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BERLUSCONI PRONTO A TUTTO PUR DI RESTARE CON MATTEO

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

NEMMENO SU PRODI IL VETO DI SILVIO E’ TOTALE, MA LA PREFERITA E’ LA FINOCCHIARO

Tormentato. Forse anche pentito. Di sicuro con le mani legate.
Berlusconi non è per nulla convinto che sia stata una buona idea quel suo via libera a Renzi sul Quirinale.
Se potesse tornare indietro, il Cav se lo rimangerebbe volentieri, magari non dichiarerebbe più a «Repubblica» che voterebbe perfino un esponente Pd: un regalo che neppure il premier si sarebbe aspettato.
Ma chi è partecipe dei dubbi di Silvio, e in queste ore ne raccoglie gli sfoghi, pensa che però al dunque l’uomo farà  proprio quanto chiede Matteo.
Perchè troppe volte si sono viste scene del genere («di quello io non mi fido, il ragazzo è pericoloso, so che mi prenderà  in giro e resterò con un pugno di mosche») salvo che poi Berlusconi ha fatto il rovescio e si è sistematicamente adeguato con rapidi dietrofront.
Perchè, al di là  dei mugugni, non è in condizione di comportarsi diversamente.
L’ex premier ha disperato bisogno di santi in paradiso. La benevolenza operosa del suo successore gli serve come l’aria.
Nel giro politico romano riprendono quota le solite chiacchiere sulle difficoltà  (vere o presunte) del Biscione, su fantomatiche operazioni di sostegno alle reti Mediaset che mai andranno in porto se il governo non darà  una mano.
Si aggiunga lo status di condannato, con i servizi sociali agli sgoccioli e il terrore, tipico di chi viene privato della libertà  personale, che i magistrati possano appigliarsi a qualche comportamento sopra le righe, per esempio nella prossima campagna quirinalizia, per posticipargli la fine della pena.
Le scelte dell’ex Cavaliere
Insomma, gli avventori della mensa di Arcore sono convinti che Renzi non debba minimamente impensierirsi.
Non solo Berlusconi farà  votare i suoi in base alle indicazioni di Palazzo Chigi, ma si acconcerà  al ruolo di buttafuori, ponendo veti su questo o quel candidato sgradito al premier dimodochè quest’ultimo possa allargare le braccia sospirando e sorridere a Prodi, per esempio, dicendogli: «Io ti avrei voluto sul Colle ma purtroppo Forza Italia non è d’accordo…».
In realtà , se si crede alle fonti berlusconiane più genuine, tutta questa ostilità  nei confronti di Prodi il Cavaliere non la nutre per niente.
I due non si amano, bella scoperta. Però neppure sono ai ferri corti.
Prova ne sia il processo di Napoli sulla compravendita di senatori dove a luglio Romano era andato in veste di testimone.
Avrebbe potuto scatenarsi contro chi fece cadere il suo secondo governo, e invece disse ai giudici che mai aveva subdorato operazioni così indecenti.
Neppure Veltroni fa impazzire l’ex-Cav. Idem Bersani (sebbene a entrambi Berlusconi riconosca un tratto di umanità ).
Lui certo preferirebbe Amato e al limite la Finocchiaro, donna che stima per l’equilibrio.
Però in fondo, se Renzi gli chiedesse di sostenerli, nemmeno contro Pierluigi e Walter lui solleverebbe obiezioni, sempre beninteso che qualcuno lassù non gli chieda di sollevarle.
Sogna Draghi e teme candidature tecniche alla Padoan, ministro dell’Economia, o alla Cantone, il censore dei cattivi costumi nella pubblica amministrazione.
Considera entrambi parecchio fragili per un ruolo che richiederebbe polso specie nei momenti di crisi.
Ma un conto è dirlo a cena, altra cosa convincere Renzi.
Per farla breve: a Berlusconi stanno bene tutti e in cambio della gratitudine politica del premier il personaggio è pronto a qualunque operazione.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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PIE ILLUSIONI: LA STABILITA’, IL MODELLO TEDESCO DI RENZI

