Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
LA PROCEDURA NON SI CONCLUDERA’ PRIMA DI DUE ANNI… PER GIRONE IL 30 MARZO SI DECIDERA’ SUL SUO RIENTRO IN ITALIA
Non terminerà prima di agosto 2018 la procedura arbitrale tra Italia e India sulla giurisdizione per il caso dei maro’ in corso all’Aja.
È quanto emerge dal calendario fissato dal Tribunale arbitrale nella prima riunione procedurale del 18 gennaio e pubblicato oggi.
Sulla richiesta di rientro in Italia di Salvatore Girone in attesa della fine dell’arbitrato, la Corte permanente di arbitrato conferma invece l’udienza del 30/31 marzo prossimo.
L’Italia, secondo il calendario stabilito dai giudici del Tribunale arbitrale, dovrà presentare una Memoria scritta – con la propria esposizione dei fatti e la propria richiesta al Tribunale – il 16 settembre 2016, mentre l’India presenterà la sua il 31 marzo 2017.
Di nuovo l’Italia presenterà una replica il 28 luglio 2017, l’India lo farà il 1 dicembre 2017.
A questo punto, nel caso Delhi abbia presentato obiezioni di giurisdizione o ammissibilità , il governo italiano avrà ancora la possibilità di contro-replicare il 2 febbraio 2018.
Il Tribunale, secondo le regole stabilite, avrà quindi sei mesi di tempo per decidere, arrivando così all’estate del 2018, ma si riserva di poter allungare i tempi per la presentazione delle rispettive dichiarazioni «in accordo con le Parti».
Il governo italiano ha intanto già presentato lo scorso dicembre una richiesta di «misure provvisorie» per permettere al fuciliere di Marina Girone, tuttora trattenuto in India, di rientrare in Italia ed attendere a casa l’esito della decisione arbitrale.
Su questo punto il Tribunale dovrebbe decidere in un paio di settimane dopo l’udienza del prossimo marzo all’Aja.
(da agenzia)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
COME LE DONNE CHE SUBISCONO VIOLENZA IN FAMIGLIA NON DEVONO DENUNCIARE, LE VITTIME DEL BULLISMO A SCUOLA DEVONO TACERE, CHI E’ VITTIMA DI MOBBING SUL POSTO DI LAVORO DEVE FAR FINTA DI NULLA: SIAMO UN PAESE DA QUARTO MONDO, IL TERZO E’ PIU’ EVOLUTO
Faccio una premessa, così sgombero subito il campo da ogni equivoco: pur non essendo un tifoso
delle prime sei squadre che attualmente guidano la classifica, spero che il campionato lo vincano il Napoli o la Fiorentina.
Detto questo, passiamo alla vicenda degli insulti omofobi che Sarri ha rivolto a Mancini: personaggi pubblici come allenatori e giocatori svolgono un ruolo sociale, di esempio e passibile di imitazione, come pochi altri e hanno responsabilità e doveri ben diversi da quelli che ha un automobilista in una lite nel traffico.
L’insulto omofobo malcelato da insulto e basta, è la strada senza ritorno della volgarità .
Le cronache ci riportano periodicamente episodi di ragazzi picchiati, emarginati e indotti al suicidio per le loro preferenze sessuali, motivo per cui, nelle società liberali moderne, questo genere di reato è perseguito con severità .
Ha ragione Mancini quando afferma che un Sarri in Inghilterra sarebbe radiato dalla federazione calcio (e negli Stati Uniti non troverebbe più neanche un posto in banca).
Ma siamo in Italia, un Paese talmente abituato alla logica mafiosa da giustificare le parole di Sarri con l’originale tesi secondo cui “le cose che accadono sul terreno di gioco devono rimanere all’interno di questo mondo”.
Una teoria aberrante: con la stessa logica una moglie che viene picchiata all’interno delle mura domestiche come si permette di andare a farsi medicare al pronto soccorso e magari denunciare il partner? Dovrebbe tenere tutto in famiglia.
Una ragazzina vittima di bullismo a scuola non dovrebbe mai rendere pubbliche le violenze subite, ne va del buon nome della scuola. Al massimo si può suicidare.
Chi è oggetto di mobbing o ricatti sul posto di lavoro non penserà per caso di rivolgersi alle autorità ? Tutto deve rimanere al’interno dell’azienda.
Il negoziante costretto a pagare il pizzo per quale ragione dovrebbe denunciare il racket, paghi e stia zitto, altrimenti si dirà che in quella città comanda la mafia e saarebbe cattiva pubblicità .
