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APPALTI MOSE, INDAGATO ANCHE L’EX MINISTRO ALTERO MATTEOLI

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

COINVOLTO NON PER IL MOSE, MA PER ALTRI INTERVENTI DI CARATTERE AMBIENTALE ESEGUITI DAL CONSORZIO VENEZIA NUOVA

Un altro nome eccellente figura tra il centanaio di indagati nella nuova inchiesta sugli appalti del Mose, la grande opera a difesa di Venezia da alte maree e allagamenti.
Si tratta di Altero Matteoli, ex ministro dell’Ambiente e successivamente ministro ai Trasporti.
Lo si apprende da fonti della Procura di Venezia, che ha indagato Matteoli nell’ambito del maxi procedimento che ieri ha portato agli arresti 35 persone, tra cui il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che, secondo fonti del Comune, è stato sospeso dall’incarico, assunto per il momento dal vicesindaco Sandro Simionato.
Matteoli, secondo indiscrezioni, sarebbe entrato nel gioco di dazioni di denaro, in cambio di favori, costruito da Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, concessionario del ministero delle Infrastrutture per la realizzazione dell’opera, accusato di aver condizionato l’assegnazione dei lavori con la creazione di fondi neri da destinare al finanziamento illecito.
Il coinvolgimento di Matteoli non riguarda però le opere del Mose, ma altri interventi di carattere ambientale eseguiti sempre dal Consorzio.
Matteoli ha sempre smentito un suo coinvolgimento nella vicenda.
I provvedimenti della Procura veneziana hanno portato in carcere 25 persone, 10 ai domiciliari.
Gli interrogatori inizieranno tra oggi e domani.
Dalle oltre 700 pagine dell’ordinanza di arresto firmata dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza emerge l’affresco di un sistema illecito che per anni avrebbe visto imprenditori pagare ‘stipendi’ a politici e autorità  incaricate di vigilare sulla correttezza dei lavori, per ottenere in cambio favori o per evitare controlli.

(da “La Repubblica“)

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ACHILLE OCCHETTO: “LASCIAI IL PDS PER COMPLOTTI, D’ALEMA E’ UN MAESTRO DI QUESTI GRUPPI D’APPARATO”

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

E PARLA DEI FINANZIAMENTI AL PARTITO

“Sono stato io a scegliere di andarmene dal Pds perchè già  da allora era iniziata la linea dei complotti, avevo visto il partito dei 101 che ha fatto fuori Prodi ultimamente dalla Presidenza della Repubblica. D’Alema era maestro dell’organizzazione di questi gruppi di apparato“.
Lo rivela a “Lo schiaffo” (Class TV) Achille Occhetto, che ripercorre gli anni passati della sinistra italiana, dalla svolta della Bolognina alla gioiosa macchina da guerra fino alla sconfitta elettorale del 1994.
E spiega: “Quei gruppi si misero contro di me non tanto per la prima quanto per la seconda Bolognina, quando ci furono alcuni pochi casi che lambirono anche noi a Milano e io chiesi scusa agli italiani. Dissi che ci voleva un partito che non dipendesse più da finanziamenti esterni e che il rapporto con le cooperative doveva cambiare. Ma in Emilia mi ritrovai in isolamento totale, c’era un sistema di potere intorno a me: cominciarono a pensare che ero pericoloso perchè io volevo semplicemente attuare la politica di Enrico Berlinguer“.
Occhetto aggiunge: “Me ne sono andato perchè la maggioranza stava in un’altra direzione. Non è un caso che i miei successori scrissero libri e articoli in cui elogiavano Craxi, considerandolo moderno, e denigravano Berlinguer, considerandolo quasi un fratacchione moralista. Solo oggi, in occasione della celebrazione della sua morte, vedo lacrime di coccodrillo”.
E conclude: “Prima di dare le mie dimissioni, fummo costretti a licenziare una parte notevole dell’apparato perchè non avevamo più soldi. Dopo che sono andato via, i soldi sono di nuovo tornati“

(da “il Fatto Quotidiano”)

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INCHIESTA MOSE, “IL SOGNO DI GALAN? DIVENTARE MILIARDARIO CON IL GAS”

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

LA PARTE SEGRETA DELL’INDAGINE PORTA IN INDONESIA… IL COMMERCIALISTA: “O FA IL COLPO GOBBO O NON E’ DA LUI”

