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INTERVISTA A FASSINA: “IO VIA DAL GOVERNO PER LE AMBIGUITA’ DI RENZI”

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

“SERVE LEADERSHIP FORTE MA NON ABBIAMO BISOGNO DI UN DITTATORE”

“Sono entrato in un governo difficile per scelta del Partito democratico, ho messo la faccia su scelte che non condividevo. Nelle ultime settimane ho avuto la netta sensazione di una ambiguità  nel rapporto tra la segreteria democratica e il governo Letta. Se il mio segretario manifesta ambiguità  e oltre a mettere in evidenza limiti ed errori dell’esecutivo si lascia andare a caricature distruttive…. Era diventato ‘il governo delle marchette’, senza sentire mai una parola di apprezzamento per misure importanti, come quelle a favore degli esodati”.
L’ex viceministro dell’Economia Stefano Fassina intervenendo al videoforum di Repubblica Tv spiega così la scelta di dimettersi dal suo incarico.
“Vedo rischi di indifferenza o atteggiamenti liquidatori davanti a posizioni interne che vanno in senso diverso da quelle espresse dal segretario. Serve una leadership forte, ma va evitato il rischio di far diventare il Pd un partito personale. Ok alle riunioni di direzione itineranti, ma facciamole nei circoli del Pd non nei comitati elettorali pro-Renzi”, dice Fassina ancora in polemica con il segretario rispondendo alla domanda di un lettore di Repubblica.
“Ci vuole un partito che torni a essere un partito – insiste – Non abbiamo bisogno di un dittatore, ma dobbiamo essere un soggetto politico”.
Quanto alle voci di avvicinamento con Sel e all’intenzione di diventare il referente dells sinistra interna al Pd, l’ex viceministro spiega: “Mi riconosco in una cultura politica e in un programma, non in una corrente o in un’area. Io voglio portare tutto il Pd su una rotta adeguata. Le nicchie non mi interessano, non devo contrattare posti. Bisogna rimettere al centro la persona che lavora e affrancarsi dal liberismo. Su questo percorso esistono interlocutori più sensibili: Civati, Cuperlo, che resta il leader dell’area che lo ha votato, e guardiamo con attenzione anche all’evoluzione di Sel. Ma dobbiamo guardare oltre confini del ceto politico. Occorre un confronto con il mondo cattolico che ragiona su un neoumanesimo contrapposto al neoliberismo, non più egemone ma ancora forte”.
“Papa Francesco – afferma ancora Fassina – ha ridato forza a queste componenti. Il Pontefice a Cagliari davanti ad una platea di lavoratori in gran parte disoccupati ha detto: ‘Dobbiamo lottare per il lavoro’, parole eversive per il Pd!”.
L’esponente democratico, rispondendo ad una altra domanda dei lettori, affronta quindi il rapporto con Bruxelles.
“Questa Europa – sostiene – ci sta portando a fondo, dobbiamo costruire un’altra Europa perchè diseguaglianza e precarietà  del lavoro non si possono combattere su scala nazionale. La direzione di marcia dell’Eurozona ci porta a sbattare e va radicalmente contrastata, invertendo la rotta da mercantilista, che è la stessa del Titanic. Dobbiamo farlo con la politica, partendo da quella degli stati nazionali. Occorre cercare un piano B, perchè insieme all’economia si rischia di mandare a fondo anche la democrazia attraverso le forze no-euro, i partiti populisti e nazionalisti”.

(da “La Repubblica“)

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REGIONE PIEMONTE VERSO IL VOTO: RENZI LANCIA CHIAMPARINO, COTA FUGGE IN EUROPA, FORZA ITALIA PENSA A PICHETTO

