Agosto 24th, 2014 Riccardo Fucile
OCCASIONE PERSA PER LA FECCIA RAZZISTA SUL WEB: SE FOSSE STATO UN IMMIGRATO AVREBBERO POTUTO DIFFONDERE ODIO PER UNA SETTIMANA
L’ha uccisa tagliandole la testa con una mannaia.
Poi, si è scagliato contro i poliziotti intervenuti nella villetta dell’Eur di Roma dove è avvenuto l’omicidio, che si sono difesi sparandogli.
L’uomo è morto poco dopo in ospedale. Il killer, biondo e con gli occhi chiari, è italiano — riporta la Repubblica — Federico P. di 35 anni, residente all’Ostiens. Indossava dei pantaloni mimetici, una t-shirt verde, un cinturone di corda stile militare, anfibi e occhiali tattici.
Non abitava nella villetta e la sua auto, un Chevrolet chiara – sempre secondo il quotidiano di Largo Fochetti — è stata trovata parcheggiata davanti al cancello.
Mentre la donna — secondo le prime informazioni — sarebbe una domestica brasiliana di 42 anni.
A chiamare il 113, intorno alle 10.45, sono stati alcuni vicini di via Birmania – una delle “zone bene” della Capitale — che hanno sentito grida e trambusto provenire dal seminterrato della villetta.
Giunti sul posto gli agenti, accompagnati dai vigili del fuoco, hanno trovato la porta dell’abitazione chiusa.
Una volta aperta, hanno trovato a terra il cadavere della donna e una lunga scia di sangue che conduceva a una tavernetta. Ed è qui che l’assassino si è scagliato contro gli agenti, quando sono scesi nel seminterrato.
L’uomo con in mano una mannaia insanguinata (quasi certamente la stessa utilizzata per uccidere la vittima) ha cercato di aggredire i poliziotti che a quel punto hanno sparato con la pistola d’ordinanza per bloccarlo.
Il killer è deceduto poco dopo all’ospedale Sant’Eugenio. Sulla vicenda indaga la squadra mobile, coordinata dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani.
Un vigile del fuoco, sentito da la Repubblica, ha raccontato che ”quegli agenti hanno trattato a lungo con quell’uomo per farlo calmare, dicendogli di posare la mannaia insanguinata. Ma lui ci ha attaccati”.
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Agosto 24th, 2014 Riccardo Fucile
PSICOPATICI E TAGLIAGOLE PROTETTI DALL’ALIBI DELLA GUERRA SANTA
Uno psicopatico affetto da sadismo feroce, uno stupratore compulsivo. Che odia le donne. Che gode
al pensiero di farne delle schiave sessuali e di venderle poi al mercato incatenate come bestie.
Un torturatore represso, collezionista di armi da fuoco e di lame affilate con cui sogna di decapitare un giorno le sue vittime dopo averle umiliate e costrette a rinnegare se stesse e il proprio dio.
Un individuo malato, noto alla polizia di una metropoli a noi vicina, ma che braccato è riuscito a sfuggire all’unico destino che gli si addice: il manicomio criminale o le patrie galere.
Lo ritroviamo in Iraq, mescolato ai miliziani del terrore, libero finalmente di dare sfogo ai suoi istinti, protetto dall’alibi della guerra santa.
Non sappiamo chi sia (un rapper o un disc jockey che forse fino a qualche giorno prima si divertiva a fare stragi sui videogiochi), mentre ne conosciamo l’identikit collettivo ricavato dalle voci di perseguitati, dalle immagini degli sgozzamenti e dalle fosse comuni che recano le impronte di questi assassini professionali in azione sotto i drappi neri dell’Isis o Is.
All’internazionale del sadismo, non è un caso, i veri islamici affidano il gioco più sporco.
Diamo per scontate tutte le analisi sulle origini della carneficina: le colpe degli americani, le viltà degli europei, il doppio gioco dei potentati arabi che con una mano fanno affari con gli occidentali e con l’altra pagano chi taglia loro la gola.
Troviamo francamente poco interessanti le visioni apocalittiche di chi profetizza l’arrivo in Piazza San Pietro del sedicente Califfo al-Baghdadi , un “criminale di strada” secondo il New York Times, un mezzo impostore che si fa ritrarre impettito durante il sermone nella moschea di Mosul, malgrado la scomunica delle autorità religiose sunnite.
Così come fanno sorridere le esibizioni muscolari dei feroci saladini nostrani, a parole sfegatati fan dei mullah col Kalashnikov, ma che nella vita reale tremano perfino allo scoppio di un petardo.
L’attenzione invece dovrebbe concentrarsi su “John” carnefice di Foley , sui cosiddetti “Beatles” e sugli altri tagliagole giunti in Siria per poi dilagare nella pianura mesopotamica, da Londra, dalle periferie parigine e da quelle tedesche.
È “la generazione del rifiuto e del rancore” (Renzo Guolo), spesso giovanissimi e non solo maschi, protagonisti dell’infamia “che svuota le vittime del loro sangue e della umanità per mostrare la morte e nella sofferenza peggiore” (Bernard-Henri Lèvy).
Chi si serve di questa perversione per qualche polemicuzza contro “l’Islam radicale” o per la solita crociata contro i terroristi che si mescolerebbero agli extracomunitari approdati più morti che vivi sulle coste italiane non sa di cosa parla.
John e gli altri “scarafaggi” sono tutta roba nostra, i frutti marci dell’Occidente cinico e indifferente.
Una malattia che andava curata in tempo prima che occorressero le bombe.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 24th, 2014 Riccardo Fucile
DA ROTTAMATORE ORA TEME DI ESSERE ROTTAMATO DAI SUOI PADRINI
Di ritorno dalle vacanze nella sua modesta suite da 1.000 euro al giorno di Forte dei Marmi, Renzi si appresta a rientrare a palazzo Chigi rispolverando dai cassetti il suo fortunato slogan sulla rottamazione.
In varie direzioni: dai salotti buoni dell’economia ai sindacati, passsando per “l’Europa dei burocrati di cui non ho bisogno”.
Tutti quelli insomma che l’hanno appoggiato per far diventare un modesto politico di provincia premier della Repubblica.
Salvo ora accorgersi che avevavo investito su una patacca.
