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SILVIO SI VENDE IL VOTO DI FORZA ITALIA PER OTTENERE GARANZIE SU CSM, CONSULTA E MEDIASET

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

NOMINE CONCORDATE AL CSM CHE DESIGNERA’ I VERTICI ALLA PROCURA DI MILANO, FIGURE DI GARANZIA ALLA CONSULTA, VIA IL TETTO PUBBLICITARIO PER LE TV: ECCO LE BASI DELL’INCIUCIO CON RENZI

Il “patto” va ben oltre le riforme. E la legge elettorale.
È un “patto” complessivo sui dossier che gli stanno più a cuore quello che Berlusconi vuole siglare con Renzi. Giustizia e tv.
Per questo, come scrive la Stampa, dopo rivolta pomeridiana dei gruppi parlamentari, nella serata di giovedì Verdini ha chiamato Renzi, per fornire rassicurazioni: “Berlusconi mi prega di farti sapere che resta fedele alle intese. Tu non preoccuparti. Oggi ha lasciato che i suoi parlamentari si sfogassero un po’, ma torneranno all’ovile”.
Perchè l’ex premier vuole far chiudere la trattativa, anche sollecitato dal “partito Mediaset” i cui endorsement a Renzi ormai non si contano.
Chiudere con l’obiettivo di tutelarsi, anche stando all’opposizione in una fase di declino giudiziario. Per questo il Cavaliere si mostra molto poco disponibile alla discussione interna.
E verga una nota per dire che ha invitato “i parlamentari di Forza Italia a sostenere convintamente le riforme” assicurando che il “dialogo” non riguarda “economia e giustizia”. Punto.
Annullato il secondo round dello sfogatorio di martedì.
Parole che blindano l’accordo e che provano a coprire le richieste di cui si discute sottotraccia. Tra i dossier su cui Berlusconi vorrebbe garanzie c’è non solo la riforma complessiva della giustizia, dove Renzi ha già  annunciato che ci sarà  la responsabilità  civile dei magistrati.
Ma c’è anche la questione specifica delle nomine di indicazione parlamentare alla Consulta e al Csm.
L’ex premier ne ha parlato nei giorni scorsi con Ghedini raccogliendo le sue preoccupazioni sulla delicatezza del dossier e sull’impatto che potrebbe avere sui guai giudiziari del Capo. Perchè il Csm, di per sè una stanza dei bottoni di una certa importanza, avrà  un potere enorme nei prossimi mesi.
Con la norma che abbassa l’età  pensionabile dei magistrati da 75 a 70, prevista nel decreto sulla PA vengono “decapitati” i vertici dei più importanti uffici giudiziari, come Milano, Venezia, Torino, Napoli e Roma.
Per fare un esempio a Milano, nel luogo che Berlusconi considera più ostile, andranno in pensione Edmondo Bruti Liberati, il presidente Livia Pomodoro, il presidente della Corte d’Appello Giovanni Canzio e il pg Manlio Minale.
Ecco il punto. Sarà  il Csm a nominare i nuovi.
Dopo che verranno riempite le caselle scoperte. I togati, su cui so vota domani. E gli otto laici. E i nuovi possono condizionare, e non poco, le sorti giudiziarie del Cavaliere.
Poichè degli otto membri indicati dal Parlamento quattro andranno al Pd, che reclama il vice, e il resto agli altri partiti, si capisce la paura di Ghedini.
Capi degli uffici, membri di quella Cassazione che dovrà  giudicare Berlusconi su Ruby a dicembre: il Pd, o meglio i membri del Csm di “area Pd” gestiranno caselle su cui l’attenzione del Cavaliere è massima, assai più che sulle soglie della legge elettorale.
Ed è proprio su questi nomi che l’ex premier vuole garanzie da Renzi: nomi equilibrati, non ostili, che facciano su Milano scelte equilibrate e non ostili.
Così come è massima l’attenzione di Berlusconi sulle nomine alla Consulta, su cui il Parlamento, mentre Berlusconi e Renzi si incontravano, votava scheda bianca perchè non c’è un accordo.
Al momento i nomi che nel Palazzo vengono dati come i più accreditati sono per il Pd quello di Anna Finocchiaro, grande artefice della trattativa sulle riforme.
Mentre dal lato di Forza Italia il nome più gradito è quello di Donato Bruno, legatissimo negli anni d’oro a Cesare Previti.
Ma il mondo berlusconiano si è molto addolcito anche su Michele Vietti, dopo che il Csm, di cui è vicepresidente, ha bacchettato Bruti Liberati a proposito della guerra in procura con Robledo.
Il problema, per la Finocchiaro, sarebbero i cosiddetti “requisiti”, ovvero gli anni di carriera “effettiva” da magistrato. La questione è oggetto di approfondimenti giuridici, perchè dal punto di vista politico non sarebbe la prima volta che si fa una “forzatura”.
Si capisce su questi presupposti perchè, tra gli azzurri, aleggi il sospetto, anzi la convinzione che l’ex premier voglia tirare dritto — nonostante la fronda — sul patto con Renzi: “Silvio ci sacrifica, per difendere le sue ragioni”. Tra le sue ragioni c’è anche Mediaset.
Guarda caso, il luogo — nel mondo berlusconiano — dove ormai le lodi verso Renzi si sono trasformate in tifo.
Su questo fronte il timore, dopo che Renzi ha dato lo schiaffo alla Rai sulla questione dei 150 milioni, è che il governo possa varare norme che impattano sulla pubblicità  di Mediaset.
La garanzie che chiede Berlusconi in tal senso riguardano una vecchia battaglia del renziano Gentiloni che da tempo, da quando faceva il ministro delle Comunicazioni, si batte per recepire qualche direttiva europea relativa ai tetti della pubblicità .
Tetto che impatterebbe direttamente sul fatturato pubblicitario di Mediaset. Ora che non c’è più Antonio Catricalà  a presidio del settore, la preoccupazione è tornata.
E, per dirla con una battuta che gira nel Palazzo, se Parigi val bene una messa, tutto questo val bene un Senato.
E val bene il sacrificio di Forza Italia.
Paradossi del conflitto di interessi.

