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ETRURIA: FU BANKITALIA A DIRE NO ALLA NOMINA DEL DIRETTORE GENERALE SEGNALATO A BOSCHI DAL FACCENDIERE CARBONI

Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile

VIA NAZIONALE ESPRESSE DUBBI SU FABIO ARPE, GIA’ MULTATO DALLA VIGILANZA PER LA MARZOTTO SIM

Fu Banca d’Italia a fermare la nomina dell’uomo indicato da Flavio Carboni a Pier Luigi Boschi per l’incarico di direttore generale di Banca popolare dell’Etruria nel luglio 2014. La vigilanza di Palazzo Koch nel febbraio 2014 aveva concluso la terza ispezione nell’istituto di credito aretino contestando numerosi rilievi ai vertici nella gestione della banca e certificando la drammatica situazione finanziaria in cui versava, tanto da suggerire — tra l’altro — un rapido salvataggio attraverso la fusione con un altro istituto di credito e un rapido rinnovo dei vertici.
Suggerimenti non seguiti che hanno poi portato al commissariamento.
Dopo via Nazionale è intervenuta la Procura di Arezzo che venerdì 21 marzo 2014 manda la polizia tributaria della Guardia di Finanza nella sede di Etruria mentre era in corso il Consiglio di amministrazione a perquisire gli uffici su richiesta del pm Roberto Rossi e a comunicare che tre delle persone riunite nel Cda sono indagate: il presidente Giuseppe Fornasari, il direttore generale Luca Bronchi e David Canestri, dirigente centrale con deleghe alla pianificazione, al risk e compliance.
Se il board aveva ignorato l’invito di Bankitalia ora non può esimersi dal rinnovarsi.
A fine aprile viene nominato il nuovo presidente, Rosi, e dal consiglio di amministrazione fa carriera e diventa vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre dell’allora neoministra Maria Elena.
Rimane vacante la poltrona di direttore generale. Per individuare un sostituto Etruria si rivolge a un’agenzia di cacciatori di testa, la Geovision Srl. Ma c’è anche chi si muove autonomamente: Boschi.
Come anticipato da Libero e ricostruito ieri dal Fatto, è in questo periodo che Boschi si rivolge all’amico Valeriano Mureddu, l’imprenditore 46enne di origini sarde e cresciuto a pochi passi da casa Renzi a Rignano sull’Arno, per chiedergli se conosce qualcuno in grado di fare il direttore generale della banca.
Mureddu, come ha lui stesso confermato ieri al Fatto e a Repubblica, si è rivolto “all’amico che ritengo mio mentore”: il faccendiere Flavio Carboni.
A lui presenta anche Boschi. Lo porta a Roma. Si vedono tre volte, ha riferito ieri al Fatto l’uomo a processo per la P3.
Carboni ha poi telefonato a un altro amico: Gianmario Ferramonti che, al pari di Carboni, ha attraversato gli ultimi decenni d’Italia attraverso fascicoli giudiziari e particolari legami politici.
Il faccendiere gli chiede se conosce qualcuno “capace di salvare Etruria — ha detto a questo quotidiano Ferramonti — così gli propongo Fabio Arpe: una persona preparatissima, brava, capace”.
Lo porta a Roma da Carboni, glielo presenta. Carboni si persuade. Così chiama nella capitale Mureddu e gli propone il nome di Arpe. “Valeriano poi lo riferisce a Boschi che lo porta nel Cda”, ha riferito Carboni.
I quotidiani economici dell’epoca riportano la notizia secondo la quale il presidente Rosi nella seduta del cda del 23 luglio 2013 ha proposto a direttore generale Fabio Arpe. Notizia confermata al Fatto ieri da alcuni consiglieri di amministrazione che riportano come il nome di Arpe sia stato sottoposto anche a via Nazionale per non “avere certezze assolute”.
Bankitalia però esprime dei dubbi. Arpe era stato multato dalla Vigilanza nel dicembre 2012 per la Marzotto Sim. Non che sia l’unico: in quel momento vicepresidente è Boschi, già  multato anche lui dalla vigilanza per 144mila euro come membro del cda in cui sedeva dal 2011.
Sanzione che non gli ha ostacolato l’ascesa alla vicepresidenza.
La nomina di Arpe viene invece fermata su parere di via Nazionale. Arpe era reduce da una lunga e articolata vicenda giudiziaria che aveva coinvolto banca Mb, vicenda dalla quale però è stato ritenuto poi totalmente estraneo.
Probabilmente è un “bravissimo imprenditore”, come sostiene Ferramonti. Ma ha la sfortuna, in questa vicenda, di essere “l’uomo indicato da Carboni”.
E la domanda ancora senza risposta può fornirla solamente Boschi: perchè decide di muoversi autonomamente per individuare il direttore generale e si rivolge a Carboni? Sì, attraverso Mureddu. Che lo porta a Roma per presentargli il faccendiere, con cui si incontra poi tre volte. Quindi non può non sapere.
E quale tipo di legame e rapporto ha Boschi con Mureddu, tale da spingersi a sfogarsi con lui della drammatica situazione della banca — come riferito dal 46enne di origini sarde al Fatto — e chiedergli di indicare il nome del direttore generale?
Mureddu è al momento un personaggio piuttosto misterioso. Al suo attivo ha una società , Antiche Dimore, e non ha mai avuto altri incarichi aziendali.
Libero ieri ha scritto che il 46enne è noto per essersi spacciato come agente dei servizi segreti e lo indica come un massone indagato dalla Procura di Perugia.
A quanto il Fatto ha potuto verificare nel capoluogo umbro esiste un’inchiesta su alcune logge ma è stata avviata da poco e non ci sono, al momento, indagati.

Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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STIPENDI REGIONE LIGURIA, TOTI COME VASCO: VADO AL MASSIMO

Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile

RETRIBUZIONI AL TOP E LA LIGURIA NE SOTTRAE UNA PARTE AL FISCO

«Una bella furbata», sibila un dirigente del Pd ligure, particolarmente attivo nel criticare gli alti costi della politica. Niente nomi, per carità . E si capisce: l’argomento è di quelli spinosissimi.
Parliamo dei super stipendi dei consiglieri regionali, che restano appunto altissimi da un capo all’altro della Penisola nonostante i buoni propositi e i limiti imposti dai governi in tempi di spending review .
Nel caso della Liguria, la «furbata» consiste nel fatto che una fetta per nulla trascurabile della cospicua retribuzione dei membri di giunta e consiglio regionali è stata sottratta al Fisco.
Come? Semplicemente includendo nella voce “rimborso spese” l’indennità  di funzione, cioè la parte del compenso legata ai vari ruoli e mansioni degli eletti in Regione.
E i rimborsi spese, com’è noto, sono rigorosamente esentasse.
In questo modo la Liguria ha sì rispettato – come hanno dovuto fare tutte le altre amministrazioni regionali – i tetti alle indennità  dei consiglieri fissati a fine 2012 dalla Conferenza delle Regioni, tagliando, nel contempo, gli oneri per le casse pubbliche. Ma, grazie al “giochino” dei rimborsi spese – unico nel panorama nazionale – ha minimizzato il sacrificio economico per i politici di turno e ha scaricato, in parte, il peso dei tagli sul Fisco.
Ovvero su tutti i cittadini.
A parte Piemonte ed Emilia, tutte le altre Regioni hanno parametrato i compensi al massimo consentito: 13.800 euro lordi al mese per i presidenti e 11.100 euro per i consiglieri.
Qualche cifra: Toti porta a casa 13.684 euro lordi contro i 13.245 del collega Maroni: di questi 8.800 sono l’indennità  di carica più il rimborso spese fisso di 4.884 euro netti, cifra che è esente da oneri fiscali.
Il consigliere semplice si deve “accontentare” di 8.800 euro lordi di indennità  di carica più 2.200 euro netti di rimborsi.
Non solo: in Liguria per uno strano meccanismo che coniuga distanze e cariche, sono riusciti a guadagnare quando Toti anche la vice leghista Sonia Viale, il fratello d’Italia Gianni Berrino e il forzista Marco Scajola.

Vincenzo Galliano
(da “il Secolo XIX”)

