Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
DIETRO LE BALLE DEL GOVERNO EMERGE LA VERITA’ DEI DATI: TRE ASSUNZIONI SU QUATTRO SOLO PER GLI INCENTIVI
Gli ultimi dati dell’Inps confermano l’aumento delle assunzioni nel periodo gennaio-novembre 2105
sullo stesso periodo dell’anno precedente: +444.409, pari quasi al 10%. Crescono i contratti a tempo indeterminato (+442.906) ma anche quelli a termine (+46mila), mentre cala l’apprendistato (-45mila).
Senza sminuirne gli effetti, va segnalato che le assunzioni sono avvenute prevalentemente al nord, ma molte sono anche trasformazioni a tempo indeterminato di contratti a termine (470mila).
La variazione netta è un +356mila assunzioni (saldo tra assunzioni e cessazioni); che diventano 300mila considerando gli ultimi 12 mesi (novembre 2105 su novembre 2014).
Per le prospettive, sarà utile verificare se l’aumento delle assunzioni continuerà , non solo grazie al traino di una ripresa significativa della domanda, ma in relazione alla riduzione degli incentivi.
Fino al 31 dicembre 2015 gli incentivi arrivavano sino a 8.060 per nuovo assunto per un triennio (oltre 24mila euro di incentivazione).
La legge di Stabilità 2016 ne ha ridotto la durata (da tre a due anni) e il valore (3.250 euro anzichè 8.060).
Si vedrà quindi se le assunzioni continueranno anche nel 2016 e 2017 con lo stesso ritmo, visto che i tre quarti delle assunzioni del 2015 hanno usufruito dell’esonero contributivo.
Walter Passerini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA BINDI INVIERA’ AI PM GLI ATTI DELL’AUDIZIONE ALL’ANTIMAFIA
“Mi dimetto da sindaco. Non è una resa, ma un gesto di responsabilità . E’ impressionante tutto quello che è accaduto intorno a questa vicenda. Questa è una sconfitta politica, ma anche una vittoria della camorra”.
Rosa Capuozzo, finita al centro di una vicenda politico-giudiziaria in seguito a un’indagine condotta dalla procura di Napoli su presunte infiltrazioni camorristiche nel comune di Quarto e già espulsa dal Movimento Cinque stelle, lascia la guida del Comune.
Annuncia le dimissioni e si commuove, poi attacca la capogruppo regionale M5s, Valeria Ciarambino anche senza citarla.
“Non si capisce perchè i voti di Quarto puzzano, se riguardano me e gli stessi voti non pesano allo stesso modo se riguardano i consiglieri regionali”.
E attacca Roberto Fico: “Fico il 9 gennaio mi ha telefonato per dirmi che dovevo dimettermi. Il 10 voleva venire al flash mob e starmi accanto se mi fossi dimessa. Dal giorno successivo tutti sono spariti”.
Il rischio dell’altra inchiesta.
Repubblica, che ha ricostruito i sospetti della procura sul ruolo e l’eventuale conflitto di interessi assunto dalla sindaca nella vicenda dell’abuso edilizio, chiede alla Capuozzo: “Quanto ha influito nella sua scelta di dimettersi, il rischio di poter essere indagata in questa altra indagine?”. Lei risponde: “Non ha avuto alcun peso. Sono tranquilla”.
“Lascio dopo sette mesi. Ma la mia non è una resa è un gesto d’amore verso Quarto. Ho fatto un giuramento e l’ho rispettato -continua Rosa Capuozzo – Quelli che si sono dimessi pensavano che qui si faceva una passeggiata. E’ stata una giornata durissima anche quella in antimafia”.
La sindaca dimissionaria quindi ringrazia tutti i collaboratori e i consiglieri comunali della maggioranza “per aver resistito su una barca in tempesta senza essere scappati come topi”.
Spiega: “Vado via perchè mancano i numeri necessari per governare, siamo una forza politica che non si muove con le larghe intese”. E chiarisce: “Non mi ricandido e non penso neanche ad una lista civica. Forse non mi sarei dovuta candidare”.