(da “Huffingtonpost”)

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NOMINE NEL GRADUCATO DI TOSCANA

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

DA PALAZZO CHIGI A BRUXELLES, DALLE SOCIETA’ PUBBLICHE AL SOTTOGOVERNO, IL MAGNA MAGNA PARLA RENZIANO

“Ormai per essere nominati a qualcosa il requisito base è essere toscani”.
La battuta – anonima, perchè nessuno oggi vuole sfidare il re e la sua corazza del 40,8% – che circola nei palazzi della politica ha del vero.
In ogni tornata di nomine, in tutti i posti che contano, in ogni crocicchio decisivo del potere c’è un profluvio di toscani in purezza o naturalizzati: governo, partito, società  pubbliche.
Persino la cittadinanza ormai si ottiene per speciali meriti di geografia renziana: quella concessa a Joseph Weiler, giurista statunitense e presidente dell’Istituto europeo di Fiesole, per dire, è stato il primo argomento della conferenza stampa di Matteo Renzi lunedì scorso, subito dopo le condoglianze per la morte di decine di immigrati nel canale di Sicilia.
Quella che segue è una breve panoramica di come Roma s’avvia a diventare il Granducato di Toscana
Esecutivo e Pd? Faccenda fiorentina.
I casi più eclatanti sono, ovviamente, quelli di Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme e unico volto pubblico del governo (escluso Renzi), e Luca Lotti, sottosegretario a Palazzo Chigi e plenipotenziario per il sottobosco della Capitale e non solo.
Ai due va aggiunto un altro renzianissimo dal compito delicato quanto fondamentale: il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi (mentre un’altra componente del cosiddetto “giglio magico”, Simona Bonafè, s’è dovuta accontentare del ruolo di capolista nella circoscrizione Centro alle Europee).
Ma non sono certo gli unici: Erasmo D’Angelis, già  consigliere regionale in Toscana e ai vertici di Publiacqua, dopo essere stato sottosegretario (ai Trasporti) con Enrico Letta in quota Renzi, oggi fa “il capo struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche” a Palazzo Chigi e il capo segreteria del premier (ma la nomina, come molte altre, è in attesa di firma).
A capo dell’ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio c’è poi Antonella Manzione, ex capo dei vigili a Firenze durante l’era Renzi (il fratello, Domenico Manzione, invece, è viceministro dell’Interno).
Sempre a Palazzo Chigi lavorano il fotografo Tiberio Barchielli, da Rignano sull’Arno, il paese del piccolo Matteo, e – informalmente, in attesa del decreto di nomina – due consiglieri che erano già  vicini al Renzi sindaco di Firenze: Giuliano da Empoli, che è pure presidente del fiorentinissimo Gabinetto Viesseux, e l’ex McKinsey Yoram Gutgeld, che vive da mesi in agonia speranzosa della nomina ufficiale a capo della cabina di regia economica del governo.
Pure all’Agenzia delle Entrate, nonostante le resistenze dell’ex regnante Attilio Befera, è arrivata una toscana: Rossella Orlandi, empolese che ha lavorato a lungo a Firenze.
Se ai renziani stretti al governo aggiungiamo i toscani in via di conversione, la pattuglia si fa battaglione: Lapo Pistelli, che fu mentore del giovanissimo Renzi e poi sua vittima sacrificale alle primarie per il sindaco di Firenze, è viceministro agli Esteri in attesa di promozione quando Federica Mogherini si accomoderà  nella Commissione Ue. Viceministri sono il franceschiniano Antonello Giacomelli da Prato (che ha in mano la delicata partita della Rai) e il socialista Riccardo Nencini da Barberino di Mugello. Sottosegretari sono invece il magistrato Cosimo Ferri, pontremolese che nel curriculum vanta anche l’amicizia di Denis Verdini, il fiorentino Gabriele Toccafondi, alfaniano che invece col ras berlusconiano non parla quasi più, e Silvia Velo, già  bersaniana, a cui è stata concessa una poltrona all’Ambiente.
Finanziatori e legali nelle Spa pubblich
I vecchi boiardi liquidati, quattro donne presidenti, tanti amici nei Cda.
Renzi ha affrontato così la tornata di nomine per le società  partecipate dallo Stato. Quando il premier ha pubblicato la dichiarazione dei redditi, un paio di mesi fa, in calce c’era il none di Marco Seracini , commercialista di mestiere e ora nel collegio sindacale di Eni.
Seracini ha scoperto l’indole renziana prestissimo: l’associazione Noi Link, prototipo di Fondazione Open (o Big Bang), utilizzata per la campagna elettorale da sindaco, fu proprio un’intuizione di Seracini.
Appena eletto, Renzi l’ha spedito al vertici di Montedomini, un’azienda pubblica fiorentina di servizi alla persona.
Oltre al commercialista, c’è l’avvocato civilista: è il pistoiese Alberto Bianchi, studio a Firenze, amico di Lapo Pistelli, liquidatore di Efim, il fondo per il finanziamento per l’industria meccanica, roba da Prima Repubblica.
Per una parcella di Efim a un gruppo di avvocati, la Corte dei Conti ha condannato Bianchi per danno erariale: 4,7 milioni di euro.
Ci sarà  l’appello e l’avvocato piestoiese è convinto di poter ribaltare la sentenza.
Nel frattempo, Renzi l’ha indicato nel Cda di Enel. Il legame fra il premier e Bianchi è strettissimo: assieme a Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, il pistoiese gestisce la Fondazione Open, la cassaforte renziana.
Il fratello Francesco Bianchi è commissario straordinario del Maggio Fiorentino da febbraio 2013, il ministro era Lorenzo Ornaghi.
Dunque: il commercialista, l’avvocato e il finanziatore. Fabrizio Landi di Siena, consigliere d’amministrazione di Fin-meccanica, contribuì alla raccolta fondi di Renzi con 10.000 euro. Landi proviene da Esaota, una grossa aziende specializzata in apparecchi biomedicali.
L’attuale sindaco Dario Nardella ha presentato Landi a Renzi. Il primo giro di aziende pubbliche, s’è chiuso con altri due colpi renziani. L’imprenditrice Elisabetta Fabri, fiorentina, rampolla di una famiglia di albergatori (Starthotels), è andata in Poste Italiane. E Diva Moriani, aretina trapiantata a Firenze, vicepresidente di In-tek, la società  di Vincenzo Manes finanziatore di Renzi, ha trovato spazio in Eni.
Il presidente del Consiglio ha promosso un intero studio legale.
Gli avvocati erano tre, due sono molto noti: la ministro Boschi e il tesoriere del Pd Bonifazi. Il terzo, meno conosciuto, è Federico Lovadina, tributarista, fiorentino.
A 32 anni, nel 2011, il sindaco l’ha nominato nel Cda di Mercafir, il mercato ortofrutticolo, adesso il gran salto: Cda di Ferrovie dello Stato.
In Fs, c’è anche Gioia Ghezzi, undici anni in McKinsey & C, che in passato ha aiutato Renzi a Firenze per scrivere un progetto di legge sull’omicidio stradale.
L’ultima scelta è caduta su Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore in pensione, ex capo di gabinetto di Massimo D’Alema alla Farnesina: è il commissario italiano in Europa al posto di Antonio Tajani, ora europarlamentare di Forza Italia. È di Pisa.
Il toscanismo sostituisce il berlusconismo.

Marco Palombi e Carlo Tecce

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BERLUSCONI VUOLE ANDARE AL MARE: AVANZERA’ RICHIESTA PER SPOSTARSI A VILLA CERTOSA IN SARDEGNA