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LA CASTA DELLE REGIONI, POCHI TAGLI E STIPENDI AL TETTO

Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile

POCA TRASPARENZA: ECCO COME HANNO FATTO

“Cinquemila euro «basta e avanzano», aveva proclamato l’anno passato il presidente della giunta regionale dell’Emilia Romagna, Stefano Bonacini.
La sua mossa sembrava il preludio di una nuova importante sforbiciata generale ai costi della politica locale. In realtà  sono stati in pochi a seguirlo.
Solo la Regione Piemonte, la scorsa settimana, è scesa a quota 5mila (più indennità  e rimborsi, si intende).
In tutte le altre regioni, invece, dalla Lombardia al Lazio, dal Veneto alla Campania, presidenti, vicepresidenti, assessori e consiglieri vari intascano molto di più.
Anche 3mila euro al mese, visto che una larga maggioranza di loro sfrutta in pieno il tetto massimo di 13.800 euro lordi fissato da una legge di fine 2012.
Anche il compenso del governatore emiliano è un poco più alto: ai 5mila euro di indennità  di carica vanno infatti aggiunti 2.500 euro di indennità  di funzione e 2.258 di rimborsi.
Il totale fa comunque meno di 10mila euro, 9.758 per la precisione.
I piemontesi, con la manovra che ha appena tagliato altri 11 milioni di euro di costi della politica, adesso li hanno raggiunti.
Al presidente della Giunta regionale Sergio Chiamparino ed al presidente del Consiglio regionale Mauro Laus sono stati assegnati in tutto 10.200 euro lordi al mese: 5mila sotto forma di indennità  di carica, anzichè 5.940, 1.700 come indennità  di funzione e 3.500 come rimborso spese, anzichè 4.050.
Ai consiglieri senza incarichi spettano invece 8.500 euro, 9.750 agli assessori.
Subito alle loro spalle, in base ad una ricognizione fatta dagli uffici del Consiglio regionale del Piemonte chiesta dal gruppo Pd, si piazzano le Marche, che attribuiscono ai presidenti di Giunta e Consiglio in tutto 11.600 euro (9.100 ai consiglieri).
Governatori al massimo
E tutte le altre Regioni? Costano molto ma molto di più. Ben 9 su 20 applicano il tetto massimo deciso a fine 2012 dalla Conferenza delle Regioni: 13.800 euro lordi omnicomprensivi per i presidenti di Regione e di Assemblea e 11.100 euro per i consiglieri. Zaia in Veneto, Zingaretti nel Lazio, De Luca in Campania, Emiliano in Puglia, Crocetta in Sicilia, Oliverio in Calabria e Pittella in Basilicata, dunque, graduando in maniera differente le tre voci di stipendio, intascano il massimo.
E lo stesso fanno i loro consiglieri. Lombardia, Liguria e Trentino si fermano un pelo sotto, ma la sostanza non cambia: a Bobo Maroni vanno 13.155 euro, a Toti 13.720 euro, 13.755 a Rossi.
Anche gli stipendi base (indennità  di carica e indennità  di funzione) in Friuli, Umbria e Abruzzo sono un poco più contenuti: i presidenti ricevono rispettivamente 10.080, 11.600 e 9.300 euro. In più occorre però conteggiare i rimborsi spesa.
La babele dei rimborsi
E qui si entra in una vera e propria Babele. In Friuli il rimborso è stabilito in questo modo: 2.500 euro ai consiglieri di Trieste e Gorizia, 3.500 per quelli di Udine, Tolmezzo e Pordenone. Al presidente della Regione e del Consiglio e agli assessori vanno invece 2.450 euro, a meno che non rinuncino all’auto di servizio, in questo caso spettano loro 3.500 euro.
In Abruzzo chi risiede nel capoluogo riceve 4.100 euro, di chi invece abita ad oltre 100 chilometri di distanza arriva a 4.500.
Nelle Marche è invece prevista una quota fissa di 2.700 euro, più una variabile (massimo 1.500 euro) in base a presenze e km percorsi.
In Sardegna al rimborso base di 3.850 euro vanno aggiunti altri 650- 1.200 euro (assessori).
