Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
NON C’E’ SOLO L’ITALIA CHE RENZI RACCONTA IN TV… I DIPENDENTI DI UNA PARTECIPATA DELLA PROVINCIA SENZA STIPENDI DA SETTE MESI
Gli operai occupano la chiesa e il parroco acquista i materassi per dare loro una sistemazione dignitosa di notte.
Prosegue nella parrocchia del Carmine a Taranto il presidio di un gruppo di operai di Taranto Isolaverde, la società partecipata della Provincia e messa in liquidazione, che non ricevono lo stipendio da sette mesi.
Don Marco Gerardo ha acquistato materassi nuovi per allestire la cappella in cui i lavoratori stanno trascorrendo giorno e notte in attesa di avere risposte positive in merito alla loro vertenza.
I lavoratori, in tutto sono 230 quelli senza stipendio e a rischio del posto di lavoro, hanno incontrato il presidente della Provincia, Martino Tamburrano, nella sede dell’Inps per tentare una rateizzazione del debito.
“Toccherà poi vedere cosa può fare la Regione col decreto delegato e sperare che il ministero del Lavoro conceda i contratti di solidarietà . A noi interessa soprattutto la continuità dei posti di lavoro”, dice Franco Brunetti della Uil. Il tentativo di salvataggio di stipendi e posti di lavoro si è concretizzato anche con una riunione in prefettura invocata dal vescovo, monsignor Filippo Santoro, al quale i lavoratori si sono rivolti chiedendo aiuto.
Isolaverde è una società partecipata della Provincia che si occupava di servizi, pulizie, manutenzione di strade e verde pubblico.
Da qualche mese è stata messa in liquidazione e gli operai sono stati licenziati.
La vertenza sembra in un vicolo cieco. Senza soldi la Provincia può far poco.
Le proteste sono cominciate diversi mesi fa ed hanno raggiunto toni esasperati quando alcuni lavoratori sono saliti sul tetto dell’edificio che ospita gli uffici della Provincia minacciando di lanciarsi nel vuoto.
Venerdì scorso l’appello al vescovo, subito accolto, e poi l’occupazione, pacificamente accettata dal parroco, della chiesa del Carmine.
Gli occupanti hanno anche presenziato a un paio di matrimoni. Ora attendono di conoscere quale sarà il loro futuro occupazionale.
I più realisti, al momento, non vedono facili soluzioni nell’immediato. I lavoratori che hanno superato i cinquant’anni hanno poche speranze sul futuro.
“Una cinquantina al massimo potrebbe essere occupata nella manutenzione delle caldaie e in alcuni lavori di pulizia dalla Provincia”, dicono i sindacati.
Ma per gli altri al momento sembrano non esserci molte soluzioni.
Vittorio Ricapito
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
OSPITI DI UN CENTRO ARCI A CASORIA COSTRETTI A CHIAMARE LA POLIZIA… L’ARCI INCASSA 70 EURO A PROFUGO PER QUESTO INFERNO?
Da un inferno all’altro. Da un paese che li costringe a fuggire a un altro che li tratta male. E’ la storia
comune di cinquanta profughi minorenni ospitati in un centro gestito dall’Arci Napoli a Casoria.
Ora vogliono scappare anche da lì, perchè l’alternativa è dormire con le cimici nei materassi. Pieni di segni di insetti, morsi e bolle, chiedono gentilmente di andare via. Si rivolgono alla polizia, chiedono aiuto «per amor di Dio».
E la disperazione nella disperazione, perchè nel centro ai cinquanta profughi non sono arrivati nè scarpe nè vestiti, nessuno ha fatto delle visite mediche.
Nulla da fare, niente da spettarsi, solo quei materassi pieni di puntini neri che si muovono.
Intanto però chi gestisce la struttura riceve una media di settanta euro al giorno per ogni extracomunitario ospitato. Che non riceve risposte e vorrebbe soltanto andare via.
Hanno attraversato l’abisso per arrivare in Italia e finire in un altro, inaspettato, inferno. Una storia che Repubblica è in grado di raccontare nei dettagli con l’aiuto dell’associazione 3Febbraio (A3F).
Cinquanta profughi dai 14 ai 17 anni, arrivati sei mesi fa a Casoria da Gambia, Togo, Liberia, dormono su materassi infestati da cimici, mostrano decine di segni dei morsi degli insetti su gambe e braccia, non hanno scarpe nè vestiti nuovi.
