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RIMBORSOPOLI IN VAL D’AOSTA: LA “NON CONSAPEVOLEZZA” ASSOLVE I CONSIGLIERI

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

SECONDO I GIUDICI, GLI IMPUTATI “NON PENSAVANO DI COMMETTERE UN REATO”…IN NOTA SPESE MAZZANCOLLE, GIOIELLI, BIGLIETTI AEREI E PERSINO IN MOTORINO

Evviva l’ignoranza. Lo dicevamo da piccoli, quando la mamma ci costringeva a fare i compiti a casa, ma ora grazie all’innovativa sentenza dei giudici di Aosta sappiamo di essere sempre stati nel giusto.
Certo, occorre essere anche consiglieri regionali.
Ma dopo, sommando incompetenza e carica istituzionale, potremo anche noi comportarci come bimbi in un negozio di giocattoli il giorno del loro compleanno.
Con i soldi degli altri, quei fessi di cittadini, potremo pagare cene di lusso a base di mazzancolle fresche fatte arrivare per l’occasione; potremo acquistare carne di capra, un motorino, ingaggiare 24 attori per una fantomatica festa della Calabria spendendo la modica cifra di 40.000 euro.
Potremo pagare il volo per Roma alla nostra consorte, potremo acquistare targhe in alluminio per il citofono di casa, potremo mettere a ferro e fuoco De Marchi e Giannotti, la gioielleria di lusso in piazza Chanoux, potremo usare i soldi del nostro gruppo politico per pagare i muratori che ci fanno i lavori in casa, insomma potremo vivere alla grande.
L’unica condizione, tutto sommato un sacrificio accettabile, è quella di non essere consapevole. Come i bambini.
Basta non sapere che stai violando la legge.
D’accordo, il qualunquismo mai, troppo facile dare addosso ai politici che spendono come Gastone mettendo tutto in nota spesa, chi è senza peccato scagli il primo scontrino, e poi così si incentivano i temuti populismi.
Ma insomma, il verdetto del tribunale di Aosta che ha assolto 24 consiglieri regionali in rappresentanza dell’intero arco costituzionale, salvandoli anche dalla restituzione di un maltolto pari a 607.000 euro, sembra fondata su un sillogismo che merita il giusto tributo.
Le spese allegre sono infatti passate in cavalleria sulla base del fatto che manca l’elemento soggettivo del reato.
Quel che ha sostenuto la pubblica accusa è vero, ma cosa volete farci, gli imputati non sapevano che comprare con soldi pubblici un motorino da mettere come premio nella tombola di Natale del partito è una cosa che non si fa.
Nel confermare l’onestà  dei suoi politici, la sentenza getta comunque un’ombra sul futuro della Regione, che per proprietà  transitiva appare gestita da gente incapace di intendere e volere.
Questi amministratori sono anche legislatori, che però non conoscono la legge, non sanno distinguere il lecito dall’illecito.
Come da prescrizione evangelica, sono stati perdonati, perchè non sapevano quel che stavano facendo.
Ma non importa, fare il consigliere in Val d’Aosta è un sogno, come dice il filosofo Flavio Briatore.
Non svegliateli.

Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)

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DAL CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI I GIOVANI RISCHIANO DI RESTARE FUORI

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

LE IMPRESE PREFERISCONO LAVORATORI GIA’ ESPERTI E MOLTI RAGAZZI SVELGONO LA PARTITA IVA

I messaggi sono contrastanti, da elettrocardiogramma impazzito.
Oggi i punti fermi Istat sono: il 12,7% di disoccupazione generale, il 42,6% di disoccupazione giovanile.
Dovremo rassegnarci: leggere ogni mese i dati ci rende prigionieri delle montagne russe, costringendoci a emozioni e colpi di scena a ritmo serrato.
Solo lunedì il governo celebrava 79mila assunzioni a gennaio e febbraio 2015, ma ieri l’Istat ha precisato che sono dati non confrontabili perchè «sono di diversa natura e non necessariamente significano nuovi occupati; possono anche essere transizioni dal tempo determinato e altri tipi di contratti».
La lotteria dei numeri crea sconcerto e offusca le tendenze.
A febbraio sono calati di 44 mila unità  gli occupati, quasi tutte donne, rispetto a gennaio, ma a preoccupare è la disoccupazione giovanile salita di 1,3 punti su gennaio, proprio nel bimestre in cui trionfano gli incentivi della legge di Stabilità  (sconto di 8060 euro l’anno per assunto, 24 mila euro nel triennio).
Evidentemente il doping da solo non basta, dobbiamo attendere il boom dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti partito il 7 marzo.
La spia delle difficoltà 
È la questione giovanile la spia e la metafora delle difficoltà , anche perchè il mitico e miracoloso contratto per neo-assunti non è detto che darà  lavoro soprattutto ai più giovani. Intanto a febbraio i giovani occupati sono sempre pochi (868 mila tra 15-24 anni), 40 mila in meno rispetto all’anno precedente e 34 mila in meno su gennaio.
Il tasso di disoccupazione è al 43%, mentre l’occupazione scende al 14,6% (solo un giovane su sette lavora).
E nel contempo salgono gli inattivi a 4,4 milioni, aumentando di 35 mila unità  in un anno e di 20 mila in un mese (dentro ci sono 2 milioni di Neet).
Ma le fotografie non servono, ci vuole la macchina da presa che colga il movimento e la nascita di un nuovo dualismo tra tutelati e non.
Ora le attese sono sul contratto a tutele crescenti e senza l’articolo 18, che metterà  il turbo anche grazie agli sconti contributivi.
Un anno fa aveva fatto terra bruciata il contratto a tempo determinato, reso più facile e passepartout di tutte le assunzioni: tre anni di flessibilità  senza causale.
Non a caso il contratto a termine ha cannibalizzato gli altri contratti (sette su dieci). Ora il nuovo contratto lo sostituirà ? Diventerà  la formula regina?
Forse, ma i giovani potrebbero venire emarginati. L’ipotesi viene ventilata dal mondo delle imprese che, cercando di trarre il massimo vantaggio dalle novità , faranno sì assunzioni con il nuovo contratto superscontato, ma sceglieranno bene le persone da assumere con grande selettività .
Problema di competitività 
Il problema delle aziende è oggi la concorrenza e la competitività : otterranno più produttività  facendo rientrare in parte i cassintegrati e assumendo risorse esterne più esperte che giovani, più competenti che da formare.
La fretta giocherà  il resto, nella rincorsa al massimo di produttività .
La selezione segmenterà  e riposizionerà  il mercato: a farne le spese potrebbero essere i giovani, per i quali si profila un futuro di precarietà , viste le troppe formule che non sono state disboscate.
Si ripropone così, nonostante il nuovo contratto, quel dualismo del mercato del lavoro che è fonte di ambiguità .
Le evidenze sono la spinosa stabilizzazione dei cocopro, ma anche la ripresa dei contratti in somministrazione (ex interinali, crescono al 9% e registrano 300mila occupati al mese, in gran parte giovani), la stabilità  dell’apprendistato (fortemente incentivato), l’aumento di stage e tirocini (spesso fuorilegge), job on call e voucher. Ma anche l’aumento delle partite Iva giovanili dovuta a ragioni fiscali (regime dei minimi), che fa sì che a oggi 700mila under 35enni abbiano scelto la via dell’auto-impresa.
Tra le strategie giovanili alternative c’è così il passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo.
Insieme al trasferimento all’estero (l’anno scorso ha coinvolto 100mila italiani di cui la metà  sotto i 40 anni): scelta più matura e consapevole, sempre meno fuga da emarginati.
Mentre grida vendetta il flop della Garanzia giovani (1,5 miliardi di finanziamento), icona d’impotenza e dagherrotipo dell’immobilismo dell’Italia che fu.