In Liguria, dove è stata tolta l’indennità  di funzione e aumentati i rimborsi (che sono esentasse) , addirittura sono previste 4 fasce di rimborso chilometrico (oltre 80 km, da 51 a 80, da 26 a 50 e da 0 a 25 km dalla sede), con gli importi che vanno da un minimo di 2.775 euro ad un massimo di 4.884 euro (vicepresidenti a assessori). Quattro fasce anche in Umbria: rimborso «massimo» 4.100 euro, «medio» 3.800, «minino» 3.500, mentre un «residente a Perugia» ne percepisce «appena» 3.300. Insomma un bel guazzabuglio: la trasparenza invece è un’altra cosa.

(da “il Secolo XIX”)

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RAPPORTO OXFAM: 62 SUPER-RICCHI POSSIEDONO LA META’ DELLA RICCHEZZA MONDIALE

Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile

“CHIUDERE I PARADISI FISCALI: 188 MULTINAZIONI SU 201 HANNO I CONTI LI’ PER EVADERE IL FISCO”

Sessantadue persone detengono la stessa ricchezza della metà  della popolazione mondiale. Un dato che, secondo Oxfam, racconta da solo l’enorme disuguaglianza di reddito nel nostro pianeta e che vanifica la lotta alla povertà  globale.
A pochi giorni dall’appuntamento di Davos, l’ong traccia una mappa preoccupante della distribuzione della ricchezza.
“Dal 2010, 3,6 miliardi di persone – la metà  della popolazione mondiale – ha visto la propria quota di ricchezza ridursi di circa 1.000 miliardi di dollari: una contrazione del 41%, nonostante l’incremento demografico abbia registrato 400 milioni di nuovi nati nello stesso periodo. I 62 super-ricchi hanno invece registrato un incremento di oltre 500 miliardi di dollari, arrivando così ad un totale di 1.760 miliardi di dollari, in un contesto che continua a lasciare le donne in condizione di grave svantaggio (perfino tra i 62 super-ricchi solo 9 sono donne)”.
Il divario, ricorda Oxfam, “è drammaticamente cresciuto negli ultimi 12 mesi” tanto che si sono avverate con un anno di anticipo le previsioni secondo le quali “l’1% della popolazione mondiale avrebbe posseduto più del restante 99% entro il 2016”.
Anche in Italia la disparità  di reddito è impressionante: “i dati sulla distribuzione nazionale di ricchezza del 2015 evidenziano come l’1% più ricco degli italiani sia in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale netta, una quota che in valori assoluti è pari a 39 volte la ricchezza del 20% più povero dei nostri connazionali”.
Gli ultimi cinque anni di crisi, sempre secondo Oxfam, hanno dimostrato che l’aumento della ricchezza è andato a beneficio di oltre la metà  il 10% più ricco degli italiani, lasciando le briciole al resto della popolazione.
“A Davos, quest’anno, chiederemo con forza a governi e grandi corporation di porre fine all’era dei paradisi fiscali”, dichiara la presidente di Oxfam International, Winnie Byanyima.
“I paradisi fiscali sono quei luoghi nei quali multinazionali ed èlites economiche si rifugiano evitando di contribuire, con la giusta quota di tasse, al finanziamento di servizi pubblici gratuiti e di qualità  a tutti i cittadini. Oggi 188 delle 201 più grandi multinazionali sono presenti in almeno un paradiso fiscale, alimentando una disuguaglianza economica estrema che ostacola la lotta alla povertà ”.
“L’elusione fiscale delle multinazionali ha un costo per i paesi in via di sviluppo stimato in 100 miliardi di dollari all’anno, ed ha un impatto importante anche nei paesi OCSE come l’Italia”, è invece il commento di Roberto Barbieri di Oxfam Italia.
“Il Governo Italiano può agire per porre fine all’era dei paradisi fiscali, sostenendo a livello nazionale e in Europa una serie di misure. Per le imprese multinazionali sono necessari maggiore trasparenza e approcci comuni da parte degli stati. Sosteniamo quindi l’obbligo di rendicontazione pubblica in ogni paese in cui le multinazionali UE operano (country-by-country reporting), e un modello vincolante di tassazione unitaria nella UE perchè le tasse siano pagate laddove l’attività  economica si svolge realmente. Per questo oggi Oxfam Italia lancia Sfida l’ingiustizia, una nuova campagna per dire Basta ai paradisi fiscali e rendere credibile l’impegno preso dai leader mondiali di eliminare la povertà  estrema entro il 2030”.