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

LA SENTENZA DEL TAR CHE ANNULLA LE ELEZIONI IN REGIONE POTREBBE PORTARE A VOTARE INSIEME ALLE EUROPEE

L’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino è pronto a scendere in campo. “Se nei prossimi mesi si andrà  al voto anticipato per la Regione Piemonte – ha detto – vi sarà  la mia disponibilità  a una eventuale candidatura alla Presidenza della medesima che, naturalmente, non dipenderà  solo da me”.
“A meno che non scenda in campo Leo Messi, il Pd ha un solo candidato, alle elezioni regionali del Piemonte e questo candidato si chiama Sergio Chiamparino”.
Parlano cosi’, all’Huffington post, gli uomini dello staff di Davide Gariglio, oggi consigliere regionale, domani in corsa per diventare segretario regionale democrat (il Pd sceglierà , con il metodo delle primarie, i suoi nuovi segretari regionali il 16 marzo) e, soprattutto, renziano doc e punto di riferimento del nuovo leader del pd in Regione dalle primarie in poi insieme al sindaco del comune di Nichelino, Giuseppe Catizone, fratello della ex esponente democrat calabrese Eva Catizone.
Del resto, proprio nei giorni scorsi, davanti alle continue nubi che si addensavano da mesi sulla regione Piemonte (scandali delle ‘mutande d’oro’, stanchezza ed evidente voglia di ‘mollare’ del governatore Cota, ricorso pendente al Consiglio di Stato, mobilitazione popolare contro la stessa giunta Cota che avrebbe dovuto riempire le piazze in questi giorni, etc) due importanti plenipotenziari di Renzi, il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, e il responsabile organizzazione, Luca Lotti, si erano recati ‘in missione per conto di Dio’ a Torino proprio per convincere Chiamparino a sciogliere i suoi ultimi dubbi e lanciarsi nella corsa a nuovo Governatore.
E sempre da ambienti della segreteria del Pd si apprende che anche se si tenessero delle primarie, magari di coalizione con Sel e Scelta Civica (per rispettare l’input renziano di farle sempre per le cariche elettive) in ogni caso il candidato sarebbe Chiamparino.
E’ evidente, dunque, che se il Consiglio di Stato accoglierà , entro 45 giorni di tempo, come da legge, la sentenza pronunciata oggi dal Tar del Piemonte che annulla le elezioni regionali del 2010 che videro l’attuale Governatore, il leghista Cota, vincere di misura sulla candidata del Pd, Mercedes Bresso, e se – come è altrettanto altamente probabile – le elezioni piemontesi dovessero tenersi nell’election day del 25 maggio, quando andranno a votare oltre 4 mila comuni italiani e la regione Abruzzo (in Sardegna, invece, si voterà  il 16 febbraio), sarà  l’attuale presidente della Compagnia dell’istituto bancario San Paolo ed ex sindaco (per due mandati) del capoluogo Torino, oggi amministrato dall’ex segretario Ds Piero Fassino, a contendere al centrodestra la carica di nuovo governatore del Piemonte.
Il Tar del Piemonte ha, infatti, accolto il ricorso dell’ex presidente Bresso contro la lista “Pensionati per Cota” di Michele Giovine. Ora la parola passa al Consiglio di Stato, a cui la regione potrebbe ricorrere per ribaltare la decisione del Tar, che sancisce un ritorno anticipato alle urne dei piemontesi.
È durata quasi quattro anni la ‘battaglia’ ingaggiata dall’ex presidente della R egione Bresso: lo scorso 14 novembre la Cassazione aveva condannato in via definitiva Michele Giovine a due anni e 8 mesi per avere raccolto firme false sulla sua lista.
I problemi, però, stanno tutti e proprio nel campo del centrodestra: dato quasi per certo che Cota non si ripresenterà  come rappresentante di tutta la coalizione (leggenda certificata vuole che, quando vinse le regionali, nel 2010, le vinse inaspettatamente, si chiuse nel suo studio a piangere non per la gioia ma per la disperazione di dover lasciare il suo scranno di capogruppo leghista in quel di ‘Roma ladrona’…) e che potrebbe optare per un seggio alle europee, non saranno indifferenti le mosse di Forza Italia di Berlusconi e del Nuovo Centro Destra di Alfano che ha conquistato la totalità  degli ex assessori regionali del Pdl alla propria causa e che, in Piemonte, è guidato dal giovane e iper-attivo capogruppo alla Camera, Enrico Costa.
La competition interna al centrodestra, però, vede per ora solo due nomi come possibili candidati alla guida del Piemonte: il nuovo coordinatore regionale di Fi, Gilberto Pichetto, e l’assessore regionale al lavoro Claudia Porchetto (NCD).
Due nomi che ‘il Chiampa’, che ancora gode di vasta e sicura popolarità  non solo tra i torinesi ma tra i piemontesi, potrebbe sconfiggere facilmente.

(da “Huffingtonpost“)

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MARO’, IL GOVERNO INDIANO: “SULLA PENA DI MORTE DECIDEREMO A GIORNI”

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

POTREBBE ESSERCI LA RICHIESTA DELLA NIA DI ESECUZIONE CAPITALE E POI LA RINUNCIA DELL’ESECUTIVO CON L’ITALIA A NON APPLICARLA

