Gennaio 15th, 2014 Riccardo Fucile
CASO FONSAI, PRIMA DELLA CANCELLIERI UN ALTRO GUARDASIGILLI TELEFONAVA A DON SALVATORE: SERVIVA UN TETTO PER ALCUNI AMICI
Anche Angelino Alfano parlava con Salvatore Ligresti. 
E la sua voce è rimasta intercettata, il 28 maggio 2011, mentre i due si accordavano per una cena a Roma.
Alfano allora era ministro della Giustizia del governo di Silvio Berlusconi, nonchè inquilino di Ligresti, visto che abitava nel palazzo ai Parioli di via delle Tre Madonne, proprietà di Fonsai (oggi passato a Unipol), dove hanno avuto casa molti nomi noti della politica e della finanza (tra questi, l’ex ministro Renato Brunetta, l’ex direttore generale della Rai Mauro Masi, il figlio dell’ex presidente Consob Lamberto Cardia, le figlie del banchiere Cesare Geronzi, Chiara e Benedetta).
Di appartamenti da affittare si parla anche nel colloquio tra don Salvatore e il ministro: Alfano aveva chiesto all’immobiliarista di trovare una situazione abitativa per sistemare a Roma un suo collaboratore al ministero.
La telefonata serviva però a mettere a punto l’organizzazione della cena quella sera stessa al ristorante dell’Hotel Villa Pamphili.
“Illustre”, esordisce gioviale l’ingegner Ligresti, “volevo sapere quanti siete”.
Alfano tentenna, s’informa se la cena è ristretta o aperta: “Ma lei è con sua moglie o è solo?”.
“C’è mio figlio, mia figlia, mia moglie non c’è perchè è dovuta rimanere a Milano”, risponde don Salvatore.
E il ministro: “Se vuole che io venga da solo… se no io sono con mia moglie e con un amico”. Quasi si scusa: “Non avevo altra organizzazione se non dare ospitalità a questo amico caro con cui ci troviamo…”.
Ma l’immobiliarista non è affatto sorpreso, aveva già previsto una compagnia numerosa: “No, non da solo, quanti siete, perchè ho fatto fare un tavolo grande, quindi più siete e meglio è”.
Segue l’accordo per l’ora. Alfano attende disposizioni: “Va bene, allora noi siamo in tre. A che ora dobbiamo arrivare? Alle 9, alle 8 e mezza? A che ora preferisce lei…”. E Ligresti, ospitale: “Dalle 8 e mezza alle 9, sì, ma se avete degli amici… potete portarli, qui il tavolo è grande”.
È a questo punto che l’ingegnere chiede al ministro notizie degli amici che gli erano stati segnalati per far loro ottenere un’abitazione a Roma: “Ma anche i vostri amici, quelli lì che devono venire…”.
Alfano : “Quelli ancora a Milano sono, se lei non gli dà la casa, non possono venire qua!”. L’ingegnere ride.
Il ministro prosegue: “Quelli ancora a Milano abitano, bè, o meglio, di fine settimana, perchè di settimana lui lavora qui da me”. E Ligresti: “Sì, sì, me l’ha detto, me l’ha detto…”.
Non è dato sapere come andò la cena, nè se la casa per il collaboratore di Alfano fu trovata dal generoso finanziere di Paternò: è materia che esula dalle indagini su Fonsai-Premafin e riguarda semmai le commistioni tra politica e affari.
Nessua rilevanza penale. Così la telefonata, che dura 2 minuti e mezzo, non ha dato origine ad alcun atto di indagine ed è stata depositata, come d’obbligo per il pm, insieme all’atto di chiusura indagini di uno dei tanti filoni d’inchiesta sul gruppo Ligresti aperti dal pm di Milano Luigi Orsi: quello che riguarda Premafin, la holding di famiglia che controllava anche Fonsai, e i trust esteri attraverso i quali Ligresti, secondo l’ipotesi d’accusa, manteneva alti i valori delle azioni Premafin in pegno alle banche, con compravendite realizzate tra il novembre 2009 e il settembre 2010.
Per questo filone, sono accusati di aggiotaggio Salvatore Ligresti e due intermediari, Giancarlo de Filippo e Niccolò Lucchini.
Certo che, ad ascoltare il cordiale dialogo tra il ministro e l’immobiliarista che sarà poi arrestato il 17 luglio 2013, viene spontaneo chiedersi perchè i ministri della Giustizia sono sempre al telefono con i Ligresti.
Annamaria Cancellieri subito dopo le custodie cautelari, il suo predecessore Angelino Alfano nel 2011.