Assistete a una rapina o a uno scippo? Applicate la massima razziana: fatevi i cazzi vostri.
In un Paese dove i “campi da gioco” sono molteplici e i recinti in cui ci siamo rinchiusi con mille alibi, ben venga il coraggio del Mancio che, da eterosessuale, ha sbattuto in faccia a Sarri la frase: “se tu sei un uomo io allora sono orgoglioso di essere omosessuale, vergognati”.
Le cose cambiano con gli esempi, non con l’omertà , caro De Laurentis.
Ricordiamo quando Paolo Mantovani, dopo una vittoria di coppa a Cremona della Sampdoria, apostrofò contrariato i suoi tifosi che avevano alla fine della partita invaso pacificamente il campo con un “non si festeggia così senza regole, sembrate tante pecore che brucano”.
Da quel giorno nessuno si permise più di occupare il campo da gioco per i tanti trofei che quella squadra vinse, perchè tutti sapevano che il giorno dopo Mantovani se ne sarebbe andato.
E con un presidente come lui, statene certi, ieri sera Sarri sarebbe uscito dagli spogliatoi con un assegno di fine rapporto e una frase: “a mai più rivederla”.
Ma parliamo di un’altra Italia.
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
IN UN MONDO DEL CALCIO DOVE UN PRESIDENTE DA’ DELLE LESBICHE ALLE CALCIATRICI NON C’E’ DA MERAVIGLIARSI PIU’ DI NULLA… L’ESILARANTE TESI GIURIDICA CHE IL GIUDICE SPORTIVO APPLICHEREBBE
Dopo la rissa verbale, gli insulti, i veleni e le scuse, la notte della sfida di Coppa Italia fra il Napoli e l’Inter finisce sul tavolo della giustizia sportiva.
Il tecnico del Napoli Maurizio Sarri potrebbe, alla fine, cavarsela con due giornate di squalifica da scontare nelle prossima edizione della Coppa Italia visto che gli azzurri sono stati eliminati dall’Inter al San Paolo.
Il giudice sportivo Giampaolo Tosel, infatti, potrebbe non qualificare gli insulti di Sarri al collega interista Roberto Mancini («Mi ha detto “Siediti finocchio”…») come comportamento discriminatorio per motivi di sesso e, quindi, non punire con la sanzione minima di quattro mesi l’ex tecnico dell’Empoli.
Il ragionamento? Non saremmo in presenza di un insulto razzista, ma di una offesa generica e punibile con delle giornate di stop.
Notoriamente, Mancini è eterosessuale e, quindi, le parole di Sarri nei suoi confronti potrebbe essere giudicato come una offesa e non come un insulto omofobo.
Se invece Mancini fosse gay allora si ravvisebbe il comportamento discriminatorio.
Una tesi esilarante che all’estero farebbe sganasciare dalle risate, ma che nell’Italia in cui un presidente di federazione apostrofa come “lesbiche” le calciatrici non deve meravigliare.
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
UN TRAGICO INCIDENTE STRUMENTALIZZATO DALLA SOLITA FECCIA PER ISTIGARE ALL’ODIO XENOFOBO… E NESSUNO DICE CHE LA FAMIGLIA CHE OSPITAVA IL PROFUGO ERA ERITREA COME LUI
“In Svezia un profugo eritreo ammazza una bambina di sette anni tagliandole la gola”. La notizia
gira da alcuni giorni su diversi siti online svedesi ed è arrivata anche in Italia.
I fatti sono avvenuti a Upplands-Bro, paese a nord di Stoccolma, dove il 36enne Daniel Gebru avrebbe sgozzato la figlia della famiglia che lo ospitava.
Secondo le ricostruzioni l’uomo non sarebbe stato in grado di spiegare alla polizia le ragioni del gesto.
La notizia è stata ripresa anche da una nota testata italiana, che aggiunge che l’uomo sarebbe stato condannato a una «breve detenzione in un istituto psichiatrico e alla conseguente espulsione che, però, «non è ancora certa» perchè a causa del crimine commesso, «potrebbe essere discriminato in Eritrea». Un’ulteriore ingiustizia. Che fa crescere l’indignazione, e le condivisioni su Facebook.
Il problema è che questa storia è falsa .
La notizia risale al 25 luglio del 2015, il giorno in cui una bambina di 7 anni viene trovata morta a Upplands-Bro. Ha una ferita alla gola.