(da “Huffingtonpost“)

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CAPUOZZO SMENTISCE FICO: “LO INFORMAI DELLE MINACCE DI DE ROBBIO A FINE NOVEMBRE”

Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile

CROLLA IL CASTELLO DI CARTA DEI VERTICI CINQUESTELLE. SAPEVANO TUTTO DA TEMPO: “E’ INUTILE AVERE LE MANI PULITE SE POI LE SI TIENE IN TASCA”

“Ho informato immediatamente dopo l’onorevole Fico del mio interrogatorio e del contenuto di tale interrogatorio”. Così il sindaco di Quarto, in provincia di Napoli, Rosa Capuozzo, risponde ad una domanda del pm Woodcock sulla circostanza se abbia informato il direttorio del Movimento 5 stelle del suo interrogatorio sulle presunte minacce da parte del consigliere comunale Giovanni De Robbio avvenuto il 24 novembre 2015.
Tale dichiarazione è contenuta nel verbale dell’interrogatorio, in qualità  di teste, reso dal sindaco, il 12 gennaio scorso.
In quella occasione la Capuozzo rivela anche che percepì la natura illecita delle pressioni esercitate da De Robbio soltanto durante il terzo incontro con quest’ultimo che faceva riferimento ai presunti abusi edilizi eseguiti nell’abitazione dove vive con il marito.
A tale proposito ha detto al pm che era intenzionata a registrare le conversazioni con De Robbio facendosi regalare da un parente una ‘penna’ in grado di videoregistrare. “In quel momento – ha affermato – ero determinata a denunciare”.
Il terzo episodio al quale si riferisce la Capuozzo avvenne in Consiglio comunale dove ebbe un colloquio con De Robbio e che risale, spiega il sindaco, al 22 o al 23 novembre, prima cioè di essere interrogata in Procura.
Intanto la prima cittadina ha scritto un post su Facebook che accusa il moVimento 5 stelle.
“È inutile – afferma – avere le mani pulite se poi le si tiene in tasca. Il M5s ha avuto l’occasione di combattere il malaffare in prima linea con un suo Sindaco che lo ha fatto, ma ha preferito scappare a gambe levate, smacchiarsi il vestito, buttando anche il bambino insieme all’acqua sporca. Non si governano così i Comuni ed i territori difficili, non si abbandonano così migliaia di persone che hanno creduto in noi e nel movimento”.

(da “Huffingtonpost”)

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I FANS DI SALVINI INSULTANO IACOPO MELIO PERCHE’ DISABILE

Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile

L’ATTIVISTA PER I DIRITTI DEI DISABILI CRITICA SALVINI PER IL SUO COMMENTO SUI FATTI DI ISTANBUL E VIENE COPERTO DI INSULTI RELATIVI ALLA SUA CONDIZIONE: “SPERO CHE I BULLI TI BUCHINO LE GOMME DELLA TUA CARROZZELLA”, “SPERO CHE TU MUOIA”

Matteo Salvini ha dedicato un post su Facebook (mentre su Twitter gli danno dell’assenteista) all’attentato di Istanbul composto dalle seguenti parole “Il kamikaze che ha fatto 10 morti a Istanbul era un 27enne siriano, entrato come “profugo”, che aveva chiesto asilo politico. Intanto in Italia continua ad entrare chiunque…”.
Il post, non l’unico discutibile delle ultime ore, è stato commentato in maniera critica da Iacopo Melio, attivista per i diritti dei disabili molto famoso sul web per la sua campagna #vorreiprendereiltreno, che ha fatto notare “il ragazzo non era siriano, era saudita, semplicemente proveniva dalla Siria. E non con un barcone, ma in aereo”.
Passano pochi minuti e Iacopo, solo per aver dissentito, viene coperto da beceri insulti, molti direttamente rivolti nei confronti della sua condizione fisica: “Io spero che questo Iacopo muoia”, ‘Il signore doveva paralizzarti le mani e non le gambe’, “Provo stima per il bullo che ti buca le ruote della sedia” .
Ma Salvini è all’onore della cronaca anche per il suo assenteismo al parlamento europeo: nella classifica dei presenti alle votazioni è al 60° posto su 73 tra i parlamentari italiani, e al 532° su 751 in assoluto.
Ha buon gioco l’eurodeputato Pd Benifei, commentando la foto di Salvini dal lungomare di Bisceglie, a ironizzare: “Io invece sono a Bruxelles a lavorare, dato che mi pagano per quello…”.
Forse non si ricordava di rivolgersi a uno che non ha mai lavorato in vita sua.