Walter Passerini
(da “La Stampa”)

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ATTENTATO AGLI ORGANI COSTITUZIONALI: INDAGINE SUI GRILLINI IN SEGUITO AGLI SCONTRI IN AULA DURANTE IL VOTO DELLO SBLOCCA ITALIA

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

QUESTA E’ L’IPOTESI ACCUSATORIA SU CUI LAVORA LA PROCURA DI ROMA DOPO L’ESPOSTO DEL SOCIALISTA BUEMI

“Dobbiamo forse aspettare che arrivi il generale Tejero in aula?”.
Al grido giù le mani dalla democrazia, il senatore Enrico Buemi (Ps-Psi) scomoda il generale della Guardia civil che nel febbraio 1981 tentò di occupare il Congresso dei deputati a Madrid per giustificare l’esposto denuncia che ha presentato alla procura di Roma contro i senatori Cinque stelle che a novembre scorso, quando palazzo Madama doveva dare il via libera al decreto Sblocca Italia, impedirono nei fatti la votazione.
L’esposto che paragona i Cinque stelle al generale Tejero, ha fatto, come prassi, la sua strada.
Il procuratore Pignatone ha ritenuto fondato l’allarme del senatore Buemi e i pm di piazzale Clodio sono al lavoro per capire se in quelle risse in aula, certamente poco gratificanti per la democrazia, si possono ravvisare gli estremi di un’ipotesi di reato. Attentato agli organi costituzionali, per esempio.
Solo che nessuno, al Senato, compreso il presidente Piero Grasso che pure di Pignatone è stato collega e con cui esistono ottimi rapporti, nessuno sapeva niente.
La notizia è esplosa – è il caso di dire – in aula durante le ultime votazioni sul ddl anticorruzione.
Con Forza Italia che teme “invasioni di campo inappropriate”, richiama il presidente Grasso “alla tutela dell’autonomia dell’aula”. E accende un incendio “doloso” nel giorno in cui, dopo oltre due anni, l’aula del Senato dovrebbe dare il via libera in prima lettura a un pacchetto di norme contro la corruzione che non sono eccezionali ma sono sempre qualcosa.
“Alcuni nostri colleghi senatori – ha detto il senatore Giacomo Caliendo (Fi) rivolto a M5S – sono convocati in procura per colpa vostra. Io ritengo illegittimi quegli avvisi come persone informate sui fatti inviate ai senatori. Chiedo l’intervento del Presidente e del consiglio di presidenza in segno di rispetto verso questo ramo del Parlamento”. Dopo Caliendo ha preso la parola Francesco Nitto Palma (Fi), presidente della commissione del Senato che ha evocato “scenari sotto certi profili inquietanti”.
“Ma vi pare – ha detto – che dobbiamo sapere una cosa del genere dall’avviso con cui veniamo convocati in procura? Il Presidente Grasso accerti cosa sta succedendo e assumi le iniziative del caso con una certa responsabilità  e premura”.
Il problema è capire se “viene rispettata l’autonomia del Senato” e se “la valutazione di atteggiamenti esasperati ma connotati esclusivamente dalla politica è sufficiente da far avviare un’indagine”.
In procura a piazzale Clodio cascano dalle nuvole per tanto chiasso.
“La denuncia è stata fatta da un senatore (Buemi, ndr) e ne fu data a suo tempo massima pubblicità . Finì pure sulle agenzie di stampa. È nostro dovere procedere”. Alle 15 il presidente Grasso ha dovuto convocare una capigruppo per aggiornare le informazioni su questa faccenda.
Ma potrà  solo fotografare la situazione visto che la procura è legittimata a dare corso ad un esposto per quanto firmato da un senatore della Repubblica e relativo a fatti accaduti all’interno dell’aula.
Tante volte l’aula del Senato è stata un ring con lancio di cose e anche persone.
La denuncia di Buemi si riferisce al voto di fiducia sullo Sblocca Italia, nel novembre dell’anno scorso quando i Cinque stelle impedirono nei fatti di votare.
Tanto che il presidente di turno, Roberto Calderoli, scelse poi di far votare dai banchi anzichè sfilare sotto il banco della Presidenza.
In procura sono stati già  convocati i senatori Malan, Messina e Mandelli.
Un fuori-programma destinato a rendere sempre più tesi i rapporti tra politica e magistratura mentre le inchieste sulla corruzione coinvolgono politici di una parte e dell’altra e colpiscono un territorio rimasto finora vergine: quello delle Fondazioni.
E che potrebbe complicare oggi il voto finale sul disegno di legge contro la corruzione.