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

VOCI UFFICIOSE DANNO PER DIFFICILE LA CONCESSIONE, DOPO L’ULTIMA DIFFIDA PER LO SHOW AL TRIBUNALE DI NAPOLI

Silvio vuole andare al mare. È estate e le ville non gli mancano. Ma non ha più il passaporto, ritirato dopo la condanna, e quindi i Caraibi gli sono proibiti.
Resta villa Certosa, in Sardegna, ma per raggiungerla deve avere il permesso del giudice di sorveglianza: quella Beatrice Crosti che gli ha già  fatto una lavata di capo, martedì scorso, per le sue parole contro i magistrati pronunciate durante la sua testimonianza al processo di Napoli a Valter Lavitola.
Nelle prescrizioni del tribunale di sorveglianza che gli ha concesso l’affidamento ai servizi sociali come misura alternativa al carcere, c’è scritto chiaro che Berlusconi deve rientrare ogni sera, entro le 23, nella sua residenza di Arcore oppure, dal martedì al giovedì, in quella romana di palazzo Grazioli. Stop.
La Sardegna non è prevista, le vacanze al mare neppure.
Ora da palazzo Grazioli il condannato si lamenta di non poter spostarsi, come le scorse estati, a villa Certosa.
Chi gli è vicino sostiene che Beatrice Crosti gli ha già  detto, martedì, che quest’anno può scordarsi la Costa Smeralda: una proibizione che Silvio vive come un affronto, l’ennesima umiliazione.
Il suo amico avvocato Niccolò Ghedini, invece, offre al Fatto quotidiano un’altra versione: “Martedì il presidente non ha parlato di vacanze con il giudice Crosti. Nei prossimi giorni, però, faremo una richiesta formale, per chiedere che possa trascorrere un periodo nella sua residenza in Sardegna”.
La prassi è questa: il condannato affidato in prova ai servizi sociali deve presentare una domanda scritta al giudice di sorveglianza, nel caso voglia modificare le condizioni previste dall’ordinanza di affidamento.
Se il giudice accetterà  la richiesta, dovrà  rispondere con una modifica dell’ordinanza in cui segnalerà  (anche alle forze dell’ordine, affinchè possano eseguire i controlli) il nuovo indirizzo in cui l’affidato potrà  risiedere, almeno temporaneamente. “Chiederemo che possa stare a villa Certosa per otto giorni, due settimane”, specifica Ghedini.
“Se poi ci diranno di no, non ne faremo una tragedia”.
Dunque , appena chiuso — con una diffida — il caso napoletano degli attacchi alle toghe (“Magistratura irresponsabile”, detentrice di un potere “incontrollato e incontrollabile”, aveva affermato Berlusconi durante la sua testimonianza processuale), si apre il caso-vacanze.
Difficile prevedere che cosa risponderà  la giudice di sorveglianza alla richiesta di Ghedini. In questi casi la discrezionalità  è assoluta.
Di solito i condannati affidati ai servizi sociali non chiedono di poter fare le vacanze al mare o in montagna, perchè spesso non hanno neppure le condizioni economiche per poterselo permettere.
Berlusconi potrebbe permettersi quasi tutto, ma questa volta dovrà  obbedire al tribunale di sorveglianza.
Villa Certosa fu, nell’estate 2009, il teatro delle prime feste-scandalo, con le ragazze procurate dall’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini e con le foto rubate di Antonello Zappadu.
L’anno successivo, era l’estate 2010, il bunga-bunga di Arcore fece quasi dimenticare la residenza sarda che Berlusconi aveva annunciato addirittura di voler mettere in vendita.
Si parlò di una richiesta di 450 milioni di euro e di contatti avviati con emiri arabi e oligarchi russi.
Non se ne fece niente: villa Certosa — 4 mila metri quadrati coperti e 80 ettari di parco, due laghetti, un vulcano artificiale, anfiteatri, cascate sul golfo di Marinella, sculture di Cascella, serre, mille varietà  di cactus, grotta- bunker scavata per accogliere chi viene dal mare — è restata a Berlusconi.
Chissà  se potrà .

(da “il Fatto Quotidiano“)

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I MILLE FIGLI DI “MAMMA VIRGINIA”, LA DONNA CHE DA’ CASA AI PICCOLI IMMIGRATI