La parte segreta dell’indagine sul Mose che ha portato a 35 arresti tra cui il sindaco di Venezia è quella che porta in Indonesia.
Nell’ordinanza di arresto si fa riferimento agli affari indonesiani di Giancarlo Galan e della moglie nel settore del gas.
Un affare di dimensioni enormi che però non è contestato all’ex ministro.
Il 19 luglio 2013 all’aeroporto di Tessera è stato fermato il commercialista di Galan, Paolo Venuti, di ritorno da un viaggio in Indonesia con la moglie Alessandra.
Tra le carte trovate in suo possesso c’era documentazione relativa alla società  Thema Italia Spa che secondo gli investigatori sarebbe intestata ad altri ma riferibile anche ai coniugi Venuti.
Dal bilancio del 2012 risulta che la Thema Italia Spa, con sede nello studio padovano del commercialista di Galan, controlla il 40 della Ans Indonesia e il 50 per cento della Insar Indonesia.
Sempre dal bilancio si scopre che “il gruppo Isar Gas nel 2012 ha venduto … per un fatturato complessivo di 126,5 milioni di dollari con un Ebit (cioè utile prima delle tasse) di 12,6 milioni di dollari “portando Isar Gas a diventare il secondo gruppo indonesiano nella distribuzione del gas”, scrive il presidente della Thema Italia che nel 2012 era anche il socio al 55 per cento: Roberto Bonetto, estraneo all’entourage del politico e a tutti gli affari contestati.
Gli investigatori scrivono che la famiglia del commercialista di Galan, Paolo Venuti, possiede però obbligazioni della Thema per un valore superiore a un milione di euro tramite un mandato fiduciario alla Sirefid dietro il cui schermo si intravede la moglie di Venuti.
La società  fiduciaria Sirefid, notano gli investigatori con malizia, è la stessa usata dai coniugi Galan per altre operazioni.
Dopo la notifica degli accertamenti bancari a ottobre 2013, però, le obbligazioni della Thema sono state rimborsate ai Venuti e il milione di euro è finito in Croazia. Ovviamente su un conto corrente fiduciario ma intestato a un’altra società : la Unione Fiduciaria Spa.
Agli atti c’è un’intercettazione nella quale la moglie di Venuti, Alessandra Farina dice al marito: “Cosa dici tu di questi affari della Sandra (la moglie di Galan, ndr) che sembra che stia diventando miliardaria?” e poi ancora: “Non è la Sandra ma è Giancarlo a cui viene riconosciuto assolutamente un ruolo perchè la Sandra, Scaroni…”.
Poi Venuti spiega alla moglie che il gas, in Italia, arriva al gassificatore di Porto Tolle e poi i due parlano di affari da miliardi sognati dalla moglie di Galan.
Il commercialista dice: “O fai il colpo gobbo o non è da loro”.
La moglie chiosa: “cosa vuol dire, che chiudono tutto e vanno alle Bahamas?”.

Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano“)

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MA QUANDO DICHIARIAMO GUERRA ALLE MAZZETTE?