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“L’ACQUA E’ NOSTRA, NON LA DAREMO ALLA S.P.A.”: LA RESISTENZA DEL PAESE PIU’ POVERO CONTRO LA REGIONE TOSCANA

Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile

ACQUA PUBBLICA: IL PAESE DI ZERI E’ L’UNICO SU 288 AD AVER CONSERVATO LA PROPRIETA’ DELLE RISORSE IDRICHE

Non c’è filo spinato all’inizio della strada, nè ragazzi appostati in attesa dell’invasore in divisa.
Eppure, senza che nessuno lo sappia, i mille abitanti di Zeri hanno iniziato l’anno così come lo hanno finito: facendo resistenza.
Fanno resistenza bevendo, lavandosi, cucinando, pulendo casa, innaffiando, abbeverando gli animali. A Zeri, cioè, i 1096 abitanti usano la loro acqua e i loro acquedotti.
“Loro”, cioè del Comune: nessuna società , nè pubblica nè privata, tocca la loro acqua. Zeri è l’unico Comune su 288 in tutta la Toscana che ha conservato proprietà  e gestione diretta delle risorse idriche.
E’ da fine 2004 che vede arrivare le diffide dei sopracciò della Regione, siamo a 7: guardate, amici di Zeri, la legge dice che dovete sganciare tutto, acqua e acquedotti. E loro, quelli di Zeri, niente. Non mollano.
Bevono e si lavano con la loro acqua. Perchè lo dice il referendum stravinto nel 2011, spiegano. Perchè lo dice la Costituzione, insistono.
Il sindaco si chiama Egidio Pedrini, ha 71 anni ed è un ex parlamentare di Udeur e Idv, ma nato tra i giovani democristiani, cresciuto nella sinistra Dc, “irruenta e intellettuale” come dice lui.
Una volta il partito lo sospese con l’accusa di filocomunismo perchè manifestava contro la guerra in Vietnam. Quello che si potrebbe definire un rompicoglioni.
E ora, quasi 50 anni dopo, combatte contro il Pd, fondato dagli eredi di Pci e Dc.
“Se quelli sono di sinistra, io sono vergine — risponde a ilfattoquotidiano.it — Comunisti se ci siete battete un colpo. Democristiani se ci siete battete un colpo. Qui non ci sono più nè i comunisti nè i democristiani. Qui non c’è un cazzo”.
Zeri è il paese più povero della Toscana per reddito pro capite.
Si trova all’incrocio esatto di tre regioni: un metro più in là  e c’è la Liguria, un passo più oltre e comincia l’Emilia Romagna.
Per il momento il paese è sotto la provincia di Massa Carrara, che già  di loro, tra l’altro, si sentirebbero molto meglio se fossero Massa da una parte e Carrara dall’altra. La gente di Zeri va tenuta nella giusta considerazione: una volta, nel 1799, le truppe di Napoleone che si stavano mangiando l’Emilia si avvicinarono un po’ troppo al paese montano e dovettero scappare fino a Borgotaro per evitare di prenderle dalla guerriglia guidata nientemeno che da un prete.
Il rischio di finire a Borgotaro se lo prende ora la Regione Toscana, guidata da Enrico Rossi, che vuole costringere — armata di legge — a trasferire l’acqua di Zeri alla cosiddetta Autorità  d’ambito ottimale e a Gaia, una spa a totale partecipazione pubblica che dal 2005 gestisce i servizi idrici di gran parte dei Comuni tra le aree di Lucca, Pistoia e Massa Carrara, per un totale di 48 amministrazioni (49 meno uno, Zeri).
E da quando è arrivata Gaia, in quei posti, nessuno ha messo i festoni al balcone. Le bollette sono dilatate fino anche a triplicare. In vari paesi sono nati uno dopo l’altro comitati “No Gaia” che hanno messo d’accordo sinistra, destra, centro, sopra e sotto. A Massa, città  sanguigna, hanno anche impiccato dei manichini davanti alla sede. “Io non cedo — ripete il sindaco al Tirreno — L’acqua è un bene pubblico e non farò entrare il mio Comune in Gaia. Nemmeno se mi vengono a prendere in catene”.
A Zeri, come in buona parte dei paesi montani, molti abitanti sono vecchi, vivono della sola pensione.
Altri vivono di allevamento, l’agnello zerasco ha l’etichetta Slow food.
E poi, spiega Pedrini, il rischio è che con una crisi ci sia bisogno dell’ingresso di un socio privato e allora ciao acqua pubblica.
Pedrini non ha paura delle battaglie solitarie. Litiga con gli altri sindaci anche per il sistema integrato sui rifiuti per l’alta Toscana, per esempio. Litiga con l’Unione dei Comuni perchè il corpo unico dei vigili urbani fa spendere di più anzichè meno (“e gli autovelox non li voglio, non servono alla sicurezza stradale, ma solo a fare cassa”).
Così sorprende poco, a questo punto del racconto che, con quel suo taglio dei capelli da pentapartito, il sindaco cresciuto nella Dc passi per una specie di rivoluzionario con l’eskimo.
Tifano per lui dal Movimento Cinque Stelle alla Lega Nord passando per Forza Italia. La sinistra tace. “Anch’io ho la mia impostazione politica — disse lui una volta — Ma quando si appartiene a un partito, bisogna sapere che uno è di una parte. Io ho un interesse di tutela maggiore e tutelo il mio territorio: i miei cittadini”.
Ha scritto ai parlamentari: “Sotto ogni profilo intendo tutelare sia i miei cittadini sia il bilancio del mio Comune. Chi vuole privatizzare l’acqua non è nè di sinistra nè di destra, è solo uno speculatore ‘finanziario politico’”.
Ora però le chiacchiere rischiano di stare a zero: la Regione ha dato tempo al Comune di Zeri fino al 22 prossimo. Se entro quella data consegnerà  servizio idrico e acquedotti a Gaia, bene. Altrimenti, arriverà  il commissario e Zeri dovrà  pagare anche quello.
“Mi faranno una multa? Non mi interessa, ne ho già  parlato ai miei paesani e siamo pronti a tassarci, a fare una colletta, a fare qualche festa popolare per reperire le risorse. Ho già  dato anche mandato ai miei legali perchè, lo ribadisco, non torno indietro. Non sono entrato in Gaia fino ad oggi e non ci entrerò nemmeno ora”.
Solo i Comuni montani con meno di mille abitanti hanno il diritto di tenersi gli acquedotti. E Zeri, di abitanti, ne ha 1096 logorato da quello che il sindaco Pedrini chiama “un saldo negativo di meno trenta l’anno: devo entrare in Gaia e fra tre anni farmi riconsegnare l’acquedotto? Non ci penso nemmeno”.
Un altro po’ di tempo, insomma, potrebbe fare da giudice senz’appello della causa.