(da “Huffingtonpost”)

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IMMOBILI PUBBLICI, IL 40% E’ IN AFFITTO DA PRIVATI E LO STATO SPRECA 1,2 MILIARDI ALL’ANNO

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

SPENDING REVIEW, LO SPRECO DEGLI AFFITTI DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

Un miliardo e duecento milioni di euro: è il costo annuale degli immobili presi in affitto dallo Stato.
Per l’esattezza 1.215 milioni di euro di locazione annua per uffici, scuole, sedi: la stima è contenuta nel dossier sulla razionalizzazione dell’utilizzo degli immobili statali, compilato dal gruppo di lavoro di Carlo Cottarelli e pubblicato online nelle scorse ore.
Dodici pagine di dati, analisi e proposte per tagliare il costo di affitti e gestione degli immobili utilizzati dallo Stato.
Ad oggi le amministrazioni pubbliche utilizzano immobili che si estendono per quasi 80 milioni di metri quadrati (quasi tutti dislocati nelle cinque principali città  italiane e cioè Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma e Torino): di questi l’80 per cento sono di proprietà  dello Stato, mentre il resto appartiene ai privati.
Una percentuale che raddoppia se si escludono dal conto gli immobili del Ministero della Difesa, che da solo occupa quasi i due terzi degli edifici di proprietà  dello Stato.
Eliminati i dati relativi al ministero di via XX Settembre, ecco che si scopre come le varie amministrazioni dello Stato utilizzano soltanto il 60 per cento di immobili di proprietà , mentre nel 40 per cento dei casi pagano un canone di locazione ai privati, per un costo che supera il miliardo e duecento milioni di euro all’anno.
Diversi i casi di “spreco” di denaro pubblico registrati dal gruppo di Cottarelli, dovuti soprattutto alla mancanza di coordinamento tra i vari rami della pubblica amministrazione.
Il caso limite è rappresentato dal comune di Prato, dove su 34 sedi amministrative, ben 28 sono in immobili presi in affitto, per un costo di 8 milioni e 770 mila euro: 15 sono gli spazi presi in affitto soltanto nel centro della città , nel raggio di appena 4 chilometri.
Per razionalizzare la spesa l’equipe di Cottarelli propone alle pubbliche amministrazioni di rivedere la distribuzione territoriale limitandosi ad occupare, se possibile, soltanto immobili di proprietà  statale.
Secondo la proposta contenuta nel dossier, bisognerà  dimostrare l’inesistenza di uno stabile di proprietà  pubblica o l’impossibilità  di ottenere tale immobile da parte di altre amministrazioni, prima di procedere all’affitto di un’ulteriore sede.
Solo in quel caso partirà  una ricerca di mercato, per trovare la locazione più conveniente.
Il progetto prevede la creazione di un unico capitolo di spesa destinato a pagare gli affitti delle sedi, affidato all’Agenzia del Demanio, dal quale “tagliare” 200 milioni nel 2015, e 100 milioni a partire dal 2016, per arrivare quindi a quota 800 milioni entro il 2017.
Per incentivare il coordinamento tra i vari settori della pubblica amministrazione, Cottarelli prevede l’utilizzo di un sistema informativo unico (si chiama Paloma, acronimo di Public Administration Location Management), dove far convergere i dati di tutti gli immobili pubblici disponibili.
E siccome nel dossier si specifica come “diverse amministrazioni non hanno adempiuto alle comunicazioni previste (es. quella del Mef per il censimento degli immobili)”, il progetto di Cottarelli prevede anche l’inserimento di “sanzioni per la mancata comunicazione dei dati” in relazione agli immobili utilizzati dai vari compartimenti della pubblica amministrazione.
Alla fine, secondo le previsioni del gruppo di lavoro, gli immobili utilizzati dallo Stato si dovrebbero ridurre del 20 per cento, mentre i costi sarebbero abbattuti del 30 per cento, grazie anche all’accorpamento di alcuni servizi che sarebbero dunque gestiti in comune tra i diversi rami della pubblica amministrazione.
Il dossier propone inoltre di destinare i fondi risparmiati negli affitti degli enti locali alla ristrutturazione delle scuole.
Tutte proposte che per il momento rimangono lettera morta.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A BERSANI: “RENZI NON HA PIU’ I NUMERI. SCISSIONE? PRIMA VIENE L’ITALIA, POI LA DITTA”

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

“LA FIDUCIA E’ STATA POSTA SU QUESTI ARGOMENTI SOLO SULLA LEGGE TRUFFA NEL 1953”

