Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE: “QUEI 200.000 EURO CONSEGNATI IN ALBERGO”…E SPUNTA ANCHE UN TENTATIVO DI BLOCCARE L’INDAGINE DEI PM
Il penultimo governatore del Veneto, Giancarlo Galan, era a libro paga dei costruttori del Mose. Per cinque anni almeno. Uno stipendio annuale, tra i novecentomila euro e il milione.
Ricevuti tra il 2005 e il 2008, gli anni in cui il presidente doveva velocizzare gli uffici tecnici, ammorbidire la commissione di salvaguardia e pure la sezione controllo della Corte dei Conti di Venezia, chiamata a verificare le procedure dell’opera.
Gli inquirenti hanno individuato un altro «stipendio da un milione» intascato da Galan nel 2012, stagione in cui i cantieri in laguna presero velocità . Corruzione contro i doveri d’ufficio, è ora l’accusa.
La cifra di «profitto» stimata è di 4-5 milioni di euro.
A questa contabilità giudiziaria dovrà essere aggiunta l’evasione fiscale: «Galan non ha pagato alcuna imposta sul reddito sulle persone fisiche», si legge nell’ordinanza. Gli «stipendi annuali» girati dal presidente del Consorzio Nuova Venezia, Giovanni Mantovani, avevano un percorso lungo, per non farli emergere.
L’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso (ora in carcere), ritirava i contanti dall’imprenditore Mazzacurati, quindi li consegnava alla sua segretaria che portava il denaro direttamente a Galan
La Procura di Venezia sostiene che il presidente regionale abbia fatto lavorare imprese legate alla Mantovani (capofila del consorzio Mose) con le quali «era in debito di favori».
E ancora, Galan e il suo assessore faccendiere Chisso, tramite prestanome, avevano quote sociali (il 7%) nella Adria Infrastrutture, controllata direttamente dalla Mantovani spa e formalmente rappresentata da Claudia Minutillo, 51 anni, per molto tempo potente segretaria dello stesso Galan.
Il presidente della Regione avrebbe agevolato le richieste di Project Financing dell’Adria Infrastrutture. Attraverso un architetto di fiducia, poi, Galan controllava anche il 70% di Nordest Media, altra società del gruppo Mantovani.
La segretaria particolare, Claudia Minutillo, era stata incaricata di portare a San Marino i fondi neri «Regione Veneto-Mose».
Da lì, i contanti venivano dirottati (e riciclati) in una serie di conti all’estero da William Colombelli, burattinaio della finanziaria Bmc.
L’ex segretaria personale, ribattezzata a Venezia La Dogetta, a San Marino era diventata un’aggressiva imprenditrice e con la Bmc Broker attivava appalti banditi dalla Regione e l’organizzazione di eventi da celebrare in Laguna.
Nel febbraio 2013 la Minutillo è stata arrestata per frode fiscale insieme con l’ex amministratore delegato della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, lo stesso che ha raccontato di avere consegnato 200mila euro alla Minutillo «come contributo elettorale alla campagna del presidente Galan all’hotel Santa Chiara».
In cinque interrogatori (l’imprenditore Baita, il suo braccio destro Buson, la stessa segretaria Minutillo) si parla dell’architettura finanziaria creata da Galan per far ristrutturare la sua villa a Cinto Euganeo, nella provincia di Padova, senza spendere un euro e occultando i lavori in una serie di sovrafatture mascherate da lavori per il Mose
La ristrutturazione della prestigiosa villa costò 1,8 milioni. Galan l’aveva acquistata nel 2007 e, subito, aveva affidato i lavori di ristrutturazione all’architetto amico Danilo Turato.
Il cantiere durò due anni e, su consiglio del commercialista di Galan, Paolo Venuti, l’architetto emise fatture gonfiate per alcuni lavori realizzati nella sede della società Mantovani e al mercato ortofrutticolo di Mestre.
Da quei sovrapprezzi si riuscì a ricavare un milione e centomila euro: il costo della ristrutturazione eccetto il rifacimento della Barchessa, il corpo laterale dell’edificio.
I 700 milioni mancanti Galan li troverà nel 2011.