La bambina è in una pozza di sangue nel bagno dell’appartamento di famiglia, assieme a Daniel Gebru. A casa c’è solo la zia.
Fin qui, tutto fila: una bambina è stata uccisa con una coltellata alla gola e ad essere accusato dell’omicidio è Gebru, il profugo eritreo ospite dei genitori della piccola. Quello che la nota testata italiana non racconta è che l’assassino è stato trovato con un coltello conficcato in gola.
Daniel Gebru, come emerge durante il processo a suo carico, soffre di disturbi mentali e il 25 luglio del 2015 aveva preso due coltelli da un cassetto della cucina. Voleva suicidarsi.
La piccola vittima è stata ferita quando è entrata nel bagno. Daniel le dava le spalle, si stava guardando allo specchio, uno dei due coltelli in mano.
Forse, spiega l’avvocato della difesa, «stava cercando il coraggio di uccidersi». La bimba avrebbe cercato di abbracciarlo da dietro, lui – spaventato – l’avrebbe ferita girandosi con uno scatto.
Nessuno degli articoli – pubblicati in Svezia soprattutto su siti islamofobi – riporta questi particolari, nè precisa che Daniel Gebru è stato condannato per omicidio colposo. Quindi, non ha ucciso con intenzione.
Tanto meno gli articoli spiegano che l’accusato è stato giudicato incapace di intendere e di volere al momento dei fatti e affetto da «gravi disturbi psichiatrici».
La testata italiana, al contrario, racconta che l’uomo «per ragioni ancora ignote ha invece deciso di accoltellare a morte la bambina per poi guardarla morire dissanguata».
Ma c’è un’altra omissione che accomuna tutti gli articoli che hanno raccontato questa storia: si parla del profugo eritreo che ha ucciso la bambina della famiglia svedese che lo ospitava.
E i commenti che compaiono online sono del tenore: «Gli immigrati uccidono i nostri figli», «Genocidio bianco causato dai clandestini», e così via.
Peccato che il «movente razziale» non esista: la piccola vittima, Yosan Afewerki, e i suoi genitori sono eritrei, come Daniel Gebru.
Non che uccidersi tra eritrei sia meno grave, ma è evidente che immaginare una bionda bambina svedese sgozzata da un immigrato fa gioco a chi vuole istigare all’odio razziale e sostenere lo scontro «tra civiltà ».
Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
DUE VECCHIE INDAGINE RACCONTANO GLI AFFARI POCO CHIARI DELL’IMPRENDITORE DI LATERINA
Nel 2007 Pier Luigi Boschi, il padre del ministro per le Riforme, portò a termine un grosso affare immobiliare insieme a un socio calabrese che secondo la Dda di Firenze era legato alla ‘ndrangheta crotonese.
Per quella compravendita Boschi venne indagato nel 2010 ad Arezzo per turbativa d’asta e successivamente per estorsione, ma poi fu definitivamente archiviato a novembre 2013 dal pm Roberto Rossi, che a distanza di qualche mese divenne capo della Procura aretina.
E’ quanto riportato da un’inchiesta del settimanale Panorama in edicola domani.
I fatti rimandano a nove anni fa, quando il padre dell’attuale ministro delle Riforme comprò — tramite la cooperativa agricola Valdarno superiore, di cui era presidente del cda — un’immensa tenuta agricola di proprietà dell’Università di Firenze.
Un acquisto sottocosto, a trattativa privata e, soprattutto, per conto di un acquirente che sarà reso noto solo in un secondo momento: trattasi della Fattoria Dorna, di cui Boschi deteneva il 90% delle azioni, mentre il 10% era di Francesco Saporito, originario di Petilia Policastro, in provincia di Crotone.
Secondo la Dda di Firenze, Saporito è legato alla ‘ndrangheta, mentre a sentire la Procura aretina i componenti della famiglia Saporito erano “referenti nella provincia di organizzazioni malavitose riconducibili alla ‘ndrangheta”.
Nei mesi successivi all’acquisto, la quota di partecipazione di Pier Luigi Boschi pian piano andò riducendosi, poi nel 2009 il padre del ministro uscì di scena e subentrò la moglie di Saporito.
Nel frattempo, però, nel 2010 Boschi finì indagato per turbativa d’asta e riciclaggio e, soprattutto, cercò di portare a termine una serie di vendite della proprietà appena acquistata.