La domanda è stata rivolta via twitter anche a Matteo Renzi: “Ottima domanda — ironizza il segretario del Pd — da girare a loro, Laura. Tanto i numeri ce li hai”.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 15th, 2014 Riccardo Fucile
ANNULLATA LA CELEBRAZIONE DEL VENTENNALE, IL LEADER COSTRETTO A CONGELARE LE NOMINE
Appuntamento annullato, manca solo l’ufficialità .
Il 26 gennaio salta la celebrazione del ventennale della discesa in campo annunciato e voluto da tempo dal Cavaliere. E dà la misura di quanto la pentola di Forza Italia stia per esplodere.
Avrebbe sancito l’incoronazione di Giovanni Toti al posto di coordinatore unico, quella kermesse al Palasport di Roma.
Silvio Berlusconi è costretto a soprassedere, a congelare per il momento quella nomina come tutte le altre designazioni: il comitato di presidenza dei 36, il comitato ristretto degli otto.
Ma non molla la presa: «Il cambiamento deve avvenire e Toti avrà un incarico di primo piano, questo ormai è deciso»
L’intervista di Raffaele Fitto al Corriere, lo sfogo di uno dei pochi maggiorenti a poter vantare migliaia di voti e truppe cammellate, lo ha indisposto e costretto a una momentanea retromarcia.
Eppure sintetizza il pensiero di buona parte del partito.
Nemmeno uno dei coordinatori regionali appena nominati (sedici) dal leader scrive, parla, interviene per schierarsi dalla parte di Berlusconi. Il capo incassa. E pubblica una nota rassicurante per i suoi.
«Non c’è mai stata alcuna intenzione di procedere alla nomina di un coordinatore unico di Forza Italia, figura peraltro non prevista dallo Statuto del nostro Movimento». E ancora, un riconoscimento a falchi e lealisti rimasti al suo fianco: «C’è invece l’intento di rilanciare Forza Italia, dotandoci di una nuova organizzazione e valorizzando tutta la classe dirigente che in questi anni, e particolarmente negli ultimi mesi, ha dimostrato di saper condurre straordinarie battaglie politiche, affiancandomi nelle fasi più drammatiche della vita politico-istituzionale del Paese. Non dobbiamo perciò avere timore di aprire le porte del nostro movimento alle risorse nuove che si affacciano».
Come dire, si aprirà comunque al nuovo, a Toti in primo luogo.
L’ex premier, rientrato in mattinata a Roma dopo aver risolto tra mille ambasce il caso Milan, continua a mediare fino a sera a Palazzo Grazioli.
Incontra di nuovo Denis Verdini, il vero competitor di Toti in questo derby tutto toscano. In ballo ci sono le chiavi del partito, la macchina organizzativa, da gestire tra qualche settimana quando il capo finirà ai servizi sociali, impedito nei movimenti, nella sua «agibilità » politica.
Berlusconi incassa sì ma non demorde. Fa sapere ai fedelissimi che può pure soprassedere per qualche giorno, sentire ancora tutti.
Ma lui la decisione su Toti l’ha presa. Anche se la nomina potrebbe essere sfumata: un ruolo da segretario o addirittura da semplice portavoce, da affiancare magari a un comitato ristretto che comprenderebbe i capigruppo Romani e Brunetta, i vice Gelmini e Bernini, i vicepresidenti delle Camere Baldelli e Gasparri, lo stesso Verdini e infine Fitto, reduce da polemica interna.
Il fatto è che, raccontano da Milano, è il direttore del Tg4 e di Studio Aperto che adesso attende con pazienza che la partita si chiuda, ma pretende che avvenga alla svelta. Basta logoramenti prolungati.
Tutto congelato, ancora per qualche giorno.
Lunedì sera Daniela Santanchè – che resta comunque alla destra del capo – ha portato una ventina di imprenditori di un certo peso nel salotto di Arcore.
Ci sono il re del cachemire Cruciani e del riso Scotti, la Ferrarini degli omonimi prosciutti, il preside della Iulm di Bari Salvi, Maurizio Traglio che ha investito 15 milioni nella nuova Alitalia, oltre ai vertici di Superga, dell’Ordine degli avvocati di Milano e altri ancora.
«A maggio non si voterà più» ha ammesso al loro cospetto Berlusconi. «Ma io sto lavorando per strutturare il partito, non voglio che abbia contraccolpi se io fossi impedito a guidarlo».