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

L’IDEA E’ FAR CALARE IL COSTO DEL LAVORO IN MODO CHE LE IMPRESE ESPORTATRICI ASSUMANO

Il ddl Stabilità  ora è legge dello Stato: l’intervento economico pubblico sul 2015 è insomma in gran parte definito.
È il momento, dunque, di tracciare un bilancio di quale idea di paese traccia il governo Renzi nella sua legge fondamentale.
Qual è l’obiettivo della legge di Stabilità  firmata da Pier Carlo Padoan?
Intanto una premessa: i governi nazionali, specialmente di paesi con alto debito, hanno pochi margini di manovra visto che non hanno in mano la politica monetaria e quella fiscale solo in parte visti i vincoli Ue.
Per uscire dalla recessione/stagnazione in cui affonda l’economia italiana, quindi, l’esecutivo s’affida al privato. Le direzioni sono due: stimolare i consumi individuali e spingere le imprese a investire.
In che modo pensa di riuscirci?
L’intervento sui consumi è abbastanza debole: si tratta della conferma strutturale degli 80 euro di bonus Irpef (che hanno inciso poco nel 2014) e della possibilità  di avere il Tfr in busta paga per tre anni.
Questa scelta, peraltro, non è indolore visto che la tassazione è più alta rispetto al normale.
Per “incentivarla”, comunque, il governo Renzi ha anche deciso di alzare le tasse tanto sul Tfr che resta in azienda che su quello devoluto ai fondi pensione.
Non proprio un atto amichevole verso il risparmio. Nel quadro di incentivi ai consumi può essere inserito anche il bonus per chi fa figli nel 2015 o l’ecobonus sulle ristrutturazioni edilizie.     E per gli investimenti delle imprese?
Questo è il vero core business della manovra e s’intreccia col Jobs Act. Renzi e Padoan hanno deciso che è la grande impresa — e in particolare quella che punta sull’export — che ci porterà  fuori dalla palude.
L’idea è far calare il costo del lavoro: a suo modo, è il modello tedesco . E allora il governo dà  alle imprese lo sgravio completo della componente lavoro dell’Irap e la detassazione delle assunzioni per tre anni.
Il Cdm cancella l’articolo 18 e crea il contratto unico a tutele crescenti.
“A questo punto gli imprenditori non hanno più alibi”, ha detto Renzi.
Nessuno però produce per riempire il magazzino: per assumere l’imprenditore deve avere mercato.
È vero che c’è stato un taglio delle tasse da 18 miliardi?   Non proprio.
Il saldo tra maggiori e minori entrate dice che la detassazione all’ingrosso vale meno di 8 miliardi, il resto sono partite di giro o meglio spostamenti di tasse da un settore all’altro.
Roba che per i comuni cittadini sarà  comunque ampiamente controbilanciata dall’aumento della tassazione locale (o dal taglio dei servizi come la sanità  o il welfare di prossimità , che poi andranno acquistati sul mercato) dovuto ai tagli lineari sugli enti locali.
E la spending review?     Poca roba.
A parte le sforbiciate su Regioni, Province e Comuni — che sono lineari alla Tremonti — il conto per i ministeri non arriva ai 2 miliardi.
Chi ci perde da questa manovra?     Sicuramente il Mezzogiorno non è stato trattato bene da questa legge di Stabilità .
Una parte di quelli che Renzi chiama “risparmi di spesa” infatti — all’ingrosso 4 miliardi — sono soldi sottratti ai fondi destinati agli investimenti pubblici nel Sud.
In generale, il governo Renzi ha scritto nei suoi conti che gli investimenti pubblici continueranno a calare nei prossimi tre anni. Un grave errore.
Quali sono i problemi più grossi?
Come hanno scritto i Servizi bilancio di Camera e Senato il quadro macroeconomico non è del tutto credibile: le nuove entrate, ad esempio, sono in parte aleatorie (vedi la “lotta all’evasione”) e pure i dati su cui è disegnato il bilancio (crescita del Pil, inflazione, domanda interna e esterna) non paiono solidissimi.
La cosa non è tranquillizzante perchè a coprire il tutto ci sono le clausole di salvaguardia…     Cioè gli aumenti di Iva e accise.
Sono un eredità  addirittura del governo Berlusconi (che però aveva piazzato la mina sotto forma di taglio delle deduzioni fiscali), ma sono ancora lì: si tratta di possibili aumenti di tasse e accise per 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 miliardi l’anno dopo e 21,2 miliardi dal 2018.
Almeno la manovra è espansiva. A stare ai numeri di Renzi nient’affatto: il deficit in rapporto al Pil oggi è al 3 per cento e a fine 2015 sarà  al 2,9 per cento.
Tradotto: il bilancio pubblico si contrae, non si espande.
Si parla di “marchette”.     Qualcuna ce n’è, le abbiamo elencate nei giorni scorsi.
Una sembra particolarmente sgradevole: la sanatoria per le sale scommesse illegali senza neanche pagare per il passato, come pure il favore alla Sisal per rilanciare il Superenalotto. Nella stessa legge in cui si dice di voler combattere la ludopatia.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ALTRO CHE ROTTAMAZIONE: MILLEPROROGHE E’ VIVO E VEGETO

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

UN ANNO FA MATTEO E SOCI IRRIDEVANO LETTA, I SUOI DECRETI POLVEROSI, LE SUE “MARCHETTE” … ORA SONO LORO A PRENDERE POLVERE E AUMENTANO PURE IL REGALO AI RAS DELLE AUTOSTRADE