Ed è proprio su una di queste cessioni che si concentrò la nuova attività della Procura di Arezzo, che il 4 febbraio 2013 archiviò l’accusa di turbativa d’asta e riciclaggio e allo stesso tempo iscrisse il padre del ministro nel registro degli indagati per estorsione.
Il motivo? Secondo quanto sostenuto davanti ai pm da chi acquistò un appezzamento di terreno da Boschi, quest’ultimo pretese e ottenne un pagamento in nero di 250mila euro: soldi in contanti versati al momento del rogito, almeno a sentire la versione degli acquirenti interrogati in procura. Non solo.
Chi acquistò disse anche di aver fatto delle fotocopie dei contanti consegnati.
La Guardia di finanza perquisì l’abitazione e in effetti trovò conferma di quanto detto. Lo stesso giorno andò in casa di Pier Luigi Boschi a Laterina e sequestò una cartellina gialla e un assegno di 95mila euro firmato da Francesco Saporito.
Questi ultimi, evidentemente, non erano i soldi in nero che cercavano gli 007 delle Fiamme Gialle.
“Che fine hanno fatto quei soldi?” chiede oggi Panorama.
Fatto sta che il 7 novembre 2013 il pm Roberto Rossi chiede l’archiviazione per Pier Luigi Boschi.
Cosa era accaduto tra febbraio e novembre 2013?
Il 21 febbraio Maria Elena Boschi viene eletta deputato; a luglio Roberto Rossi diventa consulente del governo e a fine ottobre organizza in qualità di reggente della Procura di Arezzo un convegno a cui partecipano l’allora ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e la neo deputata Maria Elena Boschi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
TITOLI DI STUDIO TAROCCATI PER ALZARE IL PROFILO DI RISCHIO
Pur di vendere le obbligazioni subordinate, i funzionari di Banca Etruria taroccavano i titoli di studio
dei clienti.
Quindi la signora Pina F., che ha quasi 90 anni e nella sua vita scolastica non è andata oltre la terza elementare, nel questionario Mifid che le ha permesso di investire 40.000 euro in subordinate, risulta possedere un “diploma superiore”.
Anche Giancarlo C., 47 anni, operaio edile che ha comprato obbligazioni ad alto rischio per 20.000 euro, ha visto la sua licenza media diventare “diploma di scuola superiore”.
E Francesco S., di anni 42, non ha mai messo piede in un’università , eppure sul questionario è laureato.
Per capire dove punterà l’inchiesta per truffa aperta dalla procura di Arezzo bisogna entrare nella stanzetta in fondo al corridoio del terzo piano del palazzo della Cgil aretina.
Qui c’è Chiara Rubbiani della Federconsumatori che due giorni fa ha iniziato a esaminare nel dettaglio le pratiche dei 1.300 piccoli investitori che si sono rivolti all’associazione nelle settimane scorse per capire cosa fare.
«Quaranta persone – racconta – ci hanno portato la documentazione che Banca Etruria ha fornito loro e nella quasi totalità dei casi il Mifid è stato compilato dai funzionari con dati che non corrispondono a quelli reali ».
Mifid è un acronimo piuttosto complicato che sta per “Market in financial instrumets directive” e rimanda alla direttiva europea che disciplina, tra le altre cose, la vendita dei prodotti finanziari. Impone che il compratore abbia ben compreso e sia consapevole dei potenziali rischi cui va incontro, per cui il funzionario di banca è obbligato per legge a compilare un modulo che certifichi il profilo di rischio del cliente.
«Ma è evidente – spiega Chiara Rubbiani – che qui si tratta di persone che non avevano conoscenza alcuna degli strumenti finanziari che stavano acquistando»
Non solo i titoli scolastici sono stati ritoccati, per farli apparire più “esperti”.
Ci sono casi di pensionati di 93 anni che dichiarano sul modulo Mifid di non ritenere di aver bisogno dei soldi investiti per i successivi 10 anni.
«Va bene l’ottimismo, ma così si esagera…», commentano alla Federconsumatori.
Seduta nel corridoio, in attesa del colloquio, c’è Patrizia, insegnante precaria. In mano ha un blocco di carte col timbro Banca Etruria.
«A me il modulo non l’hanno mai fatto vedere – racconta – ho investito 13.000 euro nel 2013, perchè alla filiale mi dicevano che il rischio era basso. Solo ad agosto di quest’anno, quando ho provato a vendere i titoli, mi hanno fatto domande sul mio impiego e sul titolo scolastico ».
