Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
SU 170.000 PROFUGHI ACCOLTI IN ITALIA NE SONO RIMASTI SOLO 62.000… LA RICHIESTA DI ASILO DOVREBBE ESSERE FATTA NEI PAESI DI TRANSITO
Triton non va. «Era meglio Mare Nostrum». Così come non funziona la risposta a chi – almeno centomila quest’anno – ha chiesto rifugio ai Paesi dell’Unione Europea. «L’accoglienza va fatta prima che i profughi si imbarchino».
Soprattutto se è vero che l’anno prossimo il flusso dei disperati – dalla Siria, ma anche dall’Iraq e dall’Africa subsahariana – aumenterà .
È questo il pensiero di agenzie e associazioni che si occupano di profughi e migranti al termine di un anno vissuto pericolosamente.
In un pezzo di mondo – il Mar Mediterraneo – che non è soltanto la frontiera dell’Europa, ma anche «la più pericolosa al mondo», come sintetizza la Comunità di Sant’Egidio.
«Nel 2014 hanno attraversato il Mediterraneo 208 mila persone: di queste 170 mila sono approdate in Italia», calcola Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati.
«Numeri che confermano che alcune crisi internazionali si sono aggravate. Siamo ormai al quinto anno della crisi siriana e l’ascesa dello Stato islamico costringe sempre più persone a salire in barca e tentare di arrivare in Europa. Non partono solo i siriani, ma da qualche mese anche gli iracheni».
L’anno prossimo, secondo l’Unhcr, la situazione non dovrebbe migliorare.
«Temiamo che il flusso aumenti, soprattutto dalla Siria», spiega Sami. «Ci sono 9 milioni di persone in fuga e gli Stati che li accolgono – Libano, Giordania, Turchia – sono quasi al limite».
«Ma da qualche settimana anche la Libia è un problema che dobbiamo affrontare sul serio», aggiunge Daniela Pompei, responsabile per gli immigrati della Comunità di Sant’Egidio.
Che ci tiene a ricordare: «La maggior parte delle 170 mila persone arrivate in Italia ha diritto a chiedere asilo: di queste, poi, qui ne sono rimaste 62 mila».
«A Milano quest’anno ne sono transitati 50 mila – calcola Carlotta Sami –: solo una quarantina ha chiesto asilo politico qui. Gli altri hanno preferito il Nord Europa».
C’è un punto, però, concordano tutti, su cui bisogna intervenire: le operazioni in mare. «C’è stata una polemica inutile secondo la quale la missione italiana Mare Nostrum incentivava l’arrivo dei migranti», ricorda la portavoce dell’Unhcr.
«Ma i dati di novembre, in piena fase Triton, smentiscono questa diceria».
All’Alto commissariato Onu Triton non piace. «I mezzi sono più piccoli, la missione si occupa del pattugliamento e non del salvataggio. Temiamo un maggior numero di vittime».
«Mare Nostrum era stata pensata per salvare vite, Triton no», sintetizza Daniela Pompei. «Speriamo che l’Ue torni sui suoi passi e riporti in vita la nostra operazione. Per questo la Marina militare italiana fa benissimo ad andare oltre il limite delle 30 miglia».
Che fare quindi? L’Unhcr propone di «avviare un piano europeo che permetta a chi scappa dalla guerra di arrivare da noi in sicurezza».
L’altra tappa è quella di prevedere «piani di carico e scarico» dei richiedenti asilo tra i Paesi europei, in modo da ridistribuirli: «Ci sono Stati che non ne accolgono nemmeno uno», dice Carlotta Sami.
«Ma prima va cambiata la legge comunitaria che regola le richieste dei profughi», precisa la responsabile per gli immigrati della Comunità di Sant’Egidio.
«Chi mette piede a Lampedusa o in Sicilia mette piede in Europa, non solo in Italia. Pensiamo poi anche a un nuovo modo di ingresso nell’Unione Europea: le persone dovrebbero chiedere asilo già nei Paesi in cui transitano, come Marocco ed Etiopia».
Un modo, questo, che dovrebbe evitare la traversata in barcone e, soprattutto, «di finire nelle mani dei trafficanti di uomini».