Stavolta il premier-segretario sa perfettamente che rischia grosso quando alla rivista ciellina Tempi spiega che vorrebbe “togliere il paese dalle mani dei soliti noti, quelli che vanno in tutti i salotti buoni a concludere gli affari di un capitalismo di relazione ormai trito e ritrito”.
Ha parlato uno che ha scalato posizioni grazie agli appoggi di esponenti della finanza e del capitalismo italiano.
Che poi frequenti i salotti o gli anfratti im cui appartarsi e stringere accordi ha poca rilevanza.
Nel suo messaggio c’è la sensazione che è arrivato all’ultima spiaggia e anche un avvertimento ai tanti da cui teme di essere scaricato per manifesta incapactà .
E se questo vale per i sindacati, con cui le lame sono già incrociate da tempo, varrà anche per gli imprenditori.
Nello staff del premier c’è la speranza che la luna di miele con gli imprenditori non volga al tramonto: “Sono tutti consapevoli che non c’è alternativa a Matteo, poi però saltano sempre fuori i soliti conservatorismi”.
Difficile strappare qualche nome, o indicazione più precisa di chi siano i capitalisti di relazione nel mirino del premier.
A palazzo Chigi, in questa fase, sentono di poter contare sul sostegno di Draghi: flessibilità in cambio di riforme, rispettando gli accordi europei.
Ma la riforme, ammesso che siano quelle giuste, devono arrivare in fretta.
Il conto alla rovescia è iniziato.
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Agosto 24th, 2014 Riccardo Fucile
E PER AFFERMARLO SI AFFIDA ALL’EX GRANDE FRATELLO CASALINO… SE DI BATTISTA NON PARTE PER L’IRAQ POTREBBE ANDARE A PRESENTARE IL TG
In età senile Beppe Grillo si è accorto che il Tg1 è fazioso: questa pare la notizia del giorno fra i
Cinquestelle.
Sul blog di Grillo è stato infatti pubblicato un post di Rocco Casalino, ex Grande Fratello e responsabile della comunicazione del M5S al Senato, dal titolo “I servizietti del Tg1″.
“Siamo stanchi di assistere all’ennesimo servizio fazioso del Tg1. Ieri sera a fare disinformazione è stata la giornalista Claudia Mazzola” si legge nell’articolo.
”Nel suo servizio — scrive Casalino — dedica 15 secondi al videomessaggio di Beppe Grillo, riportando solo le parole rivolte a Renzi e oscurando completamente la parte importante del videomessaggio, quella in cui Grillo parla della crisi economica del nostro Paese. La vera vergogna è una tv pubblica che non è più in grado di raccontare la realtà , ma che sa solo deformarla e fare disinformazione”.
Ma perchè, l’ha mai raccontata?
Dove vivessero fino ad oggi questi personaggi non ci è chiaro: Casalino quando faceva comparsate Tv, con relativo gettone, forse non ne sarà accorto, ma che Beppe ne fosse all’oscuro è grave, visto che in Rai era una presenza costante.
Forse era troppo giovane per capire o forse preferiva per interesse non porsi il problema.
Altrimenti si sarebbe certamente indignato quando una forza di opposizione poteva accedere in Tv solo in occasione di Tribuna politica e mai durante l’anno poteva godere di un servizio giornalistico o essere anche solo citata.
Democrazia a scoppio ritardato.
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA CENTRALE DELLA CONTRAFFAZIONE E’ TRA QUATTRO COMUNI NAPOLETANI… DOVE SI PRODUCONO COPIE DI OGNI MARCHIO, SOTTO IL CONTROLLO DELLA CAMORRA
Una volta dentro la pancia del magazzino, l’impressione è di trovarsi in un laboratorio di alta pelletteria. Una succursale di Fendi e Gucci.
Peccato che tutto ciò che produce è falso. A terra c’è ancora qualche avanzo di cuoio marrone con il logo Louis Vuitton. In fondo, incolonnati, ci sono i fusti rossi del colore utilizzato nella lavorazione.
La fabbrica in cui è entrato “l’Espresso” è spaziosa e ha larghe finestre dalle quali filtra abbondante luce.
Per raggiungerla bisogna lasciarsi alle spalle il golfo di Napoli e avvicinarsi al profilo del Vesuvio.
Arrivati a Somma, e risalito un groviglio di vie alle pendici del vulcano, si entra nel polmone della maison della contraffazione, dove le differenze tra autentico e imitazione sono minime, se non nulle.
La sorgente delle borse che gli immigrati offrono sulle spiagge, provocando l’indignazione ferragostana del ministro Angelino Alfano, è in questo fazzoletto di territorio attraversato da un fiume di denaro nero.
Per la camorra è il “quadrilatero d’oro”, e qui sorveglia ogni passaggio dell’affare.
Per indicare questo El Dorado, gli investigatori della Finanza, tracciano sulla cartina quattro linee che uniscono i comuni di San Sebastiano, Terzigno, San Giuseppe e Somma Vesuviana.
Tra vitigni e alberi di mele annurche è cresciuto un Far West di piccole e medie aziende invisibili al fisco. Allestite in garage costruiti nei cortili di grandi case private abitate da coppie di anziani.
Che li affittano agli imprenditori per pochi spiccioli ricavando un gruzzoletto da un immobile che altrimenti rimarrebbe vuoto.
Il clan detta legge e decide il prezzo insieme agli stilisti improvvisati.
In media cinquecento euro per 800 metri quadrati, ma se ne trovano anche per molto meno. Un business che in Italia è stato stimato dal ministero dello Sviluppo economico tra i tre e i sette miliardi di euro, secondo solo al traffico di droga.
E di cui i “vu cumprà ” — come li ha definiti Alfano — raccolgono solo le briciole.
«Le nostre indagini hanno mostrato che il ritorno economico per un’organizzazione può arrivare fino al 400-500 per cento dell’investimento iniziale», spiega il colonnello Nicola Altiero che per tre anni ha guidato il Nucleo di polizia tributaria di Napoli.
Il network è fatto di imprese che seminano quattrini per triplicare i profitti: per la filiale abusiva di Fendi e Gucci il titolare ha investito un milione di euro solo in macchinari.
Li ha ripagati in soli 120 giorni, guadagnando 240 mila euro al mese.