Come? Farà chiamare l’ad della Mantovani, Piergiorgio Baita, «tramite l’addetto stampa Miracco» e gli chiederà di mettersi in contatto con il suo commercialista.
Sarà il professionista a chiedere a Baita un aiuto per una parte delle spese.
«Ma Galan ha voluto incontrarli di persona», ha raccontato l’amministratore ai pm, «e nel suo ufficio mi chiese esplicitamente di coprire le fatture dell’architetto Turato». Nel 2009 Galan inaugurò la villa con il suo matrimonio con Sandra Persegati: trecento invitati, tra cui Berlusconi e Dell’Utri.
Nel 2010 chiuse il mandato in Regione, «…pure il presidente ha continuato a chiedermi denaro: diceva che era diventato ministro e che avrebbe avuto ancora più potere sui miei affari». È sempre Baita a parlare a verbale
L’ordinanza racconta di un tentativo di influenzare l’indagine in corso da parte dello stesso Galan e della Minutillo .
L’imprenditore Mantovani aveva acquistato a caro prezzo (un milione e mezzo di euro) il 51 per cento del giornale «Il Punto». Questo perchè «era un contatto romano di gente appartenente ai servizi», Cicero e Manganaro, e Mantovani doveva pagarli «per avere informazioni e per vedere di deviare l’inchiesta».
Lo ha raccontato nell’interrogatorio del 19 marzo 2013 la Minutillo: «Gli inquirenti venivano pedinati e controllati». A settembre, sulla questione, è stato arrestato il vicequestore di Bologna Giovanni Preziosa, già assessore in quella città .
Infine, sarebbe stato il magistrato Raffaele Tito, detto «lo zio», a rivelare la presenza una microspia della procura nell’auto della segretaria.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
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Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile
FINANZIAMENTO PER 560.000 EURO: “AVEVA CHIESTO UNA CIFRA, POI L’HA AUMENTATA”
Nella casa veneziana dove è agli arresti domiciliari, «alla fermata San Silvestro del vaporetto, prima di
Rialto», raccontano le intercettazioni telefoniche, il sindaco Giorgio Orsoni incontrò otto volte il collettore delle tangenti del Mose, Giovanni Mazzacurati, presidente di Venezia Nuova, il consorzio a cui la costruzione della grande opera da 5,5 miliardi di euro era stata affidata.
Gli incontri si svolsero tra l’8 maggio 2010 e il 6 aprile 2011. E quattro volte servirono a consegnare del denaro. Prima e dopo le elezioni comunali che Orsoni vincerà al primo turno per la coalizione di centrosinistra
«L’ho visto una sola volta in Comune, la sede istituzionale», dirà Mazzacurati in uno dei due interrogatori dedicati al sindaco, «una volta ci siamo dati appuntamento all’Hotel Monaco e in tutte le altre occasioni sono andato a casa sua».
Già , al telefono l’industriale confesserà : «Giorgio è un mio grande amico».
I pm hanno ricostruito finanziamenti per 560mila euro totali al sindaco e al suo comitato elettorale. Quelli portati a Orsoni, di persona, in contanti, sono considerati tutti «fondi neri». «Sono il 90 per cento», ha specificato a domanda il presidente del Consorzio.
I procuratori hanno ricostruito così la suddivisione delle consegne pro-elezioni: 110mila euro al comitato sostenitore del sindaco, 450mila consegnati direttamente a Orsoni. «In tre mesi ho saturato la cifra richiesta… Anche tranche da 150mila euro»
Ecco, negli interrogatori Mazzacurati ha rivelato che la parte in nero è lievitata «perchè Orsoni prima ha chiesto una cifra e poi l’ha aumentata… aveva fatto dei conti ma poi quei soldi non gli sono bastati… subito voleva 100mila euro».
Alla fine la cifra consegnata sarà cinque volte tanto. In alcune occasioni il sindaco di Venezia ha preferito mandare avanti uomini dello staff: «Ci ha chiesto di consegnare il denaro a qualcuno che lo copriva», ancora il presidente del Consorzio Nuova Venezia.
