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GUARDIE E LADRI, IL DOPPIO GIOCO DEGLI UOMINI DELLA FINANZA

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

DA SPAZIANTE A MILANESE, DALL’EXPO AL MOSE FINO AL CASO UNIPOL: IN TUTTI GLI ULTIMI SCANDALI SPUNTANO GLI UFFICIALI DELLE FIAMME GIALLE

Guardie e ladri che si rincorrono sotto lo stesso tetto, come in un vaudeville all’italiana interpretato da Totò e Aldo Fabrizi.
Va in scena in tutti gli ultimi scandali, dal Mose all’Expo, fino all’Unipol. Popolati da quelli che una volta si chiamavano con la maiuscola Servitori dello Stato: pubblici ufficiali, magistrati e quasi sempre anche da finanzieri, nel senso non di gnomi della finanza, ma di ufficiali della Guardia di Finanza.
L’uomo che fa onore a uno dei simboli del corpo rappresentante un grifone, metà  aquila e metà  leone (cioè saggezza e forza), è stato segnalato ieri dal “Sole-24Ore”: si chiama Renzo Nisi. È il colonnello che quattro anni fa fece la prima verifica al Consorzio Venezia Nuova, l’inizio della fine. Trasferito a Roma, è stato lui mercoledì a portare via in manette Emilio Spaziante, suo mega-superiore, fino a pochi mesi fa comandante generale in seconda del corpo.
Il generale ladro – secondo l’accusa – ha intascato 500 mila euro, prima tranche dei due milioni e mezzo promessi dal presidente del Mose Giovanni Mazzacurati per «influire in senso favorevole sulle verifiche fiscali e sui procedimenti penali aperti nei confronti del Consorzio Venezia Nuova».
Come ha fatto uno come Spaziante, che aveva un curriculum tutt’altro che puro come un giglio, a scalare i massimi vertici del corpo?
Questo paese, si sa, ha la memoria corta, ma a qualcuno deve essere rimasta impressa l’indimenticabile intercettazione della telefonata dell’ottobre 2009 a Silvio Berlusconi di Valter Lavitola, che sponsorizzava la promozione del generale.
E il presidente del Consiglio, che pure avrebbe preferito il generale Michele Adinolfi, amico stretto e “fonte” di notizie riservate del faccendiere pregiudicato Luigi Bisignani, rispondeva all’altro faccendiere ricattatore: «E allora lo devo chiamare. Gli fissiamo un appuntamento». Insomma, obbedisco. Il generale in carriera, che era stato anche nei Servizi segreti, aveva anche altri sponsor. Soprattutto Marco Milanese, ex finanziere, poi deputato Pdl pluriinquisito, capo operativo del “Cerchio magico” del ministro Giulio Tremonti, cui pagava persino l’affitto dell’appartamento condiviso dai due amici a Roma.
Toh, a chi è andata una parte della tangente Mose pagata da Mazzacurati a Spaziante?
Proprio a Marco Milanese, che del resto si occupava al ministero, oltre che delle nomine negli enti pubblici di conserva con Gianni Letta, anche di sbloccare al Cipe i fondi per il Mose.
Le operazioni sono quasi sempre mediate da Roberto Meneguzzo, il finanziere (questa volta proprio uno gnomo della finanza) titolare della Palladio Finanziaria, che si candidava a “salottino buono” della finanza del Nordest.
Figuratevi un po’ i salottini cattivi. Il generale Spaziante si presenta nell’ufficio di Meneguzzo a Milano l’8 settembre 2010 per ricevere parte dei soldi e in sua presenza chiama per quattro volte il comandante del nucleo della Guardia di Finanza di Venezia, che stava svolgendo le ispezioni al Consorzio, per dimostrare quanto lui contasse.
Sono passati un po’ di anni, ma il Cerchio magico Tremonti-Milanese è vivo e lotta insieme a loro.
Dalla Laguna veneta – udite, udite – al porto di Ostia. Se ne occupano l’avvocato Dario Romagnoli dello studio Tremonti, ex finanziere (della Guardia di Finanza), e il solito generale Spaziante.
Il presidente del porto turistico Mauro Balini, legato secondo i magistrati all’ex banda della Magliana, vuole 100 milioni per ampliare il bacino. E che fa? Chiede al suo amico generale Spaziante di procurargli un documento che lui provvederà  a falsificare.
Il generale, sull’attenti, esegue e il 4 ottobre 2012 consegna il documento.
Un narcotrafficante internazionale lo trasforma in falso. E una volta taroccato, l’atto viene consegnato all’Agenzia delle Entrate, l’ente che può destinare un bene demaniale ai privati.
Qui entra in scena Romagnoli, l’avvocato dello studio Tremonti, l’intermediario che deve favorire il finanziamento dell’Unipol.
Con l’inseparabile generale, l’11 dicembre si reca a Bologna, ma le notizie dell’Unipol non sono buone. Così la coppia – secondo le carte dell’antimafia – chiama in aiuto Tremonti in persona. All’inizio del 2013 ci sono già  i soldi e il socio: “Italia Navigando”, partecipata da “Sviluppo Italia” e quindi dal Tesoro.
Ne vedremo delle belle, a quanto si può desumere da un trafiletto pubblicato ieri sul “Corriere della Sera” circa una possibile fuga di notizie nel marzo 2013 tra Milano e Bologna ai danni dell’inchiesta milanese sui derivati dell’Unipol.
«Romagnoli – ha scritto Luigi Ferrarella – riferisce all’ex ministro Tremonti cosa gli è stato raccontato su una guerra intestina a Consob sui valori dei derivati Unipol». Tremonti risponde: «Intanto avvertiamo anche Vegas (presidente della Consob, ndr), proviamo a dirglielo».
Abbiamo appena visto come all’Agenzia delle Entrate, secondo gli investigatori, circolino persino documenti taroccati da malfattori.
E proprio in queste ore il presidente del Consiglio Matteo Renzi è alle prese con la sostituzione di Attilio Befera al vertice di quella fon- damentale Agenzia.
Una delle partite forse più rischiose tra le tante che si appresta a giocare dopo i primi tre mesi di governo in una struttura statale dove la Guardia di Finanza ha decine di suoi ex ufficiali, più di qualcuno raccomandato purtroppo da Marco Milanese quando faceva il bello e il cattivo tempo al ministero dell’Economia sotto l’ala di Tremonti.
Tre delle sette direzioni sono comandate da ex ufficiali delle Fiamme Gialle.
Ben 376 dirigenti sono entrati senza concorso. Il vicario di Befera Marco Di Capua, è oggi il candidato più quotato alla nomina a numero uno e a quel che si dice quella candidatura ha prodotto tensioni tra il premier, che dubita, e il ministro Piercarlo Padoan.
Anche Di Capua, il cui fratello Andrea è caporeparto dei Servizi segreti, è un ex ufficiale della Finanza, ma soprattutto è considerato molto amico di Milanese, di Spaziante e del Cerchio magico tremontiano, destinato ormai a difendersi negli scandali che quasi quotidianamente vengono alla luce dopo la lunga notte del berlusconismo, nonostante l’allure dell’intellettuale che l’ex ministro tenta di darsi.
Di Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, si può dire ciò che si vuole, ma quando nel 2006 si scagliò contro Milanese, Di Capua e la lobby dei finanzieri affaristi e tangentari, venendone poi stritolato, mise tutti sull’avviso.
Sono passati quasi dieci anni e gli stessi nomi si rincorrono nella giostra delle promozioni e di alcuni degli scandali quotidiani.
Non si possono più fare errori all’Agenzia delle Entrate, come nelle nomine negli alti vertici delle agenzie statali.
Anche se, come diceva Michel de Montaigne, è dubbio che l’uomo onesto possa trovare un posto adeguato in un mondo che mette l’utile al di sopra di ogni cosa.