Dall’importazione al commercio, passando dalla produzione allo smaltimento dei rifiuti, non esistono fatture o scontrini. La filiera è controllata da cartelli criminali a partecipazione mista. Ognuno con un ruolo ben definito.
ACCORDI GLOBALI
Wang Guan Bin. Nome in codice Marco. È un punto di riferimento per i padrini che si arricchiscono con la moda.
L’ingrosso di abiti made in Cina che gestisce a Casagiove, nel casertano, è solo una copertura. Di mestiere fa il broker, esperto di merce taroccata, per i camorristi.
Con una telefonata è in grado di muovere migliaia di simil Hogan, Nike, Adidas, e piumini Moncler in lungo e in largo per il mondo. È la pedina che serve alle cosche. Queste gli chiedono i modelli, lui ordina ai produttori cinesi e smista i nuovi arrivi.
Gli accordi prevedono una spedizione a settimana.
C’è una telefonata intercettata nell’indagine “Via della seta” condotta dalle Fiamme Gialle, che descrive la dimensione globale del fenomeno: un procacciatore d’affari cinese, Chen, propone a Marco Guan, rappresentante, secondo gli investigatori, del gruppo camorrista Mazzarella, l’invio settimanale di migliaia di scarpe.
Costo 200 mila euro.
Dietro l’operazione intercontinentale c’è la mano dei fratelli Mario e Roberto Murolo: «Imprenditori alle dirette dipendenze del boss Luciano Mazzarella». I due maneggiano una montagna di denaro che reinvestono nel settore. Al resto ci pensa Marco: l’intermediario che suggerisce ai referenti cinesi cosa produrre in base alle mode del momento.
I mercanti delle organizzazioni investono anche in Turchia, da dove arrivano i jeans (Roy Rogers e Jeckerson) e capi d’abbigliamento estivi, e in Bangladesh, specializzati in t-shirt.
Qui molte multinazionali delocalizzano per tagliare i costi. Per questo il sospetto degli inquirenti è che parte del sovrappiù originale possa essere spacciato nei circuiti paralleli: sono falsi sfornati negli stessi stabilimenti che confezionano i marchi autentici.
LE ROTTE
In Cina c’è parte della produzione, lì si stabiliscono le rotte delle navi cargo che dovranno raggiungere i porti italiani ed europei.
Seguono due direzioni: dal Sudamerica fino in Spagna o Olanda; oppure dalla porta turca verso Grecia, Polonia e Bulgaria.
Destinazione finale è l’Italia.
Fino all’anno scorso i carichi arrivavano negli scali di Napoli, Genova e Gioia Tauro. Ma gli eccessivi controlli li hanno dirottati verso Rotterdam, il Pireo e gli hub spagnoli. Dove la vigilanza è minore.
Superati i confini italiani, la mercanzia viene messa in ordine sugli scaffali di grandi depositi. In Campania, ma non solo.
Molti dei tir che partono da Rotterdam scaricano in Lombardia. Altri nel Lazio: Roma è diventata un crocevia del sistema. Un anno fa, nella periferia della capitale, al di là del raccordo anulare, è stato sequestrato un intero stabile: due commercianti cinesi avevano stoccato 10 mila paia di simil Adidas, Nike e Hogan.
Il via vai di camion e furgoni non aveva insospettito i proprietari delle ville accanto. I grossisti sono finiti nell’inchiesta Alì Babà della procura antimafia di Napoli.
Lavoravano su commissione di gruppi italiani e avevano contatti diretti con i rappresentanti delle fabbriche orientali. I detective hanno inoltre scoperto che spesso gli affiliati campani inviano propri emissari tra Shanghai e Pechino per il controllo qualità . Il viaggio di un container, per aggirare i controlli, non è mai diretto.
Il meccanismo è spiegato da due personaggi, coinvolti nell’operazione “Compagnia delle Indie”, che aspettano ansiosi 6 mila scarpe: spedite dalla Cina in Brasile, poi da lì inviate nel porto franco di Ceuta, in Marocco, dove grazie all’appoggio di un agente delle Dogane, sono state trasferite in Spagna, ad Algeciras.
Da qui, dopo essere state sdoganate, sono partite, passando da Barcellona, alla volta di Genova. Una volta entrate in Italia finivano in capannoni anonimi della Lombardia. Anche il pellame, le tomaie, le suole, i tessuti, seguono gli stessi tragitti. Spesso sono modelli identici a quelli delle grandi maison, ma senza etichetta. In questi casi, gli operai dei laboratori clandestini, disseminati nelle province di Napoli e Caserta, si limitano a cucire le targhette.
PRODUZIONE
L’esperienza dei mastri pellettieri campani è diventata il valore aggiunto della camorra: prima hanno affiancato il falso alle loro creazioni, e dopo qualche tempo hanno scelto di dedicarsi solo al mercato nero.
La crisi e la concorrenza spietata li ha fatti finire sul lastrico. In loro soccorso è andato il clan, che si è messo a disposizione offrendogli la possibilità di entrare nel giro. «È in un simile contesto che matura l’ingresso di piccole imprese artigianali nella filiera del falso», spiega il colonnello Altiero, «una dinamica favorita anche dalla stretta creditizia che queste hanno subito negli ultimi anni, in un territorio in cui i clan hanno invece forti disponibilità finanziarie».
Nel quartiere di Secondigliano “l’Espresso” è entrato in un laboratorio a gestione familiare.
Qui da quindici anni quattro maestri creano splendide borse in pelle. Dietro la porta in ferro battuto le regole si interpretano, si muovono sul filo della legge. «Realizziamo modelli che possono sembrare Chanel o Hermès, ma come può vedere sono senza targhette», spiega uno di loro, che ammette: «Se i nostri committenti, una volta fuori di qui, cuciono etichette di alta moda non è nostra responsabilità , ma loro».
Vendono senza marca e rischiano zero.
A differenza di quanto avveniva a Casoria, zona nord di Napoli, dove in una cantina lugubre, sudicia, con i vetri delle finestre oscurati, lavoravano una decina di persone, tutte italiane.
I rotoli di pelle, ammassati nei cartoni, e le stampe Louis Vuitton sui tavoli lasciano poco spazio alle interpretazioni: è il paradiso del fake.