Poi conclude, amara: “Mi sono sentita abbandonata da M5s ma si sono sentiti abbandonati tutti i cittadini di Quarto. Non è semplice quello che stiamo affrontando in questo territorio, con il movimento accanto sarebbe stato più facile.
“Mi è dispiaciuta la reazione che ha avuto il Movimento a quello che è un problema. Quando c’è un problema non si scappa, lo si affronta”.
Intanto la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, ha disposto la trasmissione alla Procura di Napoli degli atti dell’audizione del sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, tenuta a San Macuto la sera di martedì scorso.
Dalla ricostruzione complessiva dei fatti fornita dal sindaco e alla luce della documentazione giudiziaria acquisita dalla Commissione è emersa la necessità di segnalare alla Procura alcuni aspetti da approfondire, sui quali anche la Commissione si riserva di svolgere ulteriori analisi.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELL’ASSESSORE: “BONOLIS IL 12 GENNAIO HA FATTO UNA SELEZIONE PER IL SUO PROGRAMMA SU QUELLE BASI, E’ VERGOGNOSO CHE SI ALIMENTI ODIO E XENOFOBIA PER LUCRARCI”
Cercansi uomini o donne “contrarie all’integrazione degli stranieri in Italia” e “contro i diritti delle
unioni gay”. Monica Cerutti, assessore all’Immigrazione e alle Pari opportunità della Regione Piemonte, attacca “Ciao Darwin”, la trasmissione televisiva di Mediaset condotta da Paolo Bonolis, che, accusa Cerutti, “a Torino ha cercato razzisti e omofobi per sottoporli a un casting”.
Obiettivo, la partecipazione alla nuova edizione del programma che si basa su “contrapposizioni” tra due gruppi opposti, il tutto condito da belle ragazze vestite il meno possibile.
Il casting, aggiunge l’assessore in un comunicato ufficiale della Regione Piemonte, si è tenuto il 12 gennaio.
No comment, per ora, da Mediaset e dallo stesso Bonolis.
«Si tratta di un vero e proprio schiaffo al rispetto delle persone e dei diritti di tutti e tutte – dice Cerutti – È inaccettabile che in un momento come questo, durante il quale l’odio nei confronti del diverso è sempre maggiore, ci siano programmi televisivi che vogliono alimentare xenofobia e omofobia. I media devono assumersi la responsabilità che hanno sulle spalle. Ci sono milioni di persone che purtroppo affidano la propria informazione e formazione esclusivamente alla televisione ed è impensabile che questa parli loro attraverso stereotipi, populismi e strumentalizzazioni»
La Regione Piemonte, dice l’assessore, “si sta impegnando per approvare una legge contro ogni forma di discriminazione: lunedì prossimo durante la seduta della I Commissione del Consiglio regionale cominceremo a discutere gli emendamenti che sono stati presentati. Ho deciso di chiedere che il caso del casting omofobo e razzista a Torino, tenuto dalla trasmissione Ciao Darwin, venga segnalato all’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Le istituzioni – ha concuso Cerutti – non possono continuare a predicare nel deserto».
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
SE IL CALCIO VUOLE IL PUBBLICO DEL RUGBY BISOGNA FARE UNO SCATTO NELLA SCALA EVOLUTIVA
Il macho in tuta Sarri che dà del finocchio al collega Mancini — per eccesso di shampoo e ostentazione di cachemire in luogo pubblico, immagino — viene difeso dai bastian contrari e da chi pensa che i panni sporchi si lavino in famiglia, e se non si lavano è meglio perchè la puzza fa l’uomo vero.
Anche Mancini la pensava così un tempo, poi è andato ad allenare in Inghilterra e ha visto che un altro mondo è possibile.
Invece molti di noi (a giorni alterni anch’io) sono convinti che lo stadio sia uno sfogatoio dove è legittimo ciò che altrove è vietato, un ruttodromo in cui il maschio italico libera gli istinti più turpi per poi tornare rigenerato alla vita civile.
Se sta sugli spalti deve potere tirare fumogeni, ricattare presidenti, insultare arbitri, minacciare di morte i propri giocatori e augurarsi quella degli avversari.