Alberto Statera
(da “La Repubblica”)

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CONTI SVIZZERI E SOCIETA’ IN CANADA: I TRUCCHI DEL MOSE

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

GLI INQUIRENTI SONO ARRIVATI ALLA CRICCA VENEZIANA GRAZIE AL DEPOSITO ESTERO DELLA MOGLIE DI CUCCIOLETTA

Una società  in Canada, Saxstone Trading Ltd, che acquista materiale in Croazia per realizzare il Mose a Venezia e si fa pagare le fatture in conti accesi in Svizzera e nella Repubblica di San Marino.
Tutto è funzionato alla perfezione, fino alla prima verifica fiscale nel 2010 alla Mantovani.
Una semplicissima operazione del nucleo tributario della Guardia di Finanza che ha però scoperto che le registrazioni nei libri contabili non tornavano: perchè una fattura con materiale in partenza per 250 mila euro dalla Croazia poi diventava il doppio? Perchè la società  canadese cura la lavorazione oltre al trasporto e a tutto ciò che è necessario, è stata la prima difesa di Giovanni Mazzacurati, all’epoca presidente della Mantovani.
Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno avviato le indagini e scoperto che gli uffici della Saxstone Trading erano una scrivania e poco più e soprattutto che i bonifici arrivavano sul conto corrente 2120.001.01 aperto presso la banca Tulius Baer di Zurigo e intestato alla signora Chiara Gherardi, moglie del presidente Magistrato alle acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta .
E la serenissima cricca ha così cominciato a prendere forma.
Da allora in tre anni di indagini gli uomini del nucleo tributario della Guardia di Finanza e i pubblici ministeri della procura di Venezia, Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonino (Dda) hanno ricostruito un giro di fatture gonfiate per creare 40 milioni di euro in fondi neri all’estero.
E, assieme a questo, verificato il coinvolgimento in quello che è stato definito dal procuratore Capo Carlo Nordio “un sistema corruttivo più sofisticato di Tangentopoli” di un giudice della Corte dei Corti e di due magistrati delle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, oltre a numerosi politici tra cui l’ex ministro egovernatore del Veneto, Giancarlo Galan, e il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni.
Complessivamente 35 arrestati, 25 in carcere e 10 ai domiciliari. E questo, hanno garantito gli inquirenti è solamente l’inizio: a quanto si apprende ci sono almeno altri tre filoni di indagine ancora aperti.
Il sistema corruttivo era semplice.
Secondo quanto ricostruito Mazzacurati guidava una sorta di cordata di imprenditori interessati a mettere le mani sul Mose e su altre opere in Regione, tra cui il nuovo ospedale di Padova.
Ma il Mose aveva bisogno di finanziamenti da Roma, quindi dal Cipe.
Per ottenerli aveva così creato una rete di politici amici, capitanata da Galan — ricostruiscono gli inquirenti — che aiutava a instaurare rapporti nel Palazzo.
Ma anche l’ex ministro Altero Matteoli, indagato per la bonifica di Porto Marghera (un’altra opera di interesse di Mazzacurati), aveva contribuito a presentare esponenti dell’allora governo Berlusconi, come Gianni Letta.
“L’intervento è andato a buon fine”, intercettano gli inquirenti tra i colloqui di Mazzacurati che si riferisce all’operato di Marco Milanese, all’epoca consigliere fidato di Giulio Tremonti, interessato ad “accellerare” alcune pratiche al Mef.
Quindi da una parte la cricca serenissima si era creata la rete protettiva nei Palazzi, dall’altra aveva bisogno di garantirsi il minor numero possibile di controlli e per questo era riuscita ad arruolare i due magistrati delle acque, il giudice della Corte dei Conti, l’ex generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, tra gli altri. Tutti stipendiati regolarmente. Da Milanese a Spaziante.
Ma l’inchiesta è destinata ad allargarsi. Sono in corso anche le verifiche su tutte le società  che hanno avuto rapporti con Cvn e Mazzacurati per verificare ulteriori creazione di fondi neri con false fatturazioni.
Al momento sono stati accertati 40 milioni e di questi per ben 22 milioni gli inquirenti hanno ricostruito l’uso che ne è stato fatto.
C’è poi da ricostruire il mondo delle aziende legate in cooperativa e controllate da Pio Savioli.
Non si esclude dunque che il giro individuato sia solo una minima parte e che dal Mose il sistema possa esseri allargato anche ad altre opere realizzate in Veneto, dalla Pedemontana al Passante di Mestre, dalle bonifiche dell’area di Marghera all’ospedale di Mestre.
A dare una mano alle indagini potrebbero essere gli stessi arrestati.
Oggi infatti cominciano i primi interrogatori di garanzia del gip Alberto Scaramuzza. Il primo sarà  Giorgio Orsoni, stamani nell’aula bunker di Mestre, seguito da quello dell’ex assessore Renato Chisso, per rogatoria, detenuto nel carcere di Pisa.
Ogni Tangentopoli ha il suo Mario Chiesa.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA “DAMA NERA” CHE ACCUSA IL VECCHIO RE: IL RUOLO DI CLAUDIA MINUTILLO NELLE ACCUSE A GALAN