Da qui la proposta: «Vorrei che faceste parte della Consulta del presidente, un organo che affiancherà il comitato di presidenza di Forza Italia » e che nei suoi disegni sarà la piazza aperta alla società civile e al mondo delle imprese.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 15th, 2014 Riccardo Fucile
TRA MALATTIE E RANCORI SENILI, IL TRAMONTO DI DUE DESTRE CAPACI SOLO DI ODIARE E TUTELARE EGOISMI
Berlusconi che telefona a un pubblico di sfigati 2.0 dal suo esilio morale; Salvini che fa una piazzata in
autostrada contro il pedaggio e minaccia chi “tocca la Lega”.
La fotografia delle due destre d’Italia, l’una specchio e parodia dell’altra, da sconcia si è fatta penosa.
Lega e Forza Italia, un dì arrembanti, popolari, screanzate e unite dalla grancassa del furor di popolo di imprenditori e operai, oggi sfilan disunite nella malinconica parata-processione dell’uscita di scena.
Era tutta una farsa: il “mafioso di Arcore” non piaceva a Bossi, il quale da par suo imbarazzava (ma manco tanto) i piani alti di Publitalia e gli amici di Licio Gelli col proclama di avercelo duro sotto la pelliccia di pecora.
Tessevano leggende complementari: l’una scimmiottava i miti pagani, l’altra il liberalismo anglosassone, fiere entrambe di non far parte di consorterie culturali ma solo finanziarie, meglio se di quella finanza nebbiosa, buia e crapulona in cui gli echi della Dc risuonavano in un modo tutto nuovo di condonare, evadere, truffare.
I giornali erano tutti per loro. Mentre Milano2 statuiva sulla mappa la metastasi di un potere sfrenato, le feste nei capannoni, il fumo oppiaceo della paniscia, le edicole tutte verdi de La Padania, la scritta “Viva Bossi” sulle stalle componevano una iconografia primitiva in cui anche l’elemento vitale prendeva un tono feroce e funebre.
La Brianza, tappeto di villule di ipocrita facciata raccontato da Gadda, conquistava Roma. I cinepanettoni ritraevano personaggi atroci, affetti da un campanilismo da allevatori di suini, protervo e arrogante.
Gli stessi cittadini che oggi gridano al vilipendio di Brianza ad opera dello stupendo film di Virzì non si sentivano offesi dalla realtà di un localismo xenofobo, di cui i loro eletti miracolati dal Porcellum si facevano gonfalonieri andando a disinfettare i sedili della metro di Milano insudiciati dai “negher”.
“Padroni a casa nostra”, si inventò il Salvini oggi segretario, mentre Trota&Cota arraffavano; l’elemento folcloristico eufemizzava la componente fascista della politica leghista.
“Non esageriamo” era il leit motiv della stampa illuminata, come se il problema riguardasse il linguaggio con cui la Lega veniva raccontata e non quello col quale mieteva consensi e capitalizzava potere.
Bisognava trattarla in punta di forchetta, nel rispetto di quella “pancia” strapaesana che la sinistra faticava (e rinunciava) a insaccare.
Il meccanismo delle due mitologie era oliato: deformare, dopare la realtà per ottenere un quadro che desta risentimento.
Mentre B., suo inventore, offriva se stesso come parafulmine e conduttore di questa fisica del rancore, la Lega ridistribuiva questa carica seminandola e raccogliendola porta a porta, sul famoso territorio.
I grandi temi sociali si riducevano all’elemento paranoico del comunista, dei giudici, del nemico alle porte del proprio negozio; la crisi, che il ministro Tremonti (“leghista con la tessera di Fi”) negò fino all’ultimo con una pervicacia che faceva sospettare la buona fede, prendeva velocità entrando nella ossessività demente di una rotatoria.
Lo stand-by diagnostico del coma attuale, lenito dal computo morboso dei sondaggi, è insopportabile.
Per un Bossi malato che non può più articolare le parole, già vuote, di un tempo e si sottopone all’umiliazione delle primarie, c’è B., ex-re del Mundialito e padrone d’Italia, che non molla, nero del suo rancore senile.
Con la trovata di candidarsi alle europee sapendo già che la legge non glielo permette, spera di replicare l’escalation emotiva che faceva seguito agli eventi tragici del suo romanzo personale, riprodurre il numero di magia di guadagnare consenso dalla disfatta.
Ma niente è più come prima.
La scarica di barbara soddisfazione che nasceva dalla ratificazione giudiziaria delle sue ossessioni ha perso forza perchè la realtà si è accartocciata attorno al suo stesso mito.
I media, che un tempo gli offrivano, per lo più, lo specchio adatto a moltiplicare un’immagine di sè martirizzata ed eroica, ne danno ora la laconica immagine sfibrata, patetica. In casa sua, davanti all’esercito che porta il suo nome, si presenta solo in veste di voce che si convince di essere tonante, come il mago di Oz nascosto dietro una tenda.