Puntuale come il Natale arriva anche quest’anno il decreto Milleproroghe.
La prossima settimana il Consiglio dei ministri rinnoverà  infatti questa simpatica tradizione italiana che va avanti ininterrottamente dal 2005 e metterà  anche quest’anno a dura prova gli occhi dei cronisti che vorranno leggerlo.
Pare passata una vita da quando Matteo Renzi, fresco segretario del Pd, mandava avanti i suoi a dirne contumelie in chiave anti-Letta (nel senso di Enrico).
Prendiamo il sindaco di Firenze, Dario Nardella, allora deputato Pd: “Napolitano ha parlato dei decreti omnibus, ma ora c’è di nuovo la questione Milleproroghe. In Italia quando c’è un problema, invece di risolverlo, ci si inventa una regola. Il governo ha una colpa imperdonabile a non interrompere questa spirale”.
Oppure l’allora responsabile welfare, Davide Faraone: “Se chiedi la fiducia lo fai per provvedimenti alti, utili per il Paese, non per legittimare decine di inutili marchette. E poi sul Milleproroghe: si nominano nuovi prefetti, portati a 207 quando le prefetture sono la metà ”.
Sembra una vita, si diceva, e invece era solo l’anno scorso.
D’altronde si sa, il tempo vola solo quando ci si diverte: il Milleproroghe stavolta lo firma Renzi e per non farsi mancare niente oggi il premier farà  pure il solito giro di prefetti di fine anno. Chissà  com’è indignato Faraone.
L’obiezione la sappiamo. Il Milleproroghe di Renzi sarà  un’altra cosa: è pulito, è rivoluzionario, è ottimista, fa ripartire il Paese.
E per ripartire, infatti, riparte proprio da una delle più incredibili “marchette” (per usare il linguaggio di Faraone) sfornate dall’esecutivo #cambiaverso.
Nelle bozze di decreto circolate in questi giorni c’è infatti pure la dilazione del cadeau fatto ai concessionari autostradali con un altro decreto, il famoso Sblocca Italia.
Breve riassunto.
A settembre l’attuale esecutivo decise di regalare una proroga quasi infinita delle concessioni ai ras delle autostrade, imprenditori che amministrano un monopolio naturale che funziona come un bancomat: pochi investimenti, costi di gestione in calo, pedaggi sempre in aumento.
L’economista Giorgio Ragazzi, un passato al Fmi e alla Banca mondiale, ha calcolato il favore in 16 miliardi.
Di chi parliamo? Daniele Martini — studiato il meccanismo che parla di eventuale “unificazione delle tratte”     — lo scrisse cognome per cognome sul Fatto Quotidiano del 2 settembre: “I signori omaggiati sono un bel gruppetto: le Autostrade dei Benetton e poi quelle del gruppo Gavio, le Cooperative di costruzione, il gruppo Astaldi, Banca Intesa, i costruttori Mattiona di Torino”.
Quella norma non si tocca, disse il ministro soi-disant vigilante Maurizio Lupi: garantisce investimenti per 12 miliardi che ci porteranno fuori dalla crisi.
A parte che quelli sono quasi tutti investimenti che i concessionari avrebbero dovuto fare già  in base alle vecchie concessioni, ora si scopre che Lupi e soci non hanno nemmeno tanta fretta di portarci fuori dalla crisi: la bozza del Milleproroghe, infatti, contiene uno spostamento di sei mesi (al 30 giugno 2015) del termine con cui sottoporre al ministero dei Trasporti “le modifiche del rapporto concessorio per il potenziamento strutturale, tecnologico e ambientale delle infrastrutture autostradali”.
Insomma, non sono ancora proprio pronti a ricevere il regalo e quindi ci vuole una bella proroga.
Ovviamente non è la sola e bisognerà  aspettare il testo definitivo per apprezzarne fino in fondo le delizie.
Per ora si sa che molte proroghe riguardano decreti delegati al governo.
I ministeri non li hanno scritti nei tempi indicati dalla legge e dunque si concedono qualche mese o più per fare questo e quello: tre mesi per il regolamento sulle acque reflue, sei per quello sugli emoderivati, due anni e mezzo per la ripartizione delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali e via così.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCONFITTA LA LINEA SACCONI, RENZI NON PUO’ PERMETTERSI DI SPACCARE IL PD

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

IL PREMIER NON RIESCE A REGALARE LO JOBS ACT AD ALFANO E CONFINDUSTRIA… CONFRONTO DRAMMATICO IN CDM, POI IL VIA LIBERA AI DECRETI, STRALCIATO L’OPTING OUT

È al termine di un confronto a tratti drammatico che i decreti sul jobs act vengono riequilibrati con “la mano sinistra”.
Il nodo più importate, l’opting out – e cioè la possibilità  per l’azienda di optare per l’indennizzo anche in caso di licenziamento illegittimo di natura disciplinare, con una quota di risarcimento che oscilla tra 30 e 36 mensilità  – è di fatto stralciato: “Chiudiamo così — dice Renzi nel corso del cdm che ha dato il via libera anche al decreto sull’Ilva — ascoltiamo le commissioni e poi valutiamo”.
È il terreno della battaglia vera: la possibilità  da parte dell’impresa si “superare il reintegro” nel posto del lavoro deciso dal magistrato pagando al dipendente un indennizzo più alto. Anche in caso di licenziamenti disciplinari.
Di fatto, l’abolizione totale dell’articolo 18.
Quando il premier lascia intendere, sin dal preconsiglio, che non ha alcuna intenzione di seguire la linea Sacconi facendo saltare il delicato equilibrio interno al Pd, i ministri di Ncd minacciano di non partecipare al consiglio dei ministri.
È per questo che slitta di un paio d’ore: dalle 10 alle 12,30.
La verità  è anche Renzi, nelle ultime 24 ore, si trova di fronte a una scelta.
Perchè, con i partner di Ncd si era mostrato assai possibilista sull’opting out. Ed è stato solo dopo una lunga mediazione con pezzi importanti del suo partito che ha deciso di preservare l’unità  del Pd, anche in vista della battaglia sul Quirinale.
Il capogruppo Roberto Speranza è rimasto fino all’ultimo a Roma.
È stato lui, insieme a Guglielmo Epifani, Cesare Damiano e il ministro Martina a far capire che far saltare il compromesso raggiunto all’ultima direzione del Pd sarebbe stato devastante.
Quello cioè in base al quale il reintegro scompare sui licenziamenti economici, c’è sempre in quelli discriminatori menrte per quel che riguarda i licenziamenti disciplinari vanno normate le fattispecie.
Ecco, attorno a quella mediazione si riconoscono oltre circa 120 parlamentari, il corpaccione del Pd non disposto a seguire la linea del no a tutto di Cuperlo e Fassina, ma neanche disposta a sposare la linea del renzismo oltransista.
C’è molta preoccupazione per il voto sul Quirinale nella scelta del premier di non far saltare l’equilibrio del Pd.
E chissà  se è un caso che la mediazione arriva il giorno dopo che Renzi è salito al Colle da Napolitano.
Fonti del Quirinale raccontano che l’ultimo a salire per gli auguri e per un colloquio al Colle, nel tardo pomeriggio, è stato il capogruppo Roberto Speranza.