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

PER IL MOSE CI SONO VOLUTI NOVE VOLTE I TEMPI DEL COLOSSALE PONTE SUL DONGHAI

«Votatelo, pesatelo, se sbaglia impiccatelo», diceva un antico adagio veneziano.
Certo, se anche le accuse contro Giorgio Orsoni, Giancarlo Galan e gli altri politici e affaristi coinvolti nell’inchiesta trovassero conferma nei processi e nelle sentenze, nessuno pretende corda e sapone.
Il quadro di corruzione disegnato dai giudici, però, è così vasto da imporre finalmente una guerra vera, non a chiacchiere, contro la mazzetta
L’«affare» del Mose è esemplare. Perchè c’è dentro tutto.
C’è dentro lo spaccio dell’«emergenza», dei lavori da fare a tutti i costi in tempi così drammaticamente rapidi da non consentire percorsi lineari nei progetti, nella scelta degli esecutori, nelle gare d’appalto, nelle commesse.
Risultato: di fretta in fretta sono passati 31 anni, nove volte di più di quelli bastati alla Cina per fare il ponte di Donghai, che coi suoi 32 chilometri a 8 corsie sul mare collega Shanghai alle isole Yangshan
C’è dentro l’idea della scorciatoia per aggirare (non cambiare: aggirare) le regole troppo complicate con la creazione d’un concessionario unico, il Consorzio Venezia Nuova che, dopo tre decenni passati senza lo straccio di una concorrenza e dopo essere stato così pesantemente coinvolto negli scandali coi suoi massimi dirigenti, giura oggi d’essere estraneo alle brutte cose e pretende di presentarsi come una verginella al primo appuntamento.
C’è dentro quel rapporto insano tra la cattiva politica e il cattivo business così stretto da chiudere ogni spazio ai controlli veri sui costi, sui materiali, sugli uomini, sui tempi.
Basti ricordare l’impegno preso dall’allora vicepresidente del consiglio Gianni De Michelis il 4 novembre 1988, quando dopo anni di tormentoni fu presentato il prototipo del Mose: «La scadenza? Resta quella del 1995. Certo, potrebbe esserci un piccolo slittamento…».
Sono passati quasi vent’anni, da quella scadenza: ci saranno anche stati degli intoppi, ma cosa succederebbe, in Germania o in Olanda, se lo Stato si sentisse preso per i fondelli sui tempi in modo così sfacciato?
E cosa direbbero i leghisti da tre lustri al governo del Veneto se un cantiere interminabile come quello del Mose fosse ancora aperto dopo tanti anni a Reggio Calabria o a Napoli?
C’è dentro il disprezzo per i pareri discordanti e più ancora, alla faccia del chiacchiericcio federalista, per le opinioni del Comune, tagliato fuori da decisioni prese altrove: «Sinistra e destra, sul Mose, erano d’accordo, e io sono rimasto inascoltato», ha accusato più volte, negli anni, Massimo Cacciari.
Ieri l’ha ripetuto: «Le procedure erano tali che da sindaco io non potevo toccare palla». Una linea verticistica che la Serenissima non avrebbe accettato mai.
Al punto di pretendere, se c’erano di mezzo opere idrauliche, che oltre a quello degli ingegneri si sentisse il parere di «otto pescadori» e cioè «due da S. Nicolò, uno da Sant’Agnese, uno da Muran, due da Buran e due da Chiozza».
E poi c’è dentro, in questa brutta storia, il continuo rincaro delle spese, la peste bubbonica delle nostre opere pubbliche: doveva costare un miliardo e trecento milioni di euro attuali, il Mose.
E di anno in anno, di perizia in perizia, di furbizia in furbizia, ha sfondato i cinque miliardi e non è detto che ne basteranno sei
C’è dentro la blandizia verso i possibili «amici» e insieme l’insofferenza arrogante verso ogni critica, come nel caso della stupefacente querela per «accanimento mediatico» (avevano dato battaglia sui giornali) contro Vincenzo Di Tella, Paolo Vielmo e Giovanni Sebastiani, tre ingegneri rei di avere criticato il costosissimo progetto delle paratie mobili, la gallina dalle uova d’oro del consorzio.
C’è dentro la ripartizione di incredibili privilegi, come ad esempio, per citare le Fiamme Gialle, «il compenso di un milione di euro riconosciuto nel 2009» all’allora presidente Giovanni Mazzacurati «a titolo di “una tantum”, nonchè i periodici rimborsi spese privi di giustificazione contabile», per non dire delle case affittate in California, delle consulenze distribuite ad amici e parenti o della liquidazione finale di 7 milioni di euro incassata dopo l’arresto: l’equivalente di trentuno anni di stipendio del presidente della Repubblica.
Una buonuscita stratosferica, per un uomo finito in manette
E tutti soldi pubblici. Sia chiaro.
Tutti soldi privatamente gestiti come in una combriccola di società  private ma tirati fuori dalle tasche degli italiani. Per amore di Venezia. Per salvare Venezia dall’acqua alta dovuta non solo ai capricci della Natura e del Fato ma anche a interventi come la cosiddetta «sussidenza», cioè lo sprofondamento del suolo dovuta al pompaggio dell’acqua dolce nel sottosuolo o la creazione del canale dei petroli, un canyon lungo 14 chilometri, largo 200 metri e profondo fino a 17, scavato nel ventre di una laguna delicata la cui profondità  media era di 110 centimetri.
E torniamo al rispetto per l’acqua, la terra, le barene della Serenissima Repubblica.
«Tre condition de homeni ruinano la Laguna: li Signori, li Inzegneri e li Particulari», cioè i proprietari, scriveva nel ‘500 il Magistrato alle acque Cristoforo Sabbadino.
Scordava gli affaristi dell’appalto facile. Quelli della spartizione fra sodali.
Che non guardano alla destra o alla sinistra ma al business. O, per dirla alla veneta, ai «schei». Montagne di «schei».
Certo è che quest’ultima ondata di arresti colpisce i cittadini italiani, proprio mentre mostravano di voler credere in un riscatto e in una nuova speranza, come una frustata in faccia.
E dimostra che, nella scia dei moniti di papa Francesco che batte e ribatte contro il «pane sporco» del «dio tangente», è indispensabile una svolta vera. Nei fatti.
L’Expo 2015, i restauri a Pompei, il G8 alla Maddalena e poi all’Aquila, i primi interventi e poi la ricostruzione in Abruzzo, i Mondiali di nuoto, il Mose…
Non c’è Grande Evento, da anni, che non sia infettato dalla corruzione. E dopo ogni arresto, lagne su lagne. E tutti a chiedersi come sia possibile, come mai non cambi mai niente, perchè proprio qui e bla bla bla…
Poi, passata la tempesta di sabbia, appena si posa la polvere, le leggi che parevano ur-gen-tis-si-me vengono rinviate dal lunedì al martedì, poi alla settimana dopo, poi al mese seguente, poi all’autunno e da lì all’estate successiva…
Eppure è tutto chiaro: per vent’anni, come denunciano don Luigi Ciotti, Piercamillo Davigo e tanti altri, ogni sforzo della cattiva politica (troppo comodo dare tutta la colpa ai berlusconiani) è stato dedicato a smontare le leggi che c’erano e a buttare bastoni tra le ruote dei giudici.
Pochi numeri: nel decennio dopo la stagione di Mani Pulite, 1996-2006, secondo l’Alto Commissariato, le condanne per corruzione precipitarono dell’83,9%, quelle per concussione del 90,4%, quelle per abuso d’ufficio del 96,5%.
Come mai? Perchè l’Italia è più pulita? Magari!
L’abbiamo scritto ma vale la pena di ripeterlo: dice il rapporto 2013 dell’Institut de criminologie et de droit pènal curato dall’Universita di Losanna, che nelle nostre carceri solo 156 detenuti, lo 0,4% del totale, sono lì per reati economici e fiscali, tra cui la corruzione e la concussione.
Una percentuale ridicola. Dieci volte più bassa rispetto alla media europea del 4,1%.
È una coincidenza se la Germania, il Paese di traino del Continente, ha le galere più affollate di «colletti bianchi»?
Ed è solo una coincidenza se noi, che arranchiamo faticosamente in coda, ne abbiamo 55 volte di meno?