Accanto a lei ci sono altre quattro persone in attesa, che sfogliano carte su carte.
Chi ha deciso, nella dirigenza della Popolare, che quei 130 milioni di euro di subordinate emesse nel 2013 dovessero essere piazzate a ogni costo? Chi c’è dietro la grande truffa?
Sono domande a cui sta cercando di dare risposte il procuratore di Arezzo Roberto Rossi. Ieri dalla commissione del Csm è arrivato il parere unanime all’archiviazione del fascicolo a suo carico per incompatibilità , aperto dopo la pubblicazione della notizia della sua consulenza col Dipartimento degli affari giuridici di Palazzo Chigi.
Ora sarà il plenum a decidere, ma l’esito pare scontato.
Fabio Tonacci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
CHI NON CAPISCE CHE DI OMOFOBIA SI MUORE, PRIMA SI CURI… IN INGHILTERRA PRESIDENTE E TIFOSI LO AVREBBERO PRESO A CALCI IN CULO
Il “frocio” urlato a Roberto Mancini non può e non deve venire liquidato con un sorrisetto e una alzata di spalle. E ancora più grave è l’argomentazione di chi, per difendere l’allenatore del Napoli, comincia con la solita storiella del gioco maschio, del campo che esaspera gli animi, dell’adrenalina che ti porta a dire cose che non diresti in una situazione “normale”.
No, non è così.
Perchè il campo di calcio, a maggior ragione se si incontrano due top club e qualche milione di persone sta guardando la partita in diretta tv, non è un non-luogo dove tutto è sospeso, dalla semplice buona educazione al rispetto per gli altri.
Se così fosse, dovremmo smettere da subito di criticare duramente (e giustamente) le orde di ultras che settimana dopo settimana si producono in vergognose esibizioni di razzismo e a volte addirittura di violenza fisica.
Dobbiamo riflettere, una volta per tutte, su cosa rappresenta il calcio in Italia.
Perchè all’estero il problema è bello che risolto: fosse successo in Premier League quello che è successo ieri sera, Maurizio Sarri avrebbe già raccolto le sue cose e sarebbe stato mandato a casa a pedate.
Non per buonismo o politicamente corretto, nossignore. Semplicemente perchè le parole sono importanti, soprattutto se a pronunciarle è l’allenatore della squadra prima in classifica.
Sono solo parole, diranno i più superficiali. Nemmeno per idea, risponderà chi ha un minimo di contezza di ciò che accade nel mondo e purtroppo anche nel nostro paese.
Andate a dire che sono solo parole al teenager gay che viene quotidianamente tormentato dai compagni di classe o non è accettato e compreso dal padre, e che al culmine di una frustrazione umiliante non trova altra soluzione se non un salto nel vuoto da quinto piano!
Di omofobia si muore, caro Sarri.
O, nel migliore dei casi, di omofobia si vive di merda. Anche in Italia, sissignore.
Nella stessa Italia che tra pochi giorni ospiterà a Roma l’ennesima manifestazione contro il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali.
Nella stessa Italia che è fanalino di coda in Europa sullo stesso tema e la cui classe politica in queste ore sta litigando e discutendo per partorire l’ennesimo pastrocchio, l’ennesimo compromesso al ribasso sulla pelle di milioni di cittadini di serie B.
Sarri non ha giustificazioni, non ha scuse, non ha alibi. Fossimo al suo posto, prenderemmo atto di un errore clamoroso e ne trarremmo le dovute conseguenze. Fossimo Roberto Mancini, invece, oggi saremmo molto orgogliosi di noi stessi.
La parte sana del paese dovrebbe ringraziarlo dal profondo del cuore.
Perchè proprio nei giorni in cui si discute in Parlamento delle briciole di dignità da concedere a milioni di paria, lui ha deciso di non far passare sotto traccia l’ennesimo sfregio del calcio al vivere civile.
Domenico Naso
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
CORSA CONTRO IL TEMPO DEI “GRANDI MORALIZZATORI”… LA RIFORMA COSTITUZIONALE ELIMINERA’ I CONTRIBUTI AI COLLABORATORI… CONTRARI SOLO I CINQUESTELLE
I partiti presenti al Pirellone vogliono una legge per stabilizzare il loro collaboratori:
centonovantacinque contratti di lavoro a tempo determinato che costano ogni anno alle casse regionali 4.587.953,65 euro.