Leonard Berberi
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
FALLISCE IL PIANO EUROPEO, GLI SBARCHI NON SI FERMANO SPERANDO IPOCRITAMENTE CHE GLI ESSERI UMANI AFFOGHINO PRIMA DELLE 30 MIGLIA… E LA MARINA ONORA L’ITALIA ANDANDO A SOCCORRERLI ANCHE A 120 MIGLIA DALLE NOSTRE COSTE, COME IMPONE LA LEGGE DEL MARE NON QUELLA DEI BOIA
Doveva essere la soluzione per fermare gli sbarchi, soprattutto per scoraggiare le partenze
dall’Africa ed evitare nuove tragedie in mare.
Invece l’operazione Triton non ha dato, almeno per ora, i risultati sperati.
In due mesi, da quando è partita la missione pianificata con l’Ue dopo il naufragio davanti all’isola di Lampedusa che causò centinaia di vittime, sono approdati sulle nostre coste oltre 16.000 migranti, una media di 8.000 al mese.
E dunque l’andamento dei flussi è rimasto in linea con quanto accadeva prima che si decidesse di avviare i pattugliamenti impiegando mezzi e uomini in accordo con gli altri Stati membri.
I dati aggiornati a ieri mattina sono eloquenti: dal 1° gennaio al 27 dicembre sono arrivati 169.215 stranieri, di cui 120.150 in Sicilia. Quelli sbarcati fino al 31 ottobre, alla vigilia dell’entrata in vigore di Triton, erano 153.389.
E tanto basta per scatenare la polemica, con i tecnici dell’Immigrazione del Viminale che accusano la Marina militare di non aver mai interrotto il soccorso avanzato, di fatto lasciando in piedi Mare Nostrum e così vanificando quanto è stato deciso a Bruxelles e poi messo in atto dal nostro governo
Lo schieramento a 30 miglia
Il piano messo a punto nei mesi scorsi in sede Frontex prevedeva una linea di sbarramento sistemata a 30 miglia dalla Sicilia.
Per effettuare i controlli è stato previsto l’impiego di 25 mezzi navali e 9 mezzi aerei, a guidare sono gli italiani dal Centro di coordinamento aeronavale della Guardia di Finanza a Pratica di Mare, dove sono presenti anche gli ufficiali degli altri Paesi e quelli di Frontex.
L’accordo prevede che Malta si preoccupi esclusivamente dei migranti soccorsi o individuati all’interno delle proprie acque.
Il resto riguarda l’Italia, che deve occuparsi sia degli irregolari, sia dei richiedenti asilo anche se l’individuazione è stata effettuata da un mezzo straniero.
Sono invece vietati i respingimenti: i migranti dovranno essere sempre portati a terra per individuare chi ha diritto allo status di rifugiato.
Il progetto, studiato dagli specialisti della Direzione immigrazione del Viminale e approvato anche a livello politico dall’Unione, è comunque un’operazione di polizia varata per contrastare i flussi illegali e dunque i mezzi messi a disposizione possono partecipare all’attività di soccorso soltanto in casi di massima emergenza.
Il recupero in mare rimane invece affidato alla Guardia costiera che naturalmente può chiedere rinforzi per fare fronte a situazioni di pericolo.
Le tre navi in linea avanzata
In realtà , nonostante l’impegno del governo a chiudere «Mare Nostrum» entro la fine dell’anno, nel Mediterraneo sono ancora operative tre navi della Marina militare che si occupano proprio dei soccorsi.
Operazione naturalmente meritoria, che consente di salvare moltissime vite. Il problema rimane però quello del coordinamento perchè i mezzi si muovono in linea avanzata e questo, secondo i tecnici del Viminale, rischia di vanificare l’attività svolta da Frontex.
In ambienti della Difesa si fa però notare che la Marina si limita a svolgere i compiti assegnati «anche perchè sarebbe impensabile, vista la grave situazione che persiste in Nordafrica, che queste persone venissero lasciate senza aiuto».
E si ricorda come «il governo ha autorizzato fino al 31 dicembre l’operazione di sicurezza e sorveglianza dei nostri mari, dunque le navi possono spingersi più avanti in caso di richiesta d’aiuto e poi far sbarcare i migranti nei porti autorizzati dal ministero dell’Interno».
La relazione dei tecnici
Nei giorni scorsi i vertici del Dipartimento immigrazione hanno elencato al ministro dell’Interno Angelino Alfano le difficoltà operative e hanno evidenziato proprio i problemi nati nel coordinamento con la Marina e in particolare l’impossibilità di effettuare i pattugliamenti vista la scelta di lasciare le navi in posizione così avanzata. In sostanza i tecnici del Viminale ritengono che con questi «assetti» Frontex potrebbe non avere l’effetto deterrente che si voleva ottenere quando si è deciso di varare l’operazione di pattugliamento e soprattutto che il numero dei migranti in arrivo sulle nostre coste rischia di aumentare con la bella stagione.