La risposta di Bersani a Renzi è una sfida.
«Non sono così convinto che abbia i numeri per approvare l’Italicum. A partire dalla commissione Affari costituzionali. Ne dovrà  sostituire tanti di noi per arrivare al traguardo. E se continuerà  a fare delle forzature, io stesso chiederò di essere sostituito ».
Sarebbe il primo vero strappo dell’ex segretario nella storia del conflitto con Matteo Renzi.
La prima plastica trasgressione alla filosofia della Ditta, che va difesa a prescindere.
Dopo la direzione di lunedì, Pier Luigi Bersani non ha cambiato idea: se la legge rimane così com’è, non la vota.
Lo ripete a un gruppo di deputati che lo accompagna verso il suo ufficio al quinto piano di Montecitorio.
Due stanzette prese in prestito dal gruppo di Sinistra e libertà , in un labirinto di scale e ascensori, strategicamente piazzate molto lontano dal Pd e questo è un altro brutto segno.
Bersani non parla di scissione.
Quando il fantasma si affaccia, nel corso della conversazione, divaga, non risponde, guarda da un’altra parte.
«Vediamo se si fa carico del problema – spiega riferendosi al segretario –. Noi abbiamo detto: concordiamo alcune modifiche e poi votiamo l’Italicum tutti insieme sia alla Camera sia al Senato. E lui che dice? Non mi fido. Ho trovato questa risposta offensiva, molto più di tante battutine personali che riserva a chi dissente. Non mi fido di Berlusconi, lo puoi dire. Ma se non ti fidi del tuo partito, è la fine».
Nell’appassionato ragionamento di Bersani, la battaglia è molto più profonda di un bilanciamento tra preferenze e nominati.
«Le preferenze sono un falso problema. Fanno schifo anche a me, io sono per i collegi. Ma tra nominati e preferenze, scelgo le seconde. Se non piacciono a Renzi mi chiedo perchè non aboliscono le primarie dove le preferenze raggiungono l’apice. Dicono: ma diventano uno strumento del malaffare. Allora io dovrei pensare che tanti parlamentari del Pd li ha portati qui la mafia?».
Non sta in piedi neanche la ricostruzione di Roberto Giachetti.
Bersani sorride: «Il Mattarellum è un sistema imperfetto, ma se me lo danno lo firmo subito. Giachetti purtroppo ha la memoria corta. Non avevamo i numeri per far passare la sua mozione, forse non si ricorda com’era diviso il Parlamento in quella fase. Io comunque andai dai grillini e chiesi: voi lo votate il Mattarellum? Mi risposero: sosteniamo la mozione Giachetti. Insistetti: ma la votate sì o no? Facevano i vaghi, dovevano sentire Grillo e Casaleggio. Ci avrebbero mandato sotto, ecco cosa sarebbe successo».
Il punto però non sono le polemiche interne.
«I giornali – dice Bersani – sono pieni di veline. Le facevo anch’io quando ero segretario, ma un po’ mi vergognavo e dicevo ai miei: andiamoci piano. L’Italia adesso si prende questa legge elettorale e nessun commentatore sottolinea il pericolo cui andiamo incontro. Vedo un’ignavia diffusa. L’establishment italiano è una vergogna. Sono 4-5 poteri che dicono: andiamo avanti, corriamo. E non si chiedono se andiamo avanti per la strada giusta o verso il precipizio. Potrei fare nomi e cognomi di questi poteri e scrivere accanto le rispettive convenienze che hanno nel tacere, nel sostenere questa deriva».
Ecco il cuore del ragionamento bersaniano: la descrizione di questa deriva.
«Renzi vuole l’abolizione della rappresentanza. Punta a una sistema che non esiste da nessun’altra parte al mondo e che non ci copierà  proprio nessuno perchè l’Europa ma anche gli Stati uniti non sono governati da baluba. Lì si rispetta il voto popolare e si cerca di comporre le forze e i programmi per rappresentare società  complesse in un momento molto difficile. Qui da noi no».
Il ballottaggio, che nella narrazione di Renzi è una grande vittoria della sinistra, per Bersani è «un vero pericolo. Non ha niente a che vedere con il doppio turno francese dove ci sono i collegi. Qui lo facciamo su base nazionale e serve solo a incoronare un leader, a creare un presidenzialismo di fatto, una democrazia plebiscitaria.
Può capitare che un partito del 27 per cento prenda tutto il potere in un Parlamento di nominati al servizio del capo. E l’altra metà  del Paese la consegniamo ai populisti con un esito simile a quello francese. In quel sistema presidenziale, che pure è molto bilanciato, non dai sfogo alla rappresentanza e carichi una molla che alla fine scatta, esplode. Così ti ritrovi Marine Le Pen. In Italia può succedere la stessa cosa. Si ammucchiano i populisti, Grillo e Salvini, e non sai come finisce».
La risposta a questa obiezione manda ai matti Bersani.
«Dicono: tanto Renzi dura 20 anni. Ne siamo proprio sicuri? Secondo me no. La situazione è ancora fluida, la crisi non è finita. Avete visto i dati sulla disoccupazione? Ci siamo ancora dentro e non è detto che gli elettori vorranno uscirne con Renzi e con il Pd. Non dimentichiamo l’esempio di Parma. Disaffezione per la politica, crisi economica e al ballottaggio vincono i 5 stelle. E’ il modello che vogliamo per l’Italia? Se l’onda è questa, io non la seguirò».
L’alternativa andrebbe trovata insieme.
«Una correzione che permetta l’apparentamento al ballottaggio sarebbe già  un passo avanti». Se Renzi mette la fiducia? «E’ stata messa una sola volta sulla legge elettorale e dopo un ostruzionismo feroce. Era il ’53, la legge truffa. Sono cambiati i regolamenti, non so se Renzi si spingerà  fino a quel punto».
Ma se lo fa, che succede alla Ditta?
«Stavolta prima viene il Paese, poi la Ditta».

Goffredo De Marchis
(da “la Repubblica”)

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ALDOVRANDI: “OK A PROCESSO PER GIOVANARDI”, ORA IL VOTO AL SENATO

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

E’ ACCUSATO DI DIFFAMAZIONE AGGRAVATA: IN UN’INTERVISTA DISSE CHE “QUELLO NELLA FOTO NON ERA SANGUE MA UN CUSCINO”

Sarà  il Senato a decidere se Carlo Giovanardi deve andare di fronte a un giudice a rispondere di
diffamazione aggravata contro Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi.
La giunta per le immunità  parlamentari di Palazzo Madama ha accolto a maggioranza la richiesta del gip di Ferrara Monica Bighetti, giudicando che le opinioni espresse nel corso dell’intervista “incriminata” non rientrano nell’ambito della prerogativa dell’insindacabilità  ex articolo 68 della Costituzione.
Mancherebbe, come sottolineato dalla relatrice della giunta, Nadia Ginetti (Pd), un nesso funzionale tra la dichiarazione resa extra moenia, ossia fuori dai luoghi deputati all’attività  parlamentare in senso stretto, dal senatore e atti o interventi ufficiali compiuti dallo stesso.
Il senatore Ncd, tra l’altro anch’egli membro della giunta per le immunità , è accusato di diffamazione aggravata per le frasi rilasciate il 29 marzo 2013 durante un’intervista al programma radiofonico “La Zanzara” di Radio 24.
Giovanardi venne sentito dall’emittente radiofonica in merito al sit-in del sindacato di polizia Coisp avvenuto due giorni prima a Ferrara, organizzato contro la carcerazione dei poliziotti condannati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi.
Al conduttore Giuseppe Cruciani, il senatore affermò candidamente che “quella foto che ha fatto vedere la madre è una foto terribile, ma quella macchia rossa dietro è un cuscino. Gli avevano appoggiato la testa su un cuscino. Non è sangue”.
Purtroppo per Giovanardi quella foto, scattata dai consulenti medico legali della famiglia in sede di autopsia, era verissima ed era entrata nel fascicolo del dibattimento tra gli atti processuali.
Da qui la denuncia della Moretti. La giunta per le immunità  aveva anche sentito Giovanardi, il quale aveva depositato una memoria nella quale spiegava le sue ragioni già  addotte davanti al gip.
All’epoca del processo di primo grado, secondo la sua ricostruzione, vi fu un dibattito sul fatto che quello di rosso nella foto fosse sangue.
Nelle fotografie immediatamente successive al decesso non c’era sangue per terra (in realtà  c’erano macchie di diametro fino a 20 cm, ndr).
Sempre al giudice Giovanardi assicurò che “se si accertasse che è sangue non avrei problema a credervi”.