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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I VERDI SNOBBANO GRILLO: “NON SEI SINCERO”

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

GRILLO TEME, IN CASO DI VOTO CONTRARIO SUL WEB, DI RIMANERE ISOLATO E CONTATTA PERSINO I CONSERVATORI INGLESI

Dopo aver bastonato i Verdi per giorni, Beppe Grillo chiede ufficialmente un incontro agli ambientalisti europei.
La novità , però, è che gli ecologisti si accorgono del bluff e respingono al mittente la proposta: «Abbiamo dei dubbi, l’offerta di dialogo di Grillo è reale oppure una semplice copertura di una decisione ormai presa?».
Tutti hanno capito, insomma, che il Movimento viaggia spedito verso l’accordo con l’Ukip. E preferiscono non sprecare tempo.
Il patto con gli euroscettici britannici sarà  sancito dal voto degli attivisti il prossimo 12 giungo con un referendum on line.
La proposta di un faccia a faccia con i Verdi arriva di buon mattino sul blog.
Tocca a Messora, in un post, riferire di aver cercato un contatto con il leader no global e ambientalista Josè Bovè.
Per questo, a sera, recapita alla segretaria generale del gruppo verde Vula Tsetsi la richiesta formale di un incontro.
Nel frattempo, però, i grillini sondano anche i Conservatori inglesi guidati dai tories di David Cameron.
I Verdi, però, non ci stanno. Divisi al loro interno sul “caso Beppe”, fanno il punto in un’accesa riunione a Bruxelles.
La delegazione tedesca è contraria e minaccia strappi, mentre gli ecologisti francesi premono per un accordo.
Non a caso Bovè confida al Fatto quotidiano : «L’incontro si tenga in streaming». A sera, comunque, arriva il brusco stop.
In casa pentastellata, intanto, si prepara un’autentica rivoluzione. È ormai quasi certo il reset dello staff della comunicazione della Camera e l’annuncio dei nuovi responsabili.
Solo un faccia a faccia tra Nicola Biondo e Gianroberto Casaleggio, previsto già  oggi a Milano alla presenza dei capigruppo, può modificare i piani del quartier generale.
Al Senato, intanto, Claudio Messora lascia la poltrona di capo comunicazione, traslocando a Bruxelles per seguire i neo eletti.
Per i deputati, intanto, è il giorno dell’ennesima seduta di autocoscienza.
Disertato da mezzo gruppo parlamentare, il summit di Montecitorio segna l’ennesimo conflitto interno al Movimento.
I dissidenti storici, preso coraggio dopo lo shock elettorale, osano addirittura esplicitare il “problema Casaleggio”: «È lui che dipende da noi – chiedono all’unisono – o siamo noi che dipendiamo da lui per la comunicazione?».
La domanda sembra retorica. A un certo punto si affaccia pure Silvia Virgulti, la “tv coach” che criticò il cappellino di Casaleggio a In mezz’ora.
Non c’è Biondo, invece. Anche i moderati, esasperati da mesi di cerchio magico, mettono nero su bianco le proposte per cambiare radicalmente rotta.
«Smettiamola di salire sui tetti e di occupare i banchi del governo», si scaldano.
Lo scontro continua.

Tommaso Ciriaco

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SAMPDORIA CONTRO IL GIOCO D’AZZARDO: RESCISSO IL CONTRATTO CON SPONSOR GAMENET

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

UN BEL SEGNALE: IL PRESIDENTE GARRONE ACCOGLIE L’APPELLO DEL SINDACO CHE AVEVA CHIESTO DI RINUNCIARE ALLE SPONSORIZZAZIONI DEI COLOSSI DELLE SLOT

