.
Giorni su cui incombe l’aggressività del Pdl, pronto a cogliere ogni slabbratura.
In giunta il cammino è già scritto. Oggi riunione alle 15. Domattina alle 9,anche se Nitto Palma, il presidente della commissione Giustizia, continua a fissare in contemporanea appuntamenti della sua commissione, pur sapendo che ci sono vari membri della giunta impegnati a Sant’Ivo alla Sapienza.
Dopodomani, ancora alle 9, con la replica di Augello, a sera le dichiarazioni di voto, per 10 minuti ciascuno, e il voto.
Otto gruppi, fa 80 minuti. Entro le 22 si saprà chi è per la decadenza di Berlusconi.
A quel punto, ecco il problema del nuovo relatore, scelta che il regolamento affida allo stesso presidente.
Questione di cui ovviamente di sta discutendo. Un dibattito all’interno della giunta e tra i partiti, che si può compendiare nei termini che seguono.
Allora. Pareva certo che il compito dovesse assumerlo un esponente del Pd. Il nome più accreditato era quello di Doris Lo Moro, ex giudice prima in Calabria e poi a Roma, ex sindaco di Lamezia Terme, ex assessore regionale della Calabria.
Autrice, nella scorsa legislatura, proprio di una proposta sulle regole per garantire liste pulite (fuori anche i condannati in primo grado).
Poi il clima politico si arroventa ogni giorno di più, e la decadenza di Berlusconi diventa un affare del governo, una questione su cui può cadere Letta, oggetto di uno scontro durissimo tra Pd e Pdl.
A quel punto, nel Pd, si stanno facendo due conti per capire se davvero conviene che un loro esponente faccia il relatore, il che equivarrebbe a un’ulteriore sovraesposizione.
Il ragionamento in casa dem è questo: noi stiamo applicando la legge, la legge si applica a Berlusconi, quindi votiamo per la sua decadenza.
Politicamente, però, un passo indietro potrebbe essere utile.
Per questo si ipotizza che a svolgere quel ruolo possa essere chiamato Benedetto Della Vedova, l’uomo di Monti in giunta, autore giusto la settimana scorsa di un piccolo “lodo” per uscire dal gap delle pregiudiziali poste da Augello.
Ma anche Sc è in maggioranza. Escluso lui, restano due alternative, scegliere l’M5S oppure l’auto incarico di Stefano.
L’ipotesi Giarrusso – Mario Michele Giarrusso, l’avvocato catanese che è capogruppo dei 5 stelle – rischia però di esasperare ulteriormente il clima.
Rimane Stefà no che affiderebbe a se stesso il mandato.
Nessuna anomalia, basti pensare che è prassi consolidata quella per cui nelle commissioni parlamentari il presidente sceglie di quali disegni di legge essere relatore.
E Stefà no che ne dice? Non dice. A domanda sul relatore risponde: “Non ci ho ancora pensato”.
Evidentemente è già entrato nella parte.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
IERI PRANZO CON VERONICA… “PREPARANO BLITZ SUGLI SPOT MEDIASET”
Il videomessaggio è stato limato nelle ultime ore ad Arcore, pronto per la messa in onda a metà settimana.
Un ritocco e un aggiornamento, raccontano, rispetto a quello che era stato registrato una settimana fa.
Silvio Berlusconi usa toni aspri, parla di «persecuzione », dando per scontato il primo voto per la sua decadenza in giunta, ma non si sbilancia fino all’apertura immediata della crisi, spiega chi a quel messaggio sta lavorando.
Piuttosto, il ritorno in pubblico, comunque in tv, dopo l’inabissamento di oltre un mese servirà a segnare il lancio ufficiale di Forza Italia.
Rigenerata, rispolverata, pronta per l’uso.
Lascia Villa San Martino, il Cavaliere, lo fa in via eccezionale per un’occasione altrettanto eccezionale: un pranzo domenicale non distante da casa, con la ex moglie Veronica e i figli di seconde nozze a Villa Macherio.
Ci sono ancora trattative aperte sul più oneroso dei divorzi italiani.
Ma diventa l’occasione per parlare anche con la “ex” del suo destino, ora che i rapporti tra i due sono meno gelidi.
L’umore di Berlusconi tuttavia resta nero per quanto sta avvenendo a Roma. «Vogliono farmi fuori, stavolta ci stanno riuscendo, ma se pensano che incasso così, si sbagliano », è lo sfogo a caldo ripetuto ai parlamentari più fidati sentiti poi nel pomeriggio.
Voglia di fallo di reazione, di spaccare tutto, di mandare all’aria il governo, poi i propositi bellicosi rientrano. Il leader per adesso accelera sul partito, costretto com’è a congelare qualsiasi strappo su Letta.
L’attacco frontale e brutale di ieri di Renzi è risuonato come un campanello d’allarme.
«La battaglia congressuale nel Pd potrebbe far saltare tutto, sono loro ad avere voglia di elezioni, ma noi siamo pronti» è stato il commento a caldo col quale Berlusconi ha preannunciato ai suoi il ritorno a Roma dopo quasi un mese di assenza.
Lo farà mercoledì.
Quel giorno è intenzionato a convocare lo stato maggiore, stavolta nella nuova sede di San Lorenzo in Lucina. Verdini tra gli altri ha messo in allerta tutti.
Il lancio di Forza Italia da lì a breve peserà come un segnale di guerra: pronti al voto anticipato, noi ci siamo.
Lungo i 3.800 metri quadrati al primo piano della piazza nel centro di Roma campeggiano simboli e bandiere di Forza Italia ovunque.
Le resistenze degli ex An e le pastoie burocratiche legate al Pdl che hanno frenato finora l’annuncio, sembrano superate e si parte.
Ma i falchi del partito continuano a insistere sulla necessità di aprire una crisi, accettare fin da mercoledì le dimissioni dei ministri.
«Quelli del Pd sono fuori rotta, la Corte europea è una sorta di quarto grado di giudizio, assurdo accelerare in giunta» ripete tra gli altri il sottosegretario Michaela Biancofiore.
Berlusconi morde il freno e l’ultimo argomento tirato fuori mette a tacere tanti: «Se faccio saltare tutto, per ritorsione è già pronto un blitz per colpire le mie aziende».
E fa riferimento a un decreto in cantiere al ministero dello Sviluppo economico, competente alle Comunicazioni.
«Hanno fissato un tetto a ribasso per le pubblicità sulle emittenti tv per mettere in ginocchio Mediaset» è la rivelazione.
Fa capo al democratico Zanonato, quel dicastero, che però annovera Antonio Catricalà viceministro e la fedelissima Simona Vicari sottosegretario.
Abbandonare il governo e le sue pedine strategiche resta, dal suo punto di vista, la più dannosa delle mosse.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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