Se invece sta in campo deve potere provocare, simulare, attingere agli stereotipi sul mestiere della sorella dei rivali e sulla loro scarsa virilità .
Per tutti vale una sola regola: l’omertà .
Chi come Gasperini fa i nomi degli ultrà violenti, o chi rende pubblica una frase omofoba come Mancini, è chiamato quasi a scusarsi per avere rotto il patto.
Questo è il calcio, da noi e per noi. Ma allora smettiamo di lamentarci per gli stadi vuoti e il clima di guerra incombente.
Se vogliamo le famiglie e il pubblico del rugby, bisogna rassegnarsi a compiere uno scatto nella scala evolutiva.
Non serve indossare il cachemire, signor Sarri.
Basta smettere di considerare la buona educazione e l’autocontrollo una debolezza o, direbbe lei, roba da froci.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
“CI SONO TANTI RAGAZZI CHE VENGONO DERISI, POI QUALCUNO SI SUICIDA PERCHE’ NON CE LA FA PIU'”… “IN INGHILTERRA NON AVREBBE MAI PIU’ MESSO PIEDE IN UNO STADIO”… E I GIORNALI DI TUTTO IL MONDO STIGMATIZZANO LA VICENDA
La nottata è passata. Ma quelle parole, e il modo, ancor l’offendono. Per non dire di certi gesti, di cui
ancora non si sapeva nulla e che ora Roberto Mancini rivela.
Insieme a un altro particolare: “Il problema non è che Sarri abbia offeso me: non mi sento toccato dai suoi insulti, figuriamoci. Lui in realtà ha offeso tante persone, tanti poveri ragazzi che in Italia o in altre parti del mondo vengono presi in giro, vengono derisi da gente che pronuncia certe paroline con tanta facilità … poi magari ogni tanto capita che qualcuno si suicidi perchè non ce la fa più. Quante volte abbiamo letto di storie simili?”.
Il Mancio come paladino dei diritti civili, dunque?
“Ma no guardi io non sono il paladino di nessuno. Però come si fa, dai, a sentire ancora queste cose… Siamo nel 2016! Tra l’altro la cosa che mi faceva arrabbiare di più era che mentre Sarri mi diceva “frocio” e “finocchio” era a un passo dal guardalinee e dal quarto uomo, e quelli impassibili. Anzi io gli facevo notare le offese e loro mi dicevano “lascia stare, dai”. Ma lui mi insultava, e faceva pure il gesto con la mano, tipo “vattelo a prendere nel c…”. Incredibile”.
Poi lei è andato a cercare il suo collega nel dopopartita: davvero niente scuse?
“Sono entrato nello spogliatoio, io, da solo, contro tutti loro. E lui faceva ancora lo sbruffone: “E vabbè scusa, t’ho chiesto scusa, che vuoi ancora?”, diceva. Allora ho risposto in malo modo: “Ma non hai capito che hai 60 anni e certe cose non le devi proprio dire?”. (i testimoni riferiscono di un insulto di Mancini seguito dalla frase “Tornatene ad allenare in C”, ndr). Poi sono uscito, ho aspettato il quarto uomo e gli ho ripetuto perchè avesse fatto finta di niente. Ha solo chiamato l’arbitro per dirgli di espellere i due allenatori”.
Una tipica storia italiana, insomma. Come è italianissimo l’adagio “sono cose di campo e devono rimanere lì”.
“Mi avesse detto figlio di… o pezzo di m… non me ne fregava niente, era chiaro che sarebbe rimasto un fatto di campo. Ma è ora di finirla con certe offese, quando ci sono persone che tutti i giorni le subiscono e soffrono e ci si rovinano la vita. Per giunta non possono arrivare da una persona di 60 anni, e che allena in serie A. Era stata una partita tranquilla, non avevo protestato mai, non c’erano stati screzi fra me e lui, niente. Protesto solo col quarto uomo al 90′ perchè secondo me aveva dato un recupero eccessivo e Sarri esplode in quel modo. Ha perso completamente il lume della ragione. Ma lui è così, dev’essere la sua natura. Pare che ne avesse già fatte, di battute simili. Poi ha peggiorato tutto con quello che ha detto in tv”.