(da “Huffingtonpost“)

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GIOVANNA MELANDRI E LO STIPENDIO MAXXI “NON AUTORIZZATO”: 91.500 EURO L’ANNO E UN BONUS FINO A 24.000 EURO

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

PER IL MINISTERO LA PRESIDENTE DEL MUSEO NON AVEVA COMPENSI

Non bastava lo stipendio. Giovanna Melandri, presidente della Fondazione MAXXI, a fine anno troverà  sotto l’albero anche un bel premio.
Ricordate le polemiche sul ‘MAXXI stipendio’ del politico? Melandri il 22 novembre del 2013 al Messaggero rivelava che il suo stipendio ammontava a 45 mila euro netti.
Il 6 novembre, pochi giorni prima, il Cda presieduto da lei stessa approvava la delibera n. 12 che Il Fatto ha visionato.
Si scopre che lo stipendio è di 91.500 euro lordi all’anno e che Melandri avrà  diritto anche a un bonus sull’andamento dei ricavi fino a una somma di 24 mila euro o ancora di più se l’incremento di biglietti, sponsor e introiti supera il 30 per cento.
Non solo. Il Fatto ha visionato anche il voluminoso carteggio seguito alla travagliata scelta di elargire uno stipendio all’ex ministro.
La delibera del cda del MAXXI è oggetto di un duro braccio di ferro.
Prima la delibera è stata annullata sulla base di un parere negativo del Ragioniere Franco.
Poi su spinta del segretario generale e del capo gabinetto del ministro, il capo dell’ufficio legislativo si è espresso contro l’annullamento che è stato ritirato in autotutela.
Ora proprio la Ragioneria Generale dello Stato sta esaminando il voluminoso carteggio per stabilire una volta per tutte se il MAXXI sia davvero una fondazione di ricerca e possa quindi pagare Giovanna Melandri.
Tutto inizia con la nomina alla presidenza della Fondazione MAXXI dell’allora parlamentare Melandri il 19 ottobre del 2012.
Melandri si dimette da deputato per dirigere l’ente che controlla il museo di arte contemporanea ma la nomina del ministro della cultura del Governo Monti, Lorenzo Ornaghi fa discutere.
Il rottamatore Matteo Renzi sbotta: “Facciamoci del male! Com’è possibile dopo il Parlamento avere subito lo scivolo del Maxxi? ”.
Giovanna Melandri se la cava sostenendo che avrebbe lavorato gratis: “prenderò 90 euro all’anno”
A luglio del 2013 Gian Antonio Stella scopre che, grazie alla trasformazione dell’ente in fondazione di ricerca, il MAXXI poteva finalmente pagare il suo presidente.
Le polemiche consigliano di soprassedere fino al 6 novembre. Quel giorno con la presidenza di Giovanna Melandri, il cda propone “in favore del presidente per ciascun anno di esercizio il compenso (…) di 91.500 euro quale componente fissa (…) su base mensile posticipata al netto delle ritenute previste (…) più un ulteriore ammontare quale componente variabile (premio) da determinarsi in ‘misura fissa’ come sintetizzato nella tabella che segue in funzione dell’incremento rispetto al precedente esercizio della sommatoria delle voci di proventi quali: I) biglietteria; II) Contributi di gestione; III) Sponsorizzazioni; IV) Altri ricavi e proventi. Le somme di componente variabile devono intendersi quali componenti netti”.
Segue tabella: se l’incremento va dal 5 al 15 per cento, il premio è di 12 mila euro (netti) se raggiunge la forchetta 15-20 arriva a 18 mila euro; se si pone tra il 25 e il 30 per cento Melandri prende un premio di 24 mila euro. Se aumenta più del 30 per cento il premio sarà  “quanto deliberato di volta in volta dal Cda”.
Melandri si astiene ma il suo stipendio passa con un verbale a sua firma grazie al voto degli altri due consiglieri: Monique Veaute e Beatrice Trussardi.
La delibera del Cda si chiude così: l’atto “è trasmesso all’Autorità  Vigilante ai sensi dell’articolo 20 comma 2 dello Statuto per la relativa approvazione”.
L’autorità  vigilante è la direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale diretta da Anna Maria Buzzi, sorella di Salvatore Buzzi.
Si potrebbe pensare che la sorella di un soggetto in affari e arrestato con Luca Odevaine, vicino a Giovanna Melandri, avrebbe avuto un occhio di riguardo per l’ex ministro Pd.
Invece è accaduto il contrario.
La direttrice Buzzi ha chiesto un parere alla Ragioneria Generale sulla delibera.
Lo stipendio è giustificato dal Cda del MAXXI con l’inserimento della Fondazione nell’elenco di quelle ammesse alle agevolazioni fiscali. In risposta al quesito di Buzzi, il Ragioniere generale in persona, Davide Franco, scrive una nota il 13 gennaio 2014 per sostenere che l’inserimento del MAXXI nell’aprile del 2013 nell’elenco suddetto “assume rilievo solo ai fini fiscali”.
Sembra di capire, quindi, non ai fini dello stipendio del presidente.
Il 22 gennaio la direttrice Buzzi scrive una nota per annullare la delibera del cda che dava lo stipendio a Giovanna Melandri.
Il 21 marzo del 2014 però il capo dell’ufficio legislativo del ministero Paolo Carpentieri scrive una nota dai toni duri, concordata con il capo di gabinetto del ministro Franceschini, Giampaolo D’Andrea, e con il segretario generale Antonia Pasqua Recchia.
Carpentieri boccia la scelta del direttore generale, forte di un parere favorevole allo status di ente di ricerca di Emanuele Fidora, direttore generale della ricerca del MIUR.
Carpentieri intima a Buzzi di annullare in autotutela il suo atto perchè ha male interpretato la nota del Ragioniere Franco.
Per Carpentieri il MAXXI va valutato come ente di ricerca nel concreto e non ci sono storie: Giovanna Melandri ha diritto allo stipendio. A quel punto Anna Maria Buzzi si adegua. Annulla il suo annullamento ma comunque non approva la delibera del MAXXI.
Quindi ancora oggi Giovanna Melandri percepisce uno stipendio sulla base di una delibera non approvata dall’Autorità  vigilante.
A metà  aprile tutto il carteggio finisce sul tavolo della Ragioneria Generale dello Stato.
Ora sarà  Davide Franco in persona a dover dire se lo stipendio e il premio del presidente Melandri sono da approvare o no.

Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano“)

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INTERVISTA A RUTILIO SERMONTI: “MA QUALI ADEPTI, SONO SOLO CHIACCHIERONI”

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

“LEGGONO I MIEI LIBRI E POI CHISSA’ COSA GLI VIENE IN MENTE”…”MANNI E’ SOLO UN MILLANTATORE, FACEVA DISCORSI PIENI DI FREGNACCE”

Lo troviamo intento a disegnare un lupo, «l’animale per eccellenza simbolo di ferocia e violenza, non è così?», ironizza Rutilio Sermonti, 93 anni e la mano ancora ferma, col pennino che tratteggia alla perfezione l’animale digrignante sotto lo sguardo fiero della sua seconda moglie, Krisse, Clarissa, nata in Finlandia e «sposata davanti al sole, con rito solo nostro, in cima al Monte Pellecchia, in Abruzzo, a 2 mila metri d’altezza, molto vicino al nido delle aquile…».
La notte del 22 dicembre a casa sua sono arrivati i carabinieri: «Erano le tre, dormivamo – ricorda Sermonti –. Si sono messi a fare luce con le torce contro le nostre finestre. “Aprite!” ci dicevano. E noi due, spaventatissimi: “Neanche per sogno, ora chiamiamo la polizia”.
Alla fine ci hanno convinti, sono entrati e si sono messi a perquisire la casa, portando via il computer. Bene, io dico, perchè nel mio computer c’è tutta la verità . E quello che penso è scritto nei miei libri».
Secondo la Procura dell’Aquila, invece, sarebbe proprio lui – l’ex repubblichino, tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano e poi di Ordine Nuovo – l’ideologo di «Aquila Nera», il grande vecchio che avrebbe ispirato con le sue teorie rivoluzionarie il progetto terroristico della banda di «Avanguardia ordinovista», il gruppo di neo-fascisti che avrebbe voluto sovvertire la Repubblica a colpi di attentati, rapine e omicidi.
Ma lui non ci sta: «Avanguardia ordinovista? Mai sentita nominare. La verità  è che io sono l’ideologo di tanti che non conosco, che leggono i miei libri e poi chissà  cosa gli viene in mente. E chi sarebbero i miei adepti? L’ex carabiniere Stefano Manni e sua moglie Marina? Sì, ora ricordo, son venuti più volte qui a casa mia…».
La signora Clarissa rammenta che venivano «quasi in adorazione», il signor Manni, la moglie e altri che i coniugi Sermonti chiamavano «il gruppo di Pescara».
«Vennero da noi tre o quattro volte, erano simpatici, amichevoli, poi mettevano su Facebook le mie foto e i miei testi».
E passavano le ore a farsi raccontare da Rutilio i tempi della guerra o di quando giurò davanti al Duce allo Stadio dei Marmi il 28 ottobre 1938.
E qualche volta cantavano anche, tutti insieme, le canzoni fasciste («Diventiamo tutti eroi con la morte a tu per tu») oppure delle SS («Waffen Waffen Waffen»), ma senza mai accennare a propositi bellicosi, come quello di uccidere i politici e gli extracomunitari e addirittura replicare la strage dell’Italicus e «carbonizzare» il capo dello Stato.
«Chi è Stefano Manni? Solo un millantatore – s’indigna Rutilio Sermonti sulla sua sedia a rotelle –. Un chiacchierone che riempiva i discorsi di fregnacce e bla-bla-bla. Uno a cui piaceva sentirsi qualcuno. Ma per essere qualcuno bisogna fare qualcosa e lui non ha mai fatto niente. Manni il deus ex machina dell’organizzazione? Ma scherziamo, al massimo della macchina del caffè…».
Il vecchio pittore e scrittore, autore con Pino Rauti di «Una storia del fascismo», confessa di sentirsi preso in giro: «Manni l’ultima volta mi promise mille euro per dare alle stampe il mio ultimo libro “Non omnis moriar”, ma il suo bonifico ancora l’aspetto e due mesi fa gli scrissi al computer un elenco di insulti che i carabinieri potranno riscontrare. Da quel giorno chiusi con lui».
Rutilio Sermonti è fratello di Giuseppe lo scienziato e Vittorio l’illustre dantista: «Giuseppe mi ha telefonato appena saputa la notizia dal telegiornale, con Vittorio non ci vediamo da sette anni e mi piacerebbe tanto riabbracciarci, come quando un tempo ci vedevamo a Roma al ristorante di mio nipote Andrea, il figlio di Giuseppe, a Trastevere».
Oggi fanno impressione i suoi racconti dal fronte jugoslavo, dopo l’8 settembre, lui arruolato nella Schutzpolizei («Gli ufficiali tedeschi amavano ripetere: con Sermonti non si muore…»).
Senza l’ombra di un pentimento, neppure un dubbio sul fatto di essersi schierato coi nazisti. Anzi mostra con orgoglio la croce di ferro della Wehrmacht appesa al muro, vicino a un manifesto di Julius Evola e a una foto in bianco e nero di Pio Filippani-Ronconi («Mio grande amico») con l’uniforme delle Waffen-SS.
«È vero, sono un ideologo – conclude Sermonti –. Ma non della violenza! Uccisi della gente, in guerra, con la mitragliatrice: ma appunto solo in guerra uccidere è legittimo, per me! La violenza popolare io l’ho prevista, mai incoraggiata».

