Destra di Popolo.net

JEAN-MARIE LE PEN ANNUNCIA NUOVO PARTITO E ABBANDONA LA FIGLIA MARINE

Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile

NASCE “RAGGRUPPAMENTO BLU, BIANCO E ROSSO” CHE POTREBBE NUOCERE AL FRONT NATIONAL: 300 ADERENTI ALL’ASSEMBLEA DI MARSIGLIA

Jean-Marie Le Pen ha annunciato che formerà  un nuovo partito di cui faranno parte i transfughi del Front National che gli sono ancora fedeli.
Lo riporta France 24 online. Di fronte a 300 sostenitori, riuniti in un ristorante a Marsiglia, l’87enne fondatore del Front National ha detto che la nuova formazione si chiamerà  “Raggruppamento Blu, Bianco e Rosso” e seguirà  le linee di azione del suo vecchio partito «senza farne parte».
«Non resterete orfani», ha detto ai suoi.
La decisione arriva a pochi giorni di distanza dall’annuncio da parte della figlia Marine e attuale presidente del Front National che il padre non sarebbe stato capolista del partito alle elezioni regionali in Provenza-Costa Azzurra.
Marine ha motivato la sua decisione in poche parole: «Il suo obiettivo è nuocermi».
Per Marine Le Pen sta diventando sempre più complicato gestire il processo di normalizzazione del partito con gli estremismi del padre.
Questi pochi giorni fa ha definito in un’intervista le camere a gas «un dettaglio storico», difendendo l’operato del maresciallo Petain, capo della Francia collaborazionista durante la Seconda guerra mondiale.
Con l’annuncio del nuovo partito “Raggruppamento Blu, Bianco e Rosso”, padre e figlia prendono due strane diverse confermando ufficialmente una spaccatura insanabile.

(da “il Sole24Ore)

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LA MERKEL INTERPRETA IL MALESSERE DEI TEDESCHI DISGUSTATI DAI RAID NEONAZISTI: “MAI PIU’ UNA SIMILE VERGOGNA”

Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile

LA POLITICA DI ACCOGLIENZA PER CANCELLARE PER SEMPRE L’IMMAGINE DEL NAZISMO

Deutschland à¼ber alles! Poche storie.
Con la spettacolare mossa delle frontiere aperte — un’apertura degna di una mirabile partita a scacchi del grandissimo Kasparov — la Germania ha cancellato il volto arcigno della teutonica potenza che ha annichilito ed umiliato la Grecia squattrinata di Tsipras e dell’irresponsabile Varoufakis.
L’immagine della crudele ed insensibile intransigenza finanziaria di Berlino è stata prontamente rimossa dalla nemesi etica e morale di Angela Merkel che ha rilanciato la leadership tedesca in Europa sul fronte della democrazia civile e sui valori fondanti della libertà , della solidarietà , dell’eguaglianza.
Valori indiscutibili. Difesi ad oltranza da chi, in un non lontano passato, è precipitato ed affondato nella dittatura nazista e nell’orrore delle sue derive totalitarie.
La scelta di Sophie, pardòn, di Angela Merkel, è inequivocabile: no alla paura, no ai muri, ai fili spinati, agli eserciti che respingono, ai poliziotti che marchiano; sì ad una società  aperta, cosmopolita, dinamica.
La Germania, dunque, come “rifugio”.
Insomma, quella della Germania che apre le frontiere (come l’Austria), soprattutto il modo dell’accoglienza — doni, Inno alla Gioia, applausi — diventa una “lezione” non solo politica a tutto il resto dell’Europa: “Il diritto d’asilo non ha limiti per ciò che riguarda il numero dei richiedenti”, ha dichiarato Angela Merkel, precisando tuttavia che le regole di Dublino sui flussi concordati dei migranti restano valide.
Lo spiega nell’intervista rilasciata sabato 5 settembre al Funke Mediengrup, “l’Europa deve dare una prova comune di solidarietà  e rispetto delle regole”.
Però aggiunge subito: “I profughi che scappano dalla guerra civile siriana hanno lasciato dietro di sè l’orrore. Per quanto riguarda la Germania è bello constatare quanto grande sia la disponibilità  all’aiuto nel nostro paese. Siamo di fronte ad una sfida nazionale: la Repubblica Federale tedesca, i suoi laender e i suoi cittadini sentono la responsabilità  comune e condivideranno gli oneri finanziari”.
Tok! Prima botta, diretta a chi grida contro i profughi che “costano” e che “ci rubano risorse”.
Ma non è tutto. C’è una seconda staffilata.
Contro Bruxelles. Contro quei governi che erigono barriere. Che si rifiutano di accogliere: “Così com’è, la politica di asilo europeo non funziona. Il governo tedesco si sta impegnando per far sì che tutti i paesi membri siano all’altezza dei valori europei di umanità  e di accoglienza”.
La Merkel impartisce i tempi della sua lezione: “Deve esserci una equa ripartizione di compiti e incombenze, in modo che non continui la situazione per cui pochi stati accolgono da soli la maggior parte dei profughi. Tutta l’Europa è chiamata in causa”.
Non si può restare, non si deve restare indifferenti, diceva Elie Wiesel, di fronte all’incalzare dell’orrore, al nichilismo, al disprezzo delle persone.
Un conto è la ragion di Stato, un altro è il dolore, la pietà , il dovere di aiutare.
La Merkel ha giocato d’anticipo, captando il malessere dei tedeschi, quello stesso malessere — il senso dell’equità  stravolto — che persino un giornale popolare e sovente populista come la Bild Zeitung, il più diffuso in Germania, ha interpretato, invitando la gente ad accogliere chi fuggiva dall’atrocità  della guerra, dalla disperazione, dalle distruzioni.
La stragrande maggioranza dei tedeschi si è ribellata all’operato di quei Paesi, come l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca, che hanno trattato i profughi in maniera ostile e poliziesca.
Hanno rivissuto le pagine oscure della loro Storia. Odio e violenza. Su questo, la Merkel è categorica: “Ci deve essere tolleranza zero per odio e xenofobia. Non sarebbe la Germania che sogno e fortunatamente non è neanche quella della stragrande maggioranza dei tedeschi”.
La Germania — e l’Austria — dal volto umano è quella delle auto che si dirigono in Ungheria per andare a prendere i profughi arrivati a Budapest.
E’ quella che si autotassa per provvedere ai bisogni primari di chi arriva, stremato, in Baviera.
La maggioranza dei tedeschi non vuole una “Dunkles Deutschland”, una Germania oscura come paventa il presidente Joachim Gauck, choccato dopo i raid neonazisti contro i rifugiati.
Der Spiegel racconta il risentimento e la rabbia che circola in certe zone della Germania riunificata (in Bassa Sassonia, soprattutto), i tentennamenti fra paura e coraggio, gli atteggiamenti burocratici nei confronti del fenomeno, la consapevolezza comunque che il flusso non si arresterà  e che i rifugiati cambieranno “di certo” la Germania.
Il 60% dei tedeschi, secondo un recentissimo sondaggio, è convinto che il paese sia in grado di accogliere i profughi, e che essi possano essere una risorsa, non soltanto un peso.
C’è una mobilitazione, in particolare della classe media, a favore dell’accoglienza, una sorta di “preparazione del campo”, perchè il sentire comune della “buona volontà ” si traduca in iniziative concrete.
A cominciare dai rapporti con i rifugiati e le loro culture: “La tolleranza aumenterà  e gli stranieri saranno accolti con un atteggiamento nuovo, senza pregiudizi ma anche senza illusioni”, si legge nella bella inchiesta dello Spiegel.
Insomma, la “lezione” della Germania, più che una sfida, è un gesto di speranza. Di ottimismo.
Tra costruire muri e dare fiato alla paura, o aprire le porte e cercare di fare in modo che la società  resti una società  aperta, i tedeschi stanno scegliendo non solo l’opzione delle frontiere aperte, ma quello di un abbraccio che significa proviamo a vivere insieme, proviamo a farvi dimenticare l’incubo della fuga, sappiamo bene cosa vuol dire essere stati sotto il tallone della dittatura, e delle atrocità . Abbiamo speso settant’anni per cancellare il nazismo, non ci può essere alcuna tolleranza per chi mette in discussione la dignità  di altri esseri umani. Noi non vogliamo più che si ripeti una simile vergogna che purtroppo ci peserà  addosso per sempre (la Storia non si cancella, dobbiamo semmai evitare che si ripeta). Non siamo come coloro che vi insultano, e vi augurano di crepare in mare o a casa vostra.
La violenza simbolica della foto di quel piccolo che le onde del mare hanno spiaggiato in Turchia è stata fondamentale per le nostre coscienze.
Aiutare, ripetono da Berlino e da Vienna, è un obbligo: per motivi giuridici, oltre che per motivi umanitari.
Placare i timori della gente — sentimenti meschini come quelli di tenere che “loro” sfruttino le nostre strutture sociali che non hanno contribuito a creare, o che portino con sè tradizioni culturali non “europee” (tipo il fondamentalismo islamico: ma allora perchè scappano dalla jihad?) — è giusto, e un governo capace dovrebbe pensarci.
E dovrebbe ricordare come, nell’inverno del 1956, proprio in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria e all’implacabile repressione della rivolta di Budapest, fuggirono 300mila ungheresi che vennero accolti a braccia aperte in Occidente.

Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TUTTI ALLO SCOPERTO: INIZIA LA CONTA CON LA RIFORMA BOSCHI

Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile

IL PD CERCA I 161 VOTI NECESSARI, RENZI SI GIOCA LA FACCIA

Per dirla coi ribelli bersaniani, quella della riforma costituzionale al Senato,alias ddl Boschi, non solo sarà  “la madre di tutte le battaglie”, ma sarà  anche “la prima battaglia in cui Renzi non è più forte come prima”.
Nel senso che la minaccia del voto anticipato alla fine potrebbe rivelarsi un bluff perchè stavolta sarebbe lo stesso premier ad aver paura delle urne, in compagnia di tanti altri, tra cui Berlusconi e Alfano.
Verità  o suggestione o speranza che sia, la guerra sul terzo passaggio della prima lettura della riforma (la Costituzione ne prevede quattro, di letture) andrà  in scena a metà  settembre dopo un’estate di trattative, minacce e persino di un insistente “pestaggio mediatico” contro la minoranza dem da parte degli ultrà  renziani.
La sostanza in palio è nota da tempo.
Un tormentone legato agli emendamenti bersaniani per ritornare al Senato elettivo e finora schiantatisi sul muro eretto dall’ortodossia democrat più hard, incarnata dalla ministra Boschi.
A conferma di questa strategia della maggioranza c’è lo scouting in corso da settimane. A tutto campo.
Per arrivare a quota 161, il numeretto necessario per l’approvazione al Senato, i renziani non fanno distinzione tra bersaniani e verdiniani, forzisti e autonomisti di varia estrazione.
Offerte e minacce, legate a ricandidature e al voto anticipato.
Stavolta, però, è proprio così o, appunto, il premier sta bluffando? Solo l’esito della battaglia stabilirà  vincitori e vinti e al momento i bersaniani non sembrano arretrare, rifiutando le ipotesi di compromesso che non toccano l’articolo 2 della riforma, quello che definisce la natura del Senato.
Forse si spaccheranno, forse no. Senza di loro i numeri non ci sono e la rottura non è esclusa se la minoranza già  pensa di appellarsi alla libertà  di coscienza.
Dice il senatore Federico Fornaro, tra i bersaniani più lucidi: “Stando a quello che si legge, il Pd lascerebbe la libertà  di coscienza sulle unioni civili ma non sulla riforma della Costituzione, come invece il nostro regolamento prevede”.
Chiaro, chiarissimo che sarà  un voto blindato e da lì dipenderà  il prosieguo della legislatura.
Nello scenario peggiore per il Pd, le urne anticipate significherebbero automaticamente la scissione bersaniana.
Altrimenti chi ricandiderebbe i senatori ribelli? L’onere della prova, in ogni caso, spetta al premier e la minoranza scommette pure su un fallimento confermativo del referendum previsto nell’autunno del 2016, qualora il ddl Boschi dovesse essere approvato.

Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“TAGLIO TASSE SULLA CASA IRRAGIONEVOLE, FORSE RENZI HA PAURA DEI SUOI ELETTORI?”

Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile

LARS FELD, IL CONSIGLIERE ECONOMICO DELLA MERKEL BOCCIA RENZI

Lars Feld, l’economista più influente della Germania, non ha dubbi. Mentre secondo Pier Carlo Padoan il funerale delle tasse sulla casa annunciato da Matteo Renzi per il prossimo dicembre si farà  e sarà  seguito dalla scomparsa di molte altre imposizioni fiscali, per l’ascoltatissimo consigliere di Angela Merkel, quella del premier italiano è una scelta irragionevole e molto probabilmente dettata da esigenze elettorali.
E il motivo della sua valutazione non sta in un teutonico no alla violazione delle regole comunitarie, bensì nella semplice constatazione del fatto che la cancellazione di Imu,Tasi e affini non avrà  alcun impatto sulla crescita italiana.
E per di più potrebbe costarci nuovi tagli della spesa pubblica già  fresca di poderose sforbiciate a colonne portanti del welfare come la sanità .
“Non credo che sia una scelta ragionevole. Penso che la pressione fiscale in Italia sia molto alta, ma se Renzi vuole spingere la crescita, deve migliorare le condizioni di investimento — spiega a ilfattoquotidiano.it il professore dell’Università  di Friburgo nel corso di un’intervista a margine del Forum The European House Ambrosetti -. Questo significa che le tasse sugli utili delle imprese e quelle sui redditi individuali sono molto più importanti delle imposte sulla proprietà  o delle tasse sulla casa. E vuol dire che se Renzi vuole attenuare la pressione fiscale, deve ragionare su altri tipi di tassazione, non su quelle sulla casa”.
Proprio come suggerisce Bruxelles e, va riconosciuto, come sarebbe effettivamente ragionevole nonchè utile a spingere investimenti e consumi. Ma come mai allora il presidente del Consiglio italiano insiste nell’andare nella direzione opposta?
“Non saprei. Forse ha paura che gli elettori sarebbero scontenti se le tasse sulla casa dovessero rimanere alte mentre vengono tagliate delle altre imposte”, commenta senza mezzi termini l’economista che siede nel Consiglio Tedesco degli Esperti Economici, ammettendo che la politica fiscale è sempre una “scelta politica“, dato che “c’è sempre una sorta di ridistribuzione in base alla tipologia di tasse sulle quali si decide di agire”.
Da Bruxelles, in ogni caso, è probabile che non arriveranno “conseguenze troppo pesanti”, a condizione chiaramente che il taglio delle tasse sulla casa non comporti uno “sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil.
Quello che questa nuova scelta fiscale farà , è modificare le misure di prevenzione contenute nel patto di stabilità  e crescita e le stime sulla capacità  del Paese di ridurre il rapporto debito/Pil”. Naturale quindi ritenere che “la Commissione chiederà  delle compensazioni, forse sul fronte dei tagli“.
Cioè ulteriori coperture attraverso una riduzione della spesa pubblica. Un conto che potrebbe essere salato viste le cifre in gioco, nonostante gli effetti positivi sulla crescita della cancellazione di Tasi e Imu siano ancora tutti da dimostrare.
“Non credo ci sarà  alcun effetto sulla crescita. La speranza è che i consumi aumentino in seguito al taglio delle tasse sulla casa, ma non è il problema principale dell’economia italiana, che invece riguarda le condizioni di investimento troppo sfavorevoli per gli investitori e questo deve essere migliorato”.
Il riferimento è ancora una volta alle imposte sugli utili delle imprese “che in Italia sono alte in confronto al resto d’Europa e del mondo e che quindi andrebbero abbassate”.
Ma non solo: “Ci sono cose oltre alle tasse che frenano gli investitori, principalmente le condizioni del mercato del lavoro“, aggiunge.
Una doccia fredda per Renzi che non più tardi di 20 giorni fa nel corso della visita della Merkel all’Expo meneghina aveva tessuto le lodi della sua riforma del lavoro, sottolineando che i dati Inps sull’occupazione a tempo indeterminato “dimostrano come il Jobs Act stia funzionando molto bene”.
Evidentemente Berlino, nonostante gli elogi espressi a Roma quando la riforma era appena stata approvata, non la pensa esattamente così.
Cosa non va nel Jobs act?
“Innanzitutto manca l’implementazione: avete fatto la riforma, ma il sistema giudiridico ha ancora un forte peso sul reale impatto della regolamentazione. Se per esempio si confrontano le leggi sul licenziamento e le decisioni dei tribunali sui licenziamenti individuali, non è cambiato molto. Il successo della riforma del lavoro italiana è legato alla riforma del sistema giuridico e non credo che questo possa essere raggiunto facilmente. Avrei preferito una riduzione dell’impatto delle decisioni del sistema giuridico sulla regolamentazione del mercato del lavoro”.
Anche perchè “avere una chiara indicazione su quanto ti costerà  licenziare qualcuno è molto importante per chi investe”.
Quanto alla relazione tra le performance dei singoli Paesi Ue e le rispettive bilance commerciali, Feld nega che il surplus tedesco nell’export possa tradursi in un ostacolo per i partner europei.
“Le bilance commerciali sono il risultato dalle decisioni individuali di consumatori e imprese dei singoli Paesi. Non appena le diverse economie diventeranno più competitive la bilancia cambierà . In particolare se guardiamo ai dati più recenti possiamo dire che la bilancia commerciale bilaterale tra la Germania e i partner della zona euro è cambiata diventando più equilibrata. Paese a parte è la Francia, non l’Italia. Quindi la bilancia commerciale non è più un problema nell’unione monetaria se non per i francesi. L’abbondante surplus che la Germania sta realizzando arriva da Paesi esterni alla Ue, principalmente dagli Usa, che stanno diventando il più importante partner commerciale al posto della Francia, e dall’altro lato dai Paesi emergenti come la Cina“.
Insomma, niente illusoni: “Riequilibrare la bilancia commerciale tedesca attraverso uno stimolo della domanda interna non è al momento un obiettivo del governo di Angela Merkel”.
La parola d’ordine rimane sempre la stessa: competitività .
Ma non si tratta di pianificare la produzione industriale o di sterzare sul mercato dei servizi.
Feld si fida del mercato: “Sono un economista liberale, per questo sostengo che anche in Italia si debba semplicemente aiutare gli investitori e loro troveranno da soli i prodotti che vendono. Sono sempre rimasto impressionato dalla capacità  delle imprese italiane di vendere prodotti di alta qualità  all’estero nonostante le molte “restrizioni” che subiscono dal lato politico. Ma adesso le “restrizioni” per loro sono troppo forti, al punto che non saranno in grado di innovare come hanno fatto finora. Parliamoci chiaro: ormai molte aziende italiane investono all’estero. E una delle imprese leader, la Fiat, non è più un’azienda italiana”.