Migliaia di famiglie vivono grazie all’industria della contraffazione, che fa da welfare per imprese in crisi e disoccupati. Lo stipendio medio si aggira tra i 600 e i 700 euro, ovviamente senza contratto.
«A fronte di una disoccupazione che in via teorica risulta essere elevatissima, nelle aree interessate da questi fenomeni, l’occupazione è fiorente così come il giro d’affari dell’economia sommersa. Pagamento in contanti, low profile e falsa identità , sono le parole d’ordine di chi opera in questo campo», osserva Altiero.
I contanti non mancavano al proprietario dello stabilimento sequestrato a Somma Vesuviana: i cloni perfetti gli facevano incassare 60 mila euro a settimana.
Li otteneva grazie a rulli che riproducevano sul tessuto i disegni di Gucci e Fendi. Marchingegni costruiti da specialisti del settore. Dare un nome a questi insospettabili fornitori è in cima alle priorità di chi indaga. Ma, vista l’assenza di contratti e fatture, è molto difficile risalire la catena fino a loro.
SOLO PER INTENDITORI
A Londra, ai confini della City, su un viale che taglia in due l’Est End, tra musei e teatri liberty, è aperto dal 2006 uno showroom della camorra.
Scarpe e borse italiane a prezzi d’occasione. Nel negozio arrivava parte dei falsi, venduti però come originali.
Stesso trucco utilizzato da negozianti italiani che vendono “roba mista” a Napoli e nel basso Lazio, in Lombardia e in Piemonte, in Liguria, in Calabria e in Toscana.
Sono prestanome dei camorristi o commercianti che arrotondano spacciando per vere Hogan e Nike fasulle.
Su di loro le indagini proseguono. Anche se non sarà semplice individuarli viste le ottime imitazioni che mettono in vetrina.
Intanto i controlli hanno dato i primi frutti: lo scorso novembre la finanza ha sequestrato 16 mila pezzi in un outlet della provincia di Caserta. Calzature, maglie e giubbotti di altissima qualità , con doppie cuciture e tessuti costosi, destinati a una clientela selezionata.
E i blitz si sono ripetuti anche pochi giorni fa, perchè in agosto si preparano le collezioni invernali, copiando quelle disegnate dagli atelier più fashion.
A un target elevato punta anche un altro clan napoletano, quello dei Contini. Noto alle cronache per la recente inchiesta sul riciclaggio nella catena di ristoranti “Pizza Ciro”, frequentati da vip e politici.
Meno noti gli interessi nello spaccio di false Hogan assieme a un imprenditore affiliato ai Mazzarella.
Un aspetto ancora inedito trascritto nei faldoni sulle pizzerie romane che svela una joint venture fatta di negozi compiacenti e incassi giornalieri fino a 3 mila euro.
A Napoli il mercato della Maddalena, in piazza Mancini, è zona franca. Qui le regole le stabiliscono il clan Mazzarella e gli alleati Caldarelli. Il fortino è delimitato da bancarelle che espongono Moncler, Hogan, Nike, Polo, Burberry, K-Way, Ray Ban.
Gli ambulanti sono napoletani e stranieri. Blitz e verbali sono all’ordine del giorno. Eppure la scena si ripete ogni mattina: sistemano il banco e si preparano ad accogliere il fiume di clienti. La settimana si conclude con il versamento della tassa alle cosche.
Ogni postazione paga 150 euro al capo Luciano Mazzarella che, secondo alcuni pentiti, incassa e divide con i Caldarelli dai 7 ai 10 mila euro ogni settimana. Il ricavo per la gestione della piazza è di quasi due milioni di euro l’anno.
TERRA DEI FUOCHI
Gli scarti del “Quadrilatero d’oro” finiscono spesso bruciati nei roghi che hanno avvelenato la Campania.
Il disastro ambientale parte proprio dalla produzione in nero nei settori più diversi. «Lo smaltimento tramite incenerimento è la fase terminale di una catena produttiva di una miriade di aziende del napoletano che, producendo in nero, hanno la necessità di smaltire attraverso un circuito illegale», si legge nell’ultima relazione della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti. Ipotesi condivisa da chi indaga sul Far West del “Quadrilatero d’oro”: «Conferire i rifiuti, soprattutto quelli speciali, nelle discariche ufficiali equivarrebbe per tali organizzazioni a una vera e propria “auto-denuncia”: meglio sversare in modo occulto o appiccare dei roghi», conclude Altiero.
La scena si ripete alla fine di ogni giornata di lavoro: al tramonto partono le spedizioni di furgoni e camion che abbandonano il mucchio in zone isolate del distretto vesuviano oppure nella zona del casertano.
Il profitto dei clan ha un prezzo: ambiente avvelenato e tumori. Effetti collaterali di un business che attira milioni di clienti nei suk della camorra.
Giovanni Tizian
(da “L’Espresso”)
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
L’INFANZIA POVERA, IL CALCIO, LA GALERA AMERICANA, LA SPIETATA CONQUISTA DEL POTERE
“Ci vediamo a New York, ragazzi», disse Abu Bakr al-Baghdadi uscendo dal campo di prigionia di
Camp Bucca.
A raccontarlo è stato il colonnello americano Kenneth King, allora comandante di quel carcere nel sud dell’Iraq e oggi forse l’unico occidentale che può dire di aver conosciuto il leader del gruppo jihadista Stato Islamico (Is), diventato in pochi mesi l’uomo più pericoloso del mondo.
Ma chi è il nuovo Bin Laden, l’uomo che, dopo aver rottamato i vecchi vertici di al Qaeda, vuole creare uno Stato islamico dalla Siria all’Iraq e da lì lanciare la sfida del jihad globale?
«Baghdadi è molto peggio di Bin Laden, è più malvagio e sanguinario», dice da Washington il professor Paul Sullivan, esperto di Medio Oriente della Georgetown University: «Quanto a ricchezza e profondità strategica, l’Is supera al Qaeda, che non ha mai controllato pozzi di petrolio e gas, dighe, centrali elettriche, fabbriche o banche».
Di Abu Bakr al-Baghdadi sanno poco anche la Cia e le autorità irachene, perchè in questi ultimi anni è stato bravo a mantenere il mistero su di sè.