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

LA SEGRETARIA-FACTOTUM DI GALAN… UNA DONNA AMBIZIOSA AI VERTICI DEL POTERE DELLA REGIONE VENETO

«Alza il culo e vieni qua!». Non avete mai immaginato una segretaria dare ordini così a un assessore regionale? Dovete leggere le carte dell’inchiesta sul Mose. Dove Claudia Minutillo tutto pare, tranne che la dattilografa di Giancarlo Galan.
Non per altro, prima di confessare tutto assumendo il ruolo di «gola profonda», era chiamata la «Dama Nera». Nera, era nera senz’altro. Neri gli occhi, neri i capelli, neri i tailleur a tubino che indossava sempre come una divisa, neri i gioielli e nere talvolta le unghie laccate.
Che fosse una «Dama» in senso stretto, piuttosto, è tutto da dimostrare.
Anzi, per i modi spicci e la brutalità  del linguaggio emerso dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, linguaggio che potrebbe far arrossire un camallo sboccato, la protagonista della nostra storia potrebbe intonare l’inno della Bertè: «Non sono una signora / ma una per cui la guerra / non è mai finita…».
Sempre in guerra, la Minutillo. In guerra per arrivare più in alto, per avere più potere, più soldi, più appalti…
Ma soprattutto in guerra prima per avvicinarsi il più possibile a Giancarlo Galan ai tempi in cui era non solo «el Governador» ma il Re Sole del Veneto azzurro e poi per allontanarsene più in fretta possibile nei giorni del precipizio.
Da fedelissima tra i fedelissimi a «infedelissima» tra gli infedeli, decisa a cavarsela scaricando tutto sugli altri.
Primo fra tutti, si capisce, l’uomo che l’aveva issata ai vertici del potere (quello vero, non quello formale) della Regione.
Come fosse nella sua prima vita, dedicata al lustro del «Colosso di Godi», nomignolo guadagnato dall’ex presidente per l’amore godereccio per la vita, lo racconta Renzo Mazzaro nel libro «I padroni del Veneto», che anticipò molto di quanto è venuto a galla in questi giorni: «Galan riceveva gli ospiti stravaccato sul divano e si vedeva subito che non era uno stakanovista. Claudia Minutillo era sempre nel raggio di due metri, la sua ombra. La chiamavano la Dark Lady e non solo perchè vestiva di nero: fisico asciuttissimo, elegante, di rado sorridente, teneva le chiavi di tutti gli accessi al presidente. Fino a diventare troppo ingombrante».
Spiegherà  ai magistrati Piergiorgio Baita, l’uomo forte dell’impresa di costruzioni «Mantovani» e del Consiglio Direttivo del Consorzio Venezia Nuova nonchè generoso «bancomat» dei politici coinvolti, che la «Minu», come la chiamavano gli amici, «era l’assistente del Presidente Galan. Ma il mercato ovviamente la chiamava la vice Presidente, nel senso che era noto che qualunque richiesta, appuntamento, atto richiesto al Presidente Galan veniva veicolato attraverso la dottoressa Minutillo».
Rileggiamo? «Il mercato»: questo era ciò che ruotava intorno ai vertici della Regione.
Un mercato. Dove tutto o quasi tutto appariva in vendita. Con le regole della sana concorrenza sfalsate da pressioni, interferenze, «regali di Natale», bustarelle.
Giancarlo Galan, che il collega calabrese Chiaravalloti definì un giorno «un simpaticissimo e valente pescatore d’altura che talora si dedica con pari successo alla politica», era il Dominus. L’uomo di fiducia del Cavaliere e in quanto tale il capo indiscusso del partito, della Regione e del Veneto. Ma la bricola cui dovevano tutti ormeggiare la barca, negli anni d’oro, era lei. La «Minu», che i nemici avevano ribattezzato per quella passione per il nero col soprannome di «Morticia».
La padrona di casa della famiglia Addams. Rideva allora il governatore, ammiccando agli amici: «Sono un liberale, libertario e libertino, nel senso settecentesco del termine».
Certo è che la sua futura moglie ebbe a un certo punto il dubbio che il «libertinaggio» potesse essere equivocato.
E così un bel giorno, racconta ancora Mazzaro, decise di liberarsi di quella donna troppo attaccata al marito: «Sandra Persegato pone il classico ultimatum: o lei o me. Giancarlo non ha scelta. Claudia Minutillo ci resta malissimo, ma nel cambio guadagnerà : comincia con la già  ricordata Bmc Broker di San Marino, poi ingrana la quarta con Adria Infrastrutture, società  lanciata oggi negli appalti stradali».
Le chiederanno i magistrati: «Insomma, da quel momento lei passa dall’altra parte, nel senso che passa a lavorare per il Baita»
«Esatto».
La storia sarà  ricostruita passo passo dall’Espresso sotto un titolo indimenticabile, «Claudia, la segretaria ne ha fatta di super strada» .
Trampolino di lancio, ovvio, quel ruolo di segretaria: «La signora sfoggiava modi spicci e un’aria vagamente manageriale, ma certo nessuno si aspettava di ritrovarla, a quattro anni di distanza, addirittura a capo di un piccolo gruppo finanziario-industriale. Costruzioni, immobili, editoria: un network di società , tutte targate Minutillo, nate e cresciute dopo che la collaboratrice di Galan ha lasciato il suo incarico in Regione».
Certo è che, fosse o meno ancora la segretaria di Galan, la Minutillo è rimasta per «il mercato» la «vicepresidente». Basti leggere negli atti processuali il modo in cui trattava l’assessore alla Mobilità  e alle Infrastrutture, Renato Chisso, il cui potere era destinato a crescere dopo lo stizzito addio del «Galan Grande» alla presidenza della Regione.
Le serve che l’assessore metta muna firma su un’autorizzazione? Prende il cellulare e gli intima: «Scusa, vai sempre a mangiar da Ugo, alza il culo e vieni qua». E il succubo Renato, «che era a mangiare in ristorante», scrivono i magistrati, si affrettò a passare dove gli era stato chiesto «rassicurando che non vi sarebbero stati problemi».
Insomma, annotano gli inquirenti, «le modalità  perentorie con cui la Minutillo dice a Chisso di venire subito sono più proprie del modus di riferirsi ad un dipendente subordinato che a un assessore regionale». E non è un caso isolato.
Un’altra volta, la donna «chiama a rapporto» l’assessore nel proprio ufficio di «Adria Infrastrutture », lo fa aspettare fuori dalla porta finchè non finisce una telefonata e dopo averlo fatto accomodare gli «impartisce una serie di disposizioni» delle quali l’uomo forte di Forza Italia per le infrastrutture venete prende diligentemente nota dimostrando la sua «subordinazione totale» alla società  Mantovani e a «Morticia».
La quale un’altra volta ancora, impaziente per certe pratiche non ancora sbloccate, sbotta con la consueta signorilità : «Cazzo, cerca di lavorare! Sono tutti incazzati neri». Finchè la sua seconda vita di imprenditrice e, come confesserà , prestanome di altri, non si conclude il 28 febbraio 2013, lo stesso giorno dell’arresto di Piergiorgio Baita, con le manette.
Accompagnate da una serie di rivelazioni contenute nell’ordinanza di custodia. Come quella che all’indomani della visita dei finanzieri negli uffici del presidente della Mantovani, il riciclatore sanmarinese William Colombelli registra una telefonata in cui scandisce a Claudia: «Vi siete portati a casa la bellezza di 8 milioni di euro in sei anni, che io ti ho consegnato personalmente e che tu hai messo da qualche parte!»
Ed è lì che la «Minu», cercando di togliersi dagli impicci, avvia la sua terza vita. Vuotando il sacco. Fino a raccontare ai giudici che non si trattava di bustarelle sporadiche a Galan e Chisso ma di «un sistema, cioè ogni tot quando loro potevano gli davano dei soldi». Insomma, «pagamenti regolari».
«Come uno stipendio?», chiede il magistrato. «Sì, di fatto». Quanti soldi? Tantissimi. Eppure, pareva non bastassero mai: «Baita a volte si lamentava di quanto veniva a costare Galan».
Come nel caso, rivela «Morticia», dei lavori di ristrutturazione della villa sui colli Euganei: «Non so se avete mai visto la casa, ma i lavori di ristrutturazione di quella casa lì credo che abbiano comportato spese elevate, intorno a qualche milione intendo…».
Giancarlo Galan nega, nega, nega. Disperatamente.
Quando mai se lo sarebbe aspettato, di dover ballare il «cha-cha-cha della segretaria»?