Giorgio Orsoni è accusato di finanziamento illecito, ma in un passaggio dell’ordinanza dell’inchiesta Mose si legge: «Solo in parte quei soldi sono stati usati per l’attività politica». L’aspetto grave, secondo le accuse, è che il sindaco fosse a conoscenza della provenienza del denaro.
Cinquantamila euro provenivano dalle scorte dell’imprenditore Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani: «Il sindaco ne aveva chiesti di più, ne voleva 80mila». Trentamila euro li portò la Clea Scarl di Sandro Zerbin, 50mila euro la Coop San Martino, altri 30mila euro la Cam Ricerche dei fratelli Falconi.
In alcuni casi per «saturare» la campagna elettorale le singole imprese consorziate hanno emesso fatture false: «Prestazioni di servizio» si è archiviato a bilancio.
Al Laguna Palace di Mestre, durante un convegno preelettorale, il sindaco Orsoni venne preso da parte dall’imprenditore-sostenitore Nicola Falconi. Così Falconi racconta al telefono: «Giorgio era stupito della quantità del finanziamento. Mi ha detto: «Voi della Bosca e della Clea siete un gruppo forte, lo sforzo è superiore alle mie attese».
E la seconda volta, ancora il sindaco: «Grazie davvero, abbiamo una certa urgenza». Gli industriali, nelle loro telefonate interne, spiegano: «I soldi dobbiamo mandarli prima delle elezioni, che poi può essere utile battere cassa». E batteranno cassa.
Lo stesso Falconi sarà eletto alla presidenza della società che gestisce l’aeroporto di Venezia Lido, nonostante le resistenze del sindaco.
Rivelerà agli amici le pressioni post-elettorali: «Ho visto Giorgio e gli ho detto: sindaco io sono un uomo suo».
Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile
SE IL RIENTRO AVVERRA’ CON MODALITA’ TRADIZIONALI E BIZANTINISMI PRODURRA’ SOLO UN EFFETTO MELANCONIA, SE RIUSCIRA’ A ESSERE INNOVATIVO POTREBBE ASSUMERE IL RUOLO DI CHI RICOSTRUISCE
“Ho deciso di impegnarmi di nuovo. Ritorno a fare politica attiva anche se con modalità diverse da quelle tradizionali”.
Ecco, è lo stesso Gianfranco Fini, già presidente di An, vicepremier e ministro degli Esteri, vicepresidente della Convenzione europea per le riforme e presidente della Camera, a individuare, parlando con il Tg3, il cuore del problema del suo ritorno.
Se torna con modalità “tradizionali”, il suo tentativo rischia di avere un effetto malinconia e poco altro, oltre che di dividere ancora di più un campo già abbastanza diviso; se torna con modalità davvero “diverse da quelle tradizionali”, allora il discorso è un po’ differente e si allontana il pericolo del velleitarismo.
Se Fini interpreta il suo ritorno semplicemente come funzionale al progetto di mettere assieme tutti i “brandelli” di centro e di destra che non ne vogliono più sapere di stare anche soltanto a (ravvicinata) distanza con Silvio Berlusconi (e la nuova Lega antieuro), tra tatticismi, personalismi e retroscena, il tentativo fallirà nelle spire dei rancori passati.
La politica (di oggi, in particolare) non premia i bizantinismi di palazzo. Anzi.
Altre voci vedono invece Fini impegnato in un indiretto dialogo a distanza con l’iniziativa di Corrado Passera, che il 14 giugno presenta a Roma la sua Italia Unica. Qui la cosa cambia un po’, per una ragione semplice.
Passera decise di restare fuori dall’operazione montiana di Scelta civica perchè non la ritenne sufficientemente innovativa. Fini invece fu di quella operazione il principale sconfitto perchè escluso dalle liste comuni, a differenza di altri leader nazionali, in particolare dell’Udc.
Con il senno di poi quella sconfitta può essere interpretata perfino come una fortuna, visto che, dal punto dell’analisi, prima Fini su Berlusconi e poi Passera su Scelta civica hanno visto riconosciuti alcuni loro meriti.
Dal punto di vista dell’analisi però, ora tocca all’azione.