Il suo vero nome è Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri.
Nasce 43 anni fa da una famiglia povera in un villaggio vicino Samarra, a nord di Baghdad. A inizio anni Novanta arriva nella capitale e per dieci anni vive in una stanza adiacente ad una piccola moschea nel quartiere periferico di Tobchi.
Qui il futuro tagliagole rimane nella memoria per una caratteristica.
«Era il nostro Messi, era il migliore», ha raccontato al “Telegraph” un uomo del quartiere, che a quel tempo giocava insieme a lui nella squadra della moschea, con cui andavano anche a nuotare e a fare dei picnic.
Sfidando il clichè, lo ricorda come un uomo gentile e timido, e contraddice la storia secondo cui Baghdadi fosse un imam: in realtà , sostiene, era uno dei ragazzi che dava una mano in moschea quando l’imam era via, guidava la preghiera con la sua bella voce, ma non faceva sermoni.
Era già un conservatore, ma il massimo per cui si fece notare fu, un giorno, protestare alla vista di una festa di matrimonio in cui uomini e donne ballavano insieme.
All’inizio del millennio, preso il dottorato in studi islamici all’università della capitale, Baghdadi si sposa, e ha un bambino.
Nel 2003 inizia l’invasione americana, ma lui continua a vivere come un “family man”.
Che cosa succede a questo punto? Nel caos della guerra, Baghdadi crea l’Esercito dei Sunniti, lo Jjasj, al cui interno si ritaglia il ruolo di capo del comitato per la sharia. Qui si scontrano due ricostruzioni diverse.
Secondo alcuni stringe amicizia con Abu Musab al-Zarqawi, leader di al Qaeda in Iraq, al punto che per Bruce Riedel, ex Cia, Baghdadi lo seguirebbe anche in Afghanistan.
Secondo altri analisti, invece, i due non sarebbero stati molto vicini, e Baghdadi non avrebbe mai messo piede in territorio talebano.
Nel febbraio del 2004, comunque, durante un raid in una casa vicino Falluja, viene arrestato dalle forze americane.
Non sanno chi sia, ma lo rinchiudono nel loro centro di detenzione di Camp Bucca. Ancora due versioni contrastanti.
Alcuni sostengono infatti che venne rilasciato dopo pochi mesi e con lo pseudonimo di Abu Duaa tornò al suo ruolo nello Jjasj, che nel 2006 insieme ad al Qaeda in Iraq si fuse nel più ampio Mujahideen Shura Council.
Altri, invece, ritengono che sarebbe entrato a Camp Bucca nel 2005 e ne sarebbe uscito solo nel 2009.
Comunque sia andata, di certo gli americani non si accorgono che il carcere lo ha reso ancora più radicale.
«Era un criminale di strada», ha spiegato un funzionario del Pentagono al “New York Times”, «serviva la sfera di cristallo per capire che sarebbe diventato il capo dell’Isis».
«Era un brutto tipo, ma non era il peggio del peggio», ha raccontato il colonnello King, ricordando che Baghdadi non era stato nemmeno assegnato al Compound 14, quello riservato ai più estremisti.
È a questo punto che Baghdadi, mentre sta per salire su un cargo C-17 diretto a un carcere più vicino alla capitale, dice: «Ci vediamo a New York, ragazzi».
King lo considerò poco più di uno scherzo, giocato sulla provenienza delle guardie di Camp Bucca. Ma oggi quella frase suona assai macabra.
Tornato in libertà , Baghdadi rientra nei ranghi jihadisti. Al-Zarqawi, il leader di al Qaeda in Iraq, è stato ucciso da un attacco aereo americano nel 2006. Nel 2010 il suo successore, a capo di quello che ora si chiama Isi, Stato islamico dell’Iraq, fa la stessa fine.
È a questo punto che arriva il momento di Baghdadi.
Il 16 maggio 2010 viene eletto a capo dell’Isi.
«È ancora un mistero perchè abbiano scelto proprio lui, ce ne erano molti altri che erano nell’organizzazione da più tempo», ha raccontato Hisham al Hashimi, un esperto di sicurezza iracheno: «Venne eletto in Iraq, nella provincia di Ninive, da un consiglio religioso. Nove su undici votarono per lui».
Il leader tribale iracheno Ahmed al-Dabash, che nel 2003 combattè contro gli Stati Uniti e ora è alleato dell’Is, ricorda: «Conoscevo di persona tutti i leader della rivolta anti-americana. Zarqawi era per me più di un fratello. Ma non avevo mai sentito parlare di Baghdadi. Era un personaggio insignificante allora. Guidava la preghiera in una moschea, e nessuno se ne curava».
Nell’ottobre del 2011, gli attacchi terroristici da lui organizzati in Iraq gli valgono una taglia di 10 milioni di dollari da parte degli Usa, seconda solo a quella del leader di al Qaeda Ayman al-Zawahiri.
Nel 2012 profetizza la nascita dello Stato Islamico nel suo primo audiomessaggio, e soprattutto ha una grande intuizione.
Si introduce come una lama nel caos siriano, nel conflitto che oppone l’esercito del dittatore Bashar al-Assad e un’opposizione troppo variegata, in cui convivono i qaedisti di Jabhat al-Nusra e formazioni moderate che però non ricevono abbastanza sostegno dall’Occidente.
Nel 2013 l’Isi occupa la città settentrionale di Raqqa, che diventa la sua “capitale”, e da lì scende verso Deir el-Zor, dove si impadronisce dei campi di petrolio.
È un’avanzata trionfale, che nel 2013 lo porta a cambiare il nome del gruppo in Isis (o Isil, dove l’ultima lettera sta per Siria o Levante), a segnalare un’ambizione nuova, fare piazza pulita degli Stati creati dagli occidentali con gli accordi di Sykes-Picot nel 1916 e dare origine a uno Stato islamico che vada dalla Siria all’Iraq, riportando in mani sunnite e fondamentaliste due Paesi governati da due sciiti: il dittatore alawita Assad e il premier Nouri al-Maliki.
L’idea di espandersi in Siria, pestando i piedi ai qaedisti locali, non va per niente giù a Zawahiri, che infatti condanna la fusione tra Isis e la siriana al Nusra, voluta da Baghdadi nel 2013 e poi tornata in discussione.