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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LO SFOGO DELLA MOGLIE DI GALAN: “BASTA FANGO, PAGHIAMO DUE MUTUI”

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

NELLA VILLA CITATA NELL’INDAGINE: “QUESTO E’ UN PAESE DI INGRATI, MIO MARITO L’UOMO MIGLIORE AL MONDO”

Per capire quanto sia «bello il mestiere di Governatore» come amava dire e ridire Giancarlo Galan, bisogna salire fino a questo colle dove nascosta tra i fiori si erge la sua villa candida con quadruplo ingresso, arcate illuminate da lampadari in ferro battuto, una doppia barchessa per la servitù, la Porsche e la Land Rover e la Volvo station wagon parcheggiate sul ghiaietto davanti alla cappella privata con croce fra tante delizie.
Nell’ordinanza del giudice c’è scritto che la ristrutturazione della villa è stata pagata dall’impresa Mantovani con lavori per 1 milione e 100 mila euro.
Piergiorgio Baita l’ex manager che elargiva è assai esplicito: «Le richieste di aiuto sulla casa me le faceva direttamente Galan».
Dal ghiaietto tirato a lucido della villa, Sandra Persegato, la moglie di Giancarlo Galan, ha un diavolo per ogni ricciolo biondo: «Ma se ho due mutui ancora accesi da pagare… Vengano a vedere i conti vengano invece di tirare fango addosso a mio marito l’uomo migliore del mondo…».
Stretta in un tubino nero ma con le ciabatte scamosciate ai piedi, questa ex cubista che in discoteca ha incontrato «l’uomo migliore del mondo» ha tutte le ragioni per essere arrabbiata. «Mio marito è una persona perbene… Poteva fare i soldi se rimaneva solo un dirigente…».
Certo fare il direttore centrale di Publitalia 80 di Silvio Berlusconi dava belle soddisfazioni. Fare due volte il ministro non è che sia da buttar via. Ma se è vero che ha pure incassato uno «stipendio» di oltre 6 milioni di euro in sei anni per alleggerire i controlli sugli appalti del Mose come sostengono i giudici che lo vorrebbero vedere in manette non è che gli sia andata proprio malissimo.
«Mio marito ha fatto solo del bene… Stanno infangando lui e il suo lavoro… Sono sotto shock…», ripete la scintillante Sandra Persegato che ha almeno un paio di ragioni per sentirsi in una giornata no.
Giudici a parte, oggi 5 giugno sarebbe pure il giorno del suo quinto anniversario di matrimonio. Celebrato proprio in questa villa appena ristrutturata davanti a 300 invitati tra i quali spiccavano Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come testimoni e Renato Brunetta più qualche altro affondato col Mose.
Dicono che lei fosse raggiante nel corpetto panna più gonna verde muschio più coroncina di fiori d’ordinanza. E che lui, il Giancarlo che col suo metro e novanta si mangia la Sandra, fosse emozionato: «Oggi è una giornata stupenda che mi ha regalato mia moglie…».
Parlare di regalie di questi tempi fa assai effetto.
«Oggi ho chiesto alla Sandra se mi dava un soldo», diceva Galan quando non era più nemmeno ministro. E quando stando alle carte dei giudici chiedeva nuovamente lo «stipendio» all’impresa Mantovani anche se non faceva più il Governatore.
Dire che i rapporti tra Giancarlo Galan e la Mantovani fossero stretti non rende l’idea. Non sarà  stato il romanticissimo regalo di nozze che ogni donna sogna ma c’è un perchè se il galante Galan ha regalato alla moglie un bel po’ di quote della società  Adria infrastrutture.
Dove per capirci vicepresidente era il numero uno della Mantovani Piergiorgio Baita e consigliere delegato Caludia Minutillo la potente ex segretaria del Governatore.
Solo schizzi di fango secondo la tenace Sandra Persegato che difende il marito pure se questi sono gli ultimi giorni di Pompei.
«La cosa che più mi dà  fastidio è il modo con cui stanno ripagando il suo lavoro. Giancarlo ha dato la sanità  a questa regione. Ha dato le opere pubbliche. Adesso ci rinfacciano tutto. Questo è un Paese di ingrati».
Quel «ci» plurale maiestatis è un po’ così. Molto peggio se la signora pensa di essere anima e corpo con il marito. Ma forse è solo l’effetto condizionato da questo quinto anniversario che lei passa a tenere a bada i giornalisti e lui in conclave con gli avvocati a studiare una linea di difesa.
Impresa improba da queste parti. Perchè se nel paese vicino ad Arquà  ci è morto Francesco Petrarca, l’automobilista che passa davanti alla villa col suv blu e fa prima un applauso e poi il gesto delle manette dà  l’idea che si respira attorno alla villa con quadruplo ingresso, le arcate illuminate eccetera eccetera…
«E comunque mio marito qui non c’è, è ancora in viaggio…», fa muro la Sandra innamorata dietro al cancello nemmeno sfiorato dai finanzieri che da anni lo avevano nel mirino.
L’immunità  parlamentare ne impedirebbe l’ingresso. Come la targa di ottone a fianco del citofono che ricorda che questa è pure la sede della «Segreteria politica onorevole Giancarlo Galan».
Niente di cafone. Solo un monito a non varcare il cancello, nemmeno fossero le colonne d’Ercole, per qualche giudice eventualmente distratto.