La Sampdoria è “una signora vestita coi colori della sera”. Dall’anno prossimo, con ogni probabilità , potremo godere a pieno della bellezza delle tinte blucerchiate della “regina sotto i riflettori” di cui parla Lettera da Amsterdam, l’inno della squadra genovese.
“Stiamo trattando con una realtà  locale, se non chiuderemo l’accordo giocheremo senza sponsor sul petto” ha spiegato il presidente doriano Garrone.
La società  ha rescisso il contratto con Gamenet. Dopo tre anni le loro strade si separano per una scelta consapevole e non indolore da parte del club.
Gamenet, gruppo nato nel 2006, è uno dei maggiori concessionari dei monopoli di stato per il gioco d’azzardo. “Rappresentiamo una realtà  tra le più complete del settore” si legge sul sito.
La loro offerta comprende la gestione di sale slot e di siti per le scommesse sportive e il poker.
Una branca dell’azienda fornisce formazione agli operatori del gioco legalizzato. “Sono soddisfatto — ha detto Marco Doria — il club dimostra grande sensibilità  e ha il mio pieno sostegno”. Da quando è diventato sindaco di Genova, Doria si è ritrovato davanti al dilagare della ludopatia in città  e ha provato a mettere un argine.
Poco più di un anno fa, in una delle sue ultime uscite pubbliche, don Andrea Gallo portò in piazza oltre mille persone per protestare contro l’apertura di una sala slot nel quartiere Pegli.
Nelle settimane successive l’amministrazione ha emanato un regolamento che contiene norme restrittive sull’insediamento di nuovi locali per il gioco d’azzardo e stabilisce una distanza minima di trecento metri da parchi, scuole, campi sportivi e luoghi di culto.
Genova ha anche dato vita a una Consulta permanente sul gioco con premi in denaro e proprio in questi giorni ha lanciato la campagna “Non azzardatevi, qui il gioco resta fuori”.
Un’adesivo con questa scritta sarà  attaccato alla vetrina degli esercizi commerciali che rinunceranno agli introiti dell’azzardo.
Al capoluogo ligure, ha spiegato di recente l’assessore alla legalità  Elena Fiorini, spetta il primato italiano di città  con il maggior numero di sale slot tra quelle sopra i 200 mila abitanti: sono oltre 70, una ogni 10 mila persone e ogni 235 metri.
I genovesi si giocano in media 755 euro a testa l’anno.
L’appello a rinunciare alle sponsorizzazioni dei colossi dell’azzardo era arrivato proprio da Palazzo Tursi.
A dire il vero l’invito era rivolto a entrambe le squadre della città , ma per ora solo una ha risposto. Sì, perchè anche il Genoa è sponsorizzato da un’azienda concessionaria dei monopoli di stato.
Si tratta della Izyplay che, come Gamenet, gestisce scommesse, bingo e poker online. Dal 2010 il marchio dell’agenzia appare sulla t-shirt rossoblu, Izyplay è tra gli sponsor anche di Lazio e Milan.
Mentre il calcioscommesse ritorna a fare parlare di sè, il rapporto tra le aziende del gioco d’azzardo e il mondo del calcio è sempre più stretto.
La lega cadetta si chiama Serie B Eurobet e sono numerose le squadre che ricevono finanziamenti da realtà  che operano nel settore, con grande predominio da parte delle agenzie online di scommesse sportive.
La Gazzetta dello Sport, quotidiano di riferimento per gli appassionati di pallone, ha nei suoi piani un accordo con la multinazionale Playtech per lanciare il sito di scommesse Gazzabet.
Un’ipotesi contro cui i giornalisti si sono battuti sin dall’inizio, ma che alla fine pare proprio si farà . Le agenzie del gioco d’azzardo, inoltre, comprano decine di spot televisivi durante le partite e riempiono gli stadi dei cartelloni con il loro nome.
Non solo in Italia funziona così: l’austriaca Bwin ha sponsorizzato negli anni Milan, Bayern Monaco, Real Madrid e la Liga Portoghese, per rendere l’idea della sua potenza d’investimento.
In Premier League il Fulham e l’Aston Villa hanno un contratto rispettivamente con MarathonBet e Dafabet.
Dopo gli scandali di match fixing degli ultimi mesi, che non hanno risparmiato il calcio britannico, la federazione ha deciso di non accettare come sponsor principale una società  di scommesse.
In Italia, per ora, il buon esempio è circoscritto a una sponda del Ponente ligure.