F. Baraggino e G. Scacciavillani
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MENTANA: “RENZI NON HA AVVERSARI, ARRIVERA’ AL 2018”

Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile

“L’ELETTORATO DI DESTRA NON VA A VOTARE IN ATTESA DI UN LEADER CREDIBILE, SALVINI NON LO E'”

Con la riapertura di Camera e Senato questa settimana riparte, di fatto, la stagione politica, ai box per la pausa estiva.
E con il nuovo inizio riapre la stagione dei talk e dell’approfondimento politico.
La domanda che a cui si proverà  a rispondere in queste settimane è: “Ce la farà  Renzi ad arrivare a fine legislatura?”.
Il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana in un’intervista al Fatto dice la sua: “Io credo che prima del 2018 non si andrà  a votare”.
Troppo confuso, secondo Mentana, il fronte di opposizione al premier:
“Osservo un fronte non molto organico, così – dice – l’ex sindaco di Firenze può vincere ogni partita”.
Nessuno, spiega ancora il direttore, è davvero in grado di contendere il potere al – lo chiama così – il fiorentino: “Il movimento di Civati deve crescere, gli ex comunisti sono all’ultimo giro. Siamo sinceri – continua – sono personaggi in cerca di autore”.
Sul futuro del centro destra invece Mentana non vede Salvini leader: “A destra c’è elettorato, manca solo un Renzi. Non c’è stata una fuga di voti causata dall’ascesa del fiorentino, semplicemente molti a destra si sono astenuti nell’attesa di un leader. Per tutti questi motivi – ammette – il governo è stabile”.

(da “Huffingtonpost“)