Melania Carnevali e Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“CON PUTIN LA MIA RUSSIA TORNA AL PASSATO PIU’ BUIO”: INTERVISTA A LIUDMILA ULITSKAYA

Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile

LA SCRITTRICE DENUNCIA: “IN RUSSIA LIBRI MESSI AL ROGO”… IL VERO VOLTO DEL NUOVO MITO DELLA DESTRA PATACCARA

Una storia russa: il titolo italiano del nuovo romanzo di Liudmila Ulitskaya, appena pubblicato da Bompiani, è calzante.
È una storia, anzi, tante storie private di amori, tradimenti, prigioni, figli, addii e sogni, tasselli della storia della Russia del ‘900.
È un romanzo a chiave, con personaggi veri e verosimili, ma in filigrana appare inevitabilmente l’attualità . È un romanzo di crescita, in parte autobiografico: Ulitskaya, classe 1943, ha avuto due nonni nel Gulag, ha vissuto il dissenso sovietico, e resta una «dissidente».
È stata tra i pochi a protestare contro la guerra in Ucraina, ha pubblicato libri sulla tolleranza accusati di «propaganda omosessuale», ha avviato un carteggio con Mikhail Khodorkovsky mentre era in carcere, è scesa in piazza, ha firmato ieri un appello per le dimissioni del leader ceceno Ramzan Kadyrov dopo che ha minacciato un deputato. Ed è un romanzo sulla letteratura russa, denso di citazioni e allusioni, che racconta come i libri abbiano cambiato gli individui e la società , con i personaggi che rischiano il carcere per diffondere il samizdat.
Una delle ultime notizie dalla Russia è il rogo, in una biblioteca del Nord, di libri di logica, cultura e filosofia editi dalla Fondazione Soros.
Il «Paese che leggeva più di ogni altro al mondo» ora brucia i libri?
«È un ennesimo sintomo dell’ennesima catastrofe russa, che dura ormai da quasi 100 anni. Per uno studioso il nostro Paese è avvincente, ma è estremamente scomodo da abitare. Forse è proprio al misto di genialità  e assurdità  che dobbiamo una grande letteratura, una cultura affascinante, il genio scientifico. Il tratto principale del potere russo (sia zarista sia sovietico e postsovietico) è l’ostile diffidenza verso la cultura. Majakovsky si è suicidato, o forse è stato ucciso, Mandelstam è stato fatto marcire in un campo di prigionia, Shostakovich è stato perseguitato, Pasternak cacciato dall’Unione scrittori, Brodsky mandato in esilio. L’intellighenzia dà  fastidio. Presto quelli troppo intelligenti, capaci di criticare e di analizzare, di educare e creare, lasceranno questo Paese».
L’intellighenzia si è spaccata sull’Ucraina, come ai tempi sovietici. La storia si ripete?
«La spaccatura dell’intellighenzia russa è nata con lei. “Occidentalisti” e “slavofili”, la stessa linea che la divide oggi, tra chi applaude l’annessione della Crimea e chi la considera un crimine politico. Esiste il mito della “misteriosa anima russa”. Il rifiuto dell’approccio razionale e scientifico ha portato all’idea di una “via speciale”, distinta dalla civiltà  europea. Tutto il mondo pensa che dagli errori si impara, ma se gli errori – politici, economici e, ancora più drammatico, morali – vengono invece ritenuti un tratto unico e interessante, il risultato è il degrado».
Chi sono i vecchi e nuovi dissidenti oggi?
«Il movimento di contestazione degli Anni 60-70 è finito nel 1991, e non vedo alcuna parentela. La vecchia guardia mantiene il suo stile, ormai arcaico. La nuova contestazione ha raggiunto l’apice nel 2011, è stata sconfitta e non si è ancora ripresa. Sono rimasti pochi leader inflessibili, come Alexey Navalny, ma è probabile che anche loro finiranno dentro. Penso che questo potere crollerà  per motivi economici, per nessun’altra ragione. Non resta che pregare perchè avvenga senza uno spargimento di sangue».
I dissidenti sognavano l’evoluzione della «prima generazione non frustata». Oggi però la libertà  sembra tra le ultime ispirazioni dei russi.
«Il filosofo Nikolay Berdiaev diceva che “la libertà  è difficile, la schiavitù è più facile”. L’evoluzione non è lineare. La scimmia si è messa a camminare eretta per avere le mani libere, una scelta costata alla nostra specie problemi con l’apparato locomotorio e un parto doloroso. La libertà  è legata alla responsabilità . Il regime sovietico ha perseguitato per generazioni chiunque fosse capace di un punto di vista divergente, di un’iniziativa. Una selezione artificiale di umani sottomessi, “comodi”. Per vedere nascere nell’Homo sovieticus il bisogno di libertà  bisognerà  attendere a lungo. I giovani di oggi, almeno quelli più istruiti, mi piacciono tantissimo, sono migliori di noi, più liberi. Se sostituiranno alla guida del Paese gli uomini dell’ex Kgb, avremo un futuro».
Il suo romanzo s’inizia con la morte di Stalin e i destini dei protagonisti vengono devastati dallo stalinismo. Eppure Stalin resta in cima alle preferenze dei russi
“Ci sono tante cause: sindrome post-traumatica, ricerca di figura paterna, ma anche la propaganda e la nostalgia per la giovinezza nell’Urss. E poi, la pazienza e la docilità  di un popolo che ha paura del potere e tende a deificarne i protagonisti, l’abitudine secolare alla povertà , la mancanza di dignità  di chi è stato schiavo a lungo. La rivoluzione socialista è accaduta prima di quella borghese, i russi non hanno avuto il tempo di sentirsi cittadini responsabili della propria vita. Una canzone sovietica diceva ”Lenin è sempre vivo, è in me e in te”. Sostituite Lenin con Putin, il senso non cambia. La Russia ha scelto una strada esclusiva, con i mostri della storia russa a illuminarla».
Svetlana Aleksievich ha detto che Putin ha dato voce al popolo, e che ad ascoltarla l’intellighenzia della perestroika rimase atterrita. Condivide?
«Trovo questo personaggio assai poco interessante, piuttosto rozzo, senza troppe complicazioni, ma con grandi doti di politico allevato nei laboratori del Kgb. Ogni polizia segreta è un’organizzazione efferata, con strumenti potenti – celle di tortura, il colpo alla nuca, le vasche di acido – che non portano mai in un posto buono. Anni fa il grande 1984 di George Orwell fu letto come una rivelazione. Sotto la guida del signor Putin non si finisce però nel futuro, ma nel passato, in un nuovo Medioevo».
Il tema dell’antisemitismo è un altro richiamo all’attualità . La propaganda spesso fa l’equazione «ebreo-liberale-nemico», mentre l’essere russi è sinonimo di conformità  politica.
«Non percepisco un aumento dell’antisemitismo. Semmai in Francia, a giudicare dalla massiccia emigrazione di ebrei. L’antisemitismo è una sottospecie della xenofobia, facilmente manipolabile. Le classi più basse smisero di odiare gli ebrei per iniziare a odiare i caucasici, ora il sentimento della folla è stato dirottato sugli ucraini. È un rischioso esperimento sociale, con risultati imprevedibili ma inevitabilmente catastrofici. Gli ebrei resteranno nella lista dei nemici immaginari, ma oggi non sono loro a guidarla: ci sono l’America, l’Isis, l’Ucraina, male che vada gli omosessuali».
Come vede la Russia e l’Ucraina tra 5-10 anni?
«Ci vorrà  più di una generazione. Da entrambi i lati di questa nuova frontiera resta chi tenta di conservare il legame culturale tra i due popoli. È l’unica cosa che oggi si possa fare».