Fabio Poletti

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INTERVISTA A FINI: “SI’, TORNO IN POLITICA MA NON FARO’ PARTITI, SARO’ L’ALLENATORE DELLA NUOVA DESTRA”

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

PARTONO LE ASSEMBLEE SUL TEMA: “L’ITALIA CHE VORRESTI, LE TUE IDEE PER UNA DESTRA CHE NON C’E’”

Presidente Fini, a quasi la metà  dei votanti su iltempo.it non dispiacerebbe un suo ritorno nel centrodestra. È sorpreso?
«Mi ha fatto piacere. Forse il tempo è davvero galantuomo e tante delle accuse infamanti rivoltemi con gli anni hanno perso di credibilità ».
Sta dicendo che si sente il capro espiatorio del tracollo della destra?
«No, sono cosciente di aver commesso degli errori. Con una certa amarezza noto che non tutti hanno avuto la stessa consapevolezza. Ma non mi sono mai sentito un capro espiatorio. Ho tanti difetti ma non quello del vittimismo congenito».
Ai funerali di Rauti rischiò il linciaggio. Ripensa mai a quel momento?
«In quella sede era naturale, Rauti è stato il mio avversario storico fin dai tempi del Msi, i presenti a quel funerale erano orgogliosamente legati a una tradizione neofascista nei confronti della quale, ai loro occhi, io avevo la colpa di Fiuggi».
Ora avranno cambiato idea?
«Non so e non mi interessa».
Non si rivolge più a quel mondo?
«Evidentemente no».
Come si ricostruisce il centrodestra?
«Parto da un dato di fatto innegabile. Mai come in questo momento il centrodestra appare deludente agli occhi di milioni di connazionali che alle ultime elezioni, nel 2013 e nel 2014, non l’hanno più votato. Significa che i soggetti politici in campo – Forza Italia, Lega, Ncd, Fdi – sono ritenuti inadeguati. Parto da questa onesta fotografia».
Per creare un nuovo partito?
«No, ho intenzione di promuovere delle assemblee – la prima proprio a Roma il 28 di questo mese – rivolgendomi a questi elettori delusi per chiedere loro quali idee hanno per ricostruire il centrodestra. Lo slogan sarà  “L’Italia che vorresti. Partecipa. Le tue idee per una destra che non c’è”. Il mio compito sarà  quello di indicare alcuni spunti per il dibattito e poi ascoltare per capire se si può ricostruire un centrodestra che abbia valori condivisi e proposte convincenti. Non sta in piedi un’alleanza contro qualcuno – Renzi o Grillo – se non si è capaci di costruire un’intesa basata su valori comuni. È difficile recuperare voti se si mette insieme chi sta nel Ppe e chi vuole uscire dall’euro, chi sostiene Renzi e chi lo contrasta, chi dice che le riforme costituzionali in cantiere vanno bene e chi le boccia. Una sommatoria aritmetica non porta da nessuna parte. Il mio tentativo si basa non su primarie per la leadership. Semmai penso a primarie per il programma».
Ma, senza un leader come Renzi, questo tentativo non rischia di essere velleitario?
«Velleitario no, magari sarà  preparatorio. È vero, le idee camminano sulle gambe degli uomini, ma siccome mancano anni al voto, la ricerca del leader oggi rischia di essere sterile. Allora partiamo da quello che è possibile fare, da un minimo comun denominatore. Anche con un riferimento valoriale di destra, altrimenti i programmi rischiano di assomigliarsi tutti. Aggiungo che oggi il centrodestra, a differenza della sinistra, deve impegnarsi anche nel rinnovamento della classe dirigente. Io porrò al centro del dibattito i criteri meritocratici e il modo in cui si forma la classe dirigente. Io stesso non mi considero un uomo per tutte le stagioni, semmai vorrei fare l’allenatore di una nuova squadra».
Dal 2008 il centrodestra ha perso 9 milioni di voti. Perchè?
«Non sta a me dirlo, gli errori sono stati commessi da più parti. Mi basta fotografare un dato di partenza, altrimenti si ricade nelle reciproche accuse, e gli italiani si sono stancati di questo. Si tratta di invitare tutti a uno sforzo di umiltà  e riflessione».
Sarà  possibile farlo fino a che Berlusconi sarà  in campo?
«È un problema che riguarda dirigenti ed elettori di Forza Italia, non tutto il centrodestra. Se continuiamo a ragionare di alleanze e leadership non ne usciamo. Se, al contrario, mettiamo questo tema al termine e non all’inizio del percorso, forse diventa tutto più facile. Magari non scontato, ma più facile».
Alcuni credono che il suo tentativo si incrocerà  con Ncd o col partito di Passera.