Fabrizio Caccia
(da “il Corriere del Sera”)

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“IL PD E’ UN’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE” ?

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

CONGELATI 1,2 MILIONI A 8 CAPIGRUPPO: LA META’ DELLA SOMMA RIGUARDA IL PD MARCO MONARI… SEQUESTRATE CASE E INDENNITA’ AI POLITICI EMILIANI

Il conto più pesante è toccato all’ex capogruppo Pd in consiglio regionale Marco Monari, quello che secondo l’inchiesta «Spese pazze» pranzava nei ristoranti stellati a spese della regione Emilia Romagna: il nucleo tributario della Guardia di finanza è andato a sequestrargli beni immobili, crediti e indennità  per 610mila euro, quasi la metà  della cifra contestata complessivamente a tutti i responsabili dei gruppi coinvolti, cioè 1 milione 200 mila euro.
Già , perchè nella lista dei capigruppo raggiunti dal provvedimento deciso dalla Corte dei conti ci sono anche, in ordine di valore sequestrato, Liana Barbati dell’Idv con 147mila euro, Gian Guido Naldi di Sel-Verdi con 105mila, Luigi Giuseppe Villani del Pdl con 100mila, Matteo Riva del Gruppo misto con 96mila, Roberto Sconciaforni di Fds con 90mila, Andrea Defranceschi del M5S con 67mila euro e Silvia Noè dell’Udc con 45mila. Manca giusto l’ex capogruppo della Lega Nord, Mauro Manfredini, che nel frattempo è deceduto.
Atto cautelare
Si tratta di un atto cautelare, chiesto dalla procura regionale della Corte dei conti, dopo che l’assemblea regionale aveva agito in sede amministrativa in quanto ente danneggiato dal comportamento dei consiglieri.
L’entità  dell’importo è il frutto della quantificazione del danno patrimoniale subito dall’istituzione.
I capigruppo sono chiamati a risponderne perchè sono responsabili della rendicontazione, della tenuta documentale delle spese e della verifica della regolarità  degli esborsi compiuti dai componenti dei gruppi.
Gli accertamenti contabili della Finanza si sono concentrati sui soldi spesi da tutti i gruppi consiliari nel 2012: ne è risultato, spiegano le Fiamme gialle, un utilizzo dei contributi a carico del bilancio regionale per scopi «non inerenti all’attività  istituzionale e al funzionamento dei gruppi».
In particolare, ci sono costi sostenuti per spostamenti in taxi, auto private e treni, pedaggi autostradali, soggiorni in albergo, acquisto di giornali.
E poi c’è la voce «consulenze», leit-motiv ricorrente anche nell’indagine della procura di Bologna, spese ritenute dalla magistratura contabile prive di giustificazione e collegamento con l’attività  istituzionale.
I provvedimenti eseguiti ieri sono altra cosa, anche se collegata, rispetto all’inchiesta che si è da poco conclusa con 41 avvisi di fine indagine per peculato a carico di altrettanti consiglieri della passata legislatura (il nuovo Consiglio è stato eletto il mese scorso e la giunta guidata da Stefano Bonaccini si è appena insediata, ndr). L’indagine penale infatti si riferisce ai rimborsi del periodo giugno 2010 – dicembre 2011.
Udienza in gennaio
Tornando al sequestro di ieri, la prossima tappa del procedimento amministrativo è fissata per fine gennaio, quando sarà  fissata l’udienza davanti alla Corte dei conti.
A breve dovrebbe essere anche decisa la data dell’udienza in cui si entrerà  nel merito delle contestazioni.
L’azione della magistratura contabile, coi relativi inviti a dedurre, riguarda peraltro quasi tutti i consiglieri uscenti, compreso l’attuale presidente della Regione Bonaccini. Gli ex capigruppo non commentano, lo fa per loro l’avvocato Antonio Carullo che definisce «abnorme» la richiesta della procura contabile, dato che le regole sarebbero state rispettate: «La Corte costituzionale ha annullato le deliberazioni della Corte dei conti assunte nel 2013 e relative proprio ai rendiconti 2012 dei gruppi assembleari». Quanto all’inchiesta penale, «varrebbe la pena precisare che su di essa si dovrà  pronunciare il Gip, o con un rinvio a giudizio o con una richiesta di archiviazione».

