Destra di Popolo.net

L’ULTIMA DI COTA: “MUTANDE VERDI PAGATE DA ME”, MA NON SPIEGA IL “DONO DELL’UBIQUITÀ”

Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile

COTA IN PROCURA NON SI PRESENTA, PREFERISCE IL MONOLOGO IN TV: MA I TABULATI TELEFONICI LO INCHIODANO

Prima era la segretaria ora sono i suoi collaboratori.
Tra un annuncio di golpe e una fiaccolata, Roberto Cota cambia ancora una volta strategia. E tenta una nuova difesa alla vigilia della probabile richiesta di rinvio a giudizio.
«Le ricevute non erano tutte mie, mica le facevo io di persona quelle spese, c’erano i collaboratori che facevano gli acquisti »: ha detto così, ieri, il governatore leghista trascinato via dall’inchiesta della Procura di Torino che lo accusa di peculato per essersi fatto rimborsare dal gruppo regionale 25.400 mila euro di spese personali.
Prima attribuiva la responsabilità  degli errori alla segretaria, adesso confessa di non essere stato lui a spendere tutti i soldi messi a rimborso.
Sono stati, dice, i collaboratori.
Ma anzichè affidare questa nuova versione ai magistrati – a dicembre lo aspettavano per interrogarlo e lui non si è presentato – lo fa in televisione, ai microfoni di Maurizio Belpietro che gli chiede del ricorso del governo piemontese, partito ieri sera, contro il pronunciamento del Tar (che ha dichiarato nulle le elezioni del 2010), e a pochi giorni dalla probabile richiesta del processo per il presidente e quasi tutta la sua maggioranza.
Insieme, secondo l’accusa, hanno ricevuto quasi due milioni di euro di rimborsi non dovuti.
Una montagna di scontrini per cene e caffè, bagnoturco e discoteca, viaggi in auto, treno e c’è persino chi ha noleggiato un motoscafo.
Non manca l’abbigliamento di lusso e ci sono i famosi mutandoni verdi da 40 euro comprati proprio dal governatore a Boston, in occasione di un viaggio-studio.
«Uno scontrino finito per errore pinzato insieme ad altri scontrini – ha detto ieri Cota al giornalista che lo intervistava – non è stato neanche oggetto di rimborso perchè la contabilità  è stata rettificata».
Agli atti dell’inchiesta la ricostruzione risulta un po’ diversa: il presidente ha pagato di tasca propria i boxer verdi del negozio Martha’s Vineyard, si è fatto rimborsare dal gruppo consigliare la cifra equivalente in euro (40), poi, solo dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia con l’elenco di tutti gli scontrini incriminati, ha fatto un bonifico per restituire parte del denaro alla Regione.
Un piccola bugia. Che si aggiunge alle 115 volte in cui i tabulati telefonici lo hanno individuato lontano dal luogo in cui il negoziante stampava lo scontrino.
O alle grossolane sviste come mettere a rimborso cinque ricevute dello stesso ristorante, la Celestina ai Parioli: tre coperti alle 23 e 38; due coperti alle 23 e 32; cinque coperti sempre alle 23 e 32; dieci coperti alle 23 e 33; e, ancora due coperti nello stesso istante.
Le celle telefoniche agganciavano il suo cellulare alle 13 e 36 del 22 marzo 2011 mentre pranzava da Exki a Torino. Era lui? Perchè alle 15 e 34, solo due ore dopo, si trovava già  nella boutique Davide Cenci a Roma, a comprare foulard per 112 euro.
Ancora: il 10 giugno 2011, alle 14 e 18, spendeva 7 euro al bar Francia di Torino, ma sei minuti più tardi pagava cinque menu in un fast food di Rivoli, nella cintura torinese.
Gli investigatori si sono sempre chiesti il perchè di queste spese da un capo all’altro del Paese a pochi minuti di distanza.
L’ipotesi più desolante è che avesse il vizio di raccogliere scontrini non propri per mettere da parte un bottino più ricco.
I pm gliel’hanno chiesto il perchè. Ma, la prima volta, ha scrollato le spalle dicendo che le note spese le faceva la segretaria.
La seconda volta non si è neppure presentato in Procura.
Dichiarare che aveva riconosciuto spese ai collaboratori del gruppo avrebbe potuto «alleggerire» la sua posizione processuale, come è accaduto ad altri colleghi consiglieri.
A una condizione però: che almeno questa volta fosse la verità .