Cosa avrebbe dovuto dire?
“La cosa più semplice del mondo: “Ho detto delle fesserie, mi scuso” e finiva lì. Invece è andato a fare il simpatico, dicendo che mi aveva chiamato “democristiano”. Così ha offeso pure i democristiani… Un livello basso, ma veramente basso”.
Dalle sue dichiarazioni notturne, Mancini, qualcuno ha creduto di capire che lei avesse fatto pure un coming out… Può chiarire?
“Magari nella foga del discorso si è capito male: ho solo detto che se gli uomini fossero tutti come Sarri, allora sarei orgoglioso di essere gay. Quanto al resto, ovviamente rispetto tutti i gusti sessuali, però a me piacciono le donne, e solo quelle”.
La vicenda è arrivata sui giornali di tutto il mondo in un batter d’occhio: sorpreso?
“Neanche un po’. Mi pare normale, giusto. All’estero c’è una sensibilità diversa su queste storie. Infatti ribadisco quello che ho detto lì per lì: in altri paesi, tipo in Inghilterra, un allenatore che pronunci parole simili contro un collega non metterebbe più piede in campo”.
Come finirà questa storia secondo lei?
“E come deve finire? All’italiana, no? Due giornate di squalifica e via… Piuttosto le chiedo una cosa: dal Napoli non dicono niente? Il presidente del Napoli non ha nulla da dichiarare?”.
Zero. Nulla. Nemmeno una parola.
“Incredibile”.
Andrea Sorrentino
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
L’EX SPIA RUSSA AVVELENATA A LONDRA NEL 2006: “FU PUTIN A ORDINARLO”
Il presidente russo Vladimir Putin ha “probabilmente approvato” l’omicidio di Alexander Litvinenko, ex spia russa morta il 23 novembre del 2006 a Londra a causa di un avvelenamento da polonio. Lo ha stabilito un’inchiesta pubblica britannica sulla vicenda.
Nel rapporto di 300 pagine curato dal giudice Sir Robert Owen si afferma che i due cittadini russi Andrei Lugovoi e Dmitri Kovtun, accusati di aver avvelenato l’ex agente del Kgb e oppositore di Putin col polonio radioattivo al Millennium Hotel di Mayfair, nel cuore di Londra, agirono probabilmente sotto la direzione della Fsb, l’intelligence di Mosca, e del suo capo, Nikolai Patrushev.
Tracce del veleno vennero trovate negli alberghi, ristoranti e altri luoghi pubblici da loro visitati. I due, considerati come i principali indiziati dell’assassinio, hanno sempre negato le accuse.
Mosca si è sempre rifiutata di estradarli nonostante le richieste della giustizia britannica e dopo i fatti del 2006 Lugovoi e Kovtun hanno fatto carriera politica in Russia
Prima di morire l’ex agente del Kgb aveva lasciato una lettera agli amici in cui accusava direttamente Vladimir Putin di volerlo assassinare: “Può far tacere un uomo – aveva scritto Litvinenko- ma la protesta esploderà in tutto il mondo, signor Putin, e rimbomberà nelle sue orecchie per il resto della vita. Il mio dio la perdona per quello che mi ha fatto”.
Putin aveva respinto ovviamente ogni accusa ma, dopo aver cercato di restare del tutto fuori dalla vicenda, fu costretto a impegnarsi a fornire la collaborazione a Scotland Yard e ai servizi inglesi.
Le prime indagini rivelarono che Litvinenko era stato avvelenato nel sushi bar di Londra in cui il primo novembre aveva cenato con Mario Scaramella, faccendiere italiano ed ex consulente della Commissione Mitrokhin (sulle attività illegali dei servizi segreti sovietici nel nostro Paese).
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
SENZA I 17 DI VERDINI, I 3 DI TOSI E 2 EX FORZA ITALIA, IL GOVERNO SI SAREBBE FERMATO A QUOTA 158, TRE IN MENO DEL QUORUM NECESSARIO
Il “motivatore” Matteo Renzi irrompe in Senato poco prima delle 18, ed è lui a rianimare una
discussione, quella sulla riforma costituzionale, ormai arrivata al terzo passaggio nell’aula di palazzo Madama e dunque priva di qualsiasi pathos.