Lo scontro con Zawahiri è da antologia, con l’anziano ex braccio destro di Bin Laden che lo accusa di non portare rispetto e lo invita all’obbedienza, e il rampante iracheno che gli ribatte che è lui che deve portargli rispetto.
«Devo scegliere tra la legge di Dio e quella di Zawahiri, e scelgo la legge di Dio», archivia la pratica Baghdadi.
Forte dei successi e dei proventi del petrolio siriano torna in Iraq, dove, dopo il ritiro americano del 2011, le violenze tra sunniti e sciiti sono ricominciate.
Conquista il confine con la Siria, e poi Falluja e Ramadi. Nel giugno scorso è il turno di Mosul, la seconda città del Paese, e di Tikrit, dove è nato Saddam.
Sembrerebbe puntare alla capitale, e invece il suo esercito vira verso il Kurdistan, l’unica area dove in questi anni si sia creata in Iraq una società dignitosa.
Al Baghdadi vuole Kirkuk e i suoi ricchi campi: “follow the Oil”, segui il petrolio.
Il 29 giugno l’Isis cambia nome in Is, Stato Islamico.
Baghdadi annuncia la nascita del Califfato, che sarà lui stesso a comandare, con il nome di Califfo Ibrahim. È una mossa spericolata, con cui, incurante del parere dei giuristi ma forte della sua auto-proclamata discendenza dalla tribù Quraysh, quella del Profeta Maometto, si pone come guida dei musulmani tutti.
«È un insulto all’Islam, come se la ‘ndrangheta si facesse chiamare “Stato cattolico”», ci spiega Sullivan: «L’Is è una mafia. Sono dei killer, contrabbandano droga, persone, armi, carburante. Ma almeno le mafie hanno il buon senso di non considerarsi organizzazioni religiose».
Il 5 luglio Baghdadi decide che è tempo di uscire allo scoperto, perchè d’altronde l’ultima sua immagine nota risaliva a quattro anni prima.
Fa registrare un suo sermone nella Grande Moschea di al-Nuri a Mosul. Il video viene subito caricato su YouTube, e così il suo volto fa il giro del mondo.
Il resto sono immagini di questi giorni. Epiche traversate del deserto di profughi per sfuggire alla furia jihadista. Stupri. Uomini sepolti vivi. Soldati sciiti di Tikrit ammucchiati per terra in una cunetta e fucilati, uno dopo l’altro, faccia a terra. Cristiani cacciati da Mosul. Minoranza yazida intrappolata sulle montagne del nord dell’Iraq. Combattenti curdi che, aiutati dagli americani, guidano la controffensiva e riconquistano la strategica diga di Mosul.
Che cos’altro si può dire del Califfo? È un pazzo? No. Anzitutto ha un piano.
Di solito i qaedisti non sanno governare a lungo un territorio vasto, perchè l’imposizione della sharia e di costumi severi sono impopolari.
È vero, a Raqqa la “giustizia” di Baghdadi prevede il bando totale di alcol e sigarette, la sottomissione della donna, punizioni corporali e capitali, crocifissioni e preghiere obbligatorie.
Tuttavia Baghdadi non sta sottovalutando lo “state-building”, o almeno il tentativo di creare una nuova società : a Mosul ha organizzato delle feste per i bambini, ha distribuito cibo e regali, ha aperto scuole e inaugurato servizi di bus, a Raqqa ha creato una burocrazia e concesso sconti per cibo e carburante.
Il bastone e la carota, insomma, almeno per i musulmani sunniti fedeli.
Si è poi impadronito di risorse energetiche cruciali, la cui gestione gli permette di tenere sotto controllo anche quella parte di popolazione che non lo sopporta. Soprattutto, a differenza del giordano Zarqawi, non si è circondato solo di stranieri. Per conquistare l’Iraq si è affidato a una cricca di ex militari ed ex funzionari del partito Baath, insomma di nostalgici di Saddam Hussein, gente che conosce il Paese da un punto di vista sociale e militare.
Baghdadi ha saputo cavalcare il profondo risentimento dei sunniti, emarginati prima dal governo provvisorio installato dagli americani e poi dallo sciita al-Maliki.
Rispetto a Bin Laden, con cui ha in comune la passione per il calcio (Osama era un tifoso dell’Arsenal), ha tenuto finora un profilo più basso.
Si è fatto vedere poco e non ha concesso interviste. «Le differenze? Prima di tutto rispondono a due mitologie diverse, perchè se Osama era il ricco che si è spogliato di tutto, Baghdadi è l’uomo venuto dal nulla. Poi Osama è stato il primo leader del jihad globale, e il suo carisma è inarrivabile», ci spiega da Pechino l’inglese Raffaello Pantucci, esperto di sicurezza globale del Royal United Services Institute di Londra.
Sì, Baghdadi non avrà il carisma di Osama, ma non è un laico come lui e Zawahiri, rispettivamente un ingegnere e un medico: è uno studioso dell’Islam e un religioso, e questo può affascinare molti fanatici jihadisti.
E a differenza del vecchio Zawahiri, che se ne sta in una grotta e non ha mai conquistato da solo un territorio, è pure un uomo d’azione.
Ora sogna di prendere Iraq e Siria e da lì, anche grazie alla sua straordinaria macchina comunicativa, lanciare il jihad globale.
In un audiomessaggio registrato alla fine di giugno ha citato tutti i luoghi del mondo in cui i musulmani devono ricorrere al terrore, dalla Cina all’India, dalla Somalia al Caucaso fino alle Filippine.
«Sollevate le vostre ambizioni!», ha esclamato, stabilendo i confini del suo Stato Islamico ideale: fino alla Spagna e a Roma.
Le sue parole hanno rovinato le vacanze a molti governanti, visto che sul web, dal Bangladesh a Washington, si moltiplicano le professioni di fede nell’Is, e perfino il regime cinese, preoccupato da possibili infiltrazioni nello Xinjiang, comincia a temerli, tanto più che Pechino è il primo cliente del petrolio iracheno.
Il suo esercito si è gonfiato vittoria dopo vittoria, come una valanga. Ma quelle tribù sunnite che finora lo hanno sostenuto si stancheranno di lui? Ahmed al-Dabash, il leader tribale, ha fatto capire di sì, se la musica cambierà a Baghdad, dove intanto il disastroso premier al-Maliki si è finalmente dimesso, dopo otto anni al comando.