Ottavia Giustetti

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CHIAMPARINO SETTEPOLTRONE

Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX SINDACO COME IL DIAMANTE: E’ PER SEMPRE

Dunque, semprechè il centrodestra non riesca a resuscitare Cavour o Giolitti o Einaudi (che peraltro difficilmente accetterebbero di mischiarsi a questa banda), Sergio Chiamparino sarà  il prossimo presidente della Regione Piemonte.
Le elezioni saranno una pura formalità , così come le eventuali primarie del Pd (che probabilmente non si faranno, in barba allo statuto): nessun rivale interno può vantare la sua notorietà , la sua rete di potere e la stampa genuflessa ai suoi piedi.
Il Reuccio della Mole ha già  ricevuto l’investitura del segretario Matteo Renzi, che lo volle accanto a sè due anni fa alla Leopolda e l’anno scorso lo fece votare dai suoi nei primi scrutini delle presidenziali contro Marini.
E questa è la prima stranezza: ma come, il Rottamatore che ha liquidato D’Alema e Veltroni vuole rifilare ai piemontesi questo vecchio dinosauro, più anziano sia di D’Alema sia di Veltroni, che oltretutto da due anni fa il banchiere come presidente della Compagnia di San Paolo, cioè della fondazione che controlla Intesa, il primo gruppo bancario italiano?
D’Alema è nato nel 1949, Veltroni nel ’55, Chiamparino nel ’48. Tutti e tre hanno iniziato a fare politica nel Pci nei primi anni 70 come consiglieri comunali: Max nel ’71 a Genova, Uòlter nel ’76 a Roma, Chiampa nel ’75 a Moncalieri.
Chiamparino Settepoltrone ha poi collezionato quelle di: segretario regionale della Cgil, segretario provinciale del Pds, consigliere comunale a Torino, deputato del Pds (dal 1996, dopo l’umiliante trombatura del ’94 a Mirafiori contro il berluschino Meluzzi), sindaco dal 2001 al 2011 e, appunto, banchiere elegantemente nominato da Piero Fassino, suo successore a Palazzo di Città .
È stato dalemiano, poi veltroniano (responsabile Riforme della segreteria Veltroni e ministro del suo “governo-ombra”), poi franceschiniano, infine renziano. Immunizzandosi dalla rottamazione.
E così, se il Piemonte voterà  a maggio — cioè se il Consiglio di Stato non sospenderà  nè annullerà  la sentenza del Tar che ha mandato a casa Roberto Cota detto “Mutande Verdi” ed eletto con firme false — Torino completerà  il suo tragicomico ritorno al passato.
Cioè sarà  l’unica metropoli d’Italia dove il tempo non passa mai, comandata dalla stessa classe dirigente di 30 anni fa. Mentre il resto del Paese si prepara alla Terza Repubblica, Torino è ancora impigliata nella Prima.
Nel 1984, mentre lo scandalo Zampini (una delle prime Tangentopoli) terremotava la giunta rossa Pci-Psi, coinvolgendo anche il capogruppo del Pci Giancarlo Quagliotti e il ras del Psi Giusy La Ganga, Fassino era consigliere comunale e Chiamparino capo del dipartimento economico del partito.
Nel ’93 i loro nomi fecero capolino nella Tangentopoli doc, per l’appalto del nuovo ipermercato LeGru nella rossissima Grugliasco (mirabile inciucio fra coop rosse e Standa berlusconiana), accanto a quelli del compagno Primo Greganti e del manager Fininvest Aldo Brancher.
Sia Sergio sia Piero furono interrogati come testimoni. Non è dato sapere a che titolo si occupassero di centri commerciali. Ma, nonostante i sospetti e qualche accusa non riscontrata, non risultarono aver intascato soldi.
Chiamparino, che aveva accettato in dono un telefonino da un faccendiere, mise la mano sul fuoco sul compagno Domenico Bernardi, sindaco di Grugliasco: “Se ha preso tangenti, sono un cretino”.
Un mese dopo Bernardi fu arrestato e confessò una mazzetta di 65 milioni di lire. Intanto Quagliotti e La Ganga venivano condannati per le tangenti Fiat.
Ora Quagliotti è il braccio destro di Fassino e La Ganga è un suo fedelissimo in consiglio comunale. Tutti convertiti al renzismo.
Tra un po’, dopo essersi scambiati la carica di sindaco, Sergio & Piero siederanno sulle due poltrone più alte di una città  che pare irrimediabilmente ibernata agli anni 80.
Condannata a rivivere continuamente un passato che non passa, anche grazie al centrodestra più ridicolo mai visto persino in Italia.
Chiamparino è come il diamante: è per sempre.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA RUSSA ORA VUOLE CANDIDARE I MARO’ ALLE EUROPEE, MA SE GIRONE E LATORRE SONO PRIGIONIERI IN INDIA E’ PERCHE’ QUALCUNO VOLLE CHE SALISSERO A BORDO A PROTEZIONE DELLE NAVI MERCANTILI

Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile

L’IPOCRISIA DI CHI ORA CHIEDE DI USCIRE DALLE MISSIONI INTERNAZIONALI MENTRE DA MINISTRO NON VOLEVA PERDERSENE UNA

“Bisogna mettere in discussione i rapporti con l’India e uscire dalle missioni internazionali. Ma se anche questo risulterà  inutile candideremo i due marò, ancora detenuti in India, alle elezioni europee”
Parola di Ignazio La Russa, durante una manifestazione davanti Montecitorio di Fratelli d’Italia in solidarietà  per i due fucilieri di marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati di aver ucciso due pescatori.
“Non vogliamo neanche pensare che possano rischiare la pena di morte — afferma Gianni Alemanno — se il governo non riuscirà  a trovare una soluzione, il ministro Bonino farà  bene a dimettersi”.
Il trionfo della demagogia, il rifiuto di assumersi le proprie responsabilità  e di riconoscere i propri errori.
Allora rinfreschiamo a qualcuno la memoria e la cronaca alle origini del fatto.
Fino al 2010 Confitarma (l’associazione degli armatori) era contraria all’uso di armi a bordo delle navi commerciali.
“Nonostante la situazione sia ogni giorno più gravosa” così Paolo D’Amico, presidente Confitarma “confermo che al momento la posizione di Confitarma, conforme alle indicazioni delle principali associazioni internazionali (IMO, Intertanko, Intercargo e BIMCO) e d’intesa con la Marina Militare e la Guardia Costiera, è in linea di principio contraria all’uso delle armi e di personale armato a bordo delle navi mercantili di bandiera, fatte salve alcune fattispecie particolari, come viaggi in zone sensibili di unità  da crociera, unità  particolarmente vulnerabili o pescherecci d’altura”.
Poi, nel 2011, il cambio di fronte negli ambienti militari.
Il 12 luglio, con Berlusconi presidente del Consiglio, misure urgenti anti pirateria furono, infatti, incluse nel decreto legge 107 sulla “proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonchè delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia”.
L’articolo 5 del decreto apriva, a sorpresa, la strada alla possibilità  di accordi fra il Ministero della Difesa e il mondo armatoriale per l’imbarco a bordo di navi italiane battenti solo bandiera italiana di personale militare, i cosiddetti Nuclei Militari di Protezione o NMP, provenienti dalla Marina Militare e altre Forze Armate.
Il decreto, rifacendosi a un regio decreto del 18 giugno 1931, apriva anche uno spiraglio, ma a determinate condizioni, ai team privati, ponendoli, tuttavia, sin da subito, in posizione subalterna, ciò che assegnava al Ministero della Difesa il ruolo di attore privilegiato.
Il decreto racchiudeva, cioè, un tentativo di monopolio mascherato, confermato il 2 agosto 2011 con la conversione in legge dell’impianto sostanziale del decreto, ciò che dava al Ministero della Difesa il via libera all’organizzazione di speciali nuclei anti pirateria, senza dover soffrire dell’eventuale concorrenza privata, che, non a caso, è ancora oggi su carta.
Il 1° settembre 2011, con un decreto, il ministro della Difesa Ignazio La Russa individuò gli spazi marittimi a rischio pirateria dove, in virtu del decreto legge 107/2011 e della legge 130/2011, era possibile imbarcare Nuclei Militari di Protezione, e quindi la porzione dell’Oceano Indiano delimitata a nord ovest dallo stretto di Bab el Mandeb, a nord dallo stretto di Ormuz, a sud dal parallelo 12° S e a est dal meridiano 78° E.
L’11 ottobre 2011, poco prima della caduta del governo Berlusconi, il Ministero della Difesa siglò con Confitarma un protocollo d’intesa che disciplinasse, a spese degli armatori, l’impiego dei Nuclei Militari di Protezione destinati al naviglio mercantile. Ancora oggi solo i team militari possono proteggere le navi.
Non così quelli privati, che devono invece essere autorizzati, così come previsto dal regio decreto del 18 giugno 1931, dal ministro dell’Interno e dal prefetto.
Riassumendo:
1) Gli armatori non erano propensi a chiedere alcuna scorta della Marina italiana
2) Logica commerciale vuole che, in caso di guerra o pericolosità  di porti e aree marittime, si stili una black list degli stessi e si eviti la navigazione e gli scali in quelle zone a rischio.
3) Se nello specifico lo Stato indiano non è in grado nemmeno di garantire la sicurezza delle acque internazionali contigue alla sua costa, si eviti il commercio marittimo con l’India, in attesa che raggiunga gli standard internazionali dei paesi civili. Nessuno ci obbliga a scortare le navi mercantili predisposte al suicidio.
4) Il governo di allora, invece che gonfiare il petto, bene avrebbe fatto a consigliare agli armatori italiani di evitare certe zone soggette a pirateria e , in subordine, a evitare di mettere a rischio i nostri militari per proteggere traffici privati.
5) Il governo di allora avrebbe potuto, a rischio e pericolo degli armatori, consentire l’utilizzo di personale armato privato, invece di imporre addirittura un monopolio della nostra Marina.
Quanto sopra per denunciare chi oggi si erge a protettore dei nostri due marò, salvo dimenticare che la legge a causa della quale sono sotto processo in India è stata voluta da loro, contro ogni logica e contro gli stessi “desiderata” delle compagnie italiane di navigazione.
C’e’ un limite anche alla indecenza.