Per questa indegna sopravvivenza regalata a dei minori, lo Stato paga ben 750 mila euro di vitto e alloggio.
È il costo dell’appalto vinto dall’Arci Napoli, guidata da Mariano Anniciello, coordinatore provinciale del Pd cittadino.
Nessuna presa di posizione da parte dell’ente, possibile che nessuno faccia mai un controllo e si accorga delle condizioni di quel centro?
La denuncia arriva dall’A3F assieme ad Acli Napoli ed è custodita in un video girato dagli stessi profughi.
«E’ indegno che dei minori si debbano trovare in queste condizioni – attacca Gianluca Petruzzo dell’A3F – Ed è più grave che tutto ciò giunga da chi dovrebbe invece tutelare quei ragazzi. Come è possibile che nessuno si sia accorto delle pessime condizioni igieniche del luogo e non l’abbia segnalato alla Asl? Perchè i ragazzi sono pieni di ferite da cimici e nessun medico è intervenuto? Andremo fino in fondo, chi è responsabile di questa barbarie pagherà , nei luoghi deputati».
«I ragazzi li abbiamo incontrati a Napoli – dice Gianvincenzo Nicodemo presidente Acli Napoli – ci hanno chie- sto aiuto. Stiamo raccogliendo tutta la documentazione necessaria per dimostrare questa vergogna».
Casoria, piazza Pisa numero 2. Un centro gestito dall’Arci Napoli, una palazzina di due piani nel centro antico della cittadina. È qui che i ragazzi vivono.
È da qui che vogliono scappare. Hanno scritto una lettera in francese, l’hanno portata al commissariato di polizia di Casoria: «S’il vous plait, non vogliamo restare nel centro Arci a Casoria, per l’amor di Dio chiediamo di essere trasferiti. Quello che ci è stato promesso non è stato rispettato, siamo stanchi di false promesse. Non siamo stati mai sottoposti ad alcun trattamento medico, non abbiamo mai ricevuto nè abiti nè scarpe, ci trattano come animali, non vogliamo restare qui».
Le stesse cose le ripetono come un mantra in un altro video.
In pantaloncini e ciabatte protestano con la volontaria, vogliono andarsene di lì, e lei prova a rassicurarli («Andrete via quando avrete i documenti») ma loro continuano a ripetere in francese: “Qui è come una prigione”.
«Da quando sono arrivati a Napoli – spiega Petruzzo – non hanno mai ricevuto un cambio, nè di abiti, nè di scarpe, camminano ancora con le infradito, molti non li avevano nemmeno, li hanno presi dai contenitori dell’immondizia. È inaccettabile, nessuno poteva comperare abiti per loro?».
Nel video-denuncia (girato pochi giorni fa) tutti i ragazzi hanno i sandali estivi ai piedi, indicano sui materassi bianchi quei puntini neri che si muovono, la telecamera del telefonino li inquadra da vicino: cimici.
Le stanze sono infestate dagli insetti, hanno le pareti ammuffite. I ragazzi si riprendono a vicenda, mostrano braccia e gambe pieni di punture che dopo giorni senza nessun intervento, ora sembrano ferite profonde.
Nessun controllo medico, nessun rimedio, nessuna disinfestazione, le cimici sono rimaste lì.
La telecamera di uno smartphone continua a inquadrare: cassetti vuoti, nessuna maglietta, nè maglioni o giacche per il primo freddo. A terra, nelle stanze, si vedono ancora i sacchi di immondizia dove i ragazzi hanno lasciato la loro roba da quando sono arrivati.
L’Arci gestisce la struttura, dopo aver vinto un bando da 748 mila euro, lo scorso aprile. «L’ente percepisce 70 euro al giorno per ciascun profugo minore – rivela Ettore Scamarcia, attivista dell’A3F – e su 50 giovani è una somma alta».
«La gestione del quotidiano è molto pesante – rivela un ex operatore dell’Arci Napoli – Gli operatori lavorano su turni di 16 e 24 ore continuative, non possono gestire bene i giovani profughi che spesso sono reduci da forti stress emotivi».
Tiziana Cozzi
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
L’INFORMAZIONE DI REGIME: IL TRUCCO C’E’ E SI VEDE
Le tasse diminuiscono.
Il canone costerà di meno.
I posti di lavoro aumentano in modo esponenziale.
Il governo esce dalle riforme rafforzato.