Il problema posto a livello tecnico riguarda anche i costi.
L’Europa mette a disposizione 2 milioni e 900 mila euro mensili che coprono il 100 per cento delle spese sostenute dagli Stati stranieri e il 38 per cento di quelle affrontate dall’Italia che ha in più l’onere di occuparsi delle proprie frontiere: per i mezzi navali ci vogliono dai 550 ai 1.000 euro all’ora, 3.500 per gli aerei.
L’impegno di Bruxelles è legato anche ai risultati raggiunti e il timore dei tecnici è che – a fronte di un bilancio non pienamente soddisfacente – si decida di sospendere l’intervento.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere dela Sera”)
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Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL NUOVO LIBRO DI GIULIANO LA PROSTATA
Nei giorni di Natale e Santo Stefano, un po’ in tutta Italia, dinanzi alle librerie chiuse per ferie, si notavano scene piuttosto insolite per questi tempi di crisi.
Un fenomeno che non si registrava dall’uscita dell’ultimo nato della saga di Harry Potter: folle di lettori in astinenza accalcati dinanzi alle vetrine sbarrate ne reclamavano l’apertura il dì di festa, smaniosi di accaparrarsi l’annunciato best-seller di Giuliano Ferrara su Matteo Renzi.
In certi luoghi, a causa delle intemperanze della massa sgomitante, è dovuta intervenire la forza pubblica con gli idranti e gli sfollagente.
In altri è stato sufficiente l’arrivo di un commesso per disperdere i fans dell’Elefantino e convincerli a ripresentarsi ai primi di gennaio, quando finalmente l’appetitoso best-seller sarà sugli scaffali.
Certo, ogni giorno che passa cresce febbrile l’attesa per quello che si annuncia come l’appuntamento letterario dell’anno, anzi del decennio, complice il comunicato che l’editore Rizzoli ha diramato con anticipo forse eccessivo: “Il decano dei giornalisti scomodi per la prima volta in libreria. Una requisitoria pubblica e una confessione privata che farà discutere tutti, irritare molti. Un ritratto folgorante dell’uomo che sta rivoluzionando l’Italia, il vero erede del cavaliere che fu”.
La “requisitoria”, a dispetto dell’apparenza di arringa, s’annuncia feroce quant’altre mai fin dal titolo: The Royal Baby.
E il “decano dei giornalisti scomodi”, per chi non lo sapesse, è Giuliano La Prostata: uno che, quando gli scappa, gli scappa.
Non c’è potente d’Italia — ma che dico d’Italia, mi voglio rovinare: d’Europa, del mondo, della galassia — che non abbia assaggiato la sua penna corrosiva, urticante, intinta nel vetriolo.
“Mi piacerebbe — annuncia il noto fustigatore, per metterci l’acquolina in bocca — che la finissero di attribuirsi premi e prestigio, i soliti noti che pullulano nelle pieghe dell’immobilismo italiano. Bisogna togliergli l’Italia, dice Matteo Renzi.
Ha ragione, mi dico”. E giù botte da orbi ai “gufi e rosiconi” che si frappongono alle magnifiche sorti e progressive del renzusconismo trionfante.
“Come un abile delfino del Cavaliere — aggiunge Ferrara, scomodo come non mai — Renzi sta trasformando la lingua e la politica di un’Italia che fatica a tenergli il passo”. Ecco: soprattutto la lingua, soprattutto quella di Ferrara, che non risponde più ai comandi, vive di vita propria e lecca a doppio pennello: le son cresciute pure le extension.
“Volete che un vecchio e intemerato berlusconiano pop come me non s’innamori del boy scout della provvidenza?”. Ma no che non vogliamo: alla lingua non si comanda. Tantopiù che “il catalogo dei suoi avversari (del Royal Baby, ndr) inizia ad assomigliare in modo impressionante a quello di Berlusconi: i poteri forti e i salotti buoni, Confindustria e i sindacati, l’Europa e i manettari”.
Chi ricorda le nozze dell’amico Carrai con Matteo testimone sa bene che i poteri forti sono tutti contro.