Da tempo Fini ha ripreso a girare l’Italia, anche per presentare il suo interessante libro sul Ventennio berlusconiano, e a utilizzare in modo fresco e genuino i social network. Questi sono modi non tradizionali, magari non per tornare al centro della politica, ma per cominciare a ricostruire.
Passera sta cercando di partire (almeno un po’ a prescindere dai palazzi, dalle correnti, dalle sigle e dalle conventicole) con qualcosa di nuovo.
La tentazione e l’attrazione della politica da talk show & retroscena resta forte sempre, soprattutto per chi, come Fini, a pane e politica è cresciuto.
Ma come dimostra l’ascesa veloce di Renzi oggi vengono premiati i modi non tradizionali per tornare o per partire.
Chi li trova, questi modi non tradizionali, anche sul fronte centrodestro, se non vince, almeno esiste.
Per esempio una Leopolda Blu…
Daniele Bellasio
(da “il Sole24ore”)
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Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile
BERLUSCONI EVITA DI METTERCI LA FACCIA: DIFFICILE GRIDARE AL COMPLOTTO CON UN PROCURATORE COME NORDIO
Il telefono bolle: “Giancarlo, questa storia è incredibile, sono con te. Vedrai che ne verrai fuori”. 
Di telefonate di solidarietà Galan ne ha ricevute a decine, da parlamentari, amici, compagni di partito nel giorno da segnare sul calendario “cum nigro lapillo”.
Ne ha ricevute a decine la sua collaboratrice, l’efficiente Francesca, quando l’ex governatore ha staccato il telefono per mettere a punto, con i suoi avvocati, la dichiarazione diramata alla agenzie sulla questione Mose.
“Mi riprometto, di difendermi a tutto campo nelle sedi opportune con la serenità ed il convincimento che la mia posizione sarà interamente chiarita”.
Tra le tante però la telefonata da palazzo Grazioli non è arrivata, nè da quel cerchio magico con cui il fedelissimo dell’ex premier stava combattendo l’ennesima battaglia contro le primarie.
“Aspettiamo e vediamo” trapela dall’inner circle di Berlusconi. I messaggi pubblici sono al minimo sindacale.
Deborah Bergamini, responsabile comunicazione di Forza Italia, solo all’ora del tramonto dirama una nota per mettere in guardia dalla spettacolarizzazione delle inchieste e dire: “Siamo certi che Giancarlo Galan saprà dimostrare la sua estraneità ai fatti che gli vengono imputati”.
Altri tempi, le crociate contro i processi “mediatici”, la giustizia politicizzata, la raffica di dichiarazioni. Oggi nessuno mette la mano sul fuoco sulla innocenza dell’ex governatore.
Nell’era di Cesano Boscone, franano le antiche certezze garantiste. Non scatta quel riflesso che, di fronte a un qualsiasi atto della magistratura, prima si dava torto ai giudici, poi si leggevano le carte.
Scatta, al contrario, l’imbarazzo. E la paura.
Perchè Galan non è uno qualunque. Prima a Publitalia dalla fine degli anni Ottanta, poi in Forza Italia, è uno che ha passato gli ultimi trent’anni nel cuore dell’Impero berlusconiano.
Un fedelissimo, sempre al fianco del “presidente”. Due anni fa si candidò alle primarie contro Alfano per far saltare l’operazione, d’accordo con Berlusconi. Ora si è schierato contro Fitto.
Sconcertati, sotto shock, i fedelissimi di Berlusconi evitano di mettere la propria faccia sull’ennesima inchiesta.
Evitano i parlamentari che ne parlano sottovoce finita la seduta. “Aspettiamo e vediamo”, è la linea che il “cerchio magico” trasmette alle truppe.
Perchè è l’ora della grande paura sulla nuova Tangentopoli. E perchè le accuse sono enormi. E il retropensiero è che i magistrati non si sarebbero spinti a tanto se non avessero “qualcosa in mano”. Nessuno ci vuole credere, però l’accusa pare circostanziata: “La storia della ristrutturazione della villa, i milioni che avrebbe incassato come fosse uno stipendio. O i giudici sono matti, oppure…”.