(da “La Stampa“)

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SAGRE E CENE, UN PD A RISCHIO PROCESSO

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

A RIETI CHIUSA L’INDAGINE SUI RIMBORSI DELLA REGIONE LAZIO SINO AL 2012… COINVOLTI MONTINO, FOSCHI E ALTRI 12

Riesplode a Rieti lo scandalo sulle “spese pazze” alla Regione Lazio che due anni fa ha travolto la giunta di Renata Polverini.
Ormai lontano il ricordo di Franco Fiorito, er Batman di Anagni, o di Carlo De Romanis, celebre per le feste con maschere di maiale, l’attenzione del procuratore reatino Giuseppe Saieva si è incentrata stavolta sul gruppo Pd alla Pisana che nel triennio 2010 — 2012 avrebbe dilapidato 2 milioni e 600 mila euro in spese elettorali e sponsorizzazioni varie come pranzi cene e perfino partite a caccia e sagre del tartufo. Secondo un’anticipazione de “La7”, l’inchiesta dopo un anno e mezzo di indagini, 200 controlli incrociati e 300 testimoni ascoltati, sta per concludersi con la richiesta di rinvio a giudizio per 13 ex consiglieri regionali accusati di reati che vanno dalla truffa aggravata al peculato, dalle fatture false all’illecito finanziamento ai partiti.
Nomi di primo piano come quelli dei cinque senatori, come Bruno Astorre, Carlo Lucherini, Claudio Moscardelli, Francesco Scalia, Daniela Valentini.
Ma c’è anche il deputato Marco Di Stefano, renziano dell’ultima ora e subito promosso coordinatore alla Leopolda, già  nei guai alla procura di Roma che lo sospetta di aver aperto un conto in Svizzera, come collettore di tangenti, e lo indaga per una mazzetta da 1 milione e 800 mila euro che avrebbe ricevuto dal costruttore Pulcini in cambio di una sede per Lazio service.
A Rieti è accusato di aver incassato 36 mila euro per pubblicare 25 mila copie della sua autobiografia.
A mangiare a quattro ganasce non era soltanto il centro destra, una nuova amarezza per il sindaco Marino, ancora scosso dalla scandalo delle ccop rosse, che qui ritrova l’ex capo della sua segreteria Enzo Foschi, ma anche Esterino Montino, nome di punta del Pd romano e attuale sindaco di Fiumicino.
L’indagine ha preso le mosse dal reatino Mario Perilli, con i soldi destinati al funzionamento del gruppo la “quindicina ” (due nel frattempo sono deceduti) avrebbero offerto ad amici e simpatizzanti pranzi e feste dagli otto ai 20 mila euro. Esilarante, si fa per dire, la storia dei 25 fagiani frutto di una battuta di caccia a Fiumicino, messi a tavola ma anche sul conto.
Il direttore del circolo ha raccontato alla Finanza che qualcuno ha inneggiato al Pd con il calice alzato. Prosit.
I consiglieri si pagavano con i soldi pubblici le multe, i biglietti aerei e pure gli addobbi per l’albero di Natale, c’è chi ha messo in conto una bottiglietta d’acqua da 45 centesimi.
Per non parlare delle assunzioni di familiari, a Perilli viene contestata una sagra del tartufo, finanziata con 5.000 euro e spacciata come convegno.
C’è poi il tentativo di rinascita di Paese sera, nel 2011, finanziato con 26 mila euro senza contratto. Ci sono anche fatture per spese inesistenti “steccate” con il consigliere interessato.
Fra pochi giorni sapremo se nell’inchiesta sono indagate altre 44 persone tra esponenti pd del Lazio, imprenditori, fornitori, collaboratori.

Rita Di Giovacchino
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA COMICA FINALE

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

I MONITI DI NAPOLITANO AI GIUDICI E LE SUE RESPONSABILITA’