Il PIL crescerà del +1
La lotta all’evasione sta funzionando e con quei soldi abbasseremo le tasse…
Tutto #moltobello
Peccato che col #jobsact aumentino solo i precari, la disoccupazione giovanile non sia cambiate e ancora si deve capire cosa succederà a fine incentivi.
Che magari le tasse da Roma diminuiranno, ma se devi pagare più ticket per gli esami medici, se aumentano le tasse locali sulla casa, se aumentano gli abbonamenti ai trasporti pubblici, non è che cambi molto la situazione.
Che dalla voluntary disclosure ci si aspettavano 3 miliardi e ne sono arrivati 600 ml e quei soldi sono già impegnati per il buco creato dalla bocciatura del’reverse charge’.
E sulle riforme, ne uscirà anche rafforzato Renzi (non il PD), ma alla lunga dovrà pagare pegno a Verdini e ai centristi su giustizia, temi civili, lotta alla corruzione, rimangiandosi tutte le promesse.
Insomma, tutto molto bello e clean, peccato che mi ricordi un po’ la storia delle emissioni della VW. Anche quelle erano #moltobello, ma poi il trucco è stato sgamato.
Da unoenessuno.blogspot.it
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Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI HA BISOGNO DEI VOTI DI VERDINI ANCHE SU FISCO E GIUSTIZIA… E BERSANI PENSA DI OFFRIRE A RENZI LA POSSIBILITA’ DI EVITARLO
A Palazzo Chigi un altro attacco così non se lo aspettavano. Ma non se ne sorprendono. Anzi, se lo
spiegano benissimo.
Pierluigi Bersani torna ad attaccare l’appoggio di Denis Verdini al governo sulle riforme perchè, spiegano i più vicini al premier, la minoranza Dem comincia davvero a essere all’angolo, irrilevante in Parlamento e sulla scena politica, in nome dell’unità del Pd registrata finora nelle votazioni sul ddl Boschi.
Ma, se Verdini davvero offrirà a Matteo Renzi i voti dei suoi parlamentari sulla riforma del fisco e della giustizia, oltre che sulle riforme costituzionali, il premier li accetterà .
Che male c’è? Dicono i suoi, che considerano passeggere le minacce dei verdiniani di non votare le riforme per la sospensione di 5 giorni decisa nei confronti di Barani e D’Anna per i gesti sessisti di venerdì scorso in aula.
E infatti hanno ragione: stasera, in un voto segreto sull’articolo 6 del ddl Boschi, solo due verdiniani si dissociano, gli altri 11 votano col governo.
“Non mi preoccupo di Verdini e compagnia. Mi preoccupo del Pd e delle politiche di governo”, scrive Bersani con un post al vetriolo su Facebook.
“Sembra che valori, ideali e programmi di centrosinistra si sviliscano in trasformismi, giochi di potere e canzoncine. Sembra, e non da oggi, che ci sia una circolazione extracorporea rispetto al Pd e alla maggioranza di governo. Tanta nostra gente pensa che sia ora di rendere più chiaro dove si stia andando, senza cortine fumogene, giochi di parole e battute assolutorie. Anch’io la penso così”, conclude l’ex segretario del Pd.
Eppure le riforme costituzionali filano lisce al Senato.
Nel senso che l’accordo tra renziani e non renziani del Pd sull’elettività dei senatori regge: è stato approvato sabato con l’ok dell’aula all’articolo 2.
Dunque, perchè questa nuova polemica?
“Non credo sia utile che ogni settimana, anche da parte di Bersani, si costruisca una nuova polemica. Il rispetto per il Pd è anche non aprire ogni giorno un fronte interno e non alimentare tensioni che non servono a nessuno”, commenta il vicesegretario Dem Lorenzo Guerini. Il resto sembra una storia già scritta.
E’ la storia di un congresso perso e di un Pd che cambia a passo di carica con la nuova segreteria renziana forte negli appoggi parlamentari e nei centri di potere del Belpaese.
E’ anche la storia dell’irrilevanza dei Dem per come sono stati conosciuti finora: lo scontro interno non porta nulla alla minoranza che alla fine è costretta a prendersi ciò che concede la dirigenza, come è accaduto sul ddl Boschi e non solo.
E’ la storia di una metamorfosi in cui la parte nuova soppianta quella ‘vecchia’ senza che questa riesca a mantenere una visibilità pur ridotta.