Le opposizioni, mentre lo ascoltano parlare di giornata “di cui si occuperà la storia” e ribadire che se perderà il referendum lascerà la politica, sembrano quasi rianimarsi dal torpore.
Poi arriva la doccia fredda dei numeri: 180 sì contro 112 no.
Il Pd è dalla sua parte: un solo no, quello di Walter Tocci, mentre uno degli altri storici dissidenti, Felice Casson, non ha partecipato al voto insieme al senatore Renato Turano, assente per malattia.
Dai 25-30 dissidenti dem, che hanno fatto infuriare il premier nello scorso settembre, solo due voti negativi alla madre di tutte le riforme, quella su cui Renzi ha deciso di giocarsi la carriera politica.
Quota 180 è un ottimo risultato, il record per Renzi da quando è a palazzo Chigi. Ma questo successo non arriva solo dalla sua maggioranza: decisivi sono stati i 17 sì del gruppo di Verdini, insieme ai 3 delle senatrici legate all’ex leghista Flavio Tosi e a due dissidenti di Forza Italia, Riccardo Villari (ex Pd) e Bernabò Bocca.
Senza questi 22 voti la riforma Boschi si sarebbe fermata a quota 158, tre voti in meno del quorum fissato a 161.
Non a caso Renzi si è fermato a parlare, oltre che con Giorgio Napolitano (lodato nel discorso “senza di lui non saremmo qui”), anche con Verdini e il ministro Alfano, protagonisti essenziali del successo della riforma che porta il nome della ministra Boschi (lodata anche lei per la sua “determinazione”).
“I nostri voti sono stati determinanti”, rivendica per i verdiniani Lucio Barani. Annunciando il sì, il gruppo dell’ex braccio destro di Berlusconi ha chiesto modifiche all’Italicum, a partire da un ampliamento del premio di maggioranza alla lista vincente.
Duro il giudizio del bersaniano Miguel Gotor: “Questi risultati aprono la strada a una stagione di trasformismo e annunciano una lunga e profonda palude in cui il Pd non può e non deve smarrire la propria identità riformista di forza di centrosinistra”.
La minoranza Pd, dal canto suo, ha presentato in mattinata una proposta di legge per l’elezione diretta dei senatori, subordinando alla sua approvazione l’impegno dei bersaniani nella campagna per il sì al referendum costituzionale previsto per ottobre. “Noi oggi voteremo sì alla riforma della Costituzione, ma questo non significa un sì automatico e immediato al referendum”, avverte Paolo Corsini.
“Chiediamo un impegno preciso del Pd e del governo nel dare attuazione alla legge ordinaria sulla legge elettorale. Il consenso dovrà essere guadagnato attraverso passaggi politici chiari, coerenti e conseguenti”.
La minoranza chiede che la nuova legge dia attuazione al principio strappato a settembre a un riottoso Renzi, e cioè l’elezione diretta dei senatori, e propone una doppia scheda alle elezioni regionali: i senatori sarebbero scelti attraverso collegi uninominali.
Del resto, fu proprio quella soluzione di compromesso sui senatori eletti dai consigli regionali, “in conformità con le indicazioni dei cittadini”, ad evitare a settembre 2015 lo strappo nel Pd e il naufragio della riforma.
Dopo lo scrutinio, grandi abbracci dei senatori dem con Maria Elena Boschi.
Stavolta però, a differenza dell’agosto 2014, nessun bacio con la berlusconiana Maria Rosaria Rossi, passata sulle barricate insieme all’ex Cavaliere che, ironia della storia, ora grida al “regime”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
IMPIETOSO IL CONFRONTO CON IL RESTO DEL CONTINENTE
Per il 14° anno consecutivo, il Pil italiano è cresciuto a un ritmo inferiore rispetto alla media europea.
È questo il risultato più significativo di una ricerca elaborata dal centro studi ImpresaLavoro su dati OCSE.