Si aggroviglia una volta di più la vicenda dei due marò trattenuti in India, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
Nonostante la rassicurazioni fornite ancora giovedì dal ministro degli Esteri indiano, Salman Kurshid, il quale ha escluso che i due fucilieri la rischino una condanna a morte, un’intesa raggiunta nelle ultime ore in India a livello inter-ministeriale riproporrebbe uno scenario che contempla la pena capitale.
La Nia, la polizia anti-terrorismo cui sono state affidate le indagini sull’omicidio di due pescatori avvenuto il 15 febbraio 2012 al largo della costa dello Stato sud-occidentale del Kerala, avrebbe infatti ricevuto «il via libera per formulare le accuse sulla base della sezione 3» della Sua, la legge del 2002 in materia di sicurezza marittima.
Si tratta di una normativa che, pur se con finalità  di repressione del terrorismo e della pirateria, stabilisce sia punita con la pena capitale qualsiasi azione dalla quale sia stata provocata la morte di una persona in mare.
La prospettiva, stando a fonti governative riservate citate dal quotidiano «Hindustan Times», sarebbe frutto di un accordo raggiunto durante un mini-vertice a New Delhi tra i ministri competenti: lo stesso Kurshid, il titolare della Giustizia, Kapil Sibal, e quello dell’Interno, Sushil Kumar Shinde.
Quest’ultimo si è affrettato a precisare che «erano molti i problemi da discutere» e che una decisione non è ancora stata presa, ma «lo sarà  nel giro di due o tre giorni».
Alle 16,30 è in programma una riunione a Palazzo Chigi con il premier Enrico letta e il ministro degli Esteri, Enna Bonino, al termine della quale sarà  diffuso un comunicato.
Se l’India decidesse di ricorrere al `Sua Act’, la legge antipirateria che prevede anche la pena di morte, sarebbe «inaccettabile» e «noi nel caso prenderemmo le nostre contromisure», dice ai microfoni di Rainews l’inviato del governo per il caso, Staffan De Mistura.
Stando a indiscrezioni che circolano sui mass media in India, la Nia potrebbe decidere un rinvio a giudizio per una fattispecie che contempli la condanna a morte, salvo poi rinunciare a richiedere la pena capitale per l’impegno a non applicarla assunto dal governo indiano con l’Italia.
A rallentare la decisione sul rinvio a giudizio sarebbero proprio le garanzie accordate dal capo della diplomazia di Delhi, che adesso sarebbe giunto tuttavia a un compromesso con i colleghi di gabinetto.
Un quadro così confuso, che muta da un giorno all’altro, non induce all’ottimismo. Sempre a detta dell’«Hindustan Times», il benestare per rinviare a giudizio i marò per reati punibili con la pena di morte, a questo punto potrebbe giungere alla Nia in qualsiasi momento.

(da “La Stampa”)

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COTA RESTA IN MUTANDE, IL TAR ANNULLA LE ELEZIONI TAROCCO: “IN PIEMONTE SI TORNI AL VOTO”

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

SALVINI PARLA DI   “ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA”: HA RAGIONE, QUANDO SI VINCE CON UNA LISTA ILLECITA BISOGNEREBBE VERGOGNARSI

Il Piemonte deve tornare alle urne. E’ questo l’effetto della sentenza del Tribunale amministrativo regionale.
I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso dell’ex presidente della Regione Mercedes Bresso, contro la lista “Pensionati per Cota” di Michele Giovine, inficiata da firme false, decretando l’annullamento dell’atto di proclamazione degli eletti nella primavera di quattro anni fa.
Adesso l’ultima parola passa al Consiglio di Stato, organo al quale la Regione ricorrerà  per vedere capovolta la sentenza del Tar Piemonte.
Un verdetto che arriverà  entro 45 giorni.
Immediata la reazione del segretario della Lega Nord Matteo Salvini:   ”Un attacco alla democrazia, ecco di cosa si tratta”. Il numero uno del Carroccio assicura, dalla propria pagina Facebook, che il partito continuera’ con le sue battaglie: dito puntato, soprattutto, contro ”giudici e sinistra” che secondo Salvini ”anche quando perdono riescono a vincere”.
Più tardi a Sky Tg 24 annuncia la ricandidatura di Cota “a testa alta”.
Se da Palazzo Spada arriverà  la conferma della sentenza, le elezioni si terranno probabilmente in primavera, abbinate con le Europee.
Ma spunta un giallo: è il presidente della regione che ha il compito di indire le elezioni, se aspettano 30 giorni per fare ricorso (scadenza 11 febbraio) poi il consiglio di stato potrà  esprimersi subito o fissare un’udienza e rinviare nel merito: questo può far dilatare i tempi della nuova chiamata alle urne, che potrebbero slittare dalla primavera all’autunno.
Gli avvocati di Mercedes Bresso però in quel caso chiederanno che la sentenza sia intanto eseguita immediatamente con la nomina di un commissario ad acta che indica le elezioni al posto di Cota.
Il centrosinistra ha già  il probabile candidato: l’ex sindaco di Torino e ora presidente della Compagnia di San Paolo Sergio Chiamparino.
Il centrodestra pare puntare a Gilberto Pichetto o Claudia Porchietto, attuali assessori nella giunta Cota. I
l governatore pare orientato a candidarsi alle Europee.
Mercedes Bresso, anche lei davanti al Tar in attesa della sentenza, ha così commentato: “Sia pure in ritardo, giustizia è fatta. Una vittoria che dimostra quello che solo Cota e Giovine non avevano ancor capito: che le elezioni sono state truccate: ora la giunta Cota non esiste piu'”.
“E’ chiaro che la ricaduta politica è immediata, qualsiasi siano le decisioni del centrodestra. Bisogna solo capire se si vota il 25 maggio o più avanti. Dal punto di vista politico non c’è più nulla da dire, le elezioni del 2010 sono nulle”.
Questa la prima dichiarazione del segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando. Questo pomeriggio i democratici convocheranno una conferenza stampa nella sede del gruppo consiliare del Pd, dove il clima in queste ore è di grande fibrillazione.
Il vicepresidente regionale Gilberto Pichetto, tra i candidati in pectore di Forza Italia, è a Roma e per il momento non si sbilancia in dichiarazioni: “Ho saputo ma dovremo valutare con gli organi del mio partito e con il presidente Cota”, dice.