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

ORGOGLIO ITALIANO: LA COORDINATRICE DELLA PROTEZIONE CIVILE CHE SA PARLARE AL CUORE  

Senti chiamare «mamma» fra le brande dei minori arrivati dalla Siria o fra i ragazzi egiziani che giocano a pallone e corre lei, Virginia Giugno, una quarantenne alta e bruna, gli occhi dolci, pronta per coccolare i giovani sventurati senza genitori, i piccoli migranti in cerca di futuro, prima diffidenti, poi attaccati come ventose alla coordinatrice della protezione civile perchè per tutti è «Mamma Virginia».
Quando si è laureata in lingue e letteratura straniere e quando il sindaco Luigi Ammatuna l’ha nominata capo di gabinetto pensava di dover seguire nella vita solo le sue due figlie, una all’università , l’altra al liceo.
E invece adesso deve dividersi fra Walid, Ayman, Sam e centinaia di altri «non accompagnati» che ad ogni sbarco le vengono affidati per decidere come assisterli, se trattenerli a Pozzallo, magari iscrivendoli a scuola, se stabilire un contatto con le case famiglia, con le parrocchie, con i centri Spar del ministero dell’Interno.
Lei scheda i dati, annota le debolezze, l’estro, le aspirazioni di ognuno, cerca di capire cosa è meglio fare, dove è meglio indirizzare ogni ragazzo.
Come ha fatto lunedì per 72 minori spostati dal Centro accoglienza del porto di Pozzallo per fare spazio agli altri 50 arrivati con i primi naufraghi salvati sul peschereccio dell’orrore.
«Il più piccolo in questi giorni ha 12 anni. Il primo compito è separarli dai maggiorenni, se non hanno genitori. E subito tirarli fuori dal Centro che è sempre un capannone dove non si può costruire niente, passando invece a strutture “ponte”, come le definiamo, in attesa di qualcosa che dia sempre più certezze: una parrocchia, una casa famiglia, un centro per minori…» racconta Mamma Virginia che negli ultimi mesi ha ribaltato qualche convinzione.
«Vedevo davanti a me questi ragazzi mandati da soli nel pozzo nero del Mediterraneo e pensavo a genitori scriteriati, incapaci di tenerseli vicini. Ma ho capito che è esattamente il contrario» spiega.
«Ho capito che le famiglie investono tutto per consentire a questi ragazzi di fuggire da fame e stenti, di non farsi arruolare a sedici anni come soldati armati di fucili che pesano più di loro. Fra la morte per fame o guerra e il rischio di giocare la vita nella roulette del Mediterraneo, i genitori puntano sul viaggio della speranza mettendo i loro figli nelle mani dei trafficanti. Una scommessa. Che noi finiamo per raccogliere…».
Ed è questa la storia di Ayman, 14 anni, il viso di un bambino, gli occhi inzuppati, i primi tempi con un inglese pasticciato, «blis blis » per dire «please », per invocare di essere rimandato in Egitto, come ricorda la coordinatrice: «Mi ripeteva: “Non volevo venire, mi ha costretto mio padre, voglio tornare a casa, a fare il medico al Cairo…”.
E io a confortarlo difendendo quel padre mai visto, convincendolo che il futuro stava davanti a lui e non dietro».
Come ha fatto con Welid Moahomud, un altro ragazzo egiziano di 15 anni, l’italiano appreso con lei che lo chiama «Kit Kat»: «Lo rimproveravo per le barrette di cioccolato divorate in continuazione, per la sigaretta fumata di nascosto… Ma dopo un anno, trovato un collegio in Calabria, ecco la pagella della promozione in terza media che mi ha inviato via Facebook. Ero fiera, come se l’esame l’avesse superato mia figlia».
Vorrebbe sempre il meglio una mamma per i propri figli, spiega lei, però si intristisce: «Mi ritrovo spesso a scegliere il loro destino rispondendo a richieste del ministero o dei centri specializzati da dove mi arrivano la mail per la disponibilità  di un posto in una struttura o in un’altra. E’ accaduto quest’inverno. Un posto in un ottimo centro di Pachino. Ma in quel momento avevo 107 minori a me affidati. E dovevo sceglierne uno, uno soltanto per regalargli il futuro. Una violenza per gli altri. Ho dovuto, a malincuore. Facendo preparare il bagaglio con le sue piccole cose a Promise Aberun, 16 anni, il più socievole, sempre allegro, felice quando gli ho spiegato che avrebbe studiato, ospite in una casa vera, senza brande, con istitutori di prim’ordine, con tanti giochi e tanti libri. Ma un giorno, un brutto giorno, un mese e tre giorni fa, li hanno portati al mare, in gita, e Promise è annegato, il corpo ritrovato tre giorni dopo. Ecco, l’avevo scelto io. Ed è come se l’avessi mandato io su quella spiaggia, fra quelle onde che se lo sono portato via».
Torna il sorriso parlando di Sam, 12 anni, «una intelligenza superiore», come dice raccontando la storia di un altro bambino arrivato da solo: «Mamma e fratello arrestati alla partenza dalla Libia da poliziotti che volevano essere pagati. Loro sono fuggiti temendo il peggio, ma gridando a Sam di salire sul barcone mentre salpava. Ed è arrivato qui, solo, poi viziato da tutti: l’elicotterino, la macchinina, la maglietta alla moda. La sera però mi abbracciava e io morivo: “Virginia, mi manca la mamma”. Lo stringevo forte. Si addormentava… Adesso con gli angeli di Save the children sta in una buona struttura a Catania. E lavoriamo tutti per rintracciare la mamma, per agevolare il ricongiungimento…».
Ed è davanti a tragedie come queste che l’umanità  scopre il peggio, ma anche il meglio di se stessa.