Chi raffronta il Jobs Act col documento di Confindustria sul lavoro (identici) ben comprende che pure Squinzi rema contro.
Un assedio. Si sentiva il bisogno di quella che Rizzoli definisce “provocazione all’establishment nostrano”, a cui La Prostata aggiunge “il suo stile inimitabile”.
Ergo “largo ai giovani e bando ai tromboni”. Pancia in dentro e petto in fuori.
È Matteo che traccia il solco, ma è Ferrara che lo difende.
Però in modo scomodo. Per informazioni rivolgersi ai precedenti oggetti degli innamoramenti ferrariani: Pci, Craxi, Berlusconi, Previti, Squillante, D’Alema (con Bicamerale incorporata), Dell’Utri, Blair, Bush jr., Sarah Palin, Rutelli, Michela Vittoria Brambilla, Veltroni, Fini, Monti, Letta jr.
Tutti venuti prematuramente a mancare all’affetto dei propri cari.
In questo consiste la scomodità di Giuliano La Prostata: appena ti bacia, sei morto.
Più che Royal Baby, pare il sequel di Rosemary’s Baby.
Ci sia dunque permesso un estremo appello alla Rizzoli: fermate le rotative. Per quanti errori abbia commesso, Renzi non merita questo.
È ancora così giovane.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
Ore 11.15 – Marina Militare: 263 a bordo
#UltimOra aggiornamento h11.15 soccorso #NormanAtlantic Recuperate 263 persone, 115 ancora a bordo. Nave De La Penne attiva con eli di bordo – Marina Militare (@ItalianNavy) 29 Dicembre 2014
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Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 10 ANNI IL COSTO E’ AUMENTATO DEL 79,5% E DEL 70%… CODACONS: “STANGATA DA 324 EURO A FAMIGLIA”
Tra acqua a rifiuti l’Italia batte tutti con incrementi nelle tariffe pubbliche del 79,5 e del 70% negli ultimi 10 anni.
Va appena meglio a livello generale dove – tra il 2010 e il 2014, l’incremento medio è stato “solo” del 19,1% , come in Irlanda, mentre il primato spetta alla Spagna con aumenti del 23,7%.
Tra i grandi Paesi d’Europa, invece, la Francia ha registrato un rincaro medio del 12,9%, mentre la Germania ha segnato un ritocco al rialzo dei prezzi solo del 4,2%.
L’area dell’euro ha subito un incremento dei prezzi amministrati dell’11,8%: oltre 7 punti percentuali in meno che da noi.
I calcoli sono stati effettuati dall’Ufficio studi della Cgia che, oltre a eseguire una comparazione tra l’andamento delle tariffe amministrate nei principali paesi d’Europa, ha analizzato anche il trend registrato tra il 2004 e i primi 11 mesi del 2014 delle tariffe dei principali servizi pubblici presenti nel nostro Paese.
Tra gli incrementi più significi – come detto – quello della tassa sui rifiuti è stato di oltre il 70% così come per l’acqua (79,5%).
Negli ultimi 10 anni, quindi, a fronte di un incremento dell’inflazione che in Italia è stato del 20,5%, l’acqua è aumentata del 79,5%, i rifiuti del 70,8%, l’energia elettrica del 48,2%, i pedaggi autostradali del 46,5%, i trasporti ferroviari del 46,3%, il gas del 42,9%, i trasporti urbani del 41,6%, il servizio taxi del 31,6% e i servizi postali del 27,9%.
Tra tutte le voci analizzate, solo i servizi telefonici hanno subito un decremento: -15,8%.
“Nel nostro Paese – sottolinea il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – i rincari maggiori hanno interessato le tariffe locali. Se per quanto concerne l’acqua i prezzi praticati rimangono ancora adesso tra i più contenuti d’Europa, gli aumenti registrati dai rifiuti sono del tutto ingiustificabili. A causa della crisi economica, negli ultimi 7 anni c’è stata una vera e propria caduta verticale dei consumi delle famiglie e delle imprese: conseguentemente è diminuita anche la quantità di rifiuti prodotta. Pertanto, con meno spazzatura da raccogliere e da smaltire, le tariffe dovevano scendere, invece, sono inspiegabilmente aumentate. Si pensi che nell’ultimo anno, a seguito del passaggio dalla Tares alla Tari, gli italiani hanno pagato addirittura il 12,2 per cento in più, contro una inflazione che è aumentata solo dello 0,3 per cento”.