(da “La Repubblica“)

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IL LAVORO SECONDO MATTEO: COSTI E OMISSIONI DEL JOBS ACT

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

EFFETTI COLLATERALI:   SERVONO DUE MILIARDI PER RIDURRE L’IRAP, I COSTI DELL’ENERGIA SALGONO E LA LEGGE SUI SINDACATI È GIà€ IN PARLAMENTO… ANALISI DEL PIANO DEL SINDACO

Quanto c’è di nuovo e, soprattutto, di fattibile nel tanto atteso Jobs Act di Matteo Renzi, annunciato nelle sue grandi linee mercoledì sera?
Ecco una prima analisi dei punti principali.

Taglio dell’Irap del 10 per cento finanziato dall’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie.
L’Irap vale 33 miliardi all’anno e serve a finanziare la sanità  delle Regioni. Ammesso che Renzi voglia ridurre del 10 per cento solo l’Irap privata, che vale una ventina di miliardi, dovrebbe comunque trovare 2 miliardi di copertura, un aumento del carico fiscale di circa il 20 per cento, non poco.

Energia: ridurre il costo del 10 per cento per le aziende attraverso un taglio degli “incentivi cosiddetti interrompibili”
Martedì sera a Otto e Mezzo Renzi aveva un’idea completamente diversa: tagliare gli oneri di distribuzione, cioè far pagare il conto alle reti (Terna e Snam) e ai venditori di energia. La nuova proposta invece mira a ridurre quei 600-700 milioni all’anno dati a grandi aziende disposte a subire un’interruzione della fornitura di energia. Il costo viene scaricato sulle altre imprese. Tagliare questi incentivi “interrompibili” avrà  come effetto immediato quello di far salire i costi per alcune grosse aziende.

Assegno universale per chi perde il lavoro, con obbligo di seguire un corso di formazione e di non rifiutare più di una proposta di lavoro.
L’assegno universale esiste già , è l’Aspi e la mini-Aspi introdotta dalla riforma Fornero nel 2012 e perde il diritto a riceverla chi “non accetti una offerta di un lavoro superiore almeno del 20 per cento rispetto all’importo lordo dell’indennità  cui ha diritto”. L’unica cosa che Renzi può fare è ridurre i requisiti necessari per accedere all’Aspi. A meno di non voler rivedere del tutto gli ammortizzatori sociali a partire dalla cassa integrazione

Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico.
Il pozzo oscuro della Formazione professionale è bene che sia illuminato perchè assorbe circa 600 milioni l’anno senza controlli. Non è detto, però, che una volta controllati i fondi il lavoro lo si crei davvero o i corsi divengano davvero formativi.

Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico.
Serve a contrastare l’inamovibilità  dei dirigenti della Pa anche se incapaci. Eliminare la garanzia dell’incarico a tempo indeterminato rende i dirigenti più soggetti alla politica.

Trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati devono pubblicare online ogni entrata e ogni uscita.
Sarebbe una novità  positiva, in particolare per le spese delle Pubbliche amministrazioni. Ma anche per partiti e sindacati, finora esentati dal rendere trasparenti i loro bilanci.

Nuovi posti di lavoro. Per sette settori (Cultura-Turismo-agricoltura, Made in Italy, Ict, Green economy, Nuovo Welfare, Edilizia , Manifattura), il JobsAct conterrà  un singolo piano industriale.

Il cuore del “piano del lavoro” di Renzi non ha concretezza. Si limita ai titoli.

Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro.
Il Codice del lavoro forse va presentato prima di otto mesi, il tempo delle attese non era finito?

Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.
Le forme di lavoro previste dalle attuali normative sono, probabilmente, 40 ma quelle utlizzate non arrivano a dieci (tempo indeterminato o determinato, contratti a progetto, lavoro interinale, lavoro stagionale, le “false” partite Iva, lo staff leasing e poco altro). Il contratto unico indeterminato è stato proposto inizialmente da Tito Boeri e Pietro Garibaldi e si basa sull’idea che basti una forma contrattuale in cui il raggiungimento di tutte le garanzie avvenga nell’arco di tre anni. Una razionalizzazione va verso la stabilità  solo se spazza davvero via tutte le tipologie contrattuali esistenti. Se si trasforma in un “processo” potrebbe significare solo un nuovo modo di chiamare la realtà  esistente.

Agenzia Unica Federale che coordini i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.
La novità  più rilevante attiene alla possibilità  di erogare gli ammortizzatori sociali da parte di un’Agenzia unica che sostituirebbe l’Inps. I Centri per l’impiego sarebbero frequentati in modo significativo. Ma i 556 Centri diffusi in Italia danno lavoro solo al 3,7% dei richiedenti, mentre in Germania la percentuale è del 13. L’agenzia unica può servire a coordinare meglio ma, al fondo, la differenza sarà  fatta dalle effettive opportunità  di lavoro.

Legge sulla rappresentatività  sindacale e rappresentanti eletti dai lavoratori nei Cda delle grandi aziende.
La legge è già  in discussione alla commissione Lavoro della Camera. La si potrebbe approvare in poche settimane rendendo felici sia la Fiom che la Cgil. Sull’ingresso nei Cda delle aziende: il sistema tedesco, la Mitbestimmung, prevede la presenza dei lavoratori in Consigli di sorveglianza con possibilità  di intervenire sulle scelte aziendali e, anche, di nominare i manager. Ma non di divenire azionisti o amministratori dell’impresa.

Salvatore Cannavò e Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“UN AUMENTO AD HOC ANCHE PER NOI”: ADESSO TUTTI GLI STATALI SI RIBELLANO

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

POLIZIOTTI IN PRIMA FILA: FORZIAMO IL BLOCCO DEI CONTRATTI

«Loro sì e noi no»: trovata una soluzione per uscire dal pasticcio sulla scuola, il governo Letta rischia di dover fare i conti con lo scontento di tutto il settore pubblico, comparto sicurezza in primis.
La legge di Stabilità  ha infatti esteso fino al 2014 il blocco dei contratti del pubblico impiego già  in atto per il 2010-2012, prevedendo anche un taglio del 10 per cento sulla spesa degli straordinari.
Al blocco non è sfuggito il settore della scuola, molto sensibile alla questione «scatto» perchè — visto l’impossibilità  per la gran parte degli insegnanti di ottenere progressioni in carriera — l’anzianità  resta unica possibilità  praticabile per ottenere un aumento dello stipendio.
E di fatto tale automatismo scomparso nel pubblico impiego fin dai tempi di Tremonti e Brunetta — è stato mantenuto in vita solo per la scuola e la sicurezza, comparto cui è riconosciuta una specificità  per via degli impegni richiesti (polizia o corpo militare, per esempio, non possono interrompere il servizio di sicurezza per il blocco degli straordinari)
Nella scuola, per mantenere lo scatto, si era ricorso ad una copertura «pescando» il necessario dalle risorse recuperate dal contenimento degli organici integrate con fondi destinati agli istituti.
Strada messa in pericolo appunto da quel «pasticcio» che ora sembrerebbe scongiurato, ma la soluzione trovata lascia comunque l’amaro in bocca agli esclusi.
Ben attenti a non scatenare quella che per primi definiscono «una guerra fra poveri», i sindacati si limitano a condannare la legge di Stabilità  — «Il blocco delle retribuzioni è insostenibile» denuncia Michele Gentile, responsabile della funzione pubblica per la Cgil — ma le sigle della sicurezza sono molto più polemiche.
«Sono contento per gli insegnati, ma sono arrabbiatissimo per noi e considero quello della scuola un risultato apripista» commenta Felice Romano, segretario generale del Siulp (sindacato unico di polizia).
«La funzione specifica che ci è stata riconosciuta è del tutto disattesa. Anche noi abbiamo subito il blocco degli scatti, nel biennio 2011- 2012 siamo riusciti a recuperarli in parte grazie ad uno stanziamento del governo e usando fondi destinati alla riforma delle carriere. Ora c’è l’impegno del ministro Alfano a liberare 100 milioni previsti nella legge di Stabilità  e mi auguro che il governo mantenga le promesse, ma la realtà  è che un agente che ottiene un avanzamento raddoppia le responsabilità , ma percepisce il vecchio stipendio. E’ scandaloso perchè le risorse ci sarebbero: basterebbe tagliare gli sprechi, a partire dalle auto blu ridotte nei fatti solo per la Presidenza del Consiglio».
Sulla stessa linea Daniele Tissone, segretario generale Silp-Cgil: «La vicenda scuola apre dei problemi per tutti i lavoratori della polizia e delle forze armate che hanno subito i blocchi introdotti dal governo Berlusconi. Ci aspettiamo delle risposte analoghe da parte del governo».
Rivendicazioni destinate a trovare sponda in Parlamento: «Se per pagare gli scatti agli insegnanti non si utilizzeranno risorse proprie del ministero dell’Istruzione si aprirà  un caso di sperequazione — commenta il generale Domenico Rossi, ex presidente del Cocer, oggi deputato dei «gruppi per l’Italia » (scissi da Scelta Civica) — altrimenti si tratterà  di   autocompensazioni ».
Soldi che dovevano servire per riformare la scuola e la sicurezza utilizzati per la loro sopravvivenza.