Felice Cavallaro
(da “il Corriere della Sera“)

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I MAGISTRATI ATTACCANO IL GOVERNO: “FUORI STALKER E RAPINATORI”

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

CON IL DECRETO DEL 26 GIUGNO “LIBERI SOGGETTI SOCIALMENTE PERICOLOSI”

Un indulto mascherato? I magistrati cominciano a pensare di sì.
Nell’ultimo decreto del 26 giugno si legge: «Non può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà  superiore a tre anni».
Va spiegata, questa novità : dato che fino a tre anni di pena il condannato ha diritto ad andare ai domiciliari, non avrebbe senso un’anticipazione di pena (e in cella) attraverso la custodia cautelare.
Ma un meccanismo così garantista non convince i magistrati: con quel limite dei tre anni, tanti reati – dallo stalking ai maltrattamenti in famiglia, persino alla rapina semplice – di fatto non portano più in carcere.
Ai domiciliari, al limite. Sperando che almeno l’arrestato ce l’abbia, un domicilio
Da notare che il provvedimento vale anche per gli arresti in flagranza di reato.
E così si vedono le prime scarcerazioni obbligate.
A Torino, ieri, la procura ha dovuto dare parere favorevole alla scarcerazione (con eventuali arresti domiciliari, tutti da verificare) di un immigrato marocchino al quale erano appena stati inflitti tre anni di reclusione per rapina.
A Milano, sempre ieri, i magistrati hanno incontrato il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, per parlare del decreto.
Da un paio di giorni, infatti, i presidenti delle sezioni penali stanno facendo i conti di quante saranno le persone che, senza un luogo dove poter essere poste ai domiciliari, dovranno essere rimesse in libertà .
«Questa norma – spiega scandalizzato Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione – impone ai giudici di non applicare la custodia cautelare in carcere a soggetti che sono socialmente pericolosi, anche se riportano condanne per reati meno gravi, ma che interessano la criminalità  di strada. Inoltre segna un particolare punto di arresto nella tutela delle donne vittime di violenze. Tutto ciò pone problemi per la sicurezza dei cittadini».
Il ministro Orlando non nasconde che il decreto è un male minore.
Ma precisa: «Il governo ha corretto una norma approvata dal Parlamento».
A chi considera troppo garantista il decreto, infatti, Orlando spiega che appena divenuto ministro ha scoperto con meraviglia che certi articoli della legge sulla custodia cautelare, approvati da Camera e Senato, erano addirittura ultragarantisti.
E siccome erano stati votati erano ormai immodificabili.
A leggere il testo del Parlamento, infatti, «si stabiliva il divieto di qualunque misura cautelare detentiva nel caso della previsione di una pena non superiore a tre anni». Nè in carcere, e neppure ai domiciliari.
Questo dunque il senso del decreto del 26 giugno: una correzione in corsa quando ormai la frittata era fatta.
Cinclusioni del ministro: «Il testo introdotto, che prevede la possibilità  di applicare gli arresti domiciliari, nella direzione di garantire una maggior sicurezza dei cittadini, consentirà  comunque al Parlamento di intervenire».

Francesco Grignetti
(da “La Stampa”)

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IL GIOCO DELLE PREFERENZE CAMUFFATE: IL “LODO BOSCHI” OFFERTO A BERLUSCONI