Posti che sono messi a rischio da una norma transitoria contenuta del testo delle riforma costituzionale che sarà oggetto di referendum confermativo in autunno.
Una disposizione che prevede che non possa più essere corrisposto ai consiglieri regionali un contributo per i collaboratori.
Altre Regioni negli anni passati hanno già assunto il personale dei partiti, la Lombardia non lo ha mai fatto e pensa di correre ai ripari ora, prima che arrivi la scure della riforma della Costituzione.
L’unico gruppo apertamente contrario è il Movimento Cinque Stelle, nonostante i 389.979,04 euro che il gruppo grillino ha percepito l’anno scorso per pagare 22 collaboratori: due con il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, quattro collaboratori professionali e sedici con il contratto a tempo determinato.
La cifra corrisposta a M5S è poco più di un terzo dei 1.032.255,47 euro presi nel 2015 dal Pd, per tre contratti di collaborazione coordinata e continuativa, una occasionale e 25 assunzioni a termine.
Dopo c’è la Lega Nord, che prende ogni anno 859.092,21 euro per i suoi 33 collaboratori.
Mentre Forza Italia al Pirellone finora riceve ogni anno dalle casse regionali 515.442,85 euro per i suoi trenta; il gruppo Maroni Presidente 661.740,82 per i suoi 32; quello del Patto civico Ambrosoli 297.700,02 euro per 11 contratti.
Il Nuovo centrodestra 559.556,25 euro per 26. E il gruppo Fratelli d’Italia 150.013,61 euro per i suoi cinque. Il partito dei Pensionati, poi, nonostante sia composto da un solo consigliere regionale, Elisabetta Fatuzzo, ha ricevuto l’anno scorso 82mila euro per pagare i suoi collaboratori. Il doppio del gruppo misto-Fuxia People composto dalla sola Maria Teresa Baldini, che ne ha portati a casa 40.171,77 per tre contratti di collaborazione.
Tutte persone che con il taglio previsto dal nuovo testo della Costituzione rischiano di perdere il posto.
Una spesa – nel bilancio del Consiglio regionale – che in tempi di tagli ai costi della politica finora ha resistito.
Non per gli M5S, che vorrebbero abolirlo e accusano il Pd di incoerenza: “Mentre a Roma il Pd di Renzi distrugge la nostra Costituzione – accusa Stefano Buffagni – il Pd lombardo pianifica di stabilizzare a spese dei cittadini il personale politico con l’avvallo della Lega. È una proposta incostituzionale. Non è così che si cancella un passato fatto di sprechi e spese pazze e che si difende l’immagine della Regione che noi vogliamo tutelare”.
Andrea Montanari
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
GLI ABUSI NEI CONFRONTI DEI PROFUGHI… “GOMMONI AFFONDATI DA UOMINI IN DIVISA IN GRECIA”
«Siamo fuggiti per dare un po’ di sicurezza ai bambini, perchè potessero avere da mangiare e andare a scuola. In Siria non c’è più niente: la mia città è stata interamente distrutta. Ma se avessi saputo che era così difficile arrivare in Europa, non li avrei mai fatti partire: piuttosto sarei morto in Siria. Pensavo che la gente qui ci avrebbe trattato bene. Ma sono stato arrestato 33 volte. Mi hanno messo in prigione in Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria. Perchè? Non lo capisco: non ho fatto niente di male. Non ho ucciso nessuno. Non ho rubato. Sono sfuggito alla morte solo per trovare altra morte. Il mio futuro è nel futuro dei miei figli. Ma non so dove sono».
A parlare è un profugo siriano: l’associazione umanitaria Medici senza frontiere (Msf) ha raccolto la sua testimonianza in una foresta della Serbia, l’inverno scorso.
Era solo: aveva perso ogni contatto con la moglie e i suoi 4 bambini. Insieme avevano cercato di arrivare in Europa attraverso la cosiddetta «rotta balcanica», che dalla Grecia conduce in Austria, ma dopo gli arresti non ha più notizie di loro.
L’uomo fa parte dei rifugiati e migranti (centomila solo tra il 1° gennaio e il 15 dicembre) curati da Msf in Europa.
La sua non è una storia isolata: lo scorso anno 1.008.616 di persone hanno cercato scampo in Europa.
L’84% proviene da Paesi con alto numero di rifugiati, di cui 49% Siria, 21% Afghanistan e 9% Iraq – il 17% sono donne e il 25% bambini sotto i 18 anni.