Per quanto riguarda il gas il segretario della Cgia sottolinea come sugli aumenti abbiano influito “il costo della materia prima e del tasso di cambio”, mentre sull’energia elettrica ha pesato “l’andamento delle quotazioni petrolifere e dell’aumento degli oneri generali di sistema, in particolare per la copertura degli schemi di incentivazione delle fonti rinnovabili”.
Va ancora peggio per il Codacons secondo cui “le famiglie italiane si lasciano alle spalle, nel 2014, una stangata da 324 euro a causa dell’aumento delle tariffe nazionali e locali”.
(da Agenzie)
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Dicembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL 9,19% DEL TOTALE DEGLI INCIDENTI DELL’ANNO
Vi è una perdurante distrazione nei confronti del dato, non sufficientemente pubblicizzato, del
lavoro di minori sotto i 14 anni.
Secondo i dati Inail, nel 2013, 63.828 minori di 14 anni hanno subito un infortunio sul lavoro, il 9.19% di tutti gli infortuni di quell’anno: un numero pressochè stabile nell’ultimo triennio (ma aumentato rispetto al 2009), a fronte di una diminuzione in tutte le altre fasce di età .
Si tratta della punta di un iceberg, dato che questi bambini non avrebbero dovuto neppure lavorare, a norma di legge.
Piccole vittime di una guerra di sopravvivenza quotidiana. Ce ne saranno stati molti di più che hanno lavorato e lavorano senza subire infortuni o, peggio, senza che il loro infortunio sul lavoro sia stato denunciato come tale.
Bambini e ragazzi che non solo non hanno risorse adeguate per una crescita rispettosa dei loro bisogni, ma devono farsi carico precocemente della responsabilità di procacciare un reddito qualsiasi per la propria famiglia.
A fronte dell’aumento della povertà – dei minori, ma anche degli adulti – la legge di Stabilità sembra aver accantonato del tutto il progetto di messa a regime e ridefinizione della nuova social card, attualmente sperimentata in 12 grandi comuni e destinata a famiglie in condizione di povertà grave (3000 euro di Isee) con almeno un figlio minore e tantomeno l’introduzione di una vera misura di sostegno al reddito di chi si trova in povertà , a prescindere che abbia figli minori e dalla sua storia lavorativa.
Si è invece preferito, da un lato, aumentare di un poco il finanziamento della vecchia social card da 40 euro mensili, quella destinata agli anziani ultrasessantacinquenni e, di nuovo, ai bambini sotto i tre anni, dall’altro istituire un nuovo fondo di 45 milioni di euro per «buoni per l’acquisto di beni e servizi a favore dei nuclei familiari con un numero di figli minori pari o superiore a quattro in possesso di una situazione economica corrispondente a un valore dell’Isee… non superiore a 8.500 euro annui». Non è chiaro, peraltro, se si tratti di una nuova social card categoriale e chi e come l’amministrerà .
Proprio quando sarebbe necessario razionalizzare le risorse per renderne più efficiente ed efficace l’uso, nel settore del contrasto alla povertà si continua con la politica dei frammenti incomunicanti, nonostante la retorica delle riforme e dell’innovazione.
Chiara Saraceno
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
FRA I CORRIDOI DI CSM E SENATO CIRCOLA IL SUO NOME… LA NECESSITA’ DI “UN UOMO DELLE ISTITUZIONI”
Un’intervista che pesa, quella del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Un’analisi politica – del senatore del Pd Ugo Sposetti in Parlamento dal 1987 e tre elezioni presidenziali – che allude e al tempo stesso mette in guardia dalla stessa allusione.
Il risultato è che nella rosa di nomi spendibili per il Quirinale compare ufficialmente il presidente del Senato Piero Grasso.
L’ex procuratore antimafia avrebbe dalla sua alcune delle caratteristiche tratteggiate da Napolitano nei suoi vari interventi: il profilo istituzionale; l’immagine e la sostanza del rigore dell’ex magistrato, per di più antimafia, necessari ora come non mai all’Italia ultima in Europa nella classifica che misura la penetrabilità della corruzione; due anni di esperienza a palazzo Madama che gli hanno tolto le ingenuità del non politico di professione; non rappresenta nessun partito in particolare ed è tanto superpartes da essere stato votato, a suo tempo, anche dai Cinque stelle
Il presidente del Senato non sarebbe certo un “presidente notaio”, opzione che Renzi sembra aver capito dover mettere da parte; avrebbe però il profilo internazionale necessario e saprebbe bene indirizzare quella riforma della giustizia che lo stesso Napolitano il 22 dicembre davanti al Csm ha detto essere necessaria “per il recupero di funzionalità , efficienza e trasparenza” di tutto il sistema Paese.