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

BLOCCATI SOLO I CAPOLISTA, MA CON L’ITALICUM SOLO NEL PARTITO VINCENTE SAREBBE ELETTO QUALCUNO CON LE PREFERENZE

Altro che riforma del Senato, Renzi e Berlusconi stanno per chiudere l’accordo sulla riforma elettorale, unico tema che ormai interessa il Cavaliere, a parte la salvaguardia delle aziende.
E se l’ex premier chiede «precise garanzie» per evitare che Forza Italia venga «scalata» alle prossime consultazioni, il premier è pronto a offrigli un compromesso che prevede le preferenze senza di fatto prevederle.
Sono i miracoli della politica creativa, stanno dentro un dossier del ministro per le Riforme che la prossima settimana sarà  recapitato a Verdini, l’esperto berlusconiano della materia.
Il «modello Boschi» all’apparenza è semplice, stabilisce che i capilista di un partito scattino automaticamente con la conquista del primo seggio: di fatto sarebbero dei «nominati».
Gli altri candidati, invece, si disputerebbero lo scranno di Montecitorio attraverso i consensi. Nulla di strano: questo sistema potrebbe essere interpretato come un meccanismo di garanzia per i gruppi dirigenti.
Se non fosse che – grazie a una serie di «accorgimenti tecnici» – con l’Italicum si produrrebbe un effetto «blindatura» dei gruppi parlamentari.
La competizione in base alle preferenze avverrebbe solo per il partito vincente, mentre le forze sconfitte entrerebbero alla Camera – in larga misura – con i deputati prescelti
Insomma, chi perdesse nelle urne potrebbe contare sui «nominati» a Montecitorio.
E al momento non ci sono dubbi su chi sia il favorito alle prossime elezioni.
Se saranno tra un anno o addirittura nel 2018, non è possibile prevederlo, nè la deadline della legislatura sta dentro il patto tra Renzi e Berlusconi, questo è certo: il Cavaliere è troppo debole politicamente per imporre un accordo sul tema al premier.
Semmai l’accelerazione impressa ieri nell’incontro a palazzo Chigi tra i leader del Pd e di Forza Italia è frutto di un’intesa che il Quirinale apprezza.
È difficile che la riforma venga esaminata dal Senato prima dell’estate, mentre è più probabile che in autunno l’Italicum faccia la spola tra i due rami del Parlamento incrociando la legge di
Stabilità , per essere definitivamente approvata all’alba del prossimo anno.
C’è un motivo se il Colle guarda con favore a questa soluzione.
Nel caso il timing venisse rispettato, e le Camere nel frattempo avessero esaminato in prima lettura la modifica del bicameralismo, il capo dello Stato potrebbe a quel punto decidere di porre termine al proprio mandato presidenziale.
Politicamente però il varo della legge elettorale fornirebbe a Renzi l’arma che al momento è scarica.
Resta da capire come mai Berlusconi abbia accettato di caricare quell’arma che farebbe del premier il dominus incontrastato del Parlamento, più di quanto non lo sia già  oggi.
Non c’è dubbio che l’offerta di compromesso sul meccanismo delle preferenze sia parte dello «scambio», ma il patto ha alimentato i sospetti verso il Cavaliere da parte degli (ex) alleati di centrodestra, cogliendo impreparata la Lega e spingendo Fratelli d’Italia a etichettare Berlusconi come «un nuovo iscritto al Pd».
In effetti la mossa sembra avere il sapore della resa.
Anche in Forza Italia – nei giorni scorsi – l’opzione di accelerare sulla legge elettorale veniva considerata «una follia» da parte di Fitto: «Così daremmo a Renzi la possibilità  di scegliere il momento a lui più propizio per portarci al voto».
Già , però a sua volta il Cavaliere – grazie al «lodo Boschi» – potrebbe andare allo show down nel partito, facendo piazza pulita dei «rivoltosi» e garantendosi un gruppo parlamentare più piccolo ma più fidelizzato.
Ed è evidente che la mossa sa di Opa ostile anche verso le altre formazioni di centrodestra. Perciò, per verificare la bontà  dell’«appello alla federazione» lanciato ieri dall’ex premier, bisognerà  vedere se accetterà  di abbassare le soglie minime di ingresso per i partiti più piccoli. La legge elettorale era il core business del patto tra Renzi e Berlusconi, fin dai tempi del Nazareno.