Il nuovo Califfo globale ha già dato appuntamento a Roma e a New York.
Prima però deve fare la marcia su Baghdad. E non sarà una passeggiata.
«L’Is non riuscirà a conquistarla. Non è una città sunnita come Mosul, è una metropoli etnicamente divisa, dove gli sciiti venderebbero cara la pelle», dice Pantucci. Conclude Sullivan: «Uomini di diverse religioni e di diversi Paesi devono mettersi insieme per fermarlo. È una battaglia che riguarda tutti, siamo tutti in prima linea».
Daniele Castellani Perelli
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL CASO DANIZA HA UN RETROTERRA E MANDANTI BEN PRECISI
Se non fosse una cosa seria, questa sarebbe una notizia a ridere. Dopo gli immigrati, i neri e i rom, la Lega nord (in questo caso con l’aiuto della Sà¼dtiroler volkspartei) punta il dito contro gli orsi, in particolare contro quelli clandestini, of course.
Sembra un paradosso, ma la vicenda riguarda il foglio di via (leggi l’abbattimento) degli orsi bruni che a partire dal 1994 sono arrivati a popolare il parco naturale Adamello Brenta. Il “trasferimento” fu reso possibile grazie ai finanziamenti (qualcosa come seicentomila euro) dell’allora Comunità europea.
Animali con tanto di collare e regolare permesso di soggiorno.
Peccato che gli esemplari abbiano sconfinato e dal Trentino siano arrivati nei boschi dell’Alto Adige e su, fino all’Austria e alla Baviera.
Fatto sta che la Commissione preparatoria del Dreierlandtag (Tirolo+Sudtirolo+Trentino) ha approvato una mozione Svp contro gli orsi sloveni reintrodotti nelle terre italiane, sostenuta della Lega nord che è addirittura favorevole al libero abbattimento di questi orsi “immigrati senza permesso di soggiorno e che non rispettano i confini”.
Motivazione ufficiale: “La loro presenza nei boschi sarebbe una minaccia per chi vive e lavora in quelle zone”.
Una provocazione, l’ennesima, fatta durante le sedute dei consigli provinciali a Trento e Bolzano.
Anche perchè gli orsi sono una delle specie animali protette: la Convenzione di Berna, datata 19 settembre 1979, è chiara e, se non bastasse già nel 1939 la specie è inserita nell’elenco di quelle protette della fauna d’Italia a opera dell’allora senatore del Regno Gian Giacomo Gallarati Scotti e dalla legge quadro sulla protezione della fauna selvatica del 1992.
Se i consiglieri della Lega volessero armarsi di fucile sanno che andrebbero incontro a sanzioni previste dal codice penale.
Il Progetto Ursus (Life Ursus) era stato avviato nel 1996, con fondi europei per cercare di risollevare le sorti dell’ultimo nucleo di Orso bruno delle Alpi italiane. Il Parco naturale Adamello Brenta, la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica ritennero di unire le forze per la salvaguardia dei plantigradi nostrani.
In quelle zone erano presenti solo tre orsi, tutti maschi, quindi la popolazione era biologicamente estinta. Era necessario introdurre nel territorio almeno 9 individui tra i tre ed i sei anni
Prima della reintroduzione, un sondaggio di opinione sugli abitanti dell’area dimostrò che almeno il 70% dei cittadini residenti erano favorevoli alla reintroduzione stessa.
Nel 1999 ci fu la liberazione dei primi due orsi, Masun e Kirka, catturati nella Slovenia meridionale. Tra il 2000 ed il 2002 furono liberati altri otto individui.
Tutti gli orsi furono muniti di radiocollare e marche auricolari trasmittenti. E nel 2004 il progetto si è concluso dopo un secondo finanziamento europeo.
Oggi la popolazione dei plantigradi è stimata in 30 esemplari e si spera in un ricongiungimento, attraverso i corridoi biologici, di tutte le popolazioni alpine. Anche se, dicono gli esperti, il pericolo d’estinzione, però, non era del tutto scongiurato.
“Tra l’altro”, spiega al fattoquotidiano.it il consigliere provinciale dei Verdi in Trentino, Roberto Bombarda, “gli orsi che adesso popolano i boschi sono italianissimi, nati in Italia, sulle nostre montagne. Purtroppo ogni sei mesi viene riproposta questa polemica, in realtà del tutto sterile: a chi dovremmo restituire gli orsi nati in Italia? Alla Slovenia? Con quali motivazioni? In quanto figli e nipoti di sloveni? Una follia, ovvio.”
“Va detto inoltre”, spiega l’agenzia di stampa GeaPress, specializzata in animali e ambiente, “che oltre al tentativo di evitare l’estinzione degli orsi, già biologicamente in atto a quella latitudine, il Progetto Ursus aveva sicuramente garantito per anni occupazione e salario ad alcune decine di persone con diverse competenze e specializzazioni. Gli orsi del Trentino hanno già dovuto subire la cattura, lo sradicamento dai luoghi natii, ed ora, una volta ambientati in un nuovo territorio, dovrebbero essere scacciati e riportati in Slovenia”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
DUE PESI E DUE MISURE: IERI DENUNCIATI CHI HA OCCUPATO LA PROVINCIA, OGGI LA TEPPAGLIA NON E’ STATA CARICATA
La credibilità in Europa dell’Italia ha oggi perso un altro punto: mentre la stampa europea
stigmatizza l’incoerenza di un Paese che prima spende milioni di fondi europei per ripopolare la fauna selvatica in Trentino e poi vorrebbe sparare agli orsi che ha immesso sulla base di una presunta aggressione di un sedicente cercatore di funghi in una zona dove gli episodi di bracconaggio non sono certo rari, a Trento e a Pinzolo le autorità riescono a rimediare l’ennesima brutta figura.
Ieri una ventina di attivisti di associazioni animaliste ha simbolicamente occupato il palazzo della Provincia per protestare contro la delibera che prevede la cattura e l’eventuale soppressione dell’orsa Daniza, colpevole di aver difeso i suoi due cuccioli da un intruso. In un Paese dove vengono occupate case, scuole e capannoni senza che nessuno osi intervenire, dopo sole quattro ore a Trento avviene il miracolo: gli animalisti vengono portati via di forza e otto vengono denunciati.