L’unico pregio dell’ultimo messaggio di Napolitano al Csm è che è l’ultimo.
Per il resto, è la solita imbarazzante accozzaglia di luoghi comuni, assurdità  e bugie. Che non hanno neppure il carattere dell’originalità , visto che sono copiate paro paro dai moniti precedenti (chi glieli scrive ricicla quelli vecchi, confidando nel fatto che lui non se ne accorga).
Ma le menzogne si possono ripetere mille volte, senza diventare verità . Pagato il pedaggio all’ovvio — la denuncia “della corruzione e della criminalità  organizzata emerse anche in questi giorni” — l’anziano monarca riattacca con la tiritera cerchiobottista dei “comportamenti impropriamente protagonistici e iniziative di dubbia sostenibilità  assunte da magistrati della pubblica accusa”.
Come se papa Francesco, denunciando i 15 peccati della Curia, avesse aggiunto: “Però deve pentirsi anche chi li ha scoperti”.
Un tempo certe corbellerie erano esclusiva dei Craxi e dei B., e tutti le trattavano per quel che erano: balle sesquipedali di plurimputati disperati.
Poi cominciò a dirle Lui, e tutti si misero sull’attenti. Ma sempre balle restano.
Cosa ci sarebbe di “improprio” e “insostenibile” nella decisione della Corte d’Assise di Palermo (non dei soli pm) di sentirlo come teste sulla trattativa, visto che lui ha parlato per tre ore e passa? E cosa sarebbe, di preciso, il “protagonismo”? E chi sarebbero i pm “protagonisti” ?
Se sono quelli che finiscono sui giornali perchè indagano su imputati famosi e potenti, i rimedi possibili sono solo due: o si dà  licenza di delinquere ai potenti e ai famosi, o si vieta ai giornali di parlare delle relative indagini. Quale sceglie Sua Maestà ?
Se invece i protagonisti sono i pm che parlano, i rimedi possibili sono altri due: o si sospende l’art. 21 della Costituzione solo per loro, oppure si vieta ai mass media di intervistarli. Quale sceglie Sua Altezza?
C’è poi il caso di magistrati che anticipino le sentenze o violino il segreto sulle indagini, ma questi sono reati e anche infrazioni deontologiche che spetta al Csm sanzionare: se il Csm non l’ha fatto, il suo presidente Napolitano dovrebbe scusarsi e spiegare il perchè.
Ridicolo poi l’invito a “superare gli elementi di disordine e di tensione nella vita di talune Procure”.
Quando il Csm si accingeva a punire Bruti Liberati, primo responsabile del caos nella Procura di Milano per aver disatteso, pur di estromettere l’aggiunto Robledo, le regole che lui stesso aveva dato al suo ufficio, fu proprio il Quirinale a bloccarlo, costringendo l’apposita commissione a sbianchettare ogni censura alla sua condotta.
E altro disordine sta per esplodere alla Procura di Palermo, dove il veto imposto a luglio dal Colle al voto del vecchio Csm su Lo Forte ha portato alla nomina del nuovo procuratore Lo Voi, senz’alcun requisito e in barba alle regole che lo stesso Csm s’è dato.
Quindi di quale disordine va cianciando il Presidente? Addirittura comico, infine, l’attacco alle “logiche di appartenenza correntizia”.
Fu proprio Napolitano a teorizzarle, quando giustificò lo stop al voto su Lo Forte — fatto mai accaduto prima — con la necessità  di attendere (e solo per Palermo, non per altri uffici “scoperti”) l’elezione del nuovo Csm per “evitare scelte riferibili a una composizione del Csm diversa da quella del Consiglio che sta per insediarsi”: cioè legò la nomina del nuovo procuratore ai nuovi equilibri correntizi, che sperava avrebbero favorito il suo pupillo Lo Voi.
E ora proprio Re Giorgio viene a menarcela con le logiche correntizie? Ma per favore, un po’ di pudore.
E perchè non dice nulla sulle logiche partitocratiche che hanno portato tutti i membri laici cioè politici (i Nazareni) a schierarsi per il candidato meno titolato?
E perchè, se ce l’ha tanto con le correnti, ha firmato due volte la nomina a sottosegretario alla Giustizia (dei governi Letta e Renzi) del leader della corrente di Magistratura Indipendente Cosimo Ferri, che dal ministero ha continuato a fare campagna per i suoi cocchi al Csm?
La verità  è che il patrono e imbalsamatore della Casta più corrotta e mafiosa del mondo sta passando le consegne al suo successore, per seguitare a far danni anche da pensionato.
Teme che al Quirinale torni un difensore della Costituzione e dell’indipendenza della magistratura, tipo Einaudi, Pertini, Scalfaro e — a giorni alterni— Ciampi.
Uno che, fra le guardie e i ladri, scelga le prime anzichè dare un colpo alle une e uno agli altri. Ma il suo timore è del tutto infondato: a quel che si sa, il nuovo presidente sarà  scelto dal Pregiudicato e dallo Spregiudicato, che ormai sui giudici parlano la stessa lingua.
Anche Renzi e la signorina Boschi intimano alle toghe di “parlare con le sentenze e applicare le leggi invece di commentarle o scriverle, perchè questo spetta al Parlamento”.
Ora, a parte il fatto che il Parlamento è esautorato e le leggi le fa solo il governo, i due toscanelli trascurano un dettaglio: sono le leggi fatte (o non abrogate) dai governi che impediscono ai magistrati di fare le sentenze.
E questi hanno tutto il diritto di commentarle, evidenziarne gli errori e suggerirne di migliori. O vogliamo impedire ai chirurghi di commentare le norme sulla chirurgia? Poi i politici sono liberi di accogliere o respingere i consigli.
Però è interessante il sacro terrore che i magistrati suscitano nei politici ogni volta che parlano. Renzi, che è un tipo sveglio, sa bene che, a dispetto del celebre 40,8%, gli italiani credono più ai magistrati che a lui.
Infatti, mentre tenta di tappar loro la bocca, se la riempie dei vari Cantone e Gratteri. Se è così che pensa di riconquistare il “primato della politica”, auguri.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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