Non solo, Grasso avrebbe anche il curriculum e il profilo giusto per districare e debellare con la giusta misura quello che Napolitano definisce “il nodo insostenibile che intreccia corruzione, criminalità organizzata e politica”.
Il presidente del Senato quindi entra nel gran ballo per il Quirinale dove sono già scesi in pista, loro malgrado e con diverse investiture, il ministro Padoan, l’ex presidente Prodi, i giudici costituzionali Sabino Cassese (ex), Sergio Mattarella e Giuliano Amato, l’ex presidente Pierferdinando Casini (sponsorizzato dai centristi, Ncd in testa).
Solo per fermarsi a qualcuno dei nomi messi in pista.
L’ipotesi Grasso aleggiava da una decina di giorni nei capannelli al Csm, in qualche anfratto di palazzo Madama, anche se nessuno l’aveva mai veramente esclamata. Lui si è sempre schernito.
“Sono pronto a prendere la reggenza della Repubblica” disse il giorno degli auguri natalizi alla stampa parlamentare.
A traghettare, cioè, il paese nei quindici giorni previsti tra le dimissioni e la convocazione dei Grandi elettori. Dopodichè, per cultura personale, Grasso non è certo uno che, pur restando ironico e disponibile, presta il fianco a certe speculazioni. Quindi, fine degli scherzi.
Ma oggi è successo qualcosa che si fa fatica a giudicare casuale, pur essendolo certamente, e che mette in chiaro il nome di Grasso.
Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, titolare dell’inchiesta Mafia Capitale, spiega in duecento righe sul Sole 24 Ore i confini giudiziari e gli auspici politici dell’inchiesta.
Un senior della sinistra, dal Pci al Pd passando per i Ds, un uomo di mondo e di esperienze come Ugo Sposetti azzarda tra le righe in un colloquio su Il Foglio che “l’Italia del 2015 non è quella del 1992” e che quindi nessuno si azzardi a tirare fuori dal cilindro soluzioni come quella che all’epoca di Tangentopoli quando l’Italia, schiacciata dagli arresti per corruzione da una parte e dalle stragi di mafia dall’altra, portò sul Colle più alto quello che si credette essere il proprio anticorpo migliore, Oscar Luigi Scalfaro.
Scalfaro “arrivò al Quirinale — ricorda Sposetti su Il Foglio — spinto da un’onda emotiva (…) Oggi come allora registro una pressione sulla politica per far sì che al Quirinale possa arrivare una persona che rappresenti la legalità .
Spero — conclude Sposetti — che questo attivismo delle procure sia casuale perchè far eleggere alle procure il Presidente della Repubblica non mi sembra una grande idea”. Quello che Sposetti non dice al Foglio ma che circola con forza tra i senatori di più antica nomina è che “non solo Grasso è tra le ipotesi più accreditate ma lascerebbe anche libero un posto (la presidenza del Senato, ndr) strategico per saldare alleanze e maggioranze allargate”.
Ora il punto è che proprio oggi il procuratore Pignatone, toga tra le più restie a rilasciare interviste, dedica buona parte del lungo colloquio su Il Sole a ragionare sul fatto che “fenomeni come quello dell’intreccio mafia, corruzione, politica non possono essere debellati solo con gli strumenti del processo penale. C’è in primo luogo un problema di etica, di valori e della loro percezione sociale (…) Sono le persone e non solo le regole che possono fare la differenza”.
Pignatone cita il presidente Napolitano, “la legalità frana se non c’è moralità ” e punta il dito contro “una vasta area di comportamenti che non costituiscono reato e di cui la magistratura non si deve occupare ma che non per questo sono legittimi”.
La lotta alla corruzione deve quindi partire dalla classe politica e amministrativa del Paese che poi non si possono lamentare per le invasioni di campo della magistratura. Del resto, se l’ex pm Raffaele Cantone, alla guida dell’Autorità anticorruzione, è stato indicato come uomo dell’anno, si vede che il paese ha di nuovo e ancora bisogno di personalità il cui nome sia legato al concetto di legalità .