«Se sono intellettualmente onesti, dopo che avranno visto le modalità  di svolgimento delle assemblee, capiranno che non mi rivolgo al ceto politico, ma a quegli elettori delusi da tutto il centrodestra che cercano non solo delle facce nuove – e la mia non lo è – ma soprattutto idee e proposte innovative».
Ha rimproverato a Berlusconi la gestione autoritaria del Pdl. Molti le fanno la stessa accusa riguardo An.
«Se lei va a vedersi la collezione del Tempo troverà  almeno un centinaio di interminabili assemblee di An con documenti e votazioni. Il paradosso è che alcuni di quelli che oggi sostengono la tesi della mancata democrazia, i cosiddetti colonnelli, erano i primi che si mettevano d’accordo – anche con me, per carità  – e precostituivano quello che sarebbe stato l’esito del dibattito. Tutto si può dire tranne che siano mancati confronti aspri e trasparenti».
Cosa manca a Fratelli d’Italia per essere la nuova An?
«Non hanno il diritto di utilizzare il simbolo e la storia di An solo per un’operazione elettoralistica, peraltro rivelatasi infruttuosa. An fu un momento di passaggio da una destra che si proclamava anti-sistema a una destra che voleva dimostrare cultura di governo. Fu un momento di grande apertura ad esponenti che venivano da altre esperienze politiche. An non fu solo Fini o Tatarella, è stata Fisichella, Ramponi e chissà  quanti altri. Questa storia non va utilizzata solo per avere un simboletto che pensavano portasse qualche voto in più. Ma al di là  di questo aspetto ci sono altre questioni che non condivido, proprio perchè estranee alla cultura di An. In primis la strampalata proposta di uscire dall’euro. Francamente fuori luogo sulle labbra di chi fino a qualche tempo fa rappresentava l’Italia come ministro o come sindaco di Roma».
Si è chiesto il perchè del fallimento di Futuro e Libertà ?
«Certo. Le ragioni sono tante. L’Italia era tripolare ma nessuno se n’era accorto, non c’era spazio per uno schieramento che si professava come terzo polo, guidato da un uomo come Monti che veniva percepito come colui che aveva costretto gli italiani a sacrifici molto duri. In più ci fu la scelta – che io non condivisi ma accettai – di presentare liste diverse e di non fare manifestazioni uniche. Senza che ci fosse un messaggio chiaro che potesse rappresentare un’altra idea della destra».
Secondo Berlusconi ha pagato anche la partecipazione al colpo di Stato del 2011.
«Berlusconi si dimise perchè capì di non aver più una maggioranza tale da poter governare. L’Italia era sull’orlo del precipizio, del fallimento finanziario. Se Berlusconi era convinto del golpe, perchè votò la fiducia a Monti, che era il “golpista”?».
Il mio direttore Chiocci è stato l’artefice dell’inchiesta sulla casa di Montecarlo. Vorrebbe dire qualcosa al riguardo?
«Al suo direttore, nulla. Sono iscritto all’ordine dei giornalisti e ho il massimo rispetto per tutte le opinioni, anche quelle che non condivido. La vicenda, invece, mi ricorda la parabola della pagliuzza e della trave. Sono stato per 30 anni in Parlamento senza ricevere un avviso di garanzia. Su Montecarlo parla la procura di Roma: archiviato perchè il fatto non sussiste».

Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)

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MOSE, L’ORA DELLA GRANDE PAURA: BERLUSCONI TEME L’ESCALATION SUL “SUO” GOVERNO

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO GALAN, TOCCA A MATTEOLI… MA LA PROCURA HA ALTRI ASSI NELLA MANICA CHE TIENE COPERTI

E ora la melma della laguna rischia di risucchiare non solo il “sistema” veneto, con i suoi squali affamati di soldi.
È l’onda che arriva a Roma a terrorizzare Silvio Berlusconi. Che con Galan pose la prima pietra del Mose nel 2003 quando uno era premier e l’altro venerato doge.
Pure Altero Matteoli, ex ministro dell’Ambiente e poi dei Trasporti, è indagato. Ed è solo l’inizio.
Questa è la paura dell’intero quartier berlusconiano: “È peggio dell’inchiesta del G8” dice chi ha dimestichezza con le carte.
Ed è peggio perchè si va oltre il sistema “gelatinoso”. Le parole del gip suonano come il presagio che siamo solo all’inizio: “Tutti hanno un prezzo e tutti hanno presentato il conto”.
La corruzione è “sistema”.
Una parte è già  documentata da prove bancarie, riscontri, documenti raccolti dagli inquirenti. Ma è appunto una parte.
Ce n’è tutta un’altra tenuta “coperta”. Per chi conosce la materia sono molti, troppi, gli “omissis” negli interrogatori che lasciano pensare a nuovi filoni di indagine.
Che l’inchiesta sia peggio dell’Expo non è un giudizio solo di Cantone. Ma anche degli azzurri che contano.
Per questo tacciono, non dichiarano, evitano frontali con una procura che vivono come credibile grazie a Nordio e non politicizzata.
La vivono come la madre di tutte le inchieste. E allora eccola la grande paura: “Siamo solo all’inizio – trapela dal bunker – e non si sa dove va a finire”.
Si sa che arriva a Roma, nei palazzi del potere berlusconiano. Basta seguire i soldi, da una parte all’altra dell’Italia.
Mezzo milione, secondo i magistrati, è finito a Marco Milanese. È lui il pulsante che gli imprenditori del Consorzio Venezia Nuova hanno spinto nel 2010 per sboccare i finanziamenti del Cipe, quando il ministero era contrario.
È questo uno snodo cruciale. Perchè, di fronte al primo no del Tesoro, il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati si attiva per trovare qualcuno che faccia cambiare idea.
Secondo le carte è Galan a portarlo da Gianni Letta, definito, nel corso di un interrogatorio del luglio 2013, “un riferimento molto importante per i nostri progetti”. Nello stesso interrogatorio Mazzacurati rivela che alcune volte Letta lo portò da Berlusconi che voleva sapere a che punto erano i progetti.
Anche la struttura tecnica del ministero di delle Infrastrutture e dei Trasporti e il gabinetto del ministro Matteoli sono informati.
Alla fine arriva a Milanese, grazie al fondatore della Mediobanca del Nord Est, Roberto Meneguzzo, anche lui tra gli arrestati.
Ed effettivamente quando si arriva a Milanese la questione si risolve. Il Cipe adotta la delibera sui finanziamenti alle opere prioritarie, tra cui il Mose. Intervento determinante.
Che consente a Milanese di incassare il suo compenso. Ma è solo l’inizio. Che rappresenta l’insediamento del sistema a Roma, nel cuore dei palazzi del potere berlusconiano.
Ma Milanese non è nè il ministro del Tesoro nè il presidente del Consiglio. E domanda che inquieta è questa: come fa a convincere il governo? Come opera il sistema a Roma?
Secondo quanto risulta all’Ansa, Milanese non è solo. Anche il ministro Matteoli sarebbe entrato nel gioco di dazioni di denaro, in cambio di favori, costruito dall’ex presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati.
Il suo coinvolgimento non riguarderebbe direttamente le opere del Mose ma altri interventi di carattere ambientale eseguiti sempre dal Consorzio. Insomma, le acque torbide della laguna portano dritti al cuore del governo Berlusconi.
E poi ci sono i soldi di Galan. Per ora non è emerso che sarebbero serviti per finanziare Forza Italia e comunque l’attività  politica del suo partito.
Ma nessuno ci mette la mano sul fuoco. “Siamo solo all’inizio”.
E non si sa dove si va a finire.