Dall’introduzione della moneta unica ad oggi, questa differenza di ritmo di crescita (o di decrescita) è oscillata tra il minimo del 2010 (0,4%) al massimo del 2012 (2,3%), anno nel quale — a fronte del -2,8% fatto registrare dal Prodotto interno lordo nel nostro Paese — la media Ue si è fermata al -0,5%.
Comparando invece l’andamento del Pil italiano con quello tedesco, è interessante notare come, negli anni immediatamente successivi all’introduzione dell’Euro, l’Italia sia cresciuta a un ritmo più sostenuto della Germania.
Dopo una serie di riforme strutturali coraggiose (ed efficaci) messe in campo dal governo di Berlino, però, la tendenza si è bruscamente invertita.
E dal 2006 ad oggi l’andamento del Pil tedesco è stato nettamente superiore a quello del nostro paese, con la sola eccezione del 2009 (Italia -5,5%; Germania -5,6%).
Negli ultimi dieci anni, mentre l’Italia ha perso in media 4 punti decimali di Pil all’anno, la Germania ha fatto registrare un più che dignitoso +1,4%.
Con un ritmo di crescita del Prodotto interno lordo come quello degli ultimi anni, la strada per far tornare l’Italia ai livelli pre-crisi sembra ancora molto lunga e incerta.
Fatto 100 il Pil reale delle economie occidentali più avanzate nel primo trimestre del 2008, solo Italia e Spagna sono ancora al di sotto dei livelli precedenti al terremoto finanziario.
Francia e Germania sono “emerse” già nel primo trimestre del 2011; nel penultimo trimestre dello stesso anno è arrivato il turno degli Stati Uniti; mentre il Regno Unito ha dovuto aspettare fino al secondo trimestre del 2013.
Mancano all’appello, dunque, solo Italia e Spagna. Ma quest’ultima negli ultimi due anni sembra avere decisamente invertito la tendenza negativa, per tornare a crescere a ritmi molto più sostenuti di quelli italiani.
Tanto che, nell’ultimo trimestre del 2015, il Pil reale spagnolo ha ormai raggiunto il 95,8% di quello pre-crisi, mentre nel nostro paese siamo ancora fermi al 91,8%, più o meno la stessa percentuale a cui siamo inchiodati dal primo trimestre del 201 (quando la Spagna era al 91,2%)
Ci aspetta dunque una strada lunga e in salita. Ma quanto lunga?
Dipenderà , naturalmente, dal tasso di crescita del nostro Pil nel prossimo futuro.
Con una crescita annua dello 0,8%, come quella del 2015, l’Italia dovrà aspettare fino al 2026. Crescendo invece a ritmi compresi tra l’1,3% e l’1,6%, con numeri analoghi a quelli delle previsioni — molto ottimiste — elaborate dal governo italiano, l’economia italiana tornerebbe ai livelli pre-crisi tra il 2021 e il 2022.
Ma sulle previsioni dei governi, è cosa nota, bisogna sempre procedere con estrema cautela.
«L’Italia ha un problema strutturale di crescita — spiega Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro — e le variazioni leggermente positive di quest’anno, se confrontate con il resto d’Europa, confermano purtroppo le nostre difficoltà . A questo quadro già complesso vanno aggiunti un deficit e un debito che continuano a non scendere e che rappresentano una seria ipoteca sulla tenuta dei nostri conti in futuro. Sono i numeri, insomma, i primi a certificare che non stiamo uscendo dalla crisi. Per poter dire di aver iniziato la ripresa, servirebbero tassi di crescita simili a quelli di Regno Unito e Spagna, superiori rispettivamente al 2 e al 3%.»
(da “Centro Studi Impresa e Lavoro”)
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Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile
PARTONO FAVORITI MA RISCHIANO DI NON SMACCHIARE IL GIAGUARO COME BERSANI
Uno smacchiatore di giaguari s’aggira negli incubi grillini. 
Ricordate la mitica non vittoria di Bersani? Man mano che il traguardo s’avvicinava, al sicuro anzi sicurissimo trionfatore delle politiche 2013 venne il braccino del tennista davanti al match point e a scaldargli la campagna elettorale rimasero solo le gag di Crozza («ohè ragassi , mica siam qui a smacchiare i giaguari!», appunto).