Ma nel vuoto attorno a Galan c’è anche una svolta tutta politica, forse anche cinica come solo la politica sa essere.
In Forza Italia, nell’era dei servizi sociali a Cesano Boscone, c’è spazio per un solo Condannato. Tutto il resto è sacrificabile.
Berlusconi si è tenuto alla larga dal commentare su Dell’Utri, si è tenuto alla larga dall’affaire Scajola. Su Galan qualche parola di circostanza. “Non sovrapporre la faccia di Berlusconi a quella di altri casi giudiziari” è la nuova linea del cerchio magico, all’insegna di quel rinnovamento di cui parla Toti in tutte le lingue.
E ora nessuno sa cosa possa succedere: “1X2” dice chi è di casa a Grazioli. Il Pd si è diviso su Giorgio Orsoni. Cosà farà in Aula quando arriverà la richiesta di arresto è imprevedibile. Per qualcuno è prevedibilissimo, visto come si è comportato su Genovese, uno dei suoi. Appunto, è l’ora della grande paura.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile
ARMANDO DANELLA: “PRODI IMPOSE L’INIZIO DEI LAVORI, NONOSTANTE FOSSERO EMERSE TROPPE CRITICITA'”
È un fiume in piena Armando Danella, ex dirigente del Comune di Venezia e per vent’anni responsabile della Legge Speciale regionale del Veneto per la salvaguardia della laguna di Venezia.
La valanga che ha travolto gli appalti del Mose, il sistema di dighe mobili per la salvaguardia di Venezia, lui la stava aspettando da anni, almeno dal 2006.
E non perchè sia un ‘gufo’, per utilizzare il linguaggio renziano, ma perchè a lui il Mose puzzava di tangenti da allora, quando il governo Prodi interruppe la discussione del comitato per la tutela della laguna e decise unilateralmente di autorizzare l’avanzamento dell’opera, malgrado la valutazione di impatto ambientale negativa e il parere sfavorevole degli allora ministri dell’Ambiente e della Ricerca Scientifica, rispettivamente Alfonso Pecoraro Scanio e Fabio Mussi.
“Il punto — spiega Danella all’HuffPost — è molto semplice: nel corso delle riunioni del Comitatone, nel 2006, emersero chiaramente i punti deboli di un progetto già vecchio e vennero presentate delle alternative. Ma il governo Prodi scelse di non ascoltare, convocò un Cdm e impose l’autorizzazione a procedere con i lavori. Per me e altri esperti presenti, fu subito chiaro che c’era qualcosa sotto. Per questo presentammo anche un esposto alla Corte dei Conti, in cui affermavamo che la verità sul Mose andava cercata in quel periodo. Suggerimmo anche di imporre il sequestro preventivo sui conti bancari delle persone, sia tecnici che politici, che erano presenti a quelle riunioni. Perchè era irragionevole, di fronte alle evidenze presentate da professori come Luigi D’Alpaos, ordinario di Idraulica all’Università di Padova, non optare per soluzioni alternative”.
Danella ricorda che nel 2003, quando il Mose ricevette il primo via libera, non esistevano progetti alternativi.
“Allora l’approvazione fu comprensibile: non c’erano ancora molti studi, nè tantomeno un piano B. Ma nel 2006 il quadro era radicalmente cambiato: avevamo ricevuto delle segnalazioni sulla tenuta delle paratie e sull’effetto deleterio dell’ingessatura, prevista dal Mose, delle tre bocche da cui l’acqua marina entra in laguna. Alcuni studi hanno dimostrato che queste bocche non possono essere ingessate senza compromettere l’equilibrio lagunare. Dimostrammo che diminuendo la sezione della bocca del Lido (che ora è a 12 metri di profondità ) e facendola arrivare a 7, avremmo beneficiato la laguna”
Idraulici illustri si confrontarono: da una parte il professor D’Alpaos e altri esperti, dall’altra i tecnici del Consorzio Venezia Nuova.
“D’Alpaos dimostrò, prove alla mano, che il Mose non salvaguardava affatto la laguna di Venezia, e che la soluzione migliore prevedeva una riduzione di quelle sezioni. Ma a un certo punto il governo Prodi interruppe i lavori, convocò un Cdm e diede l’autorizzazione all’avanzamento dell’opera”.