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“DIFFAMO’ L’EX SINDACO DI FERRARA”: MA LAURA COMI CHIEDE LA PROTEZIONE DELL’IMMUNITA’ DEL PARLAMENTO EUROPEO

Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile

AVEVA DETTO CHE SOFFRITTI AVEVA FATTO AFFARI CON LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA.. L’EUROPARLAMENTO DOVRA’ DECIDERE SE CONCEDERE O MENO L’IMMUNITA’: “I DEPUTATI NON SONO OBBLIGATI A MODELLARE LE LORO OPINIONI”

Le frasi di Lara Comi contro l’ex sindaco di Ferrara, Roberto Soffritti, potrebbero essere coperte dall’immunità  dell’Europarlamento.
La relatrice dell’Eurocamera, l’ambientalista austriaca Eva Lichtenberger, ha infatti proposto di accogliere la richiesta di difesa dell’immunità  presentata dall’europarlamentare di Forza Italia che è stata querelata per diffamazione da Soffritti.
Nel corso del dibattito con Antonio Ingroia, infatti, durante la puntata di Servizio Pubblico del 24 gennaio scorso — in piena campagna elettorale -, Comi aveva parlato di Soffritti (candidato per la lista di Rivoluzione civile in tre regioni) come di un indagato che da sindaco avrebbe fatto affari con la criminalità  organizzata.
La plenaria dell’Europarlamento voterà  domani il rapporto Lichtenberger.
Nelle motivazioni del rapporto, la relatrice scrive tra l’altro che “il principio sotteso all’immunità  parlamentare (…) è la libertà  dei membri di discutere su materie di interesse pubblico senza essere obbligati a modellare le loro opinioni in modo da renderle accettabili o inoffensive per chi le ascolta, senza temere, in caso contrario, di essere citato in giudizio”.
Qui il problema, però, non è tanto di un’opinione o di materie di interesse pubblico o no.
Ma che Soffritti è incensurato. Un procedimento aperto infatti oltre vent’anni fa era comunque finito con una richiesta di archiviazione del pm e al successivo decreto di archiviazione, con il quale il gip aveva stabilito, il 3 ottobre 1990, “l’assoluta trasparenza e il rigoroso rispetto delle regole da parte dell’amministrazione comunale guidata da Soffritti, diversamente da quanto sostenuto dalla Comi”.
“Prima di ieri — aveva detto Soffritti all’indomani del programma de La7 — non conoscevo la berlusconiana Lara Comi, eurodeputata Pdl 29enne con laurea specialistica sulla tesi ‘L’organizzazione di una società  calcistica: il caso Ac Milan’. Ed è evidente, dopo accuse tanto infondate, che nemmeno lei conosceva la mia storia politica e il fatto che è inattaccabile, come già  era stato determinato al momento di indicare i nominativi e le candidature di Rivoluzione Civile”.
Il parlamento dovrebbe titelare la libertà  di opinione su tempi politici, ma che c’entra la diffamazione palese non è chiaro a nessuno.
La Casta va proseliti anche in Europa.