Tutto questo oggi esplode ancora una volta: i non renziani non riconoscono casa se accanto ai simboli del Pd ci trovano i voti di Verdini. Perchè con i voti dell’ex forzista viene a mancare ogni terreno di contrattazione con il premier che a questo punto ha una maggioranza più larga. E non solo sulle riforme.
Da parte sua, Renzi sottolinea – come ha fatto ieri a ‘In mezz’ora’ – che Verdini ha votato le riforme già quando era in Forza Italia, quando c’era il Patto del Nazareno per cui tutto il partito di Berlusconi votava le riforme costituzionali.
Ma se in futuro il senatore ex berlusconiano deciderà di votare con la maggioranza anche su fisco e giustizia, il governo non potrà dire no.
Il programma di riduzione delle tasse annunciato dal premier in effetti piace molto a destra: è politica più affine a Berlusconi che alla storia del Pd per come è stato conosciuto finora.
Quanto alla giustizia, è Verdini a chiarire – ieri su Skytg24 – che “non toccherebbe i miei fatti visto che i miei processi si stanno già svolgendo e, peraltro li ho già subiti tutti mediaticamente, che è ancora peggio”.
Dunque, non c’è merce di scambio in ballo. Si vedrà . Per ora c’è che la politica di Renzi convince Verdini. Mentre Bersani e i suoi se la ingoiano in nome dell’unità del Pd.
Bersani ha sempre escluso la scissione da quella che considera ancora la sua ‘casa’ Pd. Oggi chiede al segretario di chiarire identità , valori, strategie del Partito Democratico, gli chiede dove voglia portarlo con Verdini a bordo.
Al Senato il senatore di minoranza Pd Vannino Chiti, in prima linea nella critica alle riforme costituzionali renziane, ci spiega che “se Verdini vuole votare le riforme bene, ma non si vada oltre”.
Cioè “non può entrare stabilmente in maggioranza”.
Su questo ci vorrebbe “un chiarimento” circa la natura del Pd. Per esempio, e qui Chiti torna su un vecchio cavallo di battaglia della attuale minoranza, “condivido le primarie per il candidato premier o per il sindaco ma non per il segretario.
Continuo a non capire perchè il segretario del partito debba essere scelto da chi passa per strada e non dagli iscritti. Il punto è che ora nel Pd si fa così perchè lo abbiamo voluto anche noi e qui faccio autocritica. Però ora bisogna parlarne con Renzi e capire se vuole cambiare o no…”.
Presumibilmente l’occasione per parlare sarà l’assemblea nazionale che il Pd convoca solitamente a fine anno (oltre che a giugno/luglio).
Per oggi, Bersani non arriva a chiedere cose specifiche, tipo la modifica delle regole sulle primarie. Indica semplicemente il suo nuovo cavallo di battaglia, da qui ai prossimi mesi. Esprime un grido d’allarme: quello di chi si addolora per una mutazione genetica del Pd che non lascia feriti (politici) sul campo.
Almeno nel Palazzo.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 6th, 2015 Riccardo Fucile
PEGGIO DI FRANCIA E GERMANIA
Michele Torsello, 32 anni, ricorda ancora il suo primo giorno come funzionario della presidenza del Consiglio. Era il 2013.
Entrò, si sistemò, si guardò intorno. E avvertì una sensazione mai provata prima: era un esemplare unico. Nessun altro collega era lontanamente definibile come giovane. «Per la prima volta – dice – dovevo muovermi in un mondo senza coetanei».
Torsello non è il solo a sapere cosa si prova, fra i poco più di centomila dipendenti pubblici su 3,2 milioni che oggi hanno meno di trent’anni. Poco a poco, lo Stato italiano sta rimanendo senza giovani: ha sempre meno addetti che si trovino nella parte ascendente della vita, quando l’energia, la capacità di imparare, innovare e risolvere problemi crescono ogni mese
Lunghi anni di blocco dei concorsi e dei nuovi contratti, volti al controllo della spesa, hanno impresso alla struttura del pubblico impiego una curva abnorme. La base dei giovani si è ristretta, il vertice dei meno giovani e di coloro che si avviano a uscire dal lavoro invece ha continuato a espandersi.
Lo squilibrio è arrivato a un punto tale che la struttura della burocrazia sembra alla vigilia di una sorta di rivoluzione: nel prossimo decennio circa un quarto degli attuali dipendenti dello Stato andrà in pensione.