Dario Falcini

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CONTRO LA CORRUZIONE RENZI NON HA FATTO NULLA, SOLO PROMESSE

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

ANNUNCI RIPETUTI PER RILANCIARE UN TEMA SU CUI ORA IL GOVERNO DOVREBBE PRESENTARE UN DISEGNO DI LEGGE

Tra 24 ore sapremo se il governo Renzi passerà  dalle parole ai fatti nella lotta alla corruzione.
Venerdì, infatti, durante il consiglio dei ministri, dovrebbero essere stabiliti i poteri di Raffaele Cantone in merito al suo ruolo di controllore di Expo 2015, dopo gli arresti per gli appalti ottenuti, secondo la procura di Milano, a colpi di tangenti.
Tanto per essere chiari, ci sarebbero i fatti e non gli annunci, per esempio, se Cantone avrà  il potere di revoca di un appalto, nel caso in cui non dovesse corrispondere a requisiti di trasparenza.
Ma Renzi, il 9 maggio, dopo aver indicato in Cantone il “controllore” di Expo 2015, ha detto che bisogna essere cauti sui poteri straordinari: “Va fatta una verifica dal punto di vista amministrativo. E poi Cantone non è un supereroe … non può essere un sostituto del pm a Milano, ma neanche un passa-timbri”.
L’ex magistrato anti camorra, comunque, è stato chiaro, non vuole essere uno specchietto per le allodole: “Non ho intenzione nè voglia di fare gite milanesi”, ha detto il 15 maggio, rispondendo agli studenti di Giurisprudenza dell’Università  di Napoli, “allo stato non c’è possibilità  che l’Autorità  anticorruzione possa occuparsi delle vicende dell’Expo.
Il tema è provare a individuare poteri specifici transitori e che riguardino solo quell’evento. Questi poteri servono e dovranno essere tali da lasciare indipendente l’Autorità ”. Appena il giorno prima La Repubblica aveva titolato: “Renzi: ‘Interdizione perpetua per chi prende tangenti’”. E il 18 maggio: “Corruzione, giro di vite sul falso in bilancio. Più poteri a Cantone”.
L’esecutivo guidato dal premier-rottamatore, che vuole fare tutto e subito, da febbraio ad oggi ha fatto diversi annunci, ma nessuna legge, per altro a costo zero, su riforma della prescrizione, sul reato di autoriciclaggio, sulla riforma del falso in bilancio, depenalizzato dal governo Berlusconi 2001-2002 e mai rivisto.
Addirittura non c’è stato neppure un annuncio sulla lotta alla corruzione, il 22 febbraio, quando Renzi si è insediato con il discorso di rito in Parlamento.
Eppure l’Europa ha continuato a strigliarci.
L’ultima stoccata ce l’ha tirata lunedì: la Commissione Ue ci ha chiesto di riformare “in particolare la prescrizione entro la fine del 2014” e di rafforzare i poteri dell’Autorità  nazionale anticorruzione.
Il riferimento della Ue è al fatto che l’Autorità  ha poteri di indagare ma non ha poteri sanzionatori. Insomma ha le armi spuntate.
Lo ha osservato anche Cantone, nominato il 16 aprile presidente dell’organismo. Ed è stato lui stesso a chiedere più poteri.
Ma ad oggi non ci sono, come non c’è la nomina di altri 5 commissari indipendenti. Forse saranno designati entro la prossima settimana.
Appena tre mesi fa, a febbraio, la Ue aveva segnalato le criticità  anche della legge Severino sul cosiddetto spacchettamento del reato di concussione, per costrizione o per induzione; e ancora sulla corruzione privata, l’autoriciclaggio e la prescrizione, la bestia nera.
L’Italia, infatti, è un caso più unico che raro in Europa: la prescrizione si conta dall’anno in cui sarebbe stato commesso il reato, a prescindere da quando viene scoperto e perseguito e continua per tutto l’iter giudiziario, processi compresi. Anche su questi punti tutto tace.
Sembrava che potesse cambiare ad aprile. Il 21 si è parlato di lotta alla corruzione nel documento economico e finanziario, ancora una volta con promesse di intervento su falso in bilancio, prescrizione e autoriciclaggio, ma è un nulla di fatto.
Il ministro della giustizia Andrea Orlando assicura che si affronterà  tutto dopo la fine di un “clima di rissa permanente”.
Solo una settimana prima il Corriere della Sera aveva titolato: “Giustizia: riforme a tappe. Un decreto sugli arretrati”.
Il 22 maggio, dopo le critiche di Raffaele Cantone contro il ddl anticorruzione, il governo scrive un testo sull’autoriciclaggio e lo inserisce nel progetto fermo alla Camera.
Il magistrato aveva definito la vecchia proposta sull’autoriciclaggio “inapplicabile perchè prevede che ci sia ‘nocumento all’economia’, un meccanismo assolutamente vago”.
Il voto sul ddl, previsto per il 10 giugno al Senato, probabilmente slitterà . E venerdì il consiglio dei ministri potrebbe presentare un disegno ad hoc.

Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A CANTONE: “ISPETTORI CON PIU’ POTERI E VANNO REVOCATI GLI APPALTI”