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PIEMONTE, INTESA MARONI-BERLUSCONI, IL NUOVO CANDIDATO NON SARA’ UN LEGHISTA

Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile

ESCLUSA LA CANDIDATURA DI COTA, ORMAI BRUCIATO

«Le speranze sono minime, ma noi il ricorso lo presentiamo lo stesso». Nello staff di Roberto Cota si respira un’aria cupa.
Oggi il governatore del Piemonte riunisce la giunta, chiamata ad approvare il ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che annulla le elezioni del 2010.
Ma sembra un po’ inutile, perchè nella Lega, al di là  di quel che dice il segretario Matteo Salvini («Io ci credo, l’obiettivo di ottenere una sospensiva è a portata di mano»), sono tutti più o meno convinti che il verdetto di appello della giustizia amministrativa confermerà  quello di primo grado.
Insomma: tutti a casa, i piemontesi saranno chiamati al voto anticipato prima della scadenza naturale del 2015.
Semmai ci si chiede se le regionali potranno essere convocate a maggio, in concomitanza con le europee, oppure a ottobre.
La prima ipotesi non sembra convincere Bobo Maroni, per una questione di tempi: il governatore della Lombardia ne ha parlato di recente con Berlusconi, ed entrambi sembrano non credere all’accorpamento.
In ogni caso tutto è già  deciso: si voti a maggio oppure a ottobre, verrà  confermata l’alleanza di centrodestra che ha vinto quattro anni fa, ma con un candidato presidente che non potrà  più essere Cota, («ormai indifendibile soprattutto per la storia dei rimborsi e delle mutande verdi », si lascia andare un colonnello), ma neppure un altro leghista.
Perchè così pretendono gli alleati del Carroccio, visto che quest’ultimo al nord governa già  due regioni.
Finora si è fatto avanti Guido Crosetto (Fdi), ma è una candidatura di cui i “padani” non vogliono neppure sentir parlare
Scontata, dunque, l’uscita di scena di Cota, ed è lo stesso governatore a lasciar trasparire un certo sconforto: «Devono farmi fuori a tutti i costi, e ogni mezzo è buono; in questi anni ne ho subite di tutti i colori, adesso non so più veramente che cosa aspettarmi».
Il Consiglio di Stato ha 90 giorni per esprimersi sul ricorso, e in teoria si potrebbe anche votare in primavera.
Ma è un dettaglio. Non per Salvini, convinto che «tecnicamente » si possa tirarla per le lunghe e arrivare al 2015 con Cota ancora presidente.
Il nuovo segretario non vuole neppure prendere in considerazione l’ipotesi del voto regionale anticipato, e si rifiuta perfino di delineare le alleanze per la partita piemontese: «Una cosa alla volta, prima ci sono le amministrative e le europee»
Non la pensa così Maroni, anche lui dell’idea che il Consiglio di Stato dovrebbe confermare la sentenza del Tar, aprendo la strada del voto regionale a ottobre.
E anche questo alimenta la sensazione che il nuovo segretario e il suo successore non vadano più così d’amore e d’accordo.
Maroni smentisce ogni dissapore: «È vero, sabato non sono andato alla manifestazione di Torino, ma solo perchè avevo degli impegni improrogabili; ho comunque chiamato Cota per esprimergli tutta la mia solidarietà ».
E se lui nel giorno della sentenza è rimasto muto, mentre il segretario sbraitava contro le toghe rosse, è solo perchè «voglio che sia Salvini a fare il mattatore, e me ne sto un po’ in disparte; ma tra noi c’è piena sintonia ».
Sarà . Ma c’è un altro indizio di questo doppio registro in casa leghista.
A chiedergli se il suo progetto di macroregione del Nord non rischi di andare definitivamente in frantumi con la perdita della presidenza della Regione Piemonte, Maroni risponde così: «Premesso che vorrei che Cota andasse avanti fino al 2015 e che rivincessimo noi, aggiungo che se ci fosse un governatore non della Lega la macroregione marcerebbe forse più spedita, perchè si capirebbe che questa non è una proposta solo nostra».
Ma il bello deve ancora venire: e se a vincere fosse invece Sergio Chiamparino? Risposta: «Lo conosco bene e lo stimo, credo che se diventasse presidente, e non faccio il tifo, lui non sarebbe affatto ostile al progetto di macroregione alpina che comprende sette regioni italiane del Nord».

Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)

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L’IMPUTATO DI TRUFFA AGGRAVATA DOVREBBE VIGILARE SULLA RAI

Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile

IL SEN. SCAVONE, MEMBRO DELLA VIGILANZA RAI, E’ RINVIATO A GIUDIZIO CON L’ACCUSA DI TRUFFA AGGRAVATA AI DANNI DELLO STATO E ABUSO D’UFFICIO

Il presidente del Senato Pietro Grasso, Partito democratico, ha nominato come componente della commissione di vigilanza Rai, azienda partecipata dallo Stato, il senatore Antonio Scavone, rinviato a giudizio con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato e abuso d’ufficio.
Secondo le ipotesi della magistratura, Scavone, nella qualità  di manager dell’Asp catanese, avrebbe avallato il procedimento burocratico che ha consentito di affidare senza gara un appalto milionario alla società  partecipata da Melchiorre Fidelbo, marito della senatrice Anna Finocchiaro.
Scavone si difende sottolineando di aver “soltanto trasferito alla Regione l’idea progettuale di informatizzare il Presidio sanitario di Giarre”.
In questo modo però – secondo gli inquirenti – avrebbe favorito l’impresa, tanto che anche il marito della Finocchiaro è imputato nello stesso processo.
Scavone è stato anche condannato dalla Corte dei Conti con l’accusa di aver provocato un danno erariale da quasi 400mila euro, si difende sottolineando di aver nominato “i migliori esperti della pubblica amministrazione che hanno portato benefici economici all’azienda”.
In Commissione di vigilanza Scavone non è rimasto a guardare, ha presentato un emendamento chiedendo che parte del canone venga destinato alle televisioni private. Resta sempre aperto un interrogativo: è opportuno che un imputato di truffa aggravata ai danni dello Stato vigili su un’azienda dello Stato?
Scavone non pensa sia uno scandalo e ripone fiducia nella magistratura.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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ABBIAMO UNA LEGGE ELETTORALE, LA INDICA LA CONSULTA: VIENE FUORI UN PROPORZIONALE PURO CON PREFERENZA E SOGLIA DI SBARRAMENTO

Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile

LA SENTENZA DELLA CONSULTA PROPORZIONALE SENZA PREMIO DI MAGGIORANZA

Un meccanismo “proporzionale”, “depurato dell’attribuzione del premio di maggioranza” con la possibilità  di esprimere una preferenza.
Questo è quanto resta della legge elettorale, spiega la Consulta, dopo la sentenza sull’illegittimità  del Porcellum.
“La normativa che rimane in vigore – si legge nella sentenza depositata – stabilisce un meccanismo di trasformazione dei voti in seggi che consente l’attribuzione di tutti i seggi, in relazione a circoscrizioni elettorali che rimangono immutate, sia per la Camera che per il Senato”.
Distorsivo il premio senza soglia
Il premio di maggioranza previsto dal Porcellum “è foriero si una eccessiva sovra-rappresentazione” e può produrre “una distorsione”, perchè non impone “il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. Così la Corte Costituzionale nelle motivazioni della sentenza sulla legge elettorale.
Preferenze
“Per quanto riguarda la possibilità  per l’elettore di esprimere un voto di preferenza – evidenziano i giudici -, eventuali apparenti inconvenienti, che comunque non incidono sull’operatività  del sistema elettorale”, “possono essere risolti mediante l’impiego degli ordinari criteri d’interpretazione” e “mediante interventi normativi secondari”.
Consulta apre a liste bloccate corte
Le liste bloccate lunghe previste dal Porcellum “rendono la disciplina – si sottolinea nelle motivazioni – in esame non comparabile nè con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per parte dei seggi, nè con altri” che prevedono un “numero dei candidati talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità  degli stessi”.
Prevale continuità  degli organi di Stato
“Il principio fondamentale della continuità  dello Stato”, “non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità  in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento” e tale principio prevale.
Così la Corte Costituzionale. “Le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità  di deliberare”.
Effetti solo da nuove elezioni
“È evidente – sottolinea la Consulta – che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte la normativa che disciplina le elezioni per la Camera e per il Senato, produrrà  i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale”.