Proprio come nel 1992.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
SERVIVANO 10 METRI DI PROFONDITA’ MA SOLO A FINE LAVORI SI SONO ACCORTI CHE ERANO SOLO SETTE
“Non solo crociere”, recita il poster sotto vetro davanti al molo Ichnusa. 
E in effetti qui al terminal crociere di Cagliari le maxi navi con migliaia di passeggeri non si sono mai viste, nè i turisti americani ed europei hanno sorseggiato un caffè appena sbarcati.
Solo qualche evento e l’approdo sporadico di imbarcazioni più ridotte.
Eppure la struttura di vetro e acciaio con pilastri alti decine di metri è stata ultimata nel 2008. Realizzata dall’ex Gecopre, il costo totale è 5 milioni di euro, più 490mila per l’arredo esterno: panchine, fioriere, lampioncini.
Pronta, nuova, ma mai usata. Il motivo?
Il fondale in quel punto è troppo basso per i giganti del mare. Circa 7 metri, abbassato di uno, ma ne servirebbero almeno 10 — dicono gli esperti. E quindi niente da fare.
Peccato che il cavillo sia saltato fuori un po’ tardi, cioè quando il cantiere era già terminato. Un dettaglio che ha contribuito a far andar deserta la gara a caccia di un gestore per l’hub del Mediterraneo.
Lo sbarco tra i tir
Nel frattempo, e sono passati altri cinque anni, i crocieristi arrivano lo stesso nel sud dell’Isola, ma qualche molo più in là .
Precisamente al molo Rinascita, non certo accogliente: in mezzo all’area industriale, tra i tir, praticamente senza servizi.
Scendono dalla scaletta e devono per forza salire su un bus: o quello della canonica visita guidata o sulla navetta messa a disposizione.
A piedi non si può girare: e in ogni caso non c’è nè un bagno pubblico, nè un negozio, nè un bar. Ed è pronto un nuovo progetto, la concessione è già stata firmata, per un altro terminal amovibile, da spostare all’occorrenza.
Stessi materiali dell’originale: acciaio e vetro e una linea simile.
Il veliero vuoto
Sul molo Ichnusa la struttura completata ricorda un veliero con tanto di finestre oblò sui lati: da qui si vede il porto, la passeggiata di via Roma fino al quartiere storico Castello.
Il percorso al terminal è segnato dai grossi vasi bianchi con le palmette, qualche panchina in legno.
Telecamere puntate, citofoni senza targhette per i due piani con oltre 2mila metri quadri che avrebbero dovuto ospitare negozi, ristoranti e pizzerie affacciati su una piazza coperta. Fronte mare e fronte città .
Ed è già tempo di acciacchi: macchie di ruggine sui tiranti, una luce a terra in frantumi e gli angoli trasformati in orinatoi occasionali.
Nessun lucchetto o catenaccio: anzi, i maniglioni dell’ingresso sulla banchina sono stati chiusi dall’interno alla bell’e meglio con dei lacci che lasciano comunque un’ampia fessura di circa dieci centimetri.
Come se i crocieristi, o chi per loro, dovessero entrare da una settimana all’altra.
C’è un fondale da scavare, oppure no
Per tentare di recuperare la destinazione originale del terminal si è pensato anche di sistemare il fondale del molo Ichnusa.
Il costo ulteriore per il progetto è di circa 2 milioni di euro.
Nel 2011 l’ok del ministero dell’Ambiente, ma poi tra favorevoli e contrari l’ennesima impasse: tra reperti archeologici da tutelare per la Soprintendenza e la necessaria Valutazione d’impatto ambientale della Regione.
Il risultato è lo stallo: l’operazione potrebbe infatti compromettere la stabilità del molo e avere conseguenze (anche economiche) incalcolabili.
Ma ormai la struttura c’è, che si fa?
Non più crociere ma yacht
Resta il target del turismo di lusso, seppur con obiettivo e portata ridimensionati: dalle crociere agli yacht fino a 150 metri e crociere medie.
Un progetto ambizioso sostenuto con energia dall’Autority portuale retta dal presidente e commissario Giorgio Massidda (ex senatore Pdl) e ora da un commissario straordinario. Quindi nuova gara e in questo caso c’è pure un’assegnazione per 25 anni affidata all’Ichnusa Marina Srl: ma una settimana fa si è mossa la Procura di Cagliari. Perquisizioni della Finanza e tre indagati per turbativa d’asta: il sospetto è che la società , creata apposta (e giusto in tempo) per partecipare al bando abbia vinto a maggio di quest’anno in virtù dei criteri poco limpidi, quasi creati “su misura”.