Quanto alla riforma del Senato, Berlusconi ha promesso per la prossima settimana ai suoi parlamentari un altro «dibattito»: la nuova liturgia di Forza Italia ricorda tanto quella del vecchio Pd.

Francesco Verderame
(da “il Corriere della Sera”)

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PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA? INDIETRO TUTTA: LISTE BLOCCATE E NOMINATI DAI PARTITI

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

RIPRISTINO IMMUNITA’ E AUMENTO NUMERO FIRME PER LE PROPOSTE DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE: IL POTERE IN MANO A POCHI

Uno dei principali problemi della della democrazia, oggi, è l’indebolimento dei canali di comunicazione tra cittadini e decisori della politica.
Questo ruolo di collegamento — fino agli Ottanta, più o meno — veniva svolto dai partiti: di massa o di minoranza che fossero.
Lelio Basso, uno dei padri costituenti, l’aveva ben chiaro e per questo scrisse l’articolo 49 della Costituzione.
Poi — a partire appunto dalla fine degli anni 70 inizio degli 80 — i partiti hanno iniziato a diventare sempre di più burocrazie chiuse, corporative, che miravano prevalentemente all’autoperpetuazione e all’occupazione del potere, fino alle conseguenze più estreme note con i nomi di Casta (privilegi) e Mani Pulite (corruzione).
Per supplire a questa perdita di rappresentanza popolare — cioè all’esaurirsi della propria capacità  di essere link tra le istanze dei cittadini e il potere — i partiti hanno allora aperto alla cosiddetta “società  civile”, usata spesso come supplenza o (peggio) ingannevole ‘fiore all’occhiello’ per nascondere di aver abdicato al proprio ruolo, alla propria missione.
Nella paura di vedersi sotterrare e di sparire, negli ultimi anni i partiti avevano anche abbondantemente annunciato cambiamenti e rinunce: tutti erano d’accordo, ad esempio, sulla necessità  di abolire il Parlamento di nominati creato dal Porcellum, così come unanime era — almeno in apparenza — l’esigenza di ridurre i privilegi, le immunità , le auto blu.
Questo, almeno, fino a circa un anno fa.
Negli ultimi mesi, invece, la musica è di nuovo cambiata. Ora si pensa di sostituire il Porcellum con l’Italicum, che ha ancora le liste bloccate; mentre il nuovo Senato verrà  scelto direttamente dalle segreterie dei partiti.
L’immunità  viene non ridotta, ma allargata anche a chi non è stato eletto.
Oggi, l’ultima chicca: l’emendamento che quintuplica il numero di firme necessarie per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare.
Si va, insomma, a marcia indietro rispetto alla direzione di apertura, coinvolgimento, partecipazione che veniva sempre più richiesta dai cittadini e che anche i partiti — a parole- sembravano voler imboccare, data la crisi profonda di credibilità  e di reputazione in cui stavano sprofondando.
Che quello in corso sia un informale di Congresso di Vienna indetto sulle ali dell’unanimismo renziano, al momento non so dire: ma certo pare notevole il senso di onnipotenza del cosiddetto ‘asse del Nazareno’.
Ad ogni modo, la marcia indietro in questione è non solo sbagliata, ma soprattutto frettolosa, imprudente e caduca.
Perchè i processi di attivazione e di coinvolgimento ormai sono stati innescati ed è difficile tornare indietro, se non forse per un tempo molto breve.
Ripeto: si tratta di un processo ineluttabile, che tra l’altro non riguarda solo l’Italia (anzi!) e che ha cause strutturali nella rivoluzione disintermediante della Rete e nella crescita di alfabetizzazione politica: di cui forse non ci avvediamo per la sua invisibile gradualità , ma è comunque in corso (di nuovo: non solo in Italia).
Ed è una tendenza globale che porterà  — con buona pace di Finocchiaro e Calderoli — nella direzione opposta anche alla scelta fatta oggi.