(da “Huffingtonpost“)

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CONSULTA, VIA LIBERA AI LISTINI MA CON POCHI CANDIDATI

Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile

DEPOSITATA LA SENTENZA DI ABOLIZIONE   DEL PORCELLUM

Dopo quattro ore di camera di consiglio — preceduta comunque da lunghe consultazioni informali — i 15 giudici della Corte costituzionale hanno dato il via libera al testo delle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 4 dicembre, hanno azzerato il Porcellum.
La sentenza — 35 — 40 pagine in tutto — è auto applicativa e questo significa che in caso in inerzia del Parlamento si andrebbe a votare con ciò che resta del porcellum mutilato del premio di maggioranza e delle liste bloccate: in altre parole, se si andasse alle urne nei prossimi giorni si voterebbe con un sistema proporzionale puro con la preferenza unica.
A quanto si apprende, la sentenza è stata depositata in Cancelleria alle 20.30 ma non è ancora pubblicata, i punti qualificanti del testo sono due: quello sul premio di maggioranza, che può sussistere ma deve avere una soglia di accesso e non può essere cumulato a altri meccanismi maggioritari; e quello che non vieta le liste bloccate purchè siano corte (4-5 candidati al massimo) in modo da consentire all’elettore di identificare bene il candidato.
VIA LIBERA AI TRE SISTEMI PROPOSTI DA RENZI
Questo significa che tutti e tre i sistemi proposti dal segretario del Pd, Matteo Renzi, agli altri leader di partito sarebbero compatibili con la Costituzione secondo l’ultima decisone della Corte.
In particolare avrebbe il via libera il sistema spagnolo, che prevede le liste bloccate corte, mentre, per quanto riguarda il premio di maggioranza, la Corte invita il legislatore a non moltiplicare gli effetti maggioritari.
Non ci sarebbero ostacoli infine per il Mattarellum corretto (75% uninominale e 25 % proporzionale) ma anche in questo caso va prestata grande attenzione all’entità  del premio che si vuole inserire nella parte proporzionale.
Anche per il doppio turno, infine, vale il via libera per il listino bloccato corto che potrebbe essere alternativo alla preferenza.

(da “il Corriere della Sera“)

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CONSULTA, ECCO LE MOTIVAZIONI; SENZA RIFORMA SI VOTA CON IL PROPORZIONALE PURO

Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile

“PREMIO MAGGIORANZA DISTORSIVO”….”SENTENZA NON RETROATTIVA, QUINDI CAMERE PIENAMENTE LEGITTIME”

“Premio maggioranza distorsivo”
Firmata la sentenza di abolizione del Porcellum da parte della Consulta.
Dopo quattro ore di Camera di Consiglio, i quindici giudici hanno depositato le motivazioni.
Si tratta di 26 pagine (il relatore è Giuseppe Tesauro), con i dettagli che tutti aspettavano anche per la trattativa sulla futura legge elettorale.
Il premio di maggioranza previsto dal Porcellum, si legge nel dispositivo, “è foriero si una eccessiva sovra-rappresentazione” e può produrre “una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica”, perchè non impone “il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”.
Secondo la Consulta, la legge elettorale bocciata d’incostituzionalità  delineerebbe “un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità , stante la possibilità  che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano; dall’altro, provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura”.
La sentenza è cosiddetta autoapplicativa, ovvero prevede che una volta cancellato il vecchio sistema elettorale resti in vigore un proporzionale puro, quindi senza premio di maggioranza e con la possibilità  per l’elettore di espriremere una sola preferenza. Inoltre la sentenza non è retroattiva e pertanto non esiste un problema di legittimità  del Parlamento eletto, come preteso dal Movimento 5 Stelle.

(da “La Repubblica“)

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