Uscirà poco meno di un milione di persone, e circa la metà dei dirigenti e degli alti funzionari attuali
Questa piramide rovesciata delle età oggi è un problema, ma in prospettiva si presenta come un’opportunità di quelle che non passano certo a ogni generazione.
Di certo è una realtà che tiene al lavoro i tecnici di Palazzo Chigi, adesso che il governo è chiamato a tradurre in pratica la legge delega di riforma della Pubblica amministrazione: l’ambizione è di approfittare e (se possibile) accelerare il ricambio fra le generazioni, per rimodellare e modernizzare le burocrazie.
Di recente la Danimarca e negli anni scorsi l’Irlanda o la Finlandia hanno mostrato alcuni modelli di «gestione delle età »: uscite incentivate, nuovi ingressi, nuove funzioni e un’organizzazione rivista.
Quanto all’Italia, i numeri sono eloquenti anche da soli.
Sulla base dei dati più aggiornati del ministero dell’Economia e delle agenzie statistiche di Francia, Germania e Gran Bretagna, il «Corriere» ha ricostruito il profilo di quella che si presenta come una profonda anomalia dell’Italia in Europa.
Fra i dipendenti pubblici in questo Paese i giovani fra i 20 e i 29 anni sono appena il 3,2% del totale, mentre nel «civil service» britannico sfiorano il 9%.
Nella fascia dei dipendenti fino ai 34 anni di età lo Stato italiano nel 2013 aveva appena l’8,4% del personale, la Germania il 22,9% e la Francia il 26,7%.
In questi due Paesi il 5% degli statali ha meno di 25 anni, in Italia appena lo 0,8%.
Se poi si escludono le Forze armate e di polizia, dove l’età media è molto più bassa (servono persone nel pieno delle forze), i dipendenti pubblici giovani sono ormai una rarità . In Italia i ragazzi e il più grande datore di lavoro del Paese, lo Stato, vivono ormai in universi separati.
L’altro lato della medaglia è fra i funzionari che hanno 50 anni o più.
In Italia nel 2013 erano quasi 1,6 milioni, appena meno della metà dell’intero apparato statale.
In Francia invece i cinquantenni e oltre sono meno di un terzo, e molto meno della metà in Germania e Gran Bretagna.
Nel frattempo l’invecchiamento dei dipendenti statali prosegue: l’età media nella funzione pubblica era di 43 anni nel 2001 e sfiora i 50 oggi. Alla presidenza del Consiglio, una delle amministrazioni più «anziane», ha già superato i 52 anni e così anche nei ministeri.
Michele Torsello, il funzionario 32enne di Palazzo Chigi, ha notato anche qualcos’altro nel suo lavoro: impara in fretta a fare al computer cose che a tanti altri suoi colleghi anziani sembrano impossibili. «E c’è un’impressionante differenza fra e me e loro nel modo di percepire la comunicazione, per esempio con l’uso dei social network», dice.
Per l’efficienza e la capacità di risoluzione dei problemi, l’età conta.
Benjamin Jones della Kellogg School of Management ha controllato a quanti anni i 547 vincitori del Nobel e altri 286 «grandi innovatori» del ‘900 hanno fatto la scoperta per la quale sono stati insigniti o sono diventati celebri: a circa 35 anni in media nella prima metà del secolo, poco meno di 39 più di recente.
Nella vita, il momento migliore per applicare la propria creatività è molto sotto l’età media degli statali in Italia.
Questo non significa che moltissimi fra loro non svolgano le proprie funzioni in modo eccellente fino all’ultimo giorno di lavoro: un amministratore o un giudice hanno più bisogno di esperienza che d’inventiva.
A Palazzo Chigi però la tentazione di ringiovanire la Pubblica amministrazione attuando la legge delega di riforma esiste. L’ondata di pensionamenti in arrivo può diventare il momento per redistribuire le forze della burocrazia in base alle nuove esigenze del Paese.
Non sarà una passeggiata: non è facile spiegare agli esodati del settore privato che i loro coetanei del pubblico hanno diritto a incentivi, scivoli, uscite dolci. Nè aiutano ad accelerare il ricambio i paletti fissati a 66 o 67 anni dal riassetto delle pensioni di Elsa Fornero.
E se questo diventerà un argomento in più dietro la voglia di disfare quella riforma, lo si vedrà tra poco.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
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