Mentre lui arranca tra il revanscismo forzista e l’avanguardia indicata da un barboncino, la Lega cerca di conglomerare l’estremismo forconesco declinando le sfumature di una violenza da crisi. Ma le due epopee, sovrascritte da Renzi e M5S, si dissolvono, unite solo dal disperato tentativo di rinfocolarsi, di intercettare l’increspatura di corrente, come anaconde pronte a scattare dal loro fango.
Daniela Ranieri
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Gennaio 15th, 2014 Riccardo Fucile
LA RIDOTTA XENOFOBA DELLA LEGA DALLA PATACCA FEDERALISTA A LANCIATORI DI BANANE
Non credo che la legge consenta il sequestro preventivo di un giornale che commette ogni giorno istigazione al razzismo.
E sospetto che ai disperati della Padania questo farebbe piacere.
So che sicuramente bisognerà ricordarsi la data di ieri. La pubblicazione sul quotidiano leghista della rubrica razzista “Qui Cècile Kyenge” segna infatti il superamento di un’altra soglia di civiltà .
Con la loro nota furbizia pavida, il leader Matteo Salvini e la direttrice responsabile del giornale Aurora Lussana, capi di una gagliofferia ridotta ormai a minoranza di violenti, dicono che è «solo informazione sull’attività del governo» elencare ogni giorno tutti gli appuntamenti della signora che, sempre ieri, al Senato è stata definita ministra «della negritudine» e accusata di «demenza» dal capogruppo Massimo Bitonci.
Eh, già : non è mica colpa di Salvini e della direttrice se ormai, dovunque vada, la ministra viene oltraggiata dai razzisti di una Lega sempre più in calo di consensi, un partito corroso dagli scandali e ridotto al nocciolo duro della xenofobia, agli ultras che non riescono a riempire le piazze ma le incendiano: a Torino a sostenere il governatore Roberto Cota e la sue mutande verdi erano meno di mille.
Costretti per la verità a misurarsi con le rumorose organizzazioni della peggiore marginalità di estrema destra, i capetti di questa Lega si compiacciono, con risatine da osteria, nell’esibire l’elenco delle mascalzonate contro la Kyenge, dal lancio di banane all’esposizione di manichini insanguinati, ai cori “fuori dai coglioni”.
E ora accentuano l’allusione intimidatoria dicendo ammiccanti che «gli spostamenti della Kyenge stanno già sul sito del ministero» quasi fosse anche il loro giornale, come quel sito, uno strumento di consultazione e non un laboratorio di militanza. Aggravano insomma il significato persecutorio dell’iniziativa parlando di «un servizio ai lettori della Padania che sono curiosi e vogliono andare ad ascoltare il ministro».
Ci fosse qualche omissione nella rubrica c’è dunque il self service: i lanciatori di banane possono informarsi da soli e preparare alla signora l’accoglienza che merita «un orango», «un’esponente del governo bongo bongo», «una degna di essere stuprata», «una straniera seguace della poligamia»…
Tutto questo pasticcio paranoico è stato bene espresso dal solito Mario Borghezio, che ieri sera si è precipitato alla Zanzara, il suo fondaco abituale, la trasmissione di grande successo di Radio 24, microfono aperto degli urlatori, che svela l’Italia più dei sondaggi e più dell’Istat: «Buona caccia ai cacciatori padani. È una rubrica dedicata ai cacciatori padani per cercare il leprotto Kyenge… ».
A Borghezio l’idea pare «brillante, salviniana e futurista». Ecco: sembrano deliri alcolici con Salvini, Bitonci, Lussana e Borghezio che si muovono in combriccola. È una gang di bulli squinternati, un sostenersi reciprocamente nel buio.
Come si vede, non è solo un ritorno alle origini del movimento, che per più di venti anni è stato importante nel Paese: qui c’è la consapevolezza di avere perso la partita e dunque la necessità di buttare in aria il tavolo.
La Lega ha bisogno di provocare la rissa dentro cui legittimare lo scacco. E il razzismo, che si eccita davanti al colore della pelle della Kyenge, è la riserva aurea di chi non ha più nulla, l’ultimo dente del forcone.
Perciò fa bene la Kyenge a smontarli ora con l’indifferenza e ora con l’ironia: «La Padania chi?».