Il buon Pier Luigi non perse ma neppure vinse e, volendo rabberciare ad ogni costo un’alleanza per Palazzo Chigi, finì con l’umiliarsi (invano) in diretta strea ming davanti ai capigruppo dei Cinque Stelle neoeletti in Parlamento.
Capita che la storia si riproponga come nemesi.
Così ecco che, nemmeno tre anni dopo, i grillini partono da vincitori certi, anzi certissimi, nella corsa al Campidoglio, il podio più importante delle amministrative di primavera, chiaro anticipo di tendenza per le politiche che si terranno nel 2018 (o prima).
Dopo il disastroso quinquennio del centrodestra di Alemanno e il tragicomico biennio del centrosinistra di Ignazio Marino, sembra plausibile che i romani provino altro.
Marcello De Vito, già sconfitto da Marino nel 2013, lo dice in tv da Lucia Annunziata con quello stile naà¯f che forse stranisce il sofisticato Casaleggio: «Ai cittadini chiediamo una chance perchè… l’hanno data a tutti».
Logico, no? A fine ottobre i sondaggi li piazzavano al 33 per cento, col Pd al 17.
Ma, si sa, resta quel dannato ultimo miglio, dove prima di Bersani si perse il maratoneta Dorando Pietri.
Ora la maionese impazzisce proprio nelle poche amministrazioni locali in mano ai grillini (fa eccezione il virtuoso Pizzarotti che però è fumo negli occhi per lo stato maggiore): la traballante Livorno di Nogarin è un blando antipasto.
I guai di Gela col sindaco Messinese un intermezzo.
Il piatto avvelenato è naturalmente Quarto, paesone napoletano sciolto per mafia e passato ai Cinque Stelle in cerca d’aria nuova. Giorno dopo giorno i verbali della sindaca Capuozzo (sotto ricatto del collega De Robbio intrugliato, secondo i pm, coi camorristi) tracimano sull’ala campana del direttorio grillino.
E il video in cui Fico, Di Maio e Di Battista giurano che i vertici del Movimento nulla sapevano è forse il più grave errore di comunicazione nella storia pentastellata: l’«effetto tre scimmiette» riempie i commenti della stampa, si sa, malevola.
Così tutte le rogne portano a Roma. Dove già i problemi non mancano.
I quattro moschettieri della passata consiliatura sarebbero, di diritto, i più titolati a contendersi l’onore di correre da sindaco, avendo fatto battaglia d’opposizione per due anni e dato a Marino agonizzante l’ultimo colpo con lo scandalo degli scontrini.
Ma quando vanno da Lucia Annunziata mostrano tutti i limiti locali dei grillini.
Davanti a una prof pignola, sembrano stagisti volenterosi, «abbiamo studiato due anni»: visione, zero.
Comincia poi, sempre beninteso sulla stampa malevola, l’antico giochino delle correnti tra chi appoggia la più quotata Virginia Raggi (Di Battista?) e chi il tenace De Vito (Di Maio?).
Un Casaleggio sconcertato chiede (secondo Repubblica ) a Grillo di metterci la faccia, «o rischiamo Roma».
I segnali si moltiplicano: serve un candidato forte. E mentre Renzi, inseguendo un clamoroso recupero, estrae dal cilindro del Pd il più grillino dei candidati possibili, l’ex radicale Roberto Giachetti, avvezzo al corpo a corpo politico tanto caro ai Cinque Stelle, i grillini si preparano a selezionare via web l’aspirante sindaco tra 233 profili.
«Sarà di certo uno di noi quattro», sussurrava De Vito mesi fa. Non a torto. Sconfessare la pattuglia che ha fatto opposizione a Marino sarebbe una Quarto bis, non dal punto di vista giudiziario, certo, ma politico: una nuova ammissione d’incapacità nella scelta delle èlite locali.
Roma ci dirà molto, insomma, sul futuro di Pd e Cinque Stelle: per questo certe notti sono così agitate da giaguari e fantasmi.
Goffredo Buccini
(da “il Corriere della Sera”)
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