All’epoca Danella collaborava direttamente con il sindaco Massimo Cacciari, che difatti votò contro l’apertura dei cantieri nel 2006.
Oggi l’ex dirigente ricorda le sensazioni di quei giorni: un mix di rabbia e stupore. “Le persone di scienza, di fronte a delle critiche argomentate, si fermano e le affrontano. Dovrebbe essere questo il modus operandi di un tecnico. Eppure in quel caso si scelse di non ascoltare. Si preferì non discutere e andare avanti a spada tratta. Ci vennero subito dei sospetti, poi rafforzati dai primi arresti due anni fa. Di qui la decisione di presentare la denuncia alla Corte dei Conti. Di solito non dispiace aver ragione, ma quando la verità inizia a emergere solo dopo 8 anni è tutta un’altra storia”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile
LO RIVELA UNO STUDIO DELL’ISTITUTO CATTANEO
Matteo Renzi è il primo leader del centrosinistra che traina elettoralmente il proprio partito: il suo
contributo vale almeno il 6% dei voti in più.
Lo sostiene una ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna che ha tracciato un parallelo fra i voti presi dai partiti alle elezioni comunali e quelli presi alle europee.
Il confronto è particolarmente interessante nella serie storica, reso possibile dal fatto che spesso, in contemporanea con le elezioni europee, si è andati al voto in molti Comuni importanti.
Si scopre così che, almeno nelle ultime due tornate europee (2004 e 2009), i partiti di centrosinistra andavano meglio alle comunali che alle europee, mentre l’andamento di Forza Italia era esattamente opposto.
Sintomo evidente, osserva Filippo Valbruzzi, ricercatore del Cattaneo che ha curato lo studio, che il centrosinistra non poteva fare affidamento sul valore aggiunto dei propri leader, mentre Forza Italia poteva contare sulla forza propulsiva della leadership di Berlusconi.
Dinamica che dieci giorni fa si è completamente ribaltata.
Nel 2009 lo scarto per il Pd tra voto europeo e voto comunale era negativo (-0,1%) nel 2014 lo scarto non solo è diventato positivo, ma è aumentato notevolmente (+5,8%).
“Se in passato era il partito dei sindaci a trainare il centrosinistra – osserva Valbruzzi – oggi è il partito dell’ex sindaco di Firenze a trascinare gli amministratori locali”.
La leadership berlusconiana, invece, sembra essersi appannata e decisamente ristretta: +1,3%, molto meno delle cifre più alte delle scorse stagioni.
Tuttavia, benchè in questo caso non siano possibili confronti, è la leadership di Beppe Grillo quella che più di ogni altra contribuisce al successo del proprio partito: la differenza fra europee e comunali, nel caso del M5S, è addirittura del 7,3%.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile
EMOLUMENTI DA FAVOLA PER I BUROCRATI REGIONALI NONOSTANTE I NUOVI TETTI DI RETRIBUZIONE
L’intesa formalmente non c’è ma il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone, nel corso di una conferenza stampa, imprime un’accelerazione probabilmente decisiva alla trattativa sindacale.
Annunciando i nuovi tetti di retribuzione per i burocrati dell’Assemblea regionale siciliana. Il limite, per i consiglieri parlamentari, sarà quello di 240 mila euro lordi annui. A seguire gli stenografi (200 mila), i segretari (145 mila), i coadiutori (110 mila) e gli assistenti (92 mila euro).
“Sia per Cuffaro che per altri undici ex deputati è scattata la sospensione del vitalizio. Tra l’altro, questi uffici hanno avviato l’iter per la verifica dei requisiti già a febbraio”, ha detto il presidente Ardizzone nel corso della conferenza stampa confermando quanto anticipato nei giorni scorsi da Repubblica.
Cuffaro, attualmente in carcere, e gli altri titolari dei vitalizi sono stati condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Le verifiche sono in corso, ma intanto sono scattate le procedure di sospensione.