E non è uno sberleffo ribaldo come il famoso «Fassina chi?» di Renzi, ma è un banale certificato di inesistenza geografica e storica, una stanchezza personale che non è sottovalutazione perchè la Kyenge sa che il razzismo rimane una brutta bestia anche quando non è accompagnato da studi genetici, teorie moebiusiane, e neppure delle dotte corbellerie d’antan del professore Miglio sul popolo lombardo.
È vero che non è questo il primo naufragio professionale del giornalismo usato come manganello. Abbiamo infatti visto altri tentativi di mettere in piedi le gogne. Recentemente il blog di Grillo è stato attrezzato come plotone d’esecuzione con il giornalista Travaglio nel ruolo qui interpretato dalla direttrice della Padania, la picchiatrice onesta che istiga e nega, perseguita e fa finta di informare, impagina e sbianchetta: «Non c’è mica scritto andate a picchiare la Kyenge. Noi siamo contro la violenza». Perbacco.
Che cos’è questo giornalismo? Di sicuro non è più il mestiere di informare, neppure i lettori di un partito; non c’entrano nulla le notizie, i commenti e le opinioni che, per quanto fegatose ed espresse con linguaggio maleducato o smodato, sono comunque lecite e qualche volta necessarie.
E qui c’è in più il razzismo che da patologia sociale è diventato l’ossessione come unica linea politica.
Lo spasmo bilioso che alimentò il mito fondativo della Lega è la sua ultima trincea. Si spiegano così l’invito allo stalking e la proposta, non esplicita ma chiara, della punizione collettiva.
In questa istigazione agli atti persecutori aggravati dalla discriminazione razziale c’è ovviamente l’insidia dell’agguato, il presagio dello scontro fisico: «Venga al nord, ministro, la aspettiamo e la accogliamo molto volentieri con delle belle sorprese. D’altra parte lei è un oracolo, tutti i giorni ci dà delle lezioni» ha aggiunto quel diavolo goffo di Borghezio.
In Italia c’è purtroppo una sacca di marciume e c’è un nesso tra le minacce orribili dei No Tav al senatore del Pd Stefano Esposito e al cronista della Stampa Massimo Numa, l’incitamento alla lapidazione degli avversari e dei giornalisti, la voglia di colpire le singole persone.
In questo senso la rubrica razzista di un giornale contro la ministra nera rimanda ai metodi della guerra civile, alimenta un rumore crescente che nel Paese sovrasta l’intelligenza.
Francesco Merlo
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Gennaio 15th, 2014 Riccardo Fucile
COME L’ASSENZA DI CULTURA PUO’ DISTRUGGERE UN’INTUIZIONE
Il giornale della Lega additerà quotidianamente gli appuntamenti pubblici della ministra Kyenge,
accusata dai pensatori fosforici del movimento di «favorire la negritudine».
Probabile che si tratti di una forma di istigazione. Di sicuro ha tutta l’aria di una sciocchezza. L’ennesima.
La Lega rappresenta la prova plastica di come l’assenza di cultura possa distruggere un’intuizione a suo modo geniale, quale fu trent’anni fa quella di dare voce ai ceti tartassati del Nord. In mano a una classe dirigente preparata o appena normale, l’idea avrebbe attirato le migliori energie del lavoro e dell’università per costruire un federalismo fiscale moderno.
Con i Bossi, i Borghezio, gli Speroni e adesso i Salvini si è invece scelta la strada becera, antistorica e per fortuna minoritaria del razzismo secessionista.
Gli attacchi a Roma ladrona si sono illanguiditi con l’aumentare dei privilegi e dei denari pubblici, in un tourbillon di mutande verdi e lauree prepagate.
Sono rimasti in piedi soltanto i simboli grotteschi e i luoghi comuni.
L’odio per l’euro, i terun, i negher, la diversità e la complessità di un mondo nuovo che non si lascia esplorare dalle scorciatoie del pensiero.
La scelta suicida della Lega ha favorito gli umoristi, ma non i leghisti e i settentrionali, che oggi contano meno di trent’anni fa, nonostante le loro tre regioni più grandi siano governate, si fa per dire, da esponenti di quel partito.
Con la forza barbarica si potrà forse andare al potere, ma per restarci con qualche costrutto è sempre consigliabile aggiungere alla pancia un po’ di cuore, e magari anche di testa.
Massimo Gramellini
(da “la Stampa”)
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Gennaio 15th, 2014 Riccardo Fucile
IL RELATORE BELGA SULLA DIRETTIVA PER GLI APPALTI: “PER UN ANNO E MEZZO NON L’ABBIAMO MAI VISTO”
“È una vergogna sentirla in Aula. Per un anno e mezzo abbiamo lavorato con gli altri correlatori ma lei non l’abbiamo mai vista. Sei un fannullone”.