Tutto parte da un esposto anonimo su presunte irregolarità e dalla denuncia dell’ex amministratore delegato sulla presenza di un socio occulto.
La vincitrice è stata travolta (anche) dai veleni interni. La nuova vita del terminal parte quindi con la cattiva stella.
E per il momento resta la meta di qualche passeggiatore solitario.
Una scatola, bellissima, da riempire.
Monia Melis
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL DECRETO SCEGLIE LA VIA “ALITALIA”: UNA GOOD COMPANY DA RIVENDERE TRA 2-3 ANNI
L’ennesimo decreto “Salva Ilva” è arrivato nel Consiglio dei ministri del 24 dicembre, esattamente due anni dopo il primo, firmato da Mario Monti.
Allora si sancì che la fabbrica rimaneva aperta contro la decisione della magistratura di Taranto di chiuderla.
Letta, poi, estromise i Riva dalla gestione dell’acciaieria con la nomina di un commissario.
Oggi Renzi li fa fuori definitivamente e si appresta a mettere in campo, da gennaio, una nuova operazione Alitalia (“speriamo che i risultati siano diversi”) ribadendo che bisogna rispettare le disposizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale — cioè fare in modo che Ilva smetta di uccidere i tarantini — che comunque sono in larga parte inattuate nonostante il tempo passi.
La via scelta dal governo dunque — anche se il testo del decreto non è ancora definitivo — è quella dell’amministrazione straordinaria grazie a quella particolare forma di procedura della “legge Marzano” inaugurata nel 2008 con la ex compagnia di bandiera.
Chi parla di “nazionalizzazione”, insomma, rischia di non aver capito qual è il meccanismo messo in campo.
La procedura, attualmente, prevede che gli azionisti chiedano questa forma di intervento in stato di quasi-insolvenza.
Stavolta probabilmente toccherà all’attuale commissario Piero Gnudi: a quel punto il governo può nominare un amministratore straordinario (si fa il nome di Andrea Guerra, ex Luxottica oggi consigliere dell’inquilino di palazzo Chigi) che gestisca un la “good company” (la parte sana di Ilva), mentre i debiti pregressi e i rami d’azienda destinati alla morte verranno lasciati nell’impresa originaria (bad company) con la garanzia dello Stato. Questa struttura societaria dovrebbe durare — secondo le intenzioni del premier — tra i 18 e i 36 mesi al termine dei quali la good company verrà venduta.
Se il gioco funziona — e gli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva resteranno a disposizione per le bonifiche — l’operazione sarà stata più o meno in pareggio, altrimenti per l’ennesima volta si saranno privatizzati i guadagni e socializzate le perdite.
Il probabile acquirente finale, peraltro, è la cordata tra la multinazione Arcelor Mittal e il gruppo Marcegaglia (probabilmente con l’aiuto di Cdp), che non se la passa benissimo ed è pure in conflitto di interessi visto che è uno dei principali clienti di Ilva.
Anche i soldi sono uno di quei temi in cui circolano alcune imprecisioni.
Pure Renzi ha parlato di un intervento pubblico da 2 miliardi facendo confusione.
Gli 800 milioni “già disponibili” — destinati alla bonifica di Taranto città e altre cosette — citati dal premier lo sono davvero, nel senso che li hanno già messi sul piatto i governi precedenti e non sono stati spesi nemmeno nei dieci mesi del suo.
Ora sicuramente partiranno i cantieri.
L’altro “miliardo e qualche centinaio di milioni” di cui ha parlato Renzi sono i soldi destinati alla bonifica degli impianti: non è chiaro se ci si riferisca agli 1,8 miliardi che dovrebbe costare la messa in sicurezza o degli 1,2 sequestrati ai Riva a Milano e destinati proprio a questo fine.
Per capirlo bisognerà aspettare il testo finale del decreto (ancora in via di scrittura), come pure per conoscere il meccanismo di cessione di Ilva: Mittal ha chiesto di fissare un prezzo subito e poi salire con calma — con tanto di diritto di recesso – vedendo come vanno le cose con bonifiche e cause civili per i morti, cioè se l’azienda è ancora viva.
Se questa fosse la formula è probabile che la decisione sul compratore sia già stata presa.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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