Quanto al tetto degli stipendi, l’unica eccezione dovrebbe essere fatta per il segretario generale, la figura di vertice dell’amministrazione, che percepirebbe un’indennità speciale pari al dieci per cento dello stipendio del “semplice” consigliere parlamentare. Quest’intesa, se confermata, comporterà una sensibile riduzione dei compensi dei dipendenti dell’Assemblea, oggi equiparati a quelli del Senato.
Basti pensare che oggi, nell’organigramma dell’Ars, almeno una dozzina di superburocrati – il segretario generale, i tre vice, il datore di lavoro (cioè il gestore dei servizi tecnici), i nove direttori di servizio – stanno al di sopra, ben al di sopra, in qualche caso, del tetto massimo che si va a introdurre.
E nelle qualifiche più basse, riferiscono fonti sindacali, i tagli arriverebbero anche al 50 per cento, in considerazione del fatto che attualmente sulle buste paga pesano molto anzianità di servizio e altre indennità . E che le mensilità sono 15.
Ma se da un lato il presidente dell’Ars fa calare la scure sugli stipendi dei dipendenti per il futuro, dall’altro salva i grand commis più anziani e benestanti.
La proposta che si va a concretizzare, infatti, contiene una clausola di fuoriuscita: chi lascia l’amministrazione entro un anno mantiene il superstipendio e il “maturato contributivo”.
Significa che conserva pure il diritto a una pensione d’oro. Pare sia la norma grazie alla quale Ardizzone ha trovato il lasciapassare dei pezzi da novanta dell’amministrazione.
Rimane aperta la questione della trasparenza.
Da tempo, da più parti politiche, vengono richiesti all’amministrazione i dati sullo stipendio dell’attuale segretario generale Sebastiano Di Bella (che si aggirerebbe sui 500 mila euro lordi) e sulla pensione del suo predecessore, Giovanni Tomasello, andato in quiescenza nello scorso ottobre a 57 anni.
Quei dati, però, rimangono top secret, per una questione di privacy che fa a pugni con la doverosa pubblicità dell’impiego di risorse pubbliche.
“Bisogna prima di tutto rendere pubblici i trattamenti economici dei dirigenti e poi procedere subito a normalizzarli riportandoli nella media di quelli nazionali”, dice Claudio Barone (Uil).
Ma tant’è: poco alla volta, l’Ars si mette in linea con il generale clima.
Emanuele Lauria
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Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile
DIMISSIONARI SEGRETARIO DEL PARTITO E CAPOGRUPPO ALLA CAMERA
Scelta Civica, dopo il pessimo risultato del 25 maggio (in un anno e poco più il partito è passato dai 3
milioni di voti delle politiche ai meno di 200mila delle Europee), continua a perdere pezzi e si avvia verso un futuro incerto.
Dopo l’addio dato, prima del voto, dal presidente Alberto Bombassei, oggi è il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ad annunciare le sue dimissioni dal ruolo di segretario del partito.
Sebbene respinte, il ministro le ha però confermate e rese irrevocabili.
A ruota si è dimesso dal ruolo di capogruppo alla Camera anche Andrea Romano, alfiere della collaborazione fattiva con il Pd di Renzi. E spiega le ragioni della sua scelta su Facebook.
La guida di una nave sul punto ormai di affondare è stata affidata a Renato Balduzzi, già vicepresidente vicario del partito.
A lui il delicato incarico di presentare, entro il 18 giugno, una o più proposte finalizzate all’organizzazione di un’assemblea che avrà il compito di verificare come dovrà continuare il progetto politico di Scelta Civica.
Il partito ormai è a un bivio e deve scegliere se confluire nel Pd o guardare al centrodestra di Alfano. Lo stesso fondatore Mario Monti ha detto senza tanti giri di parole che l’agenda Renzi è in linea con il suo programma.
La prima strada, che come abbiamo detto ha come promotore Andrea Romano, prevede una prospettiva di centrosinistra, di collaborazione fattiva con il Pd renziano.
Altri deputati di Scelta Civica, come Gianfranco Librandi, Andrea Causin e Pier Paolo Vargiu, sono tentati invece di confluire in Ncd, seguendo l’ appello lanciato dal coordinatore Gaetano Quagliariello.