Così l’eurodeputato Marc Tarabella, belga di origine italiana e relatore della Direttiva sugli appalti pubblici di cui si è discusso nell’Aula di Strasburgo, ha fatto fare una brutta figura a Matteo Salvini dopo le critiche arrivate dal deputato leghista, correlatore del medesimo provvedimento.
Basta peraltro esaminare la classifica completa dei 72 eurodeputati italiani presenti a Strasburgo per verificare che nella stessa (e non certo per i suoi nuovi recenti impegni di segretario della Lega) Salvini figura al 61° posto, non certo esempio di grande partecipazione ai lavori.
Prendere la parola in Aula sul tema appalti dopo aver disertato per 18 mesi i lavori (di cui era stato tra l’altro nominato correlatore) è stata giudicata “la goccia che fa traboccare il vaso” dai suoi colleghi europarlamentari che l’hanno apostrofato come meritava.
E’ peraltro noto che solo in Italia possono diventare segretari di partito personaggi come Salvini.
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
BORSE, CRAVATTE, PROFUMI, SOGGIORNI IN ALBERGHI DI LUSSO PAGATI CON SOLDI PUBBLICI
Con i fondi destinati al funzionamento dei gruppi parlamentari è stato acquistato di tutto: borse Louis
Vuitton, cravatte, profumi e soggiorni in alberghi di lusso.
La Procura di Palermo ha ora iscritto nel registro degli indagati 97 esponenti politici della scorsa legislatura, tra i quali l’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo, l’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio e anche Davide Faraone, deputato del Pd responsabile del Welfare nella segreteria formata da Matteo Renzi.
Ha inoltre notificato tredici avvisi di garanzia agli ex capigruppo Giulia Adamo, Nunzio Cappadona, Antonello Cracolici, Francesco Musotto, Rudy Maira, Nicola Leanza, Nicola D’Agostino, Giambattista Bufardeci, Marianna Caronia, Paolo Ruggirello, Livio Marrocco, Innocenzo Leontini e Cataldo Fiorenza.
Gli esponenti politici, alcuni rimasti in carica anche in questa legislatura, sono stati convocati in Procura nei prossimi giorni dai sostituti procuratori Sergio Demontis, Maurizio Agnello e Luca Battinieri, nonchè dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci.
E’ così a una svolta l’inchiesta avviata dalla Procura nell’ottobre 2012, quando i finanzieri del nucleo tutela spesa pubblica della polizia tributaria entrarono all’Ars acquisendo tutta la documentazione sulle spese dei gruppi parlamentari.
Tra i 97 sotto inchiesta, 83 sono parlamentari della scorsa legislatura gli altri sono stati rieletti col nuovo presidente Crocetta.
E’ stato lo stesso Antonello Cracolici, ex capogruppo del Pd a Sala d’Ercole, a darne notizia all’Aula. “Sono indagato, ma non ho nulla da nascondere”. Convocata per domani una conferenza stampa.
“Benissimo la procura: indaghi. E se c’è qualche ladro deve pagare. Sono certo che emergerà chiaramente se qualcuno che ha rubato e ha utilizzato le risorse per lucro personale” replica Faraone, “non ho ricevuto al momento alcuna comunicazione e sono comunque serenissimo. Anzi, quanto accaduto sarà l’occasione per far conoscere a tutti i modi in cui ognuno di noi utilizza le risorse destinate a fini politici e di rappresentanza”.
Sono 13 milioni all’anno le spese finanziate, il 50% delle quali, avrebbe stabilito l’inchiesta, illegittime.
Ma variano di molto gli importi contestati a ogni singolo esponente politico: per Faraone, ad esempio, si parla di conti per 3.380 euro, per Giuseppe Lupo si indaga su quasi 40 mila euro.
Ed ecco le cifre nel dettaglio: per l’allora semplice deputato Udc Giovanni Ardizzone, oggi presidente dell’Ars, si fa riferimento a un ammanco di 2.090 euro; poi Guglielmo Scammacca della Bruca, Franco Mineo, Alessandro Aricò, Giovanni Cristaudo, Carmelo Currenti, Giovanni Greco, Carmelo Incardona, Ignazio Marinese, Raffaele Nicotra, Antonino Scilla, Marco Lucio Forzese, Orazio Ragusa, Mario Parlavecchio, Salvatore Lentini, Salvatore Giuffrida, Nino Dina, Salvatore Cascio, Toto Cordaro, Pippo Gianni, Giuseppe Lo Giudice, Orazio Ragusa, Cateno De Luca, Michele Cimino, Raffaele Lombardo, Francesco Calanducci, Paolo Colianni, Orazio D’Antoni, Antonio D’Aquino, Giovanni Di Mauro, Giuseppe Federico, Giuseppe Gennuso, Riccardo Minardo, Fortunato Romano, Giuseppe Sulsenti, Giuseppe Arena, Marcello Bartolotta, Mario Bonomo, Raimondo Sciascia, Calogero Speziale, Miguel Donegani, Riccardo Savona, Cataldo Fiorenza, Salvino Pantuso, Roberto Ammatuna (5.810,66 euro ).