Luisa Grion
(da “La Repubblica”)

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LA FIAT NON SARÀ PIÙ PER IL POPOLO, MARCHIONNE ANNUNCIA: “PRODURREMO SOLO PER LA FASCIA ALTA”

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

SU “REPUBBLICA” SVELA IL FUTURO DELLE FABBRICHE, DELLA SEDE, DEL NUOVO GRUPPO CON CHRYSLER

Niente più automobili per il popolo.”Usciremo dal ‘mass market'” afferma Sergio Marchionne, ad di Fiat, che in una intervista al direttore di Repubblica, Ezio Mauro, spiega il futuro della casa automobilistica italiana dopo l’acquisto di Chrysler. “L’America ci dà  valore – continua -. Rilanciamo l’Alfa e tutti gli operai rientreranno. Il futuro è questo”.
E aggiunge: “Puntiamo sulla fascia medio – alta e le accuse sul debito di Moody’s non mi preoccupano”.
L’America, spiega Marchionne, “ha creduto nelle nostre idee e ci ha aperto le porte. Lì, a differenza che da noi, il cambiamento piace. La cura ha funzionato e il mercato è ripartito prima del previsto”.
“Ho avuto fin dall’inizio la faccia tosta di dire che Fiat non ci avrebbe messo neppure un euro – ha spiegato l’ad della casa automobilistica di Torino – Abbiamo restituito al governo americano tutti i soldi che aveva messo in Chrysler”, e aggiunge: “Non è una conquista, abbiamo creato una cosa nuova. Da oggi il ragazzo che lavora in Chrysler, quando vede una Ferrari per strada può dire: è nostra”.
“Usciremo dal ‘mass market’ – spiega Marchionne – per andare nella fascia Premium con Alfa e Maserati. Squadre di nostri uomini stanno preparando i modelli”.
E parlando degli impianti e quindi dell’occupazione, l’ad di Fiat ha spiegato che “A Mirafiori-Grugliasco si faranno le Maserati. A Melfi le 500 X e piccole Jeep. A Pomigliano le Panda. A Cassino il rilancio dell’Alfa. Mi impegno: quando il piano sarà  a regime, la rete industriale italiana sarà  piena, naturalmente mercato permettendo”.
E quindi, “si, dico che con il tempo – ha affermato riferendosi agli operai – se non crolla un’altra volta il mercato, rientreranno tutti”.
Secondo l’ad Fiat, “questa operazione ha permesso la sopravvivenza dell’industria italiana in un mercato dimezzato. Ora possiamo ripartire con reti e basi più forti. La società  avrà  un nome nuovo. Ci quoteremo dove c’è un accesso più facile ai capitali. La sede verrà  decisa anche in base alla scelta di Borsa, ma avrà  un valore solo simbolico”.
Per Marchionne “La capacità  italiana di produrre sostanza e qualità , di lavorare e costruire è enormemente più apprezzata all’estero che da noi. Il carattere dell’automobile italiana esiste eccome. Tutto ciò è una ricchezza da cui ripartire. Noi siamo pronti ma se continuiamo a martellarci i piedi, invece di puntare al meglio, finirà  anche questa storia”.
Rispondendo alla domanda sull’interesse tedesco per l’Alfa Marchionne taglia corto: “se la possono sognare e credo che la sognino infatti. L’Alfa è centrale nella nostra strategia. Ma come la jeep è venduta in tutto il mondo ma è americana fino al midollo, così il dna dell’Alfa deve essere autenticamente tutto italiano, sempre, non potrà  diventare americano. Basta anche con i motori Fiat nell’Alfa Romeo. Così come sarebbe stato un errore produrre il suv Maserati a Detroit: e infatti resterà  a casa”.
In dettaglio, “Fiat andrà  nella parte alta del mass market, con le famiglie Panda e Cinqucento, e uscirà  dal segmento basso e intermedio. Lancia diventerà  un marchio soltanto per il mercato italiano, nella linea Y. La vera scommessa è utilizzare tutta la rete industriale per produrre il nuovo sviluppo di Alfa, rilanciandola come eccellenza italiana”.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A NUNZIA DE GIROLAMO: “ERO A CASA MIA, PARLO COME MI PARE”