La maggioranza avrebbe diritto a protezione umanitaria, ma la chiusura della frontiere e le attuali regole per le richieste di asilo li espongono a una serie infinite di abusi e di violenze, di cui Medici senza frontiere – associazione premiata con il Nobel per la pace nel 1999 – rende conto in un dossier raccolto dai suoi operatori sul campo (alcune testimonianze sono in forma anonima per evitare rischi di ritorsione sulle persone coinvolte).
Le critiche all’Unione europea
Molti di questi abusi avvengono proprio in Europa. «Non solo l’Unione europea e i governi hanno fallito collettivamente nell’affrontare la crisi, ma con le loro politiche di deterrenza e una risposta caotica ai bisogni umanitari delle persone in fuga hanno di fatto peggiorato le condizioni di migliaia di uomini, donne e bambini già vulnerabili» denuncia Brice de le Vingne, direttore delle operazioni di Msf.
«L’asilo è un diritto umano universale, non è un lusso. Se una persona rischia la vita o è perseguitata ha diritto di essere accolta, protetta e messa nella condizione di ricostruire un proprio benessere psicofisico – aggiunge Stefano Argenziano, coordinatore delle operazioni sulla migrazione di Msf –. In teoria l’Ue riconosce il diritto all’asilo, ma per accedervi bisogna arrivare sul suo territorio e fare domanda lì. Visto però che le frontiere con i Paesi non comunitari sono chiuse, per poter chiedere protezione i profughi rischiano la vita».
Spesso la perdono (3.7771 i morti accertati solo lo scorso anno nel Mediterraneo). O sopravvivono solo a prezzo di traumi pesantissimi.
Gli stupri sistematici in Libia
Uno dei luoghi più pericolosi per migranti e profughi è la Libia, passaggio privilegiato per chi cerca di arrivare sulle coste italiane (secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati sono 153 mila le persone sbarcate in Italia, provenienti per lo più da Eritrea, Siria, Somalia e altri Paesi dell’Africa Subsahariana).
«Delle 125 persone intervistate dagli operatori di Msf solo in ottobre, il 92% ci ha detto di essere stata vittima di violenze in Libia – si legge nel rapporto dell’associazione umanitaria –. Praticamente tutte hanno assistito ad atti di violenza contro richiedenti asilo e migranti. Ci sono stati raccontati pestaggi, uccisioni, violenze sessuali. Metà delle persone intervistate ci ha riferito di essere stata sequestrata per brevi o lunghi periodi».
Fresghy,20 anni, eritreo, è rimasto per mesi prigioniero in Libia finchè la famiglia non ha pagato per la sua liberazione: «Mi hanno chiuso in uno stabile rovente, senza aria condizionata, nè servizi – dice –. Se ti ammalavi, nessuno ti dava medicine o si curava di te. L’unica cosa a ci erano interessati erano i soldi. Molte donne che erano con noi sono state violentate».
Le più esposte agli abusi sono le donne. «Sono rimasta per tre mesi a Tripoli. Non ci sono parole per descrivere la mia vita laggiù. È il posto peggiore al mondo – ha testimoniato una donna eritrea salvata nel canale di Sicilia dalla nave Bourbon Argos di Msf –. Ci trattavano come animali. Hanno separato le donne dagli uomini e ogni giorno prendevano una di noi per soddisfare le loro voglie».
«Grecia, barconi affondati dagli uomini in divisa»
Nel corso del 2015 la maggior parte degli ingressi in Europa si è spostata sulla rotta orientale, tra Turchia e Grecia: sono 851,319 gli arrivi registrati tra il primo gennaio e il 31 dicembre.
Ad agosto e settembre sulle isole greche sono sbarcate in media quattromila persone al giorno. A ottobre sono diventate seimila . La traversata via mare tra Turchia e Grecia può durare dai 45 minuti a poche ore (molto meno di quella dalla Libia all’Italia, che varia dalle 30 alle 70 ore), dovrebbe quindi essere meno rischiosa.
Ma Medici senza frontiere denuncia l’assoluta mancanza di soccorsi e addirittura atti di sabotaggio.
«A luglio 2015 i nostri operatori a Lesbo e Kos sono stati avvicinati da rifugiati che hanno riferito storie preoccupanti di violenze in mare da parte di uomini mascherati che li hanno derubati o hanno buttato i loro averi in mare – si legge nel rapporto dell’associazione –. Alcuni hanno parlato di barche che si sono avvicinate ai gommoni e hanno tentato di affondarli con lunghe pertiche» .