Marco Zavagli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PD, INDAGINI SU UN PARTITO AL DI SOTTO DI OGNI SOSPETTO

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

ALTRO CHE QUESTIONE MORALE: DA NORD A SUD È RECORD DI INQUISITI… MAFIA CAPITALE, CORRUZIONE, DISASTRI AMBIENTALI E SPESE PAZZE

Il Partito democratico di epoca renziana è come non mai al centro di vicende giudiziarie da nord a sud, isole minori comprese (dopo il caso Ischia).
Lo scandalo più grosso è sicuramente quello di Mafia Capitale, per cui in Campidoglio risultano indagati nell’inchiesta “Mondo di mezzo” Mirko Coratti e Daniele Ozzimo (il primo dimessosi da presidente dell’Assemblea capitolina a inizio dicembre, entrambi autosospesi dal partito).
Il vicesegretario nazionale, Lorenzo Guerini, pochi giorni prima della retata del 2 dicembre, cercò di convincere, senza riuscirci, Ignazio Marino a nominare proprio Coratti vicesindaco.
Si è autosospeso anche il consigliere regionale Eugenio Patanè. In Regione Maurizio Venafro, coinvolto nell’inchiesta, ha lasciato l’incarico di capo di gabinetto del governatore Nicola Zingaretti.
Vicecapo di gabinetto della giunta Veltroni, in seguito capo della polizia provinciale, era Luca Odevaine, agli arresti, accusato di corruzione, sempre nell’inchiesta “Mondo di mezzo”.
Liguria. La centrale a carbone di Vado, Burlando e gli scontrini salati
Le spese pazze e il disastro ambientale della centrale a carbone di Vado. Sono le due prime preoccupazioni del Pd ligure, in una regione che ultimamente è stata flagellata dagli scandali. L’indagato più noto è senz’altro il governatore Claudio Burlando, finito nel registro della Procura di Savona con l’accusa di concorso in disastro ambientale doloso.
Sono indagati anche gli assessori alla Sanità  Claudio Montaldo, alle Attività  produttive Renzo Guccinelli e Renata Briano (ex assessore all’Ambiente, oggi eurodeputata).
Al centro dell’inchiesta l’inquinamento provocato dalla centrale Tirreno Power che secondo i periti dell’accusa con i suoi fumi avrebbe causato almeno 400 morti.
E sono indagati anche i sindaci di Vado, Attilio Caviglia e Monica Giuliano, e di Quiliano, Alberto Ferrando.
C’è poi l’inchiesta sulle spese pazze, che in Liguria ha toccato quasi metà  del Consiglio regionale: in carcere due vicepresidenti della giunta di centrosinistra. Tra gli indagati del Pd risultano il capogruppo in Regione, Nino Miceli e il tesoriere del gruppo Mario Amelotti.
Ma la lista si allarga, se si considerano anche i partiti che fanno parte della coalizione trasversale che ha governato la Regione negli ultimi anni. Non fa “tecnicamente” parte del centrosinistra, ma Alessio Saso è un sostenitore dichiarato di Raffaella Paita (candidata Pd a governatore). Saso è indagato per voto di scambio in un’inchiesta sulla criminalità  organizzata nel Ponente Ligure.
Campania. Il re di Salerno De Luca e il caso di Orta d’Atella
L’inchiesta che forse meglio di ogni altra in Campania avvolge gli interessi della politica e dell’imprenditoria “rossa” in un giro di (presunte) tangenti è la vicenda Sea Park: tra gli imputati per associazione a delinquere finalizzata a reati contro la Pubblica amministrazione c’è anche l’ex sindaco e candidato Pd a governatore della Campania, legge Severino permettendo, Vincenzo De Luca.
È la fallita riconversione dell’Ideal Standard in parco acquatico con l’apporto dei capitali di un consorzio di imprese emiliane, la Cecam.
All’indirizzo Cecam c’era solo una cassetta postale e il suo rappresentante si presentava alle riunioni con le scarpe risuolate. Eppure erano i tramiti di un giro di miliardi delle vecchie lire per far svendere i suoli dell’Ideal Standard agli emiliani e far realizzare il Sea Park in un terreno di proprietà  dell’imprenditore Vincenzo Maria Greco.
C’erano le intercettazioni, furono distrutte perchè De Luca godeva delle guarentigie parlamentari. I reati ormai sono prescritti, ma De Luca ha rinunciato alla prescrizione e il 14 aprile farà  dichiarazioni spontanee.
Fresca fresca invece è l’accusa di corruzione aggravata dal metodo camorristico con cui è finito in carcere il sindaco sospeso di Orta d’Atella (Caserta) ed ex consigliere regionale Ds Angelo Brancaccio.
La Dda di Napoli e la polizia hanno trovato le tracce di 330 mila euro versati su un conto svizzero di Brancaccio da Sergio Orsi, imprenditore dei rifiuti e riferimento del clan dei Casalesi (il fratello Michele fu ucciso nel 2006 su ordine di Giuseppe Setola).
Secondo la Dda, quei soldi sono il corrispettivo dell’ingresso dell’azienda degli Orsi in un consorzio pubblico-privato coi Comuni di Orta d’Atella e Gricignano D’Aversa, col quale accaparrarsi una serie di appalti. I bonifici avvengono nel 2006: Brancaccio è consigliere regionale, sostiene Antonio Bassolino, incontra il politico dei Ds simbolo della lotta anticamorra Lorenzo Diana.
Anni in cui gli Orsi, ritenuti vicini a Forza Italia, si iscrivono alla Quercia. Non a Casal di Principe, dove abitano. Ma alla sezione di Orta d’Atella. La Dda ha inoltre aperto un fascicolo sulla metanizzazione dei Comuni dell’agro-aversano. È indagato per concorso esterno in associazione camorristica Roberto Casari, per quasi 40 anni presidente della Gpl-Concordia, colosso delle cooperative rosse di Modena.
Piemonte. Gettonopoli e le eterne firme false
Che coppia. Lui, ex consigliere regionale, a processo per peculato e finanziamento illecito ai partiti, lei indagata per concorso in truffa aggravata. Sono Andrea Stara del Pd, già  eletto con la lista “Insieme per Bresso”, e la deputata Paola Bragantini, ex presidente della Circoscrizione 5 del Comune di Torino ed ex segretaria provinciale del partito.
Sono due dei democratici illustri del Piemonte incappati nelle maglie della giustizia. Lui avrebbe ottenuto rimborsi non dovuti, tra cui quello per un tosaerba. Non è tutto: venerdì scorso, durante il processo, la contabile del gruppo ha detto ai giudici che Stara ha chiesto anche di rimborsare una multa della sua compagna.
Lei, invece, è finita in mezzo a un altro scandalo di rimborsi, quello delle mini-giunte fantasma: riunioni fatte solo sulla carta per ottenere i gettoni di presenza. Insieme a lei ci sono altri nove indagati per truffa aggravata, tra cui l’attuale presidente della Circoscrizione Paolo Florio, il suo vice Giuseppe Agostino e altri tre componenti della mini-giunta. Florio e Agostino inoltre sono indagati per le firme false delle liste a sostegno di Sergio Chiamparino per le ultime Regionali: in questo caso che sta scuotendo il Pd torinese lui non è il solo indagato, ci sono il consigliere regionale Nadia Conticelli, tre ex consiglieri provinciali (Umberto Perna, Pasquale Valente e Davide Fazzone), più quattro componenti della segreteria provinciale (Gianni Ardissone, Carola Casagrande, Mara Milanesio e Cristina Rolando).
Le elezioni hanno provocato molti problemi pure a Vercelli: per le Provinciali del 2009 saranno processati molti politici locali accusati di falso ideologico in atto pubblico, tra cui i democratici Maura Forte, sindaco di Vercelli, e il consigliere regionale Giovanni Corganti.