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

IL MINISTRO, LA ASL E LE URLA PER IL BAR: “NON SONO INDAGATA, MAI CHIESTO DI FAVORIRE NESSUNO”

Il ministro Nunzia De Girolamo, per un po’, prova a fare finta di niente. E sparisce.
Tiene il telefonino spento.
Una prima gentile segretaria dice che comunque l’avvertirà  subito, certo, per il Corriere questo e altro.
Una seconda gentilissima segretaria giura di aver intanto girato il problema all’ufficio stampa.
L’ufficio stampa spedisce però una e-mail che sembra uscita dalle cronache di Narnia (Walt Disney): «Agroalimentare, De Girolamo: export registra numeri record».
Alle due del pomeriggio è il ministro in persona che va su Twitter e scrive: «Giornata parlamentare dedicata alla Terra dei fuochi. Salviamo la Campania!».
Davvero non ci sarebbe altro di cui parlare
No, perchè c’è una storia assai spiacevole che, da giorni, insegue «nostra regina del Sannio» (cit. Dagospia). La storia è questa: un dirigente sanitario della Asl di Benevento, Felice Pisapia, registra di nascosto alcune riunioni private avvenute in casa del papà  della De Girolamo nell’estate del 2012, quando lei non era ancora ministro ma solo una deputata del Pdl molto potente nei territori dove un tempo Clemente Mastella teneva di stanza il meglio delle sue truppe mastellate. Pisapia viene poi indagato per truffe varie, i nastri delle registrazioni vengono consegnati ai magistrati, un’informativa della Guardia di finanza ne elimina parzialmente il riserbo, le chiacchiere finiscono sulle pagine del Fatto .
Sospetti, dubbi, dosi di inquietudine.
Colpisce, in particolare, la registrazione della riunione avvenuta alle 19.15 del 30 luglio (presenti, oltre a Pisapia e ad altri due manager della sanità , la De Girolamo e due suoi stretti collaboratori: Giacomo Papa, attuale vicecapo di gabinetto al ministero dell’Agricoltura, e Luigi Barone, il direttore del portale web).
Nunzia De Girolamo, a un certo punto, parlando del bar interno all’ospedale Fatebenefratelli di Benevento, urla: «Facciamogli capire che un minimo di comando ce l’abbiamo! Mandagli i controlli… e vaffanculo!».
È in discussione la sorte, e il passaggio di licenza, del bar che, per molti anni, è stato gestito da una Srl composta dalla famiglia Liguori: il capostipite Mario e i figli Franco e Maurizio; Franco Liguori è il marito della zia di Nunzia De Girolamo. Seguono intricati problemi di natura amministrativa-burocratica.
I contenuti di altre intercettazioni riguardano invece l’ubicazione di un ufficio territoriale dell’Asl, un bando per il 118, il caso di un controllo in un negozio di latticini (Luigi Barone, quello che ora al ministero gestisce internet: «È l’amico di Nunzia e mio amico… è un bravo ragazzo, insomma!»).
Parlavano così, a casa De Girolamo. Dicevano cose così. Con questi toni.
Forse sarebbe opportuno che il ministro spiegasse meglio.
Forse le segretarie sono in imbarazzo («Mhmm… Certo che l’abbiamo avvertita… sì sì, il Corriere la sta cercando…»).
Forse – e siamo arrivati alle sei del pomeriggio – è solo colpa di una bambina che piange, perchè ha la febbre alta.
«È mia figlia, povera piccola… È lei il mio unico, vero pensiero» (Gea, un anno e mezzo, avuta con il deputato del Pd Francesco Boccia).
Ministro, non crede sia opportuno spiegare cosa…
«Quello che dovevo dire, l’ho detto. Punto e basta!».
Punto e basta? Parlavate come un «comitato d’affari»…
«Macchè! Quegli stralci di intercettazione ambientale abusiva non sono contestualizzati, non si colgono le sfumature, i colori… emergono sono le negatività ».
Lei fornisce la netta sensazione di dare ordini, di parlare come qualcuno che comanda sui dirigenti della Asl.
«Senta: la vicenda su cui in molti si sono gettati come avvoltoi è nelle mani della magistratura e io, le ricordo, non sono indagata!».
Ripeto: lei fornisce la netta sensazione di dare ordini…
«Ma a chi? Su cosa? Non faccio mai riferimento a promozioni, non chiedo di avvantaggiare… affronto, piuttosto, le questioni del territorio: medici che rivendicano, ospedali chiusi…».
Poi però perde la pazienza per il bar interno al Fatebenefratelli gestito da suoi parenti.
«Vabbè… ho usato parole non esattamente consoni a una signora di classe? E che ci posso fare? Quanto perbenismo… Stavo a casa mia, potrò parlare come mi pare a casa mia, sì o no?».
È intervenuta anche su un sequestro di mozzarelle.
«Uhhhhh! Allora non ci capiamo? Non è possibile restringere cinque ore di conversazione a poche battute».
Per quelle poche battute, dice Clemente Mastella, lui sarebbe già  stato indagato…
«No, guardi: non posso entrare in polemica con Mastella. Sarebbe squalificante per me e anche per lei, che sta qui ad intervistarmi».
(Ha sempre questa sua aria spavalda e simpatica, spregiudicata e determinata: l’unica, tra le donne del cerchio magico di Palazzo Grazioli, a seguire Alfano nell’avventura di Nuovo centrodestra ).