Ecco cosa ha raccontato un siriano arrivato a Kos: «Siamo stati attaccati tra la Turchia e l’isola di Farmakonisi da tre uomini in uniforme a bordo di una grande barca grigia di metallo. I tre indossavano divise blue scure con una bandiera greca sulla spalla. Ci siamo avvicinati, abbiamo mostrato che c’erano i bambini, perchè ci aiutassero. Non dimenticherò mai quello che è successo: hanno usato un arpione per bucare la nostra imbarcazione a prua. Hanno fatto due fori e a bordo si è scatenato il panico. Ci volevano uccidere».
In altri casi le navi sarebbero state trainate di nuovo nelle acque turche.
Le autorità greche hanno sempre negato che la Guardia Costiera del Paese sia stata coinvolta in simili episodi.
«Ma noi abbiamo registrato a più riprese testimonianze di attacchi di violenza gratuita e disumana – dice il coordinatore delle operazioni sulla migrazione di Msf Stefano Argenziano –. Abbiamo chiesto alla Grecia di intervenire, ma a nostra conoscenza non ci sono state investigazioni avviate e concluse su questi fatti».
In generale Msf denuncia una pessima gestione degli arrivi: «In Grecia, non solo le autorità non hanno organizzato un sistema di accoglienza adeguato e umano, ma hanno anche impedito attivamente alle organizzazioni umanitarie di intervenire per coprire le lacune – sostiene il rapporto –. Negli ultimi mesi, le equipe di Msf a Kos, Lesbo e Leros hanno lottato senza tregua per ottenere l’autorizzazione a fornire assistenza umanitaria ai nuovi arrivati».
Msf denuncia carenze e inefficienze nell’accoglienza anche in Italia «dove l’arrivo di profughi e migranti viene trattato sempre con dinamiche emergenziali, nonostante sia un fenomeno ormai attestato» spiega Argenziano. Il mese scorso Msf ha deciso di lasciare il centro di prima accoglienza di Pozzallo, in Sicilia, perchè ha giudicato inaccettabili «sovraffollamento, scarsa informazione legale e scarsa tutela dei diritti» e le «condizioni precarie e poco dignitose in cui vengono accolti migranti e rifugiati appena sbarcati».
«Furti e arresti gratuiti nei Balcani»
L’ultimo fronte è quello dei Balcani: anche qui i profughi denunciano violenze sistematiche da parte delle forze dell’ordine: «Mi sono spostato dalla Grecia alla Macedonia ma sono stato arrestato 4 volte e riportato in Grecia – ha raccontato agli operatori di Msf un siriano trovato nella foresta di Bogovadja, in Serbia –. La polizia macedone mi ha preso tuti i soldi. Sulla strada per la Serbia sono stato fermato dalla mafia. Hanno preso tutto quello che avevo e mi hanno lasciato in una zona isolata. Ho chiesto aiuto alla polizia serba ma mi hanno messo in carcere per 10 giorni e poi mi hanno deportato in Macedonia. Sono tornato in Serbia e da lì ho continuato per l’Ungheria. Dove mi hanno arrestato, ammanettato e buttato in una cella senza acqua e cibo. Ero malato e avevo sete, ma quando ho chiesto dell’acqua, un poliziotto mi ha detto: “Piscio in un bicchiere e te lo faccio bere”».
Altrettanto dura la testimonianza di un iracheno incontrato da Msf in Serbia, poco oltre il confine con la Bulgaria: «Non posso credere che la Bulgaria sia un Paese dell’Unione europea . La polizia lì non è polizia, ma una mafia – ha denunciato–. Ci hanno preso i soldi e i cellulari. Ci hanno picchiato: anche le donne. Stavamo scappando dallo Stato Islamico: non sapevo che ci fosse uno Stato Islamico in Bulgaria», ha aggiunto.
Secondo Medici senza frontiere simili abusi sono soprattutto il frutto della chiusura delle frontiere: «Per questo chiediamo la creazione di vie sicure e legali per chi ha bisogno di chiudere protezione umanitaria – spiega Argenziano –. Deve essere possibile chiedere asilo nei Paesi di origine, ma anche in quelli di transito (come la Libia). Le attuali politiche restrittive dell’Unione europea aumentano solo sofferenze che potrebbero essere facilmente risparmiate».
Elena Tebano
(da “il Corriere della Sera“)
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