(da “Huffingtonpost”)

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L’AUTORITÀ ANTIFURTO C’È GIÀ, COSTA TANTO E NON COMBINA NULLA

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

MENTRE QUELLA DI CANTONE È ANCORA AL PALO, ECCO QUELLA SUGLI APPALTI (AVCP): SEGNALAZIONI TARDIVE E 300 DIPENDENTI RENDONO PIÙ EVIDENTE L’INEFFICACIA DEI CONTROLLI STATALI

Per scoprire che esiste, tra le tante Authority fiorite in Italia, anche l’Autorità  per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp), abbiamo dovuto aspettare gli arresti della “cupola” dell’Expo che aveva messo le mani sui lavori per l’esposizione universale di Milano 2015.
Dopo che i buoi sono scappati, ecco arrivare l’ennesima Authority con un mirabolante dossier che racconta quanto il sistema degli appalti Expo funzioni male.
Mezzo miliardo di denaro pubblico è stato sottratto alle norme e ai controlli, denuncia l’Avcp, grazie a ben 82 disposizioni del codice degli appalti che sono state cancellate da quattro ordinanze della presidenza del Consiglio.
Perchè Expo va fatto in fretta, dunque bisogna abbassare le soglie dei controlli.
L’appalto per le architetture di servizio, per esempio, del valore di 55 milioni di euro, è finito alla Maltauro con il criterio dell’offerta più vantaggiosa.
Ora che sono finiti in carcere, tra gli altri, l’imprenditore Enrico Maltauro, i “mediatori” Gianstefano Frigerio e Primo Greganti e Angelo Paris, gran manager di Expo spa, l’Avcp ci spiega che la gara era anomala, perchè assegnava 35 punti per gli aspetti quantitativi, oggettivi, ma ben 65 punti per gli aspetti qualitativi, soggettivi, opinabili.
Così bastava avere i commissari amici e il gioco era fatto (“Ne abbiamo due su tre”, si dicono Frigerio e Greganti).
Il dossier passa poi in rassegna le gare Expo e segnala deroghe e anomalie.
Ben 72 appalti sono stati assegnati senza pubblicazione del bando.
Alcune gare sono state fatte con “procedura ristretta semplificata”, per cifre anche di molto superiori al milione e mezzo di euro che è il limite oltre il quale quella procedura non deve essere usata.
Domanda: ma la Avcp non poteva svegliarsi prima?
Non era suo compito vigilare sulle gare, prima che arrivasse Ilda Boccassini?
È da più di due anni che si susseguono le inchieste sugli appalti Expo. Sono sotto indagine la gara sulla “rimozione delle interferenze” (la pulizia dell’area), vinta da Cmc, e il grande appalto della “piastra” per di tutti gli impianti e padiglioni, base d’asta 272 milioni, conquistato dalla Mantovani con un’offerta di soli 165 milioni e un ribasso del 41 per cento (presidente della Mantovani è quel Piergiorgio Baita tornato agli onori delle cronache a causa degli arresti di ieri per lo scandalo Mose). Ben 34 aziende sono state “interdette” dai lavori per mancanza di requisiti antimafia. E l’Autorità  che deve vigilare sui contratti pubblici dà  segno della sua esistenza soltanto venerdì 30 maggio, quando invia il suo dossier a Raffaele Cantone, il magistrato posto da poco a capo di un’altro organismo, l’Autorità  nazionale anticorruzione (Anac).
Due giorni dopo, domenica 1° giugno, il dossier finisce sulle pagine di Repubblica. Quattro giorni dopo, il presidente dell’Avcp, Sergio Santoro, incontra Cantone, per avviare una “fruttuosa collaborazione”.
Ieri, Cantone incontra il presidente del Consiglio Matteo Renzi, proprio mentre le agenzie diffondono le notizie degli arresti per il Mose. Cantone: “Il sistema degli appalti è da ripensare, perchè ormai fa acqua da tutte le parti”
Cantonem con l’Anac, è appena arrivato sulla scena.
La Avcp è su piazza dal 2006. Santoro ne è presidente dal 2012. Prima è stato avvocato dello Stato, magistrato del Tar, consigliere di Stato, consigliere giuridico e capo di gabinetto in vari governi, consigliere del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per la trasparenza.
Il perfetto super-burocrate. Ora è al vertice di un’Autorità  composta da sette membri e ha a disposizione una struttura elefantiaca: 330 dipendenti, sei dirigenti, un segretario generale. Una sede prestigiosa in un palazzo in via di Ripetta, nel centro di Roma.
Di fronte a una tale corazzata, l’Autorità  nazionale anticorruzione guidata da Cantone pare una barchetta: ci lavorano 26 persone.
A Cantone è stata affidato, personalmente da Renzi, il compito di sgominare il malaffare e ripulire l’Expo.
Un impegno da far tremare i polsi, specialmente se non accompagnato da strumenti e poteri adeguati. Con il rischio che il magistrato con alle spalle una grande esperienza antimafia sia trasformato in un’icona da esibire, in un parafulmine per deresponsabilizzare chi i controlli non li ha mai fatti e non li sa fare.
Ora la palla passa al governo, che deve trasformare l’icona in un organismo efficiente e produttivo.
Domani, al consiglio dei ministri, dovrebbe avviarsi la messa a punto di un decreto legge per dare a Cantone i poteri necessari (quando?).
Ci sono ancora gare Expo per almeno 120 milioni.
Ci sono richieste di ristrutturazione dei contratti da parte delle aziende che hanno vinto le gare con forti ribassi e ora chiedono più soldi.
Ci sono gli allestimenti da affidare (a Fiera Milano? E con quali garanzie per i subappalti?).
Ci sono norme da varare per regolare le assunzioni.
Ci sono i soldi che devono arrivare dal governo: 130 milioni per trasporti e sicurezza, 60 per rimpiazzare la Provincia di Milano che non ha pagato la sua quota
E c’è da risolvere il problema Maltauro: non si può togliere all’azienda gli appalti già  aggiudicati, ma forse si può bloccarle gli utili, nel momento in cui si provasse che ha vinto le gare in modo fraudolento.
La parola ora passa al governo.