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QUINDICI SEGGI SULLA CASSA DEL MORTO ALFANO

Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile

LA DERIVA NCD VERSO IL ROTTAMATORE

Ancora una volta, Angelino Alfano, ministro e leader improbabile, ha trovato la sua isola del tesoro. Il renzismo, dopo il berlusconismo.
E così il ritornello dell’immortale canto piratesco si adatta perfettamente al destino dei centristi di governo: “Quindici seggi sulla cassa del morto”.
Dove il morto in questione è il partitino semi clandestino di Ncd, mai nato, e i quindici seggi sono quelli che il premier avrebbe promesso ad Area Popolare, la sigla parlamentare che fonde alfaniani e casiniani di Udc, in virtù della nuova legge Acerbo, ossia l’Italicum con il premio di lista.
La trattativa c’è,nonostante le smentite, e si avvale di importanti conferme bipartisan, sia dal fronte alfaniano, sia da quella della minoranza del Pd.
Racconta un bersaniano di Palazzo Madama: “Renzi ha promesso 15 posti di capolista, cioè blindati, ad Alfano, Casini e Cesa. In più bisognerà  accontentare gli ex di Scelta civica e gli ex di Sel. Voglio vederlo, Renzi, in campagna elettorale a spiegare ai nostri elettori che devono votare Alfano, mentre noi non ci saremo”.
Lo scenario non è per nulla campato in aria.Anche perchè,l’altro giorno, nel vertice di Palazzo Chigi con la triade Alfano, Schifani e Lupi sulle riforme, il premier si sarebbe rifiutato, per l’ennesima volta, di legare il ddl Boschi all’araba fenice del premio di coalizione.
Tutto porta al Partito della Nazione e in questo contesto la battaglia interna di Schifani e Lupi, rispettivamente capigruppo di Senato e Camera, per ritornare a destra non ha grosse possibilità . Anzi.
Rivelano i malpancisti di Ncd: “Il sì di Schifani e Lupi alle riforme senza nulla in cambio segna la fine del nostro partito. Ormai siamo al funerale”.
I democristiani sono persone che vanno sempre al sodo. Qui non si tratta del merito delle riforme costituzionali o delle unioni civili, ma di posti, semplicemente.
Attualmente i parlamentari di Area Popolare sono 69: 34 alla Camera e 35 al Senato. Tolti i quindici seggi futuri nell’unica Camera decisionale prevista dal renzismo, restano 54 centristi allo sbando e avvelenati, che sanno già  di non essere rieletti.
Una mina in più sul cammino del ddl Boschi,bersaniani a parte.
Ovviamente, l’arena di guerra è a Palazzo Madama.
Roberto Formigoni è incazzato nero, così come il suo collega Luigi Compagna e finanche Carlo Giovanardi, che ieri ha ribadito che non entrerà  mai nel Pd.
Altra enclave bellica è quella calabro-pugliese-lucana di Gentile e Viceconte che a seconda del bisogno potrebbe diventare verdiniana oppure sposare la strategia di Schifani a favore del centrodestra.
Poi c’è il fondamentale capitolo siciliano: i due sottosegretari indagati, Simona Vicari (legatissima a Schifani ha però rotto traumaticamente con l’ex presidente del Senato) e Giuseppe Castiglione, avrebbero già  incassato la garanzia solenne di Alfano.

Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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A CERNOBBIO IL GHOTA FINANZIARIO SBRODOLA PER RENZI: “HA DETTO QUELLO CHE VOLEVAMO SENTIRCI DIRE”

Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile

FINALMENTE CONFINDUSTRIA HA UN SUO RAPPRESENTANTE COME PREMIER

Poche le voci fuori dal coro tra gli applausi e le 21 domande prevalentemente da volti amici come quelli di Emma Marcegaglia, Davide Serra, Luisa Todini e Maria Patrizia Grieco che hanno accolto Matteo Renzi nel vituperato “salotto” di Cernobbio.
Dove il presidente del Consiglio, a un anno dal gran rifiuto al grido di “preferisco andare dove si produce” e introdotto dall’applauso (su richiesta del moderatore Gianni Riotta), sabato è entrato a gamba tesa guidato dal consigliere Andrea Guerra che ben conosce l’ambiente, per lanciare un messaggio chiaramente bellicoso a Bruxelles che lo attende al tavolo delle trattative sulla legge di Stabilità , sul quale già  pesa l’annunciato funerale delle tasse sulla casa e il possibile sforamento del tetto del 3% del rapporto deficit/Pil.
Ai banchieri e agli assicuratori, che vorrebbero tastare il polso del peso dell’Italia a Bruxelles quando sono in gioco le nuove regole che potrebbero condizionare i risultati delle loro imprese, invece, fa soltanto sapere che “il tempo dei salotti buoni è finito, è finito anche il tempo degli amici degli amici e quello dei patti di sindacato”.
E a chi, tra gli imprenditori come Riccardo Illy, gli fa notare che tagliare le tasse sulla casa “porta male”, proponendo invece una sorta di credito d’imposta per le imprese che non staccano dividendi agli azionisti, risponde che i capisaldi della legge di Stabilità  non si toccano.
Anzi, qualcuno dei presenti in sala sostiene addirittura che abbia detto che togliere le imposte sulla casa “dà  fiducia“.
Di sicuro non si è lasciato scalfire dall’influente donna d’affari Ornella Barra che gli ha chiesto conto delle riforme da fare, nè dalla schermaglia con Roberto Maroni che lo ha invitato a prendere esempio dalla Lombardia.
Nè tanto meno dalla silenziosa presenza dei suoi predecessori Enrico Letta e Mario Monti.
Sarà  stato il messaggio a Bruxelles sintetizzato nell’esordio “l’Italia ha cambiato pagina e lo ha fatto in un anno, è cresciuta e ora tocca all’Europa fare la sua parte”, o l’invito a “smetterla di piangersi addosso e di credere che questo sia il Paese degli alibi”.
O ancora l’espressa intenzione di “lavorare duro. L’Italia è una miniera di opportunità ”. O più semplicemente il suo battere ripetutamente su burocrazia e imposizione fiscale.
Fatto sta che dalla sala arrivano commenti come quelli dell’ad di Banca Ifis, Giovanni Bossi, secondo il quale Matteo Renzi si è conquistato “la platea di Cernobbio: energia e messaggi positivi. Un anno fa non venne. Tanto cambiamento”, twitta all’uscita il banchiere.
“Bravo Renzi: chiaro, semplice, orientato all’azione”, gli fa eco il presidente dell’Enav, Nani Beccalli Falco. “Ha detto quello che volevamo sentirci dire”, spiega il numero uno di General Electric per Italia e Israele, Sandro De Poli, secondo il quale con questo governo “diventiamo un Paese normale, se non addirittura attrattivo”.
Al coro pressochè unanime si sono uniti nomi dell’imprenditoria di Stato come il numero uno dell’Enel, Francesco Starace, i presidenti di Eni e Poste, Emma Marcegaglia e Luisa Todini, l’amministratore delegato delle Ferrovie, Michele Mario Elia (“lo sposiamo in pieno”), ma anche quelli di banchieri come Gian Maria Gros-Pietro di Intesa ( “il Governo ha fatto molte cose in poco tempo”) o Federico Ghizzoni di Unicredit, per il quale “i numeri parlano da soli” e tra le principali richieste degli imprenditori c’è stata quella di “proseguire con le riforme, rendere il business più facile e snello, proseguire con quello che si sta facendo. Non sono arrivate domande polemiche”.
Applausi anche dal presidente di Telecom Italia, Giuseppe Recchi che parla di “velocità  di azione nuova rispetto al passato”, senza nessun apparente riferimento alla banda larga. Insomma, Renzi a Cernobbio fa il pieno di entusiasmo.
Gli riuscirà  anche a Bruxelles?

F. Baraggino e G. Scacciavillani
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL CONVOGLIO DI 250 AUTO E’ ARRIVATO IN UNGHERIA: STANNO CARICANDO LE FAMIGLIE DEI PROFUGHI, NONOSTANTE LA DIFFIDA

Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile

NEONAZISTI RESPINTI DALLA POPOLAZIONE A MONACO E DORTMUND: LA POLIZIA LI DEVE PROTEGGERE DALLA FOLLA

Le centinaia di persone che sono partite da Vienna con le proprie auto per aiutare i profughi in Ungheria ad arrivare in Austria e Germania hanno cominciato a caricare le prime famiglie.
L’iniziativa #CarsOfHope dei volontari ha attraversato i social network per raggiungere i migranti in marcia e portarli in territorio ‘sicuro’.
Ai profughi vengono portati anche beni di prima necessità : acqua e cibo, abbigliamento e peluche per i bambini, biglietti con i numeri di telefono di avvocati pronti all’assistenza legale in caso di arresto.
Nelle stesse ora un’altra tragedia si consumava a largo della Libia, un gommone carico di rifugiati si è sgonfiato prima dell’arrivo dei soccorsi e almeno una ventina di persone sono cadute in acqua, secondo le testimonianze dei superstiti arrivati a Lampedusa.
Il convoglio di almeno 250 automobili di volontari austriaci è partito in giornata da Vienna.
La polizia ungherese ha avvertito che le persone che partecipano all’iniziativa corrono il rischio di incorrere nella violazione delle leggi sul traffico di esseri umani, ma anche le autorità  erano al lavoro per dirigere il traffico e garantire sicurezza.
Il convoglio passerà  in Ungheria dopo avere fatto tappa al centro di accoglienza di Nickelsdorf, sul territorio austriaco ma vicino al confine ungherese.
A Monaco e Dortmund, in Germania, gruppi neonazisti hanno provato oggi a recarsi alla stazione per accogliere i rifugiati in arrivo con proteste xenofobe ma i loro tentativi sono falliti, sia per la resistenza opposta dalla maggior parte della popolazione, sia per l’intervento della polizia.
A Dortmund 30 neonazisti hanno provato a manifestare ma la polizia ha impedito loro di arrivare alla stazione. Tuttavia successivamente gli agenti si sono ritrovati a dovere proteggere i 30 dalla folla inferocita.