(da “Huffngtonpost“)
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Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile
PERDERE CI STA, PERDERE MALAMENTE ANCHE, MA PERDERE LA BATTAGLIA CON IL RIDICOLO E’ DURA
Saranno anche parole antiche “base” e “vertici”, “elettorato” e “leadership”, uh, che vecchiume, tutto annullato da quel divertente ritornello che “uno vale uno” e che dunque una cosa che dice la signora Pina al verduraio ha lo stesso peso di quella che dice un segretario di partito, un capogruppo alla Camera o un tecnico che studia seriamente un problema.
Bello, divertente e vagamente edificante nella sua squillante utopia.
Peccato che non sia vero. Punto.
Così se sui social media rimbalzano balzanissime riflessioni sul conteggio delle Europee, conti che non tornano, mele sommate a pere, deliri percentuali e calcoli lisergici, uno può dire: bè, si sa, è la ben nota prevalenza del cretino.
Caso di scuola, una signorina che, indignatissima e fuiribonda, argomentava su Twitter — derisa dall’universo mondo — che avendo votato il 60 per cento degli italiani, le cifre non tornavano (solo Pd, più M5S, più Forza Italia, fanno il 78 per cento e passa, com’è possibile?).
Grasse risate, e dovrebbe finire lì.
Un po’ diversa è la questione se su quella lunghezza d’onda si mette il leader indiscusso, il capo supremo, il “megafono”, cioè Beppe Grillo.
Perdere ci sta. Perdere malamente anche. Perdere oltre le aspettative pure. Ma perdere la battaglia col ridicolo sempre in agguato è dura assai.
Eppure. Probabilmente i brogli elettorali esistono in natura. Altrettanto probabilmente esistono casi storici ed esempi.
Ma si tratta di una faccenda molto grave, che andrebbe argomentata prove alla mano. Invece il venticello di sospetto che spira dal blog di Grillo è piuttosto bislacco.
In poche parole si invoca una specie di “logica” che è una specie di sillogismo: noi dovevamo vincere, però abbiamo perso, quindi qualcuno ha barato.
Con contorno di divertenti allegati, come questo: “L’affluenza è stata circa del 60% e tenendo conto che gli elettori 5 Stelle per loro peculiarità vanno a votare, la perdita di 3 milioni di elettori è statisticamente molto improbabile”.
A garantire che ci sarebbe stato un broglio, dunque sono due cose: la “peculiarità ” (mah) e la statistica.
Che si ricordi è il primo caso al mondo in cui si dà più credito alle previsioni (sondaggi, exit-poll, mesmerismi, magia nera, lettura di fondi del caffè o interiora di pollo) che allo spoglio effettivo delle schede.
E il massimo del dadaismo elettorale si raggiunge quando (sempre in un post molto letto e commentato sul blog di Grillo) si portano presunte pezze d’appoggio.
Tra le quali dei misteriosi “Exit-poll italiani ufficiali (?, ndr) diffusi in Gran Bretagna negli ambienti della finanza” (ri-?, ndr).
Insomma, seguendo la logica, i risultati elettorali sarebbero “uno stupro alla logica” e forse addirittura truccati perchè ambienti della finanza in Gran Bretagna davano cifre diverse.
Si ammetterà che l’idea è parecchio balzana.
Può essere che dietro cotanto ardire ci sia una acutissima strategia, al momento imperscrutabile. Tipo per esempio mostrare l’avversario (il Pd) molto più subdolo, organizzato, diabolico, abile e disonesto di quello che è.
Va bene: un modo come un altro per ricompattare e motivare l’esercito sconfitto. Peccato che a una buona parte dell’esercito sconfitto queste motivazioni insinuino ancor più il dubbio e facciano un po’ cadere le braccia.
Alla fine, riassumendo, la spiegazione dei possibili brogli sta tutta lì: “Dannazione, abbiamo perso quando la logica diceva che avremmo vinto”.
Un po’ poco per basarci una denuncia sensata, e anche la “logica” avrebbe da ridire.
Alessandro Robecchi
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