Anna Zafesova
(da “La Stampa”)

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M5S E’ “COME TUTTI I PARTITI” PER META’ DEGLI ITALIANI

Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile

IL 13% DEGLI ELETTORI GRILLINI PENSA CHE IL CASO QUARTO AVRA’ RIPERCUSSIONI ALLE URNE… CONSENSI IN CALO DELL’1%, MA POTREBBE ESSERE SOLO L’INIZIO

Tra i tanti articoli e commenti che hanno accompagnato l’inchiesta di Quarto affiora una sorta di equivalenza tra quanto sta avvenendo al Movimento 5 Stelle e quanto avvenne alla Lega nel 2012 con lo scandalo che ha visto coinvolto il tesoriere Belsito o all’Italia dei valori, nello stesso anno, dopo la famosa puntata di Report o la successiva inchiesta che ha riguardato il segretario regionale del Lazio Maruccio.
Queste vicende hanno fatto segnare una sorta di perdita dell’innocenza di due partiti che avevano fatto dell’integrità  e della denuncia del malaffare un vero e proprio tratto distintivo, coagulando consenso e voti.
Ma è veramente così anche per il M5S?
È presto per dirlo e i nostri sondaggi sugli orientamenti di voto non fanno registrare significativi cambiamenti: il Movimento si mantiene stabilmente al secondo posto, sebbene in calo di poco meno dell’1% (da 29,1 di dicembre al 28,3% odierno).
Senza dubbio l’inchiesta di Quarto ha avuto un’elevata risonanza ed è stata seguita con più o meno attenzione dal 60% degli italiani a cui si aggiunge un 30% che ne ha almeno sentito parlare. Solo il 9% ignora la questione.
Oltre un intervistato su due (54%) ritiene che la vicenda abbia visto coinvolto solamente il sindaco Rosa Capuozzo e qualche singolo esponente del movimento, mentre il 15% è decisamente più critico ed è convinto che nel complesso tutto il movimento sia coinvolto (tra gli elettori del Pd, di Forza Italia e delle liste di centro all’incirca uno su quattro è di questo parere), mentre l’8% considera del tutto estranei gli esponenti del movimento e il 23% non si esprime.
Le opinioni degli italiani si dividono sul giudizio dato alle modalità  con cui il Movimento ha reagito alla vicenda di Quarto: il 39% si mostra critico mentre il 33% considera le reazioni positive e il 28% non si esprime in proposito.
L’elettorato grillino non appare molto coeso, infatti uno su tre si mostra critico (15%) o non si esprime (19%).
Anche riguardo alle prospettive future del Movimento le valutazioni si dividono: prevale l’opinione di coloro che ritengono che questa inchiesta avrà  ripercussioni sulle scelte degli elettori, perchè ha mostrato che il M5S sta diventando come gli altri partiti (44%). Persino una parte degli elettori pentastellati (13%) ne è convinta.
Al contrario il 37% degli intervistati (e circa tre elettori su quattro del M5S) ritiene che si tratti di una vicenda locale che sarà  presto dimenticata e non avrà  conseguenze in termini elettorali.
Nel valutare i riflessi sul futuro del M5S è opportuno sottolineare che la forte crescita del consenso registrata in tutto il 2015 ha preso avvio proprio con lo sviluppo dell’inchiesta Mafia Capitale che ha messo in luce non soltanto il radicamento e l’estensione del fenomeno della corruzione, ma anche la collusione tra esponenti di partiti avversari i quali, a fronte di una (apparente) contrapposizione quotidiana, in realtà  facevano accordi per la spartizione degli appalti, trasformando il conflitto politico in una sorta di match di wrestling dove i colpi sono palesemente finti ma gli atleti-attori fanno credere che non lo siano.
Mafia Capitale era l’ultima di una serie di indagini giudiziarie che negli ultimi anni hanno contribuito ad affermare la convinzione, largamente diffusa, che la corruzione sia un male inestirpabile del nostro Paese e che tutti i soggetti politici siano coinvolti.
Tutti, con la sola eccezione del M5S, che fin dal suo esordio si è garantito il brand dell’integrità , sia per l’oggettiva estraneità  a episodi criminosi, sia per lo stile adottato, basato sulla trasparenza (lo streaming delle riunioni istituzionali, in primis), la rendicontazione ai cittadini, l’attenzione ai costi della politica, la restituzione di parte delle indennità  parlamentari, l’intransigenza che ha portato a svariate espulsioni di esponenti dal Movimento, suscitando scalpore e critiche ma rafforzando nel contempo il valore della coerenza.
Per questo motivo la vicenda di Quarto è investita di un elevato valore simbolico e rischia di far perdere al Movimento la sua distintività , non tanto per l’inedito coinvolgimento in un’inchiesta giudiziaria, quanto per la gestione della crisi che ha mostrato più di una incoerenza rispetto allo stile e alle prassi di questo soggetto politico.
Basti pensare alla decisione di espellere il sindaco Capuozzo dopo averlo inizialmente difeso e senza consultare la base attraverso la rete, alla scelta di partecipare a programmi televisivi di attualità  (un tempo invisi e vituperati) per chiarire la vicenda, alla minaccia di querele, agli argomenti utilizzati, non dissimili da quelli a cui hanno fatto ricorso esponenti di altri partiti in situazioni analoghe.
E in questa fase nella quale il Movimento ha ampliato significativamente il proprio consenso, ha assunto decisioni importanti e mostra sempre più la volontà  di poter assumere a livello locale e nazionale responsabilità  di governo, il vero rischio non è rappresentato dal processo di istituzionalizzazione ma da quello dell’omologazione agli altri partiti.
La gestione di questa crisi sembra quindi decisiva in termini di immagine e di posizionamento, prima ancora che di voti.

Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)

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