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

L”AUTHORITY ANTICORRUZIONE DOVREBBE COMBATTERE IL MALAFFARE IN ITALIA CON 26 DIPENDENTI

Reduce da un’ora e più a Palazzo Chigi, faccia a faccia con Renzi, Cantone si rifugia nel suo ufficio di piazza Augusto Imperatore.
Prevale, ma solo per un breve attimo, il fatalismo della sua napoletanità . Gli scappa un «e che vuo’ fa… qua ogni giorno ce n’è una…».
Poi torna il puntiglioso Cantone di sempre. Riservatissimo sull’incontro col premier. Preoccupato per l’indagine di Venezia. Estremamente critico sulla legge che regola gli appalti, che «va cambiata», perchè «troppe opere fatte con deroghe finiscono quasi sempre con fatti di corruzione».
Quanto agli appalti finiti a imprenditori corrotti ricorda che nella legge Severino già  esiste il «patto di integrità » per cui già  oggi potrebbero essere revocati.
Venezia, l’indagine, che ne dice?
«Nel merito non parlo. Ma quello che inquieta è il coinvolgimento trasversale di soggetti diversi, non solo imprenditori e politici, ma anche pezzi del sistema dei controlli, a dimostrazione di come la corruzione riesca a pervadere ambiti più vari. L’indagine verificherà  i fatti, ma le cifre pagate appaiono subito molto rilevanti ».
Scusi, ma a guardarsi bene qui intorno, non è un po’ troppo piccola questa sua struttura?
«In che senso?».
In senso fisico. Ma in quanti siete qua dentro?
«26».
Mi sta dicendo che l’Authority anticorruzione che lei guida ha meno di 30 dipendenti?
«Sì, ne ha 26».
E lei con 26 persone vuole fare lo zar anti-corruzione? Ma non ha chiesto più uomini a Renzi?
«Non sono abituato a lamentarmi dopo aver assunto un impegno. Ho evidenziato le criticità  nella normativa e su questo ho rimesso il giudizio alle valutazioni politiche. Ma con 26 persone e quello che mi daranno in futuro garantisco comunque il massimo impegno possibile. E non dico di più».
Gli occhi del Paese sono puntati su di lei. E lei lo sa. Su di lei e su Renzi, in attesa che sferriate un colpo serio contro i corrotti. Ma ci vogliono gli strumenti però. Che gli ha chiesto?
«Mi dispiace, la mia riservatezza è assoluta. Posso solo dire che abbiamo parlato di quale potrebbe essere il ruolo dell’Autorità  anti-corruzione nell’Expo, gli ho spiegato quali sono i nostri problemi e le nostre criticità ».
E sarebbero?
«Bisogna migliorare la qualità  ispettiva, ampliare il potere sanzionatorio e consentire all’Anac di essere più efficiente nei controlli che fa».
Lei aveva detto «non faccio gite a Milano ». Adesso dovrà  andare anche a Venezia, diventerà  commissario pure per il Mose?
«Di questo non si è parlato e non credo affatto che si farà ».
Perchè non è possibile? Forse perchè non si può commissariare tutta l’Italia?
«Sarebbe una soluzione che ha senso solo per casi specifici, ma una Anac che tappa i buchi dove emergono corruzioni è fuori dal mondo e nessuno francamente ci ha pensato».
Però c’è la sua Authority che può vigilare su tutto, ma deve essere messa in grado di farlo, visto che fino ad ora è stata una scatola vuota…
“Non credo che questo giudizio così tranchant sia giusto. Teniamo presente che la legge Severino è in vigore da un anno e le Pubbliche amministrazioni stanno facendo fatica ad adeguarsi alle regole. È fisiologico che non ci siano ancora risultati. E poi voglio insistere sul fatto che l’Anac non si occupa di singoli fatti di corruzione, ma del rispetto delle regole sulla prevenzione alla corruzione. Non necessariamente dove c’è stata una violazione delle regole si è verificata anche una corruzione, nè avviene il contrario. Gli anticorpi che noi possiamo via via immettere, e che però non hanno una funzione salvifica, dovrebbero almeno ridurre gli effetti ».
Uno scandalo alla settimana e lei parla di anticorpi? Pensa che gli italiani disgustati e che pagano la corruzione di tasca loro la capiscano?
«Mi rendo conto che la reazione può essere questa, ma non si può pensare che ciò possa diventare responsabilità  di una singola autorità . Bisogna affrontare la corruzione fuori dall’emergenza, quando non ci sono fatti corruttivi, perchè lavorare sull’emergenza è la soluzione peggiore ».
Si è già  reso conto che potenzialmente, in ogni comune che appalta, si può nascondere un caso di corruzione? Non è una lotta impari e sicuramente perdente? Questo l’ha detto a Renzi?
«Non siamo entrati nello specifico. Ma c’è un problema sulla legge per gli appalti. Opere fatte con deroghe finiscono quasi sempre con fatti di corruzione. C’è una legge inadeguata a gestire le grandi opere. C’è troppo formalismo per le piccole amministrazioni e un difetto per le grandi. C’è sempre bisogno di deroghe, giustificate per fare le opere, che poi producono corruzione. La legge sugli appalti non è adeguata e va cambiata».
Lei è qua da 40 giorni, prova a dirmi che cosa le manca di più?
«Nonostante le difficoltà , abbiamo avviato un numero incredibile di attività , dai controlli sulla trasparenza e sui piani anti-corruzione, all’aver attivato meccanismi ispettivi in moltissime stazioni appaltanti. Per il momento, e con la situazione che ho in termini di forze, mi posso dire soddisfatto».
Ispezioni sugli appalti? Di che si tratta?
«Della verifica se i piani anti-corruzione e i piani di trasparenza sono partiti. Il nostro compito è questo. Applicare appieno la Severino».
Bisogna cambiare o aggiornare questa legge?
«Sì, la legge merita un tagliando, ci sono cose da cambiare, soprattutto sui poteri dell’Anac e sulla prevenzione».
Expo, Mose e gli altri appalti corrotti. Si possono revocare? Lei ha chiesto questo potere?
«Non ne ho parlato con Renzi, ma sicuramente è uno dei temi da affrontare. Bisogna farlo ab origine, perchè è difficile intervenire adesso. Ma quando dimostri che un appalto è oggetto di attività  corruttiva è moralmente paradossale che il soggetto che lo ha conseguito continui a lavorare. Servono meccanismi a monte. La Severino prevede il patto di integrità , una clausola nei contratti che consente la revoca se si verifica un fatto di corruzione. È uno strumento utilissimo che già  esiste e che mi auguro che venga applicato…».

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA A CACCIARI: “TROPPI SOLDI E NIENTE CONTROLLI, INEVITABILE CHE SPUNTASSERO LE TANGENTI”

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

“E’ STATO CREATO UN MOSTRO SENZA CONTROLLO, UN’OPERA DI SETTE MILIARDI AFFIDATA A UN CONCESSIONARIO UNICO”… “NEL 2006 FUI L’UNICO A OPPORMI, MA PRODI NON MI DIEDE ASCOLTO”