Bene, è stata applicata la legge: ma stranamente la stessa oggi è stata violata.
Perchè a Pinzolo sono sfilati in una manifestazione autorizzata circa duecento “amici di Daniza” circondati e insultati da una feccia di circa 500 persone a cui era stato vietata dalla Questura una contromanifestazione sullo stesso percorso (come riporta “l’Adige”), con chiaro intento provocatorio.
In questi casi la legge prevede prima di intimare agli abusivi di sciogliersi e, in caso di non ottemperanza, di caricare i provocatori.
Cosa che le autorità si sono ben guardate dal fare, evidentemente perchè partito autonomista e Lega tirano le file degli amici dei potenziali boia degli orsi.
Per chi avesse dei dubbi su chi istiga alla illegalità vi rimandiamo ad altro articolo relativo al 2011 quando autonomisti e Lega auspicavano di uccidere gli orsi “non italiani” e quanto la Lega annunciò un banchetto di carne di orso, poi costretta ad annullare l’evento per evitare una denuncia.
Sarebbe ora che la magistratura cominciasse a indagare su quali interessi stanno dietro
alla mobilitazione di chi incita alla uccisione di un’orsa.
Restiamo in attesa che l’autorità denunci anche chi oggi ha partecipato a una manifestazione non autorizzata, insultando e minacciando altri cittadini. che manifestavano in regola.
Prima che la gente civile si incazzi davvero e provveda da sola a ristabilire il rispetto della legge.
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
OBAMA SCHIVA LA VIP-MANIA MA STACCA UN ASSEGNO…IN ITALIA TANTE SCENEGGIATE MA LE DONAZIONI SONO FERME A 33 MILA EURO, NEGLI USA 42 MILIONI DI DOLLARI
Renzi diventa il primo capo di governo a partecipare all’Ice Bucket Challeng. P
oteva, il presidente del Consiglio, non raccogliere la sfida? Sì che poteva.
Barack Obama, per dire, ha lasciato cadere l’invito rivoltogli da Ethel Kennedy, la vedova di Bob, facendo la sua donazione ma sottraendosi al rituale ghiacciato.
E nè Hollande nè la Merkel nè Cameron (che pure è stato “nominato” da Russell Brand, il Fiorello inglese) vi hanno partecipato.
C’è cascato pure lui. Matteo Renzi ha fatto la doccia gelata.
L’Ice Bucket Challenge è la fiera della vanità e della beneficenza, nata negli Stati Uniti per dilagare nel resto del mondo.
Il pretesto, nobilissimo , è impegnare chi partecipa a donare per la ricerca contro la Sla.
Il risultato è una lunga sfilata di vip che si bagnano i capelli di fronte a una videocamera e condividono l’impresa.
La moda incontenibile non poteva non contagiare anche Renzi, fuoriclasse dei selfie e delle autopromozioni “social”.
A piedi nudi, in una sgargiante mise azzurra (camicia e costume), il premier si è rovesciato addosso il fatidico cesto d’acqua ghiacciata nel giardino dell’albergo di Forte dei Marmi dove è in vacanza da alcuni giorni, per poi pubblicarlo sul suo profilo twitter.
Nel discorso introduttivo ha ringraziato “i simpaticoni ” che lo “hanno tirato in ballo” (Fiorello, poi anche Jovanotti, Francesco Facchinetti e Tiziano Ferro) e ha sfidato a sua volta Roberto Baggio, Paolo Livoli — ex compagno di scuola che fa il medico e si occupa di Sla — e i direttori di riviste, giornali e telegiornali italiani.
Negli Usa il fenomeno Ice Bucket è esploso a ridosso di Ferragosto , grazie a testimonial come Mark Zuckerberg e Bill Gates.
Da quel giorno hanno partecipato praticamente tutti: attori di Hollywood, popstar, sportivi, imprenditori e persino l’ex presidente George W. Bush.
Barack Obama, sfidato da diversi “famosi”, ha schivato la secchiata, lasciando intendere di tenere ancora al decoro istituzionale.
Il presidente degli Stati Uniti, sobriamente, si accontenterà di staccare un assegno per la ricerca contro la malattia.
Intanto il Dipartimento di Stato ha diffuso una nota in cui ricorda ai suoi funzionari che per motivi etici bisogna evitare di partecipare a campagne per raccolte fondi private, “a prescindere da quanto nobili siano la cause”.
Negli Stati Uniti comunque le donazioni raccolte dall’inizio dell’Ice Bucket mania hanno avuto un’impennata: oltre 42 milioni di dollari.
E in Italia? Anche qui la secchiata è lo spo(r)t estivo di un esercito di (più o meno) famosi: Belen, Elisabetta Canalis, Mario Balotelli, Emma Marrone, Marco Mengoni, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli (che ha nominato il suo “nemico” in Figc, Carlo Tavecchio) e tantissimi altri.
La politica ha fiutato il fenomeno e comincia a reagire.
Ieri pomeriggio, prima di Renzi, si è prestato anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Il problema vero è che alla sfilata sui social network non corrisponde la generosità dei portafogli.
Massimo Mauro, ex calciatore, giornalista di Sky e presidente dell’Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) ha reso noto che in questi giorni di grande battage mediatico l’Ice Bucket Challenge de’ noantri ha prodotto donazioni per appena 33mila euro.
Mauro riconosce “la straordinaria importanza del fatto che finalmente si parli di Sla, una malattia che è abituata a rimanere nell’ombra”, ma non nasconde un po’ di delusione per la scarsa generosità dei vip dalla testa ghiacciata.
“L’80 per cento delle donazioni — dichiara — sono arrivate via Pay Pal da persone comuni, con donazioni da 5, 10 e 50 euro. Qualche cantante, si è spinto fino a 500, massimo 700 euro, ma non voglio fare nomi”.
Quello che non si può tollerare è che la malattia sia da sempre ignorata dalle istituzioni: “Per i governi la Sla non esiste. Zero euro all’anno per la ricerca. Altro che secchiate d’acqua. Ora serve un impegno concreto”.
Tommaso Rodano
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