Gianni Barbacetto

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IDEA, NON PUNIRE PIU’ I DELINQUENTI: LO DICE LA LEGGE

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

PER I DELITTI CHE PREVEDONO PENE FINO A 5 ANNI ESCLUSI CARCERE, DOMICILIARI E SERVIZI SOCIALI

Venghino signori, venghino. Corrotti ed evasori, frodatori e pirati informatici, danneggiatori e bancarottieri: le belle sorprese non mancano mai per la banda dei “diversamente onesti”, colletti bianchi in testa che, ancora una volta, incassano l’assist del legislatore.
Un regalo non da poco, perchè chi commetterà  certi tipi di reato, per quanto gravi (anche delitti che prevedono la reclusione fino a 5 anni), potrà  evitare sia il carcere, sia i domiciliari, sia i servizi sociali, sia addirittura la macchia sulla fedina penale.
In sostanza, non verrà  proprio punito.
La legge delega è la numero 67 dello scorso 28 aprile ed è già  stata approvata dalla Camera.
A leggere bene, nascosto tra i classici sconti di pena, c’è il dono più apprezzato, che farà  felice chi, per dirne una, ama creare discariche abusive.
Secondo il testo, sarà  infatti da “escludere la punibilità  di condotte sanzionate con la sola pena pecuniaria” e anche, notate bene, quelle che prevedono “pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni”.
Solo che cinque anni non sono pochi.
Questa novità , come ricostruisce l’avvocato penalista Federico Penco, riguarda infatti la maggioranza dei reati ambientali e informatici, buona parte dei reati societari e alcuni reati tributari (ma anche, per dire, chi istiga alla pedofilia).
Si prevedono poi concitate riunioni di condominio: munitevi di chiavi appuntite, perchè rigare l’automobile del vostro vicino di casa potrebbe diventare di fatto lecito (e chi pensa che questa sia istigazione a delinquere, si dia pace: essendo un reato punibile da uno a cinque anni, anche questo rientra nel lungo elenco di quelli che verrebbero “perdonati”).
Il processo potrebbe dunque saltare in toto: ci si fermerà  un passo prima, per valutare la sussistenza di due soli fattori, cioè la “particolare tenuità  dell’offesa” e la “non abitualità  del comportamento”.
Poi starà  al giudice decidere se procedere o, nella logica di svuotare le carceri (e le case-domiciliari, e le strutture alla Cesano Boscone dove si sconta l’affidamento in prova), fare finta che non sia successo nulla.
Certo, alcuni vincoli reggono. Nel caso dei delitti contro l’ambiente, per esempio, il tizio che vuole farla franca deve volontariamente “rimuovere il pericolo ovvero eliminare il danno da lui stesso provocato, prima che sia esercitata l’azione penale”. Ma, se proprio non vuole, e dunque non può appellarsi alla particolare “tenuità ” del reato, non si disperi.
Perchè la modifica principale contenuta nella legge delega è ancor più generosa: “Per i delitti per i quali è prevista la pena della reclusione tra i tre e i cinque anni — recita l’articolo — il giudice può applicare la reclusione domiciliare”.
Se finora a evitare la galera erano di fatto i condannati fino a tre anni, e poi fino a quattro con le ultime “svuotacarceri”, l’asticella si alza ancora più, fino a cinque, nel nome di un’emergenza-celle ormai perenne (anche se molti penitenziari, nuovi o vecchi come l’Asinara, continuano a restare inutilizzati ).
E i regali non finiscono qui: anche per i reati puniti fino a quattro anni, l’imputato potrà  chiedere la sospensione del processo con la “messa alla prova”.
Ancora una volta, basta risarcire il danno o eliminare le conseguenze pericolose del reato non solo per evitare la reclusione, ma addirittura perchè il giudice dichiari l’estinzione del reato stesso.
“Anche se la norma non è ancora entrata ufficialmente in vigore — racconta Mauro Lissia, giornalista — in Sardegna sta già  interferendo con alcuni processi, tra cui uno per lottizzazione abusiva con 45 imputati, che è stato sospeso per vedere se è applicabile, al posto della reclusione, la messa in prova”.
Massimiliano Ravenna, avvocato difensore proprio in quel processo, conferma che il Tribunale di Cagliari la scorsa settimana si è riservato di verificare l’applicabilità  delle nuove norme: “Ci sono molte lacune — spiega Ravenna — ma la legge è promettente. Ho fatto già  sospendere anche un altro processo, a Chia, in cui il mio cliente è accusato di dichiarazione fraudolenta e uso di fatture per operazioni inesistenti”.
Buone notizie infine per chi, inaccontentabile, volesse rendersi direttamente irreperibile: verrà  eliminato l’istituto della contumacia.
“Si prevede che a fronte dell’assenza dell’imputato, il giudice debba rinviare l’udienza e disporre che l’avviso sia notificato all’imputato personalmente a opera della polizia giudiziaria; quando la notificazione non risulta possibile, e sempre che non debba essere pronunciata sentenza di non luogo a procedere, il giudice dispone con ordinanza la sospensione del processo nei confronti dell’imputato assente”.
L’estate è alle porte e il Natale pure.

Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)

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BARI: DOPO IL COMIZIO DI FITTO, MELONI E ALEMANNO CANTA IL FIGLIO DEL BOSS

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO SINDACO DEL CENTRODESTRA DI PAOLA CHIUDE LA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL BALLOTTAGGIO CON L’ESIBIZIONE DEL FIGLIO DI SAVINUCCIO, IL PIU’ IMPORTANTE BOSS DELLA CITTA’

L’appuntamento per i fans è alle 19 in piazza Europa, nel quartiere San Paolo di Bari, vicino alla chiesa di San Gabriele,
E’ lì dove il candidato sindaco del centrodestra Domenico Di Paola chiuderà  la campagna elettorale per il ballottaggio di domenica.
Tommy Parisi, figlio del più importante boss della città , Savinuccio, si esibirà  – “ingresso libero” – nell’ambito della manifestazione che vedrà  la partecipazione dei big dello schieramento.
A sostenere Di Paola, ci saranno anche Raffaele Fitto e Gianni Alemanno, Francesco Shittulli, Giorgia Meloni e Filippo Melchiorre.
L’annuncio del concerto è stata data dal cantante sulla sua pagina Facebook, invitando i suoi ammiratori a raggiungerlo numerosi
Tommy Parisi, nome d’arte di Tommaso Parisi, è figlio del boss barese del quartiere Japigia Savino Parisi, detto «Savinuccio».
Il pregiudicato, a capo dell’omonimo clan, era stato arrestato il primo dicembre 2009 e, dall’aprile 2011 era stato trasferito dal penitenziario di Tolmezzo, in provincia di Udine, a quello di massima sicurezza di Novara, per essere sottoposto al regime del carcere duro.
Prima di quell’arresto era tornato in libertà  il 2 marzo del 2009 dopo 22 mesi di reclusione scontati perchè, nonostante l’obbligo di soggiorno a Bari, fu sorpreso dai carabinieri mentre assisteva, con personaggi legati alla Sacra corona unita, ad una corsa clandestina di cavalli nell’ippodromo in disuso di Monteroni di Lecce.
Prima ancora era stato scarcerato il 29 aprile 2007, dopo aver trascorso circa 13 anni di detenzione in carcere, scontando una condanna definitiva per associazione finalizzata al traffico di droga.
Ultimo, in ordine di tempo, il blitz Domino del dicembre 2009 in cui vennero arrestate 83 persone con le accuse di associazione mafiosa, tentativo di omicidio, traffico internazionale di droga, usura, turbativa d’asta e riciclaggio.

(da “La Repubblica“)

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