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LA FIGLIA DI ANATOLY: “TORNIAMO A VIVERE IN ITALIA PER REALIZZARE IL SOGNO DI PAPA'”

Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile

“L’ONESTA’ E’ LA PRIMA COSA, RISPETTA LA LEGGE, STUDIA E AIUTA CHI HA BISOGNO E VEDRAI CHE NELLA VITA CE LA FARAI”:   IL NOBILE TESTAMENTO MORALE DELL’UCRAINO UCCISO PER SVENTARE UNA RAPINA

Chi ancora stenta a considerare gli immigrati una risorsa anzichè un fardello, dovrebbe soffermarsi sulla saggezza di questa adolescente.
Ha quindici anni, una pagella con la media del 9 nonostante sia in Italia da appena 6 anni e si chiama Anastasia, come la figlia dell’ultimo zar di Russia.
Per suo padre è sempre stata la principessa di casa, e ora che lui non c’è più, sacrificato sull’altare di una profonda coscienza civile che lo ha spinto a pagare con la vita il tentativo di sventare una rapina, dimostra la stessa nobiltà  d’animo.
«Appena ci hanno informato che i due rapinatori erano stati arrestati ho abbracciato forte mia madre e abbiamo pianto. Ma non c’è odio nel nostro dolore, solo tanta disperazione perchè mio padre non tornerà  mai più tra noi».
Al telefono da Koodiyvka – piccolo paese dell’Ucraina a 500 chilometri da Kiev, vicino al confine moldavo – dove oggi a mezzogiorno verrà  officiato il funerale di suo padre, Anastasia Korol, che in Italia è assistita dall’avvocato Giuseppe Gragniagnello, parla sottovoce ma in modo limpido, chiaro, solo a tratti interrotto dall’emozione.
La pronuncia è perfetta. «Anche se sono nata in Ucraina, il mio Paese è l’Italia. Una settimana fa l’avrei voluta abbandonare perchè in Italia mio padre ha trovato la morte, ma poi con mia madre abbiamo capito che è nostro dovere realizzare il suo sogno di riscatto. Dobbiamo fare quello che lui avrebbe voluto».
Le speranze di Anatoliy Korol sono arrivate al capolinea mentre lui aveva solo 38 anni.
A Castello di Cisterna, nel napoletano, c’era arrivato 9 anni fa.
Al suo paese guidava il trattore su un suo pezzo di terra, mentre la moglie Nadiya contava di mettere in pratica la sua laurea in Economia. Ma la crisi e il desiderio della terra promessa li ha spinti a tentare la fortuna in Italia.
«Prima è arrivato mio padre, tre mesi dopo mia madre che però non ha trovato un lavoro adeguato alla laurea e così ha iniziato a fare le pulizie in casa. Io per tre anni sono rimasta in Ucraina con i nonni, poi quando avevo 9 anni li ho raggiunti».
Passato e presente si alternano nel racconto di Anastasia e il pensiero corre di nuovo ai due giovani fermati: «Uno ha appena 5 anni più di me. Dice cha ha ucciso perchè sono poveri, che a casa hanno i mobili vuoti. E noi che cosa siamo? Mio padre lavorava come muratore dalla mattina alla sera e mai in nero, sempre con il contratto in regola.
“L’onestà  è la prima cosa, tu pensa a rispettare la legge, a studiare e ad aiutare chi ha bisogno e vedrai che nella vita ce la farai” mi diceva. E così avrebbe educato anche la mia sorellina di 18 mesi. Ma questo non sarà  possibile. Per fortuna avremo tanta gente che ci aiuterà , non potremo mai dimenticare quanto stanno facendo per noi i carabinieri, il sindaco di Castello e il proprietario del supermercato dov’è avvenuta la rapina».
Anastasia ha frequentato le medie a Pomigliano grazie a una borsa di studio, finito il liceo scientifico vorrebbe frequentare l’università  per diventare ostetrica.
Ma per ora dovrà  già  affrontare la prima rinuncia: «Il primo giorno di scuola sarò assente perchè qui in Ucraina dobbiamo sbrigare molte pratiche. Senza di lui non sarà  la stessa vita».

Grazia Longo
(da “La Stampa”)

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