E ancora: Giuseppe Apprendi (480 euro), Giovanni Barbagallo (11.569,44 euro), Mario Bonomo (4.918 euro), Roberto De Benedictis (per 4.653 euro), Giacomo Di Benedetto (per 27.425 euro), Giuseppe Digiacomo (per 6.727 euro), Michele Donato Donegani (10mila euro), Cataldo Fiorenza (4.327,80 euro), Michele Galvagno (5.681 euro di cui 1.248 per iniziative insieme a Salvatore Termine), Baldassare Guacciardi (1.365 euro), Giuseppe Laccoto (3.492 euro), Giuseppe Lupo (39.337 euro), Vincenzo Marinello (3.900 euro), Bruno Marziano (12.813 euro), Bernardo Mattarella (6.224 euro), Camillo Oddo (2.500 euro), Filippo Panarello (16.026 euro), Giovanni Panepinto (2.600 euro), Francesco Rinaldi (45.300 euro).
Salvo Palazzolo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
RINVIATA LA NOMINA DI TOTI A COORDINATORE
È un atterraggio complicato quello che attende Silvio Berlusconi e Giovanni Toti a Roma. Perchè il Cavaliere è stato costretto a cambiare la rotta. E pure bruscamente.
Tanto che, prima di prendere il volo per rientrare nella capitale con suo direttore di Studio Aperto e Tg 4, ha messo a verbale: “Non ho mai pensato di nominare un coordinatore unico di Forza Italia. Valorizzerò i veterani ma non bisogna temere di aprire il partito a forze nuove”.
Una virata, rispetto alla rotta programmata, che prevedeva di arrivare a Roma con Toti proprio per formalizzare il nuovo incarico e l’inizio della rivoluzione (o rottamazione) di Forza Italia e della sua nomenklatura.
È di fronte all’insurrezione dei veterani che l’ex premier sceglie di mediare e di rinviare la nomina.
Nel fantastico mondo berlusconiano non si era mai vista un’intervista dura come quella di Raffaele Fitto a Paola Di Caro del Corriere: “Il presidente — dice il leader dei lealisti – non ci umili con la nomina di Toti”.
Parole dure, che lasciano intendere come il corpaccione del partito non sia disposta ad obbedire a un dipendente Mediaset senza esperienza politica.
“Lealtà e correttezza” dice Fitto impongono di dire a Berlusconi che “la scelta di Toti è un errore” e mortifica il grosso del partito.
Parole pesanti, che costringono il Cavaliere a rinviare l’investitura di Toti a data da destinarsi. Almeno per ora.
Colpito, amareggiato da una reazione così dura, Berlusconi ha la sensazione che la nomina di un esterno rischia di sfasciare tutto.
E che Fitto raccolga un umore e un malcontento diffusi. Per questo chiama parecchi parlamentari per chiedere uno “stop immediato alle dichiarazioni”. Prima che la faida diventi incontrollabile.
Uno stop che riguarda anche quelle a suo favore, sollecitate da palazzo Grazioli. E ora inizia la trattativa più difficile. Possibile che nelle prossime ore il Cavaliere appena rientrato a Roma (con Toti) incontrerà Fitto e i vertici di Forza Italia per trovare una quadra.
È certo che la frenata ha alimentato la preoccupazione del partito Mediaset che nelle scorse settimane ha lavorato e non poco per mettere l’ex vice di Mauro Crippa alla guida della nuova Forza Italia.
Con l’obiettivo di “riallacciare” con Alfano e arginare i falchi, da Verdini e Fitto.
Non è un caso che per Toti si sia mosso Fedele Confalonieri in persona, che ha avuto colloqui con parecchi azzurri di comprovata fede berlusconiana.
All’atterraggio, per Berlusconi inizia una trattativa complicata.
L’unica certezza è che il battesimo di Toti è rinviato.
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI NON HA LA FORZA PER FAR CADERE IL GOVERNO”: E IL CAVALIERE PREFERISCE DEDICARSI AL PARTITO
«Ma a me conviene davvero il voto a maggio? In queste condizioni non andiamo da nessuna parte».