(da “il Corriere della Sera”)

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CHIESTI TRE ANNI DI CONDANNA PER SCAJOLA, ORA LO SA

Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile

LA VICENDA DELL’APPARTAMENTO AL COLOSSEO COMPRATO A “SUA INSAPUTA”… STESSA SORTE PER ANEMONE

Tre anni di carcere non sono pochi, peggio ancora se si sommano a una multa da 2 milioni di euro.
Rischia di costare cara la casa con vista Colosseo a Claudio Scajola e anche all’imprenditore Diego Anemone che “silenziosamente”, al momento dell’acquisto, avrebbe aggiunto di tasca sua 1,1 milioni lasciando all’ex ministro soltanto l’onere di 600 mila euro.
Dopo due anni di dibattimento la pubblica accusa non ha cambiato idea sulla casa acquistata da Scajola “a sua insaputa” e la richiesta di condanna suggella un sistema di favori fatti e ricevuti, che ha visto protagonisti politici, imprenditori, alti funzionari dei Lavori pubblici coinvolti nel più ampio scandalo del G8, che finì per travolgere anche il ministro dell’Interno.
Scajola nel maggio 2010 fu costretto a dimettersi e Berlusconi ad assumere l’interim. Resta quella frase pronunciata nel corso di una memorabile conferenza stampa quando, ancora ministro, Scajola arrivò a sostenere che se davvero l’appartamento in via di Fagutale, 200 metri quadri con affaccio sul Colosseo, costava 1,7 di euro qualcuno doveva averla pagata “a sua insaputa”.
Un colpo da maestro, una gag da comica finale, sembra incredibile ma non ha mai cambiato versione e, sia pure con parole diverse, anche in aula ha continuato a sostenere che il prezzo non poteva superare i 600 mila euro, considerate le condizioni fatiscenti.
Infatti Anemone ha poi speso 100 mila euro per ristrutturarla.
A nulla è valsa la testimonianza delle sorelle Papa, ovvero le proprietarie, che hanno esibito il compromesso in cui si citava la cifra reale, ovvero 1,7 milioni di euro, e neppure quanto affermato dall’architetto Angelo Zampolini, presente all’atto di fronte al notaio, fu lui a versare gli assegni circolari per conto di Anemone.
Niente da fare, per l’ex ministro la casa valeva 600 mila euro e tanto l’ha pagata, una perizia confermerebbe il suo valore, sostiene, ma le agenzie immobiliari lo smentiscono.
“Ho provato a venderla, ma non ci sono riuscito, appena scoprono di che casa si tratta tutti fuggono”, ha lamentato in una delle ultime udienze e ancora ieri il suo avvocato Elisabetta Busuito ha affermato che “ le prove documentali e testimoniali hanno rivelato l’inesattezza delle indagini condotte dalla Finanza, ogni correlazione tra movimenti bancari del gruppo Anemone e assegni circolari si configura come pura illazione e non c’è alcun riscontro per il reato di finanziamento illecito”.
In poche parole manca il do ut des tra Anemone e l’ex ministro.
Dura la requisitoria dei pm Ilaria Calò e Roberto Felici che hanno ricostruito quel “sistema gelatinoso”, che caratterizzava i Grandi appalti, all’interno del quale la corruzione invadeva ogni relazione personale e politica: “Anemone è un personaggio chiave di quel sistema, ha fatto fortuna grazie ai suoi rapporti con Balducci”.
Tutti e due furono arrestati, tutti e due sono tuttora imputati in altri processi sia Roma che a Perugia dove è nata l’inchiesta.
“Quando si parla di sistema è evidente che lo scambio di favori assume un rilievo politico, in questo caso è stato offerto un bene personale in cambio della copertura politica”, dicono i pm. Ma Scajola non demorde: “Se fossi stato un farabutto mi sarei comportato in modo diverso. Qualche giornalista ha detto che tutto è stato fatto per ottenere la mia benevolenza. Non lo so, forse Anemone e Balducci mi hanno aiutato a risolvere un problema”.
Quello della casa in via Fagutale, ma “a sua insaputa”.

Rita di Giovacchino
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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