Chi in questi mesi sta affrontando un processo, infine, è Alessandro Altamura, ex assessore al commercio ed ex segretario provinciale del Pd, accusato di abuso d’ufficio nello scandalo “Murazzi”.
Emilia Romagna. La monorotaia e i sex toys
A Bologna il 9 aprile si aprirà  il dibattimento sull’appalto del People mover, la monorotaia che dovrebbe unire stazione e aeroporto. I lavori non sono ancora iniziati, ma fra poche settimane davanti al giudice andranno anche l’ex sindaco Pd Flavio Delbono e il suo assessore Villiam Rossi, accusati di abuso d’ufficio.
Poi ci sono le “spese pazze” dei consiglieri regionali . Diciotto sono del Pd. Per molti potrebbe arrivare presto la richiesta di rinvio a giudizio: oltre a cene da centinaia di euro, anche scontrini per wc pubblici e persino per un sex toy.
E intanto Carlo Lusenti, assessore regionale alla sanità  con Vasco Errani, è imputato per falso in una vicenda legata ai fondi regionali destinati alle cliniche private.
E non c’è solo Bologna.   A Ravenna incombe il processo per truffa per la senatrice Josefa Idem. La vicenda è quella dei contributi Inps pagati dal Comune, che due anni fa la portò alle dimissioni da ministro.
Sempre in Romagna, a Rimini, il sindaco Andrea Gnassi è indagato per il fallimento della società  dell’aeroporto Fellini. Assieme a lui altri otto sono sotto inchiesta per il reato di associazione a delinquere. Infine l’inchiesta di Firenze che ha visto protagonista Ercole Incalza, vede tra gli indagati anche l’ex assessore regionale alle Infrastrutture Alfredo Peri e l’ex consigliere Miro Fiammenghi. L’accusa è tentata induzione a dare o a promettere indebitamente denaro o altra utilità  nell’ambito della costruzione dell’Autostrada Cispadana.
Bolzano. Il sindaco tira dritto L’abuso d’ufficio non basta
All’orizzonte il probabile rinvio a giudizio con l’accusa non da poco di abuso d’ufficio. E nonostante questo a Bolzano il sindaco Luigi Spagnolli tira dritto e punta alla ricandidatura.
Alle urne si va il 10 maggio. Mentre i suoi legali hanno chiesto al tribunale una proroga di due mesi e mezzo per leggere le carte dell’inchiesta. Il tempo, dunque, non manca anche per superare un eventuale ballottaggio. Spagnolli tira dritto con il via libera della segreteria regionale e di quella nazionale.
Sul tavolo della procura l’affare del raddoppio del centro commerciale Twenty. Sotto accusa, oltre a Spagnolli, anche un noto imprenditore trentino. Per lui il reato è quello di abuso edilizio.
Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri il sindaco Spagnolli si è attivato per il via libera al raddoppio del centro commerciale dopo l’ok già  dato dalla Provincia. Di più: il gruppo dell’imprenditore Giovanni Podini (indagato) s’interfaccia direttamente con il sindaco senza seguire l’iter tradizionale dell’ufficio tecnico.
Non solo. Secondo la ricostruzione dell’accusa, sottopone a Spagnolli il parere legale di un docente universitario. L’impresa, poi, inizierà  i lavori ancora prima del via libera. E lo farà  realizzando i piloni portanti del centro commerciale in maniera differente dalla concessione, poichè già  rinforzati abusivamente per l’aumento di cubatura prima del rilascio della concessione inerente al raddoppio.
Fin dall’inizio dell’inchiesta Spagnolli si è sempre difeso. “Sono state dette una serie di cose non vere da parte di tante persone. Sono state fatte affermazioni pesanti. Non c’è alcun tipo di volontà  di favorire chicchessia”. La procura ha chiesto il rinvio a giudizio.
Lombardia. Il “Sistema Sesto” non finisce mai
Giovanissimo vestì la casacca di assessore di Rozzano, hinterland a sud di Milano.
Da quel momento in poi la carriera politica di Massimo D’Avolio tracimò in successi continui.
Alle spalle la tutela potente di Filippo Penati che da lì a poco, è il 2004, incassa la poltrona di presidente della Provincia.
Nello stesso anno D’Avolio diventa sindaco di Rozzano, mandato rinnovato fino al 2013. Dai Ds al Pd. In quell’anno , D’Avolio, perso per strada il suo nume a causa di inchiesta giudiziaria (vedi il cosiddetto Sistema Sesto), fa il grande salto ed entra in Regione. Consigliere del Pd eletto con oltre 7 mila preferenze.
Poco meno di due anni con un incarico nella commissione regionale antimafia, e anche l’ex sindaco inciampa in qualche guaio.
Attualmente, infatti, risulta indagato dalla Procura di Milano per abuso d’ufficio. I fatti, contestati risalgono al periodo in cui D’Avolio era sindaco di Rozzano. Secondo l’accusa, coordinata dal dipartimento del procuratore aggiunto Alfredo Robledo, D’Avolio attraverso alcune delibere, avrebbe autorizzato il pagamento della partecipata Ama ad alcune società  della moglie.
Con l’ex primo cittadino è indagato anche l’attuale capogruppo Pd nel Consiglio comunale di Segrate, l’ingegnere Vito Ancora.
Anche per lui l’accusa è abuso d’ufficio. Infine, risulta coinvolto un dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Rozzano per un presunto danno erariale legato alla compravendita di un’area industriale. L’inchiesta, ancora in fase embrionale, ha già  gettato nel panico buona parte del Pd milanese che intravede il rischio di un nuovo sistema Sesto.
Sicilia. Il sottosegretario Faraone deve giustificare 3.300 euro
C’è il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone a guidare la pattuglia di deputati regionali in Sicilia indagati per le spese pazze dell’Assemblea regionale.
Gli viene contestata la cifra di 3300 euro e con lui hanno ricevuto un avviso di garanzia per peculato dalla Guardia di finanza altri 18 deputati regionali del Pd: Giovanni Barbagallo (11.569,44 euro), Mario Bonomo (4.918 euro), Roberto De Benedictis (per 4.653 euro), Giacomo Di Benedetto (per 27.425 euro), Giuseppe Digiacomo (per 6.727 euro), Michele Donato Donegani (10mila euro), Michele Galvagno (5.681 euro di cui 1.248), Baldassare Guacciardi (1.365 euro), Giuseppe Laccoto (3.492 euro), Giuseppe Lupo (39.337 euro), Vincenzo Marinello (3.900 euro), Bruno Marziano (12.813 euro), Bernardo Mattarella (6.224 euro), Camillo Oddo (2.500 euro), Filippo Panarello (16.026 euro), Giovanni Panepinto (2.600 euro), Antonello Cracolici e Francesco Rinaldi (45.300 euro).
Quest’ultimo è stato rinviato a giudizio quattro mesi fa insieme al cognato Fracantonio Genovese (deputato Pd arrestato dopo l’autorizzazione della Camera) per lo scandalo messinese della formazione professionale ed entrambi devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata al peculato: sono accusati di avere costituito una rete di gestione familiare della Formazione, trasformandola in un lucroso business.
Infine ad Alcamo il deputato nazionale Nino Papania è accusato di avere imposto assunzioni alla società  di smaltimento rifiuti Aimeri procurandole “il benestare degli organi di governo ambientale sugli appalti e sull’irregolare svolgimento del servizio”. Contro Papania, accusato in un’altra inchiesta di voto di scambio, si sono costituiti parte civile un centinaio di cittadini di Alcamo.