L’interrogativo assillava da giorni Silvio Berlusconi, nelle ultime ore i dubbi sono diventate certezze, confidate nel chiuso di Arcore.
Ripiegate le mappe di guerra, il quartier generale resta in assetto da battaglia, ma l’obiettivo unico a questo punto sono le Europee del 25 maggio e le amministrative.
Il leader di Forza Italia per l’occasione confessa ai suoi di sognare un nuovo tour elettorale in grande stile, come ai vecchi tempi, almeno fino a quando i servizi sociali non ne limiteranno gli spostamenti.
Ma alle elezioni per il rinnovo del Parlamento ha già detto addio.
“Election day” resterà lo slogan della campagna martellante forzista delle prossime settimane. Ma il Cavaliere non ci crede più, meglio, tira anche un sospiro di sollievo.
Racconta di essersene convinto dopo il faccia a faccia dell’altro giorno tra il premier Letta e il segretario Pd e quello di ieri tra lo stesso sindaco di Firenze e il presidente Napolitano.
«Renzi non ha la forza di buttare giù il governo e ha capito che comunque il Colle glielo impedirebbe in tutti i modi, dobbiamo prepararci a un lungo anno di opposizione ed è meglio così» ha confidato l’ex premier ai dirigenti che lo hanno chiamato e sono andati a trovarlo ieri al termine di una giornata campale. Trascorsa quasi per intero con vertici dell’azienda e figli (l’ad del Milan Barbara, soprattutto) per far fronte alla crisi della squadra, alla sostituzione dell’allenatore Allegri.
Come ha spiegato ai suoi, alla fine la chiusura della saracinesca elettorale di primavera è un «male» che per Forza Italia non verrà per nuocere.
Il partito è al palo, non è pronto, i club ancora non decollano, non c’è un candidato premier spendibile e lui stesso sarà “impedito” da qui a poche settimane.
A sentire i legali di casa, da marzo. E poi, col ciclone Renzi che incombe, con qualsiasi sistema elettorale il responso rischia di essere devastante, gli attuali parlamentari dimezzati.
Anche se l’ultimo sondaggio targato Eumedia Research, consegnato ieri dalla Ghisleri e pubblicato dal “Mattinale”, assegna a Forza Italia il 21,4 per cento.
Ma cosa ne sarà da qui a qualche mese? Meglio tirare a campare così, almeno quest’altro anno, «tra dodici mesi tutto può succedere» ammette il Cavaliere.
Oggi dovrebbe rientrare a Roma e rimettere la testa sull’altro caos che gli preme, quello tutto interno al partito.
Fino a ieri sera rassicurava falchi e dirigenti riottosi sui nuovi assetti. A modo suo, come sempre, Berlusconi ha deciso in completa autonomia.
Anche sul discusso ruolo di Giovanni Toti, direttore di Tg4 e Studio Aperto in corsa per la carica di coordinatore (unico) organizzativo ma messo nel mirino da Denis Verdini e altri falchi.
Il capo nominerà a giorni il comitato di presidenza con i suoi 36 componenti e poi un comitato più ristretto di 8-10 big, qualcosa di molto simile alla segreteria in stile Renzi.
E Toti – in contatto col capo, se non presente al suo fianco, ormai costantemente – assolverà al ruolo di segretario di quel comitato, oltre che di portavoce del partito.
Targhetta modificata ma la sostanza non cambia. Accantonare la nomina a coordinatore (non lo farebbe nemmeno Verdini) dovrebbe disinnescare la mina di veti e gelosie.
Ma di fatto questo vuol dire che le prossime liste elettorali, a cominciare da quelle per le Europee, le deciderà in prima battuta quel comitato guidato appunto da Toti e composto tra l’altro da Raffaele Fitto, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Paolo Romani, Renato Brunetta. E non dal vecchio plenipotenziario Verdini.
Sarebbe questo il cambio di passo per dare un’impronta di novità al vecchio simbolo.
Un pacchetto da presentare poi alla kermesse celebrativa del ventennale della «discesa in campo».
È tornata in discussione la data, sabato 25 forse anzichè domenica 26 gennaio, ma non la città : si farà a Roma, magari in un luogo più contenuto piuttosto che nell’enorme e «rischioso» Palalottomatica da 12 mila posti. A metà febbraio potrebbe tenersi l’assemblea costituente di Forza Italia, invece, funzionale in realtà al lancio della campagna elettorale per le Europee.
Per il Piemonte la trattativa è appena iniziata, Berlusconi non esclude di cedere davvero la candidatura al “fratello d’Italia” Guido Crosetto.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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