(da gilioli.blogautore – La Repubblica)

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PIU’ GHIGLIOTTINA PER TUTTI, PARLAMENTO SOTTO TUTELA RENZIANA

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

A PALAZZO MADAMA PASSA UN EMENDAMENTO CHE Dà€ ALLA CAMERA SOLO 2 MESI DI TEMPO PER APPROVARE LE NORME RITENUTE “FONDAMENTALI” PER IL GOVERNO

Sempre più poteri al governo e sempre meno al Parlamento. Che sarà  obbligato a votare entro due mesi le leggi che l’esecutivo ritiene prioritarie per l’attuazione del programma.
Questo il succo di una legge che, infatti, è stata ribattezzata “ghigliottina” e che ha preso corpo ieri in commissione Affari costituzionali del Senato.
All’interno della riforma costituzionale in discussione a Palazzo Madama è stato approvato un emendamento dei relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, con i voti della maggioranza più Lega e Forza Italia, che mette su una corsia preferenziale quelle leggi che l’esecutivo considera “prioritarie per l’attuazione del programma di governo”.
In pratica funziona così.
Il governo indica una serie di leggi “fondamentali” per il suo programma.
Una volta che una di queste leggi viene licenziata in Consiglio dei ministri, la Camera ha 60 giorni per approvarla, con tutte le modifiche e gli emendamenti proposti dai partiti.
Se però, passati due mesi, la norma non ha ancora visto la luce, a quel punto dovrà  essere approvata votando direttamente in aula gli articoli nella versione originale proposta da Palazzo Chigi.
Così facendo si mette una bella spada di Damocle sui deputati che saranno costretti a bruciare le tappe. Altrimenti le leggi passano esattamente come le vuole il governo, ovvero Matteo Renzi.
“Si tratta di una fiducia non fiducia”, spiega una fonte di Montecitorio, “perchè in questo modo l’esecutivo potrà  spingere l’acceleratore su alcune norme senza rischiare di dover passare per le forche caudine della fiducia parlamentare”.
L’emendamento Finocchiaro-Calderoli, in realtà  risponde alla richiesta della Corte costituzionale di porre un freno all’uso dei decreti legge (che entrano subito in vigore, ma poi devono essere convertiti in legge dal Parlamento entro 60 giorni).
Così ecco la “ghigliottina”, da cui però sono escluse le riforme elettorali, le leggi delega, quella di Bilancio e le ratifiche dei trattati internazionali.
L’odea di dare una corsia preferenziale alle leggi ritenute importanti dal governo, però, non è nuova.
La prima versione la troviamo all’interno di una proposta per modificare i regolamenti parlamentari firmata da Fabrizio Cicchitto a nome del Pdl nel luglio 2008.
Divenuta lettera morta, la stessa proposta ha poi cambiato nome in maniera camaleontica.
E così eccola rispuntare come “emendamento Zanda-Quagliariello” nella precedente legislatura e, infine, come uno “Zanda-Finocchiaro-Minniti” presentato il 10 aprile 2013, proprio in questa legislatura.
I dubbi sollevati allora furono proprio di costituzionalità  , ostacolo evitato ieri con l’emendamento ghigliottina inserito all’interno della Riforma costituzionale.
Ma anche un’altra norma ieri ha suscitato un vespaio di polemiche.
Sempre a Palazzo Madama, infatti, si è deciso di alzare da 50 mila a 250 mila la soglia delle firme necessarie per presentare una legge di iniziativa popolare.
In questo modo si ritaglia la facoltà  di presentare leggi popolari solo a grandi organizzazioni politiche o sindacali.
Perchè raccogliere 250 mila firme non è affatto facile.

Gianluca Roselli

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