Giampiero Calapà , Andrea Giambartolomei, Vincenzo Iurillo, Giuseppe Lo Bianco, Davide Milosa e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA FONDAZIONE, I SERVIZI SEGRETI E I TELEFONI DI MATTEO RENZI

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

DOPO LA CASA A SCROCCO, ANCHE LE TELEFONATE A CARICO DI CARRAI E DI UNA FONDAZIONE DI CUI NON SI CONOSCONO I FINANZIATORI: NEL 2013 BOLLETTE PER 78.000 EURO

Il telefono cellulare in uso a Matteo Renzi è intestato alla Fondazione Open. http://s28.postimg.org/cc2z11iy5/renzi.jpg
L’ente che ha finanziato la sua ascesa politica dal 2012 ed è oggi guidato dall’avvocato e consigliere di Enel Alberto Bianchi, assieme al fidato fundraiser Marco Carrai, al ministro Maria Elena Boschi e al sottosegretario Luca Lotti.
Renzi usa ancora oggi quel telefono, nonostante da più di un anno sia presidente del Consiglio e abbia a disposizione anche un altro cellulare fornitogli dall’Aisi (Agenzia per le informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) e potrebbe utilizzare un telefonino di Palazzo Chigi.
Invece, come conferma lui stesso al Fatto Quotidiano, il suo principale numero è rimasto quello della Open.
Numero che è finito intercettato mentre il premier conversava con il generale della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi.
I due si conoscono da tempo. Adinolfi ha guidato il comando interregionale del centro Italia con sede a Firenze fino al 18 marzo scorso, negli anni in cui Renzi era sindaco del capoluogo toscano.
Così, proprio mentre Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità  nazionale anticorruzione, invoca una legge che imponga la massima trasparenza alle fondazioni riconducibili a politici, emerge che il cellulare del premier è pagato da una fondazione della quale solo in parte si conoscono i finanziatori.
Dopo la casa fiorentina pagata per tre anni da Carrai all’allora sindaco, chi copre oggi le spese telefoniche di Renzi?
E soprattutto: è corretto che il presidente del Consiglio ricorra a un telefono che sfugge alla anche più minima trasparenza di Palazzo Chigi?
Uno dei temi più battuti durante le campagne elettorali negli ultimi anni da Renzi è proprio la necessità  di rendere i costi dell’attività  politica controllabile da parte dei cittadini.
E con estrema frequenza l’esempio portato dal premier è quello degli Stati Uniti.
Ma i fatti non aiutano Renzi. Nelle ultime settimane proprio oltreoceano è diventato un caso l’uso della posta elettronica privata da parte di Hillary Clinton quando era segretario di Stato.
Il New York Times l’ha battezzato “email-gate” e l’ex first lady è stata costretta a un pubblico mea culpa: “Avrei fatto meglio a non usare il mio account personale”, ha dichiarato.
Motivo di tanto scandalo? Per la legge statunitense i rappresentanti governativi non possono nascondere nulla al dipartimento di Stato.
Clinton ha consegnato 55 mila email che ora saranno selezionate e tutte quelle ritenute di interesse pubblico saranno pubblicate on line.
Leggibili a tutti. Di interesse pubblico: non serve un’indagine della magistratura.
Un altro mondo. L’abisso tra il sistema Renzi e il suo modello americano era già  emerso quando pochi mesi fa si scoprì per puro caso che il premier era solito usare l’elicottero di Stato senza darne comunicazione.
Ebbene: nel sito della Casa Bianca l’agenda di Obama è pubblica e viene aggiornata in tempo reale sugli spostamenti, i mezzi usati e i costi sostenuti dall’amministrazione per Mr President.
In Italia è diverso.
Le uniche informazioni che si hanno sul telefonino che usa il premier si trovano nel bilancio della fondazione Open.
Solo un dato, in realtà , è rintracciabile: l’ammontare del costo sostenuto nel corso del 2013 per la telefonia, fissa e mobile.
Il totale è 78 mila euro, più che quadruplicato rispetto all’anno precedente quando si fermò a 19 mila euro.
Non è dato sapere altro. Solamente la magistratura potrebbe, nel caso di una indagine sulle fondazioni riconducibili all’ex rottamatore (che sono quattro, dal 2007: Link, Festina Lente, Big Bang e Open), acquisire informazioni sulla contabilità  dettagliata della cassaforte renziana.
Dati a disposizione anche di Bianchi e Carrai, uomini di fiducia di Renzi, per carità , ma le informazioni che riguardano il presidente del Consiglio possono essere in mani esclusive di due uomini estranei allo Stato e non invece allo Stato stesso?

Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA QUESTIONE UMORALE

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

IL CASO D’ALEMA, COSA ACCADE NEGLI USA E CHI URLA AL BAVAGLIO

Ci risiamo. Basta che il nome di qualche Vip non indagato venga citato in un provvedimento giudiziario per scatenare la solita canea.
L’altro giorno è toccato a Lupi, ora tocca a D’Alema. E tutti, sempre, a strillare contro la barbarie della giustizia che disturba tanta brava gente.
E i giornali di sinistra che invocano una legge che proibisca loro di conoscere le intercettazioni penalmente irrilevanti, dopo aver gridato al bavaglio quando la stessa cosa la voleva Berlusconi.
E i giornali di destra che rinfacciano alla sinistra i suoi silenzi quando c’era di mezzo Berlusconi (peraltro quasi sempre indagato), ma contemporaneamente denunciano il culetto sporco dei “compagni” e delle coop rosse e le misteriose “manine” che passerebbero le intercettazioni ai giornali (se stessi compresi) secondo un fantomatico “metodo Woodcock” che non si sa bene che cosa sia.
WoodcockononWoodcock, è bene che si sappia che ciò che è accaduto a Lupi e poi a D’Alema è normale in tutto il mondo.
Nel 2008, un mese dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, fu arrestato il suo amico ex governatore dell’Illinois Rod Blagojevich, intercettato per giorni e giorni mentre metteva all’asta il seggio senatoriale liberato proprio dal nuovo presidente.
La stampa americana riportò regolarmente le intercettazioni in piena inchiesta, essendo contenute in un atto ufficiale della Procura inoltrato al Tribunale federale di Chicago e poi integrate con altro materiale depositato alla difesa, dunque pubbliche, quindi pubblicabili.
Comprese quelle in cui Blagojevich parlava con due big non indagati, Jesse Jackson jr. (figlio del noto reverendo) e Rahm Emanuel, braccio destro di Obama.
Nessuno, men che meno la Casa Bianca, polemizzò con i giudici, nè con i giornalisti. L’unico a finire nei guai fu Blagojevich, che chiese perdono ai cittadini elettori (“ho sbagliato, mi scuso”), mentre Obama prendeva le distanze da lui e gli altri personaggi casualmente coinvolti diedero le dovute spiegazioni all’opinione pubblica delle proprie telefonate.
L’ex governatore fu poi condannato a 14 anni per corruzione.
Sono pazzi questi americani: anzichè con le guardie e con la stampa, se la prendono con i ladri.
Sorge il dubbio che, quando disse “ho sbagliato”, Blagojevich intendesse: ho sbagliato paese.
In Italia, la notizia del suo arresto sarebbe stata oscurata dagli alti lai dei non indagati contro i pm. Tipo quelli di Lupi l’altroieri e di D’Alema oggi.
Secondo quest’ultimo, la vicenda dell’inchiesta sulle mazzette della coop al sindaco ex forzista e dunque pidino di Ischia è “scandalosa” non per quello che emerge dagli atti.
Ma perchè “è incredibile diffondere intercettazioni che nulla hanno a che vedere con l’indagine” per colpire “chi non è indiziato di reato e viene perseguitato al solo scopo di ferirne l’onorabilità ”.
Minaccia addirittura querele, poi fa una domanda interessante: “Di cosa devo rispondere? Della mia vita personale? Cosa c’entra chi conosco o non conosco?”.
Il Conte Max è troppo intelligente per pensare che qualcuno ci caschi davvero.
Si presenta come un “pensionato” e segnala giustamente la differenza fra sè — ex parlamentare — e un ministro che assegna appalti, ma tutti sanno che è uno degli esponenti più influenti della minoranza Pd.
Per questo la sua fondazione Italianieuropei viene finanziata direttamente o tramite pubblicità  alla rivista da importanti imprese pubbliche e private.
Che mai butterebbero soldi per aiutare un pensionato a tirare avanti.
I magistrati ritengono che il potere della Cpl Concordia (quanti naufragi con quel nome maledetto!) presso le pubbliche amministrazioni derivasse anche dal rapporto privilegiato con lui.
Perciò hanno inserito quegli elementi negli atti dell’indagine.
Che non sono più segreti, dunque ormai noti agli avvocati e doverosamente riportati dai giornali, senza bisogno di “manine” tanto misteriose quanto inesistenti.
Essendo D’Alema un ex, i giudici non devono neppure chiedere il permesso alle Camere per utilizzare quei nastri (il che vale anche per l’intercettazioni sul cellulare di Renzi intestato alla fondazione Big Bang, visto che il premier non s’è mai fatto eleggere e dunque non gode di alcuna guarentigia).
Se poi la coop e/o la fondazione acquistavano centinaia di copie del suo libro e/o di migliaia di bottiglie del suo vino, questa non è vita privata: i suoi diritti d’autore di scrittore e i suoi introiti di viticoltore lievitavano artificialmente anche con quei sistemi.
È un reato? Forse no (infatti D’Alema non è indagato).
È un fatto molto discutibile che i cittadini hanno il diritto di conoscere e i giornali il dovere di raccontare? Certo che sì.
Soprattutto perchè la sua fondazione, come tutte quelle create dai politici, non dichiara i nomi e i contributi dei finanziatori trincerandosi dietro un’improbabile esigenza di privacy.
Ora naturalmente la Casta coglierà  l’ennesimo pretesto per tentare una legge bavaglio che impedisca ai giudici di inserire negli atti intercettazioni su non indagati, in modo che nelle ordinanze i giornali non trovino più nulla.
Ma è fatica sprecata: se l’indagato telefona a un non indagato, che si fa?
Si cancella una frase sì e una no?
E se due non indagati parlano dei reati di un indagato che si fa, si finge di non sentirli?     Fare politica non è una penitenza imposta dal confessore e nemmeno una prescrizione del medico curante: chi sceglie quella strada ha molti onori e privilegi, ma anche qualche onere: compreso quello di stare attento a ciò che fa e dice.
Se non vi è portato, cambi mestiere.
E soprattutto eviti di raccontare che una coop rossa gli compra 2 mila bottiglie perchè “è noto a tutti che la mia famiglia produce un ottimo vino”.
Se il vino di un politico è buono o cattivo, lo decidono i cittadini.
Non l’oste.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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