Professor Cacciari, lei è stato il principale sostenitore del sindaco Orsoni, già  dalle primarie. Cosa ha pensato, quando ha saputo che era stato arrestato per una faccenda di soldi?
«Ho provato una grande angoscia. Le dico onestamente che in alcuni casi qualcuno può dire: io sapevo. Ma su Orsoni, è difficile dire che si sapesse qualcosa. Anzi, era assolutamente impossibile immaginare qualcosa del genere. Per me è stata un’enorme sorpresa. Dolorosissima. Non perchè sia particolarmente amico di Orsoni, ma perchè credo che, come me, nessuno a Venezia potesse sospettare lui di cose meno che lecite. Quindi non so, starò a vedere. Certo che ti viene da pensare: forse questi meccanismi sono talmente logorati e pieni di crepe, che quando ci sei dentro ci cadi. Ma il caso di Orsoni mi lascia davvero sconcertato. Gli auguro di poter chiarire tutto e di uscirne presto e benissimo, anche se non so nulla delle accuse».
Questo Mose sembra proprio nato sotto una cattiva stella.
«Ma questa stella, nelle sue dimensioni strutturali, brillava alta su nel cielo. E qualche re magio poverino la seguiva da tempo…».
Cioè lei.
«Certo. Non c’è nulla di misterioso in questa stella del Mose. Che è nata nel 1985-86, e ha brillato ininterrottamente fino a ieri nel cielo di Venezia. Sotto qualsiasi governo, sotto qualunque presidente del Consiglio. E qui vorrei ricordare alcuni fatti che non hanno nulla a che vedere, in sè, con la dimensione giudiziaria »
Per esempio?
«La sua nascita, per cominciare. Se una grande opera pubblica come questa, che alla fine verrà  a costare circa sette miliardi di euro, non so se rendo l’idea, viene fatta decidendo che chi la fa è un concessionario unico, che può seguire l’opera e realizzarla in tutte le sue fasi praticamente senza mai ricorrere a una gara di trasparenza pubblica che sia una, che può strafottersene per venti anni e passa di una serie di posizioni che vengono periodicamente dal Consiglio comunale e da altri organi amministrativi, che può spendere al di là  di ogni controllo, si crea una situazione poco chiara e poco trasparente… ».
È stato creato un mostro senza controllo, dice lei. Con il consenso di tutti i governi.
«E non ho finito. L’ultimo capitolo è stata la riunione del “comitatone”, 22 novembre 2006, presieduto da Romano Prodi. Dopo due anni di intenso dibattito condotto in prima persona dal sottoscritto, come sindaco di Venezia, io presentai a quella riunione un’amplissima documentazione e una relazione nella quale ricordavo le perplessità , uso un eufemismo, sulla conduzione di un’opera di questa mole attraverso la procedura di un concessionario unico, e ricordavo che c’era stato un solo giudizio di impatto ambientale, uno solo, ed era stato negativo. Ricordavo anche che mancava il progetto esecutivo. Perchè se io come sindaco avessi mandato in appalto un’opera cento volte più piccola senza l’esecutivo finale, sarei finito direttamente nelle patrie galere. Dissi tutto questo, e votai no: contro Prodi».
Ricordo perfettamente che lei era contrario al Mose. Però forse la corruzione sarebbe arrivata lo stesso anche se si fosse preferito un altro progetto.
«Io non sono un ingegnere, ma avevo proposto le soluzioni alternative suggerite da autorevolissimi esperti. Nessuno ci ha ascoltati. Il sottoscritto, quando andava ad esporre le sue perplessità , era tollerato. Sono riuscito a parlare sì e no cinque minuti manco con Prodi, ma con Enrico Letta, allora sottosegretario. E non parliamo dei giornali. Viva l’opera! Comunque, una fatta la scelta, io dissi: io non sono contrario all’opera, sono contrario a un’opera fatta così. La mia opposizione nasceva dalla certezza che la procedura scelta avrebbe potuto portare ad esiti ed effetti come quelli che si sono verificati oggi».
La corruzione, secondo i magistrati, sarebbe cominciata nel 2005.
«Ma certo. Se c’era un giro di mazzette sarà  partito anche prima. Io non so nulla di questa indagine e mi auguro che tutti vengano assolti o prosciolti. Che gli venga chiesto perdono, persino. Ma non mi si venga a dire che la cosa non poteva essere seguita diversamente. Non si possono fare le opere pubbliche così. Perchè oggi è il Mose, ieri L’Aquila e l’Expo, domani chissà . Lavorare costantemente con l’emergenza, o dire che le grandi opere vanno date in mano al Napoleone di turno, è una logica criminogena ».
Ecco, ma è possibile che in questi anni a Venezia nessuno abbia sentito l’odore di questa corruzione? L’assessore Bettin ha detto: qualcosa si sapeva.
«Una qualche vox populi c’era. Soltanto che io non faccio il magistrato e non faccio il poliziotto. Quello che so e che ho detto era più che sufficiente perchè si sorvegliasse e si controllasse in modo più pervasivo questa colossale operazione da sette miliardi di euro. Questo non è stato fatto. Neanche dalla Corte dei conti: io sono andato anche lì a portare il malloppo delle mie contestazioni, in una seduta pubblica».
E com’è andata?
«Ho parlato cinque minuti, nell’indifferenza totale».
Oggi a Venezia la politica è in ginocchio. Come può rialzarsi? Come se ne esce?
«Intanto dobbiamo aspettare le sentenze, che potranno aggravare o ridimensionare le accuse ad alcuni dei personaggi coinvolti. Certo, la catastrofe è grande ed è del tutto trasversale. Se ne esce con una grande riforma culturale e politica. Se ne esce con partiti che selezionano in modo più adeguato la loro classe dirigente, con partiti che hanno delle idee e dei programmi e non solo la volontà  di occupare il potere…».

Sebastiano Messina
(da “La Repubblica“)

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